Il futuro, anche di millenni, si decide oggi

di Daniele Madau

Per descrivere la sua concezione della storia, Fernand Braudel era solito raccontare quanto gli era capitato una volta: ‘Una sera, mentre mi trovavo all’interno dello Stato di Bahia, mi è accaduto di trovarmi improvvisamente al centro di un nugolo prodigioso di lucciole fosforescenti. […] Tali sono gli avvenimenti, tanti punti luminosi. Al di là del loro splendore, al di là della loro singola storia, resta da ricostruire il paesaggio che hanno fatto balenare ai nostri occhi: la strada, la macchia, il bosco ceduo, l’argilla rossastra, i declivi del suolo.. […] Di qui la necessità di andare oltre l’alone luminoso degli avvenimenti, che è soltanto un primo stadio e spesso, preso a sé stante, una storia poco degna di nota’ .

Fernard Braudel, insieme agli altri membri della Scuola delle Annales – Marc Bloch e Lucien Febvre – introdusse la concezione della storia non come un racconto cronologico di fatti e avvenimenti passati, ma come uno strumento per conoscere e comprendere la società umana.

Viene, infatti, instaurato un nuovo rapporto, quello tra la storia profonda e la storia evenemenziale: lo storico non deve limitarsi all’analisi e all’indagine del singolo fatto o avvenimento cronologico (storia evenemenziale), ma dev’essere in grado di comprendere il contesto storico in cui esso avviene e la modifica delle relazioni di potere che esso inaugura.

Così, è nel rapporto tra lucciole e paesaggio, all’interno del quale è possibile leggere il paradigma fatto/contesto, che Braudel introduce la teoria dei tre tempi storici. Secondo lo studioso ogni studio e interpretazione storica dovrebbe procedere su tre livelli distinti: una micro-storia, basata sul singolo evento e un’analisi fattuale del reale (le lucciole); una storia congiunturale, posta ad un livello intermedio e basata su cicli materiali, economici, istituzionali e politici; una storia strutturale, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica (il paesaggio).

Chiunque voglia comprendere e ipotizzare una soluzione ai drammatici scenari di guerra – compreso l’ultimo in Iran – non può non considerare questo insegnamento della grande scuola degli Annales , insieme alle precedenti teorie del mondo classico, quali quelle di Erodoto, Tucidide e Polibio

L’aggressione all’Ucraina così, pur essendo figlia di una micro-storia quale la volontà di potenza di Putin, deve essere inquadrata in una storia congiunturale; ugualmente la situazione del medioriente, che va considerata certamente guardando al 7 ottobre 2023, ma non fermandosi lì.

Tutto questo, valido quando si analizza il passato, lo è anche quando si pensa al futuro. Per l’Iran, infatti, si parla di ‘regime change’, cioè ‘cambio di regime’, e cioè un’azione volta esclusivamente a risolvere -almeno teoricamente – una situazione nell’immediato, senza curarsi delle conseguenze future, che hanno radici nel passato.

Giustamente così si pronuncia l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale): “Un obiettivo del genere è destinato a prolungare, non accelerare la guerra, ad accrescere e non diminuire l’instabilità regionale. Le reazioni sul web, la coraggiosa generazione dei giovani delle città, il cui anelito di libertà non è sopito, bastano per intravvedere i segni di una nuova rivoluzione? 

Ogni volta che agli iraniani è stata data la possibilità di votare, hanno scelto candidati riformisti o i più moderati fra quelli imposti dal regime. Quando arrivavano alla presidenza – Ali Ajbar Rafsanjani e Mohammed Khatami – il loro riformismo era vanificato dalla miopia occidentale. E quando gli iraniani si sentivano minacciati dall’Occidente, il regime riusciva a imporre brutali conservatori come Mohamed Ahmadinejad e Ebrahim Raisi. 

Se dopo 20 mesi di distruzione quasi totale di Gaza, Hamas ancora resiste, quanto tempo durerà la guerra contro un paese così vasto e quanta devastazione dovrà sopportare l’Iran? Quali sentimenti tutto questo sta saldando fra gli iraniani? 

Un cambio di regime gli israeliani lo hanno realizzato in Libano: in poche settimane hanno decapitato i vertici di Hezbollah e in pochi mesi il Libano è finalmente riuscito ad avere un presidente e un premier. Ma l’Iran non è il Libano: esiste da millenni, non da decenni

Per Arabia Saudita, Emirati e i paesi della regione, cambio di regime è sinonimo di primavera araba: qualcuno perse il potere, alcuni hanno rischiato di perderlo, per tutti sono stati anni di guerre e rivoluzioni” .

L’Iran esiste da millenni, e forse ci vorranno millenni perché cambi. E’ la realtà, forse dura, ma è la vera faccia della storia. Cosa fare allora? Nonostante tutto, il dialogo è ancora l’unica azione lungimirante: gli accordi, le tregue che faticosamente si conquistano e faticosamente si mantengono, le organizzazioni sovranazionali pur con il prestigio al minimo, le sanzioni, e il rispetto di tutto questo, anche nella realpolitik, sono azioni davvero efficaci. O almeno, lo sono se si guarda al futuro, se si guarda al terzo livello della ‘storia strutturale’, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica, e cioè il paesaggio. Un paesaggio, magari, con due popoli e due Stati nella Palestina storica, circondati da paesi non in guerra. Il futuro, anche di millenni, si decide oggi. All’uomo è stato dato questo grande potere.

Il referendum sul referendum

l’occhiolino di Daniele Madau

Quante analisi abbiamo ascoltato, sino a pochi giorni fa, sull’ultimo referendum e sul mancato raggiungimento del quorum? Un numero imprecisato, indefinito se non infinito.

Commenti, proposte, spiegazioni, accuse – è un’attività che il mondo politico conosce molto bene, replicabile a tutti i campi della nostra società – sino ad arrivare a ciò che, così efficacemente, Tommasi di Lampedusa ha espresso tramite Tancredi nel Gattopardo (romanzo del quale i ragazzi maturandi hanno appena trovato un brano nella rosa delle tracce): «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Dato, però, che la citazione è più che abusata, ne vorrei proporre un’altra, altrettanto efficace; anzi, forse di più: «Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità». Come molti si ricorderanno, è tratta da Don Raffaè, di Fabrizio De André, anno 1990.

Questo gettare la spugna in modo codardo ma nobile, dopo un combattimento di sudore simulato, ricorda molto l’atteggiamento della politica attuale: come non ricordare, a esempio, i proclami sulle tasse agli extraprofitti bancari? Dimenticati, con gran dignità.

