Le parole di Yossra e ‘la primavera che, intanto, tarda ad arrivare’

di Daniele Madau

Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir

Bologna, 20 lug. Durante la manifestazione promossa dal sindaco Lepore per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir, la nipote, Yossra, così si è espressa, in lacrime: “Non siamo qui per chiedere odio, non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità. Le forze del’ordine hanno una grande responsabilità, quella di proteggere i più fragili”.

Alle parole, sono seguiti i fatti, di pace, quando i familiari di Abderrahim hanno cercato di impedire le violenze che, purtroppo, si sono accese.

Ecco, questa testimonianza di parole e fatti, azione e lacrime, è l’insegnamento più grande che si possa ottenere e su cui si possa riflettere. Quando, subito dopo un grande dolore, si ha la lucidità, e il cuore, di chiedere verità ma di testimoniare il desiderio di pace e riconciliazione, si semina qualcosa che, prima o poi, dovrà fiorire.

In questa estate calda, non sembra ancora il tempo della fioritura, tanto che ci sembra di vivere quanto cantato, nei versi conclusivi, da Battiato in ‘Povera Patria’: La primavera, intanto, tarda ad arrivare. Ma da queste parole, di una immigrata di seconda generazione, credo, può nascere qualcosa di nuovo, perché sono rimbalzate su tutti i social, mentre ancora girava il video di Vannacci, a mostrare che l’umanità e il buon senso esistono, e sono talmente forti da non scomparire nenche di fronte al dolore. Che continuino a essere seminate, a dormire nelle nostre terre, e che sboccino presto.

Il racconto del Cagliari: per la prossima stagione ognuno dovrà essere pronto a dare tutto di sé

di Daniele Madau

Pisacane in conferenza stampa

Dopo il calcio americano, di hydration break, spettacoli nell’intervallo, interventi politici a gamba tesa, respirare l’aria di Asseminello, afosa e familiare, è quasi un sollievo. Sa di calcio vero, di piccola provinciale rispetto alla grande America, ma genuino, e pronto a regalare imprese.

Di questo parla Pisacane, il cui cognome già fu di un eroe risorgimentale, nella prima conferenza stampa della stagione: dimostrarsi degni di raggiungere- si può dire eroicamente-gli obiettivi. Che sono la salvezza e tutto ciò che verrà in più.

Gli schemi non saranno fondamentali, perché, ormai, non lo sono nel calcio moderno, fluido come tanti altri aspetti della realtà. Servirà invece-parole del mister- ciò che ognuno avrà nel profondo di sé, e cioè, soprattutto, la voglia di migliorarsi, di non sentirsi arrivati, e di mettere il Cagliari davanti a tutto.

Oltre a ciò, chiaramente, Pisacane si aspetta anche un ‘regalo’ dal mercato (che già lo soddisfa), sotto forma di un attaccante di esperienza.

Dopo l’elogio dei suoi, e dei nostri, ragazzi, per il lavoro svolto in questi giorni di caldo feroce, la conferenza stampa si conclude, e si prepara, invece, il ritiro a Ponte di Legno.

E’ in questi giorni che si prepara il prossimo anno e , davvero, è giusto ciò che l’allenatore ha sottolineato: conterà ciò che ognuno ha nel profondo di sè. E’ ciò che può segnare la differenza con gli altri. Come nella vita.

Sánchez-Trump, la vittoria del Mondiale ha un forte sapore politico per l’Europa

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez accanto al presidente della Fifa Gianni Infantino (secondo da sinistra), il re Felipe VI di Spagna (al centro) e la regina Letizia di Spagna (seconda da destra) prima della finale della Coppa del Mondo Spagna-Argentina (Afp)

Si dice che per assistere alla finale il premier spagnolo Pedro Sánchez abbia cambiato all’ultimo l’agenda: era atteso in Algeria e invece si è ritrovato in tribuna d’onore allo stadio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Non poteva esserci nemesi migliore per la disputa tra Washington e Madrid: ha vinto il Mondiale il Paese più criticato dal presidente Usa per la mancanza di aiuto in Iran e per l’insufficiente spesa per la difesa, al punto da minacciare di tagliare i commerci con la Spagna (salvo poi fare marcia indietro).

A Bruxelles è stato un ripetersi di «congratulations» all’indirizzo di funzionari, diplomatici e giornalisti spagnoli, con il sorriso implicito a significare che la vittoria è stato qualcosa di più di una semplice partita di calcio per quanto finale di un Mondiale. Una rivincita morale da parte di quell’Europa che all’appeasement preferisce una reazione ferma di fronte agli Stati Uniti.

Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata con un post su X: «Campioni! Tanti auguri, Spagna! Oggi l’Europa festeggia con voi», ha scritto in spagnolo. Se non lo avesse fatto si sarebbe notato perché nell’ultimo anno in più occasioni la Commissione è stata criticata per l’atteggiamento troppo accondiscendente verso gli Usa. Un anno fa in questi giorni veniva siglato l’accordo sui dazi in Scozia tra Ue e Stati Uniti a svantaggio dell’Unione. Il presidente del Consiglio europeo António Costa, portoghese, socialista, non ha postato niente. È certo però che abbia esultato. Invece le congratulazioni della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola non stupiscono per la sua empatia e per la natura dell’istituzione: «Felicitazioni, Spagna! Campioni del Mondo! Un momento di orgoglio per tutta Europa». 

È in un certo senso la rivincita della Vecchia Europa criticata da Trump, quella «invasa» dagli immigrati: ha vinto proprio il Paese che di recente ha approvato un importante piano di regolarizzazione dei migranti. 
C’era attesa per la stretta di mano di Trump con il premier spagnolo Sánchez nella tribuna d’onore: si è rivelata calorosa quanto quella con re Felipe e la regina Letizia. Il premier spagnolo, interrogato dai giornalisti sul fatto che Trump avrebbe consegnato la coppa, aveva risposto: «Più che chi la consegna, quel che conta è chi la riceve». 

Il presidente Usa si era dichiarato neutrale, salvo poi aggiungere che è «difficile scommettere contro Messi» e che l’Argentina è un Paese «amico» e «ha fatto un lavoro fantastico». Trump era arrivato a dire che gli piacerebbe fare la vita di Messi e di Ronaldo. «Ho incontrato Messi di recente e conosco Cristiano – ha detto il presidente a Fox News -: fanno una bella vita. In realtà hanno una vita più facile della mia. Davvero, farei a cambio. Mi piacerebbe fare a cambio per un mese». Ma Messi è stato neutralizzato dagli spagnoli. E non sono serviti i rituali superstiziosi dell’argentino Javier Milei, il più trumpiano dei leader dell’emisfero occidentale (e forse del mondo), definito da Donald «il mio presidente preferito».

In Europa lo hanno già sperimentato in diversi: non porta bene il tifo di Trump e del suo mondo. Lo ha provato a proprie spese l’ex premier ungherese Viktor Orbán. La cautela ormai è tale che il francese Rassemblement National ha cercato di prendere le distanze dal sostegno da parte di Elon Musk in vista delle elezioni del 2027. «È l’ultima speranza della Francia», aveva scritto Musk di Marine Le Pen. Il portavoce del partito di estrema destra ha messo le mani avanti: «Dopotutto, sapete, non cerchiamo sostegno da altre parti; leggiamo, capiamo, ognuno ha il diritto di esprimersi. Non siamo responsabili di chi ci sostiene».

Il presidente Usa si è trovato a guardare la finale, dietro una vetrata anti-proiettili, affiancato da Melania e da Gianni Infantino, ma circondato da leader con cui ha avuto rapporti complessi, come la messicana Claudia Sheinbaum e il canadese Mark Carney (tra minacce commerciali e legate al traffico di fentanyl) e ovviamente Sánchez .

