Il referendum del 20 e 21 settembre: dialogo sulla legge di riforma col costituzionalista Gianmario Demuro

Il costituzionalista Gianmario Demuro

Mancano dieci giorni al referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari: è più che mai opportuno, quindi, alimentare un sereno dibattito sulle varie posizioni. Con Gianmario Demuro, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Cagliari ed ex assessore alle Riforme della Regione Sardegna nella giunta del presidente PD Pigliaru, da cui si dimise dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 2016- di cui aveva sostenuto le ragioni del Sì- analizziamo alcuni aspetti tecnici e la sua personale posizione.

di Daniele Madau

Professor Demuro, può esporci il contesto politico in cui è nato il referendum confermativo, il suo fine e come mai si è reso necessario? Il contesto in cui nasce – la mia, in questo caso, è una risposta da analista politico – è quello delle riforme previste e proposte dal Movimento Cinque Stelle; questo non significa che altre forze politiche, negli ultimi quarant’anni, non abbiano fatto proposte di riduzione dei parlamentari. Erano sempre, però, proposte inserite in un contesto più ampio. Per cui, sia nel 2006 che nel 2016, vi era una proposta più ampia di riforma della costituzione che, poi, non è stata confermata dal corpo elettorale. Questa, per come la vedo io, in una analisi personale, è una riforma dei cinque stelle, una sorta di battaglia -legittima- di una delle componenti della coalizione. Tant’è che questa proposta ha fatto anche parte dell’accordo di governo che ha portato alla formazione dell’attuale esecutivo; era uno dei pezzi, diaciamo, che componevano il progetto di riforme da realizzare. Per cui, dal punto di vista della storia parlamentare, il Partito Democratico ha avuto inizialmente delle perplessità: questo è il contesto in cui è sorto. Si è reso necessario, poi, semplicemente perché è stato richiesto: la Costituzione prevede che, per le riforme costituzionali che non siano approvate da almeno i due terzi degli aventi diritto, un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali, possano richiedere un referendum consultivo. Questo è quello che è accaduto: c’è stata una richiesta da parte delle minoranze -diciamo così- di indire un referendum. Se non fosse successo così, semplicemente, entro tre mesi la riforma costituzionale sarebbe entrata in vigore.

Il dibattito, come è giusto che sia, in questi giorni è molto vivo. Uno degli argomenti, di chi si schiera a favore del Sì è che la riduzione riallineerebbe i numeri del parlamento italiano a quello delle altre grandi democrazie: condivide questa visione? I giuristi, anche se non sono dei fisici, pensano di essere degli scienziati e la nostra scienza della comparazione si chiama Diritto Comparato: nel caso del Diritto Comparato Costituzionale possiamo comparare, diciamo così, dei vari livelli di democraticità. Faccio un esempio un po’ paradossale: io non conto i numeri dell’assemblea del popolo della Cina perché non è quello il bench mark – il segno distintivo – che mi fa capire quale sia il livello di democrazia della Cina, perchè so già che la Cina non è un paese democratico. Non è, quindi, tanto il numero rispetto alla rappresentanza che, secondo me, si deve prendere in considerazione, anche se accade. La mia opinione è che ogni paese, da questo punto di vista, ha delle caratteristiche tutte diverse: noi non possiamo comparare sistemi bicamerali che sono completamente diversi. L’Italia, da questo punto di vista, ha un sistema bicamerale per cui Senato e Camera svolgono esattamente le stesse funzioni; ma, per esempio, può essere comparabile con il Regno Unito dove la Camera dei Lords ha una origine di tipo non elettivo con un Senato elettivo? Si può comparare il Bundesrat che, in Germania, è una vera e propria camera dei lander per una effettiva rappresentanza regionale con un Senato che è, sì, eletto su base regionale ma non prevede una vera e propria rappresentanza regionale?Oppure, ancora, nel senato americano vi sono cento senatori per un paese molto grande: ebbene, le sembra democratica la regola, settecentesca, per cui il Delaware che, praticamente, è un paesino abbia gli stessi senatori della California? Io, sinceramente, di fronte a tutti questi paradossi, non condivido il ragionamento del tot abitanti tot rappresentanti in astratto. Condivido, invece, dal punto di vista territoriale che, se una regione è meno popolata di un’altra, abbia meno rappresentanti, come sistema di equilibrio. Pensi al Parlamento Europeo: c’è Malta così come c’è la Germania. Per cui io ragionerei su una proporzionalizzazione della rappresentanza: ora un taglio lineare taglia semplicemente, appunto, i numeri e questi numeri devono essere ridistribuiti; e, allora, se io voglio ridistribuire, non mi interessa un calcolo in astratto, mi interessa un calcolo proporzionato alle dimensioni reali del Paese.

