Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
«La notte del 24 agosto di dieci anni addietro, il violento terremoto che ebbe epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto, nel cuore dell’Appennino centrale, colpì numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, a cui seguirono ulteriori sequenze sismiche fino agli inizi del 2017. Con il suo bilancio di 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 sfollati, quel terremoto – delle cui devastazioni Amatrice è divenuta simbolo – costituisce una pagina drammatica della storia della Repubblica e funge da monito costante sulla necessità continua di potenziare i meccanismi di prevenzione e intervento da attuare al verificarsi dei fenomeni sismici a cui è soggetto il nostro Territorio. I volontari accorsi da tutta Italia, il loro prezioso e generoso operato, insieme alla prontezza degli interventi delle Autorità di primo soccorso sono stati veicolo di aiuti e assistenza, portando anche un segnale di speranza e di ripartenza con cui si è dato inizio a un processo di ricostruzione. Così come in occasione delle altre catastrofi naturali che si sono registrate nel nostro Territorio, lo spirito di solidarietà che unisce il popolo italiano si è rivelato un efficace strumento di resilienza e contenimento dinanzi a calamità di così ampia portata e violenza. Il risanamento è un percorso, non privo di complessità, che richiede l’impegno di essere ultimato nel più breve tempo possibile ed è un richiamo alla responsabilità collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata nei territori colpiti da questa tragedia. In questo giorno di memoria, mi unisco al dolore di coloro che hanno subito la perdita di familiari ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e a quanti si sono ritrovati improvvisamente in condizioni di grande difficoltà».
Roma, 24 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
NOTA DI PALAZZO CHIGI
Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016. Alle 3.36 la prima, terribile, scossa della drammatica sequenza sismica che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un pezzo vastissimo del nostro territorio nazionale.
Oggi rendiamo omaggio alla memoria delle 299 vittime del terremoto e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione.
In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il Governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo. I dati testimoniano che la direzione è cambiata, sia per quanto riguarda i contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per quello che concerne la ripresa degli investimenti per la ricostruzione pubblica, per troppo tempo rimasta bloccata.
In questo cammino sono tornati a splendere anche alcuni dei simboli più significativi e identitari del territorio. Come la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016. Altrettanto incessante l’impegno per sostenere la ripresa economica e sociale, essenziale per garantire che i borghi e le città colpiti dal terremoto possano continuare ad essere vivi e vitali.
Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. E, per questo, non abbiamo intenzione di fermarci. Dando ancor più forza e continuità a quel grande lavoro di squadra che, in questi anni, ha visto protagonisti tutti i livelli istituzionali nazionali e locali, insieme al tessuto economico, sociale e produttivo e ha permesso di raggiungere risultati inizialmente impensabili. L’obiettivo rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale.
Siamo tutti stati in carcere con lei, uno dei più duri al mondo, quello di Evin, Teheran, in quei giorni tra fine dicembre 2024 e inizio gennaio 2025. Quando è stata liberata, il mondo ci è sembrato-per una volta- più giusto e più bello, e abbiamo riscoperto la bellezza del gioire come nazione, tutti insieme, senza divisioni, per lei. L’incontro di oggi è davvero emozionante: con Cecilia Sala, in Sardegna per la presentazione del suo libro, ‘I figli dell’odio’, (Mondadori-Strade Blu)
Gli incontri sono organizzati dal Club Jane Austen Sardegna, in un 2026 in cui ha realizzato sedici laboratori dei circoli letterari, dieci percorsi dedicati a Grazia Deledda tra scuole e festival e le ‘Anteprime’del ‘Festival Dicembre Letterario’ per le quali ha invitato la giornalista . Con ‘I figli dell’odio’ Cecilia Sala ci presenta tre tappe di un viaggio negli scenari più complessi, e tragici, del mondo: Israele, Palestina, Iran . Qui incontra ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
Israele, Palestina, Iran. Sala attraversa tre luoghi nei quali la Storia entra presto nelle biografie e sceglie di guardarli attraverso chi sta diventando adulto adesso. Ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
È qui che ‘I figli dell’odio’ trova la sua domanda più scomoda: quanto di ciò che pensiamo appartiene davvero a noi e quanto abbiamo ricevuto in eredità? «Cecilia Sala porta alle Anteprime una cosa che per noi conta molto: la possibilità di capire il presente attraverso le persone che lo stanno vivendo – spiega Giuditta Sireus, direttrice artistica e manager culturale –. ‘I figli dell’odio’ parla di geopolitica, ma ci mette davanti soprattutto una generazione. Ragazzi che stanno costruendo la propria identità dentro conflittiricevuti in eredità. Il giornalismo di Cecilia riesce ad avvicinarci a quelle vite mantenendo intatta la complessità. È esattamente il tipo di incontro che cerchiamo: una voce competente, un tema che riguarda il nostro tempo e molte domande da portarsi dietro».
Innanzitutto, Cecilia, benvenuta in Sardegna. Vorrei partire dal taglio del suo libro, che-in una sua parte- mette in luce un paradosso, una sorta di discrasia: quella di nuove generazioni delle zone più problematiche del Medio Oriente che, invece di rappresentare un segno di speranza, hanno assorbito l’odio delle generazioni precedenti, così da diventare ‘figli dell’odio’: può spiegare questa scelta?
Credo sia una scelta naturale. Nel libro non ci sono solo ragazzi, ci sono anche anziani e vecchi, ma mi è venuto naturale guardare soprattutto a quelli un po’ più giovani perché mi colpisce di più il pensare a cosa fanno loro. Perché, appunto, incarnano il futuro e mostrano dove stanno andando le società israeliana, palestinese e iraniana. A me piace vedere nelle nuove generazioni i buoni del contesto in cui si trovano, ma non sempre è così: i giovani rappresentano il futuro ma non è detto che il futuro ci piaccia più del presente e del passato. E nel caso israeliano i giovani rappresentano la parte più incattivita della società, quella più estremista. Per un giovane isrealiano, nella media, essere contro la nascita di uno stato palestinese è assolutamente normale, mentre non era così per i loro genitori.
