Enea, profugo e fondatore del popolo che non riconoscerà chi emigra

di Daniele Madau

Sono 5,5 milioni gli italiani nel mondo, +76,6% in 15 anni, cresciuti nel più assoluto silenzio

In queste ultime settimane si è nuovamente dedicato spazio di riflessione- quel poco che ci lascia la costante attenzione all’emergenza sanitaria – ai migranti, grazie a eventi che, finalmente, li studiano tramite approcci non convenzionali e pregiudizievoli. Tra questi possiamo citare la pubblicazione di due saggi su Enea, il ‘profugo per volere del fato’ (uno di Andrea Marcolongo e l’altro di Giulio Guidorizzi) e la pubblicazione del rapporto Caritas – Migrantes . La pubblicazione dei libri permette di accostarci alla figura di Enea – troiano e progenitore di Roma, tramite tra il mondo greco e quello romano, ‘pio’ perché docile al disegno degli dei, così poco conoscuto nella sua torre d’avorio della classicità – e di coglierne gli insegnamenti, vibrando per le sue avventure, che solo un grande personaggio del patrimonio culturale mondiale può dispensare. Il rapporto, invece, ci deve far riflettere sull’apocalisse giovanile, sul genocidio – mi scuso per l’imagine forte – di futuro che l’Italia, nel più insensato e incomprensibile silenzio, ha vissuto e sta vivendo. Negli ultimi 15 anni gli italiani nel mondo hanno raggiunto la cifra di 5,5 milioni, con un aumento del 76,6%”, un incremento pari a quello registrato nel secondo dopoguerra.

Nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni. Le donne sono passate dal 46,2% sul totale degli iscritti nel 2006 al 48,0% del 2020. Una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).

Nel 2018, il 29,4% di chi lascia l’Italia è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%) mostrando come a crescere sempre più sia la componente dei diplomati alla ricerca all’estero di lavori generici.

In questa riflessione non vorrei soffermarmi , però, sul titolo di studio, quanto sull’insipienza e cecità di una classe dirigente incapace di leggere, interpretare e, quindi, gestire i fenomeni migratori. Non mi soffermerò sugli immigrati -tematica altrettanto complessa e, come si può capire, importante; mi soffermarò solo sugli emigrati. Quindici anni fa, nel 2005, stavamo per assistere alla staffetta Berlusconi-Prodi-Berlusconi in governi che sotto gli occhi vedevano il fallimento dei nostri ascensori sociali, del nostro stato sociale, del nostro sistema scolastico-universitario, senza pensare alcunché di strategico. Ai nostri studenti che investivano nello studio – e ai quali si propinava il miraggio della ‘meritocrazia’ – concretamente si ponevano davanti consiglieri regionali quali igieniste dentali o figli, ‘trota’, di politici, tra l’altro separatisti. Tutto questo senza un moto di ribellione giusta, quella attuata per farsi sentire, senza una reazione se non quella silenziosa dell’abbandono dei propri luoghi. Che non capiti mai più dipende da noi, da quanto pretenderemo dai nostri politici: ricordiamo che alcuni di loro, mentre i nostri ragazzi speravano in un futuro che quegli stessi politici rubavano, vivevano di vitalizi.

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