La riflessione di Giorgio Parisi-premio Nobel per la Fisica-sull’intelligenza artificiale: ‘Ci sia l’obbligo, per le grandi imprese, di condividere i profitti con i lavoratori e di dare loro voce nei consigli di amministrazione’

Elly Schlein e Giorgio Parisi all’incontro promosso dal PD sulle nuove tecnologie

Il Partito Democratico ha promosso un confronto con il Premio Nobel Giorgio Parisi e la segretaria Elly Schlein sul ruolo dell’Europa, della ricerca e dell’innovazione.

Di fronte alla concentrazione di potere nelle mani di poche grandi piattaforme globali, serve una risposta pubblica e democratica. Come ha sottolineato Elly Schlein, “quando la tecnologia diventa strumento nelle mani di pochi smette di essere una questione tecnologica e diventa politica“. L’Europa deve avere l’ambizione di costruire un grande polo comune per l’intelligenza artificiale, sul modello del CERN, capace di mettere la conoscenza, la ricerca e l’innovazione al servizio dell’interesse collettivo.

Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del professor Giorgio Parisi

Comincio con un avvertimento. Ogni volta che si parla di futuro mi torna in mente una frase di Niels Bohr: le previsioni sono molto difficili, soprattutto quando riguardano il futuro. Io non sono in grado di dirvi se fra dieci anni avremo macchine più intelligenti di noi. Sono molto più preoccupato di quello che succede oggi e succederà domani. E penso che, se riuscissimo a governare adesso l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite, potremmo essere assai più sereni sul resto, avremmo pronti gli strumenti necessari per controllare gli sviluppi futuri.

La domanda che vi propongo, allora, non è quella che si sente più spesso, e cioè dove sta andando l’intelligenza artificiale. La domanda vera è un’altra: chi tiene il volante. La sfida non è capire verso dove la tecnologia è diretta, ma chi decide quella direzione, e con quali regole. Vorrei toccare tre nodi, la concentrazione del potere, il lavoro, la conoscenza, e arrivare infine a una proposta concreta, quella di cui parla il titolo di questa giornata: un centro pubblico europeo per la ricerca sull’intelligenza artificiale.

1. Un potere concentrato in pochissime mani
Cominciamo da un fatto semplice. Oggi l’intelligenza artificiale di uso generale è in mano a un pugno di società private: alcune americane, una cinese, qualcuna minore qua e là. Sono loro che possiedono la capacità di calcolo, i dati e i modelli. È una concentrazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile, e che continua ad aumentare.

La creazione di un monopolio di fatto, in questo campo, è un fenomeno quasi naturale. Più un sistema diventa grande ed efficiente, più attrae utenti e risorse, e queste gli permettono di diventare ancora più grande ed efficiente. Lo abbiamo visto negli ultimi vent’anni con Google e le ricerche in rete. Per fortuna quel monopolio non è stato troppo pericoloso, anche perché l’algoritmo che sceglie quali siti mostrare per primi era abbastanza trasparente. Ma ogni algoritmo porta con sé una filosofia implicita, un sistema di valori incorporato nelle sue scelte di progettazione. E adesso qualcosa sta cambiando.

Quando oggi facciamo una ricerca in rete, la prima risposta è spesso quella dell’intelligenza artificiale. In genere ci soddisfa, e proprio per questo ci fermiamo lì. Ma non sappiamo più da quali fonti viene tratta quell’informazione, mentre prima ottenevamo i collegamenti ai siti e la fonte la sceglievamo noi. La scelta delle fonti da parte di questi modelli è un problema delicatissimo: le fonti dovrebbero essere attendibili, ma chi decide della loro attendibilità? Elon Musk, per esempio, ha deciso che tutto ciò che è woke o politicamente corretto non è attendibile, e si è fatto costruire un suo modello su misura. Un monopolio dell’intelligenza artificiale sull’informazione sarebbe qualcosa di molto più potente del Grande Fratello immaginato da Orwell, perché non vieterebbe nulla: semplicemente sceglierebbe per noi che cosa vedere e come raccontarcelo.

Permettetemi di insistere su questo, perché è il punto che mi inquieta di più. In Alice nello specchio un personaggio sostiene che le parole significano esattamente quello che lui decide, né più né meno; e quando Alice obietta che non si può far dire alle parole cose diverse a piacimento, risponde che il punto, in fondo, è uno solo: chi è il padrone. È una battuta, ma dice una cosa serissima. Il controllo delle parole è una forma di controllo del potere, come ci ha detto tante volte Niki Vendola: la narrazione è alla base della politica. Chi decide il significato delle parole, quali fonti siano attendibili, quali notizie meritino di essere viste, esercita un potere enorme e quasi invisibile. Per gran parte della storia questo potere è stato diviso fra molti, fra le scuole, i giornali, i libri, le conversazioni; oggi i modelli linguistici si frappongono sempre di più tra noi e le parole, e a controllarli sono pochissime aziende private. Non è un dettaglio tecnico: è la vecchia domanda di chi, alla fine, comanda sul significato.

Mettete insieme questi pezzi: chi controlla la capacità di calcolo, i dati, i modelli e la loro distribuzione, controlla anche le narrazioni, i mercati e, alla lunga, le condizioni di lavoro di milioni di persone. Il vostro Position Paper lo dice con un’espressione efficace, parla di uno stack digitale autoritario, in cui pochi attori tengono in mano calcolo, dati, modelli e distribuzione. Non è uno scenario di fantascienza, ma in buona parte il presente; e un potere così concentrato, sottratto a ogni controllo democratico, è un problema politico prima ancora che tecnologico.

2. Il lavoro, e a chi vanno i guadagni
Veniamo al secondo nodo, che è quello che riguarda più da vicino le persone in carne e ossa: il lavoro. Dalla rivoluzione industriale in poi, ogni nuova tecnologia ha ridotto la quantità di lavoro necessaria. Nel passato lontano questi spostamenti sono stati a volte drammatici e violenti; in tempi più recenti più graduali, e i giovani imparavano mestieri nuovi mentre i vecchi sparivano. Non bisogna essere molto anziani per ricordare quando, per prenotare un biglietto del treno, si andava all’agenzia di viaggi. Con l’intelligenza artificiale, però, certe trasformazioni avvengono a una velocità molto maggiore.
Geoffrey Hinton, uno dei padri di queste tecnologie, prevede insieme un aumento della disoccupazione e un aumento dei profitti, perché le aziende sostituiranno i lavoratori con le macchine. Ma, ha detto al Financial Times, non è colpa della tecnologia: è colpa del capitalismo. Hinton non è un militante, è uno scienziato, e la sua è la diagnosi disincantata di chi conosce queste cose dall’interno. Propone un reddito di base garantito, anche allo scopo di scongiurare il fascismo, che della disoccupazione dilagante può essere un effetto.

Negli Stati Uniti la politica ha cominciato a occuparsi di tutto questo in modo netto, e vale la pena di guardare da vicino che cosa sta accadendo, perché credo ci riguardi direttamente. Il senatore Bernie Sanders, che è il membro di minoranza più anziano della Commissione Lavoro del Senato, ha pubblicato il 6 ottobre dell’anno scorso un rapporto dal titolo molto diretto: la guerra dei grandi oligarchi della tecnologia contro i lavoratori. Il rapporto stima che l’intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero eliminare quasi cento milioni di posti di lavoro americani nel prossimo decennio.

Su quel numero devo essere onesto con voi, perché sono uno scienziato e i numeri vanno trattati con rispetto. Quei cento milioni sono una stima, ottenuta in parte chiedendo a un programma di intelligenza artificiale quali mestieri fossero più esposti. C’è una certa ironia nel far prevedere all’IA quanti posti l’IA distruggerà, e infatti il metodo è stato criticato da diversi economisti. Io non so se saranno cento milioni o molti meno. Ma la direzione del problema è reale, e non dipende dalla precisione della cifra.

Il dato che mi ha colpito di più, in quel rapporto, è un altro, ed è solido. Dal 1973 negli Stati Uniti la produttività del lavoro è cresciuta di circa il 150 per cento, i profitti delle imprese di oltre il 370 per cento, e nello stesso periodo il salario reale del lavoratore medio è perfino diminuito. In altre parole: la torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono andate quasi tutte verso l’alto. In sintesi c’è stata una guerra di classe e ricchi hanno vinto e noi, contemporaneamente all’Unione Sovietica, sia stati sconfitti.

uesto è successo prima dell’intelligenza artificiale. Il timore è che l’IA, lasciata alle sole logiche di mercato, renda questa tendenza ancora più estrema. Come si è detto in modo efficace: una torta più grande non significa automaticamente che ce ne sia di più per tutti.

Le proposte di Sanders sono concrete e vale la pena elencarle, perché disegnano un’alternativa: ne sottolineo tre. La prima è una settimana lavorativa di trentadue ore senza riduzione di salario. La seconda è l’obbligo, per le grandi imprese, di condividere i profitti con i lavoratori e di dare loro voce nei consigli di amministrazione. La terza è l’estensione della proprietà azionaria dei dipendenti. La quarta è una tassa sui robot, cioè la fine delle agevolazioni fiscali per le aziende che sostituiscono persone con macchine.

Mi fermo sulla prima, perché è una proposta che condivido da tempo e che ho scritto nel mio ultimo libro, le Simmetrie Nascoste, prima ancora di leggere il rapporto di Sanders. Siamo passati da più di dieci ore di lavoro al giorno durante la rivoluzione industriale, alle quarantotto ore settimanali all’inizio del Novecento, poi alle quaranta. Passare alle trentadue, almeno in certi mestieri, mi pare la continuazione naturale di questo stesso processo. Lavorare meno, lavorare tutti è uno slogan che mi è sempre piaciuto. E oggi non è più una bandiera ideologica: è la risposta più ragionevole a una domanda che ci si pone da sola. Se l’automazione ci fa risparmiare ore di lavoro, che ne facciamo di quelle ore?

Questa domanda porta al punto che mi sta più a cuore. A chi appartiene il guadagno che l’intelligenza artificiale produce? Io credo che la risposta non sia caritatevole, ma di giustizia, e per una ragione che da scienziato sento bene. L’aumento di produttività dell’IA non nasce dal nulla. È costruito su un patrimonio collettivo: decenni di ricerca pubblica, i dati prodotti da tutti noi ogni giorno, la conoscenza accumulata da intere generazioni. Quando un’azienda addestra un modello sui testi, sulle immagini e sui suoni del mondo, sta usando un bene comune. È quindi ragionevole, non generoso, chiedere che una parte di quei guadagni torni alla collettività. Se l’intelligenza artificiale ha distillato la conoscenza dell’umanità inserendola nei suoi modelli, questa conoscenza deve rimanere patrimonio dell’umanità, altrimenti, come dice Sanders, sarebbe il più grande furto della storia.

Faccio un esempio vicino a noi. L’INPS, automatizzando con l’intelligenza artificiale lo smistamento di milioni di comunicazioni, ha liberato decine di milioni di ore di lavoro umano. Quelle ore possono diventare due cose molto diverse: una rendita per pochi, oppure tempo e servizi migliori per tutti. È esattamente questo il bivio. Il Position Paper che avete presentato oggi lo chiama, con una buona espressione, dividendo tecnologico, e propone di legarne la distribuzione alla riduzione dell’orario o a salari migliori. Mi pare la strada giusta.

Aggiungo una cosa, perché il quadro sia completo. A marzo Sanders, insieme alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha presentato una proposta di legge per una moratoria sulla costruzione di nuovi centri di calcolo, finché non ci sarà una legislazione federale che tuteli lavoratori, ambiente e diritti. È una proposta radicale e divisiva: non solo i repubblicani, ma anche diversi democratici l’hanno respinta, temendo che fermarsi significhi cedere il primato alla Cina. La maggioranza del Congresso non la sosterrà. È stata invece appoggiata da pezzi importanti del mondo del lavoro, dai sindacati degli infermieri ai professori universitari. È stata ripresa da Anthropic. Non vi chiedo di essere d’accordo con la moratoria. Vi segnalo però il fatto politico che sta dietro: i cittadini, le persone comuni, sono molto più diffidenti verso l’intelligenza artificiale di quanto la Silicon Valley voglia ammettere. In democrazia, questo conta.

3. Una vecchia questione che ritorna
Permettetemi una digressione, perché tre settimane fa è uscito un documento che si lega a tutto questo in modo sorprendente. Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata interamente all’intelligenza artificiale. Il papa l’ha firmata nel giorno del centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica sulla questione operaia. Adesso un altro Leone torna sulla questione del lavoro, questa volta nella rivoluzione digitale. La questione operaia non è scomparsa. Si è trasformata, e si ripresenta sotto altre forme.

Su un punto, in particolare, mi trovo d’accordo con l’enciclica, e lo è anche il documento del Partito Democratico: la tecnologia non è mai neutrale. Prende i valori di chi la progetta, la finanzia, la regola e la usa. Non è una macchina caduta dal cielo, di cui possiamo solo subire gli effetti. È il prodotto di scelte umane, e proprio per questo può essere indirizzata diversamente. Il papa usa poi una parola che a me, che da una vita mi occupo anche di disarmo nucleare, suona molto familiare: dice che l’intelligenza artificiale va, letteralmente, disarmata, cioè riportata al servizio del bene comune. Tengo questa parola, perché ci tornerò alla fine.

4. Perché serve una ricerca pubblica: un CERN europeo per l’IA
Arrivo così al cuore di questa giornata, e alla proposta. Di fronte alla concentrazione del potere e ai rischi sul lavoro, qual è la risposta? Non basta regolare, anche se regolare è necessario, e l’Europa lo ha fatto per prima con l’AI Act. Bisogna anche costruire un’alternativa pubblica. Anche su questo il vostro documento è chiaro: tra le proposte chiede di sostenere la ricerca pubblica e indipendente sull’intelligenza artificiale, per non lasciarne lo sviluppo ai soli monopoli privati. Vorrei partire da lì, e qui parlo da scienziato, perché è il terreno che conosco meglio.

Comincio da una confessione che forse vi sorprenderà. Noi non sappiamo bene come funzionano queste macchine. Abbiamo costruito reti neurali profonde, funzionano benissimo, ma non abbiamo ancora una teoria che ci permetta di prevedere il loro comportamento. Non sappiamo dire con precisione, ad esempio, perché aumentando il numero di strati e di parametri migliori la qualità delle risposte, né cosa accade esattamente dentro quegli strati. È come avere un motore potentissimo di cui non possediamo ancora il libretto di istruzioni. La fisica può aiutare, e qualcosa si sta muovendo, ma siamo agli inizi. E capire, non solo usare, è precisamente il compito della ricerca. Una ricerca che si limita a vendere prodotti non ha alcun interesse a capire fino in fondo: ha interesse a che le cose funzionino, e a venderle.

C’è poi una ragione ancora più importante, che ha a che vedere con la libertà. Prendete i due studiosi che hanno fondato questo campo. Hinton e Yoshua Bengio, tra più preoccupati dei rischi, sono diventati voci pubbliche e indipendenti. La possibilità stessa di criticare pubblicamente le scelte tecnologiche dipende da chi paga la ricerca e da quali regole essa segue. Se tutta la ricerca è privata, la critica indipendente diventa più difficile.  Bengio recentemente è stato molto chiaro: Il Papa ha ragione: l’unico modo per evitare conseguenze terribili è gestire le AI più potenti come un bene pubblico globale.

Ecco perché, insieme ad altri colleghi, ho proposto e firmato un manifesto per la costruzione di un centro europeo pubblico di ricerca sull’intelligenza artificiale: una specie di CERN dell’IA. Il CERN ha funzionato perché ha messo insieme le risorse di molti paesi europei attorno a un’infrastruttura pubblica, aperta e trasparente, che nessuno Stato da solo avrebbe potuto permettersi. 

L’Europa, presa nel suo insieme, ha le risorse per fare lo stesso con l’intelligenza artificiale. Lo ha detto anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 dicembre del 2025: i paesi dell’Unione dispongono insieme delle risorse per realizzare un modello di intelligenza artificiale originale, trasparente, sicuro e attento ai diritti. 

Un’infrastruttura pubblica di questo tipo servirebbe a tre cose. A capire davvero queste tecnologie, e non solo a usarle. A trattare i dati come un bene comune e non come materia prima da estrarre. E a dare all’Europa una voce propria, diversa sia dal lasciar fare puro degli Stati Uniti, sia dal controllo tecnopolitico cinese. È la terza via di cui parla il titolo di oggi. Voglio essere chiaro su un punto, perché si presta a fraintendimenti: questo non è protezionismo. È necessità democratica. Decidere come la tecnologia serve il lavoro e la convivenza civile non può essere lasciato a chi quella tecnologia la possiede e la vende, nello stesso modo non si può lasciare al governo Statunitense la decisione di chi non può usare le carte di credito in Europa. Il principio è quello che il vostro Position Paper enuncia con nettezza, e che condivido: nessun algoritmo può essere sottratto al controllo democratico, e trasparenza, responsabilità e supervisione umana vanno trattate come garanzie pubbliche, non come concessioni private.

Aggiungo che la richiesta di una ricerca pubblica e di limiti chiari non viene solo dagli scienziati. L’appello Fraternità nell’era dell’IA, coordinato da Paolo Benanti, firmato anche da Bengio e Hilton, è stato presentato a Papa Leone XIV e poi all’Assemblea generale dell’ONU, nel settembre scorso, dalla premio Nobel per la pace Maria Ressa. Quell’appello chiede confini invalicabili, e li dice in modo semplice: l’intelligenza artificiale come strumento, mai come autorità; nessun monopolio dell’IA; nessuna decisione di vita o di morte affidata a un algoritmo; e il diritto, garantito per legge, degli esseri umani a vivere anche senza intelligenza artificiale.

5. La decisione che non possiamo delegare
Quell’ultimo punto, nessuna decisione di vita o di morte affidata a un algoritmo, mi porta al tema con cui voglio chiudere il ragionamento, perché è quello su cui ho lavorato per gran parte della mia vita, nel movimento per il disarmo. L’intelligenza artificiale apre nuove possibilità anche nelle applicazioni militari: permette di costruire armi autonome, capaci di selezionare e colpire i bersagli con grande libertà. Sono i sistemi d’arma autonomi letali, i droni e i robot armati. Le accademie scientifiche dei paesi del G7, in un documento del 2019 e in un documento del 2025 coordinato dall’Accademia dei Lincei, hanno espresso preoccupazioni urgenti, di natura sia etica etica e che militare. Questi dispositivi potrebbero innescare una nuova corsa agli armamenti, e molti ne chiedono il bando, sul modello delle convenzioni sulle armi chimiche e biologiche.

La mia posizione è semplice. La scelta di chi uccidere non può essere lasciata a un algoritmo. Finché non avremo un divieto, la responsabilità giuridica e morale deve restare in mano a esseri umani precisi e identificabili. Tornano qui le parole del papa: l’intelligenza artificiale va disarmata. La decisione finale, quella che pesa sulla vita delle persone, deve in mano agli uomini, che possono essere dotati di quella compassione che le macchine non possono avere.

Conclusione
Torno al lavoro, da cui sono partito, perché lì si vede tutto con chiarezza. Ogni rivoluzione tecnologica, dalla macchina a vapore in poi, ha ridotto il lavoro necessario. E ogni volta la domanda decisiva non è stata tecnica, ma politica: come distribuire i guadagni, chi sostenere mentre cambia mestiere, chi non lasciare indietro. La tecnologia non risponde da sola a queste domande. Le risposte le diamo noi, oppure le lascia chi ha più potere e più denaro.

Costruire un centro pubblico europeo, governare la trasformazione del lavoro invece di subirla, tenere la decisione finale in mano agli esseri umani: sono tre modi diversi di dare la stessa risposta. È la risposta di chi pensa che questa tecnologia appartenga a tutti, perché è stata costruita sul sapere di tutti, e che quindi a tutti debba servire.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario per migliorare il lavoro e la vita, se la incanaliamo in un progetto democratico; in caso contrario, rischia di approfondire le ingiustizie e gli squilibri di potere che già conosciamo.

Vorrei chiudere con le parole di chi, più di centocinquant’anni fa, vide tutto questo con straordinaria chiarezza. Parlando delle macchine della rivoluzione industriale, Karl Marx scrisse, nel 1856: «Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria».

Marx parlava delle macchine a vapore; noi parliamo di un’altra macchina, l’intelligenza artificiale. Ma quell’incantesimo non è un destino: spezzarlo, e fare in modo che le nuove sorgenti della ricchezza diventino ricchezza per tutti e non miseria per molti, è una scelta politica. Nel passato le grandi lotte operarie, i partiti della sinistra l’avevano spezzato.  Adesso dipende da noi. Ce la faremo!”

Il mondo al contrario di Roberto Vannacci

di Daniele Madau

Roberto Vannacci e il logo di ‘Futuro Nazionale’

A volte una testata giornalistica deve schierarsi, pur mantenendo il rispetto per le idee altrui. Lo deve fare perche’ altrettanto importante e’ il rispetto che deve ai suoi valori e alla sua storia ma, soprattutto, a quel valore supremo in base al quale si misurano tutti gli altri: la verita’.

E’ in riferimento alla verita’, quindi, che cerchero’ di commentare quanto emerso dall’assemblea costituente di ‘Futuro Nazionale’, svoltasi nel fine settimana appena trascorso.

Gia’ questa assemblea costituente nasceva avendo alla fonte una sorgente di bugia: fino all’ultimo, infatti, il generale aveva giurato e spergiurato che la sua sarebbe stata soltanto un’associazione, e che non avrebbe tradito la Lega. Tutti, pero’, sapevano che l’esito avrebbe portato alla nascita di un nuovo partito, come il piu’ banale dei dejavu‘ politici; e questo, purtroppo, testimonia un’assuefazione dell’opinione pubblica alle falsita’ della politica che e’ grave quanto la falsita’ in se’.

Le premesse, quindi, non erano favorevoli. Ma da quanto emerso dalla due giorni di Roma, il cielo della politica italiana conoscera’ una nuova nuvola grigia, carica di oscurita’, di quelle che si mettono ‘tra noi e il cielo’ per dirla con De Andre’ ( citato piu’ volte da Vannacci), e non permettono che si veda la luce.

Da sempre la luce e’ simbolo di verita’ e razionalita’ , di sapere e conoscenza, e da essa prese il nome l’illuminismo, che fece del conoscere il motore del progresso umano.