O la magra figura sui centri per migranti in Albania? Dimenticata, con gran dignità.

Così, a breve non si parlerà proprio più dei referendum e della democrazia partecipativa (argomento alto, tra l’altro); a meno che non spunti una proposta che non mi sembra di aver mai sentito, a meno che non mi sia sfuggita. Un referendum sul referendum. E’ cioè chiamare alle urne i cittadini con un referendum per poter eliminare (il referendum è sempre abrogativo…) il referendum stesso. Il meta-referendum. O il referendum iperbolico. Può essere un’ottima idea. Ma se non si dovesse raggiungere il quorum cosa vorra dire, che il referendum è vivo o morto? Non se ne esce…

Interrompere l’assedio a Gaza: l’appello dell’OFS d’Italia

A cura della redazione

Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, il comunicato stampa dell’ordine Francescano Secolare d’Italia – la parte laica del mondo francescano- in cui si chiede la cessazione del massacro contro la popolazione civile di Gaza

Noi donne e uomini francescani secolari d’Italia ci uniamo alle iniziative di preghiera per la pace in Palestina promosse dalla Chiesa cattolica e ci facciamo promotori noi stessi nei nostri territori di appartenenza, attraverso le fraternità locali, di iniziative di invocazione della pace.

Tuttavia come laici che vivono nel mondo dobbiamo e vogliamo fare sentire la nostra voce anche alla politica e alla società civile denunciando i massacri di cui si sta ancora rendendo responsabile lo Stato di Israele verso la popolazione civile di Gaza.

Nel territorio palestinese si continua a morire ogni giorno. Ad oggi sono quasi 60mila i morti, moltissimi dei quali donne e bambini innocenti, vittime di un conflitto che ha assunto i contorni di una tragedia umanitaria senza precedenti nella storia recente. Le immagini e i racconti che giungono dalla regione parlano di devastazione, fame, disperazione.

Ciò che Israele sta attuando va ben oltre il pur comprensibile desiderio di giustizia suscitato dagli orribili massacri del 7 ottobre 2023 effettuati da Hamas. L’uccisione di civili, in particolare di bambini innocenti, così come l’embargo di aiuti umanitari, va condannato come crimine di guerra perché viola non solo le principali convenzioni internazionali sui diritti civili, ma perfino quel minimo di umanità che qualunque religione che voglia definirsi tale deve riconoscere.

Attentare alla vita e alla sicurezza dei civili di Gaza da parte di Israele, con malcelati intenti di pulizia etnica, non può lasciarci indifferenti come nazione che “ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (Cost. art 11)”.

Chiediamo al Governo italiano, alle Istituzioni e alla politica tutta di non voltarsi dall’altra parte per ragioni economiche o di opportunismo geopolitico, ma di assumersi la responsabilità morale e politica che il momento richiede.

Chiediamo di sospendere ogni collaborazione che possa contribuire, anche indirettamente, al perpetuarsi del conflitto e che si mettano in campo subito tutte le possibili iniziative diplomatiche, economiche e giuridiche perché possano immediatamente tacere le armi e termini questo terribile massacro di bambini, donne, anziani.

Ci rivolgiamo anche ai fratelli ebrei che vivono in Italia ed in Israele e che non possono accettare la scellerata strada della violenza: ci impegniamo personalmente a sostenere ogni iniziativa di mobilitazione non violenta finalizzata a costruire percorsi di pace e di rispetto dei diritti inviolabili alla vita e alla sicurezza di tutte le popolazioni che abitano la Terra Santa.

Indagine dell’ Associazione Coscioni: sovraffollamento carcerario, tra documentazioni incomplete e carenze strutturali

A cura della redazione

L’Associazione Luca Coscioni rende pubbliche le relazioni redatte dalle Aziende Sanitarie Locali (ASL) in merito alle visite effettuate negli istituti penitenziari italiani. I documenti, ottenuti grazie a un accesso civico avviato lo scorso dicembre, costituiscono un primo passo per fare luce sulle condizioni – spesso opache – delle carceri italiane.

Ad oggi, solo 66 ASL (tra ASL, ATS, ASP, USL, AULSS e APSS)hanno risposto fornendo documentazione, spesso lacunosa. Nella maggior parte dei casi,mancano indicazioni su eventuali direttive regionali o sulle reazioni istituzionali alle criticità segnalate, aggravando un quadro già drammatico e rendendo difficile una valutazione efficace degli interventi messi in atto.

“Nella stragrande maggioranza dei casi – si legge in una nota dell’Associazione – negli istituti di pena italiani non sono stati effettuati neanche interventi di ordinaria amministrazione, una negligenza che, già grave di per sé, si acuisce per il sovraffollamento di oltre il 134%.”

Secondo i dati pubblicati dalsito indipendente del giornalistaMarco Dalla Stella, al29 maggio 2025in Italia si contano62.722 detenutia fronte di una capienza regolamentare di51.280 posti, dei quali4.488 non disponibili, portando così il tasso di sovraffollamento al134,29%.

L’Associazione Luca Coscioni continuerà le sueazioni legaliper denunciare la negligenza dell’Amministrazione penitenziaria e il mancato rispetto delle raccomandazioni sanitarie da parte del Ministero della Giustizia. Si ricorda inoltre che dal 2024 è attiva la piattaformaFreedomLeaks, che consente di segnalare in modoanonimo e sicuro violazioni del diritto alla salute nelle carceri.

FOCUS: SARDEGNA

La situazione della sanità penitenziaria inSardegnacontinua a destare forti preoccupazioni. Nonostante più della metà delle aziende sanitarie locali abbia risposto a una richiesta formale di chiarimenti, la documentazione ricevuta è risultata in molti casi parziale e poco dettagliata. Un quadro frammentario, che rende difficile capire se le condizioni igienico-sanitarie all’interno degli istituti penitenziari rispettino davvero gli standard minimi.

A Sassari, l’Assl 1 ha inviato solo una breve descrizione della struttura e del servizio sanitario, senza includere alcuna relazione sulle ispezioni effettuate. Anche se si parla di rispetto degli standard, mancano elementi concreti per confermarlo.

Situazione simile a Oristano, dove l’Assl 5 ha fornito solo una relazione annuale del medico responsabile. Il documento evidenzia come principale problema la mancanza di personale medico, attualmente affrontata con l’assunzione di liberi professionisti, una soluzione tampone già vista in altri istituti italiani.

