
Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
Tutto è politica

Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
di Daniele Madau

A poco più di due anni dalla sue elezione, in occasione di ‘Sa die de sa Sardigna’, l’incontro di oggi è dedicato ad Alessandra Todde, dal 20 marzo 2024 presidente della Regione Autonoma della Sardegna. È stata sottosegretaria di Stato al ministero dello sviluppo economico nel governo Conte II, viceministra dello sviluppo economico nel governo Draghi, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e deputata alla Camera. Prima presidente donna, la sua elezione -frutto del ‘campo largo’-, ha suscitato una nuova speranza, tanto da essere paragonata a Eleonora d’Arborea. La data di oggi, così significativa per i sardi, cade subito dopo un periodo di tensioni con la maggioranza e di riflessioni sullo statuto dell’autonomia, così da assumere un significato di estrema attualità
Il 28 aprile 1794, data che viene ricordata ogni anno per ‘Sa die de sa Sardigna’, nel suo evento principale, il popolo sardo insorse cacciando da Cagliari il viceré e i funzionari piemontesi sabaudi, rivendicando autonomia e dignità. A poco piu’ di due anni dalla Sua elezione, sia nei rapporti con il governo italiano sia in generale, quanta autonomia e dignità ha il popolo sardo? E quanto di Lei e’ presente nel conseguimento di questo risultato?
Premetto che ho scelto di tornare in Sardegna, di spendermi per la mia terra, di dare il mio contributo personale al benessere della mia gente. È questo lo spirito che, con umiltà e determinazione, metto in ogni azione e scelta che faccio. Entrando nel merito della sua domanda, in questi due anni abbiamo assistito a un rapporto spesso
teso, che ieri come oggi ha al suo cuore proprio il tema dell’autogoverno dei sardi sulla propria terra. Penso, solo per fare qualche esempio, all’impugnazione di molte importanti leggi regionali a tutela della Sardegna, a partire dalla legge n. 20 sulla regolamentazione degli impianti FER; all’intenzione di concentrare in Sardegna detenuti sottoposti al regime del 41-bis, con il rischio di trasformare di fatto l’isola in un luogo di destinazione carceraria privilegiata; da ultimo, al tentativo di esautorare completamente la Regione da ogni decisione relativa al destino e all’utilizzo delle basi militari ospitate nel nostro territorio, che, lo ricordo, rappresentano oltre il 60% di quelle italiane. Altre volte, invece, abbiamo avuto un rapporto di intesa e collaborazione: penso a ciò che stiamo facendo con la ministra Bernini per portare avanti la candidatura italiana dell’Einstein Telescope.
Quali sono le linee guida che intende seguire, nei prossimi tre anni, per rafforzare questa autonomia e questa dignità?
Più che di linee guida, parlerei di attitudine. Ciò che dobbiamo cambiare è il nostro approccio: non più andare a chiedere, ma pretendere ciò che è un nostro diritto. Più che limitarci a lamentarci, dobbiamo iniziare a costruire e proporre, senza attendere sempre l’intervento di altri.
In questi anni abbiamo seminato: stiamo costruendo le basi per un nuovo ruolo della Regione nella gestione e nell’amministrazione dell’energia. Come dimostrano gli eventi internazionali, si tratta di un ambito strategico fondamentale. Vogliamo essere artefici e gestori di ciò che produciamo, ed è per questo che stiamo lavorando
alla costituzione della Società Energetica Sarda.
Parallelamente, abbiamo dato nuovo slancio alla governance dell’acqua, evitando la gara per la privatizzazione, razionalizzando il sistema e ponendo le basi per un utilizzo più strategico di una risorsa essenziale. Abbiamo inoltre investito in ambiti innovativi come l’aerospazio e la nautica.
Infine, stiamo lavorando con determinazione per portare in Sardegna l’Einstein Telescope, un progetto trasformazionale che potrà incidere profondamente sul tessuto economico e sociale dell’isola.
La dignità di un popolo si misura soprattutto nella capacità di realizzare il proprio futuro, passo dopo passo, progetto dopo progetto.
Qual e’, in generale, la Sua idea su quale debba essere il rapporto tra la Sardegna e lo Stato italiano, in virtu’ del suo statuto speciale?
Deve essere un rapporto tra pari, non di subalternità, esattamente come avviene per altre regioni e province a statuto autonomo che hanno saputo far valere nel tempo la loro diversità.
Presidente, la Sua elezione, prima donna presidente della Giunta, ha suscitato- in chi l’ha appoggiata al momento della candidatura- entusiasmo e fiducia : cosa si sente di promettere ai sardi per il futuro, in riferimento alla Sua giunta e alla Sua coalizione?
Esattamente ciò che facciamo ogni giorno: lavorare con determinazione, senza risparmiarci, per dare una prospettiva alla nostra isola e alla nostra gente.