Vorrei andare ora verso la parte finale del libro, quella che descrive i giorni di Evin: proprio l’ultima pagina mi sembra che presenti come un segno di speranza, e cioè l’incontro con quel gatto rosso che è stato per lei l’unico contatto con qualcosa di vivo. Prendendolo come simbolo, cosa rappresenta, allora-tra tutto ciò che ha visto e raccontato-la speranza per il futuro, visto che non per forza questa è incarnata dalle nuove generazioni?Aggiungo che proprio ieri è scaduta la tregua di sessanta giorni tra Usa e Iran, così da aprire un nuovo elemento di incertezza
Più che un segno di speranza, però, quello era un segno di tenerezza, di dolcezza, in un contesto di durezza, come quello raccontato dal libro, soprattutto in quelle pagine. Noi siamo giornalisti che viaggiano per il mondo, spesso in contesti difficilissimi e abbiamo il dovere di essere trasparenti e onesti, e di dire la verità: perciò, sinceramente, in Israele e in ciò che resta dello Stato palestinese è difficile scorgere segni di speranza. In realtà-e questo potrebbe apparire non scontato dato il nostro discorso- i maggiori segni di speranza li vedo in Iran, dove i giovani sono già preponderanti e, a grandissima maggioranza, detestano la Repubblica islamica. Questo non vuol dire che la fine del regime sia facile o imminente: è un regime armato sino ai denti che non si fa scrupolo di sparare sulla folla, come abbiamo visto coi massacri di gennaio. In prospettiva, però, l’Iran sarà fatto dai giovani iraniani, dato che-come detto- loro sono già la maggioranza oggi, e sono molto diversi dalle barbe lunghe e dai turbanti che siamo abituati ad associare a quel Paese. Rispetto ai sessanta giorni, anche qui di speranza ce n’è poca, nel senso che Trump ha avuto fretta di annunciare qualcosa, e quel ‘qualcosa’ era un preaccordo sui sessanta giorni molto vago- tanto che non si può ora chiamare neanche di tregua- affinché tutti potessero rivendicare un po’ quello che pareva a loro. Gli iraniani dire di avere il controllo di Hormuz, gli americani potessero negare questo; tanto di dettagliato non c’era niente in quei punti. Il risultato di quegli accordi molto vaghi, perciò, è che ognuno ha fatto e agito come voleva, da solo, negando, di fatto, gli accordi stessi. Trump, come suo solito, minaccia ma torna indietro rispetto alle minacce stesse; fortunatamente, potremmo anche dire da un certo punto di vista. E’ evidente, però, che ogni volta che si ripete questo suo avanti e indietro, perde credibilità e perciò è difficile che riesca a imporre al regime iraniano condizioni accettabili per gli Stati Uniti. Per questo io penso che Hormuz sia destinato a non tornare più alle attività di prima, libero, aperto e sicuro. L’instabilità sarà la nuova norma, con un contesto non di particolare intensità della guerra, come quello che c’era a marzo, ma con una situazione non più simile a quella del 28 febbraio, di un’ora prima che cominciasse la guerra: Trump, quella, non sarà più in grado di ripristinarla.
Una domanda personale, soprattutto per i giovani, tra i protagonisti del suo libro e per quelli che la seguono e che saranno presenti anche agli incontri in Sardegna: da dove nasce il desiderio del giornalismo?
Da adolescente. Al liceo ho iniziato a leggere reportage di Fallaci e Sciascia, scritti di mostri sacri che trovavo e respiravo in casa. Mi sembrava molto affascinante come lavoro. In realtà, poi, uno scopre che il giornalismo è molto diverso da quello che si poteva immaginare da adolescente; però è stato lì, in quegli anni, il momento in cui ho desiderato di intraprenderlo.
In ultimo, una considerazione sulla posizione geopolitica dell’Italia, sulla sua postura e le sue scelte di fronte ai complessi scenari internazionali
A me sembra che , a esempio, sulla questione russo-ucraina abbiamo una posizione chiara, che è sopravvissuta a governi diversi, di sostegno all’Ucraina: poi, è chiaro che non siamo un Paese fondamentale o cruciale per la difesa dell’Ucraina, da un punto di vista anche materiale. Sugli Usa e Trump, a me sembra che più o meno tutti nel mondo, anche quelli che appartengono alla stessa fazione politica del presidente americano, come il nostro governo, si siano progressivamente resi conto che non conviene stare con lui: fa crollare i sondaggi, non piace agli stranieri-perché bistratta in maniera clamorosa anche gli alleati- e gli stessi repubblicani americani si stanno accorgendo che non conviene più neanche a loro stare con lui. In Europa, poi, dove Trump è disprezzato, a nessun politico conviene mantenere un’immagine di vicinanza col presidente americano. Il quale, del resto, è destinato a uscire malissimo anche dalle prossime elezioni di midterm
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C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Con Francesco Guccini scompare un poeta, un musicista, un intellettuale che ha composto canzoni che hanno segnato questi anni, che parlano di impegno, di giustizia, di uguaglianza. Ai familiari va il più sentito sentimento di cordoglio».
Roma, 6 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
NOTA DI PALAZZO CHIGI
L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere.
Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia.
In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria.
Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso.
Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna.
Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia è pronta a continuare un confronto costruttivo con il Governo di Madrid.
Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadini spagnoli ed europei che, é importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi.
E’ giusto che ci interroghiamo continuamente sull’Europa e sull’Unione Europea: su che cosa siano, perché abbiamo deciso di farne parte, cosa significhi oggi per l’Italia e se possa rappresentare ancora il nostro futuro.
Il continente europeo è un elemento geografico unitario e pressoché ininterrotto, dall’Oceano Atlantico ai Monti Urali, e come tale nel corso della storia più volte è stato, in buona o in piccola parte, unificato. In genere concretamente, con la forza, a esempio dai Romani, da Napoleone, da Carlo Magno, dal nazifascismo. Ma lo è stato anche in astratto, simbolicamente, da correnti di pensiero, ideali, religioni: dal cristianesimo, dall’illuminismo, dalle rivoluzioni industriali.
