Dalla lotta armata alla resistenza civile: cosa ci lascia il 25 aprile

di Giada Piras, appassionata e studiosa della Resistenza

Il 25 aprile non è una data come tante altre nel calendario. Ricorda il momento in cui la Resistenza italiana ha raggiunto il suo obiettivo, contribuendo in modo decisivo alla fine della guerra e alla nascita di un nuovo Paese. Questa data dovrebbe spingerci a riflettere: ridurre questa ricorrenza a una semplice celebrazione del passato significa perderne il vero significato?
La data del 25 aprile è come una lente attraverso cui guardare come il concetto stesso di “resistenza” sia rimasto nel tempo, anch’esso trasformandosi e adeguandosi allo scenario. Tra il 1943 e il 1945, la Resistenza fu una lotta concreta, spesso armata, contro il nazifascismo. Non la consideriamo come un movimento associabile ad un determinato credo politico, al suo interno convivevano diverse sfaccettature: dai comunisti ai cattolici e liberali, tutte unite da un unico obiettivo: la liberazione del Paese dall’oppressore nazifascista.
Prendiamo come esempio figure come quelle di Sandro Pertini o Tina Anselmi, che ricordano come la Resistenza non sia stata soltanto un episodio circoscritto e fine a sé stesso, ma anche una scelta personale, etica, a volte con risvolti drammatici. Resistere a vent’anni, chiedersi da che parte stare in un’epoca in cui si è conosciuto solo il fascismo, significava solo una parola: rischiare. Chi ad oggi riuscirebbe a scegliere? Chi riuscirebbe a imbracciare un’arma per assumersi una simile responsabilità davanti alla storia? Questo era l’obiettivo di quei ventenni: combattere per far sì che i loro figli, i loro nipoti, non si fossero dovuti davanti alla stessa domanda. Con la fine della guerra, quella esperienza non si esaurì, ma si trasformò. I valori della Resistenza confluirono nella nascita della Repubblica e sfociarono nella Costituzione italiana. Libertà, uguaglianza, rifiuto dell’autoritarismo, rifiuto verso la guerra ed ogni tipo di ostilità: principi che non nacquero senza fondamenta solide, bensì da una guerra, da un conflitto accompagnato dal sacrificio. In questo passaggio, la Resistenza cessò di essere azione per diventare fondamento. Non più solo un insieme di pratiche, ma un patrimonio condiviso, un riferimento etico e politico per il nuovo Stato democratico.
Negli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, il termine “resistenza” iniziò a essere reinterpretato. I movimenti studenteschi e operai, le battaglie per i diritti civili, si richiamarono spesso a quell’eredità per legittimare nuove forme di opposizione. Quando la protesta si radicalizzò e, in alcuni casi, degenerò nella violenza politica, emerse una domanda cruciale: dove finisce la resistenza e dove inizia l’abuso di questa parola? A che punto la parola stessa diventa capro espiatorio per una qualsivoglia forma di violenza? Con il passare dei decenni e la scomparsa dei protagonisti diretti, il 25 aprile ha conosciuto una nuova fase: la distanza storica. Ciò che ha trasformato la Resistenza in memoria, ha rischiato di farla diventare come un rituale: celebrazioni, discorsi istituzionali, simboli ripetuti ogni anno… Il pericolo infatti, in questo caso, non è dimenticare, ma ricordare in modo automatico, senza interrogarsi davvero su ciò che si celebra. È proprio in questa distanza che si apre uno spazio nuovo. Oggi “resistere” non significa più imbracciare le armi, ma difendere e praticare i valori che sono nati da quegli anni, da quelle vite distrutte dall’orrore della guerra.
Resistenza significa vigilare sulla democrazia, affinché nessuno distrugga ciò per cui è stato versato il sangue degli innocenti che si sono ritrovati a combattere, talvolta non per loro volere, ma per poter sopravvivere.
Resistenza significa opporsi alla disinformazione, difendere i diritti quando vengono messi in discussione. Significa, soprattutto, partecipare e non voltarsi dall’altra parte, educare le nuove generazioni, sensibilizzarle e renderle quanto più consce di ciò che accade loro intorno.
Allo stesso modo, è importante evitare un uso inflazionato del termine. Non ogni forma di dissenso è “resistenza”, così come non ogni conflitto può essere paragonato a quello vissuto tra il 1943 e il 1945.

Insomma: se tutto è resistenza, nulla lo è davvero.

Il 25 aprile, allora, non è soltanto una celebrazione del passato, ma una domanda rivolta al presente. Che cosa significa oggi essere fedeli a quell’eredità? Non si tratta di replicare il passato, ma di tradurne i principi in pratiche nuove. Resistere, oggi, non è un atto straordinario riservato a pochi, ma una responsabilità diffusa. È nella partecipazione quotidiana, nella difesa dei diritti, nella cura della vita democratica che l’eredità del 25 aprile continua a vivere. Non come memoria immobile, ma come processo in evoluzione.
Contro ogni forma di oppressione, ricordiamoci di quei ragazzi che tanto hanno combattuto e di come ogni conquista, anche se piccola, vada protetta e portata avanti.

A noi spetta questo grande compito: diffidiamo da chi usa la democrazia quando gli comoda, diffidiamo da chi non crede nel 25 aprile e vuole sminuire il sacrificio di chi, in un modo o nell’altro, continua a portare avanti il credo della Resistenza, contro ogni benda, contro ogni barriera e contro ogni oppressione: Buona festa della liberazione.

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