Dalla sanità, di cui ho assunto direttamente la delega per imprimere un deciso cambio di rotta, alla cultura, passando per lo sviluppo dell’industria, dell’agricoltura e dell’economia del mare, i giovani, senza dimenticare i lavoratori e le lavoratrici e chi ha bisogno di un sostegno per ripartire: sono tutti ambiti che affrontiamo
quotidianamente insieme agli assessori, con l’obiettivo di rispondere in modo concreto alle esigenze dei cittadini.
Presidente, la dignità dei sardi si preserva e si valorizza dando loro risposte su tematiche imprescindibili. Nel 1794, la mancata risposta a cinque domande- che avevano come tema aspetti fondamentali per la vita dei sardi- da parte del governo sabaudo, causo’ la nostra insurrezione. Ogni anno il ‘ Comitato per Sa die de sa Sardigna’ pensa cinque nuove domande da presentare alle istituzioni. Quelle di quest’anno, racchiuse nella ulteriore questione fondamentale su chi decide per i sardi, riguardano la posizione della Sardegna in uno scenario, che interessa anche il Mediterraneo, di conflitti; l’inverno demografico; le servitu’ e il modello di sviluppo da contrapporre a queste; la lingua e la cultura come strumento per uno sviluppo identitario e i poteri da attribuire a noi sardi tramite le norme statutarie o, addirittura, un nuovo statuto. Rendendomi pienamente conto della complessità della domanda, le chiedo: che risposte darebbe a queste nuove cinque domande?
Le cinque questioni individuano priorità strategiche per il futuro della Sardegna e richiedono risposte integrate e coerenti.
Sul piano geopolitico, la Sardegna deve evolvere da territorio che subisce decisioni a soggetto che partecipa attivamente ai processi decisionali, soprattutto in relazione alle servitù militari e al ruolo nel Mediterraneo. Questo implica un coinvolgimento pieno della Regione nelle scelte strategiche nazionali.
Per contrastare l’inverno demografico è necessario agire su più fronti: lavoro qualificato, servizi efficienti, politiche a sostegno delle famiglie e maggiore attrattività dei territori. Non andrei solo a ragionare sul “mantenimento” della popolazione attuale nell’Isola, quanto di come rendere attrattiva la nostra isola. Le nostre peculiarità, il nostro stile
di vita possono, accanto alla possibilità di investimento, di studio, attrarre tante persone potrebbero scegliere la Sardegna come luogo in cui trasferirsi e creare una famiglia.
Sul modello di sviluppo, la Sardegna deve puntare su filiere sostenibili e ad alto valore aggiunto, l’economia del mare e l’innovazione, superando una posizione passiva rispetto alle decisioni esterne. Lingua e cultura rappresentano un elemento strategico: non solo identità, ma anche leva di sviluppo economico e coesione sociale. Devono essere integrate in modo strutturale nelle politiche pubbliche e nei percorsi formativi dei
giovani sardi.
Infine, sul piano istituzionale, è necessario rafforzare l’autonomia attraverso la piena attuazione dello Statuto speciale e, se necessario, una sua revisione, per chiarire le competenze e ampliare i poteri dei sardi e della Sardegna.
In definitiva, alla domanda “chi decide per i sardi” la risposta deve essere chiara: i sardi, attraverso istituzioni autonome, forti e pienamente legittimate dalla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, capaci di dar voce e sostanza alle istanze di giustizia e benessere del popolo sardo.
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica
L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la Presidenza della Repubblica ha
inviato, in data odierna, la seguente lettera al Ministero della Giustizia:
«In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato
dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia,
lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla
supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su
indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese
urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto
rappresentato da un organo di stampa.»
Roma, 27 aprile 2026
NOTA DI PALAZZO CHIGI
È privo di ogni fondamento quanto riportato oggi in un articolo del Corriere della Sera sulla decisione del Teatro La Fenice di Venezia di annullare tutte le future collaborazioni con il Maestro Venezi: il Presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo sul tema e quindi non avrebbe potuto dare alcun “via libera”, come invece sostenuto.
Roma, 27 aprile 2026
di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Due giorni dopo la cena dei corrispondenti della Casa Bianca – un’esperienza che abbiamo vissuto dal nostro tavolo numero 76 – qui a Washington il discorso si è spostato sulle accuse reciproche. I repubblicani hanno iniziato a usare l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in campagna elettorale, accusando il partito democratico di aver aperto la porta alla violenza politica con la loro “retorica pericolosa e infiammatoria” contro il presidente. Per esempio il capo del Comitato nazionale repubblicano, Joe Gruters ha definito l’attentato di sabato “il risultato inevitabile di una sinistra radicalizzata che ha normalizzato la violenza politica”. Profili ufficiali del partito repubblicano sui social hanno accusato diversi candidati democratici alle elezioni di midterm in Stati in bilico come Michigan e North Carolina di alimentare le tensioni politiche. Era successo già dopo i primi due attentati contro Trump e dopo l’omicidio dell’attivista di destra Charlie Kirk. E il partito sta puntando sul tema dei rischi per la sicurezza per cercare di spezzare lo stallo che c’è da 73 giorni al Congresso sui fondi per il dipartimento della Sicurezza interna: uno scontro iniziato dal partito democratico in risposta alle violenze a Minneapolis degli agenti anti-immigrazione (che dipendono da quel dipartimento).