Pensiamo ora al progresso dell’Italia, a quel ‘futuro nazionale’ tratteggiato da Vannacci: i freddi dati oggettivi indicano come le nazioni piu’ ricche, piu’ felici e piu’ attrattive, dove lo stato sociale funziona meglio, siano quelle dove l’istruzione e’ maggiore, il lavoro femminile equipara quello maschile e i diritti sono garantiti a ogni minoranza. Dove l’immigrazione e’ guidata da una politica lungimirante verso il futuro della nazione, dove l’Europa non e’ messa in discussione.  Potrei indicare in questa sede tutti i dati, ma e’ impossibile: si puo’, tuttavia, tranquillamente prendere una graduatoria generale del benessere in Europa, vedere in quale posizione e’ l’Italia (che e’ agli ultimi posti in ciascuno dei singoli parametri indicati prima) e vedere dove si collocano Svezia, Danimarca e Germania, che primeggiano nelle singole graduatorie. Si faccia, per amore di verita’ e per il nostro ‘futuro nazionale’. Che sara’ grigio e povero ben piu’ di quanto lo e’ ora- e’ un dato scientifico- se mai qualcuno accetterà nella propria coalizione Futuro Nazionale e se mai questa coalizione dovesse vincere, così da dover ricambiare il contributo elettorale del partito di Vannacci esaudendo qualcuna delle sue proposte, come il reddito produttivo di procreazione alle madri (a meno che non intenda un sostegno alle famigle degno di un vero stato sociale, tipico delle democrazie piu’ avanzate indicate sopra: la denominazione, tuttavia, lascia intendere altro…), o i tentativi di remigrazione o l’eliminazione del reato di femminicidio o il lavoro gia’ a quattordici  anni. Tutte proposte da ‘mondo al contrario’ che, del resto, Vannacci conosce bene, essendo stato il titolo del libro che gli ha dato la fama. Il mondo al contrario è propriamente il mondo dell’ignoranza, dell’ideologia cieca che non tiene in alcun conto i dati scientifici e quindi il benessere della popolazione. Ricordiamo Gramsci, ricordiamo Berlinguer ma anche tutto il liberalismo storico italiano, quanto avesse a cuore l’acculturazione della popolazione. Ora abbiamo chi ci vuole ignoranti, poveri e, percio’, sottomessi. Se anche ci sentiamo di appartenere a parti politiche diverse, invece, la cultura e la verita’ dovrebbero essere la nostra luce, che ci mostra uguali, dotati di stessi diritti, in primis alla felicita’. Non mi sono addentrato in analisi politiche su a chi faccia piu’ male, in termini di percentuali, Vannacci, se alla sinistra o alla destra: l’ignoranza e la falsita’ fanno male a tutti, indistintamente. Il mio e’stato solo un accorato appello: non permettiamo a nessuno di privarci della verita’ e del sapere. Il futuro, da quando l’uomo e la donna sono esistiti sulla faccia della terra, si e’ sempre giocato su questo.

Tra Usa e Cina, l’Europa non deve scegliere un solo blocco ma muoversi tema per tema 

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Graffiti a Berlino (Getty)

Geoeconomia e tecnologia sono due facce della stessa medaglia. L’Unione europea si trova schiacciata tra Stati Uniti e Cina, dipendente dai primi per la tecnologia, poiché Washington ha il dominio dei semiconduttori, e dalla seconda per le terre rare, alle quali è legata la produzione industriale avanzata occidentale anche per il settore della difesa. L’Ue si affida per oltre l’80% dei propri prodotti, servizi e infrastrutture digitali a fornitori extra-UE. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi», ha commentato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. 

Ma la dipendenza non potrà essere risolta nel breve periodo. I problemi dell’Unione europea si verificano sullo sfondo dello scontro più ampio tra Stati Uniti e Cina. Nel white paper “Chips & Tokens at the Fault Lines: Two Stacks in One Fragmenting World” dell’Andersen Institute, istituto di Washington per la finanza e l’economia, firmato da Fabio Natalucci e Alessandro Rebucci che verrà pubblicato questa mattina, gli autori spiegano come Stati Uniti e Cina hanno l’abilità di infliggersi seri danni l’un l’altro dal punto di vista economico, poiché le ambizioni di entrambi i Paesi dipendono da ciò di cui dispone l’altro: nessuna delle due superpotenze ha usato ancora pienamente il suo arsenale contro l’altra e hanno raggiunto una tregua sulla guerra tariffaria e dei chip, consapevoli che nessuna delle due sarà in grado per molti anni di evitare la dipendenza reciproca. Da lato finanziario, poi, il dominio del dollaro e il potere di tagliare gli altri fuori dal sistema di pagamenti sono un’arma potente per gli Stati Uniti, mentre i titoli del Tesoro Usa detenuti dalla Cina e la possibilità di sottoporre gli interessi americani alle proprie regolamentazioni sono un’arma nelle mani di Pechino. Il paper esamina anche l’impatto della finanza digitale su questo equilibrio instabile. Gli Stati Uniti hanno adottato con Trump un approccio decentralizzato, orientato al settore privato, esemplificato dal recente passaggio del GENIUS Act per regolamentare le stablecoin.  La legge mira a rafforzare la supremazia internazionale del dollaro americano, integrando le stablecoin nel sistema finanziario onshore. Questo rafforzerebbe gli Stati Uniti. Ma c’è anche la possibilità – osservano gli autori – che un approccio frammentario alle regole della finanza digitale e le fratture geopolitiche nell’Occidente possano spingere le transazioni su canali che operano al di fuori del sistema bancario tradizionale americano, con il rischio per Washington di perdere il controllo finanziario che dà potere alle sanzioni (anche se questo a sua volta conterrebbe ulteriori frammentazioni riducendo il potere di escalation da parte degli Stati Uniti).

Gli autori notano infine che gli Stati Uniti stanno introducendo barriere commerciali attraverso i dazi per ridurre il deficit,  mantenendo però aperto il conto capitale, mentre la Cina fa l’opposto: politiche che trattano in modo separato commercio internazionale e finanza e che rischiano di rivelarsi inconsistenti e controproducenti per entrambi.

L’ordine unipolare è finito: la Cina non può sostituirlo e l’America non può ripristinarlo“, conclude l’Anderson Institute. “La risultante mutua vulnerabilità, la logica della Guerra fredda di Mutually Assured Destruction (Mad), dove distruzione va inteso in questo caso come perturbazione economica, adesso vincola entrambe le parti e previene un ulteriore decoupling. Questo equilibrio non assicura la stabilità. La previsione è diversi anni di ‘stabilità instabile’: un mondo meno integrato di quello in cui abbiamo vissuto per decenni, meno ‘separato’ di quanto molti temano e punteggiato da vampate di crisi che si risolvono attraverso la de-escalation anziché attraverso la vittoria o la risoluzione”. Anche la guerra in Iran, al di là della retorica, ha mostrato che “muoversi in modo unilaterale porta con sé costi diretti e indiretti pet gli Stati Uniti, anche se un ritorno del multilateralismo e in quale forma resta una questione aperta”. 

In questo contesto le aziende si trovano a dover decidere “quali dipendenze ridurre per prime e da quale parte si collocano lungo questa linea di frattura“. Non vale solo per le aziende o per gli investitori. 

“Per l’Europa e le potenze medie che sono state prevalentemente spettatrici della riscrittura dell’ordine globale, questo contesto ha creato uno spazio. Ora la domanda è se e come usarlo. Le potenze medie non devono scegliere un blocco e restare al suo interno. L’Europa, in particolare, ha il peso economico per contare e ha le leve (per esempio: l’accesso al mercato unico e il potere di definire le regole) per smettere di essere un obiettivo di pressione da entrambe le parti. La scelta è tra agire con urgenza oppure trascorrere il prossimo decennio come danno collaterale”. In questo contesto, i perimetri dei blocchi vanno visti tema per tema: “I chip da una parte, i pagamenti dall’altra, l’energia con entrambi”. 

