‘Il paradiso per me: tutti insieme, bengalesi, egiziani, tunisini,albanesi, donne e uomini, adulti e bambini’. Incontro con Eraldo Affinati, in occasione delle ultime sue pubblicazioni

di Daniele Madau

Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e critico letterario, è nato nel 1956 a Roma dove vive e lavora. Insieme alla moglie, Anna Luce Lenzi, ha fondato la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati. Finalista al premio Strega e autore impegnato, ha studiato a fondo Mario Rigoni Stern e Milo De Angelis. Ha fatto conoscere al pubblico un autore dimenticato come Silvio D’Arzo. Il 22 settembre sono stati pubblicati per la Mondadori, ‘I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo’, con Marco Gatto e, per la Einaudi, ‘Gec dell’avventura’, in cui ha la possibilità di ‘chiudere un cerchio’: scrivere, al posto dell’autore che ha tanto studiato, il finale di un suo romanzo incompiuto.

Eraldo, grazie, come sempre, della tua disponibilità. Il 22 settembre sono stati pubblicati due volumi che ti vedono, questa volta, come coautore. Il primo è  I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo, con Marco Gatto, insegnante con cui condividi l’esperienza della Penny Wirton. Il secondo è Gec dell’avventura, a cura di Alberto Sebastaini,  in cui hai avuto la possibilità di scrivere il finale della narrazione incompiuta di Silvio D’Arzo.  Come sempre, riesci a unire prolificità e profondità. Partirei, dunque, dal primo titolo che si trasforma in un’accorata riflessione sulle ultime possibilità di resistenza civile, in un mondo che sembra dominato da odio e nazionalismi e che relega in una posizione subordinata e afona gli intellettuali, direi, ‘militanti’.  Tu dici che questa resistenza è praticabile soprattutto a scuola, luogo che è la tua e la mia vita: è una lettura corretta? Puoi spiegarci perché la scuola? 

Credo che la scuola rappresenti oggi un presidio etico fondamentale: certo, si tratta di una postazione in larga parte compromessa dalla crisi delle principali agenzie educative, tuttavia sarebbe difficile negarle la centralità dovuta: lo stiamo vedendo in questa terribile pandemia. E’ come se il cuore nevralgico del Paese pulsi nell’aula scolastica dove adulti e giovani si incontrano fuori dagli ambienti familiari. A scuola si consegna il testimone della tradizione, si formano i futuri cittadini, si elabora un’idea del passato e del futuro. In particolare è a scuola che si svolge il lavoro umano di confronto fra persone, indispensabile per favorire la crescita delle generazioni venture. Ecco perché il razzismo rappresenta sempre una sconfitta di tutti: significa che noi adulti non siamo riusciti a promuovere il rispetto del nostro prossimo.

“I meccanismi dell’odio”, è anche un viaggio intellettuale attraverso grandi pensatori, da don Lorenzo Milani a Philip Roth, da Toni Morrison a Pierre Bourdieu: puoi regalarci qualcuno dei loro insegnamenti, lasciando i restanti al piacere della scoperta dei lettori?

Con Marco Gatto, amico e sodale, fra i soci fondatori della Penny Wirton, ci siamo rivolti ai maestri ideali da cui ricavare alimento. Ogni nostro ragionamento lo abbiamo passato al vaglio dei pensatori sui quali ci siamo formati. Nel mio caso Don Milani assume un ruolo decisivo: reso ancora più attuale dalle disuguaglienze odierne. Molte delle riflessioni del priore di Barbiana (importanza cruciale del linguaggio, necessità di una riformulazione degli spazi e dei modi del fare scuola, rilancio di un cristianesimo militante che assume il peso dell’altro) potrebbero esserci utili ancora oggi, in ottica planetaria.

Siamo ancora nel mezzo della pandemia. Il papa, nella recentissima enciclica ‘Fratelli tutti’, che so hai letto, l’ha definita ‘gemito del mondo’: anche nel saggio occupa una parte importante, come ne avete trattato?

La frase compresa nella quarta di copertina dei ‘Meccanismi dell’odio’ sembra anticipare l’ultima enciclica di Papa Francesco: ‘Il razzismo avvelena i pozzi e inaridisce le fonti perché impedisce di riconoscere la fratellanza. E invece noi siamo legati da una radice comune: tocchi la nervatura e fai vibrare tutta la pianta’. In ‘Fratelli tutti’ il Papa riassume quasi per intero i temi del suo pontificato. I due incontri che fanno da sfondo all’enciclica (quello medievale del poverello di Assisi con il sultano Malik in Egitto e quello dello stesso Bergoglio con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dabi) spiegano in quale direzione: superamento della cultura dei muri, integrazione creativa dei migranti, superamento dell’aggressività sociale favorita anche dall’uso sbagliato dei social, negazione dei gruppi chiusi, sono soltanto alcuni degli spunti da cui dovremmo ripartire.

