Per il 2021 siamo condannati a sperare, dando al verbo ‘condannare’ l’accezione più bella. Incontro con Don Maurizio Patriciello

Don Maurizio Patriciello

di Daniele Madau

Don Patriciello è colui che, da solo con la forza del Vangelo, ha affrontato il dramma dei roghi tossici in Campania, nella cosiddetta ‘Terra dei fuochi’: roghi criminali, frutto di connivenze tra politici, industriali e malavita, che come principali vittime hanno colpito i bambini. Un dramma che ancora continua sotto gli occhi di tutti. Con lui abbiamo guardato prima al 2020 e poi al 2021, con, però, la speranza che non muore

Una prima domanda imprescindibile: come sta la ‘Terra dei fuochi’ e il sud in generale?

Da 150 anni la questione del sud è irrisolta, c’è poco da fare. Ogni giorno, ci scontriamo con questo, penso solo alle linee ferroviarie, che usiamo quotidianamente così diverse dal nord. Nella ‘Terra dei fuochi’ abbiamo fatto piccole cose ma i problemi che stanno alla base non sono stati risolti. Noi abbiamo denunciato i roghi dei rifiuti industriali in regime di evasione fiscale ma la Regione Campania ha cancellato la commissione apposita sui fuochi. Ci troviamo, ora, con l’assurdità di un commissario nominato dal governo e la commissione che, invece, è stata soppressa della Regione. Il problema è serio e non si vuole affrontare nella sua complessità, con il lavoro nero, l’evasione, la camorra, i politici corrotti.

Se pensiamo al 2020, abbiamo ben presente l’immagine del Covid: tanto altro, però, c’è stato. Nella tua terra, a Caivano, a esempio, mi viene in mente Maria Paola, speronata in scooter e uccisa dal fratello che non approvava il suo orientamento sessuale. Come guardare con gli occhi di fede all’anno trascorso? Purtroppo di problemi gravi e sciagure la storia dell’umanità ne è piena e anche questo 2020 ne è stato pieno. Alcuni drammi sono vicini a noi, altri sembra che ci tocchino di meno. Noi siamo cristiani e per tutti noi, per me prete della ‘terra dei fuochi’, la speranza è un obbligo. Noi siamo condannati a sperare, dando a questo verbo l’accezione più bella che ci possa essere. La pandemia ci è caduta addosso senza preavviso ma la speranza, di cui ho parlato prima, che avverto è di uscirne migliori, di avere imparato qualcosa: se dovessimo ritornare a essere quello che eravamo prima saremmo di nuovo come coloro che pensano di essere sani in un mondo malato, come disse papa Francesco, in solitudine, a San Pietro a marzo. Adesso stanno arrivando i vaccini e quindi si apre una luce: dobbiamo allora vivere questo tempo nella certezza che nessuno si salva da solo, perché ogni uomo è mio fratello. Non c’è spazio, quindi, per i negazionisti, proprio ora che abbiamo la cura, il vaccino, a disposizione.

Il 2020 è stato l’anno della ‘Fratelli tutti’: puoi presentare un tuo commento?

Con l’enciclica Papa Francesco ha mostrato il volto misericordioso, e non solo giusto, di Dio, che spalanca le braccia e abbraccia il mondo. La Chiesa è questo, andare incontro ai lontani, come nelle parabole evangeliche, come lo straniero che scende da Gerusalemme a Gerico o in San Matteo in cui, parlando del giudizio finale, il Signore dice chiaramente: ‘Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere’. Non dice, però, io bevo in chi aveva la pelle bianca, no, ‘qualsiasi cosa avete fatto all’ultimo dei miei fratelli’: questo è il cristianesimo. La proposta cristiana, però, è come un sasso lanciato nel mare: i cerchi concentrici si allargano e piano piano svaniscono. Alcuni, quindi, sono toccati di più, altri meno ma, sempre, mette al primo posto la persona umana, la dignità. Al primo posto, prima dell’identità sessuale –tornando a Maria Paola – prima del colore della pelle, prima della religione. La persona umana prima di tutto. Questo ci insegna Francesco, così come essere in relazione con tutti, con il creato, con il mio Dio, con me stesso, con i fratelli, con i fratelli dell’Amazzonia, che non vedrò mai, con chi non accoglie il vangelo, con i non cattolici, con chi ha difficoltà a credere. Con tutti c’è da lavorare insieme.

Come dovrà essere il cristiano del 2021? E la Chiesa, per essere all’altezza delle nuove sfide?

Il cristiano è sempre uguale: è l’uomo dello stupore – come davanti alla culla a Natale -, di cui che sa guardare all’altro come a un mistero. Quando abbiamo consumato tutto dell’altro, avvertiamo un vuoto nel cuore. Solo guardando a chi ci sta vicino con stupore, non avvertiremo mai malessere e disillusione. La sfida è l’umiltà dell’uomo davanti al creato, a cui dobbiamo guardare con questo senso di mistero, e che lo dovrà portare a custodire il creato, a non saccheggiarlo, a contemplarlo, appunto, con stupore. Così come guardiamo al mistero di un Dio fatto bambino. Abbiamo, poi, le grandi sfide della Chiesa verso chi svende la propria e l’altrui dignità: penso alla pedofilia, ai 56 milioni di aborti nel mondo, al traffico di organi. Sono cose che lasciano stupefatti eppure è lì che dobbiamo entrare, con il dialogo, con grazia, seguendo sempre il vangelo e arrivando dove c’è più bisogno, ai bambini – i prediletti dal Signore-, alle donne, alle persone più bistrattate, ai paesi poveri, dove le donne sono costrette a vendere anche se stesse, il proprio ventre – con ‘l’utero in affitto’ – per la voracità dei ricchi.

One thought on “Per il 2021 siamo condannati a sperare, dando al verbo ‘condannare’ l’accezione più bella. Incontro con Don Maurizio Patriciello

  1. Partendo da quello stupore che noi cristiani manifestiamo davanti alla culla del Bambino Gesù non posso fare a meno di riportare alla memoria il Natale eucaristico che San Francesco volle a Greccio nel 1223. Lì San Francesco non volle una rappresentazione plastica della Natività come quella che in seguito fu praticata nelle Chiese, nelle case, nei monasteri, nei conventi. Francesco volle “vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui il Bambino si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato”.
    Anche noi oggi sforziamoci di guardare con gli occhi del cuore i disagi dei nostri fratelli, dell’altro che incontriamo nel nostro procedere giornaliero. Non è necessario cercare chissà dove. Il nostro prossimo è colui che ci sta affianco.

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