di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

A margine della convention di midterm dei repubblicani a Dallas, ad un evento intitolato “Forum” (sottotitolo: “Dove la destra dibatte il futuro”) in un caldissimo pomeriggio texano lo scorso 9 settembre Michael Anton ha dialogato con il giornalista Bradley Devlin del sito conservatore Daily Signal. Ho fatto i salti mortali per uscire dalla zona blindatissima dell’arena dove si teneva la convention e arrivare in tempo al suo intervento, dal lato opposto della città, per poi tornare indietro in tempo per il discorso di Trump (quello in cui ha promesso 5000 dollari ad ogni americano se i repubblicani vinceranno entrambe le camere del Congresso il 3 novembre). Ci tenevo ad ascoltare Anton, l’ex direttore della pianificazione politica al dipartimento di Stato, perché è considerato il principale autore della nuova Strategia per la sicurezza nazionale pubblicata dalla Casa Bianca e perché lo si vede davvero raramente in pubblico. Si è dimesso a settembre dal dipartimento di Stato (ora è uno studioso del think tank conservatore Claremont Institute e insegna al college conservatore e cristiano di Hillsdale, in Michigan), lasciando la prima bozza della Strategia per la sicurezza nazionale; lo ha sostituito Michael Needham, stretto consigliere del segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha contribuito alla stesura del documento. Da allora, “scrivo, insegno – dice Anton – e sto cercando di perfezionare l’arte diessere un recluso e di non vedere nessuno… Il mondo mi dà sui nervi”.
Californiano di nascita, con radici italiane (non sono servite a convincerlo a darmi un’intervista) e libanesi, Anton per anni ha tenuto un basso profilo ma ha avuto una influenza tale da essere stato definito dal sito Politico uno dei più importanti intellettuali dietro la rivoluzione di politica estera di Trump. La sua fama è legata a un articolo «virale» del 2016, ad appena due mesi dalle elezioni presidenziali, intitolato «Flight 93 election» (l’elezione del Volo 93), nel quale Anton scrisse che era dovere dei conservatori evitare la vittoria di Hillary Clinton: un dovere che paragonò a quello che i passeggeri avevano di deviare l’aereo dirottato dai terroristi di Al Qaeda, una questione esistenziale per prevenire «l’importazione senza fine di stranieri dal Terzo mondo». Anton vedeva nella tolleranza per l’immigrazione di massa il segno di «una civiltà che vuole morire» (un tema che torna in chiave europea nella Strategia per la sicurezza nazioale della Casa Bianca del 2026) e in Donald Trump l’unico che poteva salvare la Repubblica ridotta in rovina dalla sinistra.
E’ stato viceconsigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato. Il presidente, annunciando la sua nomina nel secondo mandato, scrisse sui social che Anton «ha passato gli ultimi otto anni a spiegare che cosa significhi davvero la politica estera America First». Ha anche partecipato ai primi colloqui tra ucraini e russi e guidò i negoziati tecnici sul nucleare con l’Iran a Roma. Ma la cosa interessante di questo incontro a Dallas era che che la conversazione era intitolata: “Sul futuro”.
Alla domanda “dove dovrebbe puntare l’America per il 2050?” Anton ha risposto così: “Dovremmo avere una frontiera chiusa e sicura attraverso l’espulsione di tutti gli immigrati illegali. Non ti concentri solo sui peggiori, parti dai criminali condannati e noti al sistema che sono ancora qui, ma non ti fermi a questo. Questa dovrebbe essere la priorità numero uno. Quello che gli Stati Uniti non possono tollerare, se vogliono essere riconoscibili nel 2050, è che arrivi per quattro anni una amministrazione che unilateralmente apre i confini e lascia entrare un numero di persone tuttora di proporzioni incerte… Nei quattro anni successivi non puoi rovesciare o capovolgere la situazione in modo sostanziale. E non so cosa succederà con l’Intelligenza artificiale, ma vorrei vedere il mercato del lavoro il più ristretto possibile a favore dei cittadini americani nati in America. Conosco molti conservatori che non sono d’accordo con me. Ma io penso che se anche aumentano i prezzi che dobbiamo pagare come consumatori, questo gioverà allo stato di salute dell’economia e la prosperità sarà più condivisa”.
La parte più interessante riguarda la politica estera. “Dipende da quali sono le minacce reali – afferma Anton -. Quali sono reali? E’ difficile dirlo. Abbiamo tutti paura della Cina, ma di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura che la Cina attraversi il Pacifico per arrivare agli Stati Uniti? Questo sarebbe molto preoccupante, se fosse una possibilità realistica, giusto? Abbiamo paura che la Cina faccia la prepotente con i suoi vicini nell’Asia orientale? Bé, la Cina lo fa da decenni. E’ un problema. Lo gestiamo attraverso le alleanze. Continueremo a gestirlo così, al meglio possibile”.
La Russia per Anton è una minaccia ancora meno reale. La Russia “ha perso mezzo milione di vite combattendo per quattro anni e mezzo per prendersi un paio di centinaia di chilometri quadrati di villaggi, che non è granché, e nessuna infrastruttura o risorse critiche. Io non penso che vogliano andare in Polonia o in Germania. Ma anche se lo facessero, non succederà nemmeno lontanamente nel prossimo futuro.Potrebbero farsi prendere da uno spasmo, da un attacco russo psicotico di rabbia e cominciare a lanciare ordigni nucleari? Tutto è possibile, ma non mi aspetto che accada. Perciò in politica estera, finché possiamo proteggere i nostri confini e i nostri interessi chiave all’estero e i nostri alleati che vogliono essere protetti e che vogliono condividere il peso della loro protezione, penso che questo sia tutto quello che dovremmo fare. E penso che parte della nostra politica estera debba consistere nello smettere di fare cose stupide. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’esportazione del liberalismo woke in tutto il mondo: in Europa, nel mondo anglosassone; e con meno successo – ma non totalmente senza successo – in Asia orientale. Dovremmo innanzitutto smettere di fare questo, perché così stiamo indebolendo questi Paesi e li stiamo rendendo alleati peggiori e meno validi. Ed è terribile per i loro popoli. Penso che tutta questa roba sia terribile per l’anima“.
Anton ha contribuito a plasmare la politica estera Maga, ma si è formato nel partito repubblicano dei neocon e di George W. Bush (studiò Leo Strauss, ha scritto i discorsi di Condoleezza Rice), e ha lavorato per Murdoch e per Blackrock. Ma poi ha cambiato strada, come altri che si erano formati nell’establishment di Washington e hanno abbracciato il trumpismo. Nel 2019 descrisse «La Dottrina Trump» su Foreign Policy: radicata nell’idea che le nazioni devono perseguire i loro interessi nazionali anziché distrazioni idealiste come costruire democrazie all’estero o aprirsi a migrazioni infinite. Su Taiwan ha suggerito di preservare lo status quo ma anche che «non c’è un cruciale interesse nazionale Usa che ci porterebbe a fare la guerra su Taiwan». Queste idee si rivedono chiaramente nel suo recente intervento a Dallas. Resta da vedere se nel futuro verranno relegate in un think tank o torneranno di nuovo alla ribalta con un successore di Trump.
Intanto, Anton, che è un appassionato di Machiavelli e in passato ha scritto con lo pseudonimo Antongiavanni un libro sui consigli di moda che Machiavelli darebbe oggi ai giovani, si dedica a scrivere libri: lo scorso settembre ha pubblicato un libro di 450 pagine intitolato “Studies in Machiavellian Political Philosophy”. Non gli importa, ha spiegato al pubblico del Forum, se lo leggeranno solo in pochi.