Dopo aver elogiato i giornalisti e la libertà di espressione sabato sera, Trump si è infuriato domenica con la presentatrice del programma 60 minutes di Cbs News, che aveva letto un passaggio del “manifesto” dell’attentatore in cui il presidente viene accusato di essere uno stupratore e un pedofilo. “Mi aspettavo che lo avresti letto, siete persone orribili… Hai letto quella spazzatura scritta da un individuo malato? Dovresti vergognarti… io non sono nessuna di quelle cose”. Nell’intervista il presidente ha ribadito che sabato sera all’hotel Washington Hilton, “c’era un cameratismo eccezionale, un intero Paese unito, e questo mi ha molto colpito”. Ha però dichiarato che “i discorsi pieni di odio dei democratici.. sono molto pericolosi per il Paese”.
Melania Trump intanto si è scagliata ieri contro Jimmy Kimmel, che nel suo show satirico girato due giorni prima dell’attentato aveva definito la first lady una “vedova in attesa”. “Le parole piene di odio e di violenza di Kimmel puntano a dividere il nostro paese – ha scritto Melania su X -. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comico, le sue parole sono corrosive e intensificano la malattia politica in America. Gente come Kimmel non dovrebbe avere l’opportunità di entrare nelle nostre case ogni sera per diffondere odio. E’ un codardo che si nasconde dietro Abc perché sa che il network lo proteggerà. Basta. E tempo che Abc prenda posizione”. Anche Trump, pur impegnato in incontri sull’Iran al mattino e con Re Carlo al pomeriggio, ha trovato il tempo per scrivere su Truth: “Disney e Abc licenzino Kimmel”. E la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che aveva già annunciato il congedo di maternità, è tornata eccezionalmente nella briefing room ieri, per denunciare quello che ha definito “un culto di sinistra dell’odio”. Ha menzionato Kimmel (“Chi con la testa a posto direbbe che una moglie possa essere raggiante per la morte del suo amato marito?”) e “l’intero partito democratico il cui appello agli elettori consiste nel dire che Donald Trump pone una minaccia esistenziale alla democrazia, che è un fascista ed è Hitler”. Ha affermato: “Nessun presidente in anni recenti si è trovato di fronte a più proiettili e più violenza di Trump e questo viene da una demonizzazione sistematica del presidente e dei suoi sostenitori da parte di commentatori, politici eletti del partito democratico e alcuni media…Queste bugie diffamanti spingono gente folle a fare cose folli, ispirano a commettere violenza”.
Todd Blanche, il ministro della Giustizia, dopo l’incriminazione di Cole Allen per tentato omicidio del presidente, ha detto ieri che “le forze dell’ordine non hanno fallito” perché c’erano “centinaia di agenti dei servizi segreti” tra l’attentatore e il presidente; invece ha affermato anche lui che “la retorica deve cambiare” e che tra gli stessi giornalisti nella sua conferenza stampa c’erano individui “colpevoli quanto le persone su X”, d’essere stati “eccessivamente critici e aver detto cose orribili senza prove” su Trump.
Diversi politici democratici nei giorni scorsi hanno condannato la violenza politica: hanno espresso gratitudine ai servizi segreti e respinto i tentativi dei repubblicani di dare loro la colpa, dicendosi pronti ad approvare una legge che darebbe il via libera alla maggior parte dei fondi per il dipartimento della Sicurezza interna eccetto quelli per gli agenti anti-immigrazione.
di Giada Piras, appassionata e studiosa della Resistenza

Il 25 aprile non è una data come tante altre nel calendario. Ricorda il momento in cui la Resistenza italiana ha raggiunto il suo obiettivo, contribuendo in modo decisivo alla fine della guerra e alla nascita di un nuovo Paese. Questa data dovrebbe spingerci a riflettere: ridurre questa ricorrenza a una semplice celebrazione del passato significa perderne il vero significato?
La data del 25 aprile è come una lente attraverso cui guardare come il concetto stesso di “resistenza” sia rimasto nel tempo, anch’esso trasformandosi e adeguandosi allo scenario. Tra il 1943 e il 1945, la Resistenza fu una lotta concreta, spesso armata, contro il nazifascismo. Non la consideriamo come un movimento associabile ad un determinato credo politico, al suo interno convivevano diverse sfaccettature: dai comunisti ai cattolici e liberali, tutte unite da un unico obiettivo: la liberazione del Paese dall’oppressore nazifascista.
