La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo
Il gruppo Tesla ha approvato- con oltre il 75% dei voti- la nuova retribuzione del miliardario sudafricano Musk. Il “pacchetto retributivo”, della durata di dieci anni, prevede, al raggiungimento di determinati obiettivi, un compenso di 1000 miliardi in azioni.
La cifra è al di fuori da ogni possibilità di inquadramento per una mente umana, come quando si pensa all’universo e ai miliardi di stelle, pianeti e costellazioni che lo illuminano.
E’ talmente lontana dalla comprensione che smette di essere reale per diventare simbolica. Simbolo di che cosa? Forse dell’ ybris, della superbia, della tracotanza del genere umano che, secondo gli antichi greci- per i quali l’equilibrio era la regola aurea di un’esistenza- veniva punita dall’ ‘invidia degli dei’, che si manifestava soprattutto quando un essere mortale voleva accumulare eccessive ricchezze.
È vero, Musk ha fondato Tesla e avrebbe forse diritto di sfruttare ogni più piccolo frutto del suo albero. Ma è proprio questo che porta alla superbia, lo sfruttamento. Una volta che hai tutto per vivere al di là di ogni possibile desiderio, a cosa ti serve il resto? È una domanda che ha assillato l’antichità e- ogni tanto- anche i tempi più recenti. San Francesco, Socrate, Diogene il Cinico, Madre Teresa, non hanno avuto dubbi, per loro la ricchezza eccessiva era un male. Per non parlare di Gesù che, per chi crede, rinunciò alla ricchezza più grande, la divinità.
Non si vuol essere così ingenui da poter pensare che Musk possa diventare San Francesco, solo riflettere sulla totale mancanza di equilibrio. Per parlare della nostra Italia, Landini ha proposto una tassa dell’un per cento sui patrimoni di oltre 2 milioni. Frutterebbe 25 miliardi (l’attuale legge di bilancio è di 18) da dedicare a scuola e sanità. Subito si è scatenato- la patrimoniale è un tema scottante- un putiferio politico. Ma l’argomento può anche essere non solo politico, può essere anche di buon senso. E ci si potrebbe chiedere: ma perché il putiferio, lo scontro? Non sarebbe quasi normale che una persona ricca, perché la società glielo ha consentito, contribuisca al benessere di tutti? Peccando di eccessiva ingenuità, potrei anche aggiungere: non sarebbe normale volerlo fare volontariamente? Evidentemente no. Con buona pace dei sapienti indicati prima che cercavano un’altra ricchezza, la vera ricchezza.
di Andrea Tarabbia per l’ ‘Aula di lettere’ delle Edizioni Zanichelli
Mahmoud Darwish è stato forse il più grande poeta palestinese. Andrea Tarabbia ne delinea un ritratto ricordando il suo contributo umano e letterario.
Mahmoud Darwish
Nel 1948, quando aveva sette anni e non era ancora un poeta, Mahmoud Darwish fu costretto, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare il villaggio di Al-Birwa, dove era nato e viveva, per riparare in Libano.
Era l’epoca della Nakba – l’esodo forzato cui ricorse il popolo palestinese per mettersi in salvo dalla guerra arabo-israeliana, scoppiata in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Un anno più tardi, placatasi la guerra, i Darwish fecero ritorno nell’Alta Galilea, ma del loro villaggio e delle cose che avevano abbandonato fuggendo non c’era più traccia. Trovarono comunque una sistemazione e, in Mahmoud, cominciò a maturare uno strano sentimento, di cui non si parla mai molto, ma che è uno dei motivi chiave del Novecento e, ancora oggi, definisce la situazione di milioni di persone in varie parti del mondo: la sensazione, vale a dire, di essere “in prestito”, ospiti, perlopiù indesiderati, nel luogo dove si è nati, di cui si parla la lingua e nel quale si è trascorsa gran parte della propria vita. La sensazione, insomma, di essere stranieri alla propria terra.
Quando, nel 1973, da poeta ormai famoso, pubblicò la prosa autobiografica Diario di ordinaria tristezza, Darwish dedicò a questo sradicamento un capitolo bellissimo, il secondo: «Che cos’è la patria?» si domanda Darwish all’inizio e, per molte pagine, cerca una risposta che però non c’è: “La carta geografica non è la risposta e il certificato di nascita è cambiato”.
Tutti sappiamo che cos’è l’esilio: è la condizione per cui una persona viene allontanata dal suo paese o dalla terra natale per un periodo che può essere breve o lungo; i motivi di questo allontanamento, che si porta dietro la perdita dei diritti civili, sono sempre riconducibili a questioni politiche: chi lo subisce, normalmente, è un oppositore del regime che è al governo nel suo Paese.
