Il racconto del Cagliari: dalle vette olimpiche agli inferi

di Daniele Madau

Unipol Domus, XXV Giornata/ Cagliari-Lecce:0-2 (64mo Gandelman; 75mo Ramadani)

Cagliari (4-2-3-1): Caprile; Zappa (57mo Mazzitelli), Zé Pedro, Mina, Obert (75mo Trepy); Adopo, I. Sulemana; Palestra, S. Esposito, Idrissi; Pavoletti (57mo Kılıçsoy).
In panchina: Sherri, Ciocci, Mazzitelli, Kılıçsoy, Juan Rodríguez, Raterink, Albarracín, Dossena, Liteta, Mendy, Trepy, Cogoni.
Allenatore: Fabio Pisacane.

Lecce (4-2-3-1): Falcone; Veiga, Tiago Gabriel, Gaspar, Gallo; Ramadani, L. Coulibaly; Pierotti (85mo Siebert), Gandelman (85mo Ngom), Sottil (80mo Ndaba); Cheddira (80mo Stulic).
In panchina: Früchtl, Samooja, Ndaba, Siebert, Sala, Fofana, Štulić, N’Dri, Helgason, Jean, Marchwiński, Ngom, Kovač.
Allenatore: Eusebio Di Francesco

Spettatori: 16133

All’ Unipol Domus ci accolgono i ragazzi con le zeppole, in una serata che, se non fosse per il mestrale- compagno immancabile delle serate cagliaritane- sarebbe tiepida, quasi primaverile.

E’ un periodo in cui lo sport, tra splendori olimpici e misere sceneggiate calcistiche, riempie le nostre giornate, cosi’ Cagliari- Lecce rischia di passare in secondo piano, mentre e’ vitale per entrambe. Per il Cagliari, per acquisire quasi definitivamente il diritto alla serenita’ olimpica della serie A, il Lecce per continuare a restare aggrappato a quel monte Olimpo della massima serie, mentre in basso si spalanca l’abisso degli inferi.

E sara’ la visione di questo abisso ma, dopo 30 minuti di totale assenza di segnali di vita, e’ il Lecce a ravvivare la gara, schiacciando i rossublu’ in area con azioni ripetute, che la difesa dei padroni di casa ha faticato a respingere.

Cosi’, il Cagliari si risveglia, rinuncia alla sua olimpica serenita’, torna tra i mortali, e, in serie, scaglia tre frecce apollinee, quasi letali, due con Zappa e una con Sulemana: ma non portano l’epidemia nell’esercito leccese.

Finisce il primo tempo, con la sensazione che la tregua sia stata violata e che il secondo tempo sara’ combattuto.

Nume tutelare della linea di porta, come Giano, divinita’ degli inizi e degli ingressi, Caprile salva la porta di casa, proprio all’inizio del secondo tempo.

Uscio violato, pero’, al 64mo, da Gandelmann, che vola a vette altissime, su cross dell’ex Sottil, per il colpo di testa dello 0-1.

Il Cagliari prova a reagire, ma manca l’ ossigeno che rifornisca l’attacco, sotto forma di palle fornite da un centrocampo stranamente asfittico. Il colpo di testa di Obert al 70mo e’ frutto del caso, in un Cagliari in cui anche Palestra fatica a ritrovare le sue ali da Ermes.

Cosi’, al 75mo raddoppia Ramadani, con un destro senza pretese dalla sinistra, che passa sotto la pancia di Caprile: gli dei hanno abbandonato il Cagliari.

Trepy, neoentrato in attacco, sembra avere la hybris per andare contro il destino rossoblu’ gia’ scritto, ma non riesce nell’impresa. E, cosi’, il destino si compie, con uno 0-2 inaspettato.

Tra gare olimpiche e miti greci, pero’, permetteteci di finire con la divina per eccellenza di questi giochi, che puo’ insegnare- anche ai rossoblu’- a capire come gli inferi del dolore e la risalita per la vetta olimpica non siano solo per gli dei, ma anche per gli uomini. E da li’ su la vista, e’ la piu’ bella che ci sia.

Federica Brignone

Cento anni di Grazia

di Daniele Madau

Grazia Deledda
Mattarella a Nuoro

In occasione dell’apertura dell’anno deleddiano, nel quale ricorre il centenario dell’assegnazione del premio Nobel alla grande scrittrice nuorese, Sergio Mattarella e’ stato ospite a Nuoro, dove ha tenuto il discorso inaugurale. Cosi’ si e’ espresso il Presidente:  ‘Quello che posso esprimere è la riconoscenza che un lettore può sempre coltivare, manifestare nei confronti di Grazia Deledda.

Quest’estate, nelle due settimane di vacanza che mi erano consentite, ho portato con me in montagna alcuni libri da leggere, alcuni recenti, altri da rileggere. Tra questi, due di Grazia Deledda: “Il vecchio della montagna” e “Canne al vento”. Li avevo letti da giovane studente – il che vuol dire molti decenni addietro – e ho ritrovato le medesime emozioni, le stesse impressioni che allora avevo registrato, trovandone conferma della modernità – vorrei aggiungere della perenne modernità dell’opera di Grazia Deledda – e una riconoscenza che, chiunque abbia letto le sue opere, non può che coltivare, avvertire.

Ed è una riconoscenza che questa mattina è stata sottolineata dagli interventi che abbiamo ascoltato, dall’iniziativa del Sindaco, dall’apertura dell’anno deleddiano.

Io vorrei esprimere un apprezzamento per l’iniziativa e anche il ringraziamento al Sindaco per avermi invitato a essere presente quest’oggi, in questa apertura di anno deleddiano, ringraziando molto per quanto viene fatto per sottolineare l’immenso contributo fornito alla cultura italiana da questa Regione e, segnatamente, da Grazia Deledda.

Prima di tornare nel continente, come diciamo noi tutti isolani, non potevo non esprimere con grande calore, con grande convinzione, l’apprezzamento per quanto fornisce questa città, questa Regione al nostro Paese.

È un momento importante nella vita del mondo, non sempre chiaro, non sempre ordinato, ma il contributo che le nostre regioni, segnatamente questa Regione, forniscono alla vita nazionale è un contributo indispensabile per affrontare tutti i problemi e le emergenze che si presentano’. Il Presidente, nelle sue parole, ha sottolineato, cosi’, la modernita’ di Grazia Deledda, un aspetto ancora da esplorare a fondo.


