
Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
Tutto è politica

Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
di Elly Schlein, Segretaria nazionale Partito Democratico

| Cari direttori, a sei mesi dall’inizio della guerra nel Golfo Persico, la crisi energetica è di nuovo una cruda emergenza con cui fanno i conti ogni giorno milioni di famiglie e imprese italiane. Parliamo di una vera e propria stangata economica che sta investendo la vita reale del Paese. In questi mesi, il prezzo del gas è più che raddoppiato, il costo del petrolio è salito a 90 dollari al barile, la benzina alla pompa ha stabilmente sfondato la soglia dei 2 euro al litro e il gasolio ha ormai superato il record storico toccato nel marzo del 2022. Con riflessi pesantissimi sul costo della vita, delle merci, dei beni alimentari. Tutto questo si traduce in una parola sola: insostenibilità. Per chi deve mettere insieme il pranzo con la cena la situazione è insopportabile. Lo è pure per le piccole e medie imprese, che perdono competitività e rischiano di chiudere i battenti. Non dimenticherò mai la chiarezza con cui gli operai di Pomigliano, davanti alla fabbrica, mi dissero che loro il caro energia lo pagano tre volte: quando arriva la bolletta a casa, quando vanno a fare la spesa, e quando l’azienda entra in difficoltà e li mette in cassa integrazione. Di fronte a un quadro così difficile, il governo sta letteralmente navigando a vista, come dimostra la recente proroga di appena 48 ore del mini sconto sull’accisa del diesel: una presa in giro. Con la stagione invernale ormai alle porte, le misure tampone non bastano più per proteggere il Paese. La verità è che serviranno risorse ingenti, che bisogna andare a prendere esattamente dove si trovano: tassando in modo equo ed efficace gli extraprofitti accumulati dalle grandi società energetiche. Giorgia Meloni abbia il coraggio di far pagare di più chi si è arricchito anche in questa pesante crisi. Stiamo parlando di una misura già messa in campo nel 2022 e che lo stesso ministro Giorgetti è tornato a sollecitare in sede europea insieme ad altri. La Commissione europea però ha chiarito che gli Stati membri possono già intervenire a livello nazionale. Certamente un intervento europeo sarebbe utile e opportuno, ma nel frattempo non ci sono alibi per non intervenire immediatamente a livello nazionale. Sappiamo che le forze della maggioranza su questo sono divise, sta alla Presidente Meloni fare sintesi nell’interesse del Paese. Il Governo passi dalle parole ai fatti e tassi subito gli extraprofitti per finanziare gli interventi straordinari necessari a ridare fiato all’Italia. Il solo taglio temporaneo delle accise non è più sufficiente: serve un piano d’azione più ampio e articolato. Da un lato occorre frenare la corsa dei prezzi alla pompe, anche verificando la fattibilità di un tetto al margine di raffinazione. Dall’altro lato è urgente sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, potenziando e allargando il bonus sociale luce e gas, ripristinando il bonus trasporti (che aveva aiutato quasi 3 milioni di cittadini con gli abbonamenti ai mezzi pubblici), prevedendo un contributo carburanti modulato sull’ISEE. Come pure serve aiutare quei settori produttivi che soffrono di più la crisi, a partire dall’agricoltura e l’autotrasporto. Questo nell’immediato, ma la questione va affrontata in maniera strutturale perché anche prima della guerra illegale di Trump e Netanyahu, in Italia avevamo il costo dell’energia all’ingrosso più caro d’Europa. Sono tre anni che facciamo proposte al governo per scollegare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas e chiediamo trasparenza per intervenire sui meccanismi speculativi con cui si forma il prezzo. Bisogna liberare il Paese dalla dipendenza dalle fonti fossili, che lo rende il più esposto agli choc energetici. A questo deve servire la flessibilità ottenuta a livello europeo, a recuperare l’enorme ritardo del governo che in questi 4 anni non ha fatto nulla per accelerare e semplificare la produzione di rinnovabili, incentivare la decarbonizzazione dei processi industriali, l’elettrificazione dei consumi e l’efficientamento energetico. Anche su questo il Partito democratico è pronto a fare la propria parte con proposte costruttive. Ora spetta al governo dimostrare se ha finalmente il coraggio di fare la sua. |
| Grazie per il vostro sostegno. |
di Marta Meloni, formatrice, dottoressa in Scienze e tecniche psicologiche

Vorrei iniziare l’articolo commentando l’immagine che ho scelto per accompagnarlo. Rappresenta una metafora. A sinistra, nei toni caldi, una rete di neuroni rappresenta le nostre connessioni umane: vive, imperfette, autentiche. Accanto, una piccola bilancia mette a confronto due dimensioni. Su un piatto, cuori e connessioni digitali: elementi apparentemente leggeri, ma ai quali nella nostra quotidianità finiamo per attribuire un peso enorme. Sull’altro, un cuore anatomico, simbolo delle emozioni, dei sentimenti e dei valori che appartengono alla dimensione più profondamente umana.