Qualcuno dice che ci siano stati dei fischi quando Trump è apparso per un secondo sul maxischermo, ma molti non se ne sono neanche accorti (i più critici dicono che non l’hanno mostrato troppo proprio per evitare i fischi). Quando poi il presidente Usa è sceso in campo per la premiazione, ci sono stati altri fischi, ma lui non se n’è curato: Trump ha salutato la folla e poi ha stretto la mano e scambiato grandi sorrisi con ciascuno dei vincitori, mentre le tv inquadravano le lacrime di Messi. Alla fine, Infantino e Trump, camminando insieme e stringendo il trofeo con quattro mani, lo hanno consegnato al capitano della nazionale spagnola Rodri. Ma il presidente americano non sembrava voler lasciare la festa: è rimasto in piedi accanto ai giocatori spagnoli pronti per la foto di gruppo, continuando a complimentarsi con loro, finché Infantino non è corso da lui e lo ha accompagnato fuori scena.

Per Trump, alla fine, è tutto uno show e tira dritto incurante delle critiche o delle tensioni. Per l’Europa è diverso. Da quando c’è il nuovo inquilino alla Casa Bianca, gli Stati membri hanno dovuto imparare a riconsiderare il proprio rapporto con gli Stati Uniti, anche i governi per tradizione più vicini a Washington. Dunque la vittoria della Spagna in finale e prima del Belgio che ha eliminato gli Stati Uniti nonostante il tentativo di Trump di alterare il corretto svolgimento della partita, hanno il gusto di una rivincita che non è solo sportiva ma è anche e soprattutto politica. L’effetto durerà poco ma meglio di niente.

25 anni fa il G8 di Genova: il sonno della ragione ha generato mostri

di Daniele Madau

I leader politici del G8 di Genova del 2001
I drammatici scontri durante il G8

Il calendario civile italiano e’ segnato da date che hanno formato la nostra coscienza, in ogni mese; a luglio, il 19 via D’Amelio, quelle dal 18 al 20, il G8 di Genova del 2001.

25 anni fa, non piu’ cronaca, non ancora storia. Non ancora storia perche’ la ferita brucia ancora, ha la carne viva della convalescenza, non della pelle risanata.

Era, pero’, un altro mondo. Un mondo che la parte sana della protesta aveva visto arrivare. Stava giungendo, infatti, la globalizzazione, di cui ora godiamo i frutti: quelli marci, quelli acerbi e quelli maturi. La politica complice della menzogna, del potere economico e della violenza: tra i partecipanti, infatti, Blair, che mentira’ sull’Iraq per fare guerra, Putin e Berlusconi, gia’ legati da affari e interessi, e Bush, non ancora travolto dall’undici settembre.

Si chiamavano no global , e la storia gli ha sconfitti. I loro eredi, o epigoni,  sono stati i giovani pro-Palestina e pro-clima, gia’ vittime della globalizzazione e degli assi strategici politico- finanziari che i loro predecessori, anche in frange armate violente, volevano contrastare.

Il ‘Genova social forum’, pero’, che chiese il rinvio del G8 e che coordinava tutti i gruppi autorizzati di protesta, non era violento. Alla Diaz, pero’, non c’erano violenti, come non lo erano i fermati alla caserma Bolzaneto.

La violenza e’ scoppiata come un incendio da micce e inneschi incredibilmente trascurati, alimentata, poi, da gesti folli, irrazionali, coscienti e non coscienti. Vittime e carnefici insieme: vittime carnefici.

Nel dibattito infinito sulla sicurezza, bisognerebbe guardare al G8 per capire cosa NON FARE. Non scegliere Genova come citta’ ospitante, non mandare sul campo forze dell’ordine non formate sulla topografia del luogo e non addestrate per eventi del genere, come il carabiniere di leva Placanica, colui che sparo’ contro Carlo Giuliani- vittima e simbolo della follia- e che oggi vive solo, abbandonato, senza lavoro, in grave disabilita’ . E, soprattutto, non permettere che le stesse forze dell’ordine, dai comandi piu’ alti agli ausiliari, abdicassero allo stato di diritto, alla democrazia e alla giustizia, tra violenze palesi e imbarazzanti, e falsita’. Non poteva essere questo il modo di arginare la degenerazione delle proteste, irrazionale e impreparato: il sonno della ragione, di molti, ha generato mostri.