Ciò a cui, pero’, abbiamo assistito dagli anni cinquanta del novecento, nella sua particolarità, è stato un fenomeno che ha unito questi due aspetti, concreto e ideale, perché da un ideale è nata un’unione volontaria di stati nazionali, che hanno aderito a regole comuni, dando vita all’Unione Europea.
Prima che queste regole fossero ratificate, i paesi europei usciti distrutti dal dramma comune della guerra, hanno iniziato spontaneamente a collaborare.
A esempio, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi e si cercò manovalanza all’estero. Il 23 giugno 1946 fu, così, firmato il Protocollo italo-belga, che prevedeva l’invio di 50 000 lavoratori in cambio di carbone. Nel 1956, anno della strage di Marcinelle, fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi 44 000 erano italiani. Carbone in cambio di persone, decisione simbolicamente, e concretamente, quasi disumana.
L’Italia confermava, così, quella sua vocazione all’emigrazione, che ancora perdura, in termini e modalità diverse ma non troppo. Dalla nostra unità, non abbiamo saputo creare, se non un sistema attrattivo per l’immigrazione qualificata, neanche uno tale da garantire il giusto ed equilibrato benessere della popolazione. C’è prima stata l’emigrazione nel nuovo continente americano, poi quella interna dal Sud atavicamente svantaggiato al Nord, poi quella verso Paesi più attenti alla ricerca, alla crescita, ai diritti dei lavoratori, ai salari. Il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi: un’attenzione spasmodica e -a tratti-ideologica verso l’immigrazione che, a volte, sembra non tenere in conto il valore delle vite umane, e nessuna attenzione verso l’emigrazione, intesa come perdita di capitale umano. Da qui il nostro senso di impoverimento sociale e la deprivazione di futuro e crescita. Ma quando l’Unione Europea si vive fino in fondo, anche con gli apparenti svantaggi, l’emigrazione si può trasformare in circolazione di persone, che prevede il rientro per arricchire la nazione di partenza. Era questo il senso del trattato di Schengen, che è stato sospeso per un mese e che prevede controlli mirati,in teoria, riguardante i cittadini di Paesi extraeuropei provenienti dalla Spagna verso l’Italia, in seguito ai fatti di Ceuta.
Queste le origini di Schengen. Con una decisione del Comitato esecutivo, il 26 marzo 1995 la convenzione di Schengen divenne applicabile nei paesi dell’Europa centro-occidentale, dove i controlli alle frontiere interne vennero abolite, creando così lo ‘spazio Schengen’.
Anche la Grecia, l’Italia e l’Austria, così come i Paesi nordici, aderirono all’accordo e alla convenzione di Schengen negli anni ’90 e i loro controlli alle frontiere interne con gli altri Paesi Schengen vennero aboliti tra il 1997 e il 2001.
Torniamo al 1956 . Nella miniera di Marcinelle era in funzione sin dal 1830 il ‘pozzo I’, la cui manutenzione era ridotta al minimo necessario.
Una serie di eventi di disattenzione e mancata sicurezza provocano un imponente incendio. Essendo questo avvenuto nel pozzo I, quello di entrata dell’aria, il suo fumo raggiunse ben presto ogni angolo della miniera, causando la morte dei minatori. La profondità della maniera toccava i 1000 metri. L’incendio non scese sotto il piano 975 m, mentre divampò nei pozzi fino al piano 715 m. A questo piano il minatore Bohen, prima di morire, annotò nel suo taccuino “je reviens de l’enfer” (ritorno dall’inferno).
Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero
Questo è accaduto in un regime di collaborazione tra paesi europei del tutto economico, con tratti di aberrazione, anche se possiamo immaginare la solidarietà tra i minatori e l’immensa commozione, che ancora proviamo.
Quello di Marcinelle è stato il terzo incidente minerario all’estero che ha visto coinvolti gli italiani, dopo Monongah nella Virginia Occidentale il 6 dicembre 1907, che fu il più grave disastro della storia degli Stati Uniti d’America, dove morirono 171 minatori italiani (dati ufficiali anche se ricerche più recenti sollevano la cifra dei caduti) quasi tutti molisani. L’altra catastrofe avvenne il 22 dicembre 1913 a Dawson nel New Messico, oggi città fantasma sempre negli Stati Uniti, dove su 263 minatori periti, 146 erano italiani. I minatori continuarono a lavorare nelle miniere di Dawson ma alle 14:20 dell’8 febbraio 1923 un incendio devastante causò la morte di 123 lavoratori, dei quali 20 italiani. L’incendio fu provocato dal deragliamento di un treno carico di carbone. Molti dei morti erano figli dei minatori periti nell’incidente di dieci anni prima, quindi molte vedove dovettero seppellire i propri figli accanto ai mariti. Sembra che in queste sciagure non vennero addebitate responsabilità alle dirigenze societarie nonostante le carenze in termini di sicurezza sul lavoro. Si pensi che dopo l’emancipazione della popolazione afro-americana nel 1865, queste persone si rifiutarono di lavorare in questi luoghi privi di garanzie di sicurezza.
Ma, ritornando all’Europa, dopo la tragedia di Marcinelle, l’idea teorica e l’istituzione reale si sono evolute, e hanno tra i loro capisaldi la solidarietà e la circolazione delle persone, in modo tale che queste possano coinvolgere tutte le risorse, anche sentimentali, dei paesi membri, senza che questo intacchi il senso di appartenenza a ognuno ma che lo rafforzi. E’ questo che si dovrebbe pensare ragionando sugli ultimi eventi che hanno coinvolto Marocco e Paesi dell’Unione come la Spagna, l’Italia e gli altri chiamati in causa.
O si vive il principio di solidarietà e reciprocità, o una storia che parte dal dolore per evolversi perde ogni suo senso.
Concludiamo, tuttavia, riportando i dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro nel 2025: 1093 persone, con un incremento dello 0,3% rispetto al 2024. Di lavoro si continua a morire, in Italia.
In ricordo di Francesco Guccini, abbiamo chiesto ad Alfredo Franchini- già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, ospite prezioso di precedenti ‘riflessioni’ , amico fraterno di Fabrizio De André e in libreria con la seconda edizione di ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini’ – di ricordare, con un’angolatura inedita e un tocco di leggerezza, il lascito dell’indimenticabile cantautore modenese
Francesco Guccini
I cieli profumati della poesia – come li chiamava Fernanda Pivano – ospitano da oggi Francesco Guccini con i suoi canti di vita, d’amore, morte e tanta ironia. Sin da piccolo voleva scrivere ma non canzoni e il destino gli ha disegnato un percorso misto: giornalista “abusivo” della Gazzetta di Modena dove si occupò di cronaca, docente di italiano per l’Università americana, cantautore e, infine, scrittore come aveva sognato. Cantore dei bambini morti ad Aushwitz, di incontri con la donna che amò, di una cena con lei in cui anche le stoviglie assunsero il colore della nostalgia.
Qui voglio ricordare Guccini con qualche aneddoto che forse lui stesso avrebbe preferito a una celebrazione seria. Era amico di Fabrizio De André, si sentivano spesso al telefono e negli incontri, piuttosto rari, giocavano a scopone. Coetanei, tutti e due del 1940, ma diversi: Fabrizio marinaio, Guccini, nato in montagna, con una certa diffidenza per il mare. Divoratori di libri, diversi anche nel misurarsi col proprio pubblico: De André desideroso di capire le ragioni di chi lo contestava – negli anni Settanta poteva capitare – Guccini capace di scrivere una canzone su chi dissentiva.
Ad accomunarli c’erano le canzoni pornografiche. Guccini non esitava a eseguirle in pubblico e lo fece anche alla fine di un Premio Tenco con il pubblico che si era rattristato durante la cerimonia e lui che rallegrò la gente con un poemetto popolare in lingua bolognese. Fabrizio, più discreto, si limitava a fare la parodia delle sue canzoni capolavoro nella cucina dell’Agnata…
Erano amici e questo non gli impedì di prendersi in giro nelle canzoni. Il primo fu Guccini che nella sua Via Paolo Fabbri 43 scrisse “Marinella non c’era fa la vita in balera”, con chiaro riferimento alla decisione di Fabrizio di tenere concerti. Fabrizio gli rispose a modo suo, con discrezione e senza un riferimento facilmente individuabile: “Il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe/ per far pace con gli applausi per sentirsi più distante”; (Parlando del naufragio della London Valour, N.d.R.). Dedicata quindi a un poeta che accetta anche il dolore delle spine e che cerca di conciliare il successo con il percorso di vita.
Guccini, tradizionalista al contrario di Fabrizio, ha sempre avuto lo stesso schema nei concerti che apriva con la canzone per un’amica morta a vent’anni e chiudeva con la Locomotiva, nata dalla frequentazione degli amici della Federazione anarchica di Carpi. Nel ricordo gli eroi son tutti giovani e belli ma la canzone ci insegna anche la certezza della scienza, l’invidia per un treno di signori, la ragione che ci contrappone ai re e ai tiranni. Nei cieli profumati della poesia ci piace pensare a Guccini dietro al motore mentre fa correr via la macchina a vapore. E magari che ci giunga ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
«Il segno profondo impresso dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna è inciso nella storia repubblicana e nella coscienza degli italiani. Il dolore infinito per tante vittime inermi, donne, uomini, bambini; la commozione per lo strazio e i patimenti dei familiari; lo sgomento per la distruzione portata nel centro della vita civile della città e dell’intera nazione si rinnovano oggi, come in ogni giorno di ricorrenza. È una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto. E rilancia l’impegno a salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere. Quell’impegno, quella solidarietà che Bologna e l’Italia intera seppero offrire per impedire che gli assassini e i loro complici riuscissero nell’intento di sovvertire i principi costituzionali, colpire la convivenza e le conquiste sociali. Il popolo italiano li ha sconfitti nella gravosa ricerca della verità. La Repubblica è grata ai magistrati e agli uomini delle istituzioni che, con il loro lavoro, si sono dimostrati più forti dei tentativi di depistaggio e ai familiari delle vittime per il loro appassionato impegno per la verità. Fare giustizia è vittoria della democrazia».
Roma, 2 agosto 2026
DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, GIORGIA MELONI
46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Ha colpito al cuore la Nazione intera, con un attentato che ha disintegrato la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento.
Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale. Oggi ci uniamo, ancora una volta, ai familiari delle vittime e a tutti i bolognesi in questa giornata di dolore e commemorazione.
Il Governo continuerà a fare la propria parte nel complesso cammino che è necessario portare avanti per fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra. In questo quadro, il percorso di versamento degli atti declassificati all’Archivio centrale dello Stato costituisce un passo determinante, che la Presidenza del Consiglio sta portando avanti in sinergia con le altre Amministrazioni dello Stato e in uno spirito di collaborazione con le associazioni dei famigliari delle vittime.
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la morte di Don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore, comunicatore che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi esprimo la solidarietà e la vicinanza della Repubblica.
Fiorella Mannoia nel concerto di ieri alla Forte Arena
Nel trentennale di ‘Anime salve’, ultimo album di Fabrizio De André, scritto con Ivano Fossati e unanimemente considerato un capolovoro, oltre che un lascito spirituale coi tratti del testamento poetico di uno dei più grandi protagonisti della canzone italiana, Fiorella Mannoia ha scelto di portarne in tour alcuni brani, in un concerto da lei chiamato ‘concerto dell’anima’ . A questi se ne aggiungono altri tratti dalla carriera di due figure a lei particolarmente care, presentate come ‘colui che mi ha fatto nascere una seconda volta’- De André- e ‘ l’amico fraterno’, Fossati.
Lo fa con la classe e la levatura che l’hanno sempre contraddistinta, in quanto interprete dei testi dei migliori autori del nostro panorama musicale- e per questo caratterizzati da una cifra poetica e da uno spessore non riscontrabili spesso- e in quanto padrona del palcoscenico, che calca e conosce da più di quarant’anni.
Nel palcoscenico di questo evento – sul prato della Forte Arena di Santa Margherita di Pula, che da anni ormai offre spettacoli di alto livello- è stata, poi, accompagnata da una band che ha garantito un corredo musicale notevole e, a tratti, trascinante, con una scelta di sezione di violini molto giovane, come a indicare una linea generazionale che va dai modelli-De André e Fossati- all’interprete-Fiorella- agli eredi, i giovani musicisti.
La resa si è declinata in un concerto di due ore tutto trascinato dal suo carisma-di canzoni e parole, sempre presenti a commentare i testi con l’attualizzazione nel presente – e da un vestito musicale nuovo di brani ormai patrimonio della nostra musica che ha permesso una loro nuova lettura, che va ad aggiungersi a tante altre – soprattutto per De André- come proprio dei veri classici.
Le riletture più convincenti sono state quelle più sentite e coinvolgenti, come ‘Fiume Sand Creek’ , in cui gli indiani-che originariamente erano stati equiparati da ‘Faber’ a noi sardi- vengono individuati oggi nei palestinesi, ‘La guerra di Piero’, ‘Lindbergh’ o ‘Mio fratello che guardi il mondo’.
Ed è qui che si compie il miracolo della poesia, come forza spirituale: sul palco, a fianco dei protoganisti, appaiono i migranti, i giovani soldati uccisi, i transessuali, le persone fragili di mente, i poveri. Proprio coloro che-magari- un concerto non possono proprio permetterselo, sono lì, con la voce di Fiorella Mannoia a ricordare, ai politici e ai potenti, alcuni di loro presenti ieri, come l’amore, la compassione, la poesia siano i valori più grandi, a cui anche il potere si deve inchinare. Tutto questo è ciò che brilla di più nella notte calda e profumata, come da agosto sardo.
Si chiude con i brani storici di Fiorella, quelli che l’hanno accompagnata con più forza e successo: ‘Sally’ e ‘Quello che le donne non dicono’, e con un ultimo appello sulla solidarietà maschile e femminile contro la violenza di genere: perché Fiorella Mannoia -ce lo ha ricordato ieri – ha sempre prediletto l’arte provocatoria, e non conosolatoria, quella che, mentre lenisce il cuore in quanto poesia, non lo fa adagiare su ricchezza e potere, ma lo rende inquieto finché tutti non avremo la stessa dignità.
Non eravamo abituati, come italiani, ad andare al cinema a fine luglio, nel cuore delle vacanze estive, che da sempre ci hanno tenuto lontano dalle sale per privilegiare la vita all’aria aperta. Da qualche anno, invece, ma soprattutto ora grazie all’Odissea di Nolan, anche una proiezione delle 16.30 di fine luglio può registrare il tutto esaurito.
Non si può dire se questo sia miglioramento o no, di sicuro è un cambio di abitudini figlio della globalizzazione e del soft power americano. Sono loro, gli statunitensi, che, così, ci fanno riflettere sulle nostre origini, testimoniando un amore per l’antichità classica che hanno dimostrato per tutta la loro storia; mentre noi, ogni tanto, siamo presi da amnesia sul nostro brodo primordiale culturale. Da quanto tempo non dedichiamo risorse cinematografiche al nostro passato, di cui viviamo a molteplici livelli, culturale, sociale, turistico, legislativo? Solo negli ultimi vent’anni, negli Usa sono stati prodotti Il gladiatore, Troy, Alexandros, Odissea, Il galdiatore 2, Agorà.
E’ importante interrogarci su questo, perché- per forza di cose- quanto ci viene restituito sullo schermo delle nostre origini, ha lo sguardo americano. Che vuol dire kolossal, qualche banalità, qualche cedimento alle normali esigenze di scrittura cinematografica, qualche forzatura; tutto questo in un vestito che non presenta-chiaramente, data l’enormità della produzione- sbavature eccessive, ma non tocca le vette del capolavoro.
Al netto delle omissioni e delle libertà rispetto al testo omerico, sarebbe stato interessante, in questo periodo di intelligenza artificiale e di potere politico-economico da regime autoritario, soprattutto in America, interrogarsi non solo sull’uomo Ulisse e i suoi rimorsi per l’inganno del cavallo e per i suoi soldati persi, punto di vista originale scelto da Nolan, ma sull’uomo-umanità,sull’humanitas (andra, uomo, è la prima parola del poema) e sulla sua grandezza. L’Ulisse omerico è, semplicemente, l’uomo che scopre la sua mente, la sua intelligenza e il suo cuore, dopo aver scoperto la sua forza muscolare iliadica, diventando così l’uomo tutto intero, non scisso, e cioè individuo (non-diviso).
Si sarà bene notata l’ hybris, la superbia, nello scrivere ‘semplicemente’; perché l’Odissea, da enciclopedia tribale, raccoglie tutti i nostri archetipi, che sono in procinto di diventare istituzioni: la famiglia e i rapporti tra i familiari, l’esercizio del potere e delle leggi, la religione e i suoi tabù, il reinserimento sociale dei combattenti, il rapporti con gli altri popoli, il viaggio.
E, in realtà, su questo Nolan, inglese naturalizzato americano, non è mancato: l’insistenza, inaspettata, sull’arrivo dei popoli del mare che avrebbero fatto crollare il mondo conosciuto, dando origine all’età oscura, da cui si sarebbe usciti, miracolasamente, proprio con i poemi omerici, mostra quell’idea di momento di passaggio che è una delle chiavi di interpretazione del testo originale.
Testo che, però, non può essere posseduto per intero, non può essere circoscritto né esaurito, perché lo compongono l’umanità, il mondo e la poesia, come a dire, il tutto: perciò Nolan, come chiunque altro, partiva da una posizione svantaggiata.
Pur con questa attenuante, la resa sembra inferiore alle aspettative, soprattutto in alcune recitazioni: tra tutte quella di Tom Holland-Telemaco, che sembra presentare per tutto il film due sole espressioni, come disse Sergio Leone per Clint Eastwood. Del resto, tra le fonti di ispirazione per la scelta delle soluzioni di regia, a detta dello stesso Nolan, ci sono anche gli spaghetti-western, e questo si nota nelle ripetute pose da duello degli eroi, soprattutto il misterioso cowboy Achille (o Agamennone?).
Al di là di ogni battuta o critica, però, il veder la sala pienza di ragazzi, esperti e appassionati (ho avuto diretta testimonianza della competenza di uno di loro sull’Odissea), insieme al dibattito che si è creato, è quasi un miracolo. Di più, è ciò che la cultura dovrebbe fare: in questo senso, il soft power americano non ha rivali, e ciò dovrebbe bastare come eredità di questa estate cinematografica. Anzi, ne aggiungo un’altra: la scena di Atena, e della sua statua, che viene decapitata e che diventa l’emblema dell’empietà di tutte le guerre: tema che sarà ripreso dalle tragedie di Euripide, che aveva una sensibilità assai moderna. Quella che ha, comunque, mostrato Nolan, nel restituirci un’opera fondativa, che risale agli archetipi e che, perciò, è inafferrabile per chiunque.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al presidente cinese Xi Jinping nella Grande Sala del Popolo a Pechino il 14 maggio 2026 (Afp)
Il 27 luglio di un anno fa veniva siglato in Scozia con una stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Donald Trump l’accordo sui dazi tra Ue e Stati Uniti, a vantaggio di Washington e a scapito dell’Europa, entrato pienamente in vigore solo il 1° luglio scorso. L’accordo di Turnberry può essere letto come il prezzo geopolitico che l’Europa ha accettato di pagare pur di preservare il rapporto di sicurezza con Washington. Lo disse chiaramente Sabine Weyand, all’epoca direttrice generale per il commercio e la sicurezza economica della Commissione europea, passata alla cronaca per non essersi fatta fotografare con il pollice alzato nella foto di gruppo con Trump dopo l’intesa in Scozia.
«Se non mi avete sentito pronunciare la parola “negoziato”, è perché non si è trattato di una negoziazione», affermò lo scorso agosto durante una conferenza in Austria. Weyand descrisse così il prezzo geopolitico che l’Europa accettò per la propria sicurezza. «Non c’è stato alcuno scambio di richieste o offerte» proseguì Weyand, aggiungendo che «la parte europea era sottoposta a un’enorme pressione per trovare rapidamente una soluzione che stabilizzasse le relazioni transatlantiche, soprattutto per quanto riguarda le garanzie di sicurezza». Tanta franchezza non è stata premiata e da settembre Weyand insegnerà all’Istituto universitario europeo di Firenze.
L’accordo sui dazi ha dato la cifra stilistica delle nuove relazioni transatlantiche, con la minaccia usata come metodo per trattare con gli alleati. Le pretese sulla Groenlandia nel gennaio scorso, territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, uno dei 27 Stati Ue, sono solo una declinazione sul tema. Risultato: la maggior parte delle opinioni pubbliche europee preferisce ora la Cina agli Stati Uniti, come ha certificato a metà luglio il Pew Research Center con un sondaggio condotto su 36 Paesi. Ma non sono le uniche. Anche i Paesi confinanti con gli Stati Uniti – canadesi e messicani – vedono la Cina in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti. Washington raccoglie più fiducia rispetto a Pechino solo in sei Paesi, di cui quattro nella regione Asia-Pacifico: India, Giappone, Filippine e Corea del Sud. Gli altri due sono la Polonia (vicina al confine con la Russia) e Israele.
In Italia il 51% ha un’opinione positiva della Cina e solo il 31% ce l’ha degli Stati Uniti, in Spagna il rapporto è 54% a 30%, in Francia 36% a 27%, in Germania 33% a 27%, in Olanda 34% a 25%, in Grecia 55% a 37%, nel Regno Unito 46% a 41%. Il fatto che la Cina stia minacciando di conquistare quote di mercato a livello globale a scapito dell’industria europea preoccupa meno l’opinione pubblica di quanto non impensieriscano le dichiarazioni di Trump. Eppure a giugno, il surplus commerciale della Cina con l’Ue ha raggiunto un livello record: è aumentato del 27% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Mentre l’Ue vanta ancora un surplus commerciale con gli Stati Uniti, anche se si sta riducendo in seguito all’accordo sui dazi.
Dal sondaggio emerge che se lo scorso anno, con l’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, la percezione globale degli Stati Uniti era peggiorata, sebbene la maggior parte delle persone continuasse ad avere un’opinione più positiva degli Usa rispetto alla Cina, quest’anno la situazione è cambiata: «Negli ultimi anni, l’opinione sulla Cina è migliorata — scrive il Pew Research Center — mentre quella sugli Stati Uniti è peggiorata, al punto che nella maggior parte dei 36 Paesi presi in esame la Cina è ora vista in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti». Inoltre, prosegue il centro studi statunitense, nella seconda metà della presidenza di Joe Biden, la fiducia nei suoi confronti era superiore a quella riposta nel presidente cinese Xi Jinping nella maggior parte dei Paesi oggetto dell’indagine, sebbene il gradimento di Biden sia diminuito in molti luoghi tra il 2023 e il 2024. «Durante i primi due anni del secondo mandato di Trump, l’indice di gradimento del presidente statunitense è peggiorato significativamente — sottolinea il report —. Sebbene molte persone nutrano ancora sfiducia in Xi, le opinioni positive nei suoi confronti si sono diffuse maggiormente e, in generale, un numero maggiore di persone dichiara di avere fiducia in Xi piuttosto che in Trump». E questo fa più effetto se si considera che è maggiore il numero degli intervistati che afferma che il governo statunitense rispetta le libertà personali dei propri cittadini rispetto a quanti affermano lo stesso del governo cinese.