Prendiamo come esempio figure come quelle di Sandro Pertini o Tina Anselmi, che ricordano come la Resistenza non sia stata soltanto un episodio circoscritto e fine a sé stesso, ma anche una scelta personale, etica, a volte con risvolti drammatici. Resistere a vent’anni, chiedersi da che parte stare in un’epoca in cui si è conosciuto solo il fascismo, significava solo una parola: rischiare. Chi ad oggi riuscirebbe a scegliere? Chi riuscirebbe a imbracciare un’arma per assumersi una simile responsabilità davanti alla storia? Questo era l’obiettivo di quei ventenni: combattere per far sì che i loro figli, i loro nipoti, non si fossero dovuti davanti alla stessa domanda. Con la fine della guerra, quella esperienza non si esaurì, ma si trasformò. I valori della Resistenza confluirono nella nascita della Repubblica e sfociarono nella Costituzione italiana. Libertà, uguaglianza, rifiuto dell’autoritarismo, rifiuto verso la guerra ed ogni tipo di ostilità: principi che non nacquero senza fondamenta solide, bensì da una guerra, da un conflitto accompagnato dal sacrificio. In questo passaggio, la Resistenza cessò di essere azione per diventare fondamento. Non più solo un insieme di pratiche, ma un patrimonio condiviso, un riferimento etico e politico per il nuovo Stato democratico.
Negli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, il termine “resistenza” iniziò a essere reinterpretato. I movimenti studenteschi e operai, le battaglie per i diritti civili, si richiamarono spesso a quell’eredità per legittimare nuove forme di opposizione. Quando la protesta si radicalizzò e, in alcuni casi, degenerò nella violenza politica, emerse una domanda cruciale: dove finisce la resistenza e dove inizia l’abuso di questa parola? A che punto la parola stessa diventa capro espiatorio per una qualsivoglia forma di violenza? Con il passare dei decenni e la scomparsa dei protagonisti diretti, il 25 aprile ha conosciuto una nuova fase: la distanza storica. Ciò che ha trasformato la Resistenza in memoria, ha rischiato di farla diventare come un rituale: celebrazioni, discorsi istituzionali, simboli ripetuti ogni anno… Il pericolo infatti, in questo caso, non è dimenticare, ma ricordare in modo automatico, senza interrogarsi davvero su ciò che si celebra. È proprio in questa distanza che si apre uno spazio nuovo. Oggi “resistere” non significa più imbracciare le armi, ma difendere e praticare i valori che sono nati da quegli anni, da quelle vite distrutte dall’orrore della guerra.
Resistenza significa vigilare sulla democrazia, affinché nessuno distrugga ciò per cui è stato versato il sangue degli innocenti che si sono ritrovati a combattere, talvolta non per loro volere, ma per poter sopravvivere.
Resistenza significa opporsi alla disinformazione, difendere i diritti quando vengono messi in discussione. Significa, soprattutto, partecipare e non voltarsi dall’altra parte, educare le nuove generazioni, sensibilizzarle e renderle quanto più consce di ciò che accade loro intorno.
Allo stesso modo, è importante evitare un uso inflazionato del termine. Non ogni forma di dissenso è “resistenza”, così come non ogni conflitto può essere paragonato a quello vissuto tra il 1943 e il 1945.
Insomma: se tutto è resistenza, nulla lo è davvero.
Il 25 aprile, allora, non è soltanto una celebrazione del passato, ma una domanda rivolta al presente. Che cosa significa oggi essere fedeli a quell’eredità? Non si tratta di replicare il passato, ma di tradurne i principi in pratiche nuove. Resistere, oggi, non è un atto straordinario riservato a pochi, ma una responsabilità diffusa. È nella partecipazione quotidiana, nella difesa dei diritti, nella cura della vita democratica che l’eredità del 25 aprile continua a vivere. Non come memoria immobile, ma come processo in evoluzione.
Contro ogni forma di oppressione, ricordiamoci di quei ragazzi che tanto hanno combattuto e di come ogni conquista, anche se piccola, vada protetta e portata avanti.
A noi spetta questo grande compito: diffidiamo da chi usa la democrazia quando gli comoda, diffidiamo da chi non crede nel 25 aprile e vuole sminuire il sacrificio di chi, in un modo o nell’altro, continua a portare avanti il credo della Resistenza, contro ogni benda, contro ogni barriera e contro ogni oppressione: Buona festa della liberazione.