Il 10 dicembre 1927 accadde, nel mondo della cultura, un piccola rivoluzione. Quel giorno venne conferito il premio Nobel per Letteratura del 1926 a un’ autrice sarda, Grazia Deledda, «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». Deledda è stata la prima, e finora unica, donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura e la seconda donna in assoluto, dopo la svedese Selma Lagerlof.
Grazia, però, nata a Nuoro nel 1871, alle rivoluzioni e ai primati era già abituata. Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, continuò gli studi da autodidatta, seguita prima privatamente dal professor Pietro Ganga, docente di lettere italiane, latine e greche, che parlava francese, tedesco, portoghese, spagnolo; poi proseguì la sua formazione esclusivamente da sola, sviluppando un particolare amore per la letteratura greca.
Nel 1887, a soli sedici anni, vide pubblicati i suoi primi racconti, Sangue sardo e Remigia Helder; nel 1909, invece, dopo i grandi successi dei suoi scritti a cavallo del novecento e dopo essersi trasferita a Roma, Grazia Deledda  vide il suo nome comparire come candidata al collegio di Nuoro della Camera dei Deputati per il Partito Radicale Italiano. Non solo si trattava della prima volta che una donna veniva candidata, ma, soprattutto, questo avveniva quando ancora le donne in Italia non potevano votare, malgrado la questione fosse oggetto di sempre più vivo dibattito pubblico. La portata di questa rivoluzione si può cogliere, ad esempio, da un articolo apparso su ‘La Tribuna’ a firma di Giuseppe Piazza, il quale dubitava che la scrittrice potesse avere qualità adatte al ruolo in quanto “anziché un’adeguata preparazione per presieder domani una qualche Commissione di bilancio ha impiegato la sua vita in due cose, a scriver romanzi e a partorire degli ottimi figliuoli… Due cose delle quali l’ultima soprattutto è troppo grande per darle tempo e volontà di essere femminista e «deputata»”.
Ma cosa si raccontava in quegli scritti apparsi tra il 1887 e il 1909, di così grande da far sì che dal rione Santu Pedru di Nuoro si trovasse a Roma, conosciuta a livello internazionale, e candidata al Parlamento italiano?
Si raccontava di ciò che di più grande possa esistere, l’umanità e la sua profondità, il suo abisso di libertà e colpa, la sua inesauribile speranza di bene, vita, amore, giustizia e l’eterna lotta con la realtà per conquistarli. Per indagare queste tematiche cosi’ alte, fece spesso riferimento al mondo biblico.
Quante volte Grazia si sara’ soffermata, a esempio, sul salmo 63? Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso. Ma Dio li colpisce con le sue frecce: all’improvviso essi sono feriti, la loro stessa lingua li farà cadere; chiunque, al vederli, scuoterà il capo. Allora tutti saranno presi da timore, annunzieranno le opere di Dio e capiranno ciò che egli ha fatto. Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria.
Ne siamo certi, tante. Conosceva a fondo, infatti, la Bibbia. Il mondo arcano, pastorale e misterioso che racconta, infatti, aveva una profonda cultura biblica, trasmessa oralmente e incarnata quotidianamente tra le fatiche delle vita. Grazia, in virtù dei suoi studi, leggeva i testi sacri, e riconosceva nelle fiere e nobili figure della società sarda, dall’anziano carico di anni e saggezza ai giovani brucianti di desiderio, quelle dei testi biblici, che sono, per ogni tempo, modelli e simboli esemplari. La profondità del suo animo, quindi, diventava più profonda nella lettura sacra, e cresceva in poesia alla visione, e poi al ricordo, dei paesaggi sardi, silenziosi e immensi. Le protagoniste di ‘Canne al vento’, il capolavoro riconosciuto di Grazia, scritto più avanti- nel 1913 – e che, col suo successo, ha aperto la strada al Nobel, hanno nomi biblici: Ruth, Noemi ed Ester; molti titoli di novelle e romanzi rimandano a Dio, ai Vangeli o ai luoghi di culto, come  ‘Il Dio dei viventi’ , ‘Il cieco di Gerico’, ‘La Chiesa della Solitudine’ .
Anche, però, testi che apparentemente non sembrano essere direttamente riferibili alla fede, risultano, poi, esserne impregnati a fondo. A esempio valga, tra i tanti, la conclusione di ‘La bambina rubata’, una struggente novella su una bambina figlia di una violenza: ‘ La morte stessa della bambina mi aiutava nella speranza di vivere. Dio me l’aveva tolta per misericordia, non per vendetta, e mi aveva ridonato la voce per difendermi davanti agli uomini: da lui ero già assolto e ribenedetto’.
Queste parole, di un testo tutto sommato considerato secondario, illuminano tutto il rapporto tra la fede e la poetica di Grazia, tra la sua scrittura e il mistero della vita. Non può esistere, infatti, l’una senza l’altro. Per alcuni critici, questo è stato un limite, soprattutto in anni di ateismo militante anche in ambito letterario. Potremmo parlare di questione di punti di vista. Sicuramente, per Grazia Deledda, il vero foglio su cui scrivere è stato l’animo umano, sede di una lotta perenne tra il male e il bene, che ha come conquista la libertà umana e come giudice un Dio grande come i paesaggi sardi, bello e terribile come la natura del nuorese ma, soprattutto, misericordioso. Se la società giudica e impone certi comportamenti, Dio perdona sempre. Certo, il perdono arriva al termine di un lento e faticoso cammino, ma questo è il senso della vita di ogni uomo. E’ profondamente sbagliato, quindi, il pregiudizio letterario che vuole le pagine di Grazia Deledda intrise di un fatalismo derivante dall’ arretrata  situazione della società sarda. Tutt’altro. L’immutabile panorama sardo, il quale, mentre scriveva da Roma, faceva da sfondo alle sue storia, è la scenografia delle immutabili domande sull’uomo, fatto che rende le suo opere, precisamente, dei classici . Se ora, quindi, la riteniamo distante dalla nostra sensibilità, è perché la contemporaneità ha smesso di farsi le domande più grandi, come quelle che interrogano l’origine del male e del bene, da dove venga la forza misteriosa dell’amore, e quale sia la sorgente dell’uguaglianza di fronte al dolore tra tutti, poveri e ricchi, uomini e donne, banditi e aristocratici. Grazie, scandagliando questi grandi abissi, si ritrovava appieno nella grande letteratura decadente europea, soprattutto russa, da Dostoevskij a Tolstoj, da lei amati profondamente. Il ‘900 stava perdendo i punti di riferimento, tra guerre e relativismi: nessuno ha saputo indagare l’angoscia della domanda di senso più di lei.
Grazia, però, è andata ben oltre, in terreni non ancora studiati al meglio dalla critica. I suoi tratti di verismo scandalizzavano e interrogavano il futuro, anche della Chiesa. In romanzi indimenticabili come ‘Elias Portolu’ o ‘La madre’,  ci racconta di amori proibiti dalla società, anche di sacerdoti o futuri tali, che non hanno nulla di peccato, se non quello di voler obbedire a sé stessi. Leggendo le pagine, sentiamo lo stesso smarrimento di Dante davanti a Paolo e Francesca; mentre la Chiesa, ancora oggi, si trova a riflettere sul celibato sacerdotale. In ‘Dopo il divorzio’, del 1902, Grazia anticipa di più di settant’anni la legge sul divorzio, immaginandola già operativa. Lo fa da profonda credente. Le sue eroine sono madri, donne col cancro al seno (‘La Chiesa della solitudine’, 1930, quando il cancro era un argomento sconosciuto e quasi impronunciabile), innamorate di banditi o sacerdoti; oppure, per tornare a ‘La bambina rubata’, uomini autori di violenze sulle donne, che riconoscono il male compiuto, e son pronti a pagarlo per un alto ideale di giustizia. Ma, soprattutto, sono figli di Dio, a cui anelano speranzosi perché ne intravedono la bellezza nel creato e nel fremito misterioso di ogni suo respiro. A noi, dopo tutti questi anni, resta la Grazia di una scrittura forte, passionale, profonda e con una scintilla divina, come la vera vita.

«Gli europei hanno capito che è possibile resistere a Trump?»: il dibattito tra gli esperti americani dopo la Groenlandia

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Fiona Hill, ex consigliera di politica estera di Trump nel primo mandato

Fino a che punto l’Europa ha cambiato approccio nei confronti degli Stati Uniti dopo il caso Groenlandia è un tema dibattuto dagli esperti di politica estera americani. Ovviamente lo è anche in Europa, perché la marcia indietro del presidente Trump non ha permesso di mettere davvero alla prova i ventisette Stati membri. Ma una cosa vanno ripetendo i diplomatici europei: «Nel momento in cui Trump ha minacciato dazi aggiuntivi su alcuni Paesi europei per le esercitazioni compiute in Groenlandia da uno sparuto numero di militari, è stato chiaro che non si trattava solo di tariffe e di commercio ma si trattava piuttosto della sovranità di uno Stato membro e dunque dovevamo essere molto uniti». Le parole sono più o meno queste, pronunciate dai diplomatici sia di grandi Paesi sia di Paesi più piccoli dell’Unione. La sovranità nazionale e quella europea si sono rinsaldate e hanno imposto una reazione ferma, non senza traumi per i Paesi con una forte tradizione transatlantica.

