
Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
Tutto è politica

Nella riflessione del pensiero, come nel riflessio dello specchio, si vede la persona
di Francesco Pietroluongo
VI Serie A-Unipol Domus/ Cagliari- Juventus: 1-1 (20mo Maldini; 81mo Kolo Muani (J))
Cagliari (4-3-2-1): Caprile; Ze Pedro, Mina, Rodriguez (46’ Deiola), Obert (84’ Fazzini); Romano, Winks, Massolin (59’ Fadera); Adopo, Maldini (69’ Sugawara); Mendy (69’ Nzola). A disposizione: Ciervo, Gagliardini, Kevin, Kofler, Liteta, Radunovic, Sherri, Sugamele, Sulev. All. Pisacane
Juventus (3-4-2-1): Vicario; Kalulu, Bremer, Lucumi; Celik (64’ Cambiaso), Douglas Luiz (84’ Koopmeiners), Sarr, McKennie (46’ Alajbegovic); Conceicao (46’ Zhegrova), Nico Gonzalez (60’ Woltemade); Kolo Muani. A disposizione: Pinsoglio, Radu, Gatti, Kelly, Rugani, Cabal. All. Spalletti
Arbitro: Marcenaro
Ammoniti: McKennie (J), Rodriguez (C), Deiola (C)
Note: espulsi a fine partita i due tecnici Spalletti e Pisacane Spettatori: Tutto esaurito


La conferenza stampa del sabato:
La conferenza stampa della vigilia di Cagliari-Juventus è sempre un evento da non mancare: si respira ogni volta l’attesa di un evento, tra il ricordo delle sfide scudetto di un tempo che fu, sotto il fischietto di Lo Bello, e la consapevolezza che i bianconeri hanno un pubblico notevole -come in poche altre regioni-nell’isola. Questa, poi, giunge in un momento in cui il Cagliari ha due punti in più della Vecchia Signora e schiera la miglior difesa del campionato. ‘Sono orgoglioso di questo’, sottolinea, da ex difensore, Pisacane.
E, in effetti, l’orgoglio è il filo conduttore di tutta la conferenza: orgoglio di essersi conquistati tutto, con l’impegno e il cuore, elementi che l’allenatore dei rossoblù indica come essenziali sin dalla conferenza stampa di presentazione della stagione. Nulla di questo dovrà mancare nella sfida ai bianconeri, perché-fa capire sempre Fabio Pisacane- il Cagliari non è in alto per caso, e ci vuole rimanere. Avere questo spirito prima di una gara così importante e di grande tradizione- ‘da far tremare le vene e i polsi’- vuol dire aver già conquistato qualcosa, se non altro, lo spirito di maturità e consapevolezza. E questo significa essere già grandi, anche se si ha vinto un solo scudetto contro 36. (Daniele Madau)
La gara:
Il Cagliari ferma la Signora: alla Domus finisce pari e patta, ma i rossoblù escono a testa alta!
C’è un Cagliari che lotta, soffre, stringe i denti e, soprattutto, dimostra di avere finalmente una fisionomia ben precisa. Alla Unipol Domus la Juventus deve accontentarsi del pareggio, al termine di una gara nella quale i rossoblù di Fabio Pisacane hanno saputo tenere testa alla Signora, soffrendo quando necessario, ma senza mai rinunciare a giocarsela. Un punto che racconta molto più di quanto dica il risultato: racconta di una squadra che sta crescendo, che comincia a conoscere i propri mezzi e che sembra aver trovato quell’equilibrio che nella passata stagione era spesso mancato.
Il Cagliari passa in vantaggio nella prima frazione, ancora con il nipote di Cesare, confermando una volta di più la capacità di colpire nei momenti giusti. La Domus si accende, il pubblico rossoblù spinge e la squadra prende coraggio. Non è soltanto una questione di entusiasmo: dietro c’è un’organizzazione che permette ai ragazzi di Pisacane di affrontare un avversario sulla carta superiore senza lasciarsi schiacciare dalla paura.
La Juventus, naturalmente, non ci sta. Nella ripresa i bianconeri aumentano la pressione, prendono in mano il pallino del gioco e costringono il Cagliari a una lunga fase di contenimento. Per larghi tratti della seconda frazione la Signora tiene i rossoblù sotto scacco, cercando con insistenza il varco giusto per rimettere in equilibrio la partita. Il copione sembra quello di tante altre sfide del passato: una squadra costretta a difendersi, l’altra a spingere alla ricerca del gol.
Eppure, stavolta, la storia non si ripete del tutto.
Il Cagliari soffre, ma non crolla. Si abbassa, si compatta, chiude gli spazi e prova a resistere all’urto bianconero. Quando la Juventus riesce a trovare la conclusione, ci pensa Caprile a metterci le mani. Il portiere rossoblù è decisivo in almeno due occasioni, con interventi che pesano come macigni sull’economia della gara. Parate che, in altri tempi, avrebbero potuto rappresentare soltanto un rinvio dell’inevitabile; questa volta, invece, diventano il simbolo di una squadra capace di restare in piedi anche nei momenti più complicati.
Poi arriva il pareggio juventino, che riapre tutto e consegna alla squadra di Spalletti un finale da giocare con la convinzione di poter completare la rimonta. Il numero 9 bianconero, dopo aver trovato la rete dell’1-1, sfiora anche il sorpasso. Ma proprio quando la Signora sembra poter mettere la freccia, è la traversa a salvare il Cagliari, strozzando in gola l’urlo dei tifosi juventini e regalando ai rossoblù un sospiro di sollievo.
Il legno diventa così l’ultimo grande brivido di una partita nella quale il Cagliari ha avuto il merito di non arrendersi, neppure quando la pressione avversaria si è fatta asfissiante.
Certo, si poteva sperare in qualcosa di più. Il vantaggio iniziale aveva fatto accarezzare ai tifosi il sogno di una vittoria prestigiosa, di quelle capaci di accendere una stagione e di lasciare il segno. Ma contro una Juventus determinata a rimontare, portare a casa un punto non è affatto un risultato da disprezzare. Anzi, alla luce dell’andamento della ripresa, il pareggio assume un valore particolare.
La differenza rispetto alla passata stagione, del resto, sembra evidente. Allora il Cagliari veniva spesso bombardato dall’inizio alla fine, costretto a rincorrere gli avversari e a vivere le partite sulla difensiva, con la sensazione che bastasse poco per far saltare ogni equilibrio. Oggi, invece, nella squadra rossoblù pare esserci una quadra più convincente: i reparti appaiono maggiormente collegati, la fase difensiva trova riferimenti più chiari e il gruppo sembra aver acquisito una diversa consapevolezza.
Non significa che tutti i problemi siano risolti, né che si possa già parlare di un Cagliari al riparo dalle difficoltà. Ma la sensazione è che Pisacane stia cercando di costruire una squadra con un’identità, capace di soffrire senza smarrirsi e di affrontare avversari di caratura superiore senza partire già sconfitta. E questo, per una formazione che deve conquistare la propria tranquillità giornata dopo giornata, è un aspetto tutt’altro che secondario.
Resta, naturalmente, l’episodio che ha incendiato il finale. Al fischio dell’arbitro la tensione è esplosa e Spalletti e Pisacane sono arrivati a un contatto ravvicinato, con gli animi che si sono rapidamente surriscaldati. Il risultato? Espulsione per entrambi gli allenatori: una conclusione decisamente insolita, una scena che ha lasciato tutti a bocca aperta e che rischia di diventare uno degli episodi più discussi della giornata.
Una cosa è certa: quando la partita finisce così, il risultato passa quasi in secondo piano e l’attenzione si sposta inevitabilmente su quanto accaduto a bordo campo. Saranno gli eventuali provvedimenti disciplinari a chiarire le conseguenze dell’episodio, ma resta l’immagine di due tecnici che, invece di chiudere la sfida con una stretta di mano, si sono ritrovati protagonisti di un finale rovente.
E qui viene spontanea una domanda, con un pizzico di malizia.
Spalletti avrà qualcosa da ridire, anche quest’anno, sulle presunte perdite di tempo dei cagliaritani?
Si, forse la causa di quello che è successo, alla fine, sebbene sia Spalletti sia Pisacane, in sala stampa, hanno sminuito.
Perché quando una squadra difende il vantaggio, cerca di spezzare il ritmo avversario e prova a gestire ogni pallone nei minuti finali, il confine tra esperienza, prudenza e perdita di tempo diventa spesso terreno di discussione. È il calcio, bellezza: chi è in vantaggio cerca di proteggersi, chi deve recuperare vorrebbe giocare senza interruzioni. E ogni episodio finisce sotto la lente d’ingrandimento.
Ma stavolta, al di là delle polemiche e dei nervi tesi, il dato più importante è un altro: il Cagliari ha retto l’urto della Juventus, ha avuto in Caprile un baluardo fondamentale e ha sfiorato un risultato ancora più prestigioso.
La Signora non è uscita sconfitta dalla Domus, ma neppure ha potuto passeggiare. I rossoblù hanno dimostrato di poter competere, di saper soffrire e di avere le risorse per mettere in difficoltà anche avversari di grande spessore.
E allora, più che recriminare per i due punti mancati, vale la pena guardare al bicchiere mezzo pieno. Il campionato è lungo, le difficoltà non mancheranno e servirà continuità. Ma se questo è il Cagliari che Pisacane sta costruendo, i tifosi possono almeno cominciare a guardare avanti con una dose in più di fiducia.
Alla Domus la Juventus ha trovato resistenza, organizzazione e un portiere in giornata di grazia. E ha dovuto accontentarsi di un pareggio.
Per una volta, dunque, la Signora non ha comandato a casa degli altri. E il Cagliari può uscire dal campo con la consapevolezza di aver conquistato un punto prezioso, ma soprattutto con la sensazione di essere finalmente sulla strada giusta.
di Francesca Basso e Viviana Mazza
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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Domenica il Brasile ha votato, lunedì Pedro Sánchez ha convocato le elezioni anticipate in Spagna. Due Paesi lontani, due leader della sinistra, la stessa sensazione di un ciclo che si chiude in quei Paesi.
In Brasile Flávio Bolsonaro ha ottenuto al primo turno un risultato a sorpresa: è il favorito per il ballottaggio e porterebbe il Paese decisamente a destra. A pesare è lo scarto rispetto alle attese, perché i sondaggi privati della vigilia davano Lula avanti di circa tre punti al primo turno e un secondo turno alla pari. La partita non è chiusa, ma nessun vincitore del primo turno ha mai perso il ballottaggio, però mai il secondo arrivato era stato così vicino. Si vota il 25 ottobre.
Il paradosso è che a prevalere è l’erede di una dinastia che ha portato il Paese vicino allo strappo. Jair Bolsonaro rifiutò la sconfitta del 2022 e i suoi sostenitori assaltarono palazzo presidenziale, Congresso e Corte suprema. Una storia già vista altrove. Oggi il figlio, alleato di Trump, ha corso in una campagna dominata da criminalità, corruzione e dal presidente americano, con accuse di ingerenza statunitense. Il vento Maga soffia su Brasilia, e il tocco di Lula sembra smarrito.
A Madrid la dinamica è diversa ma il tema è lo stesso. Sánchez ha indetto il voto per il 29 novembre dopo che il Parlamento ha bocciato il piano sulla casa con cui sperava di placare le proteste sociali, con i voti di Junts, PP e Vox. Il premier socialista è in calo nei sondaggi, ma la bocciatura offre ma la bocciatura offre al Psoe una narrazione semplice: difendere chi cerca casa contro la destra che ha affossato le misure. È una scommessa con dei rischi, perché, come notano gli analisti, dopo oltre otto anni di governo l’esecutivo può essere accusato a sua volta di non aver risolto una crisi che è diventata una delle principali fonti di malcontento nel Paese.
Bruxelles sperava di arrivare a fine anno senza scossoni elettorali per dedicarsi ai principali dossier, a partire dal bilancio Ue 2028-2034 il cui negoziato inizierà al Consiglio europeo della prossima settimana e vedrà lo scontro più duro nella riunione di dicembre. Il voto spagnolo anticipa invece l’incertezza attesa dal 2027, con Francia, Polonia e Italia alle urne, insieme ad altri Paesi Ue. Se Sánchez perdesse (cosa non scontata, perché in passato ha fatto grandi rimonte), al tavolo del Consiglio europeo non siederebbe più un leader socialista di un grande Paese. Restano Costa (che però è presidente super partes), Frederiksen, Abela e forse Andersson. Ma non sempre in Europa uno vale uno.
Secondo Alberto Alemanno, titolare della cattedra Jean Monnet di diritto dell’Ue all’Hec di Parig, se dopo la Spagna cambiasse maggioranza nel 2027 anche la Francia, l’asse franco-spagnolo, contrappeso progressista ai governi di Berlino, Roma e Varsavia, scomparirebbe e Meloni smetterebbe di essere l’eccezione per diventare la norma. Nathalie Tocci, professoressa alla School of Advanced International Studies Europe della Johns Hopkins University, aggiunge che «il rischio è la trasformazione da un progetto di integrazione a uno di semplice cooperazione. Un conto è un’Ue con Meloni insieme a Merz, Macron, Sánchez e Tusk, un conto è una Meloni circondata da Le Pen, Abascal, Feijóo, un Kaczynski e via dicendo».
Sul tavolo ci sono dossier concreti. Madrid fa parte con Roma degli Amici della Coesione, e il suo peso nel negoziato sul bilancio si indebolisce proprio nelle settimane decisive, con i Frugali guidati dalla Germania intenzionati a non retrocedere di nemmeno un passo. Una vittoria di PP e Vox, che governano già insieme in quattro regioni, potrebbe pesare sul Green Deal, di cui la Spagna è oggi grande sostenitrice.
Guntram Wolff, professore all’Université libre de Bruxelles e senior fellow presso i think tank Bruegel e Kiel Institute, avverte che il vero problema è rappresentato da «politici nazionalisti che non sono impegnati verso l’euro e l’integrazione europea, che comporta privilegi ma anche doveri. Uno dei doveri importanti dell’Unione monetaria è tenere in ordine i propri conti». Dunque per la Francia è la grande incognita in caso di vittoria di Le Pen, dal momento che la situazione di bilancio di Parigi richiede una correzione e «se non c’è, i mercati diventeranno estremamente nervosi, così i cittadini e i Paesi partner».
Il problema, però, non riguarda soltanto i grandi Paesi. A Est la crisi dei partiti di centrosinistra è ancora più evidente. In Ungheria il governo di Orbán è stato battuto a metà aprile dopo 16 anni, ma la socialdemocrazia è collassata e il Partito socialista è rimasto fuori del Parlamento. In Repubblica Ceca per la seconda volta consecutiva nessun partito di centrosinistra è entrato in Parlamento. In Slovenia i socialdemocratici sono rientrati con circa il 6,7% e sei seggi, mentre in Bulgaria il partito di area ha preso una linea decisamente conservatrice.
Gli Stati Uniti sembrano andare controcorrente. Ma anche qui il dato racconta soprattutto la forza dell’opposizione più che una rinascita politica della sinistra. Secondo il sondaggio New York Times/Siena, i likely voters preferiscono i democratici ai repubblicani di quasi nove punti nella scelta del candidato al Congresso nel proprio distretto (51% contro 43%), mentre l’approvazione di Trump è al 38%. Il costo della vita è il tema che più pesa sui repubblicani. Nel sondaggio, solo il 28% approva la gestione di Trump sull’affordability, contro il 71% che la disapprova; inoltre i democratici sono preferiti ai repubblicani sul costo della vita 51%-43%.Il campo di gioco si è ristretto con le nuove mappe, ma ai democratici bastano tre seggi netti e gli analisti li vedono favoriti. Dunque il filo è lo stesso: il vento premia chi sta fuori dal governo. Lula e Sánchez pagano la tassa dell’incumbent in tempi di prezzi alti, come Trump, e come Orbán a suo tempo in Ungheria.
Le battaglie della sinistra — casa, salari, sanità, protezione dalle crisi — non sono superate. È la capacità di trasformarle in risposte credibili che sembra essersi indebolita. Lo dimostra proprio la casa, che ha fatto cadere un decreto e probabilmente un governo. Il dibattito pubblico in Europa è sempre più definito da casa, salari e costo della vita. Il punto è chi sembra occuparsene. La politologa Maria Snegovaya, nel suo libro When Left Moves Right, sostiene che nell’Europa dell’Est l’adozione di un’economia neoliberale ha allontanato la base operaia e aperto spazio ai populisti di destra.
Sulla casa a bloccare le misure sono state proprio le destre, e Junts sostiene che più intervento peggiorerebbe il problema. La destra radicale vince spesso sulle paure più che sulle soluzioni e, dove governa, ha offerto poco in redistribuzione. I suoi sostenitori ribattono che la sinistra propone più tasse e più regole proprio mentre i prezzi salgono. Resta il fatto che una parte crescente degli elettori vede nella destra la forza che prende sul serio i propri problemi. Finché la sinistra non riuscirà a rispondere con proposte credibili, quella percezione continuerà a pesare.


di Daniele Madau e Marco Marini
A Cagliari per la presentazione del suo libro Noi siamo i tempi-La chiesa di Francesco e Leone nel mondo a pezzi, abbiamo potuto riflettere con Marco Damilano, secondo anche l’esempio della sua striscia quotidiana ‘Il cavallo e la torre’, sulle povertà e le fragilità del mondo, sottoposte all’abuso di pochi potenti : abuso a cui possiamo rispondere solo con la parola ‘noi’
Direttore, sono i giorni in cui si ricordano gli ottocento anni dalla morte di Francesco e, in cui, la sua figura è così ricordata anche a livello politico da rasentare, forse, la strumentalizzazione. Il suo messaggio, però, ha avuto tutto il suo valore anche in periodi in cui non è stato così al centro dell’attenzione, data la sua forza. Pensando alla sua carriera e alla sua striscia quotidiana ‘Il cavallo e la torre’, sempre attente agli ultimi e alle periferie del mondo, le chiedo se nella sua attività giornalistica Francesco è stato una fonte di ispirazione
Magari esplicitamente no, anche se ad esempio qualche tempo fa avevamo ipotizzato di fare una trasmissione da Assisi sulla pace; indirettamente, però, penso moltissimo, perché l’ ispirazione quando si parla di pace, quando si parla di povertà- non soltanto la povertà di indigenti che non hanno nulla, quella che crea disuguaglianza economica, ma anche la povertà che crea disuguaglianza sociale e culturale, quelle che chiamavamo nuove povertà, proprio per distinguerle da quelle antiche, nelle quali rientrano certamente anche i migranti o la salute mentale dei ragazzi, ecco, quando si affrontano questi temi, l’ispiratore non può non essere Francesco. Del resto è, appunto, da ottocento anni che dalla sua figura giunge un apporto fondamentale all’Italia, non solo alla Chiesa italiana, ma a tutta la società del nostro paese. Non voglio, quindi, rivendicare associazioni che non mi competono, però se mi si chiede se è presente lo spirito francescano in quello che faccio nel mio lavoro, non potrei che, umilmente, rispondere di sì.