Come spesso accade, poi, pochi hanno pagato: il governo, col ministro degli interni, e’ rimasto in carica, altri hanno fatto addirittura carriera.

Perche’, poi, tra i conti non pagati, ci sono quelli di entita’ incalcolabile: una vita persa, la fiducia nelle forze dell’ordine che crolla e genera tensione, lo Stato che appare fragile, immaturo, incapace, la sensazione di insicurezza laddove si voleva dimostrare il contrario.

Conti che ancora paghiamo, perche’ la sicurezza e’ figlia di organizzazione, maturita’, legalita’, cultura, giustizia, educazione. Inutile inseguirla col corto circuito della repressione perche’ i mostri, senza la luce della ragione, come nel peggiore degli incubi, possono ripresentarsi. Ripensare a 25 anni fa, allora, per imparare cosa non fare.

In ricordo di Borsellino: la sicurezza come movimento culturale di legalità

di Daniele Madau

Paolo Borsellino

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”

E’ giustamente celebre, oltre che bella, questa frase di Borsellino, modello più volte indicato da Giorgia Meloni come decisivo per la sua scelta di fare politica.

In questo giorno di ricordo, silenzio, commemorazione-allora- è giusto, rispettando toni di riflessione che vadano contro quelli sempre estremi della politica quotidiana, riprendere questi concetti cari al magistrato ucciso barbaramente il 19 luglio di trentaquattro anni fa e confrontarli con l’idea di sicurezza che la maggioranza, che dichiaratamente a lui si ispira, sta mostrando.

E’ appena uscito il nuovo decreto sicurezza, che rende legale il fermo preventivo anche dei minorenni. Giorgia Meloni, a Palermo, ha esplicitamente parlato di militarizzazione della Sicilia. Pochi secondi dopo la condanna a Mario Roggero, che aveva inseguito e ucciso alle spalle due suoi rapinatori ‘come vendetta’, si è subito invocata la grazia, senza un attimo di riflessione, senza attendere neanche le motivazioni della sentenza.

Tutto questo è estraneo a Paolo Borsellino: il grande errore di chi vuole commemorarlo oggi, e sempre, è quello di parlarne senza conoscerlo. Nella frase d’apertura, così densa e profonda, limpida, c’è già tutto il suo pensiero di umanità, nel senso dei valori più alti dell’humanitas. Questi non parlano mai di repressione o vendetta, ma solo di educazione, cultura, bellezza, giustizia- nel senso di atteggiamento giusto e rispettoso dei cittadini e dello Stato- legalità, nel senso di libertà sotto le regole. I suoi interlocutori privilegiati erano i giovani, a cui dedicava ogni momento del suo poco tempo libero, per passar loro un messaggio di brezza che scacciasse via la cupa oppressione mafiosa.

In questi trantaquattro anni, il suo ricordo ci ha accompagnato sempre. Sembra, però, purtroppo, che presi dai toni estremi e ormai insopportabili della politica e della comunicazione, le sue parole siano scivolate in superficie, senza trovare terreno fertile, rendendo così ancora più drammatico il suo sacrificio.

Sarebbe inaccettabile, sarebbe assurdo che, dopo ciò che è successo trentaquattro anni fa, non si sappia nemmeno raccogliere un’eredità così luminosa.

Morte dei cavalli per la fatica: abolire le botticelle a Roma e in tutta Italia?

da Chenge.org

Il cavallo crollato a Roma per la fatica

Condividiamo la petizione promossa da Change.org rivolta al Comune di Roma, a cui chiede di avviare un percorso per sostituire le botticelle trainate da cavalli con soluzioni sostenibili garantendo una transizione equa per i lavoratori coinvolti.  A Roma, ancora un cavallo è crollato sull’asfalto mentre trainava una carrozza turistica. 

In pochi giorni la petizione che chiede di abolire le botticelle a Roma, e non solo, lanciata da una cittadina romana ha già raccolto oltre 2.600 firme. 