A destra, nei toni freddi del blu, ingranaggi e circuiti rappresentano l’infrastruttura digitale: un mondo sistematico, tecnologico e automatizzato.
A unire questi due mondi c’è una mano aperta, dalla quale parte un filo di luce dorata che entra negli ingranaggi e li accende.
Quella mano ha un doppio significato.
Da una parte è la mano del progettista. La tecnologia, di per sé, è fredda e sistematica: non possiede emozioni, valori o una propria dimensione etica. Soprattutto nel momento in cui viene progettata, l’essere umano può trasferire nel sistema una parte dei propri principi, incorporando valori etici nelle scelte, nelle regole e nei meccanismi che ne determinano il funzionamento.
Dall’altra parte, la mano di chi ogni giorno utilizza i social. Il filo di luce rappresenta la consapevolezza, cioè la possibilità di comprendere i meccanismi che guidano la nostra esperienza digitale e scegliere quale spazio concedere loro nella nostra vita.
I social dovrebbero essere strumenti capaci di apportare valore alla nostra vita: favorire relazioni, conoscenza, creatività, espressione e opportunità, senza sostituirsi a ciò che rende la vita realmente significativa.
Il 18 agosto 2026 è iniziato, davanti al tribunale federale di Oakland, in California, il processo contro Meta, società madre di Facebook e Instagram. La vicenda nasce da un’azione legale avviata nel 2023 da una coalizione di 29 Stati che contesta la progettazione di caratteristiche e funzionalità delle piattaforme capaci di favorire un utilizzo prolungato e comportamenti di dipendenza tra bambini e adolescenti. Attualmente sono in particolare California, Colorado, Kentucky e New Jersey a sostenere le accuse. La causa riguarda anche la raccolta e il trattamento dei dati degli utenti con meno di 13 anni e il rispetto delle norme sulla privacy dei minori. Meta respinge le accuse e sostiene che non sia stato dimostrato un rapporto causale tra l’utilizzo dei suoi social e i problemi di salute mentale dei giovani, sottolineando anche il proprio impegno in materia di sicurezza. Il procedimento giudiziario porta così al centro una questione più ampia: quanto è libera una scelta quando l’ambiente nel quale viene compiuta è progettato per orientarla? Un social network non è uno spazio neutrale. I sistemi di raccomandazione raccolgono e analizzano i segnali prodotti dalle nostre interazioni: quello che guardiamo, su cui ci soffermiamo, commentiamo o condividiamo. Questi dati vengono utilizzati per orientare la selezione successiva. In questo modo, i contenuti che visualizziamo non sono semplicemente l’effetto delle nostre preferenze, ma anche il prodotto di un processo algoritmico: ciò che appare davanti a noi è già, almeno in parte, l’esito di una selezione precedente. Il meccanismo è quasi invisibile perché non percepiamo l’algoritmo mentre lavora. Vediamo soltanto il risultato: un video che ci diverte, un contenuto che sembra trattare proprio argomenti di nostro interesse, un altro che ci induce a continuare. Inoltre, più tempo trascorriamo su una piattaforma, maggiori sono le occasioni di esposizione a contenuti pubblicitari. L’attenzione diventa in tal modo una risorsa economica. Per questo alcune caratteristiche del design digitale, dalla personalizzazione del feed allo scroll infinito, possono rendere estremamente semplice continuare a scorrere. Un libro ha un’ultima pagina, un film ha una fine, un social feed, invece, può continuare indefinitamente. È una differenza apparentemente banale, ma psicologicamente significativa: quando non esiste un punto naturale di conclusione, fermarsi diventa una decisione consapevole mentre continuare non richiede quasi alcuno sforzo. La scelta, formalmente, rimane dell’utente. Ma le alternative non sono necessariamente presentate in modo simmetrico: una richiede un’azione, l’altra può avvenire quasi automaticamente. Ed è proprio qui che la questione diventa particolarmente rilevante quando parliamo di adolescenti. L’adolescenza non è semplicemente un’età nella quale si utilizzano maggiormente i social. È una fase dello sviluppo caratterizzata da una particolare sensibilità alle ricompense, alle relazioni con i coetanei e alla valutazione sociale. Allo stesso tempo, i processi di autoregolazione sono in sviluppo. La ricerca neuroscientifica mostra che i segnali di accettazione e rifiuto possono avere una rilevanza particolare in questo periodo in cui l’identità è ancora in costruzione. Non perché i giovani debbano essere considerati incapaci di scegliere, ma perché proteggere la loro autonomia significa anche interrogarsi sulla qualità dell’ambiente nel quale quella autonomia viene esercitata. Se un tempo ci si poteva chiedere se si fosse apprezzati, desiderati o accettati, oggi si può, almeno apparentemente, misurarlo attraverso metriche digitali: follower, like, visualizzazioni, commenti, condivisioni. La quantificazione produce un’illusione potente: sembra trasformare qualcosa di complesso come il valore sociale di una persona in un numero. Eppure, quando quel numero viene aggiornato continuamente, può diventare difficile non utilizzarlo come parametro per valutare sé stessi. Un semplice like può essere percepito come approvazione, un commento può essere vissuto come giudizio, un mancato riscontro può assumere il significato di esclusione e il numero dei follower può trasformarsi da semplice statistica a parametro con cui confrontarsi. Ma il paragone non riguarda soltanto i numeri. Riguarda anche ciò che quei numeri accompagnano e rendono