Vorrei, adesso, arrivare al suo libro. Il titolo ‘Noi siamo i tempi’ mi sembra indichi una forte presa di responsabilità, che può essere indirizzata a tutti coloro che sono capaci di ascolto e che si pone in stridente antitesi a un periodo di astensionismo, di desiderio di uomo forte e di populismo estremo: è corretto?
Sicuramente, la frase di S. Agostino sui tempi che non sono buoni né cattivi ma dipendono da noi, e che Papa Leone ha citato ai giornalisti nella prima udienza dopo l’elezione, evidenzia esattamente questo, cioè una responsabilità e un impegno che sono l’opposto della verticalizzazione del potere, che è in fondo il grande male delle istituzioni sovranazionali e anche delle singole società. Negli Stati la verticalizzazione del potere fa pensare che un uomo solo possa decidere per tutti ma, in una società complessa, questo non è possibile, e quindi si finisce per alimentare il caos che invece si è detto di voler risolvere. Così, è come se ci fosse sempre bisogno di disordine per giustificare la presenza dell’uomo solo al comando; dire già la parola ‘noi’ significa dire che io, sia nella mia singola storia di responsabilità sia diventando ‘noi’ nell’ incontro con gli altri, contribuisco a mandare un messaggio alternativo allo spirito dei tempi, seguendo anche il grande esempio di papa Francesco.
Soprattutto nella prima parte, quella dedicata a Francesco, risuonano le sue parole a Lisbona ‘Todos, todos, todos’. Pensavo come proprio questa accoglienza così generosa, questa generosità che non ha confini, possa essere il filo che ricuce questo mondo a pezzi
Sì, la frase di Lisbona indica un qualcosa che può sembrare scontato- anche Papa Leone, appena eletto, ha detto ‘la pace sia con tutti voi’ e, del resto, questo è un saluto che i credenti praticanti si sentono fare in ogni messa domenicale- ma, in realtà, non lo è affatto. Tutti i grandi delle Nazioni , infatti, volutamente, cinicamente e senza ritegno dicono solo ‘alcuni’ o ‘i nostri prima’ o ‘noi vogliamo solo i super ricchi e i super miliardari’ oppure, quando si è in campagna elettorale, ‘solo quelli di questo quartiere’ o ‘solo quelli di questa città’ o ‘solo quelli di questo paese’. Insomma dire ‘tutti’ è un messaggio evangelico assolutamente eversivo .
Vorrei tornare un attimo alla sua trasmissione: ‘todos, todos, todos’ è una linea che percorrere anche ‘Il cavallo e la torre’ ?
Questo assolutamente. La trasmissione ebbe anche un punto di incontro con Papa Francesco, nel segno di un migrante di cui noi avevamo segnalato la storia, Pato. Il Papa, nella sua sfera di competenza, aveva seguito la sua storia di questo migrante, da quando aveva perso la moglie e la figlia nel deserto tra la Tunisia e la Libia, nell’estate del 2023. Era stato poi rispedito in un centro di detenzione in Libia, così noi ci eravamo interessati della sua storia. L’avevamo intervistato in condizioni precarie, se non impossibili, durante le quali ci furono anche minuti molto lunghi in cui avevamo paura che gli fosse successo qualcosa. Poi Pato riuscì ad arrivare in Italia e una delle prime cose che disse fu che avrebbe avuto piacere di incontrare il Papa. Il Papa stesso, però, lo scavalcò subito perché gli mandò un messaggio e-ricordo ancora la sua emozione- si organizzò un’udienza nel novembre del 2023 dove, insieme a Pato e a numerose associazioni e attivisti , c’erano anche alcuni della nostra trasmissione.
Un ultimo sguardo sul futuro della Chiesa: papa Leone è appena tornato dalla Francia, dove ha ripetutemente lodato l’illuminismo: è questo il futuro della Chiesa, il dialogo con la laicità di derivazione illuministica?
Leone non è stato il primo Papa a stabilire un dialogo con i lumi. Ratzinger, anche da cardinale e ancor prima da intellettuale e teologo, e poi anche da Papa, ha cominciato questo dialogo e qualcosa anche prima di lui è stato fatto da Giovanni Paolo II. Diciamo che il punto di vista è diverso, Prevost è un Papa americano quindi è lontano dalle idee del 1700 e del 1800 europee dei lumi versus la fede: l’America non è un paese dove, a esempio, c’è il concordato , quindi lui porta in Europa un altro spirito, pur essendo di origine europea come Papa Bergoglio. Infatti il messaggio che arriva in Europa è molto
diverso da quello di precedenti papi europei, non preoccupato dell’arretramento del cattolicesimo e della secolarizzazione in Europa, ma è un messaggio che ha preso coscienza di questa realtà e quindi guarda in avanti. Perciò non è tanto la questione dell’illuminismo, quanto la questione di essere credenti in una società che non sarà più quella della cristianità, perché Leone viene da una società fondata dai puritani in fuga dall’Inghilterra e dalle guerre di religione, i quali poi hanno realizzato una società dove da un lato l’aspetto religioso è, appunto, fondativo della nazione americana, dall’altro dove nessuna religione può vantare di essere considerata la religione di Stato e di avere un monopolio. In questa società vieni quindi educato ad essere pluralista e a dialogare con tutti gli altri. Questi due aspetti sono più problematici in Europa e lo vediamo ultimamente; mentre Prevost in Francia l’ha rivendicato quasi con leggerezza, affermando che i valori della Rivoluzione Francese sono cristiani, laddove-invece- la rivoluzione francese ha lottato contro gli aspetti anche cristiani dell’Ancient Regime, mentre i valori della rivoluzione americana, quelli sì, sono di ispirazione cristiana.
di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

A margine della convention di midterm dei repubblicani a Dallas, ad un evento intitolato “Forum” (sottotitolo: “Dove la destra dibatte il futuro”) in un caldissimo pomeriggio texano lo scorso 9 settembre Michael Anton ha dialogato con il giornalista Bradley Devlin del sito conservatore Daily Signal. Ho fatto i salti mortali per uscire dalla zona blindatissima dell’arena dove si teneva la convention e arrivare in tempo al suo intervento, dal lato opposto della città, per poi tornare indietro in tempo per il discorso di Trump (quello in cui ha promesso 5000 dollari ad ogni americano se i repubblicani vinceranno entrambe le camere del Congresso il 3 novembre). Ci tenevo ad ascoltare Anton, l’ex direttore della pianificazione politica al dipartimento di Stato, perché è considerato il principale autore della nuova Strategia per la sicurezza nazionale pubblicata dalla Casa Bianca e perché lo si vede davvero raramente in pubblico. Si è dimesso a settembre dal dipartimento di Stato (ora è uno studioso del think tank conservatore Claremont Institute e insegna al college conservatore e cristiano di Hillsdale, in Michigan), lasciando la prima bozza della Strategia per la sicurezza nazionale; lo ha sostituito Michael Needham, stretto consigliere del segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha contribuito alla stesura del documento. Da allora, “scrivo, insegno – dice Anton – e sto cercando di perfezionare l’arte diessere un recluso e di non vedere nessuno… Il mondo mi dà sui nervi”.
Californiano di nascita, con radici italiane (non sono servite a convincerlo a darmi un’intervista) e libanesi, Anton per anni ha tenuto un basso profilo ma ha avuto una influenza tale da essere stato definito dal sito Politico uno dei più importanti intellettuali dietro la rivoluzione di politica estera di Trump. La sua fama è legata a un articolo «virale» del 2016, ad appena due mesi dalle elezioni presidenziali, intitolato «Flight 93 election» (l’elezione del Volo 93), nel quale Anton scrisse che era dovere dei conservatori evitare la vittoria di Hillary Clinton: un dovere che paragonò a quello che i passeggeri avevano di deviare l’aereo dirottato dai terroristi di Al Qaeda, una questione esistenziale per prevenire «l’importazione senza fine di stranieri dal Terzo mondo». Anton vedeva nella tolleranza per l’immigrazione di massa il segno di «una civiltà che vuole morire» (un tema che torna in chiave europea nella Strategia per la sicurezza nazioale della Casa Bianca del 2026) e in Donald Trump l’unico che poteva salvare la Repubblica ridotta in rovina dalla sinistra.
E’ stato viceconsigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato. Il presidente, annunciando la sua nomina nel secondo mandato, scrisse sui social che Anton «ha passato gli ultimi otto anni a spiegare che cosa significhi davvero la politica estera America First». Ha anche partecipato ai primi colloqui tra ucraini e russi e guidò i negoziati tecnici sul nucleare con l’Iran a Roma. Ma la cosa interessante di questo incontro a Dallas era che che la conversazione era intitolata: “Sul futuro”.