Esiste anche l’esilio volontario: uno decide, suo malgrado, di abbandonare il proprio Paese per fuggire a una guerra, o a una persecuzione contro la sua persona o la sua etnia, o alla violenza e all’isolamento. Esiste però anche una terza forma di esilio, quella che percepisce chi, pur continuando a vivere nella sua terra, vi si sente uno sradicato: è di questo che parlano molte opere di Darwish.
La sua poesia più famosa, scritta nel 1964, si chiama Carta d’identità e comincia così:
«Ricordate! Sono un arabo E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila Ho otto bambini E il nono arriverà dopo l’estate».
E continua così:
«Le mie radici furono usurpate prima della nascita del tempo prima dell’apertura delle ere prima dei pini, e degli alberi d’olivo E prima che crescesse l’erba».
Carta d’identità divenne, in Palestina, una specie di inno: tutti i diseredati, gli affamati, i perseguitati la sapevano a memoria e la recitavano nelle manifestazioni.
Darwish divenne un simbolo della resistenza palestinese, ma non si trattava soltanto di una questione di lotta e autodeterminazione. C’era altro: «La storia la scrivono i vincitori, ma è la letteratura a scrivere le storie delle vittime». È una frase di Darwish: egli era convinto che la letteratura fosse non solo una forma di resistenza, ma anche l’unico modo per raccontare al mondo una storia altra.
Attraverso la poesia si può dar voce a chi non ce l’ha e non l’ha mai avuta – i poveri, o coloro che hanno perso la terra, o coloro che sono stati uccisi. Nella letteratura possono rivivere posti e linguaggi che la storia ha spazzato via, gli esiliati possono ancora cantare la loro terra, i morti possono camminare per le vie delle loro città e farci vedere com’era il mondo quando non era questo.
Questo ha fatto Mahmoud Darwish. E, per questo, è stato incarcerato e censurato. È stato per mesi agli arresti domiciliari nella sua casa di Haifa. Nel 1970 se n’è andato dalla Palestina, perché vivere lì era diventato troppo difficile e, forse, pericoloso. Ha vissuto a Mosca, al Cairo e infine a Beirut – l’unico posto dove si è fermato a lungo: «Non ho mai vissuto dieci anni nello stesso posto» scriverà «Non mi era mai capitato di abituarmi all’odore delle verdure, alle grida dei venditori, al vociare dei bar. Qui, invece, è successo».
Solo negli anni Novanta tornerà in Palestina, senza stabilirvisi definitivamente: vivrà infatti tra Ramallah e Amman, in Giordania. In questo periodo, continuerà a produrre una letteratura militante, che ragiona sull’identità negata e sulla storia del suo popolo (che, dice, è «sospesa»).
In Undici pianeti, scritto nel cinquecentenario della scoperta dell’America, il tema della terra e della colonizzazione si fa cosmico, e Darwish va in cerca di altri popoli, vale a dire di popoli che non sono il suo, che sono stati perseguitati: i pellerossa americani, gli andalusi, coloro che sono stati saccheggiati dalle orde mongole. Il mondo si divide in perseguitanti e perseguitati, e la voce di Darwish racconta la storia di questi ultimi.
Ma Darwish non è solo un poeta civile, un uomo a cui è stata tolta la patria e che la rivendica in versi. Se si limitasse a questo, sarebbe uno scrittore tra i tanti, importante per i contenuti di ciò che scrive e per l’afflato civile dei suoi proclami e niente più. Darwish, invece, è un grande scrittore, e uno scrittore non è mai grande per quello che dice, cioè per i contenuti, ma per come lo dice: uno scrittore è grande, insomma, per la forma e per il linguaggio che usa, o che reinventa. Immaginate la Divina commedia, scritta in latino e in una prosa moraleggiante, come migliaia di altre opere ad essa coeve; immaginate di togliere i guizzi linguistici o la cornice della peste e delle dieci giornate al Decamerone: sarebbero quel prodigio che sono?
Ecco, Darwish è un inventore di linguaggi e uno sperimentatore di forme, e la radice di questo suo talento è incredibile: «Ho imparato l’ebraico insieme all’arabo. Vale a dire quattro anni prima di iniziare a studiare l’inglese. (…) Tutta la mia generazione padroneggia l’ebraico. Per noi era una finestra su due mondi. Innanzitutto quello della Bibbia. Un libro essenziale malgrado tutto ciò che abbiamo subito in suo nome. Ho letto anche i Salmi, il Cantico dei Cantici, il Libro dell’Esodo, la Genesi (…). La mia prima lettura di Federico García Lorca fu in ebraico. Lo stesso per Neruda».
