‘Non c’è stato palco o teatro più bello che lo stare a scuola davanti ai miei ragazzi’. Intervista con Roberto Vecchioni

Nella foto di Fabio Leidi, la copertina dell’ultimo libro di Roberto Vecchioni

di Daniele Madau

Roberto Vecchioni è uno dei padri storici della canzone d’autore in Italia. È stato professore di greco e latino per molti anni e attualmente insegna ‘Forme di poesia in musica’ all’Università di Pavia.  È l’unico artista ad aver vinto il Premio Tenco (1983), il Festivalbar (1992), il Festival di Sanremo (2011) e il Premio Mia Martini della critica (2011). Si è anche dedicato alla letteratura e alla saggistica tanto da essere annoverato, nel 2013, tra i finalisti del Premio Nobel per la Letteratura. In occasione della pubblicazione, per Einaudi, dell’ultimo libro ‘Lezioni di volo e di atterraggio’, ho potuto riflettere con Roberto Vecchioni, che ha aperto il suo cuore, sull’educazione, la scuola, la fede: ne pubblico, qui, un estratto. L’intervista integrale sarà pubblicata sul numero di dicembre della rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia ‘Francesco Volto Secolare’.

Nell’ultimo suo libro credo che la parola più presente sia ‘verità’, verso la quale vuole condurre i ragazzi: per lei qual è la verità?

Esiste nell’uomo, da sempre, una verità, una via retta da seguire. Non esistono solo apparenze, inganni, fantasmi della vita, dell’esistenza. C’è dentro di noi, perché qualcuno ce l’ha messa, un’indicazione per scartare lo scartabile, che è tanto purtroppo, il superfluo, e tenere il nòcciolo, il senso, il cuore della questione. La quale questione si interpreta in poche parole: la prima è sicuramente questa, la verità, la più alta; d’altronde è anche un po’ platonica questa visione. Poi c’è il bene, il bello.

Se penso a un messaggio che, a parere mio, ha caratterizzato la sua produzione musicale e letteraria (musica e letteratura unite, a esempio, nel suo penultimo libro, che conteneva anche il CD ‘Canzoni per i figli’ ) è, per dirla con Thoreau ‘succhiare il midollo della vita’ e per dirla con parole sue ‘Imparare a volare, se non potrò correre e nemmeno camminare’. Ci può essere vita vera senza educare i ragazzi? Da dove arriva questa ‘poetica dell’educazione’? E’ stata una vita spesa bene quella dedicata all’educazione?

E’ stata la cosa più bella della mia vita, dopo i figli , ma quello è un altro campo. Dal punto di vista spirituale, non c’è stato teatro, palco, non c’è stata letteratura, studio, romanzo che mi abbia dato più forza, più gioia che poter stare davanti a dei ragazzi e farli innamorare di alcune cose dell’uomo e del mondo. Insegnare è la cosa più alta e più bella che possa capitare a un uomo, soprattutto se  lo fai facendo vedere che sei così innamorato delle cose che dici da far innamorare loro per forza e questo è fondamentale per l’educazione, perché educare significa ‘tirar fuori’e quindi ‘tirar fuori’ dalla mediocrità, dalla nullità dall’insensatezza del mondo e far vedere cose più alte ma non perché son migliori ma perché sono quelle che contano e non quelle che non contano. Ed è una corazza questa che dai ai ragazzi, una forza incredibile perché nella vita le avversità sono tantissime e quindi assolutamente la cultura, la fede –bisogna aver fede in qualcosa – ti salvano, ti liberano, sono apotropaiche, sono liberatrici, anche nei momenti peggiori della vita.

Una buona parte del libro è dedicata a Fabrizio De André, un artista che ha avuto con la fede un rapporto di costante ricerca, come mi sembra sia anche per lei: la fede è una buona ispiratrice per l’arte?

Io credo che sia inconscia una certa ispirazione religiosa nel cuore degli artisti; magari non ammettono di essere fideisti ma lo sono dentro, anche a loro insaputa e, in effetti, Fabrizio era così. Nel suo ‘Non al denaro, né all’amore, né al cielo’ e poi, soprattutto, nella ‘Buona Novella’. In quest’ultimo, in realtà, nega la divinità di Cristo – che è un’eresia, ovviamente –però ugualmente il messaggio della ‘Buona Novella’ è di una straordinaria potenza spirituale, incredibile, anche se lui nega questa capacità di Dio di mettersi al servizio degli uomini, incarnarsi e morire. Lo nega ma in fin dei conti, assolutamente, ce l’ha dentro. Quando racconta i dieci comandamenti – nel ‘Testamento di Tito’- e perché sono tutti un po’ sballati, diciamo così,  perché per qualcuno sono sballati, è volutamente provocatorio ma io sono perfettamente convinto di una cosa: se per un artista una cosa è indifferente, non ne parla. Se, invece, una cosa lo colpisce, ne parla. E, quindi, De André è colpito dalla cristianità, se no non avrebbe fatto un disco così, anche, magari, in parte, negativo, ma è colpito tanto da interessarsene, lui vuol sapere. E’ lo stesso concetto di Leopardi nell’ ‘Infinito’ e in altre poesie sue: se gli fosse stato indifferente il mondo, non avrebbe così tanto dolore addosso. Lui, Leopardi, ha tanto dolore addosso perché il mondo non gli è indifferente, lo vorrebbe amare e, invece, non riesce. Quindi è una cosa tipica dell’artista questa di buttarsi dentro a una cosa che non comprende del tutto ma che lo farebbe felice. Questo è, in parte, il mondo di De André, che poi era un mondo contro il potere, un mondo assolutamente in linea col vangelo, da questo punto di vista, contro tutti i poteri che schiacciano i deboli e anche i colpevoli, perché bisogna vedere cosa è la colpa. Lui, in quella canzone che abbiamo citato prima, dice che, in realtà, la colpa non esiste perché –ricordo una bella metafora che mi raccontò un giorno – il peccato è come la perla di un’ostrica, cioè qualcosa che tu crei per difenderti da qualcosa, che può essere la moglie che ti tradisce, la fame che ti fa rubare e allora la colpa diventa questa perla. C’è, quindi, un’assoluta pietà per tutti gli uomini, anche quelli che sbagliano, che hanno un momento di errore nella loro vita, che può rovinare la loro vita, e, invece, non deve rovinargliela. Pensiamo al vangelo di Giovanni –perché solo lì lo troviamo – quando vediamo Cristo in croce con i ladroni: non è che Gesù chiede cosa abbia fatto, il ladro, nella vita, gli dice semplicemente ‘tu sarai, con me, in paradiso’. Non gli chiede nulla, per il fatto, solo, che si sia voltato per dirgli ‘ricordati di me’per Cristo è tutto, è già una confessione.

Il testo integrale nel numero di dicembre di ‘Francesco Volto Secolare’, la rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito web gratuito con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: