‘Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere’. Quando scienza e libertà vanno insieme, i nostri benefici sono incomparabili

di Daniele Madau

Fermo restando che fino a condanna definitiva si è innocenti e nel rispetto per ogni uomo e ogni donna, come commentare le accuse nei confronti di Mario Adinolfi di truffa aggravata e continuata, abusivismo finanziario, esercizio abusivo di raccolta del risparmio ed evasione fiscale? Con la parole di Gesù, quelle così tanto adoperate dallo stesso Adinolfi, al fine, però, come sembra, di far soffrire le persone, cioè nel modo che Gesù stesso avrebbe condannato nella maniera più dura. Mentre, infatti, Gesù predicava come Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni , apostrofava i farisei con:‘Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?’ e invitava i discepoli a non seguirli, Quanto vi dicono, fatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.

I frutti di un predicatore come si mostrava Adinolfi, non erano difficili da immaginare: l’albero non era sano, rigoglioso, generoso, fecondo. Che si sia credenti o no, c’è differenza tra le parole di papa Leone XIV o Matteo Maria Zuppi e quelle uscite dalla bocca del leader del Popolo della famiglia, come le frasi sul poker o sulla sottomissione della donna, ed è semplice distinguerle. Nel caso si avessero ancora dubbi, tuttavia, andare a leggere direttamente il Vangelo è la scelta migliore. Sono molto tristi le testimonianze di chi, fidandosi della fede sbandierata da Adinolfi, gli ha affidato i risparmi di una vita, perdendo tutto. La fede non si brandisce, non si proclama, non si usa. Semplicemente, si vive. E quando la si vive, si vedono i frutti, dal sorriso che illumina un volto sereno, a mani e menti che salvano vite.

Come quelle dei medici e degli infermieri che, durante il Covid, sono stati il baluardo della nostra salute. Ci ricordiamo? O abbiamo dimenticato? Mai dimenticare a chi dobbiamo la vita, la riconoscenza è uno dei valori più nobili.

In concomitanza con la notizia delle accuse ad Adinolfi, dichiarato no-vax e no-green pass (abbiamo scordato anche queste posizioni?), è stato pubblicato, ma ha avuto infinitamente meno risalto rispetto alle accuse al giornalista e politico estremista, l’esito di una recente revisione scientifica pubblicata su The Lancet, che conferma l’elevata efficacia e sicurezza dei vaccini a mRNA per la prevenzione del Covid-19. L’analisi evidenzia una protezione media dell’87% contro l’infezione, del 93% contro il ricovero ospedaliero e del 94% contro la mortalità, con lievi riduzioni nel tempo e per la variante Omicron.

L’albero era buono, aveva radici di secoli nel terreno fecondo della scienza e ha avuto frutti di tutela della vita umana.

Non si vuole giudicare le persone e le loro opinioni, o andare contro la libertà, sacrosanta, di chiunque. Si vuole solo suggerire che la libertà, quando si basa sulla scienza, sulla cultura e sulla solidarietà, dona benefici incomparabili, e fa crescere l’umanità.

Nessuna religione, ormai, dovrebbe contrapporre mente e cuore, ragione e libertà, cultura e fede. E, per sciogliere ogni dubbio, mai Gesù ha affermato il contrario.

Gli europei pregano per un summit della Nato senza sorprese

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il segretario generale della Nato Mark Rutte con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Ap)

Siamo ad Ankara per il vertice della Nato che riunirà oggi e domani in Turchia i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza. Il summit inizierà con la cena ufficiale a cui parteciperà anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Inutile dire che la principale curiosità in sala stampa è se il summit filerà liscio come nelle intenzioni del segretario generale Mark Rutte e del padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, oppure il carattere volubile del presidente Usa Donald Trump lo farà deragliare, magari provocato dal “no” irremovibile del premier spagnolo Pedro Sánchez ad aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035, oppure da uno scambio di battute con la premier Giorgia Meloni con cui la tensione è da giorni alle stelle. Perché domani i leader discuteranno per poche ore, secondo un format compatto già collaudato lo scorso anno al vertice dell’Aia. Obiettivo ridurre le occasioni di frizione. 

La dichiarazione formale approvata venerdì scorso dai 32 ambasciatori dei Paesi Nato, che dovrà essere firmata domani dai leader, non riserva sorprese. Ma anche l’ovvio di questi tempi non è scontato e dunque è importante che confermi che gli alleati Nato sono pronti a ribadire il loro impegno ferreo all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico e ad affermare chela Russia rappresenta una «minaccia a lungo termine per la sicurezza e la stabilità euro-atlantiche». Inoltre prevede 70 miliardi di euro di sostegno aggiuntivo all’Ucraina per quest’anno, con «livelli almeno equivalenti» di aiuti anche nel 2027.

Il messaggio che vi raccontiamo da Washington è che Trump non mette da parte tanto facilmente l’ascia di guerra. Le critiche della scorsa settimana del presidente Usa sui social alle spese militari «ridicole» di Berlino sono la cartina di tornasole. Trump non ha mai digerito quello che ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz a fine aprile: «Un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana, in particolare dai cosiddetti Guardiani della rivoluzione». E poco importa che la Germania faccia parte insieme alla Polonia, ai Nordici e ai Baltici dei Paesi che stanno aumentando le spese della difesa. Berlino sta investendo così tanto da suscitare qualche preoccupazione negli Stati vicini: tra il 2026 e il 2030, la Germania stanzierà nel complesso quasi 784 miliardi e raggiungerà già nel 2029 il 3,5% della spesa militare in senso stretto, quella che rientra nel target Nato del 3,5% del Pil entro il 2035. Ma Trump se l’è legata al dito che gli europei non l’abbiano sostenuto nella guerra contro l’Iran e che anzi l’abbiano criticata.