visibile. Vediamo il successo senza il fallimento, il viaggio senza la stanchezza, la relazione senza i conflitti. Confrontiamo così la nostra esperienza nella sua interezza con una versione selezionata e filtrata di quella altrui. La ricerca non autorizza a dire che questi meccanismi provochino automaticamente depressione, ansia o altri disturbi. Il rapporto tra social media e salute mentale è molto più complesso: gli effetti variano tra persone, modalità d’uso, esperienze sociali e vulnerabilità individuali. Le evidenze più recenti mostrano associazioni tra alcuni pattern di utilizzo, in particolare l’uso problematico, e diversi esiti negativi, ma sottolineano anche la difficoltà di stabilire semplici rapporti di causaeffetto. Per anni la tecnologia è stata considerata soprattutto uno strumento nelle mani dell’utente, visto come soggetto attivo e responsabile del proprio rapporto con essa: spegnere il telefono, limitare il tempo online, disattivare le notifiche, sapersi porre dei limiti sviluppando maggiore autocontrollo. Forse oggi dobbiamo iniziare a considerarla anche come un ambiente: uno spazio dinamico progettato, regolato e ottimizzato secondo determinati obiettivi. La letteratura scientifica si sta interrogando sempre più su questo punto: se alcune caratteristiche dell’ambiente digitale possono influenzare il comportamento e i processi decisionali, è possibile intervenire anche sul modo in cui le piattaforme sono progettate. Tra le ipotesi studiate ci sono sistemi di raccomandazione più trasparenti, un maggiore controllo da parte dell’utente sui contenuti che gli vengono proposti e modalità che rendano più semplice interrompere l’utilizzo. L’obiettivo sarebbe spostare almeno in parte l’attenzione da un modello basato sull’engagement, cioè sulla capacità di mantenere il coinvolgimento dell’utente, verso un’esperienza che tenga conto anche della sua autonomia e del suo benessere. È questa la prospettiva del Value Sensitive Design, che propone di considerare valori come autonomia, benessere e qualità delle relazioni già quando si definiscono e progettano le caratteristiche di un sistema. Forse dovremo chiederci… Cosa ci resta quando abbiamo spento lo schermo? Perché sviluppare consapevolezza significa anche imparare a riconoscere questa differenza: tra ciò che riesce a trattenerci e ciò che ha davvero valore per noi.
A cura della redazione

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.
In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).
Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.
Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.
Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.
Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).
Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!
Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.
Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]
Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!
Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).
Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).
È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!
Grazie! Grazie!
Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:
Padre Nostro…
Benedizione
Grazie e buon cammino!
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica
«La notte del 24 agosto di dieci anni addietro, il violento terremoto che ebbe
epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto, nel cuore dell’Appennino centrale,
colpì numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, a cui seguirono
ulteriori sequenze sismiche fino agli inizi del 2017.
Con il suo bilancio di 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 sfollati, quel terremoto –
delle cui devastazioni Amatrice è divenuta simbolo – costituisce una pagina
drammatica della storia della Repubblica e funge da monito costante sulla necessità
continua di potenziare i meccanismi di prevenzione e intervento da attuare al
verificarsi dei fenomeni sismici a cui è soggetto il nostro Territorio.
I volontari accorsi da tutta Italia, il loro prezioso e generoso operato, insieme alla
prontezza degli interventi delle Autorità di primo soccorso sono stati veicolo di aiuti
e assistenza, portando anche un segnale di speranza e di ripartenza con cui si è dato
inizio a un processo di ricostruzione.
Così come in occasione delle altre catastrofi naturali che si sono registrate nel nostro
Territorio, lo spirito di solidarietà che unisce il popolo italiano si è rivelato un
efficace strumento di resilienza e contenimento dinanzi a calamità di così ampia
portata e violenza.
Il risanamento è un percorso, non privo di complessità, che richiede l’impegno di
essere ultimato nel più breve tempo possibile ed è un richiamo alla responsabilità
collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata nei territori colpiti da
questa tragedia.
In questo giorno di memoria, mi unisco al dolore di coloro che hanno subito la
perdita di familiari ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e a quanti si sono ritrovati
improvvisamente in condizioni di grande difficoltà».
Roma, 24 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
NOTA DI PALAZZO CHIGI
Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016. Alle 3.36 la prima, terribile, scossa della drammatica sequenza sismica che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un pezzo vastissimo del nostro territorio nazionale.
Oggi rendiamo omaggio alla memoria delle 299 vittime del terremoto e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione.