Bruxelles ha presentato mercoledì scorso il nuovo pacchetto per la Sovranità tecnologica, che ha l’obiettivo di rafforzare la capacità dell’Unione su semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e open source.  Il pacchetto include due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, oltre alla Open source strategy e a una Roadmap strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nell’energia. L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, con le sue continue minacce nei confronti dell’Europa, ha spinto l’Unione europea a ripensare se stessa. Mentre con Pechino la strategia di Bruxelles resta quella del de-risking ma con grande fatica. «La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale», ha sottolineato la vicepresidente Henna Virkkunen.

Ma è chiaro che Washington e Pechino guardano con sospetto alle misure che l’Ue sta mettendo in campo. «L’Europa vuole essere in grado di fare le proprie scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti — ha proseguito Virkkunen —, soprattutto provenienti da Paesi che non condividono la sua stessa visione». Lo Chip Act 2.0 punta a rafforzare la produzione e la progettazione di semiconduttori avanzati, accelerare le autorizzazioni, creare un marchio europeo di eccellenza e sostenere investimenti e progetti strategici, in un mercato in cui i componenti legati all’IA potrebbero superare il 70% entro il 2030. La legge su cloud e IA mira a triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni. Sul fronte delle materie rare, l’Ue sta cercando il più possibile di diversificare il fornitore. Ma per essere competitiva l’Unione europea ha bisogno di ingenti investimenti e quelli non sono ancora abbastanza.

Le notizie dai comunicati stampa. Il Quirinale conferma la grazia a Nicole Minetti

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

L’Autorità Giudiziaria competente – la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano – ha condotto gli accertamenti, richiesti dalla Presidenza della Repubblica e sollecitati dal Ministero della Giustizia, sulla asserita infondatezza delle condizioni che hanno portato alla concessione della grazia alla signora Minetti.
La Procura Generale, su presunti fatti raffigurati in notizie di stampa, ha disposto accurate verifiche in ogni direzione necessaria, per il tramite degli organismi di polizia italiani e dell’Interpol, giungendo alla conclusione che essi non corrispondono al vero.
Il Presidente della Repubblica, che aveva chiesto pubblicamente al Ministero della Giustizia – che ringrazia per avervi sollecitamente provveduto – di far disporre nuovi accertamenti, ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura.
Si ricorda – per corretta e autentica informazione – che, da oltre undici anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia.
Per opportuna informazione va aggiunto che, per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta
segretezza: nella maggior parte dei casi di concessione di grazia non viene emesso comunicato da parte del Quirinale, in ragione della presenza di dati sensibili – malattie,
vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati – che vanno doverosamente tenuti al riparo da forme di divulgazione.
Per offrire un preciso elemento di valutazione, nel mandato presidenziale in corso da oltre quattro anni sono state concesse 42 grazie: per 12 di esse vi è stato un comunicato che le ha
rese note, mentre non vi è stato comunicato per 30 casi perché questi coinvolgevano dati sensibili. La Presidenza della Repubblica osserva il rispetto del divieto della loro diffusione.


Roma, 4 giugno 2026

La Repubblica come destino

di Daniele Madau

Immagine dal sito di ‘Articolo 3’

E’ difficile non essere retorici quando si parla della Repubblica, la nostra Repubblica, la nostra casa comune. E’ il nostro specchio? Si’. Sia quando appariamo feriti, vilipesi e sfigurati, sia quando appariamo trasfigurati, ammantati di bellezza, in un’immagine ideale. E’ il nostro vicino di casa, e noi per lui. E’ l’articolo 3 della Costituzione, e tutta la Costituzione. E’ un organismo vivo, una vita, secondo anche il discorso di Calamandrei ai giovani sulla nostra carta costituzionale. E’ il libro autobiografico dell’Italia.

L’Italia e’ la sua Repubblica. Nasce a Roma – la Grecia aveva la democrazia radicale- con la cacciata dei re etruschi, e la dona al mondo. Roma avrebbe, da allora, sempre avversato la monarchia, era il suo tabu’. Poteva ammettere dittatori temporanei, e poi l’imperatore, ma il re, mai piu’. Le repubbliche marinare, che dominarono i mari, le repubbliche a Firenze e Venezia, di arte, liberta’, tolleranza e bellezza. La repubblica romana del triumvirato a inizio ottocento, di incredibile modernita’. La Repubblica e’ passato, presente e futuro ( la Costituzione, per il futuro, lo dice chiaramente). E’ un organismo vitale- come detto- ma e’ anche la nostra linfa vitale. I re stranieri, che hanno devastato il nostro suolo, i papi, i Savoia, sono come elementi estranei e secondari, figli dei tempi. L’Italia e’ nata prima nella cultura, come repubblica delle lettere e delle arti, dove ognuno poteva emergere grazie ai suoi talenti. E’ vero che i Savoia hanno fatto l’Italia, ma gli italiani erano gia’ tali, e lo saranno sempre, nell’ideale della cultura, che e’ liberta’ per eccellenza, pubblica e, quindi, repubblica, cosa pubblica.

E’ il nostro destino, perche’ mette al centro la persona. Non una persona, ma la persona. Tutela i piu’ fragili, cerca il giusto processo, promuove la salute e l’istruzione. Cresce con il lavoro,  l’apporto, la fantasia, il coraggio di ognuno di noi. E’ non e’ scontata: lo vediamo proprio in questi tempi, oltre il nostro specchio. Dare un senso ai nostri giorni vuol dire sentirci sua parte, come in un senso di comunita’ dell’anima che non permette di sentirsi soli, percepirla come destino per la realizzazione di ogni vita, cosi’ da sconfiggere il timore di sentirsi inutili, sbagliati, fuori luogo o spaesati.

Lo so, abbiamo sconfinato nella retorica: eppure, chi ha sognato la  Repubblica, tra le macerie della guerra e dei totalitarismi, l’ha sognata cosi’.

La petizione: no alla spettacolarizzazione del caso Garlasco nel Servizio Pubblico Rai

I cittadini e utenti del Servizio Pubblico radiotelevisivo chiedono, attraverso la petizione che presentiamo di seguito, alla Rai, alla Commissione Parlamentare di Vigilanza e ad AGCOM di intervenire affinché il racconto televisivo del caso Garlasco torni entro i confini di una informazione corretta, equilibrata e rispettosa della dignità delle persone coinvolte. la petizione è stata promosso attraverso il sito, e attraverso la newsletter, Change.org, dove la si può sottoscrivere

Nelle recenti trasmissioni dedicate al delitto di Garlasco, in particolare nel corso di “Ore 14”, “Ore 14 Sera” su Rai 2 e FarWest, abbiamo assistito a una crescente deriva sensazionalistica che rischia di trasformare una dolorosa vicenda giudiziaria in un prodotto di intrattenimento fondato sul conflitto, sulla spettacolarizzazione e sulla ricerca continua dello scontro emotivo.

Sempre più spesso il dibattito appare focalizzato non sull’approfondimento rigoroso dei fatti, ma:
– sulla ricerca del “frame” emotivo;
– sulla diffusione di indiscrezioni e suggestioni;
– sulla personalizzazione estrema dello scontro;
– sulla continua esposizione mediatica di soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nelle vicende giudiziarie.

Tutto ciò contribuisce ad alimentare un clima da processo mediatico permanente incompatibile con i principi di equilibrio, continenza e responsabilità che dovrebbero caratterizzare il Servizio Pubblico.