Alla vigilia del vertice, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha portato avanti la sua consueta strategia per evitare che l’Alleanza si frantumi: adulazione di Trump e numeri a sostegno dell’impegno degli alleati. «A un solo anno dall’avvio di un progetto decennale, vediamo che gli Alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del loro Pil nella difesa e nella sicurezza», ha detto l’ex premier olandese, ricordando che è stato Trump a imprimere questo riequilibrio nella spesa, chiesto fin dai tempi del presidente Eisenhower negli anni Cinquanta: «Lo lodo per questo».

Ma la vera posta in gioco di questo vertice è proseguire sulla strada dell’europeizzazione della Nato. L’obiettivo di questi due giorni è «trasformare le risorse finanziarie in capacità operative, lavorando fianco a fianco con l’industria della difesa», ha insistito Rutte spiegando che si sta «costruendo una Nato sostenibile» impensabile fino a tre anni fa, nella quale gli Stati Uniti continueranno a fornire il proprio ombrello nucleare e a garantire un contributo convenzionale fondamentale all’Alleanza nel suo complesso e i partner europei «si assumeranno una quota maggiore della responsabilità per la difesa convenzionale» del Vecchio Continente: «Un’Europa più forte significa una Nato più forte». Il processo è avviato, un anno fa per necessità ora forse per convinzione. Gli europei stanno cercando di aumentare il loro peso nella Nato per arrivare nel medio lungo termine a sostituire gli Stati Uniti nella propria difesa. Whitaker ha suggerito che potrebbero esserci conseguenze per coloro che non fanno abbastanza, ma non ha voluto dire di più: «Il presidente Trump si aspetta che gli alleati facciano subito di più e si mettano sul cammino per arrivare al 5% con urgenza».

Non che avessero scelta. Appena entrato alla Casa Bianca, Donald Trump ha iniziato a cannoneggiare l’Alleanza Atlantica. I partner europei, anche i più legati agli Usa, ci hanno messo qualche mese per capire che era finita un’epoca: le mire di Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo appartenente alla Danimarca, hanno tolto ogni dubbio, l’Europa deve imparare a difendersi da sola perché non può più fidarsi di Washington come un tempo. «Il presidente ha presentato una soluzione che prevede l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Pensiamo tuttora che sia il modo migliore per realizzare le necessità di difesa della Nato», ha detto un alto funzionario Usa ai giornalisti domenica scorsa. 

Gli Stati Uniti intendono continuare a trasferire agli alleati la responsabilità della difesa convenzionale dell’Europa e i Paesi europei sono intenzionati a farsene carico, alcuni più di altri. Ma come ha chiarito Whitaker «il vertice di Ankara servirà a misurare i progressi compiuti rispetto agli impegni assunti all’Aia. Soprattutto, valuteremo le capacità militari, perché non si tratta soltanto di spendere di più, ma di verificare quali capacità concrete vengono acquisite grazie a questi investimenti». Non tutti gli europei si stanno impegnando alla stessa maniera. Hanno passato l’esame degli Stati Uniti «Polonia, i Nordici, i Baltici e la Germania», nonostante le critiche di Trump a Merz. Altri, invece, sono in ritardo: non spendono abbastanza oppure non hanno ancora un percorso credibile per rispettare gli impegni presi all’Aia. Italia e Francia, ad esempio,  non hanno mai aderito nemmeno al piano Purl con il quale gli europei comprano armi dagli Usa e le trasferiscono all’Ucraina. Finora si tratta di acquisti per oltre 6 miliardi di dollari. Per gli Stati Uniti è anche una questione di affari, coerente con l’approccio transazionale della diplomazia applicato da Trump (anche se al momento la base industriale della Difesa Usa non consente di consegnare le armi vendute, per via di ritardi nella produzione).

D’altra parte, l’industria della difesa europea non è ancora in grado di rispondere alle esigenze del Vecchio Continente. Dei 119 miliardi di dollari aggiuntivi stanziati quest’anno rispetto al 2025, circa la metà è destinata all’acquisto di armamenti e sistemi prodotti negli Stati Uniti. Il Forum sulla difesa che si tiene oggi a margine del vertice sarà una vetrina per annunciare nuovi contratti per decine di miliardi di dollari con aziende del settore della difesa. Si tratta prevalentemente di accordi di cooperazione multilaterale e di coproduzione di prodotti americani realizzati in Europa. Perché per essere indipendente dalla difesa statunitense, l’Europa avrà bisogno ancora di una decina d’anni. Nel frattempo meglio tenersi buona Washington, anche se c’è chi teme che in caso di un attacco da parte della Russia, Trump potrebbe non intervenire a difendere gli europei.

Questa Chiesa non piace alle destre. Da qui lo scisma dei lefrebvriani, un atto politico dei poteri forti

di Alfredo Franchini

La manifestazione dei lefebvriani

Mai come in questi ultimi anni la Chiesa è stata vicina ai più deboli. Prendiamo due fatti degli ultimi giorni: sabato, mentre Trump festeggiava a modo suo i 250 anni della fondazione degli Usa, papa Leone era a Lampedusa per ricordare al mondo che serve un piano per accogliere e integrare i migranti e non ucciderli in mare. Solo qualche giorno prima il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme inviso a Israele, aveva raccontato la tragedia di Gaza da lui girata in lungo e in largo.

È questa la Chiesa che le destre e i poteri forti non vogliono e per questo hanno mandato allo scoperto i lefebvriani che mercoledì scorso a Econe in Svizzera hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio, incassando l’automatica scomunica. Sul prato di Econe c’erano molti politici di tutta Europa e per l’Italia vi hanno partecipato alcuni esponenti del movimento di Vannacci e di Forza Nuova a testimoniare la saldatura tra un’idea balzana di cristianesimo e la visione politica suprematista e xenofoba. Tra i partecipanti c’era anche il mitico Mario Borghezio, ex leghista oggi vannacciano, che ha paragonato lo scisma al raduno di Pontida ideato da Bossi per contestare il potere di Roma. Lo stesso spirito che ha ispirato l’atto scismatico perché i lefebvriani vogliono tornare indietro contestando il Concilio Vaticano II, l’ecumenismo e persino la separazione tra Chiesa e Stato.