Alla domanda “dove dovrebbe puntare l’America per il 2050?” Anton ha risposto così: “Dovremmo avere una frontiera chiusa e sicura attraverso l’espulsione di tutti gli immigrati illegali. Non ti concentri solo sui peggiori, parti dai criminali condannati e noti al sistema che sono ancora qui, ma non ti fermi a questo. Questa dovrebbe essere la priorità numero uno. Quello che gli Stati Uniti non possono tollerare, se vogliono essere riconoscibili nel 2050, è che arrivi per quattro anni una amministrazione che unilateralmente apre i confini e lascia entrare un numero di persone tuttora di proporzioni incerte… Nei quattro anni successivi non puoi rovesciare o capovolgere la situazione in modo sostanziale. E non so cosa succederà con l’Intelligenza artificiale, ma vorrei vedere il mercato del lavoro il più ristretto possibile a favore dei cittadini americani nati in America. Conosco molti conservatori che non sono d’accordo con me. Ma io penso che se anche aumentano i prezzi che dobbiamo pagare come consumatori, questo gioverà allo stato di salute dell’economia e la prosperità sarà più condivisa”.
La parte più interessante riguarda la politica estera. “Dipende da quali sono le minacce reali – afferma Anton -. Quali sono reali? E’ difficile dirlo. Abbiamo tutti paura della Cina, ma di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura che la Cina attraversi il Pacifico per arrivare agli Stati Uniti? Questo sarebbe molto preoccupante, se fosse una possibilità realistica, giusto? Abbiamo paura che la Cina faccia la prepotente con i suoi vicini nell’Asia orientale? Bé, la Cina lo fa da decenni. E’ un problema. Lo gestiamo attraverso le alleanze. Continueremo a gestirlo così, al meglio possibile”.
La Russia per Anton è una minaccia ancora meno reale. La Russia “ha perso mezzo milione di vite combattendo per quattro anni e mezzo per prendersi un paio di centinaia di chilometri quadrati di villaggi, che non è granché, e nessuna infrastruttura o risorse critiche. Io non penso che vogliano andare in Polonia o in Germania. Ma anche se lo facessero, non succederà nemmeno lontanamente nel prossimo futuro.Potrebbero farsi prendere da uno spasmo, da un attacco russo psicotico di rabbia e cominciare a lanciare ordigni nucleari? Tutto è possibile, ma non mi aspetto che accada. Perciò in politica estera, finché possiamo proteggere i nostri confini e i nostri interessi chiave all’estero e i nostri alleati che vogliono essere protetti e che vogliono condividere il peso della loro protezione, penso che questo sia tutto quello che dovremmo fare. E penso che parte della nostra politica estera debba consistere nello smettere di fare cose stupide. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’esportazione del liberalismo woke in tutto il mondo: in Europa, nel mondo anglosassone; e con meno successo – ma non totalmente senza successo – in Asia orientale. Dovremmo innanzitutto smettere di fare questo, perché così stiamo indebolendo questi Paesi e li stiamo rendendo alleati peggiori e meno validi. Ed è terribile per i loro popoli. Penso che tutta questa roba sia terribile per l’anima“.
Anton ha contribuito a plasmare la politica estera Maga, ma si è formato nel partito repubblicano dei neocon e di George W. Bush (studiò Leo Strauss, ha scritto i discorsi di Condoleezza Rice), e ha lavorato per Murdoch e per Blackrock. Ma poi ha cambiato strada, come altri che si erano formati nell’establishment di Washington e hanno abbracciato il trumpismo. Nel 2019 descrisse «La Dottrina Trump» su Foreign Policy: radicata nell’idea che le nazioni devono perseguire i loro interessi nazionali anziché distrazioni idealiste come costruire democrazie all’estero o aprirsi a migrazioni infinite. Su Taiwan ha suggerito di preservare lo status quo ma anche che «non c’è un cruciale interesse nazionale Usa che ci porterebbe a fare la guerra su Taiwan». Queste idee si rivedono chiaramente nel suo recente intervento a Dallas. Resta da vedere se nel futuro verranno relegate in un think tank o torneranno di nuovo alla ribalta con un successore di Trump.
Intanto, Anton, che è un appassionato di Machiavelli e in passato ha scritto con lo pseudonimo Antongiavanni un libro sui consigli di moda che Machiavelli darebbe oggi ai giovani, si dedica a scrivere libri: lo scorso settembre ha pubblicato un libro di 450 pagine intitolato “Studies in Machiavellian Political Philosophy”. Non gli importa, ha spiegato al pubblico del Forum, se lo leggeranno solo in pochi.
di Tonino Secchi
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questa preziosa riflessione
“Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo
direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di
farlo, ma, cari amici, non è possibile: dobbiamo vivere, oggi è la
nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al
tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte
le sue difficoltà”. “Se dovessimo sbagliare, meglio sbagliare
insieme; se dovessimo indovinare sarà estremamente bello
indovinare insieme, ma essere sempre insieme.”
Aldo Moro, in quel discorso all’Assemblea dei gruppi parlamentari
riuniti della Dc di Camera e Senato il 28 febbraio 1978, lascio’
purtroppo il suo “testamento politico”, guardando sempre all’unità
del partito, al suo elettorato liberal democratico, alla sua
caratterizzazione cristiana, alla sua anima popolare. Emoziona la
ripetizione per tre volte della parola “insieme” che oggi rappresenta
il nome del nostro piccolo partito che forse si trova a vivere in
questo nostro tempo buio le stesse lucide riflessioni di Moro. E non
è neppure inutile ricordare che i pilastri di Insieme sono la difesa
della Costituzione e la fedeltà alla Dottrina Sociale Cattolica unite
alla memoria dei tre maggiori protagonisti della storia dei cattolici-
democratici italiani, Sturzo, De Gasperi, Moro. Ma nel tragico 9
maggio 1978, immortalato dalla fredda poesia di Mario Luzi “
Acciambellato in quella sconcia stiva”, moriva ignominiosamente la
prima Repubblica; sono passati quasi cinquant’anni, un tempo
enorme, mezzo secolo. Lo storico Guido Formigoni nella
autobiografia “ Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma” definisce un
azzardo attualizzare la figura dello statista pugliese perché il tempo
di Moro, a più di cent’anni dalla nascita e quasi mezzo secolo dalla
morte, si staglia come molto lontano dal nostro. Eppure uno storico
altrettanto autorevole che risponde al nome di Miguel Gotor nel
“Memoriale della Repubblica(2011) estrapola una frase da una
lettera di Moro dal carcere brigatista che esprime una pretesa
inquietante e quasi profetica “Io ci sarò ancora”. Dunque dopo un
lungo silenzio sulla figura di Moro nel tempo del disfacimento della I
Repubblica, che Carlo Bo rassomiglio’ ad un vero e proprio delitto
di abbandono, torna la domanda cruciale” Le idee, il metodo
politico, e l’eredità” di Aldo Moro rappresentano una solida ancora per la politica italiana che vive la crisi della sua democrazia non da
oggi, se a ridosso della caduta del muro di Berlino del 1989
Giovanni Sartori scrisse questa lucida riflessione “ La democrazia è
ormai senza nemici: non è più fronteggiata da legittimità alternative.
Ma vincere la guerra non è vincere la pace. Anche il gioco
democratico può essere giocato male. Saprà la democrazia
resistere alla democrazia?” Dal 1994 con l’ingresso di Berlusconi e
il suo populismo televisivo sulla scena politica italiana siamo entrati
nella II Repubblica che poteva essere tempo di decantazione e di
transizione verso una democrazia compiuta ma che già nel 2000
faceva dire a Sartori di essere pessimista nei confronti del dilagare
del “politicamente corretto” e aggiungeva “ comincio a disperare. Il
là è sempre più dato da microcefali bravissimi a fiutare il vento e
comunque disonesti nel servirlo “. Ci stiamo avvicinando al nostro
tempo che è stato definito anche della diaspora infruttuosa dei
cattolici dalla lungimiranza di monsignor Gastone Simoni e
fotografata con maestria da Stefano Zamagni “la crisi attuale della
democrazia è anche la conseguenza dell’attacco ai tre principi
democratici fondamentali: l’universalità, la verità, la libertà.
L’universalità viene negata dal sovranismo, la verità è rimessa in
discussione dal relativismo e la libertà dal libertarismo,
dall’individualismo e dall’egoismo. Sono i veri nemici interni della
democrazia che hanno convinto la Chiesa italiana a dar vita a una
storica Settimana sociale dei Cattolici a Trieste nel 2024, non a
caso intitolata “Al cuore della democrazia”, un cuore affaticato che i
cattolici possono curare con due forze, la Costituzione e il Vangelo.