Riteniamo inoltre inopportuni i toni utilizzati durante alcuni confronti televisivi, culminati in episodi di derisione personale nei confronti di ospiti e professionisti, tra cui il Generale Luciano Garofano e il giornalista Piero Colaprico, in un contesto che dovrebbe invece garantire pluralismo, rispetto reciproco e qualità del dibattito pubblico.

Destano inoltre perplessità gli spazi recentemente concessi dal Servizio Pubblico a figure provenienti dal mondo del web e della controinformazione giudiziaria, tra cui la youtuber Francesca Bugamelli e soggetti collegati alla realtà Emme-Team, nel corso di trasmissioni Rai dedicate al caso Garlasco.

Riteniamo discutibile che programmi del Servizio Pubblico attribuiscano ampia visibilità e autorevolezza televisiva a soggetti già al centro di controversie pubbliche e vicende giudiziarie riportate dagli organi di stampa, relative anche a ipotesi di truffa e ad ulteriori indagini collegate ad attività svolte nell’ambito di casi di cronaca particolarmente delicati.

Tale scelta editoriale appare ancor più problematica quando questi interventi si inseriscono in contesti caratterizzati dalla diffusione di accuse, insinuazioni o ricostruzioni non adeguatamente verificate, con il rischio di alimentare campagne mediatiche e processi paralleli.

La Rai non può diventare un tribunale televisivo.

Il Servizio Pubblico ha il dovere di:
– informare senza spettacolarizzare il dolore;
– rispettare la dignità delle persone coinvolte;
– evitare forme di gogna mediatica;
– garantire pluralismo ed equilibrio;
– mantenere alta la qualità dell’informazione giudiziaria.

Per queste ragioni chiediamo alla Rai, alla Commissione Parlamentare di Vigilanza e ad AGCOM di verificare il rispetto:
– del Contratto di Servizio Rai;
– dei principi di correttezza dell’informazione;
– della tutela della dignità umana;
– della presunzione di innocenza;
– del ruolo imparziale che il Servizio Pubblico è chiamato a svolgere.

L’informazione può e deve raccontare la cronaca giudiziaria.  
Ma il dolore delle persone e la complessità dei processi non possono essere trasformati in spettacolo.

Firma anche tu per chiedere un Servizio Pubblico più serio, equilibrato e rispettoso.

Le notizie dai comunicati stampa. I messaggi di Mattarella per il ricordo di Capaci e di Altiero Spinelli

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

«La data del 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica.
La strage di Capaci, manifestazione tra le più sanguinarie della disumanità mafiosa,
fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani.
Nell’anniversario, il primo pensiero, commosso, va a Giovanni Falcone, a Francesca
Morvillo e agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito
Schifani, barbaramente uccisi in quel tragico giorno. A loro saranno sempre uniti,
con lo stesso filo della memoria, i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino
Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, vittime della
medesima strategia eversiva e anch’essi testimoni fino al sacrificio estremo dei valori
costituzionali incompatibili con le trame infami della mafia.
Il 23 maggio rappresentò l’avvio della riscossa civile, per questo è divenuto per gli
italiani “la Giornata della legalità”.
L’organizzazione criminale voleva piegare le istituzioni con la violenza e il ricatto,
ma si è trovata di fronte a risposte inflessibili, subendo sconfitte irreversibili.
Grazie a donne e uomini delle istituzioni, coraggiosi e tenaci. Grazie al contributo
decisivo dei cittadini.
Un impegno che non ha mai sosta, per combattere le zone grigie, l’indifferenza, le
metamorfosi della piovra criminale.
Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, ce lo hanno insegnato: la mafia finirà
grazie a istituzioni salde, ad azioni di contrasto efficaci e coerenti, con un impegno
educativo che sappia far crescere la fiducia in un domani da costruire insieme.
L’eredità di Falcone e Borsellino costituisce un patrimonio etico e civile che
appartiene alla nostra democrazia. Pegno consegnato anzitutto alle generazioni più
giovani».

Roma, 23 maggio 2026

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

«Altiero Spinelli, anima libera, è stato protagonista di un’intensa battaglia per
un’Europa democratica e unita.
Per la difesa dei suoi ideali pagò con anni di carcere e di confino come oppositore
del regime fascista e, successivamente, con l’espulsione dal Partito comunista per le
sue critiche verso lo stalinismo.
Libertà e democrazia sono state capisaldi del pensiero e della testimonianza di
Spinelli, dirigente, nel dopoguerra, della socialdemocrazia italiana.
Fu proprio durante il confino, a Ventotene, che con Ernesto Rossi ed Eugenio
Colorni, Spinelli diede vita all’idea di un’Europa unita e federata, quale innovativo
sistema di cooperazione regionale ed efficace meccanismo di prevenzione di ulteriori
conflitti bellici tra gli stati.
Il Manifesto per un’Europa libera e unita prevedeva alcune caratteristiche fondanti di
quello che sarà il futuro ordinamento comune, tra cui, il superamento delle barriere
agli scambi commerciali, così come l’istituzione di un’organizzazione
sovranazionale avanzata in grado di adottare deliberazioni a efficacia diretta.
Per Spinelli, quel Manifesto fu il punto di inizio di un percorso di dedizione civica
volto a consolidare l’idea di un’Europa integrata. Ne furono testimonianza la
fondazione del Movimento Federalista Europeo, la designazione a membro della
Commissione delle Comunità europee da parte del Governo Rumor e l’impegno
sviluppato con la successiva elezione al Parlamento italiano nella Sinistra
indipendente e a quello europeo come indipendente nelle liste del Partito comunista.
Rieletto nel 1979, nelle prime elezioni a suffragio universale all’Assemblea di
Strasburgo, lanciò il Progetto di Trattato istitutivo dell’Unione europea.
Il “Piano Spinelli” riavviò il processo di integrazione europea, stabilendo le basi dei
futuri negoziati che sfociarono nell’adozione dell’Atto unico europeo, decisivo passo
verso un’Europa ancor più integrata.
A quarant’anni dalla scomparsa, il lascito di Altiero Spinelli costituisce un prezioso
patrimonio di valori e ideali per l’Italia e l’Europa.
La Repubblica gli è riconoscente».

Roma, 23 maggio 2026

L’Unione europea tra Cina e Usa: vaso di coccio tra due vasi di ferro  

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il presidente cinese Xi Jinping e il presidente con Consiglio europeo Antonio Costa, a Pechino nel luglio 2025 (Xinhua)

Fare il vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. L’Unione europea ha osservato con attenzione il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. Al di là degli accordi specifici, il summit aveva la funzione più ampia di ridefinire la diplomazia tra i due Paesi come «relazione costruttiva di stabilità strategica». Xi ha detto che la Cina lo considererà il principio guida per i prossimi tre anni (e oltre): significa cooperazione e «competizione misurata» con divergenze gestibili attraverso guardrail per evitare escalation pericolose (per esempio, si lavora a «misure di salvaguardia» sull’Intelligenza artificiale). Xi cercava (e ha ottenuto) la conferma che il suo Paese è sullo stesso piano degli Stati Uniti. Questo
porterà probabilmente a una proroga eventuale della tregua sui dazi raggiunta lo scorso ottobre. Per Xi la stabilità serve a fortificarsi per la partita di lungo periodo (superare gli Stati Uniti come superpotenza
mondiale) aumentando l’indipendenza tecnologica, commerciale e scientifica nella convinzione che l’ascesa cinese è una certezza storica.

Il timore dell’Unione europea è di finire stretta tra le due superpotenze. I rapporti con gli Stati Uniti, da quando Trump è alla Casa Bianca sono difficili, ma anche quelli con Pechino creano problemi. 