In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il Governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo. I dati testimoniano che la direzione è cambiata, sia per quanto riguarda i contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per quello che concerne la ripresa degli investimenti per la ricostruzione pubblica, per troppo tempo rimasta bloccata.
In questo cammino sono tornati a splendere anche alcuni dei simboli più significativi e identitari del territorio. Come la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016. Altrettanto incessante l’impegno per sostenere la ripresa economica e sociale, essenziale per garantire che i borghi e le città colpiti dal terremoto possano continuare ad essere vivi e vitali.
Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. E, per questo, non abbiamo intenzione di fermarci. Dando ancor più forza e continuità a quel grande lavoro di squadra che, in questi anni, ha visto protagonisti tutti i livelli istituzionali nazionali e locali, insieme al tessuto economico, sociale e produttivo e ha permesso di raggiungere risultati inizialmente impensabili. L’obiettivo rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale.
di Daniele Madau

Siamo tutti stati in carcere con lei, uno dei più duri al mondo, quello di Evin, Teheran, in quei giorni tra fine dicembre 2024 e inizio gennaio 2025. Quando è stata liberata, il mondo ci è sembrato-per una volta- più giusto e più bello, e abbiamo riscoperto la bellezza del gioire come nazione, tutti insieme, senza divisioni, per lei. L’incontro di oggi è davvero emozionante: con Cecilia Sala, in Sardegna per la presentazione del suo libro, ‘I figli dell’odio’, (Mondadori-Strade Blu)
Gli incontri sono organizzati dal Club Jane Austen Sardegna, in un 2026 in cui ha realizzato sedici laboratori dei circoli letterari, dieci percorsi dedicati a Grazia Deledda tra scuole e festival e le ‘Anteprime’ del ‘Festival Dicembre Letterario’ per le quali ha invitato la giornalista . Con ‘I figli dell’odio’ Cecilia Sala ci presenta tre tappe di un viaggio negli scenari più complessi, e tragici, del mondo: Israele, Palestina, Iran . Qui incontra ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
Israele, Palestina, Iran. Sala attraversa tre luoghi nei quali la Storia entra presto nelle biografie e sceglie di guardarli attraverso chi sta diventando adulto adesso. Ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
È qui che ‘I figli dell’odio’ trova la sua domanda più scomoda: quanto di ciò che pensiamo appartiene davvero a noi e quanto abbiamo ricevuto in eredità? «Cecilia Sala porta alle Anteprime una cosa che per noi conta molto: la possibilità di capire il presente attraverso le persone che lo stanno vivendo – spiega Giuditta Sireus, direttrice artistica e manager culturale –. ‘I figli dell’odio’ parla di geopolitica, ma ci mette davanti soprattutto una generazione. Ragazzi che stanno costruendo la propria identità dentro conflitti ricevuti in eredità. Il giornalismo di Cecilia riesce ad avvicinarci a quelle vite mantenendo intatta la complessità. È esattamente il tipo di incontro che cerchiamo: una voce competente, un tema che riguarda il nostro tempo e molte domande da portarsi dietro».
Innanzitutto, Cecilia, benvenuta in Sardegna. Vorrei partire dal taglio del suo libro, che-in una sua parte- mette in luce un paradosso, una sorta di discrasia: quella di nuove generazioni delle zone più problematiche del Medio Oriente che, invece di rappresentare un segno di speranza, hanno assorbito l’odio delle generazioni precedenti, così da diventare ‘figli dell’odio’: può spiegare questa scelta?
Credo sia una scelta naturale. Nel libro non ci sono solo ragazzi, ci sono anche anziani e vecchi, ma mi è venuto naturale guardare soprattutto a quelli un po’ più giovani perché mi colpisce di più il pensare a cosa fanno loro. Perché, appunto, incarnano il futuro e mostrano dove stanno andando le società israeliana, palestinese e iraniana. A me piace vedere nelle nuove generazioni i buoni del contesto in cui si trovano, ma non sempre è così: i giovani rappresentano il futuro ma non è detto che il futuro ci piaccia più del presente e del passato. E nel caso israeliano i giovani rappresentano la parte più incattivita della società, quella più estremista. Per un giovane isrealiano, nella media, essere contro la nascita di uno stato palestinese è assolutamente normale, mentre non era così per i loro genitori.