Non è la prima volta. La Fraternità San Pio X che ha ordinato i quattro vescovi fece un atto simile nel 1988 – allora il papa era Giovanni Paolo II – eppure la situazione è nuova rispetto alla precedente. La storia è ricca di scismi, (anglicano, luterano), intrecciati con la storia europea ma con significati diversi perché le riforme dovevano restare sempre all’interno di una tradizione. Nel 1988, poi, le democrazie erano solide e non traballanti come adesso con i poteri forti determinanti in America grazie al “cattolicissimo” Vance, il maggior accreditato alla successione di Trump, o a Peter Thiel, il fondatore di PayPal giunto a Roma a parlare dell’anticristo.

Non preoccupa la ferita di qualche migliaio di persone che si allontanano ma la capacità di seduzione politica. La Fraternità San Pio X ha voluto la frattura calcolando una rendita di posizione fuori dalla Chiesa. È il sintomo di uno smottamento della politica che fa leva sulla religione. I nostri politici che usano brandire croci e rosari nei comizi non sono certo il prototipo di un fedele ma si appropriano della religione per portare avanti una visione del mondo in cui non c’è spazio per l’Altro. Quando papa Francesco prese una posizione netta sugli immigrati, i circoli della destra americana iniziarono a chiamarlo “l’uomo in bianco” anziché papa. In Italia a Salvini, a Vannacci, alla Meloni la religione va bene solo quando è piegata alla loro visione del mondo. Una visione distante anni luce dal Vangelo. Di fronte alla complessità c’è il rischio che la religione sia vissuta come un confine: di qua noi, dall’altra parte i diversi. A che serve una religione nella società del nostro tempo? E che cosa accadrebbe alla democrazia se la risonanza della religione dovesse svanire del tutto? Se lo è chiesto Hartmut Rosa, sociologo dell’Università Schiller di Jena, per il quale la democrazia ha bisogno vitale della religione. Ma a una condizione: deve favorire la cultura del dialogo e creare legami con gli altri. Tutto il contrario di quanto vogliono i lefebvriani e le destre.

Cala Finanza, il valore di quello che è successo

di Michele Zuddas

Condividiamo l analisi dell’avvocato Michele Zuddas, pubblicata da Change.org, dopo il successo della petizione – che ‘La Riflessione ha appoggiato- contro il progetto di installazione di un «glamour camping» a Loiri, in Gallura, presentato dalla società Tavolara Bay, controllata dal gruppo immobiliare brasiliano Jsfh.

3 lug 2026

La bandiera dei Quattro Mori sventola su Cala Finanza. Non è soltanto un simbolo: è il segno di una vittoria della nostra comunità, della difesa del territorio e dell’identità della Sardegna.  Abbiamo impedito che scelte politiche, locali e nazionali, mettessero a rischio uno dei luoghi più preziosi della nostra terra, compromettendone il valore naturale, storico e identitario.

Quella di Cala Finanza non è stata una battaglia qualsiasi. È la dimostrazione che, quando una comunità si unisce con determinazione, competenza e amore per la propria terra, può cambiare il corso degli eventi.

Oggi possiamo essere orgogliosi del risultato raggiunto. Ma non possiamo abbassare la guardia. La tutela della Sardegna, del suo paesaggio, della sua storia e della sua identità richiederà ancora impegno, coraggio e partecipazione.

Cala Finanza ci ha insegnato una cosa: la nostra terra si difende. Sempre

OLTRE IL FATTO: CALA FINANZA E LA VITTORIA DI UN POPOLO CONTRO IL COLONIALISMO AMMINISTRATIVO
La vicenda di Cala Finanza, se raccontata soltanto attraverso la cronaca, finisce inevitabilmente per essere comprese a metà. Limitarsi a registrare il ritiro dell’autorizzazione unica da parte del Governo significherebbe fermarsi all’ultimo fotogramma di una storia assai più complessa, quasi che quel provvedimento fosse nato da un improvviso ripensamento istituzionale o da una tardiva presa di coscienza ambientale. Nulla di tutto questo. Le istituzioni, nella quasi totalità dei casi, non arretrano perché mutano convinzioni; arretrano quando il costo politico del perseverare diventa superiore al beneficio che speravano di ottenere. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Cala Finanza. Non è stato il potere a correggere spontaneamente se stesso; è stato un popolo organizzato, determinato e capace di leggere i meccanismi del potere a costringerlo a fare un passo indietro.
Questa precisazione non è una questione di orgoglio, ma di verità politica. Il rischio che oggi si corre è quello di assistere all’ennesima operazione di riscrittura della realtà, nella quale gli stessi soggetti istituzionali che avevano consentito al procedimento di svilupparsi tentano ora di accreditarsi come protagonisti della sua conclusione. È una dinamica quasi fisiologica: quando un progetto suscita consenso, molti ne rivendicano la paternità; quando invece incontra la resistenza di una comunità e diventa politicamente insostenibile, nessuno sembra ricordare di averne accompagnato il cammino. Eppure il diritto, a differenza della politica, conserva memoria. Gli atti amministrativi rimangono. Le deliberazioni rimangono. Le sequenze procedimentali rimangono. Ed è proprio leggendo quella sequenza che emerge il dato forse più importante dell’intera vicenda.
L’autorizzazione unica governativa non è stata un fulmine caduto su un territorio inerme. Essa si è inserita dentro un percorso amministrativo reso possibile da scelte precedenti, tra le quali assume un rilievo decisivo la deliberazione del Comune di Loiri Porto San Paolo. È inutile girare attorno a questo dato. Senza quel presupposto amministrativo il procedimento non avrebbe potuto svilupparsi nelle forme che abbiamo conosciuto. Il successivo ritiro della deliberazione comunale, che ha inevitabilmente inciso sulla tenuta complessiva dell’autorizzazione unica, dimostra proprio quanto quella scelta iniziale fosse centrale nell’economia dell’intero procedimento. Per questo motivo sarebbe una rappresentazione profondamente fuorviante sostenere che da una parte vi fosse un Comune impegnato a difendere il territorio e dall’altra uno Stato intenzionato a sacrificarlo. Gli atti raccontano qualcosa di diverso. Raccontano una convergenza funzionale, forse non necessariamente frutto di un disegno unitario, ma certamente capace di produrre un identico risultato.
Cala Finanza smette di essere una vicenda locale e diventa una straordinaria lezione sul funzionamento del potere contemporaneo. Per troppo tempo abbiamo immaginato il colonialismo come un fenomeno riconducibile esclusivamente all’imposizione esterna, al comando esercitato da un centro politico su una periferia privata della propria autonomia. Ma il colonialismo del XXI secolo è molto più sofisticato. Esso non ha più bisogno di imporre continuamente la propria volontà contro quella dei territori; preferisce costruire condizioni affinché siano gli stessi livelli istituzionali periferici a rendere praticabili decisioni che altrove sono state pensate.

