Il sostegno di Trump penalizza i populisti europei? Le scelte di Orbán e dell’Afd. Il peso della guerra in Iran

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump saluta il primo ministro ungherese Viktor Orbán alla Casa Bianca, venerdì 7 novembre 2025 (Ap)


«Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo». L’incipit di Anna Karenina si addice bene ai populisti d’Europa. Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva il vento in poppa, l’estrema destra europea, a prescindere dalla nazionalità, se lo contendeva e ne ostentava la vicinanza, cercava e moltiplicava i contatti con il mondo Maga. Ora che la guerra in Iran ha fatto precipitare in Europa (ma anche negli Stati Uniti) la popolarità del presidente Usa, i populisti del Vecchio Continente sono costretti a reagire. E in questo caso ognuno lo fa a modo suo.
 
Partiamo dal premier ungherese Viktor Orbán. Domenica in Ungheria ci sono le elezioni e per la prima volta il padre della «democrazia illiberale» ha un vero sfidante, Péter Magyar, che secondo alcuni sondaggi è in testa. La guerra in Iran e la crisi energetica in cui è piombata l’Unione europea sono un pretesto per il leader magiaro per attaccare Bruxelles e la scelta di abbandonare le fonti fossili russe. La guerra in Medio Oriente, nella narrativa di Orbán, è la dimostrazione che la difesa del petrolio e del gas di Mosca negli anni passati, in pieno conflitto ucraino, era giustificata in nome della sicurezza energetica ungherese e non del doppio gioco con Vladimir Putin. La guerra in Iran, dunque, non imbarazza Budapest. Per questo Orbán ha posto grandi aspettative nella visita di due giorni di JD Vance. Il vicepresidente degli Stati Uniti arriva oggi e cercherà di tirare la volata a Orbán.

Il portavoce del governo ungherese Zoltán Kovács ha scritto su X che «la visita mette in luce la forte e duratura alleanza tra l’Ungheria e gli Stati Uniti, costruita su valori condivisi, rispetto reciproco e cooperazione strategica. Questa giornata funge da simbolo di legami più profondi e di un dialogo continuo, riaffermando l’importanza dell’amicizia ungherese-americana in un mondo in rapida evoluzione». Orbán è un trumpiano della prima ora e il presidente Usa lo ricambia: «È un leader forte che si batte per il suo Paese e la sua gente», ha detto qualche giorno fa Trump, aggiungendo che «è un vero amico, un combattente e un vincente». Il premier ungherese aveva fatto del Mega — Make Europe Great Again —, che parafrasa il Maga americano, lo slogan della presidenza di turno dell’Ue tenuta da Budapest nel secondo semestre del 2024. La sintonia tra il credo di Fidesz e l’amministrazione Usa è forte. Lastrategia di sicurezza nazionale statunitense dello scorso dicembre aveva posto l’enfasi sul far sì che «l’Europa rimanga europea»: «Non possiamo permetterci di mettere da parte l’Europa… — spiegava il documento — sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria». Ecco come si giustifica il sostegno aperto, quasi smaccato, a Orbán in campagna elettorale. Come andrà a finire lo si capirà domenica, i cittadini ungheresi diranno se Trump è ancora un asset da sbandierare o da nascondere, almeno in questa fase.

L’estrema destra tedesca ha invece fatto una scelta opposta come ha raccontato nei giorni scorsi il Financial Times: Alternativa per la Germania (AfD) si sta distanziando da Trump perché in Germania la guerra in Iran si sta rivelando profondamente impopolare e offusca le speranze di una ripresa economica tedesca. Il quotidiano della City ha riferito che l’AfD ha chiesto ai suoi parlamentari che stanno stringendo legami con il movimento Maga del presidente di ridurre le visite negli Stati Uniti. Eppure i due mondi sono già molto legati. Una delegazione di funzionari del partito si è recata a Washington per la sua cerimonia di insediamento di Trump all’inizio dello scorso anno. E il movimento Maga ha ricambiato offrendo un sostegno senza precedenti all’AfD in vista delle elezioni parlamentari nazionali che si sono svolte nel febbraio 2025, con figure di spicco come Elon Musk e il vicepresidente JD Vance, ha ricordato il FT, che hanno appoggiato pubblicamente il partito.

Ora il cambio di atteggiamento, che si spiega con le prossime elezioni regionali in settembre in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore: due stati della ex DDR, in cui il sentimento antiamericano è molto diffuso e che la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran non fa altro che rafforzare. L’AfD punta a uno storico primo posto nelle elezioni e l’amicizia di Trump potrebbe stavolta pesare negativamente sulle urne.

Del resto, secondo diversi analisti, è quello che è successo nel referendum sulla riforma della giustizia in Italia con la vittoria del «no», che è stata letta anche come una reazione alla vicinanza della premier Giorgia Meloni al presidente Usa senza una presa di distanza dalle sue scelte in una serie di situazioni in cui gli interessi europei e italiani rischiavano di essere compromessi. Eppure a gennaio Roma aveva criticato Washington per le pretese sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca. Ma una rondine non fa primavera.

Anche il Rassemblement National di Jordan Bardella ha cominciato a fare dei distinguo nel timore che Trump condizioni in modo negativo le presidenziali del 2027. A gennaio Bardella, in piena crisi Ue-Usa per la Groenlandia, si è spinto a dire che l’Unione Europea deve «attivare senza indugio i suoi strumenti anti-coercizione e adottare misure mirate sui servizi e le esportazioni americane verso l’Europa». Eppure per un anno il RN, che al Parlamento europeo fa parte dei Patrioti insieme a Fidesz di Orbán (di fatto l’ideatore del gruppo) e alla Lega di Salvini, ha appoggiato l’offensiva ideologica trumpiana contro l’Europa.

Eppure l’11 novembre del 2024 Gideon Rachman scriveva sul Financial Times che «per i nazionalisti e i populisti europei, l’imminente ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca equivale all’arrivo della cavalleria americana all’orizzonte». Apparentemente non è più così.

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