Il problema

Al Sindaco di Roma Capitale e all’Amministrazione Capitolina,

Oggi, a Roma, un altro cavallo è crollato sull’asfalto.

Non è solo la scena in sé. È il fatto che continuiamo a considerarla normale. Continuiamo ad accettare che degli animali vengano costretti a trainare carrozze tra traffico, caldo, rumore, come se la loro sofferenza fosse il prezzo inevitabile di una tradizione.

Un cavallo non sceglie. Non può dire che è esausto, che ha sete, che il suo corpo non ce la fa più. Quando crolla, quello è l’unico linguaggio che gli resta.

I cavalli non sono attrazioni turistiche. Sono esseri senzienti, capaci di provare dolore, paura e stress.

Non si tratta di essere contro una categoria di lavoratori. Si tratta di essere a favore di esseri viventi che provano dolore, paura e fatica. Una città come Roma può e deve trovare alternative che rispettino sia le persone sia gli animali.

Ogni volta che un cavallo cade, ci indigniamo per qualche ora. Poi tutto torna come prima. Fino al prossimo crollo.

Non vogliamo aspettare il prossimo.

Per questo chiediamo al Comune di Roma di avviare un percorso con tempi e obiettivi chiari per il superamento delle botticelle trainate da cavalli, sostituendole con soluzioni etiche e sostenibili e garantendo, allo stesso tempo, una transizione equa e una riconversione per i lavoratori coinvolti.

Non possiamo continuare a parlare di amore per gli animali solo quando ci commuovono. Dobbiamo dimostrarlo quando significa cambiare qualcosa.

Firmare questa petizione significa dire che nessun cavallo dovrebbe arrivare a svenire sull’asfalto per intrattenere o trasportare qualcuno. Significa scegliere una Roma più giusta, più moderna e più compassionevole.

Perché il rispetto per gli animali non può fermarsi alle parole.

Richiesta di grazia a Mario Roggero: la puntualizzazione del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al
Quirinale il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per puntualizzare i limiti delle
attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la
Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato
dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006.

Roma, 16 luglio 2026

‘Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere’. Quando scienza e libertà vanno insieme, i nostri benefici sono incomparabili

di Daniele Madau

Fermo restando che fino a condanna definitiva si è innocenti e nel rispetto per ogni uomo e ogni donna, come commentare le accuse nei confronti di Mario Adinolfi di truffa aggravata e continuata, abusivismo finanziario, esercizio abusivo di raccolta del risparmio ed evasione fiscale? Con la parole di Gesù, quelle così tanto adoperate dallo stesso Adinolfi, al fine, però, come sembra, di far soffrire le persone, cioè nel modo che Gesù stesso avrebbe condannato nella maniera più dura. Mentre, infatti, Gesù predicava come Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni , apostrofava i farisei con:‘Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?’ e invitava i discepoli a non seguirli, Quanto vi dicono, fatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.

I frutti di un predicatore come si mostrava Adinolfi, non erano difficili da immaginare: l’albero non era sano, rigoglioso, generoso, fecondo. Che si sia credenti o no, c’è differenza tra le parole di papa Leone XIV o Matteo Maria Zuppi e quelle uscite dalla bocca del leader del Popolo della famiglia, come le frasi sul poker o sulla sottomissione della donna, ed è semplice distinguerle. Nel caso si avessero ancora dubbi, tuttavia, andare a leggere direttamente il Vangelo è la scelta migliore. Sono molto tristi le testimonianze di chi, fidandosi della fede sbandierata da Adinolfi, gli ha affidato i risparmi di una vita, perdendo tutto. La fede non si brandisce, non si proclama, non si usa. Semplicemente, si vive. E quando la si vive, si vedono i frutti, dal sorriso che illumina un volto sereno, a mani e menti che salvano vite.

Come quelle dei medici e degli infermieri che, durante il Covid, sono stati il baluardo della nostra salute. Ci ricordiamo? O abbiamo dimenticato? Mai dimenticare a chi dobbiamo la vita, la riconoscenza è uno dei valori più nobili.

