di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Si dice che per assistere alla finale il premier spagnolo Pedro Sánchez abbia cambiato all’ultimo l’agenda: era atteso in Algeria e invece si è ritrovato in tribuna d’onore allo stadio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Non poteva esserci nemesi migliore per la disputa tra Washington e Madrid: ha vinto il Mondiale il Paese più criticato dal presidente Usa per la mancanza di aiuto in Iran e per l’insufficiente spesa per la difesa, al punto da minacciare di tagliare i commerci con la Spagna (salvo poi fare marcia indietro).
A Bruxelles è stato un ripetersi di «congratulations» all’indirizzo di funzionari, diplomatici e giornalisti spagnoli, con il sorriso implicito a significare che la vittoria è stato qualcosa di più di una semplice partita di calcio per quanto finale di un Mondiale. Una rivincita morale da parte di quell’Europa che all’appeasement preferisce una reazione ferma di fronte agli Stati Uniti.
Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata con un post su X: «Campioni! Tanti auguri, Spagna! Oggi l’Europa festeggia con voi», ha scritto in spagnolo. Se non lo avesse fatto si sarebbe notato perché nell’ultimo anno in più occasioni la Commissione è stata criticata per l’atteggiamento troppo accondiscendente verso gli Usa. Un anno fa in questi giorni veniva siglato l’accordo sui dazi in Scozia tra Ue e Stati Uniti a svantaggio dell’Unione. Il presidente del Consiglio europeo António Costa, portoghese, socialista, non ha postato niente. È certo però che abbia esultato. Invece le congratulazioni della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola non stupiscono per la sua empatia e per la natura dell’istituzione: «Felicitazioni, Spagna! Campioni del Mondo! Un momento di orgoglio per tutta Europa».
È in un certo senso la rivincita della Vecchia Europa criticata da Trump, quella «invasa» dagli immigrati: ha vinto proprio il Paese che di recente ha approvato un importante piano di regolarizzazione dei migranti.
C’era attesa per la stretta di mano di Trump con il premier spagnolo Sánchez nella tribuna d’onore: si è rivelata calorosa quanto quella con re Felipe e la regina Letizia. Il premier spagnolo, interrogato dai giornalisti sul fatto che Trump avrebbe consegnato la coppa, aveva risposto: «Più che chi la consegna, quel che conta è chi la riceve».
Il presidente Usa si era dichiarato neutrale, salvo poi aggiungere che è «difficile scommettere contro Messi» e che l’Argentina è un Paese «amico» e «ha fatto un lavoro fantastico». Trump era arrivato a dire che gli piacerebbe fare la vita di Messi e di Ronaldo. «Ho incontrato Messi di recente e conosco Cristiano – ha detto il presidente a Fox News -: fanno una bella vita. In realtà hanno una vita più facile della mia. Davvero, farei a cambio. Mi piacerebbe fare a cambio per un mese». Ma Messi è stato neutralizzato dagli spagnoli. E non sono serviti i rituali superstiziosi dell’argentino Javier Milei, il più trumpiano dei leader dell’emisfero occidentale (e forse del mondo), definito da Donald «il mio presidente preferito».
In Europa lo hanno già sperimentato in diversi: non porta bene il tifo di Trump e del suo mondo. Lo ha provato a proprie spese l’ex premier ungherese Viktor Orbán. La cautela ormai è tale che il francese Rassemblement National ha cercato di prendere le distanze dal sostegno da parte di Elon Musk in vista delle elezioni del 2027. «È l’ultima speranza della Francia», aveva scritto Musk di Marine Le Pen. Il portavoce del partito di estrema destra ha messo le mani avanti: «Dopotutto, sapete, non cerchiamo sostegno da altre parti; leggiamo, capiamo, ognuno ha il diritto di esprimersi. Non siamo responsabili di chi ci sostiene».
Il presidente Usa si è trovato a guardare la finale, dietro una vetrata anti-proiettili, affiancato da Melania e da Gianni Infantino, ma circondato da leader con cui ha avuto rapporti complessi, come la messicana Claudia Sheinbaum e il canadese Mark Carney (tra minacce commerciali e legate al traffico di fentanyl) e ovviamente Sánchez .
Qualcuno dice che ci siano stati dei fischi quando Trump è apparso per un secondo sul maxischermo, ma molti non se ne sono neanche accorti (i più critici dicono che non l’hanno mostrato troppo proprio per evitare i fischi). Quando poi il presidente Usa è sceso in campo per la premiazione, ci sono stati altri fischi, ma lui non se n’è curato: Trump ha salutato la folla e poi ha stretto la mano e scambiato grandi sorrisi con ciascuno dei vincitori, mentre le tv inquadravano le lacrime di Messi. Alla fine, Infantino e Trump, camminando insieme e stringendo il trofeo con quattro mani, lo hanno consegnato al capitano della nazionale spagnola Rodri. Ma il presidente americano non sembrava voler lasciare la festa: è rimasto in piedi accanto ai giocatori spagnoli pronti per la foto di gruppo, continuando a complimentarsi con loro, finché Infantino non è corso da lui e lo ha accompagnato fuori scena.
Per Trump, alla fine, è tutto uno show e tira dritto incurante delle critiche o delle tensioni. Per l’Europa è diverso. Da quando c’è il nuovo inquilino alla Casa Bianca, gli Stati membri hanno dovuto imparare a riconsiderare il proprio rapporto con gli Stati Uniti, anche i governi per tradizione più vicini a Washington. Dunque la vittoria della Spagna in finale e prima del Belgio che ha eliminato gli Stati Uniti nonostante il tentativo di Trump di alterare il corretto svolgimento della partita, hanno il gusto di una rivincita che non è solo sportiva ma è anche e soprattutto politica. L’effetto durerà poco ma meglio di niente.