Dalla figura messianica al supereroe passando per il Papa, il nuovo post di SemiotiGram su Instagram indaga il potere delle immagini generate con l’Intelligenza Artificiale (AI) e il loro impatto sulla percezione del reale
| Roma, 20 aprile 2026 — Con l’Intelligenza Artificiale, la rappresentazione non è più soltanto un modo di raccontare la realtà. Diventa uno strumento per costruirla. È questo il punto di partenza del nuovo contenuto pubblicato da SemiotiGram, che analizza il caso Donald Trump come esempio emblematico di una trasformazione più ampia nel sistema dei media. Non si tratta di semplici immagini virali o provocazioni visive. Secondo l’analisi proposta, siamo di fronte a una strategia narrativa precisa: utilizzare immagini generate con l’AI per condensare significati complessi in forme immediate, emotive e condivisibili. DALLA REALTÀ ALLA SIMULAZIONE: IL POTERE DELLE IMMAGINI Nel flusso visivo contemporaneo, chiunque può diventare qualsiasi cosa. Trump viene rappresentato come figura salvifica, guerriero, leader religioso o icona simbolica. Non importa che queste immagini siano false. Importa che funzionino. L’immagine non dimostra: mostra. E nel mostrare, produce senso. È qui che si verifica uno slittamento decisivo: dalla verifica alla percezione, dal fatto alla sua rappresentazione. La credibilità non deriva più dalla corrispondenza con la realtà, ma dalla coerenza visiva del racconto. FAKE NEWS VISIVE: QUANDO IL FALSO DIVENTA PLAUSIBILE Il post analizza non solo le immagini palesemente costruite ma anche altri casi emblematici come quello delle foto in cui Trump “salva” animali, rafforzando una narrazione —già smentita— secondo cui gli immigrati mangerebbero cani e gatti e del video (falso) che mostra Barack Obama arrestato e condotto in carcere. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: contenuti visivi che simulano la realtà con tale efficacia da renderla plausibile, anche quando i fatti non sono mai avvenuti. La loro forza risiede nella capacità di imitare perfettamente l’estetica del reale. L’IMMAGINE SOSTITUISCE IL FATTO Il risultato è un cambiamento strutturale nel modo in cui si costruisce il senso. Non è più necessario dimostrare qualcosa: basta mostrarlo. Arresti che non esistono, scenari mai accaduti, narrazioni costruite visivamente: l’effetto è credibilità. Ma è una credibilità senza verifica. Il caso analizzato apre una questione che va oltre il dibattito politico o tecnologico. È una questione semiotica. Se tutto può essere rappresentato, se ogni scenario può essere visualizzato con coerenza e realismo, allora il problema non è più distinguere tra vero e falso. Il problema è comprendere come il senso viene costruito. «Non siamo più davanti a una distorsione dell’informazione, ma a una sua riconfigurazione» emerge dall’analisi. L’immagine non interpreta la realtà: la sostituisce» commentano i realizzatori del nuovo post sul profilo Instagram di SemiotiGram, diretto dalla semiologa Bianca Terracciano, che propone contenuti divulgativi che applicano gli strumenti della semiotica all’analisi di arte, moda, musica, meme, cibo, crime, viaggi e cultura digitale, offrendo una lettura critica dei linguaggi mediali e delle narrazioni contemporanee. Il contenuto fa parte del progetto “SemiotiGram”, laboratorio digitale nato nell’ambito del corso di Semiotica dei media presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma. Attraverso un linguaggio visivo e accessibile, il progetto traduce i concetti teorici della semiotica in strumenti di lettura critica dei fenomeni contemporanei: dalla politica ai social media, dalle fake news alle culture digitali. Perché oggi, più che chiedersi se qualcosa sia vero, diventa necessario chiedersi perché appare vero. |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
di Marco Marini

Al momento della redazione di queste righe si sta svolgendo la seconda giornata della trentesima edizione di Monumenti Aperti 2026. Si è partiti con un certo anticipo da Cagliari, e vede più di una settantina di siti visitabili da cittadini e turisti che nella prima giornata di Sabato 18 aprile hanno riempito come tante
formichine le strade della nostra Bella Città. Lo stesso autore di “Figli e Amanti” o “L’amante di Lady Chatterley”, D.H. Lawrence arrivando a Cagliari dal mare la descrisse “…come una città nuda dorata e accatastata verso il cielo strana e piuttosto sorprendente per nulla somigliante all’Italia definendola
Gerusalemme sul Mediterraneo. Questa evocazione risulta verosimile per chi conosce la Città Santa. Lo sforzo e l’entusiasmo posto in essere in questi trent’anni di storia cittadina con il coinvolgimento di tante scolaresche e di altre organizzazioni di volontari vede l’iniziativa “imitata” nella penisolagià da qualche anno. Nella nostra passeggiata nel centro di Cagliari tra le novità assolute c’é il Padiglione del Sale a Su Siccu il cosiddetto Parco Nervi erroneamente attribuito a Pier Luigi Nervi appunto, ma una ricerca svolta dall’Istituto Buccari-Marconi presso l’Archivio di Stato ne attribuisce la paternità all’ Ing. Martinelli. Dopo una visita a quello che il Comune di Cagliari definì IL GHETTO DI CAGLIARI, erroneamente in quanto a Cagliari non fu mai istituito un GHETTO ma una Aljama (quartiere), con la Chiesa di Santa Croce ed il suo complesso con la Facoltà di Ingegneria ed Architettura, abbiamo raggiunto in Via Vittorio Veneto la Direzione Generale della Protezione Civile della Regione Autonoma della Sardegna. Qui abbiamo