Sono le parole di saluto di Papa Francesco che ha avuto la
sapienza di citare Aldo Moro costituente nella sua nota frase “ Una
vera democrazia mette al primo posto l’uomo” .Il giovane
costituente pugliese aveva anche precisato che la nuova
Costituzione si regge su tre pilastri: quello democratico che
definisce l’Italia una repubblica democratica fondata sul
lavoro(art.1), quello sociale quando lo Stato riconosce e garantisce i
diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità(art.2), quello strettamente
umano se “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e
l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana…(art.3). Agnese Moro, ad una domanda formulata da un gruppo di studenti calabresi che semplificando le chiesero “
Chi è stato suo padre?” lei rispose in sintesi “Leggete i 12 articoli
dei Principi fondamentali della Costituzione e lì trovate tutto mio
padre”; una risposta che rischiava di essere male interpretata come
se Aldo Moro fosse solo l’elenco di articoli relegati in una Carta. Il
giovane giurista pugliese aveva già intuito il dubbio e in Costituente
aveva chiuso un suo memorabile discorso con queste parole : “ I tre
pilastri della Costituzione non sono esauriti nel passato, sono
invece i principi ai quali ispirarsi nella soluzione del nostro
quotidiano problema, che non è finito, che non è risolto…Abbiamo
bisogno di questo sicuro criterio di orientamento per una lotta che
non è finita adesso e che non può finire, lotta per la libertà e per la
giustizia sociale.” Dunque la Costituzione non era per Moro un
pezzo di carta con buoni propositi ma un vero e proprio progetto di
convivenza che andava non solo letto e riletto ma sopratutto
realizzato attraverso la faticosa e onorevole lotta politica che La
Pira definì non essere cosa brutta ma anzi la sola via per ascoltare
il grido della povera gente. Siamo arrivati al presente del nostro
bipolarismo sgangherato e conflittuale per chiederci se per caso il
vuoto dibattito in corso tra i due schieramenti non sia in fondo alla
ricerca dell’Araba Fenice che tutto risolve non con la forza e il
pallottoliere dei voti di destra e sinistra in Parlamento ma con lo
spirito della Costituente che aveva l’ambizione di costruire una casa
comune. La destra ha scelto di voltare le spalle allo spirito della
Costituente e di puntare al gioco pesante delle tre carte,
corrispondente agli interessi del suo triumvirato: l’autonomia
differenziata, la riforma della giustizia, il premierato. Il primo tema è
stato vivisezionato dalla Corte Costituzionale, il secondo è morto
con la vittoria del No al referendum, il terzo appare surrettiziamente
nella proposta di legge di riforma elettorale rispedita al mittente
anche dall’area culturale cattolica riunita all’Istituto Sturzo a Roma
per dire “NO” al bipolarismo forzato, difendere le minoranze, ridare
voce ai cittadini. Zuppi inviò un messaggio:” La Dottrina sociale
ispiri risposte”. A cosa si riferiva? Al capitolo V della Fratelli tutti con
il richiamo alla migliore politica fondata sul dialogo e l’obiettivo del
bene comune? Oppure alla luminosa Splendida Humanitas capace
anche di mettere in guardia dai rischi alla democrazia causati
dall’invadenza delle nuove tecnologie?. All’Istituto Sturzo sono
arrivati anche Schlein e Conte a condividere l’opposizione ad una riforma elettorale non concordata mentre la destra ha fatto orecchie
da mercante e segue la strada spericolata di una impugnazione per
incostituzionalità. E il mondo è in bilico nel baratro della nuova
guerra in Europa, dello sconvolgimento del Medio Oriente
capeggiato da Israele con la connivenza dell’America di Trump, del
cosa fare per diventare grandi dell’Unione Europea e dello
sconvolgimento dei cambiamenti climatici. Lo spirito della
Costituente ha reso attualissimo l’anelito alla pace e alla
convivenza pacifica basata sul rispetto reciproco e sul
multilateralismo sostenuto dalla forza del diritto internazionale. Aldo
Moro può essere ancora il testimone più autorevole dello spirito
della Costituente per essere stato prima di ogni altra cosa un
credente, un intellettuale, un politico, un meridionalista capace di
una visione alta della collocazione dell’Italia nel mondo, in
continuità con l’europeismo di De Gasperi, e con la valorizzazione
della sua posizione strategica nel Mediterraneo. Il compito che ci
aspetta è enorme in prossimità delle elezioni politiche del 2027 se
consideriamo che viviamo nel pieno di una policrisi mondiale che
caratterizza il cambio d’epoca evocato profeticamente da Papa
Francesco. Per quale modello di democrazia vogliamo lottare e in
quale compagnia? Le idee di Aldo Moro possono essere utili a
intraprendere un nuovo cammino soprattutto per i cattolici se si
tiene nella dovuta considerazione la laicità dell’impegno politico, la
valorizzazione delle alleanze difendendo i propri valori ma non
svalutando quello degli altri, la ripresa di un umanesimo integrale
che studiosi francesi stanno definendo “La nuova politica della
comunione cristiana”, attualizzando Maritain e mettendosi in
sintonia con l’obiettivo alto della civiltà dell’Amore del nuovo
magistero di Papa Leone XIV.
di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Si apre ufficialmente l’UNGA, l’acronimo che sta per Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che riunisce i 193 Stati membri dell’Onu. Mai come in questo momento il multilateralismo è in difficoltà, con le grandi potenze che non esitano a sfidare l’ordine mondiale a loro piacimento. Russia e Cina certamente, ma anche gli Stati Uniti. Le Nazioni Unite sembrano impotenti di fronte al moltiplicarsi dei conflitti a cominciare da quelli più vicini a noi in Ucraina e in Medio Oriente.
C’è urgenza di tornare a rispettare i valori su cui si fonda la democrazia. È il filo rosso che unisce l’annuncio della presidente von der Leyen mercoledì scorso a Strasburgo che il Canada potrebbe diventare il primo «membro associato» all’Unione europea al lancio ieri a New York dell’iniziativa«Partners per il multilateralismo» (P4M)da parte di Unione europea, Canada, Brasile e Kenya, a cui si sono aggiunti India, Australia e Barbados. L’iniziativa resta aperta a tutti i Paesi che vi vogliono aderire.
Nella dichiarazione finale i sostenitori scelgono «la cooperazione, il rispetto del diritto internazionale, il multilateralismo e la responsabilità condivisa come fondamenti dei nostri sforzi collettivi». È importante sottolineare che l’iniziativa è trasversale, riunisce alcuni Paesi del G7, dei Brics e del Sud globale. Il testo è stato distribuito a tutti i 193 Paesi, che vi possono aderire in qualsiasi momento. Il documento non è neutro: senza menzionarli esplicitamente critica Stati Uniti, Russia e Cina che negli ultimi anni hanno adottato logiche di politica di potenza per regolare le relazioni internazionali.
L’Unione europea, che non ha un seggio all’Onu e ha lo status di osservatore, è presente in forze a New York. Ci sono i presidenti delle tre istituzioni Ue: Ursula von der Leyen (Commissione), António Costa (Consiglio europeo), Roberta Metsola (Parlamento). Ci sono anche l’Alta rappresentante Kaja Kallas e diversi commissari. Tutti a loro modo impegnati a tessere alleanze, nella consapevolezza che la capacità di incidere dipende anche dalla forza delle coalizioni.
«Europa e Canada credono nella democrazia. Credono che il potere non appartenga al più forte, al più ricco o a chi alza di più la voce, ma a tutti noi; che le democrazie siano libere di scegliere con chi collaborare», aveva detto von der Leyen nel suo discorso a Strasburgo. Trump non l’ha presa benissimo e la prima reazione è stata di mettere in guardia l’Unione europea da un’operazione «ostile», pena nuovi dazi molto elevati. Era stato il premier canadese Mark Carney nel memorabile intervento pronunciato al Forum economico di Davos a registrare la «rottura dell’ordine mondiale», l’inizio di «un’età brutale» e la necessità di un’alleanza tra le medie potenze. In questi mesi ne abbiamo visto la conferma.
Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, il primo ministro del Canada Mark Carney, il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva e il presidente del Kenya William Ruto hanno affidato il senso della loro iniziativa a un intervento sul Financial Times, pubblicato domenica scorsa e intitolato «Multilateralism is not idealism, it is a necessity», il multilateralismo non è idealismo, è una necessità. Ancora più eloquente il sottotitolo: Dobbiamo rafforzare il nostro sistema di cooperazione, non sostituirlo. «Il diritto internazionale è sotto pressione — scrivono —. Il linguaggio delle sfere d’influenza e della politica di potenza è tornato alla ribalta. I legami economici vengono sempre più utilizzati come strumenti di pressione e coercizione, mentre la disuguaglianza è in aumento, sia all’interno dei Paesi sia tra Paesi diversi. Alcuni potrebbero quindi concludere che il sistema multilaterale abbia fallito. In parte, questa critica è comprensibile. Un sistema multilaterale che non riflette la realtà odierna non resisterà alla prova del tempo. Ma la necessità di cooperazione multilaterale è più viva che mai. Il mondo del dopoguerra è ormai lontano, ma la logica di fondo che giustificava la cooperazione multilaterale è più evidente che mai».
Su una cosa i leader sono stati chiari: «P4M non mira a creare un altro blocco esclusivo o un’altra burocrazia internazionale. Il suo scopo è l’opposto: creare un quadro flessibile e aperto per i Paesi di diverse regioni e tradizioni politiche disposte a collaborare superando le divisioni, a costruire coalizioni per le riforme e a tradurre i principi condivisi in azioni concrete». P4M sosterrà dunque la riforma delle Nazioni Unite e di altre istituzioni multilaterali, per renderle più rappresentative, legittime, efficaci e affidabili.