Vorrei andare ora verso la parte finale del libro, quella che descrive i giorni di Evin: proprio l’ultima pagina mi sembra che presenti come un segno di speranza, e cioè l’incontro con quel gatto rosso che è stato per lei l’unico contatto con qualcosa di vivo. Prendendolo come simbolo, cosa rappresenta, allora-tra tutto ciò che ha visto e raccontato-la speranza per il futuro, visto che non per forza questa è incarnata dalle nuove generazioni? Aggiungo che proprio ieri è scaduta la tregua di sessanta giorni tra Usa e Iran, così da aprire un nuovo elemento di incertezza
Più che un segno di speranza, però, quello era un segno di tenerezza, di dolcezza, in un contesto di durezza, come quello raccontato dal libro, soprattutto in quelle pagine. Noi siamo giornalisti che viaggiano per il mondo, spesso in contesti difficilissimi e abbiamo il dovere di essere trasparenti e onesti, e di dire la verità: perciò, sinceramente, in Israele e in ciò che resta dello Stato palestinese è difficile scorgere segni di speranza. In realtà-e questo potrebbe apparire non scontato dato il nostro discorso- i maggiori segni di speranza li vedo in Iran, dove i giovani sono già preponderanti e, a grandissima maggioranza, detestano la Repubblica islamica. Questo non vuol dire che la fine del regime sia facile o imminente: è un regime armato sino ai denti che non si fa scrupolo di sparare sulla folla, come abbiamo visto coi massacri di gennaio. In prospettiva, però, l’Iran sarà fatto dai giovani iraniani, dato che-come detto- loro sono già la maggioranza oggi, e sono molto diversi dalle barbe lunghe e dai turbanti che siamo abituati ad associare a quel Paese. Rispetto ai sessanta giorni, anche qui di speranza ce n’è poca, nel senso che Trump ha avuto fretta di annunciare qualcosa, e quel ‘qualcosa’ era un preaccordo sui sessanta giorni molto vago- tanto che non si può ora chiamare neanche di tregua- affinché tutti potessero rivendicare un po’ quello che pareva a loro. Gli iraniani dire di avere il controllo di Hormuz, gli americani potessero negare questo; tanto di dettagliato non c’era niente in quei punti. Il risultato di quegli accordi molto vaghi, perciò, è che ognuno ha fatto e agito come voleva, da solo, negando, di fatto, gli accordi stessi. Trump, come suo solito, minaccia ma torna indietro rispetto alle minacce stesse; fortunatamente, potremmo anche dire da un certo punto di vista. E’ evidente, però, che ogni volta che si ripete questo suo avanti e indietro, perde credibilità e perciò è difficile che riesca a imporre al regime iraniano condizioni accettabili per gli Stati Uniti. Per questo io penso che Hormuz sia destinato a non tornare più alle attività di prima, libero, aperto e sicuro. L’instabilità sarà la nuova norma, con un contesto non di particolare intensità della guerra, come quello che c’era a marzo, ma con una situazione non più simile a quella del 28 febbraio, di un’ora prima che cominciasse la guerra: Trump, quella, non sarà più in grado di ripristinarla.
Una domanda personale, soprattutto per i giovani, tra i protagonisti del suo libro e per quelli che la seguono e che saranno presenti anche agli incontri in Sardegna: da dove nasce il desiderio del giornalismo?
Da adolescente. Al liceo ho iniziato a leggere reportage di Fallaci e Sciascia, scritti di mostri sacri che trovavo e respiravo in casa. Mi sembrava molto affascinante come lavoro. In realtà, poi, uno scopre che il giornalismo è molto diverso da quello che si poteva immaginare da adolescente; però è stato lì, in quegli anni, il momento in cui ho desiderato di intraprenderlo.
In ultimo, una considerazione sulla posizione geopolitica dell’Italia, sulla sua postura e le sue scelte di fronte ai complessi scenari internazionali
A me sembra che , a esempio, sulla questione russo-ucraina abbiamo una posizione chiara, che è sopravvissuta a governi diversi, di sostegno all’Ucraina: poi, è chiaro che non siamo un Paese fondamentale o cruciale per la difesa dell’Ucraina, da un punto di vista anche materiale. Sugli Usa e Trump, a me sembra che più o meno tutti nel mondo, anche quelli che appartengono alla stessa fazione politica del presidente americano, come il nostro governo, si siano progressivamente resi conto che non conviene stare con lui: fa crollare i sondaggi, non piace agli stranieri-perché bistratta in maniera clamorosa anche gli alleati- e gli stessi repubblicani americani si stanno accorgendo che non conviene più neanche a loro stare con lui. In Europa, poi, dove Trump è disprezzato, a nessun politico conviene mantenere un’immagine di vicinanza col presidente americano. Il quale, del resto, è destinato a uscire malissimo anche dalle prossime elezioni di midterm
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Con Francesco Guccini scompare un poeta, un musicista, un intellettuale che ha composto canzoni che hanno segnato questi anni, che parlano di impegno, di giustizia, di uguaglianza. Ai familiari va il più sentito sentimento di cordoglio».
Roma, 6 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
NOTA DI PALAZZO CHIGI
L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere.
Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia.
In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria.
Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso.
Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna.
Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia è pronta a continuare un confronto costruttivo con il Governo di Madrid.
Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadini spagnoli ed europei che, é importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi.
di Daniele Madau e Marco Marini

E’ giusto che ci interroghiamo continuamente sull’Europa e sull’Unione Europea: su che cosa siano, perché abbiamo deciso di farne parte, cosa significhi oggi per l’Italia e se possa rappresentare ancora il nostro futuro.