 È un meccanismo infinitamente più efficace, perché dissolve le responsabilità, distribuisce il potere lungo una catena amministrativa apparentemente neutrale e consente a ciascun soggetto coinvolto di sostenere, al momento opportuno, di avere semplicemente svolto il proprio ruolo.

È in questa apparente neutralità che si consuma la forma più insidiosa della subordinazione politica. Le istituzioni locali finiscono progressivamente per interiorizzare una determinata idea di sviluppo, fino a considerarla naturale, inevitabile, persino desiderabile. Così il linguaggio dell’investitore diventa il linguaggio dell’amministratore, il lessico della rendita sostituisce quello della pianificazione, la valorizzazione economica prende lentamente il posto della tutela del territorio e la funzione politica dell’ente locale si trasforma, quasi senza che nessuno se ne accorga, in quella di facilitatore di interessi che trovano altrove il proprio centro decisionale. Non occorrono pressioni esplicite né imposizioni plateali. Basta che tutti condividano lo stesso paradigma culturale. È questo il tratto più moderno del colonialismo amministrativo: esso non conquista soltanto i territori, ma prima ancora conquista il modo in cui le classi dirigenti imparano a guardare quei territori.

Per questa ragione sarebbe riduttivo limitare la critica al Governo. Certamente il Governo porta una responsabilità evidente nell’adozione dell’autorizzazione unica, ma sarebbe un grave errore politico fermarsi lì, perché significherebbe assolvere proprio quel livello istituzionale che ha reso concretamente possibile il procedimento. Le istituzioni locali non sono state semplici spettatrici di un potere esercitato dall’alto; hanno svolto una funzione essenziale nella costruzione della cornice amministrativa entro cui quel potere ha potuto manifestarsi. Dire questo non significa alimentare polemiche sterili, ma riaffermare un principio fondamentale di ogni democrazia matura: chi esercita funzioni pubbliche deve assumersi la responsabilità politica degli effetti prodotti dai propri atti. Diversamente, l’autonomia locale si ridurrebbe a un privilegio quando si tratta di rivendicare competenze e a un comodo rifugio quando invece occorre rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.

La straordinaria forza della mobilitazione popolare è consistita proprio nell’avere intuito questa duplice natura del problema. Se il conflitto fosse stato indirizzato esclusivamente contro Roma, probabilmente avrebbe prodotto una protesta simbolica destinata a esaurirsi nel tempo. Se, al contrario, si fosse limitato a contestare il Comune, avrebbe ignorato il livello decisionale nazionale che rendeva concretamente possibile il progetto.

La mobilitazione, invece, ha colpito simultaneamente entrambi i livelli istituzionali, comprendendo che il procedimento era il risultato di una concatenazione di atti e che interrompere quella concatenazione significava rendere instabile l’intera costruzione giuridica. È stata una scelta di straordinaria maturità politica, perché ha dimostrato come una comunità possa leggere le dinamiche del potere con maggiore lucidità di molte classi dirigenti.


Questa è forse la lezione più importante di Cala Finanza. La politica, troppo spesso, ha continuato a considerare i cittadini come destinatari di decisioni già prese, da informare a procedimento concluso o, nel migliore dei casi, da consultare quando ogni margine di reale incidenza era ormai svanito. A Cala Finanza è accaduto l’opposto. La comunità ha smesso di essere oggetto del procedimento ed è diventata soggetto della decisione politica.

È questa trasformazione ad avere modificato gli equilibri. Quando un popolo comprende che il diritto amministrativo non è una materia riservata agli specialisti ma uno degli strumenti attraverso i quali si decide il destino di un territorio, allora il procedimento cessa di essere un fascicolo custodito negli uffici e diventa terreno di partecipazione democratica.
Vi è poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato, perché racconta qualcosa di profondamente incoraggiante sulla maturazione civile della società sarda. Ogni grande movimento popolare attraversa inevitabilmente tensioni interne, differenze di impostazione, errori di valutazione. Anche la mobilitazione di Cala Finanza non ne è stata immune. Si è assistito al tentativo, politicamente poco lungimirante, di diffidare i partiti dal partecipare alla manifestazione, quasi che la presenza di soggetti politici potesse contaminare la purezza della protesta. Si è perfino evocato il rischio che la mobilitazione degenerasse in episodi di violenza, spostando il centro del discorso dalla violenza esercitata sul territorio alla presunta pericolosità di chi quel territorio intendeva difenderlo. Sono stati errori, gravi. 
Eppure la parte più bella di questa vicenda consiste proprio nel fatto che il popolo sardo ha saputo andare oltre quelle ingenuità. Ha dimostrato una maturità politica superiore alle divisioni che rischiavano di attraversarlo, comprendendo che una battaglia di tale portata non appartiene a una sigla, a un’associazione, a un comitato o a una particolare appartenenza ideologica. Appartiene alla comunità che decide di difendere il proprio territorio. Le lotte popolari non crescono restringendo il campo della partecipazione, ma ampliandolo. Non vincono selezionando chi può stare in piazza, ma costruendo una coscienza collettiva capace di unire culture politiche differenti attorno a un principio comune. Ed è precisamente questo che è accaduto. La Sardegna, ancora una volta, si è dimostrata politicamente più avanzata di una parte di coloro che pretendevano di interpretarne la volontà.