incontrato dei solerti ed entusiasti funzionari che con semplicità e con qualche cifra hanno illustrato lo sviluppo storico del coordinamento nazionale e regionale così capillare da coinvolgere tante istituzioni che vanno dai Sindaci fino alle Compagnie Baracellari, in uno sforzo di controllo e prevenzione del nostro
territorio che si svolge 24h su 24h per 365 giorni all’anno. Con un certo orgoglio hanno raccontato del ciclone mediterraneo “Harry” che ha colpito il Sud Italia tra il 18 e 21 gennaio 2026, e che non ha avuto vittime in Sardegna. Notevole lo sforzo della Direzione durante il periodo del COVID permettendo a molti sardi di tornare a casa. O l’impegno nel recente conflitto in Ucraina. Importante il coordinamento con altre nazioni europee in caso di eventi naturali, inondazioni, incendi e quant’altro con Grecia, Spagna e altri. Questo entusiasmo ha coinvolto il pubblico presente. Questo è un breve resoconto di un pomeriggio primaverile a Cagliari dove scopriamo tante realtà storiche, architettoniche e organizzative di cui non avremmo avuto conoscenza in altre circostanze.
di Alfredo Franchini
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un intervento di Alfredo Franchini, giornalista e scrittore, già prezioso autore di precedenti riflessioni

I populismi sfruttano il cristianesimo. Lo sappiamo da tempo ma ora siamo arrivati al punto di svolta. La sfida lanciata contro il pontificato di Francesco è degenerata: “Se Leone è diventato papa lo deve a me”, ha detto Trump prima di lanciarsi in una sequela di insulti. Perché violare un tabù così grande e attaccare un pontefice che è il meno americano degli americani visto che ha la nazionalità peruviana e che spalleggiò Francesco nella condanna delle deportazioni degli immigrati?
Nel suo viaggio in Africa, partendo da Ippona, cioè dalla città di Sant’Agostino, il pontefice sta dimostrando che il Vangelo non è solo cattolico e che le fedi unite possono riconciliare il mondo in subbuglio. Allo stesso tempo l’America sta precipitando in una crisi ideologica e l’elettorato cattolico che ha scelto Trump si sta dividendo tra le posizioni dei due probabili successori: Rubio di estrazione cattolica e Vance il neoconvertito. Dietro di loro ci sono due visioni diverse: il primo si rifà alla destra che “si limita” a brandire croci e rosari, la seconda promette di costruire un mondo nuovo con l’intelligenza artificiale. È il loro cristianesimo nel mondo globale.
Nell’intento di Trump c’era forse la voglia di colpire uno dei suoi delfini, il più esuberante Vance, ma ha sbagliato persino i tempi che in politica sono tutto. Ha sparato sul papa proprio mentre Leone si trovava in aereo con un centinaio di giornalisti di tutto il mondo, da qui la replica pacata ma decisa. Un assist che ha dato a Leone una visibilità nuova: sinora il pontefice aveva detto le stesse cose del suo predecessore ma senza disporre della forza comunicativa di Francesco. Grazie a Trump, ora Leone potrà indicare a tutto il mondo la via del Vangelo che, come dicevo, è di tutti anche degli atei, degli agnostici e degli indifferenti.
Resta la domanda di fondo: perché le religioni contribuiscono a narrazioni fasulle? Come fanno i cattolici a tollerare le politiche dei populisti contro il messaggio del Vangelo? In America i cattolici che hanno votato Trump identificandosi nella politica Maga possono sopportare che le persone siano uccise dai corpi speciali della polizia trumpiana? La foto pasquale dei pastori evangelici che benedicono Trump ci dicono che tipo di cattolicesimo è il loro. Un cattolicesimo, quello americano, che sino a qualche anno fa era legato al Vaticano e che ora ne prende le distanze perché a luglio, nel giorno della festa per l’indipendenza, il papa andrà a Lampedusa, luogo simbolo della tragedia mediterranea. Le destre abbinano la loro ideologia che li vede contro tutto, (contro l’Islam, contro gli stranieri, contro il progresso scientifico), a un uso aberrante della religione. Ma Trump ha fatto un autogol: ha rafforzato l’azione di Papa Leone. Certo non c’è da illudersi: chi proponeva il Nobel per la pace a Trump ora potrebbe ripiegare sul Nobel per l’Ambiente visto che il presidente americano assicura che toglierà le mine dallo stretto di Hormuz.
di Daniele Madau

La grande scuola storica degli “Annales” ha introdotto, per gli eventi storici, il concetto di storia evenemenziale (in francese histoire événementielle), che indica una storiografia cronachistica, concentrata sulla narrazione dei singoli, isolati e spesso irripetibili avvenimenti politici, militari e diplomatici (“storia dei fatti”). A questi si contrappone la storia lunga delle istituzioni, dei luoghi, dei grandi processi. Uno degli aspetti che gli “Annales” avevano messo bene in luce è che questi grandi processi possono essere causati anche dall’azione della folla, dal popolo o da una sua componente (i giovani, a esempio), fatto che stiamo toccando con mano anche in questo perido, dai risultati del referendum italiano alle elezioni ungheresi, con la sconfitta di Orban.