Tuttavia, i Ventisette non hanno ancora definito del tutto la loro strategia e i messaggi restano talvolta contraddittori. La rivoluzione Trump sta imponendo all’Unione europea un ripensamento su tutti i settori se vuole raggiungere l’indipendenza strategica e questa è la parte più difficile. Un primo test sarà il ritiro dei leader Ue di giovedì al castello di Alden Biesen per discutere di competitività. Dunque è particolarmente interessante la lettura che viene data Oltreoceano alla presunta svolta europea.

Abbiamo seguito una tavola rotonda presso il Brooklings Institution, uno dei più prestigiosi think tank di Washington: c’erano Fiona Hill, ex consigliera del primo mandato di Trump (è tornata di recente di attualità una sua affermazione passata: ovvero che nel 2019 la Russia indicò agli Usa che avrebbe potuto rinunciare all’appoggio per Maduro in cambio del via libera sull’Ucraina), Philip Gordon e Thomas Wright, ex consiglieri dell’amministrazione Biden, e Constanze Stelzenmüller, esperta di rapporti tra Europa e Stati Uniti. Tutti a quattro naturalmente sono profondamente critici dell’attuale politica estera Usa per quanto riguarda i rapporti transatlantici, ma l’aspetto più interessante è la loro percezione di quale possa essere la risposta europea.

Quando il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance l’anno scorso prese parola alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e criticò duramente i politici europei sull’immigrazione e la libertà di espressione, il suo discorso lasciò sotto choc il pubblico e segnò l’inizio dei dubbi sui rapporti transatlantici che ci hanno accompagnato per tutto l’anno fino  all’escalation con il «caso Groenlandia». Alla Conferenza di Monaco, che inizia questo venerdì,non è atteso stavolta Vance, ma il segretario di Stato Marco Rubio insieme a una delegazione del Congresso. Gordon ha menzionato come, agli occhi degli europei, Rubio venga visto come più rassicurante rispetto a Vance o Witkoff e come il responsabile delle correzioni di rotta nel piano di pace per l’Ucraina (rispetto alla prima versione nettamente pro-russa), ma Stelzenmüller ha ricordato che è dal dipartimento di Stato, guidato proprio da Rubio, che è stata messa nero su bianco la recente strategia di sicurezza nazionale che riguarda anche l’alleanza con l’Europa.

Gordon crede che nei giorni scorsi sia cambiato qualcosa, non solo rispetto al primo mandato di Trump, quando i leader europei «pensavano che si potesse andare avanti comunque, che c’erano adulti nella stanza, che Trump non sarebbe durato per sempre» ma anche rispetto al primo anno del secondo mandato in cui «hanno cercato quanto più possibile di credere che Trump alla fine appoggerà l’Europa, l’Ucraina e la Nato, al punto di accettare un accordo commerciale sbilanciato pur di tenere a bordo gli Stati Uniti». «Con la Groenlandia si è oltrepassata la linea — ha detto l’ex assistente di Biden e consigliere di sicurezza nazionale della vicepresidente Kamala Harris — e anche se Trump a Davos ha fatto marcia indietro sull’idea dell’uso della forza per prendersela, non si può dimenticare quello che è successo e tornare a tre settimane prima.Penso che gli europei abbiano concluso che qualcosa è cambiato in modo fondamentale e Carney (il premier canadese nel suo ormai celebre discorso,ndr) lo ha articolato nel modo migliore». Sulla Groenlandia, Hill ha notato che a spingere Trump ad una marcia indietro c’è stato anche il fatto che tra i repubblicani al Congresso non c’era alcun entusiasmo per un’annessione o un’invasione. Stelzenmüller ha invece accennato al fatto che non ha aiutato a dissuadere Trump l’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte nello Studio Ovale: l’anno scorso aveva definito la Groenlandia un problema nazionale, anziché un problema dell’alleanza atlantica. Ma per Gordon la marcia indietro di Trump è stata dettata soprattutto dai rischi per i mercati, legati alle possibili misure europee. A suo parere, «gli europei hanno scoperto di non essere disposti a cedere, hanno capito che è possibile resistere.Quindi entriamo in un territorio nuovo». 

Hill ha osservato che anche i fatti di politica interna americana pesano nell’opinione degli europei. L’uccisione a Minneapolis di due cittadini americani che si opponevano alle retate degli agenti federali anti-immigrazione «mostra come gli Stati Uniti, che parlano di libertà di espressione in altri Paesi, stanno facendo cose piuttosto terribili, comportandosi come i Paesi che hanno criticato. Questo è uno choc per molti europei».

Stelzenmüller, in un suo recente viaggio in Europa, ha preso nota del fatto che tutti i meccanismi con cui gli europei pensavano di poter rispondere a Trump sono crollati: a suo parere, hanno capito che devono muoversi più in fretta per sviluppare una propria deterrenza e indipendenza strategica e anche i tedeschi che in passato erano più restii all’integrazione adesso stanno cambiando tono sul rapporto Draghi. In un incontro con i leader europei, un alleato Usa le ha detto: «Stavamo pianificando di garantire la sicurezza europea senza gli Stati Uniti… Ma se dovessimo pianificare di garantirla contro gli Stati Uniti?».

Non crede però in una vera svolta imminente da parte degli europei Thomas Wright, che era assistente speciale di Biden e direttore per la pianificazione strategica del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca: in controtendenza con alcuni colleghi, ha sostenuto che «i governi europei stanno ancora seguendo la strategia dell’anno scorso, cioè farsi in quattro per cercare di accontentare il presidente Trump, in gran parte perché sono terrorizzati dalla minaccia russa, non hanno un piano B e hanno paura di quello che potrebbe fare Trump in caso di escalation. Dopo la Groenlandia, penso che sappiano bene che devono mostrare di avere una spina dorsale, se Trump va troppo oltre, anche se non lo dicono troppo apertamente. Cercano di comunicare le loro linee rosse, ma penso che per lo più cerchino di continuare a indicare pubblicamente che è tutto a posto — il che dimostra quanto sia negativa la situazione dietro le quinte».

Ad una domanda su quali leader europei stiano gestendo Trump nel modo migliore, Hill ha replicato che i leader scandinavi e baltici con il loro approccio «tranquillo e disciplinato possono essere molto efficaci», mentre Gordon ha osservato che «l’appeasement di cui è diventato un simbolo Rutte, oppure Meloni e il finlandese Stubb che cercano di dialogare… sono approcci che non funzionano. L’idea che questi rapporti personali possano tradursi in concessioni politiche non sembra si stia realizzando… sulla base di quanto accaduto finora. I rapporti possono garantirti un incontro con Trump che non esploda come quello con Zelensky, ma non concessioni durature».

Gli esperti del Brookings Institution hanno sottolineato anche le implicazioni di tutto ciò per l’Ucraina. Gordon, in particolare, ha messo in dubbio l’affidabilità di garanzie di sicurezza statunitensi per Kiev. «Vengono definite garanzie di sicurezza tipo-Nato, ma in quel caso c’è un trattato ratificato dal Senato americano, ci sono truppe schierate in postazioni avanzate, ci sono ottant’anni di credibilità. In questo caso la garanzia sarebbe basata semplicemente sulla promessa di appoggio da parte di Trump».

Prima di creare l’Europa, bisogna pensarla

di Leonardo Armas (IIIB del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per continuare a rispondere a questa complessità sociale, inaugura una nuova rubrica, ‘La finestra su Bruxelles’, dedicata all’Unione Europea, orizzonte dei ragazzi di oggi. Realizzata dai responsabili della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, inserito in un più generale progetto sul giornalismo, è un ulteriore spazio dedicato agli studenti e alle studentesse, per offrire loro uno strumento di analisi critica della realtà e di successiva ‘Riflessione’

‘La finestra su Bruxelles’ -2
Presentiamo questa rubrica digitale dove proporremo il ricordo di personaggi storici e di temi alla base dell’ Unione Europea

𝑷𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒓𝒍𝒂, 𝒍’ 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒂 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒓𝒍𝒂- Carlo Sforza

Carlo Sforza

Chi era 𝑪𝒂𝒓𝒍𝒐 𝑺𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂 (1872-1952)?
Carlo Sforza è stato uno dei più importanti diplomatici del secolo scorso di tutta l’ Europa. Di tradizione mazziniana e repubblicana, è stato Senatore del Regno d’ Italia e anche ministro sotto Giolitti.
Nel Dopoguerra diviene Presidente della Consulta Nazionale (organo camerale che precedette le elezioni del 1946), Ministro degli esteri sotto De Gasperi e anche per il “coordinamento del politiche comunitarie”. Infine, membro del PRI (Partito Repubblicano Italiano) con cui fu eletto Senatore.

𝑪𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒍’ 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂
Il 18/7/1948, fresco di nomina al Ministero degli esteri, Sforza tenne un fermo discorso sull’ Europa a Perugia.
Rispetto alle altre nazioni, la posizione italiana sulla futura Europa era ancora da sviluppare.
Ci pensa proprio Carlo Sforza a rompere il ghiaccio ed avviare una vera linea. Forte delle idee del Mazzini e del Cavour, li riprende e critica li oppositori che consideravano utopico il loro pensiero europeo.
Altro punto fondamentale è toccato dal rapporto che dovranno avere le nazioni con la futura organizzazione: “ognuno di questi piccoli stati d’ Europa rinunzi ad una parte della propria sovranità”. Sforza ci vuole ricordare che per costruire questo tipo organizzazione gli stati dovranno costruire diplomazie efficaci anche per colmare le possibili posizioni distinte. Questo passaggio è ancora oggi fondamentale, il discorso legge il presente dell’ UE, dove alcuni stati come l’Ungheria di Orban preferiscono fare solo i propri interessi statali. Sforza non vuole negare la Patria, ma semplicemente non vuole farla diventare un pretesto di nazionalismo o suprematismo nei confronti degli altri membri. Altrimenti viene meno tutto il resto del discorso fatto: libertà economica, sociale, di movimento (considerava i visti e i passaporti dei veleni) e culturale. De Gasperi lo riprenderà ( lo trovate nel post prima puntata). Il discorso servirà da catalizzatore per la nascita del Consiglio d’Europa 1949.

La storica Mary Nolan: “La Nato come la conoscevamo è morta”

di  Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

“La Nato come la conoscevamo è morta”. E non è chiaro se stiamo davvero tornando alle “sfere di influenza” del XIX secolo di cui tanto si parla né se sia davvero possibile tornarci, perché il mondo di allora era molto diverso da un punto di vista economico come pure geopolitico. Lo dice la storica Mary Nolan, che ai rapporti transatlantici ha dedicato la sua carriera. Docente emerita di Storia della New York University, esperta di Guerra fredda, americanizzazione e anti-americanismo in Europa, è l’autrice del saggio “The Transatlantic Century: 1890-2010”. Le abbiamo chiesto se il secolo transatlantico sia finito.

“Da una parte sembra che ci sia un ritorno alle sfere di influenza del XIX secolo, ma stavolta la Cina è una delle grandi potenze, anziché essere spartita tra le potenze, ha una sua sorta di sfera di influenza nell’Asia orientale; la Russia ha la sua sfera, gli Stati Uniti dicono di avere l’”Emisfero Occidentale”, che come abbiamo visto il 2 gennaio include il Venezuela. D’altra parte, però, non è affatto chiaro se gli Stati Uniti vogliano davvero consentire alla Cina e alla Russia di avere le loro sfere di influenza.Trump ha ambizioni globali enormi, che non si fermano all’Emisfero occidentale come è evidente per esempio dalla proposta del Board of Peace”. 

Una delle cose evidenti per chi segue Trump quotidianamente è quanto il presidente sia rimasto affascinato dallo spettacolo del potere militare americano in occasione degli attacchi contro i siti nucleari in Iran e per catturare Maduro in Venezuela. Trump dimostra un’attrazione per queste prove di forza muscolare che hanno sorpreso quanti in America si aspettavano un approccio meno interventista, anche se finora si è trattato di interventi “chirurgici”. L’approccio verso l’Europa si muove sulla linea di “quello che gli Stati Uniti hanno voluto sin dalla Guerra fredda ma in particolare dopo il 1989 – secondo Nolan -, ovvero si lamentarono senza fine, a partire dal segretario di Stato Baker, di come l’Europa non pagasse abbastanza per la propria difesa, di come potesse permettersi le politiche sociali perché non spendeva abbastanza per le forze armate. Ma l’America non voleva nemmeno che ci fosse una forza europea più autonoma o integrata con un ruolo pari nel processo decisionale. Ed è quello che vuole anche Trump oggi. Vuole che gli europei continuino a comprare tutte le loro armi dagli Stati Uniti, non vuole un’Unione europea più autonoma nella politica estera e nella difesa, non darà loro un ruolo chiave nelle decisioni come non lo ha fatto nei negoziati con Zelensky e Putin sulla guerra in Ucraina”.

Il problema, secondo la storica americana, è che forse non è possibile tornare al passato. “Quello che è così diverso adesso rispetto all’immediato periodo post-1945, quando fu creata la Nato, e quando il rapporto transatlantico funzionava anche se era sempre più logorato, è che gli Stati Uniti erano l’unica reale potenza economica del mondo dopo la Seconda guerra mondiale. L’Unione sovietica era completamente devastata, con molti settori economici totalmente distrutti: aveva pagato un prezzo enorme per contribuire alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Quindi gli Stati Uniti erano in una posizione unica e non c’erano economie industriali moderne al di fuori dell’Europa e del Nord America con la possibile eccezione di alcuni grossi Paesi del Sud America.  La decolonizzazione non era ancora iniziata. Gli Stati Uniti producevano quattro quinti della produzione industriale mondiale e avevano organizzato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale in modo utile ai loro interessi. Era davvero un periodo unilaterale. Oggi è molto diverso. La decolonizzazione, per quanto problematica, ha portato a una maggiore integrazione globale e a flussi in molte diverse direzioni. Trump pensa che nessun Paese sarebbe tale senza gli Stati Uniti. Ma in realtà, come ha dimostrato il premier canadese Carney, puoi cercare di rinegoziare i rapporti con la Cina. La Cina non dipende semplicemente dalla vendita di prodotti agli Stati Uniti, dove vende oggi molto meno che in passato: vende in tutto il Sud globale, in America Latina, in Africa, come pure in Europa. Quindi Trump immagina il ritorno ad un mondo al quale non si può tornare, in cui la civiltà occidentale bianca controlla l’ordine globale. Ma non è chiaro se rischierebbe una guerra con la Cina o se lascerà che i cinesi facciano quel che vogliono. Non è chiaro quanto spazio lascerà a Putin, che gli piace molto di più di quanto gli piaccia Xi. Gli Stati Uniti spendono di più militarmente rispetto ai nove paesi successivi messi insieme, e la Cina e la Russia sono al secondo e terzo posto. E’ difficile dire quando sarà pronto Trump ad usare l’esercito Usa. Perciò la sfida per gli europei è se vogliono finalmente dire: ‘Ok, il secolo transatlantico è davvero finito‘. Perché oggi non sono semplicemente di importanza secondaria – una posizione in cui sono stati relegati sin dal 1989 o dal 1991, quando l‘attenzione Usa si è spostata sul Medio Oriente e poi sulla Cina – ma ora sotto Trump il linguaggio nei confronti dell’Europa è senza precedenti”.

Nolan è convinta che l’Europa debba muoversi nella direzione indicata dal Canada, perché “se cedi, Trump chiederà sempre di più: non smetterà di chiedere la Groenlandia, di imporre politiche sull’immigrazione, l’eliminazione di ogni restrizione per i partiti di estrema destra e delle restrizioni su internet. E’ una decisione difficile per l’Europa. Sarà enormemente doloroso in ogni caso. Ma i rischi economici, politici e morali ci sono sia nel caso di resistenza che nel caso di appeasement”.

Nolan è anche una esperta di anti-americanismo in Europa e le chiediamo se nella situazione attuale l’anti-americanismo stia crescendo.  “Anti-americanismo può significare due cose: può significare rifiuto totale della cultura e della società americana oppure una critica specifica di azioni, politiche e minacce americane. E penso che oggi ci sia molto più la seconda cosa. Quello che stiamo vedendo adesso è che, nonostante una ampia americanizzazione di aspetti della cultura e della società europea ormai per decenni, c’è una forte critica del comportamento del governo americano, che io comprendo completamente”. Il suo sguardo al futuro è profondamente pessimista: “Penso che una delle cose ormai chiare è che l’America è un paese profondamente diviso. C’è un buon 40% della popolazione che appoggia Trump. Le probabilità che qualcuno come Trump venga rieletto o eletto la prossima volta sono molto concrete, sempre che ci saranno ancora le elezioni, cosa che la gente si chiede a volte. Penso che l’Europa debba riconoscere che la Nato nella sua vecchia forma è morta,anche se l’istituzione continua a esistere. L’Europa deve essere pronta ad essere più autonoma, più diversificata economicamente, più indipendente nell’esercito e nella politica estera perché gli Stati Uniti non sono un alleato affidabile, il loro comportamento non è prevedibile. E anche se eleggiamo un Democratico, poi arriverà qualcuno come J.D. Vance quattro anni dopo e sarà punto e a capo”. 

Non è un fulmine a ciel sereno. “Le tensioni sono cresciute costantemente, in particolare dagli anni Novanta in poi, ma la Nato era costruita su valori in parte condivisi e comuni. Quando Trump fu eletto la prima volta chiesero ad Angela Merkel se sarebbe andata d’accordo con lui. Merkel rispose: ‘Sì, se continuerà ad aderire ai valori dell’ordine internazionale basato sulle regole’. Ma adesso gli Stati Uniti non ci credono più. Quindi è difficile dire in che forma la Nato continuerà ad esistere, come è difficile definire l’America in quest’epoca in cui abbiamo un potere esecutivo sempre più unitario che viola ordini giudiziari, che non applica le leggi, che agisce in modo arbitrario, che usa l’Ice come un esercito privato per punire città in Stati blu. Questa non è democrazia come nel passato, anche se le istituzioni formali sono tutte in piedi. Sono sempre più svuotate. Sta succedendo qui e lo vediamo anche accadere con la Nato”.  

Il racconto del Cagliari: un 4-0 da poesia

di Daniele Madau

Serie A, XXIII Giornata, Unipol Domus/ Cagliari- Verona: 4-0 (36mo Mazzitelli; 45mo Klicsoy; 80mo Soulemana; 90mo Idrissi)

CAGLIARI (4-4-2): Caprile; Zé Pedro, Mina, Luperto, Obert(79mo Idrissi); Palestra (90mo Zappa), Adopo, Mazzitelli (65mo Soulemana), Gaetano; Esposito (90mo Pavoletti), Kiliçsoy (65mo Borrelli)
A disposizione: Sherri, Ciocci, Idrissi, Deiola, Juan Rodriguez, Albarracin, Dossena, Sulemana, Liteta, Zappa, Borrelli, Pavoletti, Trepy, Luvumbo
Allenatore: Fabio Pisacane

HELLAS VERONA (3-5-2): Perilli; Slotsager, Nelsson, Valentini; Lirola (58 mo Musquera), Bernede (58mo Almusrat), Gagliardini (28mo Lovric; 81mo Serdar), Harroui (58mo Serdar), Frese; Orban, Sarr
A disposizione: Montipò, Toniolo, Oyegoke, Lovric (28mo Lovric), Serdar, Bradaric, Ebosse, Mosquera, Niasse, Isaac, Fallou, Al Musrati
Allenatore: Paolo Zanetti

Arbitro: Kevin Bonacina (Sez. AIA di Bergamo)
Assistenti: Giuseppe Perrotti (Sez. AIA di Campobasso), Andrea Zezza (Sez. AIA di Ostia Lido)

Espulsi: Sarr 51mo

Spettatori: 15791

Giornata di allerta meteo a Cagliari, con qualche dubbio anche sull’effettivo svolgimento della gara, svanito col passare delle ore. E cosi’, con questa gara, puo’ svanire quasi definitivamente anche la paura della serie B, con tante giornate d’anticipo, scavando un fosso di undici punti dalla terzultima.

Pisacane ha chiamato la citta’ a raccolta, ma la paura della pioggia ha lasciato molti a casa…la paura, i dubbi, sentimenti che dovrebbero sparire prendendo possesso del campo e aggredendo l’avversario, invece i primi minuti sono dell’Hellas- uno dei nomi piu’ belli della A- che arriva al tiro con Orban. Replica Luperto e,soprattutto, Esposito ma tutto, poi, finisce li’. La paura, la posta in palio, bloccano la gara, e la prosa prende il sopravvento sulla poesia, anche quella della citta’ di Giulietta e Romeo.

Adopo e Gaetano sono la piuma d’oca e lo scalpello del centrocampo cagliaritano, ma non viene scritto nessun verso sul foglio verde del campo.

Al 36mo, pero’, Palestra ricorda di avere colpi da poeta, va via sulla fascia destra come non gli era ancora riuscito, ispira, come una Musa, il tacco a Obert, che serve Mazzitelli, in periodo di grazia. L’esterno sul primo palo ha una traiettoria imparabile, per l’uno a zero dei padroni di casa.

Il Verona non si abbatte e prova a replicare, in una gara ormai poetica, ma presta il fianco alle repliche cagliaritane: Esposito sullo sfiorire del primo tempo calcia alto da poco fuori area.

C’e’ ancora tempo, pero’, per il verso piu’ bello, da sonetto di Shakespeare: mezza rovesciata di Kilicsoy su angolo, e 2-0, reso piu’ dolce dall’attesa Var.

Parlando di poesia, in una notte che sta diventando magica, come non ricordare che L’Hellas Verona si chiama così perché il nome “Hellas” (Grecia) fu scelto nel 1903 da un gruppo di studenti del liceo di Verona, su suggerimento del professore di greco Decio Corubolo, per omaggiare l’antica Grecia? “Verona” fu aggiunto solo nel 1919, dopo una fusione con la società minore Football Club Verona. 

A inizio ripresa il poema sembra compiuto. Il Cagliari gioca in scioltezza e, per la tragedia scaligera, viene espulso Sarr al 51mo.

Il neoentrato Mosquera azzarda un tentativo alto di poco, ma la voce scaligera e’ ormai flebile. Encomiabili, invece, i tifosi veneti, che continuano a cantare sotto la pioggia.

Al 70mo anche Luperto arriva al tiro, dopo aver lasciato la sua area, e la conclusione strappa gli applausi del pubblico, ormai su di giri. Arrivano anche il 3-0  di Soulemana, ultimo acquisto, su azione d’angolo, e il 4-0 di Idrissi, su cross di Zappa: e ormai tutto e’ perfetto come un sonetto di Shakespeare, come suggeriva il prof. Keating dell’ ‘Attimo fuggente’. E ora, col proseguimento del campionato, speriamo di ascoltare altri versi.

Groenlandia, Ucraina, Stati Uniti e la paura Ue di parlare apertamente

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese. Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

In questo edizione, la constatazione di come sembra che Bruxelles stia rinunciando a prendere posizione. È molto significativa la cautela usata ieri dalla Commissione europea per commentare la morte di Alex Pretti, ucciso negli Stati Uniti da agenti dell’Ice

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il primo ministro indiano Narendra Modi, il presidente del Consiglio europeo António Costa ieri a New Delhi per la Giornata della Repubblica indiana

Per quanto ci si sforzi, questa voltail bicchiere è mezzo vuoto. La relazione transatlantica non è in buona salute, pur restando fondamentale per l’Unione europea come continuano a ripetere i vertici Ue. Le vicende della scorsa settimana — le minacce di Donald Trump per prendere il controllo della Groenlandia, attraverso l’uso della forza che avrebbe fatto saltare la Nato, o acquistandola in un modo o nell’altro, e di nuovi dazi contro sei Paesi Ue — ha messo ancora una volta in evidenza tutta la vulnerabilità europea. In termini assoluti e non solo in rapporto agli Stati Uniti

Al di là delle dichiarazioni, è difficile vedere nel breve termine una via d’uscita nonostante tutti ripetano che solo l’autonomia strategica possa salvare l’Unione, perché non è una condizione che si raggiunge dall’oggi al domani, specie nella difesa, nell’energia o nell’intelligenza artificiale. E la situazione non sembra migliore nel medio e lungo periodo perché mancano investimenti ma soprattutto leader in carica con una forte visione e con un largo seguito non tanto tra le classi dirigenti ma tra i cittadini europei. Francia e Germania faticano a dare la linea, il tradizionale motore europeo è inceppato.

Mario Draghi è la Cassandra d’Europa. Di recente gli è stato assegnato il prestigioso premio Carlo Magno. La cerimonia sarà più avanti ma in un videomessaggio diffuso subito dopo l’annuncio, l’ex premier italiano ha sintetizzato molto chiaramente, come sempre, che «l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni» e che «dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Il suo rapporto sulla Competitività europea con le ricette per rilanciarla attende ancora di essere attuato. Il 12 febbraio l’ex presidente della Bce parteciperà insieme all’ex premier Enrico Letta, autore a sua volta di un rapporto sul Mercato unico, al ritiro organizzato dal presidente del Consiglio europeo António Costa nel castello di Alden Biesen proprio per affrontare il nodo centrale dell’autonomia strategica e della competitività. Il timore è che sia l’ennesimo vertice su questo tema.

Non è però solo una questione di economia. L’Unione europea sta perdendo la sua autonomia di espressione. Nello sforzo di non infastidire il presidente Usa Trump, un alleato ritenuto imprescindibile per molti dossier a cominciare dal processo di pace per l’Ucraina, Bruxelles sta rinunciando a prendere posizione. È molto significativa la cautela usata ieri dalla Commissione europea per commentare la morte di Alex Pretti, ucciso negli Stati Uniti da agenti dell’Ice: «Nessun commento da fare su questa questione interna degli Stati Uniti. Ma naturalmente deploriamo qualsiasi perdita di vite innocenti», ha dichiarato la portavoce per gli Affari esteri, Anitta Hipper, sollecitata dalle domande dei giornalisti nel consueto briefing quotidiano con la stampa.

La portavoce si è poi parzialmente corretta: «Non spetta a noi giudicare se una vita sia innocente o meno. Qualsiasi vita persa è deplorevole. La condanniamo in generale, e spetta naturalmente al sistema giudiziario degli Stati Uniti accertare i fatti». Una giornalista ha ricordato che cinque anni fa la Commissione europea aveva definito «abuso di potere» l’uccisione di George Floyd, afroamericano assassinato a Minneapolis da un agente di polizia bianco, prima che la giustizia avesse fatto il suo corso.

«Le persone hanno paura di parlare apertamente della paura di parlare apertamente», ha detto Bill Gates a Davos, intervenendo al World Economic Forum, come riferisce Gideon Rachman nel suo articolo «Decoupling from Trump’s America» sul Financial Times. Rachman cita anche un passaggio del discorso di Bart De Wever, primo ministro del Belgio: «Sono state oltrepassate così tante linee rosse (da Trump, ndr)… Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo miserabile è un’altra. Se fate marcia indietro ora, perderete la vostra dignità, e questa è probabilmente la cosa più preziosa che possiate avere in una democrazia». De Wever si riferiva alle ripetute minacce del presidente Usa di annettere la Groenlandia.

A Bruxelles nessuno pensa davvero che a far dissuadere Donald Trump sia stata la compattezza dell’Unione (peraltro l’Ungheria ha continuato a essere una voce fuori dal coro), anche se al termine del summit straordinario di giovedì scorso è stata evidenziata la deterrenza suscitata da un’Unione unita. C’è la consapevolezza che più concause abbiano portato Trump a desistere per ora nell’intento, prima fra tutte un’opinione pubblica americana che non sarebbe stata favorevole a un’azione militare contro la Groenlandia, territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, Paese dell’Unione europea. Mentre nuovi dazi sui prodotti Ue sarebbero stati pagati dai cittadini americani, un boomerang con le elezioni di medio termine non lontane. Certamente però è stato importante che gli Stati membri si siano dimostrati uniti nel dimostrare solidarietà a Groenlandia e Danimarca, ribadendo il rispetto della sovranità e integrità territoriale.

Quello che i leader europei hanno capito, stavolta senza dubbi, è che il tempo dell’incertezza non finirà a breve. Per questo la politica commerciale dell’Ue sta assumendo sempre più una dimensione geopolitica, come l’accordo di libero scambio che sarà chiuso questa mattina a New Delhi tra Ue e India, dopo oltre vent’anni di negoziati. O l’accordo con il Mercosur. In attesa dell’autonomia strategica europea, all’Ue non resta che diversificare i mercati, le catene di approvvigionamento, i Paesi da cui dipendere per le terre rare.

Raphael Lemkin, l’uomo che diede un nome all’indicibile

di Aldo Carioli ( per ‘L’aula di Lettere’)

In occasione della ‘Giornata della Memoria’ ,  ricordiamo l’origine del ternine ‘genocidio’, che rispose  all’esigenza di dare un nome all’eliminazione sistematica di un popolo. Nonostante l’oblio che ha progressivamente avvolto il giurista Lemkin, anche nei suoi ultimi anni di vita, la parola da lui introdotta ha cambiato la storia del Novecento ed è tuttora al centro di numerosi dibattiti.

Raphael Lemkin

È una parola strettamente legata alla storia del Novecento e senza la Shoah non esisterebbe. Ma è tornata di grande attualità, tra le polemiche, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele (oltre 1.200 morti e circa 200 ostaggi sequestrati) e dopo la violentissima reazione del governo e dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza (oltre 70 000 morti a dicembre 2025). La parola di cui parliamo è «genocidio» e dietro alla sua nascita c’è la storia di un personaggio semidimenticato: Raphael Lemkin (1900-1959). Lemkin era un giurista, ma prima ancora era un uomo che dedicò la propria vita a definire, per poterlo denunciare e far perseguire, un crimine contro l’umanità che il mondo cercava ostinatamente di non vedere.

Come scrive Girolamo De Michele nel recente libro Il profeta insistente (Neri Pozza), la riflessione di Lemkin è animata da un’urgenza solitaria, quella di un intellettuale che intuì, prima di ogni altro, che la distruzione di un popolo non può restare una semplice atrocità senza statuto giuridico, una generica «barbarie». «Il genocidio è un crimine senza nome», scrive Lemkin, ed è proprio questa assenza di linguaggio che permette alla violenza di ripetersi. «Il genocidio», annota ancora nell’autobiografia, «è così facile da commettere perché la gente non vuole crederci finché non accade davvero».

Una biografia frammentaria

Lemkin era certo che soltanto una convenzione internazionale che definisse chiaramente quelle azioni, e che fosse riconosciuta da tutti i Paesi del mondo, avrebbe potuto fare giustizia ed evitare un altro Olocausto. Per capire come arrivò a questa conclusione bisogna risalire il corso della sua esistenza.

Prima ancora della Shoah, la sua vita era già stata segnata dalla distruzione. Lemkin era nato il 24 giugno del 1900 Wołkowysk, una terra di confini incerti: allora Impero russo, in seguito Polonia, oggi Bielorussia. Tra il 1914 e il primo dopoguerra, la fattoria dei Lemkin venne bombardata due volte, nel 1915 e durante la ritirata tedesca del 1918. Di quegli anni restano solo frammenti biografici: studi conclusi in modo irregolare, la morte del fratello Samuel, una possibile partecipazione a gruppi partigiani giovanili.

L’autobiografia incompiuta di Lemkin, spiega De Michele nel suo libro, lascia ampie lacune, come se la guerra avesse cancellato non solo le case, ma anche le tracce biografiche. Il giovane Lemkin frequentò ambienti ebraici attraversati da tensioni ideologiche profonde: sionismo, socialismo, fedeltà incerta al nuovo Stato polacco. Non sappiamo dove si collocassero davvero le sue simpatie. Sappiamo però che visse in prima persona, da ebreo, l’instabilità politica e morale di un’Europa orientale attraversata da nazionalismo, antisemitismo e violenza.

Anche il suo percorso accademico appare accidentato: un oscuro caso di certificazione militare falsa lo portò a una temporanea espulsione dall’Università di Cracovia, poi ridotta a semplice ammonizione, prima del trasferimento a Leopoli (oggi in Ucraina). È un Lemkin fragile, irregolare, lontano dall’immagine di un granitico studioso capace di trasformare in legge la materia incandescente della Storia recente.

Intuizione e tenacia

Questa esperienza di perdita e incertezza non è soltanto un antefatto biografico. È la matrice profonda del suo pensiero. Quando Lemkin scrive che «la distruzione di una nazione non è solo l’uccisione dei suoi membri, ma l’annientamento della sua cultura, della sua lingua, della sua memoria», sta parlando anche della propria giovinezza, segnata da ciò che scompare senza lasciare traccia. La Shoah portò questa intuizione al suo punto estremo: Lemkin perse 49 membri della sua famiglia, ma trasformerà il lutto in una battaglia giuridica combattuta anche per loro. Nel giugno del 1942 Lemkin tentò di contattare il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt per denunciare lo sterminio degli ebrei in atto in Europa. La Casa Bianca rispose al suo memorandum con una lettera in cui si chiedeva «pazienza».

Non era il momento di sottoscrivere trattati, insomma, c’era una guerra mondiale in corso. Nei suoi appunti Lemkin replica stizzito: «“Pazienza” è una buona parola per quando ci si aspetta un appuntamento, uno stanziamento di bilancio o la costruzione di una strada. Ma quando la corda è già attorno al collo della vittima e lo strangolamento è imminente, la parola “pazienza” non è un insulto alla ragione e alla natura?».

«Nei mesi in cui gli balena in mente l’idea di coniare “il nome della cosa”», scrive De Michele, «Lemkin esperisce un aspetto storico dei genocidi che la modernità non ha risolto: la capacità di voltare la testa dall’altra parte, di distogliere l’attenzione dal Male, fosse pure quello assoluto; la scoperta, che Hannah Arendt avrebbe fatto presenziando al processo ad Adolf Eichmann, che la facoltà di giudizio può assopirsi, per interesse o abitudine».

Con Axis Rule in Occupied Europe – il suo saggio fondamentale, pubblicato alla fine del 1944 – definì con il nome di genocidio gli atti criminali che saranno contestati ai gerarchi nazisti durante il Processo di Norimberga. Lo fa in un breve capitolo, intitolato Genocide. A New Term and New Conception for Destruction of Nations«Questa nuova parola, coniata per indicare una vecchia pratica nel suo sviluppo moderno, è composta dall’antica parola greca genos [γένος] (razza, tribù) e dal latino caedēs (uccisione). […] È una parola nuova, ma il male che descrive è vecchio. È vecchio quanto la storia dell’umanità. Era necessario, tuttavia, coniare questa nuova parola perché l’accumulo di questo male e i suoi devastanti effetti hanno raggiunto una forza estrema ai nostri giorni. Nuove parole vengono sempre create quando un fenomeno sociale colpisce la nostra coscienza con grande forza».

Segue una sintetica definizione del genocidio: « […] Un piano coordinato di diverse azioni volte alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, con lo scopo di annientare i gruppi stessi. Gli obiettivi di tale piano sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e dell’esistenza economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui appartenenti a tali gruppi».

«Quello stesso Lemkin che si era chiesto come sintetizzare in un memorandum di una sola pagina la sua proposta al presidente Roosevelt, riesce a condensare in sedici pagine una teoria giuridico-politica elaborata in almeno vent’anni di riflessione», commenta De Michele.

Il potere delle parole

La parola “genocidio”, nata dalle macerie di una guerra e di una vita tormentata, è sopravvissuta all’oblio del suo ideatore e allora come oggi solleva una domanda: chi ha il potere di nominare il dolore, di definire un crimine contro l’umanità?

Il profilo delle azioni genocidiarie è cambiato nel tempo, ma nel diritto internazionale resta, per chi quel diritto accetta e rispetta, sostanzialmente quello delineato da Lemkin. Le sue posizioni, però, non furono esenti da ambiguità. Nell’indice per una storia del genocidio che non portò mai a termine, Lemkin elenca molti massacri, antichi e moderni, che corrispondono alla sua definizione di genocidio: dalla distruzione di Cartagine da parte dei Romani (146 a.C.) alle deportazioni, alle persecuzioni e alle uccisioni di massa organizzate dai nazionalisti turchi contro gli Armeni tra il 1915 e il 1923; dai milioni di morti provocati dallo sfruttamento nel Congo Belga ottocentesco al genocidio dei nativi americani da parte degli Stati Uniti; dalla cancellazione della civiltà azteca per mano dei conquistadores spagnoli (XVI secolo) allo sterminio degli Herero, nell’attuale Namibia, da parte delle truppe coloniale tedesche (1904-1908).

Tuttavia Lemkin rifiutò, nel 1951, mentre negli Stati Uniti cresceva il movimento per i diritti civili, di sottoscrivere la petizione We Charge Genocide, nella quale il Civil Rights Congress denunciava all’Onu linciaggi, segregazione e violenza sistematica come forme di genocidio contro la popolazione afroamericana. Lemkin prese le distanze perché riteneva che applicare il termine in quel contesto significasse confondere genocidio e discriminazione. Come suggerisce De Michele, ogni innovatore è pur sempre figlio del suo tempo, ma soprattutto Lemkin temeva che un uso troppo estensivo del termine «genocidio» potesse indebolire la forza giuridica della Convenzione sul genocidio del 1948. Una posizione controversa, oggi, ma ancora sostenuta da molti.

Lemkin non intendeva scalfire la solidità di quella Convezione, approvata a fatica dopo oltre un ventennio di lotte e ricerche, ormai pietra miliare del diritto internazionale e della difesa dei diritti umani, nonché la principale fonte del diritto in materia. Gli restavano da vivere circa 10 anni. Anni che Lemkin trascorse in povertà e solitudine, senza una famiglia intorno e privo di riconoscimenti, totalmente assorbito dalla sua missione fino alla scomparsa, avvenuta a New York il 28 agosto 1959.

La Groenlandia e la «sovranità inventariale»

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Afp)

In una recente intervista con noi pubblicata sul Corriere della sera, l’ex ambasciatrice Usa in Danimarca durante il primo mandato di Trump, Carla Sands, ci ha detto a proposito della determinazione del presidente ad annettere la Groenlandia: «Non è compito degli Stati Uniti difendere un territorio che non è il proprio».

Aldo Civico, un lettore e antropologo della Columbia University, ci ha scritto per darci la sua lettura delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia: «Vanno lette non come una provocazione diplomatica, ma come il segnale di una trasformazione più profonda dell’idea di sovranità. Quando afferma che ciò che conta è la proprietà — perché “psicologicamente necessaria al successo” (come ha detto a proposito della Groenlandia in una intervista con il New York Times ndr) — Trump non parla solo di strategia: descrive un modo di concepire il potere. Trump non chiede di governare la Groenlandia. Vuole possederla. Come quando ha definito Gaza “un grande sito immobiliare”, il territorio viene ridotto a oggetto. In questo passaggio, la sovranità smette di essere una relazione fondata su consenso, diritto e responsabilità condivise, e diventa un atto di appropriazione. In questa visione, possedere conta più che governare. La proprietà promette controllo e rassicurazione; la relazione, invece, implica incertezza e limite. È qui che emerge ciò che possiamo chiamare una sovranità inventariale: una forma di potere che non crea uno spazio comune, ma accumula; non amministra, ma cataloga; non istituisce un ordine, ma trasforma il mondo in un elenco di beni».

In realtà Sands si è detta convinta che i danesi abbiano fatto una sorta di lavaggio del cervello ai groenlandesi, in assenza del quale questi ultimi sceglierebbero gli Stati Uniti, poiché possono offrire di più al futuro degli abitanti dell’isola. Pur sottolineando che non può parlare per il presidente, Sands sembra considerare più probabile, come forma di governo per la Groenlandia, il cosiddetto Compact of Free Association che vige tra gli Usa da una parte e Micronesia e isole Marshall e Palau dall’altra, e che richiederebbe l’indipendenza della Groenlandia dalla Danimarca. «I groenlandesi non hanno la capacità di governarsi da soli, hanno meno di 60 mila persone su una massa territoriale pari un terzo degli Stati Uniti. È più di quanto un gruppo di persone delle dimensioni degli abitanti di un paesino possa governare, gestire, sviluppare e difendere. Hanno bisogno di un grosso amico e gli Stati Uniti sono certamente in grado. E se ci fosse un COFA, ciò significherebbe che i groenlandesi possono eleggere i loro leader, fare le loro leggi, e gli Stati Uniti si assicurerebbero che siano al sicuro. Godrebbero della protezione dell’esercito Usa, gli Usa metterebbero un perimetro intorno alla Groenlandia. Ci sarebbe uno scudo di competenze e anche uno scudo difensivo intorno alla regione». Il governo americano, ha aggiunto l’ex ambasciatrice, favorirebbe lo sviluppo delle infrastrutture e con i suoi veicoli finanziari garantirebbe gli investimenti privati in un posto rischioso come questo a causa del clima rigido e della carenza di manodopera.

Jonathan Karl, capo corrispondente di Abc News da Washington che ha più volte intervistato Trump anche prima che entrasse in politica (il suo ultimo libro appena uscito si intitola Retribution perché in campagna elettorale il presidente promise ai suoi elettori che avrebbe portato loro giustizia e «retribution», cioè «vendetta») ci ha detto nei giorni scorsi: «Io trovo tuttora assurda l’idea che gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia con la forza. Ma certamente sembra determinato a rivendicare il territorio per gli Usa, e non importa chi gli dice che non sia necessario o che sia sconsiderato». Karl afferma che è in parte un po’ sorprendente il recente uso della forza militare all’estero da parte di Trump, visto che nel primo mandato si era «mostrato più vicino al campo isolazionista che a quello del suo stesso partito repubblicano da Reagan in poi»; ma allo stesso tempo, il giornalista nota che Trump vuole «flettere i muscoli e poi tirarsi fuori. L’operazione venezuelana è stata rapidissima. Ora dice gestiremo il Venezuela, ma lo sta facendo davvero? No, quello che sta facendo è lasciare l’intero governo di Maduro al suo posto e far pressione su di loro perché si pieghino alla volontà dell’America, ma non ci sono americani sul terreno che prendano in carico il Venezuela. Anche in Iran (contro i siti nucleari ndr) è stato un intervento rapidissimo. E anche se ha parlato di trasformare Gaza in una Riviera, non vuole nessun reale coinvolgimento americano. Sì, può sorprendere vedere alcune delle cose che sta facendo, ma è tuttora limitato. E questo è il motivo per cui, secondo me, non manderà un’operazione militare per prendere la Groenlandia. Ma di certo gli piace parlarne».

Di sicuro Trump ha gettato lo scompiglio in Europa e la minaccia di nuovi dazi del 10% sugli otto Paesi Ue che concretamente hanno dimostrato solidarietà a Copenaghen e a Nuuk inviando soldati nell’ambito di una esercitazione militare organizzata dal governo danese sull’isola artica hanno dato concretezza — se mai ce ne fosse stato bisogno — alle minacce americane. La narrativa del presidente Trump e sei suoi uomini non trova riscontro in Danimarca. Copenaghen continua a ricordare l’intesa del 1951 che dà già ampi margini di manovra ai militari americani sull’isola. Inoltre i sondaggi dicono che i groenlandesi non vogliono passare da un “protettorato” a un altro e gli Stati Uniti non sono visti positivamente. Influisce anche l’atteggiamento che hanno avuto verso i nativi americani, a cui i groenlandesi prestano molta attenzione.

Nel 2026, un ragazzo dovrebbe chiedersi: che cos’è per me l’Unione Europea?

di Leonardo Armas (IIIB del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. E’ di ieri la drammatica notizia della l’aggressione ad Abanoub Youssef, 18 anni, da parte del coetaneo Zouhair Atif, che lo ha accoltellato al fianco destro poco prima di mezzogiorno, sull’uscio dell’aula di una scuola di La Spezia. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per continuare a rispondere a questa complessità sociale, inaugura una nuova rubrica, ‘La finestra su Bruxelles’, dedicata all’Unione Europea, orizzonte dei ragazzi di oggi. Realizzata dai responsabili della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, inserito in un più generale progetto sul giornalismo, è un ulteriore spazio dedicato agli studenti e alle studentesse, per offrire loro uno strumento di analisi critica della realtà e di successiva ‘Riflessione’

‘La finestra su Bruxelles’ -1
Presentiamo questa rubrica digitale dove proporremo il ricordo di personaggi storici e di temi alla base dell’ Unione Europea

𝑳𝒂 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒂 𝒑𝒂𝒕𝒓𝒊𝒂 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂- Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

Il 21/04/1954 a Parigi, Alcide De Gasperi, primo Presidente del Consiglio italiano e figura ad oggi non molto considerata, pronunciò un discorso destinato a rimanere alla base della nascita dell’ Unione Europea. Nel 2026, un ragazzo potrebbe chiedersi: che cos’è per me l’Unione Europea? La domanda non è affatto scontato e vi invitiamo a darci la vostra opinione.

In questo discorso, De Gasperi vuole ricordare a tutti i presenti quali i sono i blocchi di partenza di un progetto a molti punti utopico, ma ne traccia con cura la realtà. Viene ricordato, infatti, che tutte le nazioni europee sono accomunate prima di tutto dal peso dell’ immensa cultura che noi studenti studiamo attentamente; perché secondo voi c’è un nesso logico tra l’Antica Grecia ed Erasmo da Rotterdam?
Perché in Europa abbiamo posto come base dell’ Età moderna la riscoperta dei classici con l’ Umanesimo e di coloro che ci precedettero e provarono ad ordinare questo mondo.
Inoltre, sono ricordati i punti in comune che ne segnano la nascita: la libertà e la sua volontà unanime di riottenerla dopo le dittature; lo stato di diritto (cosa non scontata dopo Hitler e Mussolini); la pluralità delle idee e il loro rispetto secondo i criteri democratici e per noi italiani quelli costituzionali.
Il primo embrione di questa Unione è tratteggiato dalla nascita nel 1952 dalla CECA ( comunità europea carbone e acciaio), con lo scopo di eliminare quelle barriere commerciali tra le nazioni tanto vicine, ma che sembravano tanto lontane.
Gli stati promotori erano l’ Italia di De Gasperi, Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania Ovest e Paesi Bassi.

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