Forse è proprio questo il motivo per cui Cala Finanza lascia un’eredità che va ben oltre il destino di un singolo progetto. Essa ci ricorda che nessuna procedura amministrativa è davvero neutrale quando riguarda il rapporto fra una comunità e la propria terra; che nessuna autonomia speciale conserva significato se gli enti chiamati a esercitarla finiscono per assumere come inevitabili le logiche di sviluppo elaborate altrove; che nessun popolo può considerarsi realmente libero se delega integralmente ad altri il compito di vigilare sul proprio territorio.

La difesa della Sardegna non passa soltanto attraverso i tribunali, le norme urbanistiche o le autorizzazioni amministrative, passa anzitutto attraverso una coscienza politica collettiva capace di riconoscere che il paesaggio non è una merce, che il territorio non è una piattaforma finanziaria e che l’autonomia non consiste nell’amministrare decisioni prese da altri, ma nel possedere il coraggio di impedirle quando risultano incompatibili con l’interesse della comunità.


Per questo Cala Finanza non rappresenta semplicemente il ritiro di un’autorizzazione unica, rappresenta la dimostrazione che anche il più sofisticato meccanismo di potere, quando incontra una comunità consapevole, organizzata e culturalmente preparata, può essere incrinato. E forse è proprio questa la ragione per cui tale vittoria assume un valore che supera i confini di quella splendida insenatura gallurese.

Essa restituisce ai sardi una consapevolezza che troppo spesso è stata loro negata: quella di non essere semplici spettatori delle trasformazioni della propria terra, ma i legittimi protagonisti del suo destino. Quando questa consapevolezza si radica nella coscienza di un popolo, nessuna autorizzazione amministrativa, per quanto formalmente impeccabile, può considerarsi davvero al sicuro

Avvocato Michele Zuddas

Grazie ancora a tutte le sostenitrici e sostenitori. 

Duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Usa: il messaggio del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente degli Stati
Uniti d’America, Donald J. Trump, il seguente messaggio:
«Quest’anno la festa del 4 luglio acquisisce un significato eccezionale per gli Stati
Uniti d’America, ricorrendo il duecentocinquantesimo anniversario
dell’indipendenza. Desidero pertanto rivolgere all’amico popolo statunitense le più
vive felicitazioni della Repubblica Italiana e mie personali.
L’odierna celebrazione appartiene alla storia degli Stati Uniti ma è divenuta nel
tempo patrimonio condiviso di quanti si riconoscono nei princìpi di libertà,
rappresentanza democratica e tutela universale dei diritti di ogni uomo, anche nel
ricercare una vita dignitosa e felice. Muovendo da questi ideali fondativi la
Dichiarazione di Indipendenza del 1776 ha ispirato il percorso politico e civile degli
Stati Uniti, come di molti altri popoli in ogni continente. Tali nobili sollecitazioni
sono state e restano, inoltre, punto di riferimento di una visione delle relazioni tra gli
Stati modellata sul diritto, sulla cooperazione e sul sostegno alle istituzioni
internazionali sorte nella ripulsa delle tragedie del secolo scorso.
In un frangente storico segnato da sfide senza precedenti per l’umanità, è essenziale
che Washington e Roma, anche nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e attraverso la
partecipazione alle Nazioni Unite e agli altri consessi multilaterali, continuino a
lavorare insieme a favore di pace, sicurezza e prosperità per i rispettivi popoli e per il
mondo intero.
Con tali sentimenti, signor Presidente, rinnovo i miei migliori auguri a tutti i cittadini
degli Stati Uniti d’America per questo storico anniversario».

Roma, 4 luglio 2026

La Costa Smeralda, quel sogno di lusso che schiaccia la vita vera

di Daniele Madau

Gaia Costa, la ragazza investita sulle strisce pedonali a Porto Cervo
Un particolare di Villa Certosa
Bachisio Bandinu

La scorsa settimana, il cui inizio giungeva proprio dopo il solstizio d’estate-che segna l’avvio della stagione del riposo, della festa, dell’evasione e di ciò che li sublima, il turismo- ha visto la Costa Smeralda, sogno turistico per eccellenza, ritornare prepotentemente nella cronaca socioculturale, per motivi diversi. Innanzitutto è giunta la conferma della vendita di Villa Certosa, sita a Porto Rotondo, il santuario del berlusconismo più estremo, che il 25 giugno è stata venduta allo sceicco del Quatar Hamad bin Jassim Al Thani per 350 milioni di euro. Tra i tanti primati di questo unicuum edilizio vi è quello di superare in estensione la Città del Vaticano. Il 23 giugno la manager tedesca, moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr, ha patteggiato nel tribunale di Tempio Pausania un anno di reclusione- con sospensione della pena- e due anni di ritiro della patente di guida.
  La donna era accusata di omicidio stradale: la mattina dell’8 luglio del 2025 si trovava alla guida del suo suv Bmw, nel centro di Porto Cervo, quando ha investito e ucciso Gaia Costa, 24enne di Tempio Pausania che stava attraversando sulle strisce pedonali.
 Stando alle indagini, l’incidente sarebbe riconducibile ad una distrazione della manager che si trovava alla guida della potente auto. Gaia Costa stava andando a lavoro: faceva la babysitter.

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno, infine, è morto Bachisio Bandinu, lo svelatore della dinamica di violento potere- illuminato o perverso che lo si ritenga, è sempre potere- che si è celato dietro la favola della Costa Smeralda.

La società sarda ancora deve fare i conti fino in fondo con quel corpo estraneo di bellezza innaturale che è la Costa Smeralda, ma questi tre eventi, così eterogenei e distanti nel valore e nella profondità di significato di ognuno, o almeno tra il primo e gli altri due, si sono prepotentemente e contemporaneamente riproposti in maniera tale da diventare simbolici.