Il tempo lungo, in ogni campo, è il tempo del bene, della verità, della ponderatezza, del profondo contro il superficiale che, strutturalmente, ha la solidità della roccia contro la friabilità del populismo, della bugia come azione politica, del marketing.
Uno dei problemi epocali del nostro tempo, in campo sociale e, per questo, anche in campo politico, è proprio la mancanza di profondità a favore di una percezione e di un vissuto tutto superficiale ed epidermico, passionale.
La politica, inutile dirlo, dovrebbe avere questo senso di tempo lungo e profondo, in cui far germogliare il bene dell’interesse comune, anche attraverso la contrapposizione dialettica, ma senza mai cedere il fianco a comportamenti di altri campi e settori, come quello del marketing o dello spettacolo.
Abbiamo vissuto, viviamo e ne pagheremo ancora a lungo le conseguenze, i tempi superficiali, brevi e fiammanti del populismo e delle strumentali bugie politiche: i movimenti di popolo in Ungheria con la sconfitta di Orban e , per altri versi, quelli giovanili in Italia con la loro partecipazione fondamentale al referendum di fine marzo, sono segno dei tempi nuovi, lunghi e profondi, del ritorno della verità e del bene comune? Sarebbe un evento epocale, con grandi ricadute sociali, filosofiche e politiche.
di Daniele Madau
XXXII Serie A-Unipol Domus/ Cagliari- Cremonese:1-0 (63mo S. Esposito)
Cagliari (4-3-3): Caprile; Palestra, Mina, Juan Rodríguez (90mo Dossena), Obert; Mazzitelli (30mo Adopo), Gaetano, Deiola; S. Esposito (90mo Belotti), Borrelli (60mo Mendy), Folorunsho (60mo Ze Pedro).
In panchina: Sherri, Ciocci, Adopo, Kılıçsoy, Raterink, Belotti, Albarracín, Dossena, I. Sulemana, Liteta, Zappa, Mendy, Zé Pedro, Trepy.
Allenatore: Fabio Pisacane.
Cremonese (4-4-2): Audero; F. Terracciano (71mo Barbier), Baschirotto, Luperto, Pezzella; Floriani Mussolini (65mo Sanabria), Grassi, Bondo (80mo Djuric), Vandeputte (65mo Pajero); Bonazzoli, Okereke (80mo Zerbin).
In panchina: Silvestri, Nava, Barbieri, Zerbin, Djurić, Bianchetti, Lottici Tessadri, Ceccherini, Faye, Payero, Folino, Sanabria.
Allenatore: Marco Giampaolo.
Arbitro: Doveri
Spettatori: 16.412

Ci sono, nel mondo del calcio piu’ che altrove, frasi fatte, abusate, come: ‘E’ una finale’. Oggi, pero’, sotto un sole che sa di fine campionato, con la colonna sonora delle immagini dello scudetto (12 aprile 1970) e con la Nord priva del tifo caldo nei primi minuti ( non si sa il motivo, ma si intuisce), lo e’ davvero. Una finale al contrario, ottenuta – per i padroni di casa- dopo due punti in otto partite.
Palestra incarna colui che la vive con l’atteggiamento giusto, andando al tiro dopo soli due minuti. I bambini della scuola di tifo trascinano lo stadio, si aspetta l’impresa.
La gara e’ aperta, le squadre non si aspettano, cosi’ che Okereke si ritrova solo davanti a Caprile, scivolando prima di calciare.
Sempre Okereke, al 22mo, stacca di testa, da solo, senza impensierire Caprile: ma creando, pero’, molti pensieri al pubblico. Il baricentro della Cremonese avanza, grazie a un giro palla preciso in orizzontale e verticale, mentre il Cagliari arretra, cercando di recuperare il controllo.
La Cremonese, infatti, mostra piu’ sicurezza, a tratti leggerezza- nonostante la posta in palio- mentre il Cagliari tradisce il nervosismo, e il pubblico rumoreggia. Dopo la mezz’ora la seconda conclusione del Cagliari, debole, di testa, con Florunsho, che non scioglie la tensione rossoblu’. Di questo si tratta, infatti, e si taglia a fette.