Il continente europeo è un elemento geografico unitario e pressoché ininterrotto, dall’Oceano Atlantico ai Monti Urali, e come tale nel corso della storia più volte è stato, in buona o in piccola parte, unificato. In genere concretamente, con la forza, a esempio dai Romani, da Napoleone, da Carlo Magno, dal nazifascismo. Ma lo è stato anche in astratto, simbolicamente, da correnti di pensiero, ideali, religioni: dal cristianesimo, dall’illuminismo, dalle rivoluzioni industriali.
Ciò a cui, pero’, abbiamo assistito dagli anni cinquanta del novecento, nella sua particolarità, è stato un fenomeno che ha unito questi due aspetti, concreto e ideale, perché da un ideale è nata un’unione volontaria di stati nazionali, che hanno aderito a regole comuni, dando vita all’Unione Europea.
Prima che queste regole fossero ratificate, i paesi europei usciti distrutti dal dramma comune della guerra, hanno iniziato spontaneamente a collaborare.
A esempio, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi e si cercò manovalanza all’estero. Il 23 giugno 1946 fu, così, firmato il Protocollo italo-belga, che prevedeva l’invio di 50 000 lavoratori in cambio di carbone. Nel 1956, anno della strage di Marcinelle, fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi 44 000 erano italiani. Carbone in cambio di persone, decisione simbolicamente, e concretamente, quasi disumana.
L’Italia confermava, così, quella sua vocazione all’emigrazione, che ancora perdura, in termini e modalità diverse ma non troppo. Dalla nostra unità, non abbiamo saputo creare, se non un sistema attrattivo per l’immigrazione qualificata, neanche uno tale da garantire il giusto ed equilibrato benessere della popolazione. C’è prima stata l’emigrazione nel nuovo continente americano, poi quella interna dal Sud atavicamente svantaggiato al Nord, poi quella verso Paesi più attenti alla ricerca, alla crescita, ai diritti dei lavoratori, ai salari. Il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi: un’attenzione spasmodica e -a tratti-ideologica verso l’immigrazione che, a volte, sembra non tenere in conto il valore delle vite umane, e nessuna attenzione verso l’emigrazione, intesa come perdita di capitale umano. Da qui il nostro senso di impoverimento sociale e la deprivazione di futuro e crescita. Ma quando l’Unione Europea si vive fino in fondo, anche con gli apparenti svantaggi, l’emigrazione si può trasformare in circolazione di persone, che prevede il rientro per arricchire la nazione di partenza. Era questo il senso del trattato di Schengen, che è stato sospeso per un mese e che prevede controlli mirati,in teoria, riguardante i cittadini di Paesi extraeuropei provenienti dalla Spagna verso l’Italia, in seguito ai fatti di Ceuta.
Queste le origini di Schengen. Con una decisione del Comitato esecutivo, il 26 marzo 1995 la convenzione di Schengen divenne applicabile nei paesi dell’Europa centro-occidentale, dove i controlli alle frontiere interne vennero abolite, creando così lo ‘spazio Schengen’.
Anche la Grecia, l’Italia e l’Austria, così come i Paesi nordici, aderirono all’accordo e alla convenzione di Schengen negli anni ’90 e i loro controlli alle frontiere interne con gli altri Paesi Schengen vennero aboliti tra il 1997 e il 2001.
Torniamo al 1956 . Nella miniera di Marcinelle era in funzione sin dal 1830 il ‘pozzo I’, la cui manutenzione era ridotta al minimo necessario.
Una serie di eventi di disattenzione e mancata sicurezza provocano un imponente incendio. Essendo questo avvenuto nel pozzo I, quello di entrata dell’aria, il suo fumo raggiunse ben presto ogni angolo della miniera, causando la morte dei minatori. La profondità della maniera toccava i 1000 metri. L’incendio non scese sotto il piano 975 m, mentre divampò nei pozzi fino al piano 715 m. A questo piano il minatore Bohen, prima di morire, annotò nel suo taccuino “je reviens de l’enfer” (ritorno dall’inferno).
Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero
Questo è accaduto in un regime di collaborazione tra paesi europei del tutto economico, con tratti di aberrazione, anche se possiamo immaginare la solidarietà tra i minatori e l’immensa commozione, che ancora proviamo.
Quello di Marcinelle è stato il terzo incidente minerario all’estero che ha visto coinvolti gli italiani, dopo Monongah nella Virginia Occidentale il 6 dicembre 1907, che fu il più grave disastro della storia degli Stati Uniti d’America, dove morirono 171 minatori italiani (dati ufficiali anche se ricerche più recenti sollevano la cifra dei caduti) quasi tutti molisani.
L’altra catastrofe avvenne il 22 dicembre 1913 a Dawson nel New Messico, oggi città fantasma sempre negli Stati Uniti, dove su 263 minatori periti, 146 erano italiani.