Troppo ampia è la discussione sui benefici e sui costi che l’avventura di Karim Aga Khan ha procurato alla Sardegna e, come sempre, forse la verità sta nel mezzo, che ripudia ogni estremismo; il quale, in questo caso, da un punto di vista, può significare ogni nazionalismo o indipendentismo sardo o assolutismo naturalistico estremi mentre, dall’altro, una ingenua e subalterna fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del turismo d’elite. La simbolicità di Villa Certosa, però, credo vada oltre questa legittima e sana discussione: in realtà, in quanto simbolo, va oltre la percezione del reale di tutti noi, della gente comune. E’ il simbolo del potere distante e inacessibile- mentre racconta di essere tutore del popolo- che sia quello di Musk, di Putin, di Bezos, di Nicola II Romanov, Gheddafi o Trump. Occultato dalle bellezze violate della Gallura, per una privacy spacciata per segreto di Stato, raccoglie al suo interno bellezze tanto estreme da essere kitsch, così da ripudiare tutto ciò che è vita vera, quella che si sporca, che si contamina, che cammina instabile nella nostra esistenza. In un gesto di rimozione del padre-patriarca, è stata una delle prime cose di cui la famiglia berlusconi si è liberata. All’opposto ci sono i sandali di Mujca, le porte aperte del Quirinale per le visite guidate di ogni cittadino, la lotta di Angelo Vassallo, Monti di Mola e l’Agnata indifesa dai sequestratori di De André. Soprattutto, all’opposto, ci sono i colori scuri della pelle e degli occhi, sugli abiti blu della tradizione, di Gaia Costa: una meraviglia. Un fiore reciso, come da storia simbolica, da destino quasi ineluttabile, della sua terra: la Gallura e la Sardegna tutta. Stava andando a lavoro, da baby sitter: il lavoro della cura, il lavoro giovanile per eccellenza, forse, quasi sicuramente, in una famiglia d’elite di Porto Cervo. Un moderno essere a servizio, come sino a metà del secolo scorso era destino di ogni ragazza della classe sociale più bassa. E’ stata travolta, per disattenzione, il gesto opposto alla cura, quello della superficialità che svilisce chi incontra, dal suv della moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr. Non si vuole imputare all’autrice di questo drammatico evento la colpa di essere benestante o ricca, non si possono mettere in atto questo tipo di discriminazioni, sarebbe un errore grave e non perdonabile. Però quanto è successo è drammaticamente, in maniera struggente, simbolico: nella sproporzione tra il suv e il corpo di una giovane ragazza, tra la distrazione e la cura, tra il lavoro umile a cui hanno abituato i nostri ragazzi e il colosso Lufthansa che abita la Costa Smeralda, tra la vita reale e il sogno del lusso. Mi fermo alla simbolicità tragica, sforzandomi di non giudicare la persona, che avrà sofferto nel realizzare quanto compiuto. Aspetto solo di conoscere meglio il perché di una pena così leggere da essere sospesa, a fronte di una giovane vita persa, senza, anche qui, lasciarmi andare a troppo facili invettive contro il sistema giudiziario.

In questa vita schiacciata c’è come quel trionfo della morte che soggiace a ogni potere, economico o politico, che non serve la vita, soprattutto la giovane vita, ricca di colori e di sentimenti non ancora disillusi, di una ragazza, e che arriva a erigere una fortezza inacessibile di lusso, lasciando quella vita fuori.

Questo meccanismo lo aveva studiato Bachisio Bandinu, l’autore, oltre che di ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’, di ‘Lettera a un giovane sardo’, indirizzato alla nuove generazioni, per coltivarne i colori e i sentimenti.

I 250 anni degli Stati Uniti visti dall’Europa. Prevale il pragmatismo

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La festa per il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti organizzata dall’Ambasciata Usa al Parco del Cinquantenario a Bruxelles domenica 28 giugno (Epa)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto mercoledì scorso a Washington le celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che raggiungeranno il culmine il 4 luglio. A Bruxelles al Parco del Cinquantenario, a pochi passi dalla Commissione e dal Parlamento europeo, si è tenuta una festa che l’Ambasciata degli Stati Uniti in Belgio ha descritto come la più grande celebrazione dell’Indipendenza americana fuori dagli Usa con oltre 5 mila ospiti.

Mai come in questo momento le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono in crisi. Certo, non siamo all’alta tensione che si è registrata a gennaio quando il presidente Donald Trump manifestò l’intenzione di prendersi in un modo o nell’altro la Groenlandia, territorio autonomo che fa parte della Danimarca. Ma non ha aiutato l’«amicizia» tra le due sponde dell’Atlantico nemmeno la recente minaccia di imporre dazi del 100% su tutte le merci importate da qualsiasi Paese europeo che introduca una tassa sui servizi digitali applicata alle aziende Usa, il giorno dopo che l’Ue aveva approvato in via definitiva l’accordo scozzese del luglio scorso con il quale Washington impone tariffe del 15% alle merci «made in Ue» esportate negli Stati Uniti (un accordo totalmente squilibrato a vantaggio degli americani). Senza contare gli scontri personali del presidente Trump, l’ultimo in ordine di tempo con la premier Giorgia Meloni.

Le celebrazioni negli Stati Uniti come all’estero avrebbero potuto rappresentare un momento di riconciliazione attorno ai valori condivisi dei Padri Fondatori e invece Trump ha scelto di politicizzare questa serie di eventi, continuando sulla strada della polarizzazione. Gli europei non si fanno illusioni e partecipano alle celebrazioni più per opportunità e pragmatismo che per convinzione. L’immagine di Trump in Europa si è deteriorata e tra i leader conservatori e populisti che gli sono idealmente più vicini è cominciata una presa di distanze in vista della tornata elettorale del 2027 in Francia, Italia, Polonia e Spagna, oltre che in regioni importanti della Germania.

