‘Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle’: ‘Chi salva una vita, salva il mondo intero’

di Andrea S.

Continua la serie degli interventi di studenti dell’anno della maturità, che affrontano tematiche complesse, a volte di stretta attualità, a volte con lontane radici che affondano nella storia. In questa riflessione Andrea tratta, dimostrando sensibilità e desiderio di rispetto delle religioni, della questione israelo-palestinese, materia complessa, presentando il suo punto di vista, corredato da molteplici argomentazioni

Redatto nel rispetto massimo delle comunità cristiana, ebraica, musulmana mondiali, di Dio, JHWH, Allah il Compassionevole, di Maria/Maryam/Miryam (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lei), di Gesù di Nazareth/Isa (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), il Profeta Muhammad (Siano le preghiere di Allah e la pace su di lui), di Abramo/Abraham/Ibrahim (Siano le preghiere di Allah su di lui) e di tutti i patriarchi e profeti a seguire.

Com’è noto ai più, è a partire dal secolo ottavo avanti Cristo che ebbe inizio, in seguito alla conquista degli antichi regni ebraici da parte degli Assiri e dei Babilonesi, il fenomeno cosiddetto della “diaspora”, ossia la dispersione del popolo ebraico nel resto del mondo. Sarà sei secoli più tardi, precisamente nel 637 dopo Cristo, con la conquista della città di Gerusalemme da parte dell’esercito musulmano, che le popolazioni e le tradizioni autoctone di quei luoghi cominceranno ad essere fortemente arabizzate. Ancora, è bene ricordare che le comunità ebraiche europee furono, in particolar modo dall’avvento del Cristianesimo in poi, oggetto di non trascurabili discriminazioni, dipese da un passo dei Vangeli mal interpretato e portato alle estreme conseguenze. Il passo in questione è Matteo 27, 25: E tutto il popolo rispose: Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli. Fu a causa della superficiale lettura di tale ambiguo versetto che, per secoli, gli Ebrei finirono per essere accusati di deicidio (in riferimento a Gesù di Nazareth) e, per di più, ritenuti responsabili del loro stesso funesto destino. Operando un ulteriore salto nel tempo, si rammenta che sarà tra la fine del XIX e gli inizi del secolo XX che nascerà il sionismo, movimento d’ispirazione nazionalista, il quale presenta un’ideologia fondata sull’idea secondo la quale gli Ebrei costituiscono una comunità nazionale e che, per tale ragione, avrebbero diritto a uno Stato indipendente. Sarà il sopracitato partito, sostenuto dalla delegazione britannica in Palestina – la quale, con la dichiarazione di Balfour del 1917 avrebbe riconosciuto ufficialmente l’entità sionista – a organizzare i primi grandi flussi migratori verso la Palestina, prima dall’Europa, poi dalle Americhe e dall’allora URSS. Ed ecco che si giunge ora al nocciolo della questione. Alcuni potrebbero certo sostenere che l’arrivo dei coloni sia stato graduale, estremamente pacifico e che, in fondo, siano state la Palestina e la Lega Araba, sua alleata, le uniche responsabili dello scoppio dei conflitti. In risposta a ciò, è probabilmente bastevole pensare che, nel giro di ben pochi decenni, furono circa 700.000 gli Arabi Palestinesi costretti ad abbandonare le regioni occupate dagli Israeliani. Il problema più grave è che tale esodo non ha mai avuto fine: intere famiglie, interi villaggi secolari andati distrutti per far spazio a nuovi insediamenti dei sionisti. I più anziani degli speranzosi profughi Palestinesi, tutt’ora, tengono custodito un vecchio paio di chiavi il quale non ha mai più incontrato il corrispondente chiavistello da quando le autorità hanno costretto i locali ad abbandonare, da un momento all’altro, le proprie dimore. In alcuni casi, è stato imposto di demolire con le proprie mani case costruite e abitate di generazione in generazione. Ancora, sono diversi coloro i quali potrebbero pensare che un popolo da sempre oggetto di discriminazioni si meriterebbe, senz’ombra di dubbio, di vivere serenamente nella propria terra d’origine. E dunque, come sarebbe naturale domandarsi, come si dovrebbe spiegare tutta la violenza di cui sopra? E dunque, come mai è sempre di gran lunga più semplice dipingere la parte Palestinese come quella di Arabi rozzi, sporchi e violenti? E dunque, come mai