L’Unione europea tra Cina e Usa: vaso di coccio tra due vasi di ferro  

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il presidente cinese Xi Jinping e il presidente con Consiglio europeo Antonio Costa, a Pechino nel luglio 2025 (Xinhua)

Fare il vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. L’Unione europea ha osservato con attenzione il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. Al di là degli accordi specifici, il summit aveva la funzione più ampia di ridefinire la diplomazia tra i due Paesi come «relazione costruttiva di stabilità strategica». Xi ha detto che la Cina lo considererà il principio guida per i prossimi tre anni (e oltre): significa cooperazione e «competizione misurata» con divergenze gestibili attraverso guardrail per evitare escalation pericolose (per esempio, si lavora a «misure di salvaguardia» sull’Intelligenza artificiale). Xi cercava (e ha ottenuto) la conferma che il suo Paese è sullo stesso piano degli Stati Uniti. Questo
porterà probabilmente a una proroga eventuale della tregua sui dazi raggiunta lo scorso ottobre. Per Xi la stabilità serve a fortificarsi per la partita di lungo periodo (superare gli Stati Uniti come superpotenza
mondiale) aumentando l’indipendenza tecnologica, commerciale e scientifica nella convinzione che l’ascesa cinese è una certezza storica.

Il timore dell’Unione europea è di finire stretta tra le due superpotenze. I rapporti con gli Stati Uniti, da quando Trump è alla Casa Bianca sono difficili, ma anche quelli con Pechino creano problemi. 

Nel nuovo ordine mondiale, Bruxelles si trova ad agire da sola, senza più la spalla di Washington, che su commercio, tecnologia, energia e sicurezza gioca la propria partita con Pechino. Anzi, la guerra dei dazi di Trump ha riversato sull’Europa la sovra-capacità produttiva cinese. Nel primo trimestre del 2026, Pechino ha registrato il suo più grande surplus commerciale di sempre con l’Ue, trainato da un’impennata delle esportazioni, secondo uno studio di Bruegel firmato da Alicia García-Herrero: l’Ue rappresenta ora il 31% del surplus commerciale totale della Cina. L’export cinese verso gli Stati Uniti dei prodotti oggetto dei dazi è diminuito di circa il 30% in 15 mesi, mentre quello cinese degli stessi prodotti verso l’Ue è aumentato del 14%.

Il 29 maggio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha in programma un dibattito sulla Cina con il Collegio dei commissari. Temi centrali: il rafforzamento degli strumenti di protezione contro la concorrenza sleale, come dazi compensativi o “Buy European”. Secondo il Financial Times l’Unione europea sta anche elaborando piani per costringere le aziende europee ad acquistare componenti critici da almeno tre fornitori diversi, nel tentativo di ridurre la dipendenza dell’Ue dalla Cina. Le nuove regole riguarderebbero imprese in alcuni settori chiave come quello chimico e dei macchinari industriali, che hanno subito un’ondata di importazioni cinesi a basso costo.  Le proposte, ancora in fase iniziale, giungono in risposta alle restrizioni all’esportazione imposte da Pechino su tecnologie chiave e saranno sul tavolo del Collegio dei Commissari il 29 maggio. Non è prevista però l’adozione di alcuna proposta: si tratterà di un dibattito orientativo.

Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Ue ha cominciato a ripensare le proprie dipendenze strategiche, dalle fonti fossili alle materie prime critiche. Era il maggio 2023 quando von der Leyen ha iniziato a parlare di de-risking con la Cina: non tagliare i ponti ma ridurre i fattori di rischio. Ma l’industria europea negli anni è diventata sempre più dipendente da Pechino, come mostra il settore “automotive” europeo e in particolare quello tedesco. Alcune linee di produzione automobilistica europee si sono fermate in ottobre, dopo che Pechino aveva imposto restrizioni all’esportazione di magneti, terre rare e altri componenti.

L’interconnessione delle catene di approvvigionamento mette a rischio la sicurezza economica che l’Ue sta cercando di sviluppare per garantire la propria indipendenza e sopravvivenza anche nelle crisi. La prima lezione era arrivata durante il Covid con il blocco delle materie prime e dei componenti tra Cina e Ue. Terre rare, minerali critici, magneti, pannelli solari, convertitori: l’Ue fatica a produrli, mentre su terre rare e magneti Pechino ha quasi il monopolio.

Anche gli Stati Uniti, dopo aver imposto dazi pesantissimi all’inizio dell’amministrazione Trump, si sono trovati a dover fare marcia indietro, poiché la Cina aveva risposto con restrizioni all’esportazione di terre rare in America e con seri tagli all’acquisto di prodotti agricoli come la soia, colpendo direttamente al cuore una fascia importante dell’elettorato del partito repubblicano. Molti credono che Xi, nonostante i problemi economici interni, si senta rafforzato dalla convinzione di aver vinto la guerra commerciale contro l’America. 

Ora i due Paesi stanno negoziando per la creazione di una «Board del Commercio» che tratti prodotti «non sensibili» per 30 miliardi di dollari. Il ministero degli Esteri cinese ha detto stanno esaminando una estensione della tregua nella guerra commerciale e «riduzioni reciproche dei dazi», anche se Trump dice che di dazi non si è parlato. 

Il timore europeo è che un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Cina tagli fuori l’Unione, che si trova già a fare i conti con le rappresaglie di Pechino per l’Industrial Accelerator Act con cui Bruxelles punta a proteggere la propria sovranità economica. La Cina lo considera una «discriminazione sistemica» e ha approvato una legislazione per proteggere le sue catene di approvvigionamento.

Ovviamente nonostante la visita di Trump, la stabilità che entrambi i leader hanno scelto è un modo per prendere tempo e costruire indipendenza l’uno dall’altro. Un buon esempio è quello dei chip.  Nonostante la presenza dell’ad di Nvidia Jensen Huang, il più importante produttore al mondo, il destino delle vendite dei suoi prodotti in Cina resta ancora incerto. Trump si è detto ottimista che «qualcosa potrebbe succedere in quel settore» ma la sua amministrazione non sembra premere troppo in questa fase. Il via libera di Trump alla vendita in Cina dei chip H200 (i secondi più avanzati per l’Intelligenza artificiale) era arrivato a dicembre (in cambio del 25% al governo americano) e ora gli Stati Uniti hanno autorizzato la vendita a 10 aziende cinesi tra cui Alibaba, Tencent, ByteDance (75 mila chip ciascuna).  Da una parte ci sono coloro che in America si preoccupano per le implicazioni di sicurezza nazionale della vendita di questi chip ai cinesi, mentre Huang sostiene che bisogna creare dipendenza dagli Stati Uniti altrimenti si riduce l’influenza americana sugli sviluppi dell’Intelligenza artificiale in Cina. Ma Pechino finora non ha comprato i chip H200, perché sta cercando di sviluppare i propri.  La Cina sta puntando su chip prodotti in patria da aziende come Huawei per ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali e ha raggiunto nuovi traguardi. 

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