Secondo un sondaggio di Politico condotto da Public First a giugno, solo il 31% degli elettori dell’AfD e il 36% degli elettori del Rassemblement National concordavano sul fatto che gli Stati Uniti siano «un alleato affidabile». Non è un caso se nei mesi scorsi l’AfD abbia invitato i propri funzionari a ridurre i viaggi negli Stati Uniti mentre il leader dell’estrema destra francese Jordan Bardella ha respinto con fermezza l’appoggio di Trump e ha definito il comportamento del presidente americano «irrazionale». Per ora gli è rimasto fedele il partito populista di estrema destra polacco Diritto e Giustizia (Pis).

Per decenni il rapporto tra Ue e Usa è sembrato quasi naturale. Gli Stati Uniti erano insieme potenza militare, riferimento politico e orizzonte culturale, in alcuni Paesi europei con più forza che in altri. Ma sostanzialmente l’Europa occidentale si costruiva sotto l’ombrello americano e la narrativa indicava Washington come liberatrice, garante e partner. Ora il tono è cambiato.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, pur cercando in tutti i modi di non dispiacere gli Stati Uniti, non si stanca di ripetere che il mondo come lo conoscevamo non c’è più e che non si deve indulgere nella nostalgia. L’Unione europea deve diventare adulta ovvero autonoma. Ma le sensibilità tra gli Stati membri sono diverse a causa della storia e della geografia. Per i governi dell’Est europeo — soprattutto quelli che vedono nella Russia una minaccia esistenziale — gli Stati Uniti restano il pilastro insostituibile della sicurezza continentale. In questa lettura, il legame transatlantico non è nostalgia: è realismo.

Più sfumata è la posizione della Francia e, in parte, della Germania che sta ancora elaborando il lutto della perdita degli Stati Uniti. Da un lato vi è il riconoscimento di un’esperienza politica — gli Stati Uniti sono la più longeva democrazia costituzionale moderna — che ha plasmato il mondo occidentale, dall’altro vi è la consapevolezza che l’Europa debba ridurre la propria dipendenza strategica dagli Usa, soprattutto in difesa, tecnologia ed energia.

È il linguaggio — ormai familiare a Bruxelles — dell’«autonomia strategica» teorizzata per la prima volta da Emmanuel Macron durante il vertice Ue a Versailles nel 2022, quando alla Casa Bianca non c’era ancora Trump: non antiamericanismo, ma tentativo di prepararsi a un futuro in cui Washington potrebbe essere meno prevedibile, meno presente o semplicemente più concentrata su Asia e politica interna.
Anche sul piano simbolico il rapporto si è fatto più complesso. Per generazioni di europei gli Stati Uniti hanno incarnato l’idea di modernità: innovazione, mobilità sociale, fiducia nel futuro. Oggi molti osservatori europei guardano invece con sorpresa alla polarizzazione politica americana, alle tensioni istituzionali, alle guerre culturali e al ritorno di un linguaggio identitario che un tempo si associava soprattutto all’Europa.

Nonostante tutte le contraddizioni, il giudizio europeo sugli Stati Uniti resta sorprendentemente stabile: c’è meno entusiasmo rispetto al passato, meno deferenza, ma resta la consapevolezza che al momento non ci sia alcuna alternativa credibile all’alleanza transatlantica. 

Parlare con Dio nella propria lingua: ricordo di Bachisio Bandinu

di Daniele Madau

Scorcio di Orgosolo. Bachisio Bandinu ossserva il murale di Serafino Spiggia. Foto dell’autore

Ora, finalmente, a fianco a Dio, potrà parlargli nella sua lingua amata e madre, il sardo barbaricino, per cui aveva lottato per tanti anni, con forza, intelligenza, sapienza, umiltà e sottile ironia: come era lui.

Ormai da più di un giorno Bachisio Bandinu ci ha lasciato ma, come un buon padre, si è premunito di affidarci una grande, insestimabile, eredità: il suo pensiero, i suoi passi, la sua fatica, spesi per la Sardegna, affinché potesse finalmente essere autocosciente e libera, capace del proprio futuro.

Ho aspettato un giorno prima di scrivere, perché volevo che il ricordo di lui si chiarisse dentro di me, perché sarebbe stato uno spreco scrivere di getto, perché volevo far risuonare, prima, le sue parole.

E, dopo aver fatto questo, non si sa da dove partire, tanta è quell’eredità e tanta è stata la sua persona.

E’ giusto iniziare dalle caratteristiche più belle del suo essere, quelle che brillano di più in chi le possiede: l’umilità e l’accoglienza. Propria dei grandi, dei credenti con una fede matura, dei maestri. L’ho toccata con mano quando mi ha accolto due giorni in casa sua, per parlare e viaggiare – come in una vita utopistica e sognata- di Sardegna e attraverso la Sardegna. E’ stato un privilegio, e non lo dimenticherò.

E proprio standogli vicino, ho capito qual è il titolo con cui vuole essere ricordato, mentre tutti, in questi giorni, lo chiamano antropologo, intellettuale, giornalista, scrittore. Lui voleva essere chiamato professore, a ricordo del suo essere maestro e guida, istancabile mediatore tra tradizione, ma sempre viva, e future generazioni, interlocutori privilegiati. Incarnava tutto ciò che è tramite, passaggio, ponte. Ma anche prisma che riceve la luce e la propaga in ogni direzione, foce che accoglie l’acqua e la dirama. Questo voleva essere ed è stato, accogliere l’immenso patrimonio e mondo della sardità tutta-quella bella e degna- nel suo animo e trasmetterla, perché rivivesse. Ecco perché è stato padre, perché aveva innato il senso della generazione e della propagazione intellettuale, degno delle anime grandi.

Nell’ultimo periodo aveva grosse difficoltà alla vista, come capitato a Keplero, Galilei e Omero. E di Omero aveva il tratto sapienziale e la bellezza delle parole: ogni suo saggio-o anche romanzo- era di una levigatezza e di una sonorità uniche; credo che negli studi che, per forza, si apriranno ora sul suo pensiero, questa sia una delle strade più ricche di sorprese: l’analisi del suo lessico e della sua prosa.