Un’altra posizione che emerge- anche nella sinistra che, adesso, si è schierata ufficialmente per il Sì – è quella che afferma come sarebbe meglio abbandonare questa riforma per concentrarsi, invece, sul monocameralismo. Su questo tema, cosa ne pensa? Il monocameralismo è un’antica battaglia della sinistra dai tempi, mi vien da dire, della Rivoluzione Francese e fu proposta anche dall’assemblea costituente. Io proverei a rovesciare la sua domanda, se non si offende: il monocameralismo, per carità, è una scelta; io sarei, però, per un bicameralismo differenziato e cioè una camera -anche ridotta di numero: non mi interessa, come detto, il ragionamento sui soli numeri -che, come prevedeva la riforma del 2016, pur tra tanti difetti, la quale rappresentasse le autonomie. Questo è un dibattito che possiamo far risalire al Risorgimento, a Cattaneo, e che riguarda il fatto se vogliamo o no rappresentare al centro la democrazia regionale o locale. Su questo, nella sinistra, a parte la posizione di Luciano Violante, non c’è stato alcun pronunciamento. Quindi, ricapitoliamo: o il sistema è monocamerale, e le regioni sono dei departements , alla francese, ma se invece pensiamo che le autonomie regionali debbano essere al centro, dobbiamo trovare una sintesi: guardi che anche questa vicenda sanitaria ha mostrato l’importanza della realtà locale.

Da un punto di vista tecnico-scientifico, può spiegare ai lettori i pro e i contro della riforma? In realtà, è difficile considerarla una riforma, è un taglio lineare, o poco più. Da un punto di vista scientifico faccio fatica perché noi, costituzionalisti, ci siamo pronunciati, in più di duecento, contro: esiste un documento che mostra come, dal punto di vista dei risultati, sia poca cosa. Un po’ di risparmio e un numero ridotto che dovrebbe portare una maggior qualità della democrazia: è tutto, però, indimostrabile. Di per sé è una di quelle riforme inutili o quasi. Al contrario, è presente il rischio di bassa rappresentanza e di concentrazione nelle mani dei partiti. Io vedo, in conclusione, più pericoli che opportunità. Con la riforma del bicameralismo, sarebbe stata anche opportuna la riduzione dei parlamentari. Il Senato, nella mente del costituente, doveva essere quello delle autonomie. Invece, così, avremo piccole camere che fanno le stesse cose. Due camere, con meno persone, che fanno le stesse cose: penso alla dichiarazione di Parisi che si è chiesto quando mai si sia vista un’assemblea di lavoratori che decida di fare lo stesso quantitativo di lavoro con meno persone.

Può ora, in conclusione, dopo averla già anticipata in maniera anche approfondita, presentare ulteriormente la sua posizione? La mia è una posizione pubblica, derivante anche da quanto, appunto, capitato nel 2016. Ho firmato il manifesto di cui si è parlato, insieme a numerosissimi costituzionalisti, che presenta tutti i pericoli della riforma. La posizione, quindi, che ribadisco è per il No: il problema non è il numero ma l’esercizio della funzione. In ultimo, poi, credo che la politica debba elevarsi al di sopra delle pulsioni, le quali, evidenemente, hanno generato questo tentativo di riforma.

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