Il più grande poeta palestinese, cantore della Resistenza, si è dunque formato anche sulla lingua e i libri dell’Altro, di colui che combatte perché ha colonizzato la sua terra. E non solo: compare, in tutta la sua produzione poetica, la compagna della sua vita, nei versi e nelle prose presentata con il nome di Rita. Pochissimi sanno chi sia stata, pochissimi l’hanno conosciuta: ma Darwish non ha mai nascosto che era un’israeliana, anche lei poetessa. Sentite come la canta:
Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile. Quelli che conoscono Rita, s’inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.
(…)
Il nome di Rita, festa per le mie labbra. Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue. Per due anni, mi sono perduto in lei. Per due anni lei si è distesa sul mio braccio, uniti nel fuoco delle nostre labbra, siamo resuscitati per due volte.
O, ancora, in un’altra poesia in cui non la nomina direttamente:
Con la coppa incastonata d’azzurro aspettala vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio, aspettala con la pazienza del cavallo sellato, aspettala con il buon gusto del principe raffinato e bello aspettala con sette cuscini pieni di nuvole leggere, aspettala con il foco dell’incenso femminile dappertutto aspettala con il profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli, aspettala. E non spazientirti.
Sono versi bellissimi, e in un certo senso familiari. Pensate: il miele, la “festa per le mie labbra”, la “coppa incastonata”, le fontane, i profumi. È un immaginario che chi fa poesia conosce bene. Assomiglia al Cantico dei cantici, il momento più carnale, corporeo della Bibbia.
Sosteneva Darwish che la pace, la pace vera, è un dialogo tra due versioni della stessa storia. Tutti hanno, o meglio, devono avere, il diritto di raccontare la loro storia, e di essere ascoltati. L’incontro, o lo scontro, di civiltà, dovrebbe avvenire soltanto attraverso il racconto, il linguaggio:
Il presidente Usa Donald Trump mostra il Genius Act il 18 luglio scorso (Afp)
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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
È una suggestione che a Bruxelles non dispiacerebbe ma che si scontra con la realtà dei numeri: l’euro (e non lo yuan) potrebbe prendere il posto del dollaro di fronte all’indebolimento del biglietto verde? Nei mesi passati la moneta unica ha incassato più di qualche successo grazie anche e soprattutto alle politiche economiche adottate dal presidente Usa Trump. Il 2 aprile scorso, il «Liberation Day» con l’annuncio dei dazi statunitensi, ha rappresentato uno spartiacque nella visione degli investitori sullo status del dollaro come bene rifugio sicuro. Nei giorni immediatamente successivi si sono registrati flussi di fondi uscire dagli Stati Uniti e dirigersi verso l’Europa. Questo andamento si è poi parzialmente invertito a livello di mercato azionario ma è rimasta alta la richiesta di debito sovrano denominato in euro, non solo tedesco (il Bund è da sempre un bene rifugio) ma anche italiano, spagnolo e francese nonostante la crisi politica che sta vivendo Parigi. I nuovi dazi e l’incertezza sulle politiche commerciali di Trump, insieme all’alto debito Usa, stanno scalfendo il ruolo dominante del dollaro.
«Il tasso di cambio del dollaro statunitense e la copertura che si sta verificando per proteggersi dal deprezzamento del dollaro dimostrano che c’è effettivamente un mutamento di sentimento nella comunità degli investitori, come è emerso anche negli incontri al Meeting annuale del Fmi a Washington. Questo rappresenta una crepa nello status di bene rifugio sicuro, ed è guidato dall’incertezza della politica statunitense che potrebbe portare a tale deprezzamento», ci ha spiegato Rolf Strauch, capoeconomista del Mes di ritorno dal Meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Washington. Ma Strauch ha anche messo in guardia: «Nonostante un ruolo in qualche modo in declino del dollaro statunitense come valuta di riserva internazionale, la distanza rispetto all’euro è ancora così grande che gli sviluppi devono andare molto oltre affinché la moneta unica prenda il sopravvento». Non bisogna inoltre dimenticare che «negli standard dell’industria, ad esempio nell’aviazione, il finanziamento a lungo termine e i contratti commerciali sono denominati in dollari. E questo non cambia dall’oggi al domani».
Dunque per Strauch la questione che emerge è «se l’euro possa difendere la sua posizione e almeno rafforzare il suo obiettivo internazionale». Ma per farlo sono necessarie due condizioni: completare il progetto di un euro digitale perché rafforzerà la struttura europea di pagamento e ridurrà l’uso di stablecoin denominate in dollari; sviluppare stablecoin denominate in euro per offrirle ai mercati come alternativa alle stablecoin in dollari. «Anche se le stablecoin in questa fase hanno una quota molto piccola nel mercato — ha osservato Strauch — c’è una buona ragione per pensarci strategicamente e anche per agire. Ad un certo punto sarà importante assicurarsi che le stablecoin in dollari non infliggano instabilità all’area euro».