I minatori continuarono a lavorare nelle miniere di Dawson ma alle 14:20 dell’8 febbraio 1923 un incendio devastante causò la morte di 123 lavoratori, dei quali 20 italiani. L’incendio fu provocato dal deragliamento di un treno carico di carbone. Molti dei morti erano figli dei minatori periti nell’incidente di dieci anni prima, quindi molte vedove dovettero seppellire i propri figli accanto ai mariti. Sembra che in queste sciagure non vennero addebitate responsabilità alle dirigenze societarie nonostante le carenze in termini di sicurezza sul lavoro. Si pensi che dopo l’emancipazione della popolazione afro-americana nel 1865, queste persone si rifiutarono di lavorare in questi luoghi privi di garanzie di sicurezza.
Ma, ritornando all’Europa, dopo la tragedia di Marcinelle, l’idea teorica e l’istituzione reale si sono evolute, e hanno tra i loro capisaldi la solidarietà e la circolazione delle persone, in modo tale che queste possano coinvolgere tutte le risorse, anche sentimentali, dei paesi membri, senza che questo intacchi il senso di appartenenza a ognuno ma che lo rafforzi. E’ questo che si dovrebbe pensare ragionando sugli ultimi eventi che hanno coinvolto Marocco e Paesi dell’Unione come la Spagna, l’Italia e gli altri chiamati in causa.
O si vive il principio di solidarietà e reciprocità, o una storia che parte dal dolore per evolversi perde ogni suo senso.
Concludiamo, tuttavia, riportando i dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro nel 2025: 1093 persone, con un incremento dello 0,3% rispetto al 2024. Di lavoro si continua a morire, in Italia.
di Alfredo Franchini
In ricordo di Francesco Guccini, abbiamo chiesto ad Alfredo Franchini- già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, ospite prezioso di precedenti ‘riflessioni’ , amico fraterno di Fabrizio De André e in libreria con la seconda edizione di ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini’ – di ricordare, con un’angolatura inedita e un tocco di leggerezza, il lascito dell’indimenticabile cantautore modenese

I cieli profumati della poesia – come li chiamava Fernanda Pivano – ospitano da oggi Francesco Guccini con i suoi canti di vita, d’amore, morte e tanta ironia. Sin da piccolo voleva scrivere ma non canzoni e il destino gli ha disegnato un percorso misto: giornalista “abusivo” della Gazzetta di Modena dove si occupò di cronaca, docente di italiano per l’Università americana, cantautore e, infine, scrittore come aveva sognato. Cantore dei bambini morti ad Aushwitz, di incontri con la donna che amò, di una cena con lei in cui anche le stoviglie assunsero il colore della nostalgia.
Qui voglio ricordare Guccini con qualche aneddoto che forse lui stesso avrebbe preferito a una celebrazione seria. Era amico di Fabrizio De André, si sentivano spesso al telefono e negli incontri, piuttosto rari, giocavano a scopone. Coetanei, tutti e due del 1940, ma diversi: Fabrizio marinaio, Guccini, nato in montagna, con una certa diffidenza per il mare. Divoratori di libri, diversi anche nel misurarsi col proprio pubblico: De André desideroso di capire le ragioni di chi lo contestava – negli anni Settanta poteva capitare – Guccini capace di scrivere una canzone su chi dissentiva.
Ad accomunarli c’erano le canzoni pornografiche. Guccini non esitava a eseguirle in pubblico e lo fece anche alla fine di un Premio Tenco con il pubblico che si era rattristato durante la cerimonia e lui che rallegrò la gente con un poemetto popolare in lingua bolognese. Fabrizio, più discreto, si limitava a fare la parodia delle sue canzoni capolavoro nella cucina dell’Agnata…
Erano amici e questo non gli impedì di prendersi in giro nelle canzoni. Il primo fu Guccini che nella sua Via Paolo Fabbri 43 scrisse “Marinella non c’era fa la vita in balera”, con chiaro riferimento alla decisione di Fabrizio di tenere concerti. Fabrizio gli rispose a modo suo, con discrezione e senza un riferimento facilmente individuabile: “Il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe/ per far pace con gli applausi per sentirsi più distante”; (Parlando del naufragio della London Valour, N.d.R.). Dedicata quindi a un poeta che accetta anche il dolore delle spine e che cerca di conciliare il successo con il percorso di vita.
Guccini, tradizionalista al contrario di Fabrizio, ha sempre avuto lo stesso schema nei concerti che apriva con la canzone per un’amica morta a vent’anni e chiudeva con la Locomotiva, nata dalla frequentazione degli amici della Federazione anarchica di Carpi. Nel ricordo gli eroi son tutti giovani e belli ma la canzone ci insegna anche la certezza della scienza, l’invidia per un treno di signori, la ragione che ci contrappone ai re e ai tiranni. Nei cieli profumati della poesia ci piace pensare a Guccini dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore. E magari che ci giunga ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica
«Il segno profondo impresso dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria
di Bologna è inciso nella storia repubblicana e nella coscienza degli italiani.
Il dolore infinito per tante vittime inermi, donne, uomini, bambini; la commozione
per lo strazio e i patimenti dei familiari; lo sgomento per la distruzione portata nel
centro della vita civile della città e dell’intera nazione si rinnovano oggi, come in
ogni giorno di ricorrenza.