Per esemplificare la situazione attuale, i quattro leader hanno ricordato che nel 2025 si sono registrati 65 conflitti armati tra Stati in 35 Paesi, il numero più alto dal 1946, mentre la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.900 miliardi di dollari. Hanno anche sottolineato che «il commercio globale ha raggiunto la cifra record di 35 mila miliardi di dollari lo scorso anno e 6 miliardi di persone – quasi tre quarti dell’umanità – sono connesse a Internet».
La dichiarazione finale esprime preoccupazione per «la crescente polarizzazione, la diffusione dei conflitti, le violazioni del diritto internazionale e il ricorso sempre più frequente alla politica di potenza, al protezionismo, alla coercizione e alla minaccia o all’uso della forza». Il testo prosegue mettendo in evidenza «le sfide globali condivise, tra cui la triplice crisi planetaria — l’emergenza climatica, la perdita di biodiversità e l’inquinamento — e il rapido sviluppo delle tecnologie emergenti, in particolare dell’Intelligenza artificiale» che richiedono «una cooperazione più forte e una fornitura più efficace di beni pubblici globali».
Per i firmatari il sistema multilaterale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite «rimane indispensabile». Inoltre riaffermano l’impegno a favore del diritto internazionale e dei principi di uguaglianza sovrana, integrità territoriale, soluzione pacifica delle controversie e divieto della minaccia o dell’uso della forza. Riaffermano anche l’«impegno per l’attuazione tempestiva dei principali accordi e quadri internazionali, tra cui l’Accordo di Parigi e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile». Ma gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, si sono ritirati dall’Accordo di Parigi.
È dunque in questo spazio tra i principi proclamati e la loro applicazione che il P4M dovrà dimostrare la propria utilità: l’obiettivo è non arrendersi alla legge del più forte, ma la forza nella cooperazione è tutta da dimostrare.
di Daniele Madau

Usare la scuola per ideologia, per fini politici nel senso peggiore del termine-nel caso esistesse-è uno degli errori, dei peccati più grandi. Spero si sia tutti d’accordo. Purtroppo sta accadendo anche questo: nel tempo del linguaggio politico degradato a comunicazione dallo spessore sempre più fine, di capacità di lungimiranza e di visione politica di oscura cecità, di servilismo al consenso, di bassezza di pensiero così stridente con l’altezza che richiederebbe la politica, sta capitando anche questo.
Nei tempi più oscuri, la scuola è stato il luogo privilegiato in cui educare all’obbedienza e alla guerra sin dalla più tenera età; col ritorno delle democrazie, le lotte studentesche, le riflessioni pedagogiche, la scuola è diventata quel luogo, in Italia, in cui le componenti adulte-docenti, famiglie, amministrazione scolstica-si adoperano per il bene e la crescita degli studenti, tramite la cultura e l’educazione. Non sempre questo bellissimo progetto si realizza, ma tale è, veramente, il fine scolastico, secondo le leggi, i contratti del personale e i documenti ufficiali che regolano gli istituti e i loro indirizzi.
L’attuale governo, in passato, ha, tramite le parole del ministro Valditara, più volte difeso i professori ed emanato provvedimenti che hanno agevolato il corpo docente, come l’assicurazione sanitaria integrativa (ma si vorrebbe un sarvizio sanitario pubblico decente) e il rinnovo di tre contratti (ma con l’ultimo, paradossalmente, sembra che l’aumento, in alcuni casi, sia minore dell’indennità di vacanza contrattuale precedente). Ha poi elaborato la riforma della maturità, decantata dal governo nei giorni del record di longevità: ma si è esaurita, in realtà, nel taglio della commissione esaminatrice e poco più. Si può verificare, è interesse di tutti.
Vivo poi personalmente, da docente, il taglio dei collaboratori scolastici, con tutto quanto consegue per la vita quotidiana delle nostre scuole. Ora, però, non è il caso di parlare di aspetti personali o particolari, ma di proporre un ragionamento generale.
Quanto può influire, allora, l’orientamento governativo di turno sulla finalità sopra ricordata e faticosamente raggiunta in decenni di dibattiti, stagioni politiche, riforme, tagli, inverni demografici, carenze di personale, coraggiose prese di posizione, lavoro quotidiano? Credo, quanto prevede la Costituzione, corredato dagli esiti della riflessione pedagogico-educativa, e niente di più.
Si parte, quindi, dall’articolo 3, e si cercherà di non discriminare nessuno e di rimuovere ogni ostacolo di ordine economico e sociale al pieno sviluppo della persona. Quindi, per esprimerci semplicemente e in parole povere, nessuna classifica secondo la quale decidere chi debba essere svantaggiato e chi no, perché nessuno deve essere discriminato. Non si capiscono bene, dunque, le parole della presidente Meloni quando afferma, con tono combattivo, che mal si addice alla scuola: “Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Una povera immagine che, discostandosi dalla realtà-perché non esiste una tale situazione- tradisce una finalità ideologica. E questa è già una prima ferita alla dignità della scuola, e dei componenti della sua comunità, alla quale la società fa affidamento per crescere in benessere, realizzazione e, quindi, felicità. Più volte, poi, nello stesso discorso, la presidente ha citato la necessità dell’integrazione, non sapendo che, in ambito didattico e pedagogico, è un concetto superato da circa due decenni, sostituito da inclusione: il primo prevede lo sforzo di privazione di qualcuno per entrare in un contesto, il secondo prevede la valorizzazione delle caratteristiche di ognuno. Forse in questo caso, però, richiedere tale tipo di conoscenza è pretendere troppo.
La conclusione del ragionamento è che un prossimo consiglio dei ministri imporrà un tetto al numero di stranieri per classe, insieme al divieto di usare burka e niqab e alla denominazione di licei anche per gli istituti professionali. Sulla prima misura, basti soltanto ricordare che solo lo 0, 3 per cento di classi per alcuni studi, lo 0,6 per altri, ha un numero di studenti stranieri tra il 20% e il 30%, e che esiste già un limite, appunto, del 30% dalla riforma Gelmini del 2010 il quale, secondo l’associazione dei presidi, è già inapplicabile. E l’inapplicabilità di una legge è una forzatura burocratica che crea malfunzionamento, e quindi ostacoli al pieno sviluppo della persona, violando l’articolo tre della Costituzione.
Sulla seconda misura, giova ricordare come in Italia, il riferimento normativo esista già, e cioè l’articolo 5 della Legge 152/1975 , nota come Legge Reale. Tale norma vieta nei luoghi pubblici o aperti al pubblico qualsiasi indumento che, senza un giustificato motivo, renda difficoltoso il riconoscimento della persona.
I tribunali amministrativi, come TAR e Consiglio di Stato, hanno in più occasioni chiarito come burqa e niqab, in quanto veli integrali, nascondendo il volto, confliggano direttamente con le esigenze di sicurezza mentre lo hijab, considerato un simbolo religioso, è permesso nelle scuole e nei luoghi pubblici, in quanto non impedisce il riconoscimento del viso e rispetta la libertà di culto garantita dalla Costituzione.
Anche a livello sovranazionale, la legislazione giustifica gli Stati che vietano l’uso di veli integrali nelle scuole secondarie. Non è ben chiaro, quindi, quale novità apporti questa decisione che, al contrario, inserita con le altre nel mosaico che si va a delineare, sembra far trasparire un cedimento all’ideologia, e agli esiti nefasti che questo comporta. Quali sono? Basta razionalizzare un po’, e non lasciarsi trascinare dal tumulto dell’agone politico, per capire quanto sia scorretto e asfittico usare il corpo della scuola per fini che non siano la scuola stessa, ma più coincidenti con interessi elettorali.
Sulla terza misura, la denominazione di licei per gli istituti professionali, davvero non ci avevamo pensato, tanto sembra marginale la questione. Si può anche essere d’accordo, ma sfugge la finalità, e scappa un amaro sorriso, pensando a quanto la scuola soffra e di quanto abbia bisogno. Basti pensare alla professoressa ferita qualche giorno fa e a tutto quanto riguardi questo grave caso: la preparazione del ragazzo al gesto, il compagno che lo blocca, le parole di perdono della professoressa, la drammatica realtà che fa sì che una docente che sembra abbia avuto pensieri di remigrazione sia salvata dal giovane straniero.
A questo dobbiamo pensare, con nel cuore Platone, Leopardi, Virgilio, la nostra materia preferita, il compagno di banco, i professori severi e quelli indulgenti, che sempre più sembrano soli e, quindi, bersagli, quelle mura sempre un po’ decadenti da cui volevamo scappare, quei presìdi di cultura nei constesti di povertà. E a questo dobbiamo pretendere che pensino i nostri decisori politici, di qualsiasi colore e parte, perché, sinceramente, siamo stufi di vedere l’Italia sotto la media europea di investimenti in ricerca e istruzione, con tutto ciò che ne deriva. Che è molto, infinitamente, più importante delle prossime elezioni per le quali, già ora, non si ha pudore di sfruttare il corpo della scuola.
di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Oggi Viviana vi parla di un evento in cui Steve Bannon e Bernie Sanders uniranno le forze a Washington per sostenere la necessità di di una Intelligenza artificiale controllata dall’uomo, una strana alleanza raccontata anche nel suo libro appena uscito “L’America che verrà” (Bompiani).