Vorrei proseguire con la sua simpatia, tratto raro e meraviglioso: credo sia giusto metterla in luce, insieme all’affilatezza del suo pensiero. Bachisio Bandinu sapeva e amava ridere e sdrammatizzare, come di chi è amante della vita, e ne ha scoperto la bellezza.

E ora arriviamo al pensiero: abbiamo già detto del tratto scientifico e divulgativo insieme-di un’alta divulgazione- delle sue analisi sui nodi socioeconomici e culturali che negano alla Sardegna un presente e un futuro degno. Ma sarebbe impossibile riassumerlo qui.

Mi soffermo, allora, sulla sua attenzione al pastoralismo e, soprattutto, sulla sua indagine storica, socioeconomica e antropologica sulla nascita della Costa Smeralda: un unicuum imprescindibile e inspiegabile, dato l’impatto che il fenomeno ha avuto sulla nostra realtà, e che non ha avuto seguaci tra gli studiosi. Lungimiranza, profondità e acutezza- unite a una splendida prosa- si trovano nei saggi ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’ e ‘Narciso in vacanza’.

In ultimo, la sua lotta per il sardo nella liturgia. Il suo assioma, e il suo fine, era tanto bello quanto semplice: pregare nella propria lingua madre- oltre che scientificamente lecito e ragionevole- era anche umano, nel senso più alto del termine, proprio dell’humanitas, perché permetteva di pregare Dio con tutta la propria interiorità, e la ricchezza dei propri sentimenti e delle proprie parole madri.

Non è riuscito a vedere i frutti della sua instacabile azione, ma è solo questione di tempo: mentre ora Dio ascolta il suo sardo, noi cammineremo su suoi passi.

Giornata Mondiale del Rifugiato: il messaggio del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata
Mondiale del Rifugiato, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Ogni anno milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie terre,
fuggendo da conflitti armati, crisi umanitarie, persecuzioni e violazioni dei più
basilari diritti dell’uomo.
Si tratta di una realtà allarmante, tendenza che si presenta ciclicamente, quasi sia un
destino inevitabile, frutto di tragici sviluppi nei rapporti tra gli Stati e tra i popoli.
La storia, la storia dell’Europa e degli ordinamenti internazionali nati nel secondo
dopoguerra, testimoniano che non si tratta di derive irreversibili ma che, ad esse, è
possibile opporre la logica del raziocinio, la forza della pace.
Il nostro ordinamento repubblicano, la nostra Costituzione, riconoscono il carattere
universale dei diritti umani ed esplicitamente, per le persone perseguitate in ragione
delle loro opinioni, il diritto di asilo, assumendo poi il tema delle attività di soccorso,
dell’accoglienza responsabile e della tutela di rifugiati e profughi, tra le proprie
pratiche.
In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato desidero manifestare solidarietà
e vicinanza alle donne e agli uomini – molti di loro minori – che vivono questa
angosciosa condizione di fragilità e vulnerabilità, talvolta sfruttata da organizzazioni
criminali senza scrupoli né rispetto alcuno per la dignità della persona.
La volontà degli Stati, al pari della loro capacità di collaborare vicendevolmente e
con le istituzioni internazionali preposte, è presupposto ineludibile per affrontare le
cause strutturali di questi fenomeni e attuare soluzioni efficaci.
La Repubblica Italiana, richiamando l’alto significato dell’odierna ricorrenza, si
unisce ancora una volta all’appello di quanti chiedono a ciascun membro della
Comunità internazionale di astenersi da condotte irresponsabili, di promuovere la
salvaguardia di ogni essere umano e contribuire alla realizzazione dell’ideale
universale di solidarietà tra i popoli».

Roma, 20 giugno 2026

Le tracce della prima prova della Maturità: luci e ombre sul mondo interiore dell’adolescenza

di Daniele Madau

Mentre i ragazzi e le ragazze si apprestano a concludere la seconda prova della Maturità (Quintiliano per la versione di Latino al Liceo Classico), è tempo di commentare le tracce della prima prova, la cui proposta si trova, interamente, alla fine di questa riflessione. Luci e ombre, pregi e difetti per i testi della prova di Italiano, uguale per tutti gli indirizzi di studi.

Come capitato spesso in passato- e ancora non si capisce bene il motivo- per la tipologia A (analisi e interpretazione di un testo lettarario) sono stati proposti due autori che difficilmente vengono studiati durante l’anno: Pavese e Brancati. Nel caso di quest’ultimo, anzi, si può affermare che molto difficilmente, se non mai, viene affrontato durante le lezioni. Il testo di Brancati, tratto da ‘I piaceri’, afferma come lo spessore del mondo sia formato dai ricordi e dalle memorie, preziosi beni comuni.

E sembra proprio essere l’interiorità, sia come memoria, sia come, per le altre tracce, sentimento, meraviglia, costanza, pazienza e tenacia, la protagonista e il comune denominatore che le unisce.

E, nonostante la discutibile scelta degli autori per il testo letterario, questo voler indagare le meraviglie o le fragilità del mondo interiore, è una scelta opportuna e felice: mai il mondo interiore sarà così grande e inesplorato come quando si ha diciotto anni.

E scrivere, sul foglio di carta e non al computer, è un modo per esplorare quel mondo, e crescere, diventare maturi.

Sembra, infatti, che il ministero abbia voluto sostenere, con la scelta delle tracce, il nuovo passaggio dalla denominazione di Esame di Stato a Esame di Maturità. Maturità da ottenere con l’attenzione ai sentimenti per costruire il proprio rapporto col mondo (proposta A1), coltivando socialmente la memoria nell’incontro con chi la custodisce (A2), andando alla radice dei nostri diritti e delle nostre libertà democratiche (l’ampiamente attesa proposta B1 del testo argomentativo), come fonte di creatività (B2), come capacità di crescere e diventare adulti (B3), come sensibilità alle meraviglie della natura (C1) e, infine, come risorsa e miniera da cui attingere la dedizione, la costanza, la pazienza e la tenacia per affrontare una meravigliosa strada, quella che porta a superare l’adolescenza e a costruire il mondo di domani (C2).

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