Gherardo Colombo, nei trent’anni dall’inizio di ‘Mani Pulite’: “L’educazione alle regole non si ottiene con la repressione ma solo nell’incontro coi ragazzi”

di Daniele Madau

Il giudice del ‘pool’ di Mani Pulite, Gherardo Colombo

L’incontro di cui scrivo oggi dà particolare prestigio al sito ‘La Riflessione’. Ho dialogato, infatti, con Gherardo Colombo, che ringrazio: sui trent’anni dall’inizio dell’inchiesta di ‘Tangentopoli’, così viva nel nostro immaginario, sulle forme attuali di corruzione, e, infine, sull’unica attività che può insegnare le regole: non la repressione giudiziaria ma l’educazione dei ragazzi.

Dottor Colombo, a febbraio saranno trent’anni dall’inizio dell’inchiesta denominata ‘Tangentopoli’ o ‘Mani Pulite’, che portava alla luce un sistema di corruzione endemico, a livello, usando un termine particolarmente forte, di metastasi. Trent’anni dopo, in termini di danni economici, di infrastrutture, di credibilità politica, di sfiducia dei cittadini nei confronti della classe politica stessa e imprenditoriale, stiamo ancora pagando qualcosa? Quanto ha pesato, concretamente, nelle generazioni successive?

Stiamo ancora pagando le conseguenze economiche. Se andiamo a spulciare i documenti, troviamo tantissime opere pubbliche che non sono state portate a termine oppure opere che, nel giro di poco tempo, si sono deteriorate e hanno avuto bisogno di manutenzione in un periodo troppo ristretto rispetto a quando le opere stesse vengono eseguite non in un contesto di corruzione. Io mi limito, sotto questo profilo, agli aspetti economici, però ce ne sarebbero anche altri. Vede, economicamente, è stato un costo notevole quel periodo, perché alcune opere non solo, come detto, sono state costruite male ma addirittura non servivano: a un certo punto, ci sembrava quasi che si progettasse, si pensasse a creare delle opere pubbliche non tanto perché fossero utili, se non indispensabili, ma proprio per avere occasione per poter lucrare: da una parte il finanziamento ai partiti, ma dall’altra parte qualche cosa per sé stessi. Se mi guardo indietro, vedo questo, e anche con una certa evidenza.

Nell’aprile del 1992, lei entra a far parte del ‘pool’, appunto, di ‘Mani Pulite’, dando, così, inizio a un’esperienza lavorativa, credo, di grande impatto per la sua vita stessa. Il ’92, del resto, è un anno drammatico, caratterizzato dalle strage di Capaci e via D’Amelio, in cui perirono uomini di un altro grande, e precedente, ‘pool’, quello antimafia. Vorrei, dopo questa introduzione, articolare in maniera un po’ più complessa la domanda: in riferimento ai meccanismi di un ‘pool’ – e quelli citati hanno ottenuto grandi risultati- è vero che, nel vostro, la suddivisione dei compiti, anche se casuale, prevedeva Di Pietro nel tenere le accuse, lei nello studiare le carte e Davigo nello scrivere gli atti? Può sembrare una curiosità, ma una curiosità interessante, sul meccanismo di funzionamento di un gruppo che appariva invincibile. In riferimento all’impatto dell’inchiesta sulla sua vita, ha sentito il fiato della politica sul suo collo? Fonti autorevoli – a esempio ‘Tangentopoli’ di Marco Travaglio-, parlano di un tentativo di dossieraggio nei suoi confronti da parte dei servizi segreti. In ultimo, ricordando nuovamente i due ‘pool’ e il 1992, corrisponde a verità il fatto che il suo rapporto con Giovanni Falcone abbia risentito dell’inchiesta stessa di ‘Tangentopoli’?

Per quanto riguarda la suddivisione di compiti, anche se casuale, all’interno del ‘pool’, corrisponde a verità: ne ho parlato diffusamente nel libro ‘Il vizio della memoria’. Per quanto riguarda l’impatto sulla mia vita, devo dire che mi sentivo preparato: nel marzo del 1981, infatti, mi ero imbattuto nella ‘P2’, tra le tante altre cose che avevo vissuto.