La preoccupazione per l’Intelligenza artificiale sta unendo ormai la sinistra e la destra populista. D’altra parte i timori per l’impatto di questa tecnologia uniscono agricoltori conservatori e attivisti ambientalisti, insegnanti e abitanti delle zone in cui nascono i data center, al di là delle divisioni politiche e sono un tema importante nelle elezioni di midterm. L’evento di oggi a Washington, che vedrà la partecipazione di politici e religioni, personaggi di destra e sinistra, è organizzato dal Future of Life Institute e promuove una “Pro-Human AI Declaration”, un documento che chiede di assicurare il controllo dell’uomo sull’IA, di evitare la concentrazione di potere e di garantire che le aziende siano responsabili delle loro azioni. Trump spinge con forza per l’Intelligenza artificiale, dice che è necessario per la competizione per la Cina e ripete che il suo governo ha già stabilito le necessarie tutele.
Lo scorso luglio, in una intervistaper il mio libro “L’America che verrà”, Bannon mi ha detto che per lui oggi il tema prioritario, “lo spettro sulla città”, è proprio l’Intelligenza artificiale, “perché è qualcosa che ha a che fare con la nostra specie, con tutta l’umanità”. Pubblico qui di seguito un estratto del capitolo in cui ne discuto con l’ex stratega della vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016.
L’Intelligenza artificiale sta emergendo come il nuovo grande tema populista del secolo, sul quale convergono la paura per la perdita di posti di lavoro, per i crescenti costi dell’energia e per il potere senza controllo degli oligarchi delle Big Tech. Un sondaggio di Harvard mostra che il 59 per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni vede l’Intelligenza artificiale come una minaccia ai posti di lavoro, inclusi il 66 per cento dei giovani democratici e il 59 per cento dei giovani repubblicani. “È la singola questione più grossa dietro le quinte ed è a questo che dedico l’80 per cento del mio tempo quando non sono dietro a questo microfono,” mi dice Bannon. “Cerco di fermare gli oligarchi, ed è difficile perché hanno così tanti soldi e potere. Abbiamo vinto più battaglie politiche di quante ne abbiamo perse, ma ogni giorno è una lotta, data la loro capacità di staccare assegni.”
La minaccia dell’Intelligenza artificiale è sentita anche dalla sinistra, ma la differenza è che la destra nazionalista populista la lega all’immigrazione. “Quando vai a nord di Dallas, una delle parti migliori del mondo, una delle parti più MAGA, vedi ragazzi sotto pressione da una parte per l’Intelligenza artificiale che si porta via gli impieghi nel settore stem, e dall’altra per i visti H1-B, cioè i visti per gli stranieri che hanno un ruolo dominante negli impieghi nel settore tecnologico e nel sistema universitario,” afferma Bannon.
È proprio sui visti H1-B (per immigrati specializzati e di talento) che Bannon si scontrò con Elon Musk poche settimane prima dell’insediamento di Trump nel 2025. Musk è stato un sostenitore di questi visti (salvo poi aver fatto par- ziale marcia indietro dicendo che vanno riformati, il che non era abbastanza secondo Bannon). I due si scontrarono pubblicamente sui social. Fui la prima giornalista alla quale Bannon disse, nel gennaio 2026, di aver deciso di dichiarare guerra a Musk: “Il suo unico obiettivo è diventare trilionario,” dichiarò Bannon (nel frattempo Musk lo è diventato, ndr). “Farò di tutto per tenerlo fuori dalla Casa Bianca.” (Poi l’imprenditore ruppe pubblicamente con Trump e uscì dal governo, ma hanno ricucito in parte il rapporto.) Un sondaggio indicò in quei mesi che il 67 per cento della base ma- ga era ostile ai visti H1-B. “Il 76 per cento degli ingegneri nella Silicon Valley non sono americani. È una questione centrale per riprendere in mano la nostra economia. Sono i lavori migliori, e neri e ispanici non vi hanno accesso,” aggiunse Bannon.
All’inizio del 2026 il potere senza precedenti dei nuovi modelli di Intelligenza artificiale di Anthropic ha portato l’amministrazione Trump ad alterare il proprio approccio a queste tecnologie, passando dalla deregolamentazione a uno screening governativo obbligatorio per ragioni di sicurezza nazionale. Bannon mi racconta che “il momento di lucidità” che ha portato a questa svolta è avvenuto dietro le quinte durante la settimana del Fondo monetario internazionale a Washington, nell’aprile 2026, quando l’amministratore delegato di J.P. Morgan, Jamie Dimon, e i capi dell’FMI parlarono con il segretario al Tesoro Scott Bessent e con il capo della fed dei rischi di questi modelli di Intelligenza artificiale. “Dissero che il modello Mythos di Anthropic, con una combinazione di cyberhacking e Intelligenza artificiale, può spazzare via una banca d’affari come J.P. Morgan in uno o due minuti, può far sparire il contenuto dei conti correnti senza lasciare traccia. Distruggerebbe il sistema finanziario americano. Scott l’ha capito subito.” Bannon ha premuto perché Scott Bessent fosse segretario al Tesoro, mentre Musk spingeva per Howard Lutnick, immobiliarista di New York che fu scelto invece come segretario al Commercio nel secondo mandato di Trump. Vinse Bannon, anche se – mi racconta lui – “hanno usato tutte le armi” contro Bessent, incluso “dire che è gay” e che “suo marito ha lavorato per Soros”.
War Room ha guidato una battaglia da destra perché ci fosse “un processo che consenta di avere un qualche controllo su queste aziende. Io in generale sono per la deregulation, ma qui devi avere delle regole,” continua Bannon. Trump ha poi firmato un ordine esecutivo che obbliga le aziende a presentare i loro modelli al governo per una valutazione, prima che diventino operativi. “Penso che siamo riusciti a vincere e che (gli oligarchi, ndr) siano rimasti scioccati. Sono andati subito da Trump e hanno cercato di infilare una norma nell’NDAA (National Defense Authorization Act: una legge federale annuale per definire il budget e le politiche operative del Pentagono ndr) per cercare di evitare che le leggi statali li condizionino o per evitare responsabilità per le conseguenze (dell’Intelligenza artificiale, ndr). Abbiamo combattuto duramente su questo tema, non è più sul tavolo, ma adesso stanno cercando di usare ordini esecutivi più mirati.”
Faccio notare a Bannon che Elon Musk ha finanziato la campagna elettorale di Trump e che dietro l’ascesa politica di J.D. Vance c’è un altro “oligarca”, Peter Thiel. Bannon non è mai stato contrario ai fondi versati alla campagna di Trump e ha incoraggiato Musk a finanziare la destra anche in Europa, ma insiste che “quando questa gente dice: ‘Noi diamo i soldi e vogliamo che le cose vadano come diciamo noi’, bisogna rispondere: ‘Grazie, apprezziamo i soldi, ma non abbiamo mai detto che vi prenderete tutto, e sicuramente non questo.’ Sarebbe un affronto morale. Non possiamo lasciare che alcune delle persone più malvagie e malintenzionate del mondo controllino gli Stati Uniti: non si tratta di sorveglianza, vogliono il controllo, dobbiamo fermarli. Per questo molti democratici stanno cominciando a lavorare su questo tema. Non è una guerra per scelta, è una guerra per necessità e dobbiamo vincerla: le persone devono avere il controllo di queste tecnologie attraverso il governo”.
La sinistra di Bernie Sanders è schierata da tempo e con forza contro gli oligarchi. Perché gli elettori dovrebbero fidarsi della destra maga su questo tema? Bannon sostiene che “i globalisti” pro-immigrazione non possono davvero regolamentare le corporation e insiste che gli oligarchi delle Big Tech non sono comunque dei veri conservatori: a parte Elon Musk, che ha capito presto che Trump avrebbe vinto nel 2024, gli altri sono passati con il vincitore solo dopo le elezioni. “Sono tutti democratici progressisti dal punto di vista sociale, sono super liberal, a loro non importa dei diritti della famiglia, non gli importa dell’aborto e dei transgender, cioè le parti più radicali del programma. L’unica cosa che vogliono è che non ci sia nessun controllo sulla loro industria e vogliono tasse e regole ridotte al minimo. A parte questo, sono progressisti della peggior specie, e sono stati creati dal Partito democratico sotto Obama. Ro Khanna (deputato californiano e potenziale candidato alla nomination democratica per la Casa Bianca nel 2028, ndr), che parla tanto contro di loro, ha lasciato fare agli oligarchi della Silicon Valley quello che volevano.”

di Oleandro Iannone
‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, delle superiori e dell’università, per riflettere con loro sulla stretta attualità. A descriverci la vittoria dell’AfD nelle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt è Oleandro Iannone, della facoltà di Filosofia di Cagliari, che ci presenta anche le origini del partito
Dedicato a Roberto Loddo, direttore del Manifesto Sardo e partecipante attivo nel contesto politico cagliaritano, venuto a mancare l’8 Settembre scorso, che in quest’anno, in cui mi sono assentato dalla scrittura, mi ha più volte spronato a scrivere.
