di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Domenica il Brasile ha votato, lunedì Pedro Sánchez ha convocato le elezioni anticipate in Spagna. Due Paesi lontani, due leader della sinistra, la stessa sensazione di un ciclo che si chiude in quei Paesi.
In Brasile Flávio Bolsonaro ha ottenuto al primo turno un risultato a sorpresa: è il favorito per il ballottaggio e porterebbe il Paese decisamente a destra. A pesare è lo scarto rispetto alle attese, perché i sondaggi privati della vigilia davano Lula avanti di circa tre punti al primo turno e un secondo turno alla pari. La partita non è chiusa, ma nessun vincitore del primo turno ha mai perso il ballottaggio, però mai il secondo arrivato era stato così vicino. Si vota il 25 ottobre.
Il paradosso è che a prevalere è l’erede di una dinastia che ha portato il Paese vicino allo strappo. Jair Bolsonaro rifiutò la sconfitta del 2022 e i suoi sostenitori assaltarono palazzo presidenziale, Congresso e Corte suprema. Una storia già vista altrove. Oggi il figlio, alleato di Trump, ha corso in una campagna dominata da criminalità, corruzione e dal presidente americano, con accuse di ingerenza statunitense. Il vento Maga soffia su Brasilia, e il tocco di Lula sembra smarrito.
A Madrid la dinamica è diversa ma il tema è lo stesso. Sánchez ha indetto il voto per il 29 novembre dopo che il Parlamento ha bocciato il piano sulla casa con cui sperava di placare le proteste sociali, con i voti di Junts, PP e Vox. Il premier socialista è in calo nei sondaggi, ma la bocciatura offre ma la bocciatura offre al Psoe una narrazione semplice: difendere chi cerca casa contro la destra che ha affossato le misure. È una scommessa con dei rischi, perché, come notano gli analisti, dopo oltre otto anni di governo l’esecutivo può essere accusato a sua volta di non aver risolto una crisi che è diventata una delle principali fonti di malcontento nel Paese.
Bruxelles sperava di arrivare a fine anno senza scossoni elettorali per dedicarsi ai principali dossier, a partire dal bilancio Ue 2028-2034 il cui negoziato inizierà al Consiglio europeo della prossima settimana e vedrà lo scontro più duro nella riunione di dicembre. Il voto spagnolo anticipa invece l’incertezza attesa dal 2027, con Francia, Polonia e Italia alle urne, insieme ad altri Paesi Ue. Se Sánchez perdesse (cosa non scontata, perché in passato ha fatto grandi rimonte), al tavolo del Consiglio europeo non siederebbe più un leader socialista di un grande Paese. Restano Costa (che però è presidente super partes), Frederiksen, Abela e forse Andersson. Ma non sempre in Europa uno vale uno.
Secondo Alberto Alemanno, titolare della cattedra Jean Monnet di diritto dell’Ue all’Hec di Parig, se dopo la Spagna cambiasse maggioranza nel 2027 anche la Francia, l’asse franco-spagnolo, contrappeso progressista ai governi di Berlino, Roma e Varsavia, scomparirebbe e Meloni smetterebbe di essere l’eccezione per diventare la norma. Nathalie Tocci, professoressa alla School of Advanced International Studies Europe della Johns Hopkins University, aggiunge che «il rischio è la trasformazione da un progetto di integrazione a uno di semplice cooperazione. Un conto è un’Ue con Meloni insieme a Merz, Macron, Sánchez e Tusk, un conto è una Meloni circondata da Le Pen, Abascal, Feijóo, un Kaczynski e via dicendo».
Sul tavolo ci sono dossier concreti. Madrid fa parte con Roma degli Amici della Coesione, e il suo peso nel negoziato sul bilancio si indebolisce proprio nelle settimane decisive, con i Frugali guidati dalla Germania intenzionati a non retrocedere di nemmeno un passo. Una vittoria di PP e Vox, che governano già insieme in quattro regioni, potrebbe pesare sul Green Deal, di cui la Spagna è oggi grande sostenitrice.
Guntram Wolff, professore all’Université libre de Bruxelles e senior fellow presso i think tank Bruegel e Kiel Institute, avverte che il vero problema è rappresentato da «politici nazionalisti che non sono impegnati verso l’euro e l’integrazione europea, che comporta privilegi ma anche doveri. Uno dei doveri importanti dell’Unione monetaria è tenere in ordine i propri conti». Dunque per la Francia è la grande incognita in caso di vittoria di Le Pen, dal momento che la situazione di bilancio di Parigi richiede una correzione e «se non c’è, i mercati diventeranno estremamente nervosi, così i cittadini e i Paesi partner».
Il problema, però, non riguarda soltanto i grandi Paesi. A Est la crisi dei partiti di centrosinistra è ancora più evidente. In Ungheria il governo di Orbán è stato battuto a metà aprile dopo 16 anni, ma la socialdemocrazia è collassata e il Partito socialista è rimasto fuori del Parlamento. In Repubblica Ceca per la seconda volta consecutiva nessun partito di centrosinistra è entrato in Parlamento. In Slovenia i socialdemocratici sono rientrati con circa il 6,7% e sei seggi, mentre in Bulgaria il partito di area ha preso una linea decisamente conservatrice.
Gli Stati Uniti sembrano andare controcorrente. Ma anche qui il dato racconta soprattutto la forza dell’opposizione più che una rinascita politica della sinistra. Secondo il sondaggio New York Times/Siena, i likely voters preferiscono i democratici ai repubblicani di quasi nove punti nella scelta del candidato al Congresso nel proprio distretto (51% contro 43%), mentre l’approvazione di Trump è al 38%. Il costo della vita è il tema che più pesa sui repubblicani. Nel sondaggio, solo il 28% approva la gestione di Trump sull’affordability, contro il 71% che la disapprova; inoltre i democratici sono preferiti ai repubblicani sul costo della vita 51%-43%.Il campo di gioco si è ristretto con le nuove mappe, ma ai democratici bastano tre seggi netti e gli analisti li vedono favoriti. Dunque il filo è lo stesso: il vento premia chi sta fuori dal governo. Lula e Sánchez pagano la tassa dell’incumbent in tempi di prezzi alti, come Trump, e come Orbán a suo tempo in Ungheria.
Le battaglie della sinistra — casa, salari, sanità, protezione dalle crisi — non sono superate. È la capacità di trasformarle in risposte credibili che sembra essersi indebolita. Lo dimostra proprio la casa, che ha fatto cadere un decreto e probabilmente un governo. Il dibattito pubblico in Europa è sempre più definito da casa, salari e costo della vita. Il punto è chi sembra occuparsene. La politologa Maria Snegovaya, nel suo libro When Left Moves Right, sostiene che nell’Europa dell’Est l’adozione di un’economia neoliberale ha allontanato la base operaia e aperto spazio ai populisti di destra.
Sulla casa a bloccare le misure sono state proprio le destre, e Junts sostiene che più intervento peggiorerebbe il problema. La destra radicale vince spesso sulle paure più che sulle soluzioni e, dove governa, ha offerto poco in redistribuzione. I suoi sostenitori ribattono che la sinistra propone più tasse e più regole proprio mentre i prezzi salgono. Resta il fatto che una parte crescente degli elettori vede nella destra la forza che prende sul serio i propri problemi. Finché la sinistra non riuscirà a rispondere con proposte credibili, quella percezione continuerà a pesare.