A Nuoro, l’Assl 3 ha inviato una relazione che descrive i servizi sanitari e include alcune informazioni utili, come l’analisi delle acque e i protocolli per prevenire suicidi. Tuttavia, anche qui manca qualsiasi indicazione sui sopralluoghi eseguiti, fondamentali per una verifica puntuale delle condizioni reali.

Nella casa di reclusione di Arbus, sotto la competenza dell’Assl 6 -Medio Campidano, pur registrando il rispetto degli standard igienici, vengono segnalate importanti carenze nell’organizzazione e nelle attrezzature mediche, che compromettono il buon funzionamento del servizio.

Il quadro si fa ancora più preoccupante considerando che non è arrivata alcuna risposta da parte dell’Assl 2 -Gallura, dell’Asl 4 -Ogliastra e dell’Assl 8 -Cagliari, lasciando una parte significativa del sistema penitenziario sardo completamente fuori dal monitora 

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‘Europe Matters’: dall’Europa agli Stati Uniti la lotta al populismo passa da sindaci e governatori 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.  

Il governatore della California Gavin Newsom (Epa)

Scriveva qualche settimana fa l’Economist che «i sindaci europei sono isole di liberalismo in un mare di populisti». È vero anche per gli Stati Uniti come i recenti fatti di Los Angeles dimostrano: sono i politici locali — sindaci e governatori — a offrire risposte politiche concrete contro i leader populisti. Qualche volta vincono, qualche volta perdono ma il capitale politico che rappresentano sta diventando sempre più importante.

La riflessione del settimanale britannico partiva dai sindaci di Bucarest e di Varsavia. Nicușor Dan, primo cittadino di Bucarest, ha battuto nella corsa alle presidenziali in Romania il candidato dell’estrema destra filo-russa George Simion. Rafał Trzaskowski, sindaco liberale di Varsavia e candidato della Coalizione Civica (KO) alle presidenziali polacche, è stato invece battuto per un soffio al secondo turno da Karol Nawrocki, candidato sostenuto dal partito conservatore e nazionalista Diritto e Giustizia (Pis). Le città per tradizione sono avamposti progressisti rispetto alla campagna più conservatrice. Una contrapposizione che in genere si trasferisce anche nelle urne.

È da un po’ che se ne parla. Nel 2013 è uscito il libro di Benjamin Barber «If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities» (Se i sindaci governassero il mondo: nazioni disfunzionali, città in ascesa) e nel 2018 il lavoro di Bruce Katz e  Jeremy Nowak «The New Localism: How Cities Can Thrive in the Age of Populism» (Il nuovo localismo: come le città possono prosperare nell’era del populismo).

«Tutti i cambiamenti oggi iniziano nelle città. Sono più vicine alle persone e in prima linea nelle crisi», ha detto tempo fa Hanna Zdanowska, sindaca di Lodz (Polonia) dal 2013, ad Alessia Rastelli. Non è dunque un caso se nel 2019 i sindaci progressisti di Budapest, Varsavia, Praga e Bratislava hanno siglato il «Patto delle città libere» per contrastare i populisti al governo nei quattro Paesi di Visegrad (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) e per rafforzare i legami con l’Ue.

Anche in Turchia è un primo cittadino a sfidare il presidente Recep Tayyip Erdoğan: il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, esponente di punta del Partito repubblicano del popolo, è stato incarcerato il 19 marzo scorso e destituito dalla carica. L’accusa è corruzione e terrorismo. «La mia unica colpa è quella di aver vinto per tre volte le elezioni — ha detto Imamoglu — e aver detto che con me vince la Turchia e non l’oppressione. Non sono qui per essere processato, ma per essere punito».

Non diversamente, negli Stati Uniti sindaci e governatori rappresentano un argine al populismo. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ex sindaco di San Francisco, è diventato il simbolo della resistenza all’autoritarismo del presidente Donald Trump che ha mandato prima la Guardia nazionale e poi i Marines per soffocare le manifestazioni di protesta a Los Angeles contro le retate dell’amministrazione Usa contro i migranti irregolari. Per Le Monde, «se l’America Democratica cerca un leader per la resistenza, Gavin Newsom è il candidato ideale».

Martedì 10 giugno, mentre la sindaca di Los Angeles Karen Bass dichiarava il coprifuoco nel tentativo di mantenere l’ordine pubblico, il governatore della California si è rivolto ai suoi elettori «con tono da statista». «Il momento che temevamo è arrivato», ha detto. «La democrazia è sotto attacco davanti ai nostri occhi». E ha risposto al presidente Trump sul suo stesso terreno: i social media. Newsom, come tutti i politici locali, sente molto forte la temperatura dell’elettorato. E così un anno fa non soloha ordinato lo smantellamento delle tendopoli di senza tettoma è anche andato di persona ad avviare le demolizioni, nonostante la California sia lo Stato più tollerante nei confronti degli homeless, perché l’elettorato progressista aveva cominciato a dare segni di intolleranza verso il degrado cittadino. 

«I municipi sono luoghi ovvii per trovare manager capaci — scrive l’Economist —. I demagoghi si alzano facendo promesse; i sindaci rimangono al potere mantenendoli». Per poter essere rieletti i primi cittadini devono offrire soluzioni concrete e soprattutto metterle in pratica. Secondo uno studio della Bocconi del 2023, firmato da Luca Bellodi , Massimo Morelli , Mattia Vannoni  — «Un impegno costoso: populismo, performance economica e qualità della burocrazia» — l’elezione di un sindaco populista ha effetti significativi sulla performance economica. «I sindaci populisti ottengono risultati peggiori nel rimborso dei debiti accumulati nel corso degli anni — scrivono — mentre aumenta la quota di contratti con sforamenti di spesa. L’effetto è ancora maggiore per i comuni più piccoli, dove i sindaci godono di una significativa autonomia esecutiva». È dunque per questo che secondo diversi osservatori i sindaci di centrosinistra vengono ripescati dalla politica nazionale nei momenti di crisi.

Non sempre il risultato finale è vincente. «Olaf Scholz sarà ricordato con più affetto per i suoi sette anni come sindaco di Amburgo che per i suoi tre come cancelliere tedesco — scrive il settimanale britannico —. Anne Hidalgo, ora al suo secondo decennio come sindaco di Parigi, ha gestito un ridicolo 1,8% dei voti nella sua candidatura per la presidenza francese nel 2022, dietro non meno di altri nove candidati». Ci sono anche le eccezioni che confermano la regola. L’attuale primo ministro belga, Bart De Wever, nazionalista fiammingo leader dell’Alliance New Flemish (N-Va), è stato sindaco di Anversa  dal 1º gennaio 2013 al 3 febbraio 2025. Un impegno che lo ha portato a posizioni politiche più moderate rispetto al passato e che gli hanno consentito di arrivare al governo.  

La scuola: quel mondo così lontano, così vicino, sempre sulla bocca di tutti

di DanieleMadau

In attesa degli scrutini, dopo averli salutati con una mattinata informale, al bar, per conoscerli meglio anche in queste situazioni che anticipano le vacanze, ho staccato per qualche giorno la mente da studenti e studentesse, così come da valutazioni, medie, email poco empatiche o educate di qualche genitore, relazioni finali, aule, corridoi, libri di testo, registri, colleghi e colleghe, sala professori.

Non è stato facile, anche solo per due giorni: è semplice, infatti, per un docente delle secondarie di secondo grado, portarsi tutto il lavoro a casa, sia a livello mentale che fisico, sia a livello di cuore che di mano.

E poi, quotidianamente, tutto intorno si continuava a parlare di scuola. Le novità annunciate dal ministro Valditara, e le successive considerazioni di psicologi, giornalisti, intellettuali, sino alle tragedie di Graz e Parigi.

Per queste ultime, così drammatiche, servirebbe uno spazio più ampio, o forse un silenzio di sgomento, pietà, interrogativi, turbamento.

Delle considerazioni sulla scuola da parte delle varie figure elencate poco sopra è, invece, giunto il momento di parlare. Mi esprimo in questo modo perché, per tutto l’anno scolastico, come, in realtà, per i precedenti, ho sopportato con un po’ di amaro in bocca e peso sul cuore tutti i pareri- spesso assertivi, per non dire categorici – di figure, a volte grandi figure, che stimo e seguo, su un mondo che, in fin dei conti, non conoscono.

A tutti noi capita di esprimere pareri su qualcosa che non rientra nel nostro campo lavorativo, è normale, sano, si tratta – in fin dei conti – di libertà di parola, da difendere come qualcosa di sacro e fondativo.

Però bisognerebbe avere anche un po’ di buon senso e di rispetto: atteggiamenti che, anche se non rientrano nel campo dei dirittti fondamentali, sono attitudini che permettono a una discussione di accedere a un livello più alto, di toccare le vette dell’empatia e dell’arricchimento reciproco.

Nel buon senso rientra, a mio parere, avere sempre la percezione del limite. Chiarisco. Secondo alcune delle figure elencate sopra, la scuola dovrebbe occuparsi, in ordine sparso, di insegnare, oltre alla materie già previste: l’attualità sociale e geopolitica, una corretta alimentazione e un corretto stile di vita, i fondamenti della nuova economia, l’uso corretto dei dispositivi digitali, dei social e dell’intelligenza artificiale, l’educazione sessuale e affettiva, il codice della strada, gli atteggiamenti corretti per contrastare il bullismo, il cyberbullismo, l’evasione fiscale, le deviazioni in generale, il fumo, e l’uso e l’abuso di alcolici e stupefacenti. Non è una esagerazione, sono richieste che riscontrato precisamente, e di qualcos’altro mi starò sicuramente dimenticando.

Come si può capire, il peso che ricade sulla scuola, è notevole, anche considerando le ore di Educazione Civica, che sono solo 33 per anno scolastico. I docenti dovrebbero essere esperti, autorevoli e preparati, di quasi tutto lo scibile, da presentare anche attraverso le più moderne e coinvolgenti metodologie didatiche. Per far questo, dovrebbero essere retribuiti adeguatamente, come figure davvero insostituibili. Oppure ci dovrebbero essere risorse per reclutare ogni tipo di esperti, e gli studenti dovrebbero essere sempre sul pezzo, sempre pronti a recepire ogni indicazione.

Purtroppo, noto una certa ipocrisia che, a costo di sembrare banale e superficiale, può essere ricondotta a una certa costante italiana: il parlare di qualcosa per delegarne la presa in carico e la realizzazione. E’ facile, a basso costo, di moda, insegnare alla scuola come e cosa dovrebbe insegnare, per non dire che ha sempre un certo semplice effetto criticarla. Lo scrivo con cosciente amarezza, sperando di non toccare il fondo del vittimismo.

Come non vedere che, sotto questo peso e sotto queste aspettative sociali, tutta la realtà scolastica potrebbe esplodere o, meglio, implodere, dato che non si sente supportata dal contesto sociale, dalle famiglie al mondo politico, da quello giornalistico a quello universitario?

Tocco, solo marginalmente, un tasto: perché tutto ciò che rientra nell’ambito educativo deve ricadere solo sulla scuola? La famiglia sembra ormai essere qualcosa di accessorio, incapace di incidere o, soltanto, di avere un dialogo, un rapporto autorevole, da adulti-adolescenti, con i ragazzi?

E il mondo politico? Perché, ormai, è esente da ogni qualsivoglia riflesso educativo?

Tutto questo è paradossale, e solo qualche voce solitaria, cogliendo pienamente il ‘grido di dolore ‘ sembra disposta ad affrontare in profondità il problema.

C’è poi un altro aspetto, che rientra in quel buon senso di cui si è parlato prima. Sarebbe un gesto di educazione, quando si parla di una realtà, invitare qualcuno che quella realtà e quel mondo lo vive quotidianamente. Quando si parla, a esempio, di salute e medicina, si invitano i docenti universitari e gli esperti del settore.

La voce dei professori, però, non risuona mai, a meno che non si tratti di scrittori, cantanti o youtubers. Risuona molto di più quella dei dirigenti scolastici o degli studenti.

Ripeto, è buon senso: solo i professori conoscono il mondo della didattica, delle relazioni in classe e tra colleghi, delle numerose problematiche che ruotano attorno a un mondo, quasi un’utopia, che, da contratto collettivo dei docenti, dovrebbe creare un ambiente educativo grazie all’apporto di tutte le figure coinvolte dentro le mura degli istituti scolastici.

A scanso di equivoci, e correndo il rischio di risultare un romantico esperto nella captatio benevolentiae, concludo dicendo che, conoscendo la categoria, nel caso nulla cambiasse, noi continueremo ugualmente a svolgere il nostro lavoro con la stessa immutata passione, che non tiene conto come dovrebbe, a esempio, della retribuzione. Un operaio specializzato nel settore idraulico- lo dico con cognizione di causa – con vent’anni di esperienza, ha un salario notevolmente maggiore di un docente delle superiori, con la stessa esperienza, ugualmente specializzato e vincitore di concorso, e laureato. Non desidero che lui guadagni meno, anzi, son davvero felice per lui. Vorrei che la nostra categoria guadagnasse almeno quanto lui, se non altro perché è sempre sulla bocca di tutti, perché- secondo quei tutti – dovrebbe prendersi cura di ogni aspetto del complesso mondo reale.

La scuola, questo mondo così lontano, ma così vicino che è quasi naturale trattarlo con sufficienza, a volte superbia, senza rispetto.

Inivierò questo articolo a tanti giornalisti del ‘Corriere della Sera’, il mio quotidiano di riferimento: non succederà niente, ma sarebbe bello aprire un dibattito, far sentire la voce dei docenti. Voce non rancorosa, lamentevole, ma sicura delle proprie rivendicazioni e dei propri meriti.

Ernasto Galli della Loggia – che in passato ha lamentato l’assenza di questa voce, soffocata dai sindacati -, Aldo Cazzullo, Massimo Gramellini, Gian Antonio Stella, Carlo Verdelli, il direttore Fontana, Aldo Grasso e, chiaramente, il collega Alessandro D’Avenia con la sua bella rubrica sull’ultimo banco: sono tutti giornalisti che ammiro, apprezzo, seguo e stimo. Tutti hanno parlato di scuola e con tutti loro sarebbe bellissimo avere un confronto sulla scuola stessa, riconoscendole il merito che risulta avere dalle aspettative sociali. Insieme a noi docenti delle secondarie però, che – pur non essendo celebri – entrano in classe ogni giorno.

Vorrei concludere proprio citando Aldo Grasso -critico televisivo e professore universitario autorevole e giustamente stimato- i cui articoli leggo con piacere, che da poco si è espresso così, sulla sua rubrica quotidiana, in riferimento all’uso dei dispositivi elettronici a scuola: ‘La didattica dovrebbe guardare avanti, imparare le poesie a memoria non risolve il problema, perché esiste una nuova grammatica da studiare. Non si vieta ciò che va compreso‘.

Per quella che è la mia esperienza, assaporare, capire e imparare a memoria una poesia non risolve direttamente un problema, ma educa l’ anima per saperli affrontare tutti, anche quelli derivanti dalle nuove sfide della tecnologia. E’ proprio questo che, a parer mio, ancora non si è compreso della scuola. Ma è normale non coglierlo, se non la si vive tutti i giorni: se si vuole, i docenti possono provare a spiegarlo.

Il discorso di Vance all’American Compass, il piccolo think tank del populismo economico conservatore

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla rubrica ‘Europe Matters’ , un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York. 

Oren Cass, fondatore del think tank American Compass, con il vicepresidente J.D. Vance



I politici europei e italiani, quando visitano Washington, visitano spesso think tank di destra e di sinistra. Ce n’è uno che non tutti conoscono: “American Compass”, che è la casa del populismo economico conservatore a Washington. Sia il vicepresidente americano J.D. Vance che il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi in linea per la successione a Trump, hanno parlato il 3 giugno al Gala di American Compass, che festeggiava il suo quinto anniversario. E’ stato fondato dall’economista Oren Cass, ex consigliere di Mitt Romney (il senatore repubblicano anti-trumpiano che perse le elezioni contro Obama 2).La visione di Cass, che rifiuta la triade “libero scambio, tagli alle tasse e deregulation” – cose che di solito piacciono ai repubblicani – per perorare la causa del protezionismo, di una nuova politica industriale e di restrizioni all’immigrazione, ma anche un approccio più aperto ai sindacati, è in grande ascesa sotto Trump e per questo è un think tank che è importante conoscere anche per gli europei. Vance ha dichiarato al Gala che questa visione “ha influenzato” sia lui che altre persone nell’amministrazione Trump. “C’è stato un momento della mia vita quando non mi piaceva parlate di politiche commerciali perché non avevo un dottorato in economia, ma è emerso che un sacco di persone con dottorato in economia avevano completamente torto”, ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti (qui i discorsi completi di entrambi).   Ma i limiti del reale di questi principi sono evidenti nel “Big Beautiful Bill” (come lo chiama lo stesso presidente Trump) ovvero la legge in discussione al Senato, che include una serie di misure assolutamente non populiste, come tagli alle tasse per le corporation e per i ricchi, e allo stesso tempo i tagli a Medicaid (programma di assistenza sanitaria pubblica per persone a basso reddito) e agli aiuti per comprare alimenti dati ai più poveri.I recenti disordini a Los Angeles sono l’ultimo strumento che Trump sta usando per cercare di spingere quei repubblicani che sono ancora restii ad approvare questa legge: la Casa Bianca mostra le immagini più violente di quelle proteste, iniziate venerdì scorso contro i raid degli agenti dell’immigrazione, per affermare che sono necessari ulteriori fondi per il controllo dei confini e per la lotta all’immigrazione illegale, nonché per le forze armate – fondi previsti anch’essi nella proposta di legge. Oren Cass ha parlato pubblicamente anche contro alcune delle misure previste in questa legge. In una recente intervista con il sito Politico, l’economista ha criticato i repubblicani al Congresso per l’incapacità nell’articolare una spiegazione economica coerente per i tagli alle tasse che sono stati proposti. Ha anche affermato che la legge non farà che aggravare la “crisi fiscale” aumentando il deficit – ragion per cui Elon Trump l’ha criticata apertamente – anche se Trump continua a negare che ciò accadrà (benché varie stime indipendenti mostrano che la legge aggiungerà 3 trilioni di dollari al debito nel corso del prossimo decennio). Eppure Vance e Rubio hanno partecipato alla festa. Entrambi, da senatori, avevano portato avanti un populismo economico più in linea con quello di Cass. L’ascesa di Vance alla vicepresidenza è una vittoria anche per Cass, con cui è amico da quasi dieci anni, sin dalla pubblicazione di Elegia americana (il bestseller autobiografico di Vance) nel 2016. Ma adesso che Vance e Rubio hanno lasciato il Senato per far parte dell’amministrazione Trump, entrambi hanno dovuto piegarsi al piano economico del presidente, in particolare sulla riforma fiscale, dove American Compass e altri hanno inutilmente tentato di spingere la Casa Bianca ad aumentare le tasse per i ricchi, e sui tagli al welfare. Allo stesso tempo però American Compass ha avuto difficoltà a far breccia nel cuore dei repubblicani più tradizionalisti al Congresso.Cass è un “nerd” della politica, che è allineato ai MAGA ma anche pronto a criticare alcune azioni dell’amministrazione, cosa che non tutti sono pronti a fare di questi tempi e che non tutti apprezzano nell’attuale Casa Bianca. Ha anche criticato il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, affermando che i suoi commenti sul Project 2025 e la necessità di lanciare una “seconda rivoluzione americana” rischiavano di minare gli obiettivi più significativi del partito.  Ma il Gala del 3 giugno ha rappresentato un tentativo di accorciare parte delle distanze che si stanno creando tra l’amministrazione Trump e i populisti economici conservatori. Vance è emerso come “l’intellettuale” (come lo ha definito Cass) dell’amministrazione Trump e il più abile mediatore tra le diverse anime della coalizione trumpiana, come già fece tra i Maga e i “tech bros” a marzo, dove il vicepresidente usò un discorso ad un simile evento, organizzato da figure della destra di Silicon Valley per cercare di raggiungere una tregua tra “il mondo” di Musk e quello di Steve Bannon. Vance ha spiegato che queste fazioni della coalizione non devono necessariamente essere in conflitto. “L’idea che si può separare la manifattura e l’ideazione delle cose è sempre più irrealistica” ha detto Vance al Gala di American Compass, argomentando che l’attenzione alla rinascita industriale – anche tramite i dazi – che è cara ai populisti dovrebbe esserlo anche per gli oligarchi tech perché è la chiave della crescita economica. Di recente, ovviamente, Vance ha preso posizione al fianco di Trump nello scontro con Musk, ma nel suo commento online ha evitato di attaccare duramente l’uomo più ricco del mondo con cui aveva un rapporto già prima dell’ascesa alla vicepresidenza. Trump approva, perché il suo obiettivo finale è il passaggio del Big Beautiful Bill, una legge per cui ha bisogno delle firme di molti conservatori con idee diverse e che è cruciale per l’intero programma del suo secondo mandato.   

