di Daniele Madau

Usare la scuola per ideologia, per fini politici nel senso peggiore del termine-nel caso esistesse-è uno degli errori, dei peccati più grandi. Spero si sia tutti d’accordo. Purtroppo sta accadendo anche questo: nel tempo del linguaggio politico degradato a comunicazione dallo spessore sempre più fine, di capacità di lungimiranza e di visione politica di oscura cecità, di servilismo al consenso, di bassezza di pensiero così stridente con l’altezza che richiederebbe la politica, sta capitando anche questo.
Nei tempi più oscuri, la scuola è stato il luogo privilegiato in cui educare all’obbedienza e alla guerra sin dalla più tenera età; col ritorno delle democrazie, le lotte studentesche, le riflessioni pedagogiche, la scuola è diventata quel luogo, in Italia, in cui le componenti adulte-docenti, famiglie, amministrazione scolstica-si adoperano per il bene e la crescita degli studenti, tramite la cultura e l’educazione. Non sempre questo bellissimo progetto si realizza, ma tale è, veramente, il fine scolastico, secondo le leggi, i contratti del personale e i documenti ufficiali che regolano gli istituti e i loro indirizzi.
L’attuale governo, in passato, ha, tramite le parole del ministro Valditara, più volte difeso i professori ed emanato provvedimenti che hanno agevolato il corpo docente, come l’assicurazione sanitaria integrativa (ma si vorrebbe un sarvizio sanitario pubblico decente) e il rinnovo di tre contratti (ma con l’ultimo, paradossalmente, sembra che l’aumento, in alcuni casi, sia minore dell’indennità di vacanza contrattuale precedente). Ha poi elaborato la riforma della maturità, decantata dal governo nei giorni del record di longevità: ma si è esaurita, in realtà, nel taglio della commissione esaminatrice e poco più. Si può verificare, è interesse di tutti.
Vivo poi personalmente, da docente, il taglio dei collaboratori scolastici, con tutto quanto consegue per la vita quotidiana delle nostre scuole. Ora, però, non è il caso di parlare di aspetti personali o particolari, ma di proporre un ragionamento generale.
Quanto può influire, allora, l’orientamento governativo di turno sulla finalità sopra ricordata e faticosamente raggiunta in decenni di dibattiti, stagioni politiche, riforme, tagli, inverni demografici, carenze di personale, coraggiose prese di posizione, lavoro quotidiano? Credo, quanto prevede la Costituzione, corredato dagli esiti della riflessione pedagogico-educativa, e niente di più.
Si parte, quindi, dall’articolo 3, e si cercherà di non discriminare nessuno e di rimuovere ogni ostacolo di ordine economico e sociale al pieno sviluppo della persona. Quindi, per esprimerci semplicemente e in parole povere, nessuna classifica secondo la quale decidere chi debba essere svantaggiato e chi no, perché nessuno deve essere discriminato. Non si capiscono bene, dunque, le parole della presidente Meloni quando afferma, con tono combattivo, che mal si addice alla scuola: “Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Una povera immagine che, discostandosi dalla realtà-perché non esiste una tale situazione- tradisce una finalità ideologica. E questa è già una prima ferita alla dignità della scuola, e dei componenti della sua comunità, alla quale la società fa affidamento per crescere in benessere, realizzazione e, quindi, felicità. Più volte, poi, nello stesso discorso, la presidente ha citato la necessità dell’integrazione, non sapendo che, in ambito didattico e pedagogico, è un concetto superato da circa due decenni, sostituito da inclusione: il primo prevede lo sforzo di privazione di qualcuno per entrare in un contesto, il secondo prevede la valorizzazione delle caratteristiche di ognuno. Forse in questo caso, però, richiedere tale tipo di conoscenza è pretendere troppo.
La conclusione del ragionamento è che un prossimo consiglio dei ministri imporrà un tetto al numero di stranieri per classe, insieme al divieto di usare burka e niqab e alla denominazione di licei anche per gli istituti professionali. Sulla prima misura, basti soltanto ricordare che solo lo 0, 3 per cento di classi per alcuni studi, lo 0,6 per altri, ha un numero di studenti stranieri tra il 20% e il 30%, e che esiste già un limite, appunto, del 30% dalla riforma Gelmini del 2010 il quale, secondo l’associazione dei presidi, è già inapplicabile. E l’inapplicabilità di una legge è una forzatura burocratica che crea malfunzionamento, e quindi ostacoli al pieno sviluppo della persona, violando l’articolo tre della Costituzione.
Sulla seconda misura, giova ricordare come in Italia, il riferimento normativo esista già, e cioè l’articolo 5 della Legge 152/1975 , nota come Legge Reale. Tale norma vieta nei luoghi pubblici o aperti al pubblico qualsiasi indumento che, senza un giustificato motivo, renda difficoltoso il riconoscimento della persona.
I tribunali amministrativi, come TAR e Consiglio di Stato, hanno in più occasioni chiarito come burqa e niqab, in quanto veli integrali, nascondendo il volto, confliggano direttamente con le esigenze di sicurezza mentre lo hijab, considerato un simbolo religioso, è permesso nelle scuole e nei luoghi pubblici, in quanto non impedisce il riconoscimento del viso e rispetta la libertà di culto garantita dalla Costituzione.
Anche a livello sovranazionale, la legislazione giustifica gli Stati che vietano l’uso di veli integrali nelle scuole secondarie. Non è ben chiaro, quindi, quale novità apporti questa decisione che, al contrario, inserita con le altre nel mosaico che si va a delineare, sembra far trasparire un cedimento all’ideologia, e agli esiti nefasti che questo comporta. Quali sono? Basta razionalizzare un po’, e non lasciarsi trascinare dal tumulto dell’agone politico, per capire quanto sia scorretto e asfittico usare il corpo della scuola per fini che non siano la scuola stessa, ma più coincidenti con interessi elettorali.
Sulla terza misura, la denominazione di licei per gli istituti professionali, davvero non ci avevamo pensato, tanto sembra marginale la questione. Si può anche essere d’accordo, ma sfugge la finalità, e scappa un amaro sorriso, pensando a quanto la scuola soffra e di quanto abbia bisogno. Basti pensare alla professoressa ferita qualche giorno fa e a tutto quanto riguardi questo grave caso: la preparazione del ragazzo al gesto, il compagno che lo blocca, le parole di perdono della professoressa, la drammatica realtà che fa sì che una docente che sembra abbia avuto pensieri di remigrazione sia salvata dal giovane straniero.
A questo dobbiamo pensare, con nel cuore Platone, Leopardi, Virgilio, la nostra materia preferita, il compagno di banco, i professori severi e quelli indulgenti, che sempre più sembrano soli e, quindi, bersagli, quelle mura sempre un po’ decadenti da cui volevamo scappare, quei presìdi di cultura nei constesti di povertà. E a questo dobbiamo pretendere che pensino i nostri decisori politici, di qualsiasi colore e parte, perché, sinceramente, siamo stufi di vedere l’Italia sotto la media europea di investimenti in ricerca e istruzione, con tutto ciò che ne deriva. Che è molto, infinitamente, più importante delle prossime elezioni per le quali, già ora, non si ha pudore di sfruttare il corpo della scuola.