Nel nuovo ordine mondiale, Bruxelles si trova ad agire da sola, senza più la spalla di Washington, che su commercio, tecnologia, energia e sicurezza gioca la propria partita con Pechino. Anzi, la guerra dei dazi di Trump ha riversato sull’Europa la sovra-capacità produttiva cinese. Nel primo trimestre del 2026, Pechino ha registrato il suo più grande surplus commerciale di sempre con l’Ue, trainato da un’impennata delle esportazioni, secondo uno studio di Bruegel firmato da Alicia García-Herrero: l’Ue rappresenta ora il 31% del surplus commerciale totale della Cina. L’export cinese verso gli Stati Uniti dei prodotti oggetto dei dazi è diminuito di circa il 30% in 15 mesi, mentre quello cinese degli stessi prodotti verso l’Ue è aumentato del 14%.

Il 29 maggio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha in programma un dibattito sulla Cina con il Collegio dei commissari. Temi centrali: il rafforzamento degli strumenti di protezione contro la concorrenza sleale, come dazi compensativi o “Buy European”. Secondo il Financial Times l’Unione europea sta anche elaborando piani per costringere le aziende europee ad acquistare componenti critici da almeno tre fornitori diversi, nel tentativo di ridurre la dipendenza dell’Ue dalla Cina. Le nuove regole riguarderebbero imprese in alcuni settori chiave come quello chimico e dei macchinari industriali, che hanno subito un’ondata di importazioni cinesi a basso costo.  Le proposte, ancora in fase iniziale, giungono in risposta alle restrizioni all’esportazione imposte da Pechino su tecnologie chiave e saranno sul tavolo del Collegio dei Commissari il 29 maggio. Non è prevista però l’adozione di alcuna proposta: si tratterà di un dibattito orientativo.

Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Ue ha cominciato a ripensare le proprie dipendenze strategiche, dalle fonti fossili alle materie prime critiche. Era il maggio 2023 quando von der Leyen ha iniziato a parlare di de-risking con la Cina: non tagliare i ponti ma ridurre i fattori di rischio. Ma l’industria europea negli anni è diventata sempre più dipendente da Pechino, come mostra il settore “automotive” europeo e in particolare quello tedesco. Alcune linee di produzione automobilistica europee si sono fermate in ottobre, dopo che Pechino aveva imposto restrizioni all’esportazione di magneti, terre rare e altri componenti.

L’interconnessione delle catene di approvvigionamento mette a rischio la sicurezza economica che l’Ue sta cercando di sviluppare per garantire la propria indipendenza e sopravvivenza anche nelle crisi. La prima lezione era arrivata durante il Covid con il blocco delle materie prime e dei componenti tra Cina e Ue. Terre rare, minerali critici, magneti, pannelli solari, convertitori: l’Ue fatica a produrli, mentre su terre rare e magneti Pechino ha quasi il monopolio.

Anche gli Stati Uniti, dopo aver imposto dazi pesantissimi all’inizio dell’amministrazione Trump, si sono trovati a dover fare marcia indietro, poiché la Cina aveva risposto con restrizioni all’esportazione di terre rare in America e con seri tagli all’acquisto di prodotti agricoli come la soia, colpendo direttamente al cuore una fascia importante dell’elettorato del partito repubblicano. Molti credono che Xi, nonostante i problemi economici interni, si senta rafforzato dalla convinzione di aver vinto la guerra commerciale contro l’America. 

Ora i due Paesi stanno negoziando per la creazione di una «Board del Commercio» che tratti prodotti «non sensibili» per 30 miliardi di dollari. Il ministero degli Esteri cinese ha detto stanno esaminando una estensione della tregua nella guerra commerciale e «riduzioni reciproche dei dazi», anche se Trump dice che di dazi non si è parlato. 

Il timore europeo è che un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Cina tagli fuori l’Unione, che si trova già a fare i conti con le rappresaglie di Pechino per l’Industrial Accelerator Act con cui Bruxelles punta a proteggere la propria sovranità economica. La Cina lo considera una «discriminazione sistemica» e ha approvato una legislazione per proteggere le sue catene di approvvigionamento.

Ovviamente nonostante la visita di Trump, la stabilità che entrambi i leader hanno scelto è un modo per prendere tempo e costruire indipendenza l’uno dall’altro. Un buon esempio è quello dei chip.  Nonostante la presenza dell’ad di Nvidia Jensen Huang, il più importante produttore al mondo, il destino delle vendite dei suoi prodotti in Cina resta ancora incerto. Trump si è detto ottimista che «qualcosa potrebbe succedere in quel settore» ma la sua amministrazione non sembra premere troppo in questa fase. Il via libera di Trump alla vendita in Cina dei chip H200 (i secondi più avanzati per l’Intelligenza artificiale) era arrivato a dicembre (in cambio del 25% al governo americano) e ora gli Stati Uniti hanno autorizzato la vendita a 10 aziende cinesi tra cui Alibaba, Tencent, ByteDance (75 mila chip ciascuna).  Da una parte ci sono coloro che in America si preoccupano per le implicazioni di sicurezza nazionale della vendita di questi chip ai cinesi, mentre Huang sostiene che bisogna creare dipendenza dagli Stati Uniti altrimenti si riduce l’influenza americana sugli sviluppi dell’Intelligenza artificiale in Cina. Ma Pechino finora non ha comprato i chip H200, perché sta cercando di sviluppare i propri.  La Cina sta puntando su chip prodotti in patria da aziende come Huawei per ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali e ha raggiunto nuovi traguardi. 

Le notizie dai comunicati stampa:messaggio di Meloni e Tajani sulla Flotilla. Il messaggio di Mattarella per il primo anno di pontificato di Leone XIV e per la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La Regione Sardegna finanzia cinque borse di studio destinate ai giovani palestinesi

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

Comunicato di Palazzo Chigi

Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili.È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona.

Il Governo italiano sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti.

L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano.

Per questi motivi, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale convocherà immediatamente l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto.

Roma, 20/05/2026

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato a Sua Santità Papa
Leone XIV il seguente messaggio:
«Santità,
nel primo anniversario del solenne inizio del Suo pontificato, desidero porgerLe – a
nome del popolo italiano e mio personale – i più fervidi auguri per la lieta ricorrenza
e la feconda prosecuzione del Suo altissimo Magistero.
L’invocazione della pace, la prima che credenti e non credenti hanno udito
pronunciarLe da Pontefice, continua a risuonare nel mondo intero, sollecitando le
menti e i cuori di tutti, anche di coloro che paiono offuscati da egoismi e vanità. Gli
appelli della Santità Vostra affinché le armi tacciano e siano ovunque ristabilite le
ragioni della giustizia e del dialogo suscitano speranza e rinfrancano quanti, senza
distinzioni di confessione religiosa o cultura, avvertono con turbamento la
superficialità con cui la guerra è oggi minacciata e talvolta attuata, con tragiche
conseguenze e inaccettabili costi umani.
Di fronte al dilagare di prevaricazioni e violenza, Ella, Santità, ci invita a considerare
la pace “un bene arduo, ma possibile”, ispirando spunti di riflessione e di concreta
condotta quotidiana. Ne ritrovo esemplari testimonianze nel Suo recente viaggio
apostolico in Africa, significativo attestato di prossimità pastorale, che ha
consegnato ai giovani e alle classi dirigenti di quelle terre meravigliose messaggi
chiari sull’importanza di una convivenza cooperativa e orientata allo sviluppo,
sull’esigenza di investire nell’istruzione e nella formazione, sull’impegno di
ciascuno a beneficio della comunità e nel rispetto del prossimo. Ovunque nel mondo,
sono questi i fermenti di “una scelta strategica per la pace” e per la tutela, senza
compromessi, della dignità della persona.
Ascoltare tali Suoi incessanti richiami induce ad avere ancora fiducia che le attuali
generazioni sappiano affrontare le temibili sfide della contemporaneità secondo un
principio di fraterna solidarietà, scongiurando un futuro di degradante
impoverimento spirituale e materiale.
Desidero infine esprimerLe, Santità, il mio più sentito ringraziamento per le
premurose attestazioni di vicinanza nei confronti del popolo italiano, che attende con
gioia e unanime affetto di accoglierLa in occasione delle prossime visite pastorali nel
nostro Paese.
Nel lieto ricordo delle occasioni di incontro di questi mesi e nell’attesa delle altre
che auspico seguiranno presto, rinnovo i miei migliori auguri per il benessere della
Sua persona e per il Suo servizio alla Chiesa e all’umanità».