In concomitanza con la notizia delle accuse ad Adinolfi, dichiarato no-vax e no-green pass (abbiamo scordato anche queste posizioni?), è stato pubblicato, ma ha avuto infinitamente meno risalto rispetto alle accuse al giornalista e politico estremista, l’esito di una recente revisione scientifica pubblicata su The Lancet, che conferma l’elevata efficacia e sicurezza dei vaccini a mRNA per la prevenzione del Covid-19. L’analisi evidenzia una protezione media dell’87% contro l’infezione, del 93% contro il ricovero ospedaliero e del 94% contro la mortalità, con lievi riduzioni nel tempo e per la variante Omicron.

L’albero era buono, aveva radici di secoli nel terreno fecondo della scienza e ha avuto frutti di tutela della vita umana.

Non si vuole giudicare le persone e le loro opinioni, o andare contro la libertà, sacrosanta, di chiunque. Si vuole solo suggerire che la libertà, quando si basa sulla scienza, sulla cultura e sulla solidarietà, dona benefici incomparabili, e fa crescere l’umanità.

Nessuna religione, ormai, dovrebbe contrapporre mente e cuore, ragione e libertà, cultura e fede. E, per sciogliere ogni dubbio, mai Gesù ha affermato il contrario.

Gli europei pregano per un summit della Nato senza sorprese

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il segretario generale della Nato Mark Rutte con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Ap)

Siamo ad Ankara per il vertice della Nato che riunirà oggi e domani in Turchia i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza. Il summit inizierà con la cena ufficiale a cui parteciperà anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Inutile dire che la principale curiosità in sala stampa è se il summit filerà liscio come nelle intenzioni del segretario generale Mark Rutte e del padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, oppure il carattere volubile del presidente Usa Donald Trump lo farà deragliare, magari provocato dal “no” irremovibile del premier spagnolo Pedro Sánchez ad aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035, oppure da uno scambio di battute con la premier Giorgia Meloni con cui la tensione è da giorni alle stelle. Perché domani i leader discuteranno per poche ore, secondo un format compatto già collaudato lo scorso anno al vertice dell’Aia. Obiettivo ridurre le occasioni di frizione. 

La dichiarazione formale approvata venerdì scorso dai 32 ambasciatori dei Paesi Nato, che dovrà essere firmata domani dai leader, non riserva sorprese. Ma anche l’ovvio di questi tempi non è scontato e dunque è importante che confermi che gli alleati Nato sono pronti a ribadire il loro impegno ferreo all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico e ad affermare chela Russia rappresenta una «minaccia a lungo termine per la sicurezza e la stabilità euro-atlantiche». Inoltre prevede 70 miliardi di euro di sostegno aggiuntivo all’Ucraina per quest’anno, con «livelli almeno equivalenti» di aiuti anche nel 2027.

Il messaggio che vi raccontiamo da Washington è che Trump non mette da parte tanto facilmente l’ascia di guerra. Le critiche della scorsa settimana del presidente Usa sui social alle spese militari «ridicole» di Berlino sono la cartina di tornasole. Trump non ha mai digerito quello che ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz a fine aprile: «Un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana, in particolare dai cosiddetti Guardiani della rivoluzione». E poco importa che la Germania faccia parte insieme alla Polonia, ai Nordici e ai Baltici dei Paesi che stanno aumentando le spese della difesa. Berlino sta investendo così tanto da suscitare qualche preoccupazione negli Stati vicini: tra il 2026 e il 2030, la Germania stanzierà nel complesso quasi 784 miliardi e raggiungerà già nel 2029 il 3,5% della spesa militare in senso stretto, quella che rientra nel target Nato del 3,5% del Pil entro il 2035. Ma Trump se l’è legata al dito che gli europei non l’abbiano sostenuto nella guerra contro l’Iran e che anzi l’abbiano criticata.

Alla vigilia del vertice, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha portato avanti la sua consueta strategia per evitare che l’Alleanza si frantumi: adulazione di Trump e numeri a sostegno dell’impegno degli alleati. «A un solo anno dall’avvio di un progetto decennale, vediamo che gli Alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del loro Pil nella difesa e nella sicurezza», ha detto l’ex premier olandese, ricordando che è stato Trump a imprimere questo riequilibrio nella spesa, chiesto fin dai tempi del presidente Eisenhower negli anni Cinquanta: «Lo lodo per questo».

Ma la vera posta in gioco di questo vertice è proseguire sulla strada dell’europeizzazione della Nato. L’obiettivo di questi due giorni è «trasformare le risorse finanziarie in capacità operative, lavorando fianco a fianco con l’industria della difesa», ha insistito Rutte spiegando che si sta «costruendo una Nato sostenibile» impensabile fino a tre anni fa, nella quale gli Stati Uniti continueranno a fornire il proprio ombrello nucleare e a garantire un contributo convenzionale fondamentale all’Alleanza nel suo complesso e i partner europei «si assumeranno una quota maggiore della responsabilità per la difesa convenzionale» del Vecchio Continente: «Un’Europa più forte significa una Nato più forte». Il processo è avviato, un anno fa per necessità ora forse per convinzione. Gli europei stanno cercando di aumentare il loro peso nella Nato per arrivare nel medio lungo termine a sostituire gli Stati Uniti nella propria difesa. Whitaker ha suggerito che potrebbero esserci conseguenze per coloro che non fanno abbastanza, ma non ha voluto dire di più: «Il presidente Trump si aspetta che gli alleati facciano subito di più e si mettano sul cammino per arrivare al 5% con urgenza».

Non che avessero scelta. Appena entrato alla Casa Bianca, Donald Trump ha iniziato a cannoneggiare l’Alleanza Atlantica. I partner europei, anche i più legati agli Usa, ci hanno messo qualche mese per capire che era finita un’epoca: le mire di Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo appartenente alla Danimarca, hanno tolto ogni dubbio, l’Europa deve imparare a difendersi da sola perché non può più fidarsi di Washington come un tempo. «Il presidente ha presentato una soluzione che prevede l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Pensiamo tuttora che sia il modo migliore per realizzare le necessità di difesa della Nato», ha detto un alto funzionario Usa ai giornalisti domenica scorsa. 

Gli Stati Uniti intendono continuare a trasferire agli alleati la responsabilità della difesa convenzionale dell’Europa e i Paesi europei sono intenzionati a farsene carico, alcuni più di altri. Ma come ha chiarito Whitaker «il vertice di Ankara servirà a misurare i progressi compiuti rispetto agli impegni assunti all’Aia. Soprattutto, valuteremo le capacità militari, perché non si tratta soltanto di spendere di più, ma di verificare quali capacità concrete vengono acquisite grazie a questi investimenti». Non tutti gli europei si stanno impegnando alla stessa maniera. Hanno passato l’esame degli Stati Uniti «Polonia, i Nordici, i Baltici e la Germania», nonostante le critiche di Trump a Merz. Altri, invece, sono in ritardo: non spendono abbastanza oppure non hanno ancora un percorso credibile per rispettare gli impegni presi all’Aia. Italia e Francia, ad esempio,  non hanno mai aderito nemmeno al piano Purl con il quale gli europei comprano armi dagli Usa e le trasferiscono all’Ucraina. Finora si tratta di acquisti per oltre 6 miliardi di dollari. Per gli Stati Uniti è anche una questione di affari, coerente con l’approccio transazionale della diplomazia applicato da Trump (anche se al momento la base industriale della Difesa Usa non consente di consegnare le armi vendute, per via di ritardi nella produzione).

D’altra parte, l’industria della difesa europea non è ancora in grado di rispondere alle esigenze del Vecchio Continente. Dei 119 miliardi di dollari aggiuntivi stanziati quest’anno rispetto al 2025, circa la metà è destinata all’acquisto di armamenti e sistemi prodotti negli Stati Uniti. Il Forum sulla difesa che si tiene oggi a margine del vertice sarà una vetrina per annunciare nuovi contratti per decine di miliardi di dollari con aziende del settore della difesa. Si tratta prevalentemente di accordi di cooperazione multilaterale e di coproduzione di prodotti americani realizzati in Europa. Perché per essere indipendente dalla difesa statunitense, l’Europa avrà bisogno ancora di una decina d’anni. Nel frattempo meglio tenersi buona Washington, anche se c’è chi teme che in caso di un attacco da parte della Russia, Trump potrebbe non intervenire a difendere gli europei.

Questa Chiesa non piace alle destre. Da qui lo scisma dei lefrebvriani, un atto politico dei poteri forti

di Alfredo Franchini

La manifestazione dei lefebvriani

Mai come in questi ultimi anni la Chiesa è stata vicina ai più deboli. Prendiamo due fatti degli ultimi giorni: sabato, mentre Trump festeggiava a modo suo i 250 anni della fondazione degli Usa, papa Leone era a Lampedusa per ricordare al mondo che serve un piano per accogliere e integrare i migranti e non ucciderli in mare. Solo qualche giorno prima il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme inviso a Israele, aveva raccontato la tragedia di Gaza da lui girata in lungo e in largo.

È questa la Chiesa che le destre e i poteri forti non vogliono e per questo hanno mandato allo scoperto i lefebvriani che mercoledì scorso a Econe in Svizzera hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio, incassando l’automatica scomunica. Sul prato di Econe c’erano molti politici di tutta Europa e per l’Italia vi hanno partecipato alcuni esponenti del movimento di Vannacci e di Forza Nuova a testimoniare la saldatura tra un’idea balzana di cristianesimo e la visione politica suprematista e xenofoba. Tra i partecipanti c’era anche il mitico Mario Borghezio, ex leghista oggi vannacciano, che ha paragonato lo scisma al raduno di Pontida ideato da Bossi per contestare il potere di Roma. Lo stesso spirito che ha ispirato l’atto scismatico perché i lefebvriani vogliono tornare indietro contestando il Concilio Vaticano II, l’ecumenismo e persino la separazione tra Chiesa e Stato.

Non è la prima volta. La Fraternità San Pio X che ha ordinato i quattro vescovi fece un atto simile nel 1988 – allora il papa era Giovanni Paolo II – eppure la situazione è nuova rispetto alla precedente. La storia è ricca di scismi, (anglicano, luterano), intrecciati con la storia europea ma con significati diversi perché le riforme dovevano restare sempre all’interno di una tradizione. Nel 1988, poi, le democrazie erano solide e non traballanti come adesso con i poteri forti determinanti in America grazie al “cattolicissimo” Vance, il maggior accreditato alla successione di Trump, o a Peter Thiel, il fondatore di PayPal giunto a Roma a parlare dell’anticristo.

Non preoccupa la ferita di qualche migliaio di persone che si allontanano ma la capacità di seduzione politica. La Fraternità San Pio X ha voluto la frattura calcolando una rendita di posizione fuori dalla Chiesa. È il sintomo di uno smottamento della politica che fa leva sulla religione. I nostri politici che usano brandire croci e rosari nei comizi non sono certo il prototipo di un fedele ma si appropriano della religione per portare avanti una visione del mondo in cui non c’è spazio per l’Altro. Quando papa Francesco prese una posizione netta sugli immigrati, i circoli della destra americana iniziarono a chiamarlo “l’uomo in bianco” anziché papa. In Italia a Salvini, a Vannacci, alla Meloni la religione va bene solo quando è piegata alla loro visione del mondo. Una visione distante anni luce dal Vangelo. Di fronte alla complessità c’è il rischio che la religione sia vissuta come un confine: di qua noi, dall’altra parte i diversi. A che serve una religione nella società del nostro tempo? E che cosa accadrebbe alla democrazia se la risonanza della religione dovesse svanire del tutto? Se lo è chiesto Hartmut Rosa, sociologo dell’Università Schiller di Jena, per il quale la democrazia ha bisogno vitale della religione. Ma a una condizione: deve favorire la cultura del dialogo e creare legami con gli altri. Tutto il contrario di quanto vogliono i lefebvriani e le destre.

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