Credo che la tua figura di scrittore sia unica nel panorama letterario italiano: alla parte teorica e di riflessione, caratterizzata anche dalla tua fede, unisci quella di ‘militanza’, nella scuola per stranieri ‘Penny Wirton’ e nei tuoi ‘pellegrinaggi’ come ad Auschwitz. Ti ritieni ‘militante’, magari erede di coloro che reputiamo ‘militanti’ per eccellenza, Pasolini, Sciascia, Don Milani?

Lo scenario rispetto a quei tempi appare totalmente cambiato. Oggi l’intellettuale che partecipa al dibattito mediatico rischia di trasformarsi in una caricatura; chi si astiene torna a chiudersi nella turris eburnea. Ecco perché l’esperienza diventa imprescindibile: solo così possiamo dare legittimità e valore alle nostre parole. Pe quanto mi riguarda, sin dal mio primo libro su Tolstoj (“Veglia d’armi”, 1992) ho sempre sentito un nesso fra l’attitudine pedagogica e quella letteraria.

A tutto questo, si aggiunge il tuo essere critico letterario, in cui rientra la tua grande conoscenza di Silvio D’Arzo. Hai avuto la possibilità di scrivere il finale apocrifo di ‘Gec dell’avventura’ , un romanzo per ragazzi in cui un piccolo ragazzino, scappato di casa nell’Inghilterra del settecento, si troverà a decidere se salvare la madre. Hai detto: «Ho accettato l’invito con l’incoscienza e l’ingenuità del capitano coraggioso». Puoi raccontarci perché ‘incoscienza e ingenuità’? Potresti spiegarci, anche, il tuo amore per i racconti per l’infanzia? In Italia hanno sempre rischiato di essere considerati letteratura inferiore, non credi?

Il pregiudizio di matrice crociana sulla letteratura per ragazzi pesa ancora, è vero. Ma sarebbe bastato un libro come Pinocchio a vanificarlo. Silvio D’Arzo è stato l’autore su cui mi sono laureato. Grazie a lui ho anche conosciuto mia moglie, Anna Luce Lenzi, studiosa darziana fra le più importanti, insieme alla quale abbiamo fondato la Penny Wirton, prendendo spunto dal titolo del più importante racconto per ragazzi dello scrittore reggiano. Quando Mauro Bersani, responsabile Einaudi, mi ha proposto di scrivere il finale di Gec, uno fra i testi di D’Arzo ritrovati nel fondo della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, mi è sembrato che un cerchio ideale si cominciasse a chiudere. Ho accettato l’invito con incoscienza e ingenuità perché non era facile confrontarsi con un testo così originale, seppure incompiuto. Ma non potevo rinunciare, in considerazione del legame che sento di avere con questo scrittore.

Eraldo, nel 2021 ricorreranno i sette secoli dalla morte di Dante, ricordati già dal presidente Mattarella. Mi rendo conto della generalità della domanda ma in che modo e in quali termini vorresti ricordarlo?

A Dante, padre della lingua italiana, dedicai un racconto compreso in ‘Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia’, ambientato proprio nel luogo della sua morte, sottolineando in particolare un aspetto: l’esperienza del limite. Collocando all’Inferno la figura di Ulisse, Dante ci insegna il valore paradossale della libertà. Questo è, secondo me, uno dei punti essenziali della sua visione poetica.

Eraldo, l’esperimento, con tutte le difficoltà, della Penny Wirton può essere allegoria del mondo come dovrebbe essere? In cui ci si prende cura di chi abbiamo di fronte, a prescindere da qualunque luogo arrivi e in che condizione sia? Anche questo può essere il messaggio del saggio ‘I meccanismi dell’odio’: è una lettura corretta?

“Sì, non solo è corretta. Mi sembra corrispondere in pieno allo spirito che ci anima. Recentemente abbiamo accompagnato alcuni nostri studenti al Circo Massimo di Roma per tenere una lezione all’aperto, nel rispetto delle regole imposte dal Covid. Vederli tutti riuniti insieme a noi in quel grande spazio, bengalesi, egiziani, tunisini, albanesi, congolesi, capoverdiani, donne e uomini, adulti e bambini, finalmente in presenza, dopo tanti mesi a distanza, è stato bellissimo. Qualcuno ha pensato: sarà questo il Paradiso?”

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