‘Europe matters’ : l’analisi della politica estera con le corrispondenti del ‘Corriere della Sera’

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent e il segretario al Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer (Afp)

E se il tempo giocasse davvero contro Trump nella guerra dei dazi con l’Ue?

Regna l’incertezza. Questo sembra l’unico punto fermo nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti. Il presidente Trump è imprevedibile e questo complica i negoziati tra Bruxelles e Washington sulla disputa commerciale innescata dalla Casa Bianca. L’ultima mossa — l’annuncio venerdì scorso dell’aumento dal 25% al 50% da parte Usa dei dazi su acciaio e alluminio — ha annientato le speranze europee che si fosse aperto un nuovo capitolo nei negoziati sui dazi dopo la telefonata del 25 maggio tra la presidente della Commissione von der Leyen e il presidente degli Stati Uniti Trump. Quell’annuncio «compromette i nostri sforzi in corso per raggiungere una soluzione negoziata con gli Stati Uniti», ha ammesso ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, nel briefing quotidiano con la stampa. «Riteniamo che questa decisione aggiunga ulteriore incertezza all’economia globale e aumenti i costi per consumatori e imprese su entrambi i lati dell’Atlantico», ha aggiunto, ricordando che «l’Ue, in buona fede, ha sospeso le proprie contromisure il 14 aprile per creare spazio a un proseguimento dei negoziati».

I due presidenti avevano concordato di accelerare il ritmo dei colloqui. E questo nella pratica sta accadendo. «I team tecnici da Bruxelles sono in viaggio verso Washington D.C. proprio mentre parliamo», ha ricordato ieri Gill. Tutta l’attenzione adesso è sull’incontro di domani a Parigi, a margine delle riunioni dell’Ocse, tra il commissario Ue per il Commercio Maroš Šefcovic e il rappresentante Usa per il Trade Jamieson Greer. Ma è evidente che l’incontro di domani non sarà risolutivo e che resta sempre l’incognita Trump. Peraltro il commissario Ue Šefcovic e il segretario Usa al Commercio Lutnick sono «in contatto permanente» perché «fornire soluzioni lungimiranti rimane una priorità assoluta dell’Ue», ha scritto nei giorni scorsi su X il negoziatore europeo.

Secondo diversi osservatori la decisione di venerdì scorso di alzare i dazi su acciaio e alluminio è stata la reazione piccata del presidente Usa al soprannome Taco: Trump always chickens out, ossia «se la fa sotto». L’acronimo coniato da un opinionista del Financial TimesRobert Armstrong, è diventato popolare tra gli analisti di Wall Street per descrivere l’andamento dei mercati che crollano dopo le minacce di dazi di Trump per risalire quando desiste e dà più tempo per negoziare. Trump ha spiegato che è una tecnica negoziale: «Non mi tiro indietro: fisso tariffe ridicole per poi negoziare». Cosa che ha fatto anche con l’Ue. «Ho imposto all’Unione europea dazi al 50% — ha ricordato —. E poi mi hanno chiamato e hanno detto: “Per favore, incontriamoci adesso. Per favore, incontriamoci adesso”. E ho risposto: ok, vi darò tempo fino a luglio, e ho chiesto loro la data perché non volevano incontrarci, ma dopo che ho fatto quello che ho fatto hanno detto che erano pronti a incontrarci in qualsiasi momento e ora abbiamo una scadenza del 9 luglio». La ricostruzione però non è corretta, l’Ue è sempre stata fin dall’inizio aperta al dialogo e al negoziato e a eventuali incontri, non lo è diventata dopo le minacce di Trump.

L’Ue cerca di mantenere la calma e la razionalità ma è consapevole di dover essere pronta a reagire se le trattative non dovessero portare a un risultato reciprocamente vantaggioso: «Nel caso in cui i nostri negoziati non portino a un risultato equilibrato, l’Ue è pronta a imporre contromisure, anche in risposta a questo ultimo aumento dei dazi — ha spiegato Gill —. Ricordo che stiamo attualmente finalizzando le consultazioni per un elenco ampliato di contromisure (su esportazioni Usa per un valore pari a 95 miliardi di euro, ndr). Se non verrà raggiunta una soluzione reciprocamente accettabile, sia le misure esistenti sia quelle eventualmente aggiuntive dell’Ue entreranno automaticamente in vigore il 14 luglio o prima, se le circostanze lo richiedessero». Quelle già decise e congelate colpiscono le esportazioni Usa per un valore pari a 21 miliardi di euro.

