Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato alla Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo, il seguente messaggio: «La Relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia offre una disamina dei fatti e delle cause alla base della tragedia avvenuta a Casteldaccia il 6 maggio del 2024, fornendo proposte per il miglioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro negli spazi confinati. Si tratta di un bene, quello della vita, che deve essere tutelato in via assoluta e non può rappresentare il prezzo per poter svolgere un mestiere. Le vite spezzate a Casteldaccia nel maggio di due anni fa, come tutti i tragici incidenti sul luogo di lavoro, costituiscono una ferita per l’intera collettività e suonano monito costante, come di nuovo e di recente, per istituzioni e parti sociali sulla necessità di adottare misure sempre più efficaci e innovative a garanzia dell’incolumità di ciascun lavoratore, ponendo particolare attenzione all’importanza della prevenzione dei rischi. Nel rinnovare la vicinanza della Repubblica ai familiari dei cinque lavoratori deceduti e a quelli di tutti gli altri lavoratori colpiti quotidianamente da questo flagello, esorto, ancora una volta, istituzioni e parti sociali al massimo impegno nel contrasto agli incidenti sul lavoro».
Pip: Benvenuti a La Riflessione Politica, dove le leggi esistono, i diritti si aspettano, e qualcuno sta ancora aspettando di capire chi tiene il volante.
Mara: Oggi esploriamo tre territori: i diritti di fine vita e il divario tra norma e applicazione, il futuro del lavoro nell'era dell'intelligenza artificiale, e la nascita di un nuovo partito politico italiano. I pezzi sono tutti di danielemadau. Cominciamo dal caso che racconta meglio cosa succede quando una legge esiste ma non funziona.
Quando la legge esiste ma non si applica
Pip: Il tema qui è il divario tra una norma scritta e la sua attuazione concreta: una persona chiede di esercitare un diritto garantito per legge, e l'istituzione semplicemente non risponde.
Mara: Laura Di Napoli, coordinatrice dell'Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale, lo dice senza giri di parole: "Dopo 55 giorni dalla nomina della Commissione, auspichiamo nel rispetto della sofferenza di Vittoria e di chi si rivolge alle istituzioni, dei tempi più brevi di risposta."
Pip: Cinquantacinque giorni dopo la nomina, zero valutazioni formali. Vittoria Gammone ha presentato la richiesta il 10 febbraio 2026, affetta da sclerosi multipla progressiva da oltre vent'anni. Siamo a 127 giorni senza risposta nel merito.
Mara: La Commissione Multidisciplinare Permanente era obbligatoria per legge, ma alla ASL di Nuoro non era stata nominata. È stata costituita il 22 aprile, lo stesso giorno in cui la richiesta di accesso agli atti è stata accolta. La legge prevede accertamenti entro dieci giorni dalla convocazione.
Pip: La pressione civile ha sbloccato ciò che la norma da sola non aveva mosso. Il caso dimostra che la trasparenza istituzionale resta uno strumento determinante quanto la legge stessa.
Mara: E da qui si apre una domanda più grande: chi governa le trasformazioni che riguardano milioni di persone, quando le istituzioni faticano anche solo ad applicare ciò che hanno già scritto?
Chi tiene il volante dell'intelligenza artificiale
Pip: La questione centrale è questa: l'intelligenza artificiale sta ridisegnando lavoro, potere e conoscenza, ma chi decide in quale direzione va, e con quali regole?
Mara: Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, lo formula con precisione: "La domanda vera è un'altra: chi tiene il volante. La sfida non è capire verso dove la tecnologia è diretta, ma chi decide quella direzione, e con quali regole."
Pip: Il punto non è tecnico, è politico. Chi controlla capacità di calcolo, dati e modelli controlla anche narrazioni, mercati e condizioni di lavoro di milioni di persone.
Mara: Parisi cita il rapporto Sanders, che stima quasi cento milioni di posti di lavoro americani a rischio nel prossimo decennio. Il dato che Parisi trova più solido è un altro: dal 1973 la produttività è cresciuta del 150 percento, i profitti del 370, e il salario reale medio è diminuito.
Pip: La torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono andate quasi tutte verso l'alto. E l'intelligenza artificiale, lasciata alle sole logiche di mercato, rischia di rendere questa tendenza ancora più estrema.
Mara: Parisi sostiene la proposta di una settimana lavorativa di trentadue ore senza riduzione di salario, e un centro pubblico europeo di ricerca sull'intelligenza artificiale, sul modello del CERN. La tesi è che i guadagni dell'IA siano costruiti su un patrimonio collettivo, e debbano tornare alla collettività.
Pip: Elly Schlein sintetizza l'altra faccia dello stesso problema: quando la tecnologia diventa strumento nelle mani di pochi, smette di essere una questione tecnologica.
Mara: E questa concentrazione di potere non riguarda solo l'economia. Parisi insiste sul controllo delle narrazioni: chi sceglie le fonti attendibili, chi decide cosa vedere, esercita un potere quasi invisibile. La risposta che propone è democratica prima che tecnica.
Pip: Dal chi governa la tecnologia, al chi governa la politica. E qualcuno ha appena lanciato un nuovo partito con idee molto precise su entrambe le cose.
Il mondo al contrario di Vannacci
Pip: Il tema è la nascita di Futuro Nazionale e cosa ci dice sul tipo di futuro che propone: un programma politico misurato sui dati, o contro di essi?
Mara: Il pezzo parte da una premessa diretta: "Già questa assemblea costituente nasceva avendo alla fonte una sorgente di bugia: fino all'ultimo, infatti, il generale aveva giurato e spergiurato che la sua sarebbe stata soltanto un'associazione, e che non avrebbe tradito la Lega."
Pip: Il problema non è solo Vannacci. È che l'opinione pubblica ormai si aspetta la bugia, e questa assuefazione è grave quanto la bugia stessa.
Mara: L'analisi confronta le proposte di Futuro Nazionale con i dati sul benessere europeo: le nazioni più ricche e felici sono quelle con maggiore istruzione, parità lavorativa, diritti garantiti alle minoranze, immigrazione governata con lungimiranza. L'Italia è agli ultimi posti in ciascuno di questi parametri.
Pip: Remigrazione, eliminazione del reato di femminicidio, lavoro a quattordici anni: proposte che il pezzo definisce da "mondo al contrario", titolo del libro che ha reso famoso Vannacci e, a quanto pare, anche il suo metodo di governo.
Mara: La conclusione è un appello che va oltre le appartenenze di parte: cultura e verità come beni comuni, indipendentemente da dove ci si collochi politicamente. L'ignoranza, scrive l'autore, fa male a tutti indistintamente.
Pip: Tre storie, una domanda sola: chi decide, e chi rimane ad aspettare che qualcuno lo faccia.
Mara: Diritti che esistono sulla carta, tecnologie che appartengono a chi le possiede, politiche costruite contro i dati. Il filo è lo stesso.
Pip: La prossima volta vedremo se qualcosa si è mosso. Di solito no. Ma ci si tiene aggiornati.
Il 10 febbraio 2026, Vittoria Gammone — ottantaquattrenne di Sindia, provincia di Nuoro, affetta da sclerosi multipla progressiva da oltre vent’anni, semi-paralizzata, con dolori cronici resistenti persino alla morfina — ha presentato alla ASL di Nuoro la propria richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito, procedura prevista e disciplinata dalla Legge Regionale della Sardegna n. 26 del 18 settembre 2025. Per 71 giorni, nessuna risposta.
La stessa legge regionale — che rende la Sardegna la seconda regione italiana ad aver legiferato specificamente sul fine vita dopo l’Emilia-Romagna — obbliga ogni Azienda Sanitaria Locale a istituire una Commissione Multidisciplinare Permanente, incaricata di verificare la sussistenza dei requisiti per l’accesso alla procedura. La norma esiste. La Commissione, alla ASL di Nuoro, non era ancora stata nominata a oltre due mesi dalla richiesta.
Il 20 aprile 2026, l’Associazione Tonino Pascali–Sardegna Radicale ha depositato una formale richiesta di accesso agli atti alla Regione Sardegna e alla ASL di Nuoro, chiedendo di conoscere lo stato della Commissione Multidisciplinare Permanente e le ragioni del mancato riscontro alla richiesta di Vittoria Gammone. La richiesta è stata accolta il 22 aprile 2026.
Quello stesso giorno, il Direttore Generale della ASL Barbaricina, Francesco Trotta, ha firmato la delibera n. 484, con la quale ha nominato ufficialmente la Commissione. La Commissione è composta interamente da figure interne alla ASL: il Direttore di Anestesia e Rianimazione con funzioni di coordinatore, il Direttore dell’Hospice e cure palliative, la Direttrice della Neurologia stroke unit, il Direttore del Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura, il Direttore della Psicologia aziendale, il Direttore delle Professioni sanitarie, il Direttore della Qualità e governo clinico e il Direttore del Distretto territorialmente competente.
Al 17 giugno 2026, sono trascorsi 127 giorni dalla presentazione della richiesta di Vittoria Gammone. La Commissione nominata il 22 aprile non ha ancora prodotto alcuna valutazione formale nel merito. L’iter, secondo quanto riportato, si è spostato verso una fase clinica preliminare: un ricovero per la gestione del dolore, prima ancora di procedere con l’esame dei requisiti previsti dalla legge.
La procedura, secondo la Legge Regionale n. 26/2025, dovrebbe essere completamente gratuita per la persona richiedente e prevedere gli accertamenti della Commissione entro 10 giorni dalla convocazione. I tempi del caso Gammone raccontano una distanza considerevole tra il testo della norma e la sua attuazione concreta.
Il caso di Vittoria Gammone è diventato emblematico non soltanto per le condizioni della richiedente, ma per la dinamica che ha determinato la risposta dell’istituzione: 71 giorni di silenzio, cui ha fatto seguito una nomina avvenuta il medesimo giorno in cui la richiesta di accesso agli atti — depositata il 20 aprile — è stata accolta.
La Legge Regionale n. 26/2025 è stata impugnata davanti alla Corte Costituzionale nel dicembre 2025, ma è rimasta in vigore. Il caso di Sindia dimostra come la sola esistenza di una norma non garantisca l’effettività dei diritti che quella norma intende tutelare — e come la pressione civile e la trasparenza istituzionale restino strumenti determinanti per colmare il divario tra la legge scritta e la sua applicazione.
«Dopo 55 giorni dalla nomina della Commissione» – aggiunge Laura Di Napoli, coordinatrice dell’Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale – «auspichiamo nel rispetto della sofferenza di Vittoria e di chi si rivolge alle istituzioni, dei tempi più brevi di risposta»
Elly Schlein e Giorgio Parisi all’incontro promosso dal PD sulle nuove tecnologie
Il Partito Democratico ha promosso un confronto con il Premio Nobel Giorgio Parisi e la segretaria Elly Schlein sul ruolo dell’Europa, della ricerca e dell’innovazione.
Di fronte alla concentrazione di potere nelle mani di poche grandi piattaforme globali, serve una risposta pubblica e democratica. Come ha sottolineato Elly Schlein, “quando la tecnologia diventa strumento nelle mani di pochi smette di essere una questione tecnologica e diventa politica“. L’Europa deve avere l’ambizione di costruire un grande polo comune per l’intelligenza artificiale, sul modello del CERN, capace di mettere la conoscenza, la ricerca e l’innovazione al servizio dell’interesse collettivo.
Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del professor Giorgio Parisi
Comincio con un avvertimento. Ogni volta che si parla di futuro mi torna in mente una frase di Niels Bohr: le previsioni sono molto difficili, soprattutto quando riguardano il futuro. Io non sono in grado di dirvi se fra dieci anni avremo macchine più intelligenti di noi. Sono molto più preoccupato di quello che succede oggi e succederà domani. E penso che, se riuscissimo a governare adesso l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite, potremmo essere assai più sereni sul resto, avremmo pronti gli strumenti necessari per controllare gli sviluppi futuri.
La domanda che vi propongo, allora, non è quella che si sente più spesso, e cioè dove sta andando l’intelligenza artificiale. La domanda vera è un’altra: chi tiene il volante. La sfida non è capire verso dove la tecnologia è diretta, ma chi decide quella direzione, e con quali regole. Vorrei toccare tre nodi, la concentrazione del potere, il lavoro, la conoscenza, e arrivare infine a una proposta concreta, quella di cui parla il titolo di questa giornata: un centro pubblico europeo per la ricerca sull’intelligenza artificiale.
1. Un potere concentrato in pochissime mani Cominciamo da un fatto semplice. Oggi l’intelligenza artificiale di uso generale è in mano a un pugno di società private: alcune americane, una cinese, qualcuna minore qua e là. Sono loro che possiedono la capacità di calcolo, i dati e i modelli. È una concentrazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile, e che continua ad aumentare.
La creazione di un monopolio di fatto, in questo campo, è un fenomeno quasi naturale. Più un sistema diventa grande ed efficiente, più attrae utenti e risorse, e queste gli permettono di diventare ancora più grande ed efficiente. Lo abbiamo visto negli ultimi vent’anni con Google e le ricerche in rete. Per fortuna quel monopolio non è stato troppo pericoloso, anche perché l’algoritmo che sceglie quali siti mostrare per primi era abbastanza trasparente. Ma ogni algoritmo porta con sé una filosofia implicita, un sistema di valori incorporato nelle sue scelte di progettazione. E adesso qualcosa sta cambiando.
Quando oggi facciamo una ricerca in rete, la prima risposta è spesso quella dell’intelligenza artificiale. In genere ci soddisfa, e proprio per questo ci fermiamo lì. Ma non sappiamo più da quali fonti viene tratta quell’informazione, mentre prima ottenevamo i collegamenti ai siti e la fonte la sceglievamo noi. La scelta delle fonti da parte di questi modelli è un problema delicatissimo: le fonti dovrebbero essere attendibili, ma chi decide della loro attendibilità? Elon Musk, per esempio, ha deciso che tutto ciò che è woke o politicamente corretto non è attendibile, e si è fatto costruire un suo modello su misura. Un monopolio dell’intelligenza artificiale sull’informazione sarebbe qualcosa di molto più potente del Grande Fratello immaginato da Orwell, perché non vieterebbe nulla: semplicemente sceglierebbe per noi che cosa vedere e come raccontarcelo.
Permettetemi di insistere su questo, perché è il punto che mi inquieta di più. In Alice nello specchio un personaggio sostiene che le parole significano esattamente quello che lui decide, né più né meno; e quando Alice obietta che non si può far dire alle parole cose diverse a piacimento, risponde che il punto, in fondo, è uno solo: chi è il padrone. È una battuta, ma dice una cosa serissima. Il controllo delle parole è una forma di controllo del potere, come ci ha detto tante volte Niki Vendola: la narrazione è alla base della politica. Chi decide il significato delle parole, quali fonti siano attendibili, quali notizie meritino di essere viste, esercita un potere enorme e quasi invisibile. Per gran parte della storia questo potere è stato diviso fra molti, fra le scuole, i giornali, i libri, le conversazioni; oggi i modelli linguistici si frappongono sempre di più tra noi e le parole, e a controllarli sono pochissime aziende private. Non è un dettaglio tecnico: è la vecchia domanda di chi, alla fine, comanda sul significato.
Mettete insieme questi pezzi: chi controlla la capacità di calcolo, i dati, i modelli e la loro distribuzione, controlla anche le narrazioni, i mercati e, alla lunga, le condizioni di lavoro di milioni di persone. Il vostro Position Paper lo dice con un’espressione efficace, parla di uno stack digitale autoritario, in cui pochi attori tengono in mano calcolo, dati, modelli e distribuzione. Non è uno scenario di fantascienza, ma in buona parte il presente; e un potere così concentrato, sottratto a ogni controllo democratico, è un problema politico prima ancora che tecnologico.
2. Il lavoro, e a chi vanno i guadagni Veniamo al secondo nodo, che è quello che riguarda più da vicino le persone in carne e ossa: il lavoro. Dalla rivoluzione industriale in poi, ogni nuova tecnologia ha ridotto la quantità di lavoro necessaria. Nel passato lontano questi spostamenti sono stati a volte drammatici e violenti; in tempi più recenti più graduali, e i giovani imparavano mestieri nuovi mentre i vecchi sparivano. Non bisogna essere molto anziani per ricordare quando, per prenotare un biglietto del treno, si andava all’agenzia di viaggi. Con l’intelligenza artificiale, però, certe trasformazioni avvengono a una velocità molto maggiore. Geoffrey Hinton, uno dei padri di queste tecnologie, prevede insieme un aumento della disoccupazione e un aumento dei profitti, perché le aziende sostituiranno i lavoratori con le macchine. Ma, ha detto al Financial Times, non è colpa della tecnologia: è colpa del capitalismo. Hinton non è un militante, è uno scienziato, e la sua è la diagnosi disincantata di chi conosce queste cose dall’interno. Propone un reddito di base garantito, anche allo scopo di scongiurare il fascismo, che della disoccupazione dilagante può essere un effetto.
Negli Stati Uniti la politica ha cominciato a occuparsi di tutto questo in modo netto, e vale la pena di guardare da vicino che cosa sta accadendo, perché credo ci riguardi direttamente. Il senatore Bernie Sanders, che è il membro di minoranza più anziano della Commissione Lavoro del Senato, ha pubblicato il 6 ottobre dell’anno scorso un rapporto dal titolo molto diretto: la guerra dei grandi oligarchi della tecnologia contro i lavoratori. Il rapporto stima che l’intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero eliminare quasi cento milioni di posti di lavoro americani nel prossimo decennio.
Su quel numero devo essere onesto con voi, perché sono uno scienziato e i numeri vanno trattati con rispetto. Quei cento milioni sono una stima, ottenuta in parte chiedendo a un programma di intelligenza artificiale quali mestieri fossero più esposti. C’è una certa ironia nel far prevedere all’IA quanti posti l’IA distruggerà, e infatti il metodo è stato criticato da diversi economisti. Io non so se saranno cento milioni o molti meno. Ma la direzione del problema è reale, e non dipende dalla precisione della cifra.
Il dato che mi ha colpito di più, in quel rapporto, è un altro, ed è solido. Dal 1973 negli Stati Uniti la produttività del lavoro è cresciuta di circa il 150 per cento, i profitti delle imprese di oltre il 370 per cento, e nello stesso periodo il salario reale del lavoratore medio è perfino diminuito. In altre parole: la torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono andate quasi tutte verso l’alto. In sintesi c’è stata una guerra di classe e ricchi hanno vinto e noi, contemporaneamente all’Unione Sovietica, sia stati sconfitti.
uesto è successo prima dell’intelligenza artificiale. Il timore è che l’IA, lasciata alle sole logiche di mercato, renda questa tendenza ancora più estrema. Come si è detto in modo efficace: una torta più grande non significa automaticamente che ce ne sia di più per tutti.
Le proposte di Sanders sono concrete e vale la pena elencarle, perché disegnano un’alternativa: ne sottolineo tre. La prima è una settimana lavorativa di trentadue ore senza riduzione di salario. La seconda è l’obbligo, per le grandi imprese, di condividere i profitti con i lavoratori e di dare loro voce nei consigli di amministrazione. La terza è l’estensione della proprietà azionaria dei dipendenti. La quarta è una tassa sui robot, cioè la fine delle agevolazioni fiscali per le aziende che sostituiscono persone con macchine.
Mi fermo sulla prima, perché è una proposta che condivido da tempo e che ho scritto nel mio ultimo libro, le Simmetrie Nascoste, prima ancora di leggere il rapporto di Sanders. Siamo passati da più di dieci ore di lavoro al giorno durante la rivoluzione industriale, alle quarantotto ore settimanali all’inizio del Novecento, poi alle quaranta. Passare alle trentadue, almeno in certi mestieri, mi pare la continuazione naturale di questo stesso processo. Lavorare meno, lavorare tutti è uno slogan che mi è sempre piaciuto. E oggi non è più una bandiera ideologica: è la risposta più ragionevole a una domanda che ci si pone da sola. Se l’automazione ci fa risparmiare ore di lavoro, che ne facciamo di quelle ore?
Questa domanda porta al punto che mi sta più a cuore. A chi appartiene il guadagno che l’intelligenza artificiale produce? Io credo che la risposta non sia caritatevole, ma di giustizia, e per una ragione che da scienziato sento bene. L’aumento di produttività dell’IA non nasce dal nulla. È costruito su un patrimonio collettivo: decenni di ricerca pubblica, i dati prodotti da tutti noi ogni giorno, la conoscenza accumulata da intere generazioni. Quando un’azienda addestra un modello sui testi, sulle immagini e sui suoni del mondo, sta usando un bene comune. È quindi ragionevole, non generoso, chiedere che una parte di quei guadagni torni alla collettività. Se l’intelligenza artificiale ha distillato la conoscenza dell’umanità inserendola nei suoi modelli, questa conoscenza deve rimanere patrimonio dell’umanità, altrimenti, come dice Sanders, sarebbe il più grande furto della storia.
Faccio un esempio vicino a noi. L’INPS, automatizzando con l’intelligenza artificiale lo smistamento di milioni di comunicazioni, ha liberato decine di milioni di ore di lavoro umano. Quelle ore possono diventare due cose molto diverse: una rendita per pochi, oppure tempo e servizi migliori per tutti. È esattamente questo il bivio. Il Position Paper che avete presentato oggi lo chiama, con una buona espressione, dividendo tecnologico, e propone di legarne la distribuzione alla riduzione dell’orario o a salari migliori. Mi pare la strada giusta.
Aggiungo una cosa, perché il quadro sia completo. A marzo Sanders, insieme alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha presentato una proposta di legge per una moratoria sulla costruzione di nuovi centri di calcolo, finché non ci sarà una legislazione federale che tuteli lavoratori, ambiente e diritti. È una proposta radicale e divisiva: non solo i repubblicani, ma anche diversi democratici l’hanno respinta, temendo che fermarsi significhi cedere il primato alla Cina. La maggioranza del Congresso non la sosterrà. È stata invece appoggiata da pezzi importanti del mondo del lavoro, dai sindacati degli infermieri ai professori universitari. È stata ripresa da Anthropic. Non vi chiedo di essere d’accordo con la moratoria. Vi segnalo però il fatto politico che sta dietro: i cittadini, le persone comuni, sono molto più diffidenti verso l’intelligenza artificiale di quanto la Silicon Valley voglia ammettere. In democrazia, questo conta.
3. Una vecchia questione che ritorna Permettetemi una digressione, perché tre settimane fa è uscito un documento che si lega a tutto questo in modo sorprendente. Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata interamente all’intelligenza artificiale. Il papa l’ha firmata nel giorno del centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica sulla questione operaia. Adesso un altro Leone torna sulla questione del lavoro, questa volta nella rivoluzione digitale. La questione operaia non è scomparsa. Si è trasformata, e si ripresenta sotto altre forme.
Su un punto, in particolare, mi trovo d’accordo con l’enciclica, e lo è anche il documento del Partito Democratico: la tecnologia non è mai neutrale. Prende i valori di chi la progetta, la finanzia, la regola e la usa. Non è una macchina caduta dal cielo, di cui possiamo solo subire gli effetti. È il prodotto di scelte umane, e proprio per questo può essere indirizzata diversamente. Il papa usa poi una parola che a me, che da una vita mi occupo anche di disarmo nucleare, suona molto familiare: dice che l’intelligenza artificiale va, letteralmente, disarmata, cioè riportata al servizio del bene comune. Tengo questa parola, perché ci tornerò alla fine.
4. Perché serve una ricerca pubblica: un CERN europeo per l’IA Arrivo così al cuore di questa giornata, e alla proposta. Di fronte alla concentrazione del potere e ai rischi sul lavoro, qual è la risposta? Non basta regolare, anche se regolare è necessario, e l’Europa lo ha fatto per prima con l’AI Act. Bisogna anche costruire un’alternativa pubblica. Anche su questo il vostro documento è chiaro: tra le proposte chiede di sostenere la ricerca pubblica e indipendente sull’intelligenza artificiale, per non lasciarne lo sviluppo ai soli monopoli privati. Vorrei partire da lì, e qui parlo da scienziato, perché è il terreno che conosco meglio.
Comincio da una confessione che forse vi sorprenderà. Noi non sappiamo bene come funzionano queste macchine. Abbiamo costruito reti neurali profonde, funzionano benissimo, ma non abbiamo ancora una teoria che ci permetta di prevedere il loro comportamento. Non sappiamo dire con precisione, ad esempio, perché aumentando il numero di strati e di parametri migliori la qualità delle risposte, né cosa accade esattamente dentro quegli strati. È come avere un motore potentissimo di cui non possediamo ancora il libretto di istruzioni. La fisica può aiutare, e qualcosa si sta muovendo, ma siamo agli inizi. E capire, non solo usare, è precisamente il compito della ricerca. Una ricerca che si limita a vendere prodotti non ha alcun interesse a capire fino in fondo: ha interesse a che le cose funzionino, e a venderle.
C’è poi una ragione ancora più importante, che ha a che vedere con la libertà. Prendete i due studiosi che hanno fondato questo campo. Hinton e Yoshua Bengio, tra più preoccupati dei rischi, sono diventati voci pubbliche e indipendenti. La possibilità stessa di criticare pubblicamente le scelte tecnologiche dipende da chi paga la ricerca e da quali regole essa segue. Se tutta la ricerca è privata, la critica indipendente diventa più difficile. Bengio recentemente è stato molto chiaro: Il Papa ha ragione: l’unico modo per evitare conseguenze terribili è gestire le AI più potenti come un bene pubblico globale.
Ecco perché, insieme ad altri colleghi, ho proposto e firmato un manifesto per la costruzione di un centro europeo pubblico di ricerca sull’intelligenza artificiale: una specie di CERN dell’IA. Il CERN ha funzionato perché ha messo insieme le risorse di molti paesi europei attorno a un’infrastruttura pubblica, aperta e trasparente, che nessuno Stato da solo avrebbe potuto permettersi.
L’Europa, presa nel suo insieme, ha le risorse per fare lo stesso con l’intelligenza artificiale. Lo ha detto anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 dicembre del 2025: i paesi dell’Unione dispongono insieme delle risorse per realizzare un modello di intelligenza artificiale originale, trasparente, sicuro e attento ai diritti.
Un’infrastruttura pubblica di questo tipo servirebbe a tre cose. A capire davvero queste tecnologie, e non solo a usarle. A trattare i dati come un bene comune e non come materia prima da estrarre. E a dare all’Europa una voce propria, diversa sia dal lasciar fare puro degli Stati Uniti, sia dal controllo tecnopolitico cinese. È la terza via di cui parla il titolo di oggi. Voglio essere chiaro su un punto, perché si presta a fraintendimenti: questo non è protezionismo. È necessità democratica. Decidere come la tecnologia serve il lavoro e la convivenza civile non può essere lasciato a chi quella tecnologia la possiede e la vende, nello stesso modo non si può lasciare al governo Statunitense la decisione di chi non può usare le carte di credito in Europa. Il principio è quello che il vostro Position Paper enuncia con nettezza, e che condivido: nessun algoritmo può essere sottratto al controllo democratico, e trasparenza, responsabilità e supervisione umana vanno trattate come garanzie pubbliche, non come concessioni private.
Aggiungo che la richiesta di una ricerca pubblica e di limiti chiari non viene solo dagli scienziati. L’appello Fraternità nell’era dell’IA, coordinato da Paolo Benanti, firmato anche da Bengio e Hilton, è stato presentato a Papa Leone XIV e poi all’Assemblea generale dell’ONU, nel settembre scorso, dalla premio Nobel per la pace Maria Ressa. Quell’appello chiede confini invalicabili, e li dice in modo semplice: l’intelligenza artificiale come strumento, mai come autorità; nessun monopolio dell’IA; nessuna decisione di vita o di morte affidata a un algoritmo; e il diritto, garantito per legge, degli esseri umani a vivere anche senza intelligenza artificiale.
5. La decisione che non possiamo delegare Quell’ultimo punto, nessuna decisione di vita o di morte affidata a un algoritmo, mi porta al tema con cui voglio chiudere il ragionamento, perché è quello su cui ho lavorato per gran parte della mia vita, nel movimento per il disarmo. L’intelligenza artificiale apre nuove possibilità anche nelle applicazioni militari: permette di costruire armi autonome, capaci di selezionare e colpire i bersagli con grande libertà. Sono i sistemi d’arma autonomi letali, i droni e i robot armati. Le accademie scientifiche dei paesi del G7, in un documento del 2019 e in un documento del 2025 coordinato dall’Accademia dei Lincei, hanno espresso preoccupazioni urgenti, di natura sia etica etica e che militare. Questi dispositivi potrebbero innescare una nuova corsa agli armamenti, e molti ne chiedono il bando, sul modello delle convenzioni sulle armi chimiche e biologiche.
La mia posizione è semplice. La scelta di chi uccidere non può essere lasciata a un algoritmo. Finché non avremo un divieto, la responsabilità giuridica e morale deve restare in mano a esseri umani precisi e identificabili. Tornano qui le parole del papa: l’intelligenza artificiale va disarmata. La decisione finale, quella che pesa sulla vita delle persone, deve in mano agli uomini, che possono essere dotati di quella compassione che le macchine non possono avere.
Conclusione Torno al lavoro, da cui sono partito, perché lì si vede tutto con chiarezza. Ogni rivoluzione tecnologica, dalla macchina a vapore in poi, ha ridotto il lavoro necessario. E ogni volta la domanda decisiva non è stata tecnica, ma politica: come distribuire i guadagni, chi sostenere mentre cambia mestiere, chi non lasciare indietro. La tecnologia non risponde da sola a queste domande. Le risposte le diamo noi, oppure le lascia chi ha più potere e più denaro.
Costruire un centro pubblico europeo, governare la trasformazione del lavoro invece di subirla, tenere la decisione finale in mano agli esseri umani: sono tre modi diversi di dare la stessa risposta. È la risposta di chi pensa che questa tecnologia appartenga a tutti, perché è stata costruita sul sapere di tutti, e che quindi a tutti debba servire.
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario per migliorare il lavoro e la vita, se la incanaliamo in un progetto democratico; in caso contrario, rischia di approfondire le ingiustizie e gli squilibri di potere che già conosciamo.
Vorrei chiudere con le parole di chi, più di centocinquant’anni fa, vide tutto questo con straordinaria chiarezza. Parlando delle macchine della rivoluzione industriale, Karl Marx scrisse, nel 1856: «Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria».
Marx parlava delle macchine a vapore; noi parliamo di un’altra macchina, l’intelligenza artificiale. Ma quell’incantesimo non è un destino: spezzarlo, e fare in modo che le nuove sorgenti della ricchezza diventino ricchezza per tutti e non miseria per molti, è una scelta politica. Nel passato le grandi lotte operarie, i partiti della sinistra l’avevano spezzato. Adesso dipende da noi. Ce la faremo!”
A volte una testata giornalistica deve schierarsi, pur mantenendo il rispetto per le idee altrui. Lo deve fare perche’ altrettanto importante e’ il rispetto che deve ai suoi valori e alla sua storia ma, soprattutto, a quel valore supremo in base al quale si misurano tutti gli altri: la verita’.
E’ in riferimento alla verita’, quindi, che cerchero’ di commentare quanto emerso dall’assemblea costituente di ‘Futuro Nazionale’, svoltasi nel fine settimana appena trascorso.
Gia’ questa assemblea costituente nasceva avendo alla fonte una sorgente di bugia: fino all’ultimo, infatti, il generale aveva giurato e spergiurato che la sua sarebbe stata soltanto un’associazione, e che non avrebbe tradito la Lega. Tutti, pero’, sapevano che l’esito avrebbe portato alla nascita di un nuovo partito, come il piu’ banale dei dejavu‘ politici; e questo, purtroppo, testimonia un’assuefazione dell’opinione pubblica alle falsita’ della politica che e’ grave quanto la falsita’ in se’.
Le premesse, quindi, non erano favorevoli. Ma da quanto emerso dalla due giorni di Roma, il cielo della politica italiana conoscera’ una nuova nuvola grigia, carica di oscurita’, di quelle che si mettono ‘tra noi e il cielo’ per dirla con De Andre’ ( citato piu’ volte da Vannacci), e non permettono che si veda la luce.
Da sempre la luce e’ simbolo di verita’ e razionalita’ , di sapere e conoscenza, e da essa prese il nome l’illuminismo, che fece del conoscere il motore del progresso umano.
Pensiamo ora al progresso dell’Italia, a quel ‘futuro nazionale’ tratteggiato da Vannacci: i freddi dati oggettivi indicano come le nazioni piu’ ricche, piu’ felici e piu’ attrattive, dove lo stato sociale funziona meglio, siano quelle dove l’istruzione e’ maggiore, il lavoro femminile equipara quello maschile e i diritti sono garantiti a ogni minoranza. Dove l’immigrazione e’ guidata da una politica lungimirante verso il futuro della nazione, dove l’Europa non e’ messa in discussione. Potrei indicare in questa sede tutti i dati, ma e’ impossibile: si puo’, tuttavia, tranquillamente prendere una graduatoria generale del benessere in Europa, vedere in quale posizione e’ l’Italia (che e’ agli ultimi posti in ciascuno dei singoli parametri indicati prima) e vedere dove si collocano Svezia, Danimarca e Germania, che primeggiano nelle singole graduatorie. Si faccia, per amore di verita’ e per il nostro ‘futuro nazionale’. Che sara’ grigio e povero ben piu’ di quanto lo e’ ora- e’ un dato scientifico- se mai qualcuno accetterà nella propria coalizione Futuro Nazionale e se mai questa coalizione dovesse vincere, così da dover ricambiare il contributo elettorale del partito di Vannacci esaudendo qualcuna delle sue proposte, come il reddito produttivo di procreazione alle madri (a meno che non intenda un sostegno alle famigle degno di un vero stato sociale, tipico delle democrazie piu’ avanzate indicate sopra: la denominazione, tuttavia, lascia intendere altro…), o i tentativi di remigrazione o l’eliminazione del reato di femminicidio o il lavoro gia’ a quattordici anni. Tutte proposte da ‘mondo al contrario’ che, del resto, Vannacci conosce bene, essendo stato il titolo del libro che gli ha dato la fama. Il mondo al contrario è propriamente il mondo dell’ignoranza, dell’ideologia cieca che non tiene in alcun conto i dati scientifici e quindi il benessere della popolazione. Ricordiamo Gramsci, ricordiamo Berlinguer ma anche tutto il liberalismo storico italiano, quanto avesse a cuore l’acculturazione della popolazione. Ora abbiamo chi ci vuole ignoranti, poveri e, percio’, sottomessi. Se anche ci sentiamo di appartenere a parti politiche diverse, invece, la cultura e la verita’ dovrebbero essere la nostra luce, che ci mostra uguali, dotati di stessi diritti, in primis alla felicita’. Non mi sono addentrato in analisi politiche su a chi faccia piu’ male, in termini di percentuali, Vannacci, se alla sinistra o alla destra: l’ignoranza e la falsita’ fanno male a tutti, indistintamente. Il mio e’stato solo un accorato appello: non permettiamo a nessuno di privarci della verita’ e del sapere. Il futuro, da quando l’uomo e la donna sono esistiti sulla faccia della terra, si e’ sempre giocato su questo.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Graffiti a Berlino (Getty)
Geoeconomia e tecnologia sono due facce della stessa medaglia. L’Unione europea si trova schiacciata tra Stati Uniti e Cina, dipendente dai primi per la tecnologia, poiché Washington ha il dominio dei semiconduttori, e dalla seconda per le terre rare, alle quali è legata la produzione industriale avanzata occidentale anche per il settore della difesa. L’Ue si affida per oltre l’80% dei propri prodotti, servizi e infrastrutture digitali a fornitori extra-UE. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi», ha commentato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Ma la dipendenza non potrà essere risolta nel breve periodo. I problemi dell’Unione europea si verificano sullo sfondo dello scontro più ampio tra Stati Uniti e Cina. Nel white paper “Chips & Tokens at the Fault Lines: Two Stacks in One Fragmenting World” dell’Andersen Institute, istituto di Washington per la finanza e l’economia, firmato da Fabio Natalucci e Alessandro Rebucci che verrà pubblicato questa mattina, gli autori spiegano come Stati Uniti e Cina hanno l’abilità di infliggersi seri danni l’un l’altro dal punto di vista economico, poiché le ambizioni di entrambi i Paesi dipendono da ciò di cui dispone l’altro: nessuna delle due superpotenze ha usato ancora pienamente il suo arsenale contro l’altra e hanno raggiunto una tregua sulla guerra tariffaria e dei chip, consapevoli che nessuna delle due sarà in grado per molti anni di evitare la dipendenza reciproca. Da lato finanziario, poi, il dominio del dollaro e il potere di tagliare gli altri fuori dal sistema di pagamenti sono un’arma potente per gli Stati Uniti, mentre i titoli del Tesoro Usa detenuti dalla Cina e la possibilità di sottoporre gli interessi americani alle proprie regolamentazioni sono un’arma nelle mani di Pechino. Il paper esamina anche l’impatto della finanza digitale su questo equilibrio instabile. Gli Stati Uniti hanno adottato con Trump un approccio decentralizzato, orientato al settore privato, esemplificato dal recente passaggio del GENIUS Act per regolamentare le stablecoin. La legge mira a rafforzare la supremazia internazionale del dollaro americano, integrando le stablecoin nel sistema finanziario onshore. Questo rafforzerebbe gli Stati Uniti. Ma c’è anche la possibilità – osservano gli autori – che un approccio frammentario alle regole della finanza digitale e le fratture geopolitiche nell’Occidente possano spingere le transazioni su canali che operano al di fuori del sistema bancario tradizionale americano, con il rischio per Washington di perdere il controllo finanziario che dà potere alle sanzioni (anche se questo a sua volta conterrebbe ulteriori frammentazioni riducendo il potere di escalation da parte degli Stati Uniti).
Gli autori notano infine che gli Stati Uniti stanno introducendo barriere commerciali attraverso i dazi per ridurre il deficit, mantenendo però aperto il conto capitale, mentre la Cina fa l’opposto: politiche che trattano in modo separato commercio internazionale e finanza e che rischiano di rivelarsi inconsistenti e controproducenti per entrambi.
“L’ordine unipolare è finito: la Cina non può sostituirlo e l’America non può ripristinarlo“, conclude l’Anderson Institute. “La risultante mutua vulnerabilità, la logica della Guerra fredda di Mutually Assured Destruction (Mad), dove distruzione va inteso in questo caso come perturbazione economica, adesso vincola entrambe le parti e previene un ulteriore decoupling. Questo equilibrio non assicura la stabilità. La previsione è diversi anni di ‘stabilità instabile’: un mondo meno integrato di quello in cui abbiamo vissuto per decenni, meno ‘separato’ di quanto molti temano e punteggiato da vampate di crisi che si risolvono attraverso la de-escalation anziché attraverso la vittoria o la risoluzione”. Anche la guerra in Iran, al di là della retorica, ha mostrato che “muoversi in modo unilaterale porta con sé costi diretti e indiretti pet gli Stati Uniti, anche se un ritorno del multilateralismo e in quale forma resta una questione aperta”.
In questo contesto le aziende si trovano a dover decidere “quali dipendenze ridurre per prime e da quale parte si collocano lungo questa linea di frattura“. Non vale solo per le aziende o per gli investitori.
“Per l’Europa e le potenze medie che sono state prevalentemente spettatrici della riscrittura dell’ordine globale, questo contesto ha creato uno spazio. Ora la domanda è se e come usarlo. Le potenze medie non devono scegliere un blocco e restare al suo interno. L’Europa, in particolare, ha il peso economico per contare e ha le leve (per esempio: l’accesso al mercato unico e il potere di definire le regole) per smettere di essere un obiettivo di pressione da entrambe le parti. La scelta è tra agire con urgenza oppure trascorrere il prossimo decennio come danno collaterale”. In questo contesto, i perimetri dei blocchi vanno visti tema per tema: “I chip da una parte, i pagamenti dall’altra, l’energia con entrambi”.
Bruxelles ha presentato mercoledì scorso il nuovo pacchetto per la Sovranità tecnologica, che ha l’obiettivo di rafforzare la capacità dell’Unione su semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e open source. Il pacchetto include due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, oltre alla Open source strategy e a una Roadmap strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nell’energia. L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, con le sue continue minacce nei confronti dell’Europa, ha spinto l’Unione europea a ripensare se stessa. Mentre con Pechino la strategia di Bruxelles resta quella del de-risking ma con grande fatica. «La sovranità tecnologica non significa protezionismo. L’Europa rimane fondata sui principi di apertura, partenariato e concorrenza leale», ha sottolineato la vicepresidente Henna Virkkunen.
Ma è chiaro che Washington e Pechino guardano con sospetto alle misure che l’Ue sta mettendo in campo. «L’Europa vuole essere in grado di fare le proprie scelte, evitando di dipendere da fornitori unici e dominanti — ha proseguito Virkkunen —, soprattutto provenienti da Paesi che non condividono la sua stessa visione». Lo Chip Act 2.0 punta a rafforzare la produzione e la progettazione di semiconduttori avanzati, accelerare le autorizzazioni, creare un marchio europeo di eccellenza e sostenere investimenti e progetti strategici, in un mercato in cui i componenti legati all’IA potrebbero superare il 70% entro il 2030. La legge su cloud e IA mira a triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni. Sul fronte delle materie rare, l’Ue sta cercando il più possibile di diversificare il fornitore. Ma per essere competitiva l’Unione europea ha bisogno di ingenti investimenti e quelli non sono ancora abbastanza.
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
L’Autorità Giudiziaria competente – la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano – ha condotto gli accertamenti, richiesti dalla Presidenza della Repubblica e sollecitati dal Ministero della Giustizia, sulla asserita infondatezza delle condizioni che hanno portato alla concessione della grazia alla signora Minetti. La Procura Generale, su presunti fatti raffigurati in notizie di stampa, ha disposto accurate verifiche in ogni direzione necessaria, per il tramite degli organismi di polizia italiani e dell’Interpol, giungendo alla conclusione che essi non corrispondono al vero. Il Presidente della Repubblica, che aveva chiesto pubblicamente al Ministero della Giustizia – che ringrazia per avervi sollecitamente provveduto – di far disporre nuovi accertamenti, ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura. Si ricorda – per corretta e autentica informazione – che, da oltre undici anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia. Per opportuna informazione va aggiunto che, per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta segretezza: nella maggior parte dei casi di concessione di grazia non viene emesso comunicato da parte del Quirinale, in ragione della presenza di dati sensibili – malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati – che vanno doverosamente tenuti al riparo da forme di divulgazione. Per offrire un preciso elemento di valutazione, nel mandato presidenziale in corso da oltre quattro anni sono state concesse 42 grazie: per 12 di esse vi è stato un comunicato che le ha rese note, mentre non vi è stato comunicato per 30 casi perché questi coinvolgevano dati sensibili. La Presidenza della Repubblica osserva il rispetto del divieto della loro diffusione.
E’ difficile non essere retorici quando si parla della Repubblica, la nostra Repubblica, la nostra casa comune. E’ il nostro specchio? Si’. Sia quando appariamo feriti, vilipesi e sfigurati, sia quando appariamo trasfigurati, ammantati di bellezza, in un’immagine ideale. E’ il nostro vicino di casa, e noi per lui. E’ l’articolo 3 della Costituzione, e tutta la Costituzione. E’ un organismo vivo, una vita, secondo anche il discorso di Calamandrei ai giovani sulla nostra carta costituzionale. E’ il libro autobiografico dell’Italia.
L’Italia e’ la sua Repubblica. Nasce a Roma – la Grecia aveva la democrazia radicale- con la cacciata dei re etruschi, e la dona al mondo. Roma avrebbe, da allora, sempre avversato la monarchia, era il suo tabu’. Poteva ammettere dittatori temporanei, e poi l’imperatore, ma il re, mai piu’. Le repubbliche marinare, che dominarono i mari, le repubbliche a Firenze e Venezia, di arte, liberta’, tolleranza e bellezza. La repubblica romana del triumvirato a inizio ottocento, di incredibile modernita’. La Repubblica e’ passato, presente e futuro ( la Costituzione, per il futuro, lo dice chiaramente). E’ un organismo vitale- come detto- ma e’ anche la nostra linfa vitale. I re stranieri, che hanno devastato il nostro suolo, i papi, i Savoia, sono come elementi estranei e secondari, figli dei tempi. L’Italia e’ nata prima nella cultura, come repubblica delle lettere e delle arti, dove ognuno poteva emergere grazie ai suoi talenti. E’ vero che i Savoia hanno fatto l’Italia, ma gli italiani erano gia’ tali, e lo saranno sempre, nell’ideale della cultura, che e’ liberta’ per eccellenza, pubblica e, quindi, repubblica, cosa pubblica.
E’ il nostro destino, perche’ mette al centro la persona. Non una persona, ma la persona. Tutela i piu’ fragili, cerca il giusto processo, promuove la salute e l’istruzione. Cresce con il lavoro, l’apporto, la fantasia, il coraggio di ognuno di noi. E’ non e’ scontata: lo vediamo proprio in questi tempi, oltre il nostro specchio. Dare un senso ai nostri giorni vuol dire sentirci sua parte, come in un senso di comunita’ dell’anima che non permette di sentirsi soli, percepirla come destino per la realizzazione di ogni vita, cosi’ da sconfiggere il timore di sentirsi inutili, sbagliati, fuori luogo o spaesati.
Lo so, abbiamo sconfinato nella retorica: eppure, chi ha sognato la Repubblica, tra le macerie della guerra e dei totalitarismi, l’ha sognata cosi’.
I cittadini e utenti del Servizio Pubblico radiotelevisivo chiedono, attraverso la petizione che presentiamo di seguito, alla Rai, alla Commissione Parlamentare di Vigilanza e ad AGCOM di intervenire affinché il racconto televisivo del caso Garlasco torni entro i confini di una informazione corretta, equilibrata e rispettosa della dignità delle persone coinvolte. la petizione è stata promosso attraverso il sito, e attraverso la newsletter, Change.org, dove la si può sottoscrivere
Nelle recenti trasmissioni dedicate al delitto di Garlasco, in particolare nel corso di “Ore 14”, “Ore 14 Sera” su Rai 2 e FarWest, abbiamo assistito a una crescente deriva sensazionalistica che rischia di trasformare una dolorosa vicenda giudiziaria in un prodotto di intrattenimento fondato sul conflitto, sulla spettacolarizzazione e sulla ricerca continua dello scontro emotivo.
Sempre più spesso il dibattito appare focalizzato non sull’approfondimento rigoroso dei fatti, ma: – sulla ricerca del “frame” emotivo; – sulla diffusione di indiscrezioni e suggestioni; – sulla personalizzazione estrema dello scontro; – sulla continua esposizione mediatica di soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nelle vicende giudiziarie.
Tutto ciò contribuisce ad alimentare un clima da processo mediatico permanente incompatibile con i principi di equilibrio, continenza e responsabilità che dovrebbero caratterizzare il Servizio Pubblico.
Riteniamo inoltre inopportuni i toni utilizzati durante alcuni confronti televisivi, culminati in episodi di derisione personale nei confronti di ospiti e professionisti, tra cui il Generale Luciano Garofano e il giornalista Piero Colaprico, in un contesto che dovrebbe invece garantire pluralismo, rispetto reciproco e qualità del dibattito pubblico.
Destano inoltre perplessità gli spazi recentemente concessi dal Servizio Pubblico a figure provenienti dal mondo del web e della controinformazione giudiziaria, tra cui la youtuber Francesca Bugamelli e soggetti collegati alla realtà Emme-Team, nel corso di trasmissioni Rai dedicate al caso Garlasco.
Riteniamo discutibile che programmi del Servizio Pubblico attribuiscano ampia visibilità e autorevolezza televisiva a soggetti già al centro di controversie pubbliche e vicende giudiziarie riportate dagli organi di stampa, relative anche a ipotesi di truffa e ad ulteriori indagini collegate ad attività svolte nell’ambito di casi di cronaca particolarmente delicati.
Tale scelta editoriale appare ancor più problematica quando questi interventi si inseriscono in contesti caratterizzati dalla diffusione di accuse, insinuazioni o ricostruzioni non adeguatamente verificate, con il rischio di alimentare campagne mediatiche e processi paralleli.
La Rai non può diventare un tribunale televisivo.
Il Servizio Pubblico ha il dovere di: – informare senza spettacolarizzare il dolore; – rispettare la dignità delle persone coinvolte; – evitare forme di gogna mediatica; – garantire pluralismo ed equilibrio; – mantenere alta la qualità dell’informazione giudiziaria.
Per queste ragioni chiediamo alla Rai, alla Commissione Parlamentare di Vigilanza e ad AGCOM di verificare il rispetto: – del Contratto di Servizio Rai; – dei principi di correttezza dell’informazione; – della tutela della dignità umana; – della presunzione di innocenza; – del ruolo imparziale che il Servizio Pubblico è chiamato a svolgere.
L’informazione può e deve raccontare la cronaca giudiziaria. Ma il dolore delle persone e la complessità dei processi non possono essere trasformati in spettacolo.
Firma anche tu per chiedere un Servizio Pubblico più serio, equilibrato e rispettoso.
Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
«La data del 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica. La strage di Capaci, manifestazione tra le più sanguinarie della disumanità mafiosa, fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani. Nell’anniversario, il primo pensiero, commosso, va a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo e agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, barbaramente uccisi in quel tragico giorno. A loro saranno sempre uniti, con lo stesso filo della memoria, i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, vittime della medesima strategia eversiva e anch’essi testimoni fino al sacrificio estremo dei valori costituzionali incompatibili con le trame infami della mafia. Il 23 maggio rappresentò l’avvio della riscossa civile, per questo è divenuto per gli italiani “la Giornata della legalità”. L’organizzazione criminale voleva piegare le istituzioni con la violenza e il ricatto, ma si è trovata di fronte a risposte inflessibili, subendo sconfitte irreversibili. Grazie a donne e uomini delle istituzioni, coraggiosi e tenaci. Grazie al contributo decisivo dei cittadini. Un impegno che non ha mai sosta, per combattere le zone grigie, l’indifferenza, le metamorfosi della piovra criminale. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, ce lo hanno insegnato: la mafia finirà grazie a istituzioni salde, ad azioni di contrasto efficaci e coerenti, con un impegno educativo che sappia far crescere la fiducia in un domani da costruire insieme. L’eredità di Falcone e Borsellino costituisce un patrimonio etico e civile che appartiene alla nostra democrazia. Pegno consegnato anzitutto alle generazioni più giovani».
Roma, 23 maggio 2026
C o m u n i c a t odella Presidenza della Repubblica
«Altiero Spinelli, anima libera, è stato protagonista di un’intensa battaglia per un’Europa democratica e unita. Per la difesa dei suoi ideali pagò con anni di carcere e di confino come oppositore del regime fascista e, successivamente, con l’espulsione dal Partito comunista per le sue critiche verso lo stalinismo. Libertà e democrazia sono state capisaldi del pensiero e della testimonianza di Spinelli, dirigente, nel dopoguerra, della socialdemocrazia italiana. Fu proprio durante il confino, a Ventotene, che con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, Spinelli diede vita all’idea di un’Europa unita e federata, quale innovativo sistema di cooperazione regionale ed efficace meccanismo di prevenzione di ulteriori conflitti bellici tra gli stati. Il Manifesto per un’Europa libera e unita prevedeva alcune caratteristiche fondanti di quello che sarà il futuro ordinamento comune, tra cui, il superamento delle barriere agli scambi commerciali, così come l’istituzione di un’organizzazione sovranazionale avanzata in grado di adottare deliberazioni a efficacia diretta. Per Spinelli, quel Manifesto fu il punto di inizio di un percorso di dedizione civica volto a consolidare l’idea di un’Europa integrata. Ne furono testimonianza la fondazione del Movimento Federalista Europeo, la designazione a membro della Commissione delle Comunità europee da parte del Governo Rumor e l’impegno sviluppato con la successiva elezione al Parlamento italiano nella Sinistra indipendente e a quello europeo come indipendente nelle liste del Partito comunista. Rieletto nel 1979, nelle prime elezioni a suffragio universale all’Assemblea di Strasburgo, lanciò il Progetto di Trattato istitutivo dell’Unione europea. Il “Piano Spinelli” riavviò il processo di integrazione europea, stabilendo le basi dei futuri negoziati che sfociarono nell’adozione dell’Atto unico europeo, decisivo passo verso un’Europa ancor più integrata. A quarant’anni dalla scomparsa, il lascito di Altiero Spinelli costituisce un prezioso patrimonio di valori e ideali per l’Italia e l’Europa. La Repubblica gli è riconoscente».