La fiducia sia in Trump che in Xi è generalmente bassa. Tuttavia, in molti dei 36 Paesi intervistati, la popolazione ha un’opinione più favorevole di Xi. Nei Paesi europei, ad esempio, nessuno dei due leader ottiene un indice di gradimento maggioritario, ma le opinioni su Xi tendono ad essere più favorevoli di quelle su Trump. In Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito, Xi è in vantaggio su Trump di oltre dieci punti percentuali, sebbene il suo indice di gradimento più alto sia solo del 37% nel Regno Unito. Trump tiene in Ungheria con il 44% delle preferenze sul 36% di Xi e in Polonia con il 29% contro il 17%.
La contraddizione è stata messa bene in evidenza da Edward Luce sul Financial Times: «Anche nell’America di Trump, il mondo sa che le persone sono molto più libere che in Cina di esprimere le proprie opinioni e praticare la propria fede. Ma gli americani sono governati in modo più competente? L’America è più stabile della Cina? È difficile rispondere affermativamente a entrambe le domande. Prendiamo ad esempio l’operazione Epic Fury di Trump contro l’Iran, un’operazione che si è protratta a fasi alterne. Oltre ad essere la guerra più impopolare degli Stati Uniti in patria da quando esistono i sondaggi — più di quella in Iraq e in Vietnam, nonostante le perdite americane siano state di gran lunga inferiori — ha alienato tutti gli amici e gli alleati dell’America, compresi altri populisti occidentali».
Nei Paesi in via di sviluppo la Cina sta vincendo sugli Stati Uniti grazie alla sua industria. «Con l’espansione delle aziende cinesi, il Paese viene sempre più associato a prodotti e servizi che semplificano la vita quotidiana — osservano Lizzi C. Lee ed Eric Olander in “How China Is Winning Friends and Influencing People. Private Companies Are Making Beijing Look Good in the Developing World”, pubblicato su Foreign Affairs —. Quando i prodotti, i servizi e le infrastrutture di un Paese diventano onnipresenti, iniziano a plasmare la percezione che le persone hanno di competenza, modernità e possibilità. Questo è stato vero per oltre mezzo secolo, durante il quale i prodotti americani hanno dominato il mercato. Oggi, questa tendenza è ancora più marcata, dato che i marchi cinesi stanno diventando la scelta predefinita per miliardi di consumatori». Nel 2025, la Cina ha esportato beni per un valore di circa 1.600 miliardi di dollari verso le economie in via di sviluppo, circa il 50% in più rispetto alle esportazioni verso Stati Uniti ed Europa occidentale messe insieme.
L’Ue, invasa da prodotti cinesi a basso costo, sta cercando di difendersi con dazi, indagini antisovvenzioni, controlli sulla sicurezza dei dati e restrizioni agli investimenti. Ma la reputazione di Pechino non sembra risentirne. C’è un altro fattore che gioca contro gli Stati Uniti a favore della Cina: l’intelligenza artificiale. «I modelli cinesi sono per lo più economici e open source, anche se le loro capacità sono spesso inferiori. Quelli americani sono costosi e chiusi. Per la prima volta da generazioni, la tecnologia statunitense non ha la certezza del dominio. Non può nemmeno contare sull’ammirazione», conclude Edward Luce. E questo pone l’Europa di fronte a una scelta esistenziale perché Bruxelles è «dipendente da Paesi terzi per queste tecnologie cruciali», ha spiegato la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue per la Sovranità tecnologica Henna Virkkunen al Financial Times in un’intervista: le capacità legate all’intelligenza artificiale «sono oggi risorse davvero strategiche ed è per questo che è così importante per noi costruire la nostra sovranità tecnologica». Le restrizioni all’esportazione sui modelli di punta di Anthropic per motivi di sicurezza imposte in giugno da Washington sono lì a ricordarlo.
Un anno dopo quella stretta di mano di Turnberry, il vero successo americano non è stato dunque consolidare la leadership occidentale ma incrinare parte del capitale di fiducia costruito dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni. E quel vuoto, sempre più spesso, viene riempito dalla Cina.
Un comune di poco più di dodicimila abitanti, nel cuore dell’entroterra siciliano, chiama a raccolta medici, ricercatori, artisti, istituzioni e cittadini attorno alla prevenzione oncologica femminile. Dal 27 al 29 agosto Nicosia, comune ultraperiferico dell’entroterra ennese, ospita Nicosiana, il festival dedicato alla salute delle donne, nato per avvicinare le donne alla prevenzione, richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze che pesano sul Mezzogiorno e sulle aree interne e contribuire a rafforzare i servizi sanitari del territorio.
Nicosia è uno dei comuni italiani in cui si incontrano due disuguaglianze: quella che continua a separare il Mezzogiorno dal resto del Paese nell’accesso agli screening oncologici e quella che le aree interne sperimentano ogni giorno nell’accesso ai servizi sanitari. Per due giornate il festival offrirà screening gratuiti dedicati alla prevenzione dei tumori femminili, con visite ginecologiche ed ecografie al seno, per avvicinare i controlli a chi, per ragioni geografiche, economiche o organizzative, incontra maggiori difficoltà ad accedervi.
Agli screening si affiancano incontri con medici e professionisti della salute dedicati alla prevenzione, alla diagnosi precoce e ai percorsi di cura, così come spettacoli e appuntamenti culturali. A sostenere la manifestazione come testimonial saranno le attrici Ludovica Bizzaglia e Valeria Solarino, e gli attori Alberto Paradossi e Giacomo Ferrara, presenti a Nicosia con gli appuntamenti culturali e di spettacolo in programma.
Sul palco allestito nella piazza principale di Nicosia saliranno inoltre diverse donne che hanno vissuto una diagnosi oncologica e racconteranno pubblicamente la propria esperienza: la scoperta della malattia, le cure, il rapporto con il corpo, la paura, le relazioni, il ritorno alla quotidianità. Vicende che raramente trovano uno spazio pubblico diventano così occasione di confronto e possono aiutare altre donne ad avvicinarsi alla prevenzione con maggiore consapevolezza.