Le elezioni in Sassonia-Anhalt, tenutesi lo scorso 6 Settembre, si sono concluse con un’affluenza che si avvicina all’80% e la vittoria del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (in italiano Alternativa per la Germania), a cui va quasi il 45% dei voti. Il partito al governo dello stato, l’Unione Cristiano-Democratica, segue con circa il 17% dei voti, si avvicinano al 9% il Partito Socialdemocratico, Alleanza90/I Verdi e Die Linke, oltrepassa di poco la soglia L’Alleanza Sahara Wagenknecht
Questa vittoria non risulta sorprendente. L’AfD, dalla sua fondazione nel 2013, ha continuato a crescere su un terreno reso fertile dalle scelte dell’attuale e recente gestione del Paese, in particolare quella di CDU/CSU. Alla sua fondazione, avvenuta in un contesto di malcontento con la gestione Merkel della crisi del debito europeo, alcuni iscritti del CDU sono entrati nell’AfD. Dal 2013 ad oggi CDU e AfD si sviluppano in stretta relazione tra loro, lo stesso nome “Alternativa per la Germania” è un’allusione all’uso da parte della Merkel dello slogan “alternativlos” (senza alternativa)
AfD si presenta alle elezioni federali del 2013 con un programma che diverge da quello di CDU/CSU per la politica monetaria: L’AfD sostiene la dissoluzione ordinata della zona euro e propone il ritorno alle valute nazionali o in alternativa la creazione di unioni monetarie ristrette, CDU/CSU intende continuare a usare l’euro. I due convergono nell’adesione al freno al debito (Schuldenbremse), nella semplificazione burocratica a supporto della media e piccola impresa (Mittelstand), nella promozione di sgravi fiscali per le famiglie e nel regolamentare l’immigrazione basandosi sulla capacità di integrazione lavorativa.
Le elezioni federali del 2013 vengono nuovamente vinte dai conservatori dell’Unione (CDU/CSU) che ripropongono Angela Merkel come Cancelliera. l’AfD per poco non raggiunge la soglia di sbarramento e non entra nel Bundestag. la “Große Koalition” (Grande Coalizione) tra CDU/CSU e SPD durante la sua rappresentanza gestisce la “crisi dei rifugiati” del 2015 applicando una politica di accoglienza e di integrazione. In seguito agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 l’AfD accusa questa gestione.
In vista delle elezioni federali del 2017 sia AfD che CDU/CSU assumono una posizione maggiormente spostata a destra sull’immigrazione, di cui un esempio sono le regole sulle espulsioni. Entrambi propongono misure di opposizione all’islam: CDU/CSU intende vietare il velo integrale (burqua/niqab) mentre AfD vuole rafforzare l’identità culturale e nazionale indicando certi tratti dell’islam come incompatibili e opponendosi al multiculturalismo. AfD presenta un programma che mostra una novità di elementi quali l’opposizione all’uscita dal carbone, l’aperta transfobia e il ripristino della leva obbligatoria
Anche questa volta CDU/CSU vince e viene rieletta la Merkel, ma AfD riesce a entrare nel Bundestag con 94 seggi. Quando il governo applica le restrizioni durante la pandemia di COVID-19 AfD si schiera contro di queste. Nel programma elettorale per le elezioni federali del 2021 AfD si spinge sempre più a destra, proponendo di costruire barriere fisiche per difendere i confini nazionali. Si pone inoltre come obiettivo l’uscita diretta della Germania dall’Europa (Dexit)
Nel 2021 vince le elezioni SPD, che forma la Coalizione semaforo con Verdi e FDP. CDU/CSU ottiene 197 seggi, AfD 83. Il Cancelliere Scholz risponde all’invasione Russa dell’Ucraina con aiuti militari all’Ucraina e attua una politica di supporto a Israele nel genocidio in Palestina. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 2025 il candidato cancelliere di CDU/CSU, Friedrich Merz, si mostra contrario alle restrizioni che Scholz ha imposto alle armi destinate all’Ucraina, divergendo da AfD, che vuole la cessazione delle sanzioni e il rimpatrio delle persone rifugiate ucraine. Sia AfD che CDU/CSU inseriscono nel programma elettorale misure anti-immigrazione, la volontà di ostacolare il divieto UE sui motori a combustione e l’autodeterminazione di genere, e di sostituire il sussidio con una “Nuova Protezione di Base” (Neue Grundsicherung)
Le elezioni del 2025, avvenute prima del previsto per la caduta della coalizione semaforo, vengono vinte da CDU/CSU, che forma il governo coalizzandosi con SPD, Merz prende il posto di Scholz. AfD arriva seconda e ottiene 152 seggi, diventando il partito più grande nell’ex territorio della Germania dell’Est. Alcune delle politiche finora approvate da Merz sono una maggiore spesa militare e diverse misure anti-immigrazione e discriminatorie verso le persone migranti, è stato inoltre proposto l’innalzamento dell’età pensionabile.
Dopo la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt Alice Weidel, leader di AfD, e Merz hanno avuto un confronto in Parlamento. Merz ha affermato che la “remigrazione” proposta da AfD, non è altro che pulizia etnica. Una considerazione simile può essere fatta sulle sue politiche anti-immigrazione, che sono effettivamente entrate in vigore. Spostarsi sempre più a destra non ha aiutato la CDU a riguadagnare i voti persi o a prenderne nuovi, ma ha favorito l’attecchire dell’AfD. Potrebbe essere troppo tardi per Merz e la sua poltrona, ma non può esserlo per tutta la politica: chi non ha interesse nel differenziarsi da ciò che ha definito come apocalittico, nel momento in cui viene a conoscenza del fatto che l’opinione pubblica sembra essere maggiormente favorevole a ciò rispetto che al proprio operato, non sembra avere interesse nel benessere del Paese. E’ nostro dovere riconoscere queste tendenze prima che si chiuda la nostra finestra d’azione.
di Daniele Madau

Il nostro Paese, la nostra Italia, la nostra Repubblica, dalla sua nascita politica ha avuto una sorella siamese, finta -perché autoimposta, non naturale- diabolica, perché ci divide e ci strazia, affamata, che ci succhia, come un vampiro, la nostra linfa vitale.
E’ la malavita organizzata, il più grande ostacolo verso la nostra piena maturazione democratica, la gramigna che cresce sul nostro giardino e ci soffoca, spezzando anche le vite più giovani. E spesso anche, purtroppo, l’ostacolo meno visto, più sottovalutato, nonostante i drammatici inciampi in esso. Questo ostacolo, questo muro, non ci ha permesso di vedere gli orizzonti ampi e puri di democrazia e, con le parole di Borsellino, di respirare la fresca brezza della libertà. E’ una costruzione autoinflitta, innalzata da dentro, mentre è incredibilmente più facile individuare il nemico come colui che viene da fuori, dal mare, povero e non difeso. E’ un bersaglio semplice, da vili. E spesso la nostra è stata una politica vile, di connivenza. Non si può spiegare altrimenti l’incredibile resistenza e vitalità della criminalità organizzata nel nostro tessuto sociale. Sembra una patologia endemica, inestirpabile, ma non possiamo arrenderci nel considerarla tale. Lo dobbiamo a tutti coloro che l’hanno individuata, chiamata col nome, studiata, combattuta nell’isolamento e che sono caduti contro di essa.
Lo dobbiamo a Denise Cosco, la bambina della foto, insieme a sua madre, Lea Garofalo, una gigante fragile, ma pur sempre una gigante. L’aggettivo fragile non va riferito alla sua persona, ma al fatto che una gigante, in senso fisico ma soprattutto morale, combatte lealmente contro avversari che hanno, invece, il senso distorto dell’onore che diventa disonore, e cioè la malvagità della ‘ndrangheta, il male che Lea ha trovato in famiglia.
Cresciuta in contesto mafioso, andata in sposa a un esponente della ‘ndrangheta, nata Denise, si era ribellata, soprattutto per lei, diventando testimone di giustizia, lottando per ciò che di più naturale possiamo avere, una vita serena e semplice, e d’amore con la propria figlia, Denise. Ma proprio sfruttando questo amore, nel modo più vigliacco e diabolico che si possa mettere in atto, il marito Carlo l’ha raggiunta e barbaramente uccisa, secondo modalità disumane, tipiche della malavita. Aveva trentacinque anni.
Denise ha continuato a lottare, camminando sulle orma della madre, con orgoglio: ‘Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà’
Ma le mafie uccidono anche da lontano e a distanza di anni, in silenzio, perché iniettano un veleno nel cuore, che agisce distillando il fiele nel corso degli anni, che ghiaccia la linfa vitale, il desiderio di futuro, l’amore per sé e per gli altri, i sogni. E’ un lavoro pulito, che non lascia segni. Si rimane impuniti, mentre lo Stato guarda spesso altrove. Così Denise si è tolta la vita, alla stessa età di Lea, in una drammatica e struggente emulazione e ricongiungimento: vere sorelle siamesi con uno stesso cuore.
Così è spesso stato, abbiamo lasciato la malavita agire, uccidere giovani vite e grandi cuori e mente, guardando altrove. Quando abbiamo lottato lo abbiamo fatto pensando di avere davanti avversari in carne e ossa, da affrontare sul momento. Ma abbiamo trascurato il veleno che agisce lentamente, senza preparare l’antidoto della bellezza, della cura della gioventù, del futuro.
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