Solo la fantasia puo’ scioglierla, il talento: quello di Gaetano- spesso bloccato- che , al 40mo, semina un po’ di spavento in area grigiorossa, senza riuscire ad arrivare al tiro. Primo tempo al termine, e tutti i nodi ancora da sciogliere.
Alla ripresa, si presentano gli stessi protagonisti. Deiola- il capitano- ha anche il compito di scuotere la squadra, e ci prova, subito, con un tiro debole, abortito, a testimoniare lo stato d’animo. Della stessa intensita’ e’ il colpo di testa di Esposito al 10mo, ma il Cagliari cresce. Ancora Deiola, poco dopo, alto, ma il numero di tentativi aumenta, a cui si aggiunge un nuovo colpo di testa di Mina. Ma quello vincente, pero’, e’ di cinque minuti dopo, di Esposito, a incrociare, su assist di Ze Pedro da destra. La tensione si scioglie, si son trovate le energie, le risorse emotive, al momento giusto. Al 75mo Deiola impegna, seriamente, Audero di testa: l’aria e’ cambiata, la Cremonese non esce piu’ dall’area. La finale e’ vinta, col gusto della fatica, del rischio, del baratro. Per non ritrovarsi, pero’, a doverne giocare un’altra, il Cagliari non deve commettere nuovamente gli errori del passato e pensarsi salvo, perche’ l’impresa della Serie A non e’ ancora raggiunta.
di Marta Meloni

Il recente episodio avvenuto a Trescore Balneario ha scosso profondamente l’opinione pubblica: un ragazzo di appena 13 anni ha ferito gravemente la sua insegnante di francese, pianificando l’aggressione e arrivando persino a registrarla per condividerla online. Un gesto che lascia sgomenti e che, inevitabilmente, spinge a interrogarsi non solo sull’accaduto, ma su ciò che può averlo reso possibile.
Fermarsi alla cronaca, infatti, rischia di semplificare un fenomeno molto più complesso. Dietro un atto così estremo si intrecciano spesso fragilità emotive, difficoltà relazionali e un profondo senso di smarrimento identitario. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: perché è proprio nella comprensione che si aprono spazi di prevenzione.
Negli ultimi anni, i social network hanno ridefinito radicalmente il modo in cui i giovani comunicano, si relazionano e costruiscono la propria identità. Crescono immersi in un contesto iperconnesso, in cui ogni esperienza può essere condivisa, osservata, commentata. La visibilità è diventata una sorta di valuta sociale: si misura in like, visualizzazioni e approvazione immediata.
In apparenza, nulla sfugge allo sguardo degli altri. Le vite vengono raccontate in tempo reale, filtrate e curate nei minimi dettagli. Tuttavia, questa esposizione continua non coincide necessariamente con una reale espressione di sé. Al contrario, può alimentare una distanza sempre più marcata tra ciò che si mostra e ciò che si prova.
È qui che emerge il paradosso della nostra epoca: essere costantemente visibili non significa sentirsi visti.
Anzi, proprio questa sovraesposizione può favorire una forma più sottile e profonda di invisibilità: quella emotiva.
Le emozioni più autentiche come la paura di non essere all’altezza, il senso di inadeguatezza, la rabbia, la solitudine, spesso restano inesplorate e inespresse. Mancano spazi sicuri in cui poterle riconoscere, nominare e condividere senza il timore del giudizio. In questo vuoto, l’identità rischia di costruirsi su basi fragili, modellata dalle aspettative esterne più che da una reale conoscenza di sé.
La pressione a conformarsi agli standard di popolarità e accettazione può diventare schiacciante, soprattutto in una fase della vita, l’adolescenza, già di per sé complessa e delicata. Se il bisogno di riconoscimento non trova risposte autentiche, può trasformarsi in frustrazione, rabbia o senso di esclusione. E quando queste emozioni non vengono elaborate, possono emergere in forme disfunzionali.
Il gesto avvenuto nella scuola bergamasca, pur nella sua eccezionalità, richiama l’attenzione su un disagio che spesso resta sommerso. Non tutti i ragazzi arrivano a comportamenti estremi, ma molti vivono un conflitto silenzioso tra il desiderio di essere visti e la paura di non essere davvero compresi.
Di fronte a questo scenario, la domanda che dovremmo porci è tanto semplice quanto scomoda: quanto siamo davvero capaci di ascoltare i giovani al di là di ciò che mostrano?
Essere presenti non significa solo osservare o controllare, ma creare contesti in cui i ragazzi possano sentirsi accolti nella loro complessità. Significa offrire strumenti per riconoscere e gestire le emozioni, favorire relazioni autentiche e restituire valore all’interiorità, in un mondo che spesso premia solo l’apparenza.
Perché la vera sfida non è rendere i giovani più visibili agli altri, ma aiutarli a diventare visibili a sé stessi.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: da una domanda essenziale, capace di orientare un percorso di crescita più consapevole.
Chi sono io, quando nessuno mi guarda?