Proprio in quell’occasione, come in occasione dell’inchiesta sui fondi neri dell’Iri, credo di essere già stato oggetto di dossieraggio; il nostro lavoro, però, è stato svolto: o eravamo particolarmente bravi noi o particolarmente scarsi i servizi segreti…

Anche in riferimento a Giovanni, mi permetto di rimandarla al testo citato, in cui spiego come ci sia stato un fraintendimento. Io conoscevo Giovanni Falcone da circa una dozzina d’anni, posso dire come fossimo amici: nell’ultimo periodo della sua vita, però, in riferimento a notizie riguardanti l’inchiesta ‘Mani pulite’, dovevamo avere qualche cautela sulle informazioni che dovevamo passare, a causa del suo ambiente di lavoro, la ‘Direzione degli uffici penali’ e del personale che vi lavorava, sotto la direzione di Claudio Martelli.

Vorrei prendere una pausa dal ricordo di ‘Tangentopoli’ e chiederle un parere su due aspetti di attualità: la riforma Cartabia del processo penale e la candidatura di Silvio Berlusconi alla Presidenza della Repubblica.

Sulla candidatura di Silvio Berlusconi non rispondo: Berlusconi stesso, infatti, è stato anche un mio indagato. Sulla riforma della ministra Cartabia, posso dire che nella sua azione ha avuto tutta una serie di paletti da rispettare, che, essendo più libera, avrebbe sicuramente oltrepassato. Ha ottenuto il meglio dalla situazione politica in cui si è trovata e si trova, mediando in modo tale da ottenere un risultato sicuramente perfettibile ma, allo stesso tempo, povera ministra, accettabile, dato che non poteva decidere da sola. Ci sono tanti aspetti, infatti, apprezzabilissimi: le cito soltanto la ‘giustizia riparativa’ per la quale – in attesa di conoscere i decreti delegati – ho molta fiducia.

Le porto due domande da parte di una classe che, quest’anno, accompagnerò alla maturità: c’è stato un abuso della custodia cautelare – come spesso si è accusato – nell’inchiesta di ‘Tangentopoli’? Quali sono, poi, le nuove forme di corruzione?

Sull’uso della custodia cautelare, bisogna contestualizzare. Nell’ambito dell’inchiesta di ‘Tangentopoli’ l’uso fu più ristretto rispetto alla media, e di questo posso portare i dati: in due anni, di media, a Milano ci sono circa 21000 arresti; nei due anni – i più caldi -di inchiesta su una media, quindi, di ventun mila arresti, se arriviamo a mille richieste, siamo già abbondanti.

D’altra parte, le richieste si basavano su fatti che, se considerati separatamente, e non nell’ottica generale dell’inchiesta e di ciò che essa suscitava nell’opinione pubblica, non sarebbero potuti essere stati oggetto di nessuna critica o riserva. Se un sindaco riceve 50000 mila euro per fare una cosa che non dovrebbe fare, è ovvio che, sia sotto il profilo dell’inquinamento probatorio, sia sotto il profilo, delle volte, del pericolo di fuga, sia sotto il profilo della reiterazione del reato, l’esito sia la custodia cautelare, piuttosto che il contrario. Sarebbe opportuno fare degli studi approfonditi su questo, anche con gli studenti.

I sistemi di corruzione sono cambiati, anche se la tangente è ancora presente in modo non indifferente. La corruzione, però, si è differenziata; in primo luogo, in quanto non abbiamo più il sistema del finanziamento ai partiti o, almeno, questo passa in forme diverse, come le consulenze o attraverso alcuni enti o fondazioni vicine ai personaggi politici. Il vantaggio, poi, che si può ottenere dando in cambio qualcosa che non si potrebbe avere, passa attraverso azioni come un appalto, un’assunzione, un qualsiasi favore che si ottiene tradendo i doveri del proprio ufficio. Anche lì, secondo me, gli studenti potrebbero fare una ricerca, soprattutto sui giornali locali, che riportano notizie di prossimità.

Come mai la magistratura ha scritto una parte della recente storia dell’Italia?

Ha contribuito a scriverne un pezzettino, perché la magistratura esercita un controllo laddove, secondo i canali ordinari, la procedura non è stata corretta. Contribuisce a questa storia nella misura in cui evidenzia e scopre cose che non andavano, sia sotto il profilo economico, sociale, politico ma anche sotto il profilo della criminalità organizzata, a esempio. Se la cosa pubblica fosse gestita correttamente, la magistratura sarebbe soltanto la storia dei reati comuni, soprattutto furti, rapine e violenze, e non le corruzioni macroscopiche.

Come mai è andato in pensione non appena possibile? Per un senso di stanchezza nei confronti dell’attività giudiziaria?

Non per un senso di stanchezza ma perché non credevo più all’educazione alle regole attraverso la repressione ma solo attraverso l’incontro con i ragazzi e attraverso l’educazone dei ragazzi. Ho ritenuto opportuno, quindi, dedicarmi totalmente a questo.

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