Multilateralismo, la «contro-alleanza» di Ue, Canada, Brasile, Australia, India, Kenya e Barbados 

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa (a sinistra) e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (a destra) incontrano il premier australiano Anthony Albanese a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Epa)

Si apre ufficialmente l’UNGA, l’acronimo che sta per Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che riunisce i 193 Stati membri dell’Onu. Mai come in questo momento il multilateralismo è in difficoltà, con le grandi potenze che non esitano a sfidare l’ordine mondiale a loro piacimento. Russia e Cina certamente, ma anche gli Stati Uniti. Le Nazioni Unite sembrano impotenti di fronte al moltiplicarsi dei conflitti a cominciare da quelli più vicini a noi in Ucraina e in Medio Oriente.

C’è urgenza di tornare a rispettare i valori su cui si fonda la democrazia. È il filo rosso che unisce l’annuncio della presidente von der Leyen mercoledì scorso a Strasburgo che il Canada potrebbe diventare il primo «membro associato» all’Unione europea al lancio ieri a New York dell’iniziativa«Partners per il multilateralismo» (P4M)da parte di Unione europea, Canada, Brasile e Kenya, a cui si sono aggiunti India, Australia e Barbados. L’iniziativa resta aperta a tutti i Paesi che vi vogliono aderire.

Nella dichiarazione finale i sostenitori scelgono «la cooperazione, il rispetto del diritto internazionale, il multilateralismo e la responsabilità condivisa come fondamenti dei nostri sforzi collettivi». È importante sottolineare che l’iniziativa è trasversale, riunisce alcuni Paesi del G7, dei Brics e del Sud globale. Il testo è stato distribuito a tutti i 193 Paesi, che vi possono aderire in qualsiasi momento. Il documento non è neutro: senza menzionarli esplicitamente critica Stati Uniti, Russia e Cina che negli ultimi anni hanno adottato logiche di politica di potenza per regolare le relazioni internazionali.

L’Unione europea, che non ha un seggio all’Onu e ha lo status di osservatore, è presente in forze a New York. Ci sono i presidenti delle tre istituzioni Ue: Ursula von der Leyen (Commissione), António Costa (Consiglio europeo), Roberta Metsola (Parlamento). Ci sono anche l’Alta rappresentante Kaja Kallas e diversi commissari. Tutti a loro modo impegnati a tessere alleanze, nella consapevolezza che la capacità di incidere dipende anche dalla forza delle coalizioni.

«Europa e Canada credono nella democrazia. Credono che il potere non appartenga al più forte, al più ricco o a chi alza di più la voce, ma a tutti noi; che le democrazie siano libere di scegliere con chi collaborare», aveva detto von der Leyen nel suo discorso a Strasburgo. Trump non l’ha presa benissimo e la prima reazione è stata di mettere in guardia l’Unione europea da un’operazione «ostile», pena nuovi dazi molto elevati. Era stato il premier canadese Mark Carney nel memorabile intervento pronunciato al Forum economico di Davos a registrare la «rottura dell’ordine mondiale», l’inizio di «un’età brutale» e la necessità di un’alleanza tra le medie potenze. In questi mesi ne abbiamo visto la conferma.

Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, il primo ministro del Canada Mark Carney, il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva e il presidente del Kenya William Ruto hanno affidato il senso della loro iniziativa a un intervento sul Financial Times, pubblicato domenica scorsa e intitolato «Multilateralism is not idealism, it is a necessity», il multilateralismo non è idealismo, è una necessità. Ancora più eloquente il sottotitolo: Dobbiamo rafforzare il nostro sistema di cooperazione, non sostituirlo. «Il diritto internazionale è sotto pressione — scrivono —. Il linguaggio delle sfere d’influenza e della politica di potenza è tornato alla ribalta. I legami economici vengono sempre più utilizzati come strumenti di pressione e coercizione, mentre la disuguaglianza è in aumento, sia all’interno dei Paesi sia tra Paesi diversi. Alcuni potrebbero quindi concludere che il sistema multilaterale abbia fallito. In parte, questa critica è comprensibile. Un sistema multilaterale che non riflette la realtà odierna non resisterà alla prova del tempo. Ma la necessità di cooperazione multilaterale è più viva che mai. Il mondo del dopoguerra è ormai lontano, ma la logica di fondo che giustificava la cooperazione multilaterale è più evidente che mai».

Su una cosa i leader sono stati chiari: «P4M non mira a creare un altro blocco esclusivo o un’altra burocrazia internazionale. Il suo scopo è l’opposto: creare un quadro flessibile e aperto per i Paesi di diverse regioni e tradizioni politiche disposte a collaborare superando le divisioni, a costruire coalizioni per le riforme e a tradurre i principi condivisi in azioni concrete». P4M sosterrà dunque la riforma delle Nazioni Unite e di altre istituzioni multilaterali, per renderle più rappresentative, legittime, efficaci e affidabili.

Per esemplificare la situazione attuale, i quattro leader hanno ricordato che nel 2025 si sono registrati 65 conflitti armati tra Stati in 35 Paesi, il numero più alto dal 1946, mentre la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.900 miliardi di dollari. Hanno anche sottolineato che «il commercio globale ha raggiunto la cifra record di 35 mila miliardi di dollari lo scorso anno e 6 miliardi di persone – quasi tre quarti dell’umanità – sono connesse a Internet».

La dichiarazione finale esprime preoccupazione per «la crescente polarizzazione, la diffusione dei conflitti, le violazioni del diritto internazionale e il ricorso sempre più frequente alla politica di potenza, al protezionismo, alla coercizione e alla minaccia o all’uso della forza». Il testo prosegue mettendo in evidenza «le sfide globali condivise, tra cui la triplice crisi planetaria — l’emergenza climatica, la perdita di biodiversità e l’inquinamento — e il rapido sviluppo delle tecnologie emergenti, in particolare dell’Intelligenza artificiale» che richiedono «una cooperazione più forte e una fornitura più efficace di beni pubblici globali».

Per i firmatari il sistema multilaterale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite «rimane indispensabile». Inoltre riaffermano l’impegno a favore del diritto internazionale e dei principi di uguaglianza sovrana, integrità territoriale, soluzione pacifica delle controversie e divieto della minaccia o dell’uso della forza. Riaffermano anche l’«impegno per l’attuazione tempestiva dei principali accordi e quadri internazionali, tra cui l’Accordo di Parigi e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile». Ma gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, si sono ritirati dall’Accordo di Parigi.

È dunque in questo spazio tra i principi proclamati e la loro applicazione che il P4M dovrà dimostrare la propria utilità: l’obiettivo è non arrendersi alla legge del più forte, ma la forza nella cooperazione è tutta da dimostrare.

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