“Nicosiana nasce da un’urgenza che sentiamo prima di tutto come donne e come persone cresciute in questa comunità: portare la prevenzione al centro del discorso pubblico e trasformarla in un impegno collettivo“, dichiara Debora Leonardi, responsabile dell’associazione culturale Divina Mania, giovane nicosiana ideatrice della manifestazione. “Per tre giorni Nicosia parlerà apertamente di salute femminile, diagnosi precoce e delle difficoltà che ancora tengono troppe donne lontane dai controlli. Gli screening gratuiti saranno un’occasione immediata per prendersi cura di sé e un modo per affermare che la salute delle donne riguarda l’intero territorio. Vogliamo che da queste giornate restino una consapevolezza più forte e una richiesta condivisa di maggiore attenzione e servizi“.
Accanto al programma culturale e sanitario, Nicosiana promuove una raccolta fondi destinata a potenziare le attività di prevenzione oncologica femminile nel territorio. L’obiettivo è trasformare la partecipazione al festival in un sostegno duraturo alla salute delle donne, contribuendo ad avvicinare i controlli, l’informazione e la diagnosi precoce a chi vive nelle aree interne. La manifestazione richiama inoltre l’attenzione sulla possibilità di rendere operativo in tempi brevi un mammografo già presente a Nicosia. La disponibilità dello strumento sul territorio permetterebbe di ampliare l’offerta di prevenzione, ridurre gli spostamenti verso altri centri e rendere più accessibili i controlli alle donne di Nicosia e dei comuni vicini.
“Ci auguriamo che Nicosiana incoraggi la cittadinanza, e soprattutto le donne più giovani, a maturare per tempo una maggiore consapevolezza e ad affidarsi con regolarità alla prevenzione e ai controlli”, dichiara Maria Di Costa,presidente del Consiglio comunale di Nicosia e delegata alla Salute. “In un territorio come il nostro, la necessità di spostarsi verso altri centri può scoraggiare o rinviare gli esami. La possibilità di rendere operativo in tempi brevi un mammografo già presente a Nicosia rappresenterebbe un passo importante per avvicinare la diagnosi precoce alle donne. Allo stesso tempo, occorre continuare a rafforzare la struttura sanitaria locale, che in passato ha risentito anche della carenza di personale e che oggi non può garantire l’intero percorso di cura successivo a una diagnosi oncologica. Questa iniziativa può contribuire a richiamare l’attenzione sui servizi di cui il territorio ha bisogno”.
L’iniziativa, ideata dall’associazione culturale Divina Mania e promossa con il Comune di Nicosia in collaborazione con l’ASP di Enna, nasce dall’idea che la prevenzione debba attraversare anche i linguaggi della cultura e della partecipazione civile, oltre agli ambulatori e alle campagne informative, per coinvolgere un’intera comunità.
“Non vogliamo soltanto animare le sere d’agosto, ma costruire occasioni di informazione, ascolto e confronto, capaci di lasciare un segno concreto anche dopo la conclusione della manifestazione”, commenta Antonio Monsellato, direttore artistico di Nicosiana. “Torniamo a Nicosia dopo due anni con l’emozione di chi mantiene una promessa. Anche questa edizione affida ai linguaggi della cultura e dello spettacolo il compito di avvicinare le persone alla prevenzione, accrescere la consapevolezza e richiamare l’attenzione sui bisogni del territorio. I temi che affronteremo quest’anno, dalla salute delle donne alle difficoltà di accesso ai servizi nelle aree interne, ci chiedono una responsabilità ancora maggiore, che vogliamo assumere insieme alla comunità nicosiana, forza viva del festival, con la sua capacità di accogliere, partecipare e mettere il volontariato al servizio di un obiettivo condiviso”.
LA PREVENZIONE NELLE AREE INTERNE
Nel 2024 sono state stimate in Italia 390.100 nuove diagnosi di tumore, 175.600 tra le donne. Il tumore della mammella resta la neoplasia più frequente nella popolazione femminile, con 53.065 nuovi casi, pari a circa il 30% delle diagnosi oncologiche tra le donne. La possibilità di intercettare la malattia precocemente, tuttavia, cambia anche in base al luogo in cui si vive e alla distanza dai servizi sanitari. Per chi vive nelle aree interne, a queste differenze si aggiunge la distanza dai servizi. Una visita specialistica, uno screening o gli eventuali approfondimenti diagnostici possono richiedere tempi di percorrenza più lunghi, spostamenti ripetuti e una gestione più complessa del lavoro e delle responsabilità familiari, rendendo più difficile la continuità dei controlli.
In Sicilia la questione riguarda quasi metà della popolazione. Nella mappatura più recente, 310 dei 391 comuni dell’Isola sono classificati come aree interne e vi risiedono oltre 2,3 milioni di persone, circa il 48% dei siciliani. Sono territori distanti dai principali servizi, tra cui quelli sanitari. Nicosia appartiene alla fascia dei comuni ultraperiferici, con un tempo medio di percorrenza stimato in oltre 72 minuti per raggiungere il polo di riferimento, più del doppio della soglia minima che segna l’ingresso nelle aree interne.
I NUMERI DEL DIVARIO
Questa geografia si innesta su un divario già profondo nell’accesso alla prevenzione oncologica. Il report pubblicato dalla Fondazione GIMBE a luglio 2026, mostra che allo screening mammografico organizzato aderisce in Italia una donna invitata su due. In Sicilia la quota scende al 28,9%, il secondo valore più basso del Paese, davanti soltanto alla Calabria. Lo stesso divario si ritrova nello screening della cervice uterina: a livello nazionale aderisce il 51% delle donne invitate, mentre in Sicilia la quota si ferma al 27,8%.
Il quadro resta critico anche considerando le mammografie preventive effettuate al di fuori dei programmi organizzati. Secondo la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, in Sicilia il 61% delle donne tra i 50 e i 69 anni dichiara di avere eseguito l’esame negli ultimi due anni, contro il 75% della media nazionale, e quasi quattro donne su dieci restano fuori dai tempi raccomandati: il 19% non ha mai effettuato una mammografia e il 20% l’ha eseguita da più di due anni.