Roma, 18 maggio 2026

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata
Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, ha rilasciato la
seguente dichiarazione:
«Il tema “Al cuore della democrazia”, scelto per l’odierna Giornata internazionale
contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, richiama alla responsabilità di dare
sostanza ai principi del rispetto della dignità di ogni persona nella convivenza civile.
Il principio di uguaglianza e il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che
limitano la libertà e la dignità delle persone sono al centro della Costituzione
italiana. Essi sono un impegno sempre attuale che coinvolge l’intera società.
È nella vita di tutti i giorni che si misura la qualità della democrazia, anche nella
capacità di riconoscere ogni persona come parte della comunità, senza eccezioni né
pregiudizi.
In molte parti del mondo, milioni di persone sono ancora criminalizzate a causa del
proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, esposte a violenze e
marginalizzazione, private della libertà di esprimersi e, anche in Europa e in Italia,
persistono linguaggi e comportamenti discriminatori.
Le leggi e le politiche costituiscono una base imprescindibile, ma il cambiamento più
profondo passa dalla loro traduzione in comportamenti, linguaggio, scelte orientate a
costruire relazioni fondate sul rispetto».
Roma, 17 maggio 2026

La Regione Sardegna finanzia cinque borse di studio destinate ai giovani palestinesi arrivati nell’isola per studiare all’Università di Sassari. Todde: “Sarete parte della comunità”. Piu: “Un privilegio poterli accogliere”

Cagliari, 13 maggio 2026 – L’assessore dei Lavori pubblici Antonio Piu, delegato dalla presidente della Regione Alessandra Todde, ha accolto ieri sera nove ragazzi palestinesi, atterrati all’aeroporto di Alghero, che proseguiranno il loro percorso di studi all’Università di Sassari con il contributo della Regione Sardegna, che ha finanziato 5 delle 9 borse di studio, le restanti sono finanziate dall’Ateneo sassarese. “È un privilegio umano, prima che istituzionale, poter dare il benvenuto a questi ragazzi che, così giovani, portano già addosso l’esperienza della guerra, la più terribile che si possa essere costretti a vivere – evidenzia l’assessore Piu – è un dovere politico e istituzionale dare un contributo di accoglienza nella nostra regione e nei nostri Atenei. Lo studio, la formazione e la vita di comunità studentesca sono gli strumenti più efficaci per riprendere il proprio percorso di vita in un contesto di pace, con l’auspicio che possano rientrare un giorno nella loro Palestina finalmente libera”.

La Regione ha finanziato le borse di studio, ciascuna da 12 mila euro, che permetteranno a 5 studenti palestinesi di studiare nell’Ateneo sassarese per i prossimi tre anni, due borse ai ragazzi di questo primo contingente e altre 3 per altrettanti ragazzi del prossimo contingente.

“Qui non sarete soltanto studenti ospiti – commenta la presidente Todde rivolgendo un messaggio di benvenuto agli studenti – sarete parte di una comunità che conosce il valore della dignità, dell’accoglienza e della libertà. Nessun giovane dovrebbe vedere il proprio futuro fermato dalla guerra. Nessuno dovrebbe dover scegliere tra la propria terra e il diritto a studiare. Vi auguro – conclude – di trovare in Sardegna la forza per ricominciare. E vi auguro di poter tornare un giorno in una Palestina libera dalla guerra”.

Il racconto del Cagliari: e’ ora di festeggiare

di Daniele Madau

XXXVII Serie A-Unipol Domus/ Cagliari- Torino: 2-1 (38mo Obrador; 39mo Esposito; 45mo Mina)

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Zappa, Mina, Dossena; Palestra, Adopo (Sulemana 70mo), Gaetano, Deiola (Folorunsho 70mo), Obert; Esposito (Rodriguez 80mo), Mendy (80mo Belotti). A disposizione: Sherri, Ciocci, Kilicsoy, Rodriguez, Belotti, Albarracin, Sulemana, Borrelli, Folorunsho. Allenatore: Pisacane.


TORINO (3–4-1-2): Paleari; Marianucci (46mo Maripan), Coco, Ebosse; Pedersen (Njie 77mo), Ilkhan (Kulenovic 86mo), Prati (59mo Casadei), Obrador; Vlasic; Zapata (59mo Che Adams), Simeone. A disposizione: Israel, Siviero, Ilic, Maripan, Kulenovic, Adams, Lazaro, Casadei, Nkounkou, Biraghi, Savva, Perciun, Njie, Pellini, Acquah. Allenatore: D’Aversa.

Spettatori: 16054

Ancora una volta all’ultima curva, all’ultimo passaggio in casa di quest’anno, all’estrema propaggine di un campionato che ha promesso e tradito, lusingato e abbandonato, in un’altalena di emozioni degna di una storia d’amore tormentata.

Anche l’avversario, il Toro dell’ex Simeone, sa di sudore e fango, di leggende, tragedie, curve Maratone e di uno storico scudetto di cui ricorrono i cinquant’anni.

Come una settimana fa, basta un punto, un semplice punto grande come la prossima serie A e, per conquistarlo, il Cagliari sfoggia una nuova maglia- della prossima stagione?- mentre la curva nord, a inizio gara, continua a essere vuota, per una protesta di cui non si conoscono precisamente i termini.

Questo il contesto; il testo, invece, parla di padroni di casa all’attacco dai primi minuti, soprattutto sulle fasce con Palestra ed Esposito, perche’ la posta in palio e’ alta solo da una parte, quella rossoblu’.

Come successo domenica scorsa, pero’, il Torino prende, piano piano, campo, e si sente scorrere un brivido, come di un qualcosa di gia’ visto che torna come un incubo.

Al 30mo e al 34mo, infatti, Simeone si presenta solo davanti al portiere, ma pecca di freddezza. Al 37mo, invece, Obrador sorprende Caprile con un tiro a effetto ( deviato da Mina?), per un vantaggio che dura pochi secondi: S. Esposito, nell’azione successiva, si gira da poco fuori area e fulmina Paleari. Non e’ finita, pero’: sul filo del fischio finale del primo tempo, Zappa scarica al volo su Paleari, la palla si impenna a una altezza che solo Mina puo’ raggiungere, per un 2-1 di liberazione.

A inizio secondo tempo, entrati gli ultras, Mina ha una nuova occasione, prima di una fase di equilibrio vivace, di attacchi e ripartenze.

Il tempo scorre, troppo lentamente per i cuori rossoblu’, inframmezzato da un bel tiro al volo di Adams e dalle sostituzioni di rito.

All’orizzonte comincia a vedersi il nuovo anno del Cagliari: ancora serie A, protagonista di un palcoscenico che storicamente gli e’ proprio. E’ ora di festeggiare, mentre scende la notte. E l’alba sara’ serena.

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