È una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto. E rilancia
l’impegno a salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di
democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere.
Quell’impegno, quella solidarietà che Bologna e l’Italia intera seppero offrire per
impedire che gli assassini e i loro complici riuscissero nell’intento di sovvertire i
principi costituzionali, colpire la convivenza e le conquiste sociali.
Il popolo italiano li ha sconfitti nella gravosa ricerca della verità.
La Repubblica è grata ai magistrati e agli uomini delle istituzioni che, con il loro
lavoro, si sono dimostrati più forti dei tentativi di depistaggio e ai familiari delle
vittime per il loro appassionato impegno per la verità.
Fare giustizia è vittoria della democrazia».
Roma, 2 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Ha colpito al cuore la Nazione intera, con un attentato che ha disintegrato la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento.
Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale. Oggi ci uniamo, ancora una volta, ai familiari delle vittime e a tutti i bolognesi in questa giornata di dolore e commemorazione.
Il Governo continuerà a fare la propria parte nel complesso cammino che è necessario portare avanti per fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra. In questo quadro, il percorso di versamento degli atti declassificati all’Archivio centrale dello Stato costituisce un passo determinante, che la Presidenza del Consiglio sta portando avanti in sinergia con le altre Amministrazioni dello Stato e in uno spirito di collaborazione con le associazioni dei famigliari delle vittime.
C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la
morte di Don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore, comunicatore che ha speso
interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri,
disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile,
vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di
ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua
comunità, ai suoi ragazzi esprimo la solidarietà e la vicinanza della Repubblica.
Roma, 31 luglio 2026
di Daniele Madau

Nel trentennale di ‘Anime salve’, ultimo album di Fabrizio De André, scritto con Ivano Fossati e unanimemente considerato un capolovoro, oltre che un lascito spirituale coi tratti del testamento poetico di uno dei più grandi protagonisti della canzone italiana, Fiorella Mannoia ha scelto di portarne in tour alcuni brani, in un concerto da lei chiamato ‘concerto dell’anima’ . A questi se ne aggiungono altri tratti dalla carriera di due figure a lei particolarmente care, presentate come ‘colui che mi ha fatto nascere una seconda volta’- De André- e ‘ l’amico fraterno’, Fossati.
Lo fa con la classe e la levatura che l’hanno sempre contraddistinta, in quanto interprete dei testi dei migliori autori del nostro panorama musicale- e per questo caratterizzati da una cifra poetica e da uno spessore non riscontrabili spesso- e in quanto padrona del palcoscenico, che calca e conosce da più di quarant’anni.
Nel palcoscenico di questo evento – sul prato della Forte Arena di Santa Margherita di Pula, che da anni ormai offre spettacoli di alto livello- è stata, poi, accompagnata da una band che ha garantito un corredo musicale notevole e, a tratti, trascinante, con una scelta di sezione di violini molto giovane, come a indicare una linea generazionale che va dai modelli-De André e Fossati- all’interprete-Fiorella- agli eredi, i giovani musicisti.
La resa si è declinata in un concerto di due ore tutto trascinato dal suo carisma-di canzoni e parole, sempre presenti a commentare i testi con l’attualizzazione nel presente – e da un vestito musicale nuovo di brani ormai patrimonio della nostra musica che ha permesso una loro nuova lettura, che va ad aggiungersi a tante altre – soprattutto per De André- come proprio dei veri classici.
Le riletture più convincenti sono state quelle più sentite e coinvolgenti, come ‘Fiume Sand Creek’ , in cui gli indiani-che originariamente erano stati equiparati da ‘Faber’ a noi sardi- vengono individuati oggi nei palestinesi, ‘La guerra di Piero’, ‘Lindbergh’ o ‘Mio fratello che guardi il mondo’.
Ed è qui che si compie il miracolo della poesia, come forza spirituale: sul palco, a fianco dei protoganisti, appaiono i migranti, i giovani soldati uccisi, i transessuali, le persone fragili di mente, i poveri. Proprio coloro che-magari- un concerto non possono proprio permetterselo, sono lì, con la voce di Fiorella Mannoia a ricordare, ai politici e ai potenti, alcuni di loro presenti ieri, come l’amore, la compassione, la poesia siano i valori più grandi, a cui anche il potere si deve inchinare. Tutto questo è ciò che brilla di più nella notte calda e profumata, come da agosto sardo.
Si chiude con i brani storici di Fiorella, quelli che l’hanno accompagnata con più forza e successo: ‘Sally’ e ‘Quello che le donne non dicono’, e con un ultimo appello sulla solidarietà maschile e femminile contro la violenza di genere: perché Fiorella Mannoia -ce lo ha ricordato ieri – ha sempre prediletto l’arte provocatoria, e non conosolatoria, quella che, mentre lenisce il cuore in quanto poesia, non lo fa adagiare su ricchezza e potere, ma lo rende inquieto finché tutti non avremo la stessa dignità.