Nei giorni scorsi otto eurodeputati della Commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, tra cui Brando Benifei del Pd, che è anche presidente della delegazione per le relazioni Ue-Usa, sono stati in missione a Washington dove hanno incontrato funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui l’Assistente rappresentante per il Commercio Usa per l’Europa Bryant Trick e la vice sottosegretaria per il commercio presso il dipartimento dell’Agricoltura Michelle Bekkering. Da oggi Benifei è di nuovo a Washington dove incontrerà la leadership democratica con una delegazione S&D del Parlamento europeo. «C’è da parte dell’amministrazione Usa un cauto ottimismo sul fatto che si possa arrivare a un accordo», ha spiegato Benifei al Corriere, aggiungendo che però «restano due temi difficili da discutere: i dazi reciproci al 10% su cui gli Usa non vogliono cedere, sono per loro una questione ideologica ma sono fuori dalle regole Wto, e la questione della legislazione: è forte la pressione sugli standard Ue sanitari, fitosanitari, agroalimentari e sulle regole sul digitale. La Commissione è sempre stata chiara su questo, spiegando che non c’è margine. Noi lo abbiamo ribadito: senza il Parlamento Ue le leggi non si cambiano e non c’è intenzione di mettervi mano».

La delegazione si è fermata a Washington da mercoledì a venerdì. «Abbiamo incontrato anche i produttori agricoli americani e i produttori dei semiconduttori, grandi aziende europee negli Stati Uniti e americane che sono in Europa — prosegue Benifei —. Abbiamo anche discusso con i rappresentanti dei governatori ed è stato molto interessante. Abbiamo avuto meeting con il Fondo monetario internazionale e con diversi think tank». Per Benifei «c’è una spinta americana a trovare un accordo che viene da un lato dalla decisione della Corte statunitense del commercio internazionale di annullare le tariffe reciproche, seppure temporaneamente sospesa da una corte d’appello, e dall’altra dal business americano: ad esempio i produttori di soia, che sono un pezzo fondamentale dell’elettorato di Trump, hanno paura di essere colpiti dalle contromisure europee. C’era un clima costruttivo e meno confuso rispetto a un mese fa, quando ero stato Washington e avevo avuto colloqui anche sul tema dazi».

Il negoziato non sarà semplice. La mossa Usa su acciaio e alluminio complica ulteriormente lo scenario. Per Benifei «l’Europa deve essere molto paziente e non aprire a concessioni sbagliate, perché l’Unione può ottenere un accordo favorevole per entrambe le parti e non ha necessità di fare concessioni unilaterali. L’Ue deve sfruttare la situazione americana, dove sembra che il tempo non giochi più a favore di Trump».  

  

‘Europe Matters’: l’analisi della politica estera europea e americana con le corrispondenti del ‘Corriere della Sera’

Continua la pubblicazione, per cui si ringrazia il ‘Corriere della Sera ‘ , della rubrica sui rapporti tra Europa e U.S.A.

Benvenuti a Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.  

Studenti davanti alla statua di John Harvard nel campus dell’Università di Harvard. Il 13 maggio 2025 il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuovi tagli ai finanziamenti per Harvard (Afp)

Dal Texas al Parlamento europeo, la Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

Continua il braccio di ferro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’Università di Harvard. Ieri l’inquilino della Casa Bianca ha scritto su Truth di stare «ancora aspettando la lista degli studenti stranieri di Harvard, così da poter stabilire, dopo una spesa assurda di miliardi di dollari, a quanti pazzi radicalizzati, tutti piantagrane, non dovrebbe essere permesso di rientrare nel nostro Paese». Trump ha spiegato che «parte del problema con Harvard è che il 31%» degli studenti «è straniero, noi diamo loro miliardi di dollari, che è ridicolo… Sono il 31% e rifiutano di dirci chi sono, lo vogliamo sapere, non abbiamo problemi con molti di loro, ma non dovrebbero essere il 31%, è troppo».

L’Italia, invece, ha il problema opposto degli Stati Uniti: paga per formare i propri studenti che poi per mancanza di opportunità sono costretti ad andare a cercare fortuna all’estero. Restiamo emigranti, ma è cambiata la classe sociale. E moltissimi vanno negli Stati Uniti.

La comunità italiana negli Stati Uniti conta numerosi ricercatori e accademici. Venerdì scorso il Parlamento europeo ha ospitato la XIX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian Community in collaborazione con l’Università Libre di Bruxelles. Vi hanno partecipato in presenza e da remoto  rappresentanti di associazioni, università e centri di ricerca da tutto il mondo, tra cui Australia, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Francia, Giappone, Israele, Italia, Messico, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. L’iniziativa è stata lanciata da Vincenzo Arcobelli, presidente della Conferenza, nel 2004 a Houston, «che era già una città con una popolazione italiana in crescita. Il Texas è famoso per la ricerca soprattutto nel settore medico. Ho voluto  mettere in evidenza le eccellenze della ricerca italiana», ci racconta al termine di una giornata in cui si sono alternati panel sull’aerospazio, la biomedicina, le materie Stem e quelle umanistiche (introdotte nella conferenza dallo scorso anno).

L’obiettivo per cui è nata quasi vent’anni fa questa Conferenza «era far capire alle comunità locali statunitensi qual è l’apporto umano e intellettivo italiano», prosegue Arcobelli ricordando che «noi italiani siamo stati emarginati, siamo stati discriminati in Louisiana, in Texas, in tutti gli Stati Uniti: la nostra immagine era la solita… pizza, mandolino, mafia. Io volevo dare un esempio pratico, un’altra immagine dell’Italia». Arcobelli non è un ricercatore, si occupa di aviazione: «Sono un comandante pilota di istruttori della American Airlines, di istruttori di piloti americani, militari, civili e simulatori e poi lavoro come comandante pilota e istruttore». Ma con una forte passione per l’Italia e gli Stati Uniti. Conferma che il mondo accademico americano sta vivendo «un disagio» e anche «qui tra i nostri panelist ci sono professori che vivono con i grants, quindi con i contributi statali, ci vivono le università con i laboratori. Se i grants vengono meno il rischio è che questi  ricercatori possano perdere il lavoro».

Arcobelli pensa però che sia «una cosa temporanea, perché un Paese come gli Stati Uniti non può continuare così, si ferma se smette di investire in ricerca e sviluppo tecnologico, finisce per perdere la competizione con la Cina. Gli Usa sono sempre stati guidati dal merito: se meriti vieni in America e gli Stati Uniti possono trarre un beneficio dalle ricerche di alto livello che vengono fatte dagli stranieri». 

