L’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca è già materiale per la campagna elettorale di midterm 

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un fermo immagine dal video di Viviana Mazza alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca sabato scorso: i giornalisti carponi sotto i tavoli continuano a riprendere gli eventi


Due giorni dopo la cena dei corrispondenti della Casa Bianca – un’esperienza che abbiamo vissuto dal nostro tavolo numero 76 – qui a Washington il discorso si è spostato sulle accuse reciproche.  I repubblicani hanno iniziato a usare l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in campagna elettorale, accusando il partito democratico di aver aperto la porta alla violenza politica con la loro “retorica pericolosa e infiammatoria” contro il presidente. Per esempio il capo del Comitato nazionale repubblicano, Joe Gruters ha definito l’attentato di sabato “il risultato inevitabile di una sinistra radicalizzata che ha normalizzato la violenza politica”. Profili ufficiali del partito repubblicano sui social hanno accusato diversi candidati democratici alle elezioni di midterm in Stati in bilico come Michigan e North Carolina di alimentare le tensioni politiche. Era successo già dopo i primi due attentati contro Trump e dopo l’omicidio dell’attivista di destra Charlie Kirk. E il partito sta puntando sul tema dei rischi per la sicurezza per cercare di spezzare lo stallo che c’è da 73 giorni al Congresso sui fondi per il dipartimento della Sicurezza interna: uno scontro iniziato dal partito democratico in risposta alle violenze a Minneapolis degli agenti anti-immigrazione (che dipendono da quel dipartimento). 

Dopo aver elogiato i giornalisti e la libertà di espressione sabato sera, Trump si è infuriato domenica con la presentatrice del programma 60 minutes di Cbs News, che aveva letto un passaggio del “manifesto” dell’attentatore in cui il presidente viene accusato di essere uno stupratore e un pedofilo. “Mi aspettavo che lo avresti letto, siete persone orribili… Hai letto quella spazzatura scritta da un individuo malato? Dovresti vergognarti… io non sono nessuna di quelle cose”. Nell’intervista il presidente ha ribadito che sabato sera all’hotel Washington Hilton, “c’era un cameratismo eccezionale, un intero Paese unito, e questo mi ha molto colpito”. Ha però dichiarato che “i discorsi pieni di odio dei democratici.. sono molto pericolosi per il Paese”. 

Melania Trump intanto si è scagliata ieri contro Jimmy Kimmel, che nel suo show satirico girato due giorni prima dell’attentato aveva definito la first lady una “vedova in attesa”. “Le parole piene di odio e di violenza di Kimmel puntano a dividere il nostro paese – ha scritto Melania su X -. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comico, le sue parole sono corrosive e intensificano la malattia politica in America. Gente come Kimmel non dovrebbe avere l’opportunità di entrare nelle nostre case ogni sera per diffondere odio. E’ un codardo che si nasconde dietro Abc perché sa che il network lo proteggerà. Basta. E tempo che Abc prenda posizione”. Anche Trump, pur impegnato in incontri sull’Iran al mattino e con Re Carlo al pomeriggio, ha trovato il tempo per scrivere su Truth: “Disney e Abc licenzino Kimmel”. E la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che aveva già annunciato il congedo di maternità, è tornata eccezionalmente nella briefing room ieri, per denunciare quello che ha definito “un culto di sinistra dell’odio”. Ha menzionato Kimmel (“Chi con la testa a posto direbbe che una moglie possa essere raggiante per la morte del suo amato marito?”) e “l’intero partito democratico il cui appello agli elettori consiste nel dire che Donald Trump pone una minaccia esistenziale alla democrazia, che è un fascista ed è Hitler”. Ha affermato: “Nessun presidente in anni recenti si è trovato di fronte a più proiettili e più violenza di Trump e questo viene da una demonizzazione sistematica del presidente e dei suoi sostenitori da parte di commentatori, politici eletti del partito democratico e alcuni media…Queste bugie diffamanti spingono gente folle a fare cose folli, ispirano a commettere violenza”.

Todd Blanche, il ministro della Giustizia, dopo l’incriminazione di Cole Allen per tentato omicidio del presidente, ha detto ieri che “le forze dell’ordine non hanno fallito” perché c’erano “centinaia di agenti dei servizi segreti” tra l’attentatore e il presidente; invece ha affermato anche lui che “la retorica deve cambiare” e che tra gli stessi giornalisti nella sua conferenza stampa c’erano individui “colpevoli quanto le persone su X”, d’essere stati “eccessivamente critici e aver detto cose orribili senza prove” su Trump.  

Diversi politici democratici nei giorni scorsi hanno condannato la violenza politica: hanno espresso gratitudine ai servizi segreti e respinto i tentativi dei repubblicani di dare loro la colpa, dicendosi pronti ad approvare una legge che darebbe il via libera alla maggior parte dei fondi per il dipartimento della Sicurezza interna eccetto quelli per gli agenti anti-immigrazione. 

Dalla lotta armata alla resistenza civile: cosa ci lascia il 25 aprile

di Giada Piras, appassionata e studiosa della Resistenza

Il 25 aprile non è una data come tante altre nel calendario. Ricorda il momento in cui la Resistenza italiana ha raggiunto il suo obiettivo, contribuendo in modo decisivo alla fine della guerra e alla nascita di un nuovo Paese. Questa data dovrebbe spingerci a riflettere: ridurre questa ricorrenza a una semplice celebrazione del passato significa perderne il vero significato?
La data del 25 aprile è come una lente attraverso cui guardare come il concetto stesso di “resistenza” sia rimasto nel tempo, anch’esso trasformandosi e adeguandosi allo scenario. Tra il 1943 e il 1945, la Resistenza fu una lotta concreta, spesso armata, contro il nazifascismo. Non la consideriamo come un movimento associabile ad un determinato credo politico, al suo interno convivevano diverse sfaccettature: dai comunisti ai cattolici e liberali, tutte unite da un unico obiettivo: la liberazione del Paese dall’oppressore nazifascista.
Prendiamo come esempio figure come quelle di Sandro Pertini o Tina Anselmi, che ricordano come la Resistenza non sia stata soltanto un episodio circoscritto e fine a sé stesso, ma anche una scelta personale, etica, a volte con risvolti drammatici. Resistere a vent’anni, chiedersi da che parte stare in un’epoca in cui si è conosciuto solo il fascismo, significava solo una parola: rischiare. Chi ad oggi riuscirebbe a scegliere? Chi riuscirebbe a imbracciare un’arma per assumersi una simile responsabilità davanti alla storia? Questo era l’obiettivo di quei ventenni: combattere per far sì che i loro figli, i loro nipoti, non si fossero dovuti davanti alla stessa domanda. Con la fine della guerra, quella esperienza non si esaurì, ma si trasformò. I valori della Resistenza confluirono nella nascita della Repubblica e sfociarono nella Costituzione italiana. Libertà, uguaglianza, rifiuto dell’autoritarismo, rifiuto verso la guerra ed ogni tipo di ostilità: principi che non nacquero senza fondamenta solide, bensì da una guerra, da un conflitto accompagnato dal sacrificio. In questo passaggio, la Resistenza cessò di essere azione per diventare fondamento. Non più solo un insieme di pratiche, ma un patrimonio condiviso, un riferimento etico e politico per il nuovo Stato democratico.
Negli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, il termine “resistenza” iniziò a essere reinterpretato. I movimenti studenteschi e operai, le battaglie per i diritti civili, si richiamarono spesso a quell’eredità per legittimare nuove forme di opposizione. Quando la protesta si radicalizzò e, in alcuni casi, degenerò nella violenza politica, emerse una domanda cruciale: dove finisce la resistenza e dove inizia l’abuso di questa parola? A che punto la parola stessa diventa capro espiatorio per una qualsivoglia forma di violenza? Con il passare dei decenni e la scomparsa dei protagonisti diretti, il 25 aprile ha conosciuto una nuova fase: la distanza storica. Ciò che ha trasformato la Resistenza in memoria, ha rischiato di farla diventare come un rituale: celebrazioni, discorsi istituzionali, simboli ripetuti ogni anno… Il pericolo infatti, in questo caso, non è dimenticare, ma ricordare in modo automatico, senza interrogarsi davvero su ciò che si celebra. È proprio in questa distanza che si apre uno spazio nuovo. Oggi “resistere” non significa più imbracciare le armi, ma difendere e praticare i valori che sono nati da quegli anni, da quelle vite distrutte dall’orrore della guerra.
Resistenza significa vigilare sulla democrazia, affinché nessuno distrugga ciò per cui è stato versato il sangue degli innocenti che si sono ritrovati a combattere, talvolta non per loro volere, ma per poter sopravvivere.
Resistenza significa opporsi alla disinformazione, difendere i diritti quando vengono messi in discussione. Significa, soprattutto, partecipare e non voltarsi dall’altra parte, educare le nuove generazioni, sensibilizzarle e renderle quanto più consce di ciò che accade loro intorno.
Allo stesso modo, è importante evitare un uso inflazionato del termine. Non ogni forma di dissenso è “resistenza”, così come non ogni conflitto può essere paragonato a quello vissuto tra il 1943 e il 1945.

Insomma: se tutto è resistenza, nulla lo è davvero.

Il 25 aprile, allora, non è soltanto una celebrazione del passato, ma una domanda rivolta al presente. Che cosa significa oggi essere fedeli a quell’eredità? Non si tratta di replicare il passato, ma di tradurne i principi in pratiche nuove. Resistere, oggi, non è un atto straordinario riservato a pochi, ma una responsabilità diffusa. È nella partecipazione quotidiana, nella difesa dei diritti, nella cura della vita democratica che l’eredità del 25 aprile continua a vivere. Non come memoria immobile, ma come processo in evoluzione.
Contro ogni forma di oppressione, ricordiamoci di quei ragazzi che tanto hanno combattuto e di come ogni conquista, anche se piccola, vada protetta e portata avanti.

A noi spetta questo grande compito: diffidiamo da chi usa la democrazia quando gli comoda, diffidiamo da chi non crede nel 25 aprile e vuole sminuire il sacrificio di chi, in un modo o nell’altro, continua a portare avanti il credo della Resistenza, contro ogni benda, contro ogni barriera e contro ogni oppressione: Buona festa della liberazione.

Donald Trump, quando il falso diventa plausibile

Dalla figura messianica al supereroe passando per il Papa, il nuovo post di SemiotiGram su Instagram indaga il potere delle immagini generate con l’Intelligenza Artificiale (AI) e il loro impatto sulla percezione del reale

Roma, 20 aprile 2026 —  Con l’Intelligenza Artificiale, la rappresentazione non è più soltanto un modo di raccontare la realtà. Diventa uno strumento per costruirla. È questo il punto di partenza del nuovo contenuto pubblicato da SemiotiGram, che analizza il caso Donald Trump come esempio emblematico di una trasformazione più ampia nel sistema dei media. Non si tratta di semplici immagini virali o provocazioni visive. Secondo l’analisi proposta, siamo di fronte a una strategia narrativa precisa: utilizzare immagini generate con l’AI per condensare significati complessi in forme immediate, emotive e condivisibili.   DALLA REALTÀ ALLA SIMULAZIONE: IL POTERE DELLE IMMAGINI Nel flusso visivo contemporaneo, chiunque può diventare qualsiasi cosa. Trump viene rappresentato come figura salvifica, guerriero, leader religioso o icona simbolica. Non importa che queste immagini siano false. Importa che funzionino. L’immagine non dimostra: mostra. E nel mostrare, produce senso. È qui che si verifica uno slittamento decisivo: dalla verifica alla percezione, dal fatto alla sua rappresentazione. La credibilità non deriva più dalla corrispondenza con la realtà, ma dalla coerenza visiva del racconto.  

FAKE NEWS VISIVE: QUANDO IL FALSO DIVENTA PLAUSIBILE

Il post analizza non solo le immagini palesemente costruite ma anche altri casi emblematici come quello delle foto in cui Trump “salva” animali, rafforzando una narrazione —già smentita— secondo cui gli immigrati mangerebbero cani e gatti e del video (falso) che mostra Barack Obama arrestato e condotto in carcere. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: contenuti visivi che simulano la realtà con tale efficacia da renderla plausibile, anche quando i fatti non sono mai avvenuti. La loro forza risiede nella capacità di imitare perfettamente l’estetica del reale.   L’IMMAGINE SOSTITUISCE IL FATTO Il risultato è un cambiamento strutturale nel modo in cui si costruisce il senso. Non è più necessario dimostrare qualcosa: basta mostrarlo. Arresti che non esistono, scenari mai accaduti, narrazioni costruite visivamente: l’effetto è credibilità. Ma è una credibilità senza verifica. Il caso analizzato apre una questione che va oltre il dibattito politico o tecnologico. È una questione semiotica. Se tutto può essere rappresentato, se ogni scenario può essere visualizzato con coerenza e realismo, allora il problema non è più distinguere tra vero e falso. Il problema è comprendere come il senso viene costruito. «Non siamo più davanti a una distorsione dell’informazione, ma a una sua riconfigurazione» emerge dall’analisi. L’immagine non interpreta la realtà: la sostituisce» commentano i realizzatori del nuovo post sul profilo Instagram di SemiotiGram, diretto dalla semiologa Bianca Terracciano, che propone contenuti divulgativi che applicano gli strumenti della semiotica all’analisi di arte, moda, musica, meme, cibo, crime, viaggi e cultura digitale, offrendo una lettura critica dei linguaggi mediali e delle narrazioni contemporanee. Il contenuto fa parte del progetto “SemiotiGram”, laboratorio digitale nato nell’ambito del corso di Semiotica dei media presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma. Attraverso un linguaggio visivo e accessibile, il progetto traduce i concetti teorici della semiotica in strumenti di lettura critica dei fenomeni contemporanei: dalla politica ai social media, dalle fake news alle culture digitali. Perché oggi, più che chiedersi se qualcosa sia vero, diventa necessario chiedersi perché appare vero.  

Cagliari: generazione ‘Monumenti Aperti’. L’edizione 2026

di Marco Marini


Al momento della redazione di queste righe si sta svolgendo la seconda giornata della trentesima edizione di Monumenti Aperti 2026. Si è partiti con un certo anticipo da Cagliari, e vede più di una settantina di siti visitabili da cittadini e turisti che nella prima giornata di Sabato 18 aprile hanno riempito come tante
formichine le strade della nostra Bella Città. Lo stesso autore di “Figli e Amanti” o “L’amante di Lady Chatterley”, D.H. Lawrence arrivando a Cagliari dal mare la descrisse “…come una città nuda dorata e accatastata verso il cielo strana e piuttosto sorprendente per nulla somigliante all’Italia definendola
Gerusalemme sul Mediterraneo. Questa evocazione risulta verosimile per chi conosce la Città Santa. Lo sforzo e l’entusiasmo posto in essere in questi trent’anni di storia cittadina con il coinvolgimento di tante scolaresche e di altre organizzazioni di volontari vede l’iniziativa “imitata” nella penisolagià da qualche anno. Nella nostra passeggiata nel centro di Cagliari tra le novità assolute c’é il Padiglione del Sale a Su Siccu il cosiddetto Parco Nervi erroneamente attribuito a Pier Luigi Nervi appunto, ma una ricerca svolta dall’Istituto Buccari-Marconi presso l’Archivio di Stato ne attribuisce la paternità all’ Ing. Martinelli. Dopo una visita a quello che il Comune di Cagliari definì IL GHETTO DI CAGLIARI, erroneamente in quanto a Cagliari non fu mai istituito un GHETTO ma una Aljama (quartiere), con la Chiesa di Santa Croce ed il suo complesso con la Facoltà di Ingegneria ed Architettura, abbiamo raggiunto in Via Vittorio Veneto la Direzione Generale della Protezione Civile della Regione Autonoma della Sardegna. Qui abbiamo
incontrato dei solerti ed entusiasti funzionari che con semplicità e con qualche cifra hanno illustrato lo sviluppo storico del coordinamento nazionale e regionale così capillare da coinvolgere tante istituzioni che vanno dai Sindaci fino alle Compagnie Baracellari, in uno sforzo di controllo e prevenzione del nostro
territorio che si svolge 24h su 24h per 365 giorni all’anno. Con un certo orgoglio hanno raccontato del ciclone mediterraneo “Harry” che ha colpito il Sud Italia tra il 18 e 21 gennaio 2026, e che non ha avuto vittime in Sardegna. Notevole lo sforzo della Direzione durante il periodo del COVID permettendo a molti sardi di tornare a casa. O l’impegno nel recente conflitto in Ucraina. Importante il coordinamento con altre nazioni europee in caso di eventi naturali, inondazioni, incendi e quant’altro con Grecia, Spagna e altri. Questo entusiasmo ha coinvolto il pubblico presente. Questo è un breve resoconto di un pomeriggio primaverile a Cagliari dove scopriamo tante realtà storiche, architettoniche e organizzative di cui non avremmo avuto conoscenza in altre circostanze.

PER TRUMP DIO STA ALLA SUA DESTRA MA STAVOLTA HA FATTO UN PASSO FALSO E HA RAFFORZATO PAPA LEONE

di Alfredo Franchini

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un intervento di Alfredo Franchini, giornalista e scrittore, già prezioso autore di precedenti riflessioni



I populismi sfruttano il cristianesimo. Lo sappiamo da tempo ma ora siamo arrivati al punto di svolta. La sfida lanciata contro il pontificato di Francesco è degenerata: “Se Leone è diventato papa lo deve a me”, ha detto Trump prima di lanciarsi in una sequela di insulti. Perché violare un tabù così grande e attaccare un pontefice che è il meno americano degli americani visto che ha la nazionalità peruviana e che spalleggiò Francesco nella condanna delle deportazioni degli immigrati?
Nel suo viaggio in Africa, partendo da Ippona, cioè dalla città di Sant’Agostino, il pontefice sta dimostrando che il Vangelo non è solo cattolico e che le fedi unite possono riconciliare il mondo in subbuglio. Allo stesso tempo l’America sta precipitando in una crisi ideologica e l’elettorato cattolico che ha scelto Trump si sta dividendo tra le posizioni dei due probabili successori: Rubio di estrazione cattolica e Vance il neoconvertito. Dietro di loro ci sono due visioni diverse: il primo si rifà alla destra che “si limita” a brandire croci e rosari, la seconda promette di costruire un mondo nuovo con l’intelligenza artificiale. È il loro cristianesimo nel mondo globale.
Nell’intento di Trump c’era forse la voglia di colpire uno dei suoi delfini, il più esuberante Vance, ma ha sbagliato persino i tempi che in politica sono tutto. Ha sparato sul papa proprio mentre Leone si trovava in aereo con un centinaio di giornalisti di tutto il mondo, da qui la replica pacata ma decisa. Un assist che ha dato a Leone una visibilità nuova: sinora il pontefice aveva detto le stesse cose del suo predecessore ma senza disporre della forza comunicativa di Francesco. Grazie a Trump, ora Leone potrà indicare a tutto il mondo la via del Vangelo che, come dicevo, è di tutti anche degli atei, degli agnostici e degli indifferenti.
Resta la domanda di fondo: perché le religioni contribuiscono a narrazioni fasulle? Come fanno i cattolici a tollerare le politiche dei populisti contro il messaggio del Vangelo? In America i cattolici che hanno votato Trump identificandosi nella politica Maga possono sopportare che le persone siano uccise dai corpi speciali della polizia trumpiana? La foto pasquale dei pastori evangelici che benedicono Trump ci dicono che tipo di cattolicesimo è il loro. Un cattolicesimo, quello americano, che sino a qualche anno fa era legato al Vaticano e che ora ne prende le distanze perché a luglio, nel giorno della festa per l’indipendenza, il papa andrà a Lampedusa, luogo simbolo della tragedia mediterranea. Le destre abbinano la loro ideologia che li vede contro tutto, (contro l’Islam, contro gli stranieri, contro il progresso scientifico), a un uso aberrante della religione. Ma Trump ha fatto un autogol: ha rafforzato l’azione di Papa Leone. Certo non c’è da illudersi: chi proponeva il Nobel per la pace a Trump ora potrebbe ripiegare sul Nobel per l’Ambiente visto che il presidente americano assicura che toglierà le mine dallo stretto di Hormuz.

Il popolo e le grandi rivoluzioni

di Daniele Madau

Peter Magyar ha vinto le elezioni presidenziali ungheresi

La grande scuola storica degli “Annales” ha introdotto, per gli eventi storici, il concetto di storia evenemenziale (in francese histoire événementielle), che indica una storiografia cronachistica, concentrata sulla narrazione dei singoli, isolati e spesso irripetibili avvenimenti politici, militari e diplomatici (“storia dei fatti”). A questi si contrappone la storia lunga delle istituzioni, dei luoghi, dei grandi processi. Uno degli aspetti che gli “Annales” avevano messo bene in luce è che questi grandi processi possono essere causati anche dall’azione della folla, dal popolo o da una sua componente (i giovani, a esempio), fatto che stiamo toccando con mano anche in questo perido, dai risultati del referendum italiano alle elezioni ungheresi, con la sconfitta di Orban.

Il tempo lungo, in ogni campo, è il tempo del bene, della verità, della ponderatezza, del profondo contro il superficiale che, strutturalmente, ha la solidità della roccia contro la friabilità del populismo, della bugia come azione politica, del marketing.

Uno dei problemi epocali del nostro tempo, in campo sociale e, per questo, anche in campo politico, è proprio la mancanza di profondità a favore di una percezione e di un vissuto tutto superficiale ed epidermico, passionale.

La politica, inutile dirlo, dovrebbe avere questo senso di tempo lungo e profondo, in cui far germogliare il bene dell’interesse comune, anche attraverso la contrapposizione dialettica, ma senza mai cedere il fianco a comportamenti di altri campi e settori, come quello del marketing o dello spettacolo.

Abbiamo vissuto, viviamo e ne pagheremo ancora a lungo le conseguenze, i tempi superficiali, brevi e fiammanti del populismo e delle strumentali bugie politiche: i movimenti di popolo in Ungheria con la sconfitta di Orban e , per altri versi, quelli giovanili in Italia con la loro partecipazione fondamentale al referendum di fine marzo, sono segno dei tempi nuovi, lunghi e profondi, del ritorno della verità e del bene comune? Sarebbe un evento epocale, con grandi ricadute sociali, filosofiche e politiche.

Il racconto del Cagliari.                    Cagliari- Cremonese 1-0: una finale e’ vinta, ma non e’ l’ultima

di Daniele Madau

XXXII Serie A-Unipol Domus/ Cagliari- Cremonese:1-0 (63mo  S. Esposito)

Cagliari (4-3-3): Caprile; Palestra, Mina, Juan Rodríguez (90mo Dossena), Obert; Mazzitelli (30mo Adopo), Gaetano, Deiola; S. Esposito (90mo Belotti), Borrelli (60mo Mendy), Folorunsho (60mo Ze Pedro).
In panchina: Sherri, Ciocci, Adopo, Kılıçsoy, Raterink, Belotti, Albarracín, Dossena, I. Sulemana, Liteta, Zappa, Mendy, Zé Pedro, Trepy.
Allenatore: Fabio Pisacane.

Cremonese  (4-4-2): Audero; F. Terracciano (71mo Barbier), Baschirotto, Luperto, Pezzella; Floriani Mussolini (65mo Sanabria), Grassi, Bondo (80mo Djuric), Vandeputte (65mo Pajero); Bonazzoli, Okereke (80mo Zerbin).
In panchina: Silvestri, Nava, Barbieri, Zerbin, Djurić, Bianchetti, Lottici Tessadri, Ceccherini, Faye, Payero, Folino, Sanabria.
Allenatore: Marco Giampaolo.

Arbitro: Doveri

Spettatori: 16.412

Ci sono, nel mondo del calcio piu’ che altrove, frasi fatte, abusate, come: ‘E’ una finale’. Oggi, pero’, sotto un sole che sa di fine campionato, con la colonna sonora delle immagini dello scudetto (12 aprile 1970) e con la Nord priva del tifo caldo nei primi minuti ( non si sa il motivo, ma si intuisce), lo e’ davvero. Una finale al contrario, ottenuta – per i padroni di casa- dopo due punti in otto partite.

Palestra incarna colui che la vive con l’atteggiamento giusto, andando al tiro dopo soli due minuti. I bambini della scuola di tifo trascinano lo stadio, si aspetta l’impresa.

La gara e’ aperta, le squadre non si aspettano, cosi’ che Okereke si ritrova solo davanti a Caprile, scivolando prima di calciare.

Sempre Okereke, al 22mo, stacca di testa, da solo, senza impensierire Caprile: ma creando, pero’, molti pensieri al pubblico. Il baricentro della Cremonese avanza, grazie a un giro palla preciso in orizzontale e verticale, mentre il Cagliari arretra, cercando di recuperare il controllo.

La Cremonese, infatti, mostra piu’ sicurezza, a tratti leggerezza- nonostante la posta in palio- mentre il Cagliari tradisce il nervosismo, e il pubblico rumoreggia. Dopo la mezz’ora la seconda conclusione del Cagliari, debole, di testa, con Florunsho, che non scioglie la tensione rossoblu’. Di questo si tratta, infatti, e si taglia a fette.

Solo la fantasia puo’ scioglierla, il talento: quello di Gaetano- spesso bloccato- che , al 40mo, semina un po’ di spavento in area grigiorossa, senza riuscire ad arrivare al tiro. Primo tempo al termine, e tutti i nodi ancora da sciogliere.

Alla ripresa, si presentano gli stessi protagonisti. Deiola- il capitano- ha anche il compito di scuotere la squadra, e ci prova, subito, con un tiro debole, abortito, a testimoniare lo stato d’animo. Della stessa intensita’ e’ il colpo di testa di Esposito al 10mo, ma il Cagliari cresce. Ancora Deiola, poco dopo, alto, ma il numero di tentativi aumenta, a cui si aggiunge un nuovo colpo di testa di Mina. Ma quello vincente, pero’, e’ di cinque minuti dopo, di Esposito, a incrociare, su assist di Ze Pedro da destra. La tensione si scioglie, si son trovate le energie, le risorse emotive, al momento giusto. Al 75mo Deiola impegna, seriamente, Audero di testa: l’aria e’ cambiata, la Cremonese non esce piu’ dall’area. La finale e’ vinta, col gusto della fatica, del rischio, del baratro. Per non ritrovarsi, pero’, a doverne giocare un’altra, il Cagliari non deve commettere nuovamente gli errori del passato e pensarsi salvo, perche’ l’impresa della Serie A non e’ ancora raggiunta.

Tra visibilità e invisibilità: il disagio nascosto dei giovani nell’era digitale

di Marta Meloni

Il recente episodio avvenuto a Trescore Balneario ha scosso profondamente l’opinione pubblica: un ragazzo di appena 13 anni ha ferito gravemente la sua insegnante di francese, pianificando l’aggressione e arrivando persino a registrarla per condividerla online. Un gesto che lascia sgomenti e che, inevitabilmente, spinge a interrogarsi non solo sull’accaduto, ma su ciò che può averlo reso possibile.

Fermarsi alla cronaca, infatti, rischia di semplificare un fenomeno molto più complesso. Dietro un atto così estremo si intrecciano spesso fragilità emotive, difficoltà relazionali e un profondo senso di smarrimento identitario. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: perché è proprio nella comprensione che si aprono spazi di prevenzione.

Negli ultimi anni, i social network hanno ridefinito radicalmente il modo in cui i giovani comunicano, si relazionano e costruiscono la propria identità. Crescono immersi in un contesto iperconnesso, in cui ogni esperienza può essere condivisa, osservata, commentata. La visibilità è diventata una sorta di valuta sociale: si misura in like, visualizzazioni e approvazione immediata.

In apparenza, nulla sfugge allo sguardo degli altri. Le vite vengono raccontate in tempo reale, filtrate e curate nei minimi dettagli. Tuttavia, questa esposizione continua non coincide necessariamente con una reale espressione di sé. Al contrario, può alimentare una distanza sempre più marcata tra ciò che si mostra e ciò che si prova.

È qui che emerge il paradosso della nostra epoca: essere costantemente visibili non significa sentirsi visti.

Anzi, proprio questa sovraesposizione può favorire una forma più sottile e profonda di invisibilità: quella emotiva.

Le emozioni più autentiche come la paura di non essere all’altezza, il senso di inadeguatezza, la rabbia, la solitudine, spesso restano inesplorate e inespresse. Mancano spazi sicuri in cui poterle riconoscere, nominare e condividere senza il timore del giudizio. In questo vuoto, l’identità rischia di costruirsi su basi fragili, modellata dalle aspettative esterne più che da una reale conoscenza di sé.

La pressione a conformarsi agli standard di popolarità e accettazione può diventare schiacciante, soprattutto in una fase della vita, l’adolescenza, già di per sé complessa e delicata. Se il bisogno di riconoscimento non trova risposte autentiche, può trasformarsi in frustrazione, rabbia o senso di esclusione. E quando queste emozioni non vengono elaborate, possono emergere in forme disfunzionali.

Il gesto avvenuto nella scuola bergamasca, pur nella sua eccezionalità, richiama l’attenzione su un disagio che spesso resta sommerso. Non tutti i ragazzi arrivano a comportamenti estremi, ma molti vivono un conflitto silenzioso tra il desiderio di essere visti e la paura di non essere davvero compresi.

Di fronte a questo scenario, la domanda che dovremmo porci è tanto semplice quanto scomoda: quanto siamo davvero capaci di ascoltare i giovani al di là di ciò che mostrano?

Essere presenti non significa solo osservare o controllare, ma creare contesti in cui i ragazzi possano sentirsi accolti nella loro complessità. Significa offrire strumenti per riconoscere e gestire le emozioni, favorire relazioni autentiche e restituire valore all’interiorità, in un mondo che spesso premia solo l’apparenza.

Perché la vera sfida non è rendere i giovani più visibili agli altri, ma aiutarli a diventare visibili a sé stessi.

E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: da una domanda essenziale, capace di orientare un percorso di crescita più consapevole.

Chi sono io, quando nessuno mi guarda?

Il monito profetico di Gaetano Martino.

di Leonardo Armas (IIIB del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per continuare a rispondere a questa complessità sociale, inaugura una nuova rubrica, ‘La finestra su Bruxelles’, dedicata all’Unione Europea, orizzonte dei ragazzi di oggi. Realizzata dai responsabili della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, inserito in un più generale progetto sul giornalismo, è un ulteriore spazio dedicato agli studenti e alle studentesse, per offrire loro uno strumento di analisi critica della realtà e di successiva ‘Riflessione’

‘La finestra su Bruxelles’ -4
Presentiamo questa rubrica digitale dove proporremo il ricordo di personaggi storici e di temi alla base dell’ Unione Europea

Questa finestra è dedicata a Gaetano Martino, Ministro degli esteri italiano che portò verso il successo lo spirito di Messina del 1955 e che lasciò ai posteri un monito alla politica comune che si riflette benissimo con la fase storica che attraversiamo

Gaetano Martino

Se fino ad ora abbiamo parlato circa il pensiero su come l’UE avrebbe dovuto svilupparsi partendo dalle origini, ora, invece, parleremo di chi davvero ha vissuto, e guidato, una delle fasi più critiche e difficili, avvenuta nel 1955, all’alba della Conferenza di Messina; e all’indomani della fine del progetto di un esercito comune parallelo alla Nato (la CED), per il quale Alcide De Gasperi aveva impiegato tutte le sue ultime energie prima della morte nel 1954.
Stiamo parlando di Gaetano Martino.
In quell’anno era alla guida della Farnesina e, come promotore, ospitò nella sua Messina una conferenza della CECA che avrebbe dovuto deliberare il futuro di questa organizzazione dopo il trauma della CED. Il clima fu fin da subito teso, ma grazie allo spirito comune, si trovarono dei fondamentali accordi sullo sviluppo dell’energia nucleare, l’Euratom, e la creazione di un’area di libero mercato per gli stati membri, non limitata al solo carbone e acciaio. Il secondo punto fu il più importante per due motivi: il primo perché anticipò la creazione della CEE nel 1957 con il Trattato di Roma; il secondo perché ciò portò all’aumento del PIL, dell’export e all’istituzione di un’area a libero transito con l’acquis di Schengen nel 1985.

Il 19/01/65, Martino tornò a parlare di quella Conferenza epocale, rammaricandosi che molte battaglie, seppur vinte, ancora dovevano essere concluse e attuate, poiché tale vittoria economica fu “un grande atto di fede e libertà” concessa a quei popoli che erano spinti dagli stessi precetti morali e sociali. Sebbene una forte crescita degli stati membro, questa era ancora frenata dai diversi orizzonti politici degli stati, stessa situazione che oggi ci obbliga a restare timidi davanti a tutto quello che accade.
Martino, dunque, ci ricorda che ancora oggi c’è un passo fondamentale da compiere per eliminare il punctum dolens: ovvero rendere la politica europea adulta, come già dal 1955 era stato fatto con l’economia.
Ed è necessario farlo adesso, nell’epoca segnata dal trumpismo, per sopperire alle minacce esterne in atto.

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