Lettera aperta al prossimo Ministro dell’Istruzione

di Daniele Madau

Gent.ma Ministra, Gent. Ministro

credo sia importante che Lei, apprestandosi ad affrontare questo gravoso e bellissimo impegno, abbia la disposizione d’animo di ascoltare noi insegnanti. Sembrerà superfluo scriverlo ma coloro che conoscono meglio il nostro mestiere siamo noi. Coloro che, per così tante ore al giorno e per tanti giorni l’anno, vedono i ragazzi, respirano la stessa aria e vivono le stesse attività con loro, siamo noi. In questi mesi di didattica a distanza gli studenti, e le famiglie, hanno avuto a disposizione i nostri indirizzi di posta elettronica e, spesso, i nostri numeri di telefono, per ogni necessità, con una disponibilità che abbracciava l’intera giornata. Non era dovuto, non era cercato per ottenere una qualche visibilità o clamore eppure così è stato, senza nessun riscontro in termini di carriera – che per noi non esiste – o di compensi contrattualizzati.

La disponibilità viene, forse, naturale, quando si tratta di ciò che per sua natura è fragile, come la giovinezza o l’adolescenza, e quando ti riconosci partecipe della costruzione del futuro; ma, proprio perché attori e protagonisti -come gli studenti, le famiglie, tutti coloro che rendono vivo quotidianamente il grande palcoscenico della vita che è la scuola – noi insegnanti e professori vorremmo avere parola quando si parla, e si decide, sulla scuola.

Ascoltiamo volentieri la voce di psicologi, sindacalisti, giornalisti, dei colleghi professori universitari, di politici, sociologi e curatori di siti sulla scuola ma troppo spesso non viene richiesta, e non sentiamo, la nostra.

Non ricordo, a memoria mia, una memoria di trent’anni, un Ministro che abbia avuto l’umiltà, così preziosa, di chiedere ai professori consigli o, più semplicemente, di far capire loro che li avrebbe tutelati, capiti, valorizzati. Almeno non palesemente e, questo, è un caso in cui sarebbe opportuno mostrare chiaramente da che parte si sta. Sarebbe bello, per una volta, sarebbe un segno di maturità per l’Italia. Eppure ‘ministro’, e non solo quello dell’Istruzione, vuol dire ‘servitore’, come titolo di nobiltà, non di miseria: ‘Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini’, sentenziava lo zio Eliseo in ‘La vita è bella’.

Anche noi siamo, o dovremmo essere, servi, o in altri termini, strumenti, della bellezza, degli ideali, della cultura, dell’educazione, del bene, del bello, del rispetto, della poesia, dei valori, della nostra lingua, della legalità, della Costituzione, dell’Unione Europea, della cittadinanza, delle diversità, della storia. Pensi quante cose, pensi quale missione. Eppure si può fare: però, riparta da noi, ci ascolti, ci valorizzi, ci dia fiducia. Ci dia degli spazi educativi adeguati, affinché, nei locali scolastici, la bellezza non sia solo negli occhi e nei sogni dei giovani ma tangibile, come promessa di futuro. Lavoriamo insieme, per ridare a noi un’autorevolezza che renda vera l’esperienza viva dell’educazione affinché – prendendo in prestito quanto detto dal collega e scrittore Eraldo Affinati – nelle aule non si faccia finta di insegnare e non si faccia finta di ascoltare. È forse superfluo ricordare le parole, comunque luminose come un faro, di Nelson Mandela e di Malala, che conoscerà sicuramente: l’istruzione, l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo; un insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo. Scrivendo dalla Sardegna, però, Antonio Gramsci, sì, vorrei citarlo, nel suo fermo, ma dolce, invito agli studenti: studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Faccia in modo che il nostro Paese diventi il luogo che mostri ai ragazzi, e a noi, di aver bisogno della nostra intelligenza. Potremmo, allora, essere strumento anche della rinascita della cultura, che ha unito il nostro Paese molto prima che la politica. Allora, con la pandemia finalmente alle spalle, l’Italia nascerà in un nuovo futuro: inizi da noi, inizi, davvero, dalla scuola.

One thought on “Lettera aperta al prossimo Ministro dell’Istruzione

  1. Il primo servizio di cui ciascuno è debitore all’altro consiste nell’ascoltare l’altro. Comprendere questo non è difficile se tutti noi siamo consapevoli di aver bisogno gli uni degli altri, di non essere soli al mondo, di non poter fare neanche un passo senza l’aiuto di chi ci è vicino. Basterebbe tutti ritornare a quell’amore che ci ha creato. Tutto questo potrebbe sembrare utopistico, per alcuni fantascienza, per altri ancora inutile. Ma sono convinto che ascoltare potrebbe essere utile almeno quanto parlare. Molte persone cercano semplicemente un orecchio disposto a prestare loro attenzione, e spesso non lo trovano, perché costoro parlano anche quando dovrebbero saper ascoltare. Chi non sa ascoltare ben presto non saprà neppure più ascoltare se stesso. Chi non sa ascoltare non sa neanche obbedire. Nel caso di chi ha responsabilità di governo in molti tra i politici designati rientrano in questa categoria: non ascoltano perché non obbediscono, non obbediscono perché non ascoltano. Vivono in un mondo dorato chiuso da mura altissime che permettono appunto di non ascoltare e di proteggersi.
    Saluti

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