«A luglio scopriremo come finirà la battaglia legale con le università», spiega Andrea Giuffrida, che trent’anni fa ha iniziato come ricercatore negli Stati Uniti e ora è Senior Vice President for Research & Biotechnology della Western University of Health Sciences in California. «Il clima è teso, l’amministrazione ha preso di mira le grandi università — spiega — ma anche gli atenei più piccoli sono preoccupati perché i tagli potrebbero rendere più difficile continuare a fare ricerca come si faceva in passato». C’è ormai un clima di «paura» tra gli studenti stranieri, che non sanno se verrà loro concesso o rinnovato il visto per gli Stati Uniti. «La Conferenza, che lo scorso anno è stata organizzata in Canada, ha tra i suoi obiettivi favorire il networking tra persone che di solito non interagiscono perché di settori diversi – prosegue Giuffrida – ma anche portare un po’ di visibilità al prestigio della ricerca italiana in generale nel mondo e risvegliare un po’ gli animi anche in patria, dove purtroppo ancora non esistono delle politiche forti per evitare la continua fuga di cervelli, dovuta alla mancanza di opportunità simili a quelle che si trovano all’estero. È probabile che l’Europa si troverà avvantaggiata da quanto sta accadendo negli Stati Uniti, perché potrà accogliere studenti che non si sentono più rassicurati dal clima Usa e cercheranno rifugio in Europa».

L’amministrazione Trump ha fatto arrestare e ha trattenuto studenti internazionali e il mese scorso ha revocato migliaia di visti, prima di ripristinarli temporaneamente. Il risultato, come hanno ben raccontato sul Corriere Luigi Ippolito da Londra e Stefano Montefiori da Parigi, è che «l’esodo dalle università americane è già partito». In Gran Bretagna per il prossimo anno accademico 2025-26, le domande di iscrizione da parte di giovani americani nelle università britanniche sono cresciute del 12% rispetto all’anno precedente, passando da 5.980 a 6.680. Mentre il 5 maggio scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato a fianco della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen l’iniziativa «Choose France for Science», per attirare in Francia e in Europa scienziati e ricercatori da tutto il mondo. Ma venire in Europa non è poi così semplice. «Negli ultimi anni si sono moltiplicate le restrizioni per gli studenti francofoni, in arrivo specialmente dall’Africa, sospettati spesso di usare l’iscrizione a un’università come pretesto per stabilirsi in Europa», scrivono Montefiori e Ippolito, che citano le cifre di Eurostat: sono 1,66 milioni gli stranieri che studiano nelle università Ue. La Germania è il Paese che ne attira di più, con il 23,3% del totale, la Francia il 16% e i Paesi Bassi il 10%. L’Italia è ferma al 4%, perché come non riesce a trattenere i nostri ricercatori così non riesce ad attrarre quelli stranieri. 

CHI SIAMO

Francesca Basso è corrispondente da Bruxelles per il Corriere della Sera. Ha lavorato nelle redazioni Politica ed Economia

Viviana Mazza è corrispondente da New York per il Corriere della Sera. Ha lavorato nella redazione Esteri occupandosi di Stati Uniti e di Medio Oriente

  

Noi siamo lo Stato

di Daniele Madau

Domani si ricorderà la strage di Capaci, del 23 maggio 1992: una data fondativa per il nostro senso dello Stato

Esiste un calendario civile, in Italia, drammatico e doloroso, che solo se continuerà ad accompagnarci in una crescita di maturazione come cittadini, potrà diventare calendario del cuore: è quello che ricorda le date di chi ha donato la sua vita per noi.

Di queste, la data del 23 maggio 1992 è come fondativa di un risveglio di un sopito senso dello Stato, relegato in fondo al cuore dalle conquiste degli anni ’70 e dal benessere degli anni ’80, che hanno causato un periodo di apatia, senso di soddisfazione e – contemporaneamente – di disgusto, distrazione, ottenebramento e allontanamento dal patto civile che ci univa e ci unisce. Già ‘ Tangentopoli’ aveva urticato e infiamato i nostri sentimenti di pancia e stomaco; Capaci toccò, e graffiò a fondo, il nostro cuore.

Perché sì, davanti ai nostri occhi si palesava chi, in mezzo alla connivenza, alla superficilità, al menefreghismo, all’illegalità diffusa, accettata e valorizzata, all’omertà, al depistaggio come regola di Stato, all’invasione delle lunghe mani della politica nella società, alla depredazione del bene comune, aveva anteposto la legalità, i valori dell’etica e del dovere, l’amore alla comunità.

Aveva il volto disilluso, dolce e fermo di Giovanni Falcone, incorniciato elegantemente dai baffi, tratto stilistico degli anni ’80. Aveva i volti di tutti coloro che l’hanno preceduto – da Placido Rizzoto a Chinnici -, che l’avrebbero seguito – da Borsellino a Don Puglisi – e che l’hanno accompagnato, Francesca Morvillo e la scorta.

Da quel giorno, noi siamo, e saremo sempre, come davanti a una pietra di paragone, a una psicostasia – pesatura dell’anima – che ci svela quando valgono i nostri sentimenti, davanti a uno specchio – gli occhi dei nostri eroi civili – che ci mostra gli abissi del nostro cuore.

Potremmo così ricercare quanto teniamo ai nostri figli, alle nostre persone care, ai nostri anziani, in base a quanto abbiamo a cuore le conquiste civili, il rispetto delle leggi, la sanità e la scuola pubblica, le infrastrtutture efficaci. Potremmo così conoscere quanto amiamo noi stessi, e se cioè ricerchiamo la felicità in una comunità libera sotto le regole, in un cammino semplice di rispetto reciproco.

Perché capire che lo Stato siamo noi non è difficile, è semplice. Capire che ognuno di noi, essendo venuto in vita e vivendo in una certa comunità, ha dei doveri e dei diritti, tali e quali a quelli di tutti gli altri a cui è uguale, è libero e deve contribuire al benessere suo e di tutti, non è difficile. E’ la prima cosa che i bambini imparano, quando seguono le indicazioni dei genitori.

Purtroppo, storture storiche, il male che sembra onnipotente – ma lo è solo quando la comunità è debole – viltà e egoismo, pericoli innati nell’uomo, ci hanno convinto del contrario.

Il calendario civile serve a questo, a riportare tutto sulla giusta strada, nel cammino semplice, alla felicità che ci meritiamo, e che possimo costruire solo pensando che noi siamo lo Stato.

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