appare così semplice guardare alla fazione di Hamas come a puro terrorismo islamico anziché come un feroce e inarrendevole gruppo partigiano che, come sovente è capitato nel corso della storia, he provocato e continua a provocare, con le sue azioni, conseguenze non indifferenti ai civili di una parte e dell’altra? E dunque, come mai si è sempre soliti guardare a Israele come pioniere della democrazia in tutto il Medio Oriente e prezioso, fondamentale alleato nella lotta al terrorismo? Sempre più sono i datteri, in particolar modo nei periodi del Ramadan islamico e del Natale cristiano, nei nostri supermercati sulle cui informazioni utili viene indicato Israele come Paese d’origine. Sempre più sono i pezzi di vestiario tipico palestinese prodotti massivamente sotto il controllo di Israele: tutto questo va a colpire direttamente i vecchi produttori di datteri palestinesi, ormai costretti a lavorare giornate intere, sottopagati, nei campi. Ancora, tutto questo va a colpire direttamente le anziane signore che producono, dalla prima all’ultima trama, il tipico copricapo di lino noto come “kefiah”, diventato importante simbolo della lotta palestinese, da generazioni, per le strade della città di Hebron. Ma la potenza, la lungimiranza e il ben agire della presunta lodevole democrazia israeliana non finiscono di certo: l’arrivo dei coloni sionisti ha infatti costretto i locali arabofoni a dover necessariamente imparare l’ebraico moderno, dal momento che è questo il linguaggio utilizzato in qualsiasi luogo pubblico, in qualsiasi servizio, in qualsiasi attività lavorativa siti nei territori raggiunti dall’entità sionista. Ancora in ossequio ai valori democratici, Israele ha imposto ai locali, com’è anche già intuibile dagli argomenti di cui sopra, un intero nuovo codice civile, legislativo e penitenziario; quest’ultimo non dimentica certo di arrestare e torturare chiunque scenda in piazza per manifestare a favore della nazione perduta. In effetti, la legislazione palestinese precedente – in quanto legislazione di un Paese mediorientale la cui maggior parte della popolazione si dichiara musulmana – era retrograda, fondamentalista, indietro coi tempi, fin troppo poco occidentale: insomma, avrebbe dovuto essere cambiata, senza la possibilità che questa naturalmente evolvesse e a favore di una legislazione squisitamente moderna. Israele sembrerebbe in effetti essere rifugio sicuro degli omosessuali in Medio Oriente: intere interviste, servizi e inchieste giornalistici, dal talvolta perfettamente insito intento propagandistico, realizzati al fine di mostrare la parte più serena e innocente dell’entità sionista non mancano, anzi, abbondano fra i titoli dei media occidentali. La Palestina, invece, ancora una volta, è rapidamente declassata – attraverso una fitta e superficiale rete di drammi sociali estremamente gravi e pregiudizi difficilmente rimovibili dalle menti così occidentali di alcuni – a una nazione profondamente omofoba, che non accoglie il diverso. Quel che quasi mai si considera è che non vi sarà mai luogo veramente accogliente o veramente inospitale, dal momento che un ragazzo occidentale può aver timore di uscire di casa ed essere giudicato e vessato per quel che è, allo stesso modo in cui un ragazzo mediorientale può sentirsi amato per quel che è all’interno del contesto sociale d’origine. Anche Israele non manca di esempi di estremismo religioso: il rabbino Yakov Litzman, nelle vesti di assessore alla sanità, aveva saggiamente ritrovato l’origine di una pandemia globale quale il Covid nel peccaminoso agire delle persone omosessuali. Inoltre, in una nazione così moderna ed evoluta quale Israele, allo scoccare dello Shabbat, giornata di estremo riposo nel credo ebraico, nessuno esce di casa, girovaga per le strade, ogni attività economica chiude le serrande, lasciando così privi dei servizi più importanti anche i non  credenti. Ma allora come concludere la discussione? Forse, la via meglio percorribile è quella di citare un passo dell’Antico Testamento – divenuto famoso grazie alla pellicola “Schindler’s List” – nel quale si legge quanto segue: Kol hamatzil nefesh achât mi’ Yisraêl, ke’ilu lutsil olân mâle, vocaboli che, tradotti, significano: Chi salva una vita salva il mondo intero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: