Tra Usa e Cina, l’Europa non deve scegliere un solo blocco ma muoversi tema per tema 

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Graffiti a Berlino (Getty)

Geoeconomia e tecnologia sono due facce della stessa medaglia. L’Unione europea si trova schiacciata tra Stati Uniti e Cina, dipendente dai primi per la tecnologia, poiché Washington ha il dominio dei semiconduttori, e dalla seconda per le terre rare, alle quali è legata la produzione industriale avanzata occidentale anche per il settore della difesa. L’Ue si affida per oltre l’80% dei propri prodotti, servizi e infrastrutture digitali a fornitori extra-UE. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi», ha commentato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. 

Ma la dipendenza non potrà essere risolta nel breve periodo. I problemi dell’Unione europea si verificano sullo sfondo dello scontro più ampio tra Stati Uniti e Cina. Nel white paper “Chips & Tokens at the Fault Lines: Two Stacks in One Fragmenting World” dell’Andersen Institute, istituto di Washington per la finanza e l’economia, firmato da Fabio Natalucci e Alessandro Rebucci che verrà pubblicato questa mattina, gli autori spiegano come Stati Uniti e Cina hanno l’abilità di infliggersi seri danni l’un l’altro dal punto di vista economico, poiché le ambizioni di entrambi i Paesi dipendono da ciò di cui dispone l’altro: nessuna delle due superpotenze ha usato ancora pienamente il suo arsenale contro l’altra e hanno raggiunto una tregua sulla guerra tariffaria e dei chip, consapevoli che nessuna delle due sarà in grado per molti anni di evitare la dipendenza reciproca. Da lato finanziario, poi, il dominio del dollaro e il potere di tagliare gli altri fuori dal sistema di pagamenti sono un’arma potente per gli Stati Uniti, mentre i titoli del Tesoro Usa detenuti dalla Cina e la possibilità di sottoporre gli interessi americani alle proprie regolamentazioni sono un’arma nelle mani di Pechino. Il paper esamina anche l’impatto della finanza digitale su questo equilibrio instabile. Gli Stati Uniti hanno adottato con Trump un approccio decentralizzato, orientato al settore privato, esemplificato dal recente passaggio del GENIUS Act per regolamentare le stablecoin.  La legge mira a rafforzare la supremazia internazionale del dollaro americano, integrando le stablecoin nel sistema finanziario onshore. Questo rafforzerebbe gli Stati Uniti. Ma c’è anche la possibilità – osservano gli autori – che un approccio frammentario alle regole della finanza digitale e le fratture geopolitiche nell’Occidente possano spingere le transazioni su canali che operano al di fuori del sistema bancario tradizionale americano, con il rischio per Washington di perdere il controllo finanziario che dà potere alle sanzioni (anche se questo a sua volta conterrebbe ulteriori frammentazioni riducendo il potere di escalation da parte degli Stati Uniti).

Gli autori notano infine che gli Stati Uniti stanno introducendo barriere commerciali attraverso i dazi per ridurre il deficit,  mantenendo però aperto il conto capitale, mentre la Cina fa l’opposto: politiche che trattano in modo separato commercio internazionale e finanza e che rischiano di rivelarsi inconsistenti e controproducenti per entrambi.

L’ordine unipolare è finito: la Cina non può sostituirlo e l’America non può ripristinarlo“, conclude l’Anderson Institute. “La risultante mutua vulnerabilità, la logica della Guerra fredda di Mutually Assured Destruction (Mad), dove distruzione va inteso in questo caso come perturbazione economica, adesso vincola entrambe le parti e previene un ulteriore decoupling. Questo equilibrio non assicura la stabilità. La previsione è diversi anni di ‘stabilità instabile’: un mondo meno integrato di quello in cui abbiamo vissuto per decenni, meno ‘separato’ di quanto molti temano e punteggiato da vampate di crisi che si risolvono attraverso la de-escalation anziché attraverso la vittoria o la risoluzione”. Anche la guerra in Iran, al di là della retorica, ha mostrato che “muoversi in modo unilaterale porta con sé costi diretti e indiretti pet gli Stati Uniti, anche se un ritorno del multilateralismo e in quale forma resta una questione aperta”. 

In questo contesto le aziende si trovano a dover decidere “quali dipendenze ridurre per prime e da quale parte si collocano lungo questa linea di frattura“. Non vale solo per le aziende o per gli investitori. 

“Per l’Europa e le potenze medie che sono state prevalentemente spettatrici della riscrittura dell’ordine globale, questo contesto ha creato uno spazio. Ora la domanda è se e come usarlo. Le potenze medie non devono scegliere un blocco e restare al suo interno. L’Europa, in particolare, ha il peso economico per contare e ha le leve (per esempio: l’accesso al mercato unico e il potere di definire le regole) per smettere di essere un obiettivo di pressione da entrambe le parti. La scelta è tra agire con urgenza oppure trascorrere il prossimo decennio come danno collaterale”. In questo contesto, i perimetri dei blocchi vanno visti tema per tema: “I chip da una parte, i pagamenti dall’altra, l’energia con entrambi”. 

Bruxelles ha presentato mercoledì scorso il nuovo pacchetto per la Sovranità tecnologica, che ha l’obiettivo di rafforzare la capacità dell’Unione su semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e open source.  Il pacchetto include due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, oltre alla Open source strategy e a una Roadmap strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nell’energia. L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, con le sue continue minacce nei confronti dell’Europa, ha spinto l’Unione europea a ripensare se stessa. Mentre con Pechino la strategia di Bruxelles resta quella del de-risking ma con grande fatica. «La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale», ha sottolineato la vicepresidente Henna Virkkunen.

Ma è chiaro che Washington e Pechino guardano con sospetto alle misure che l’Ue sta mettendo in campo. «L’Europa vuole essere in grado di fare le proprie scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti — ha proseguito Virkkunen —, soprattutto provenienti da Paesi che non condividono la sua stessa visione». Lo Chip Act 2.0 punta a rafforzare la produzione e la progettazione di semiconduttori avanzati, accelerare le autorizzazioni, creare un marchio europeo di eccellenza e sostenere investimenti e progetti strategici, in un mercato in cui i componenti legati all’IA potrebbero superare il 70% entro il 2030. La legge su cloud e IA mira a triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni. Sul fronte delle materie rare, l’Ue sta cercando il più possibile di diversificare il fornitore. Ma per essere competitiva l’Unione europea ha bisogno di ingenti investimenti e quelli non sono ancora abbastanza.

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