Il mercato globale è sempre più dominato dalle stablecoin basate sul dollaro statunitense. Queste rappresentano circa il 99% della capitalizzazione di mercato totale delle stablecoin. Mentre le stablecoin in euro rimangono marginali, con una capitalizzazione di mercato inferiore a 350 milioni di euro, come spiega Jürgen Schaaf nel Blog della Bce. «Le stablecoin rimangono surclassate dagli asset finanziari “convenzionali” — si legge nel blog —. Tuttavia, stanno iniziando a uscire dalla loro nicchia e a intrecciarsi sempre più con le istituzioni finanziarie tradizionali, ad esempio attraverso accordi di custodia ed esposizioni in derivati, creando potenziali minacce alla stabilità finanziaria. Un crollo disordinato potrebbe ripercuotersi sull’intero sistema finanziario e il rischio di contagio è una preoccupazione crescente per le banche centrali».
Benché il dollaro debole faccia il gioco dell’amministrazione Trump perché in questo momento sta aiutando fortemente la competitività delle esportazioni statunitensia scapito di quelle europee, Washington non ha alcuna intenzione di rinunciare al ruolo internazionale del dollaro. L’approvazione nel luglio scorso del Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for Us Stable Coins Act) lo dimostra. «Il Genius Act crea un quadro normativo chiaro e semplice per istituire e liberare l’immenso potenziale delle stablecoin ancorate al dollaro», aveva spiegato Trump parlando dalla Casa Bianca. Con quella legge gli emittenti di stablecoin devono fornire come garanzia asset a basso rischio come il dollaro con un rapporto uno a uno.
«Avere uno status di rifugio sicuro ti aiuta a finanziarti, perché hai fondi che affluiscono nel Paese — ha concluso Strauch —. Se lo status di rifugio sicuro è minore, attiri meno investitori. Ed è accaduto: abbiamo visto in questa fase una crescita di interesse degli investitori per l’Europa. Ma non è evidente che questo prevarrà. Tuttavia, è chiaro che questo progetto di stablecoin è uno strumento politico che contribuisce a rafforzare l’obiettivo internazionale del dollaro e che supporta la domanda di debito statunitense a breve termine».
Dunque è improbabile un crollo del dominio del dollaro ed «è improbabile l’ascesa di un regime stabile con più valute di riserva comparabilmente importanti», come evidenziano Volker Wieland, direttore generale dell’Istituto per la Stabilità Monetaria e Finanziaria (Imfs) della Goethe-Universität di Francoforte, e il ricercatore Hendrik Hegemann dell’Imfs nello studio «Il momento dell’euro? Percezioni del declino del dollaro statunitense», pubblicato il 6 ottobre scorso. Il lavoro è stato commissionato dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo.
«La forte inerzia, la mancanza di alternative e l’ascesa delle stablecoin legate al dollaro favoriscono il mantenimento del suo ruolo. Gli effetti di rete suggeriscono che solo una valuta può essere dominante. La Cina può promuovere con successo il Renminbi e sistemi paralleli nella sua sfera di influenza, ma i controlli sui capitali e la mancanza di fiducia le impediscono di rivaleggiare con il dollaro a livello globale». Pechino non sembra però intenzionata a rinunciare e venerdì scorso la Banca Popolare Cinese ha dichiarato che la Cina promuoverà l’internazionalizzazione dello yuan, amplierà l’uso della valuta negli scambi commerciali, approfondirà l’apertura bilaterale dei mercati finanziari in modo ordinato e svilupperà ulteriormente il mercato offshore. La sfida è lanciata.
Per Wieland e Hegemann «nel prossimo futuro, il ruolo dell’euro rimarrà principalmente regionale». I due economisti raffreddano gli entusiasmi: «Non esiste un “momento globale dell’euro”. I precedenti tentativi di rafforzare il suo ruolo internazionale hanno ottenuto scarsi risultati. Sebbene esistano ragioni per difendere la sua posizione, tali sforzi devono essere guidati dal realismo ed evitare la retorica vuota». Ma soprattutto, allineati con il credo di Berlino, Wieland e Hegemann ritengono che «non si dovrebbe dare ascolto alle rinnovate richieste di eurobond e responsabilità congiunta. Ciò che occorre è invece il consolidamento fiscale negli Stati membri fortemente indebitati e riforme strutturali orientate al mercato in tutti gli Stati membri in fase di crescita lenta o stagnante». La conclusione è che «l’Unione monetaria europea è ancora (relativamente) giovane e raggiungere la maturità del dollaro richiederà molto tempo». Addio sogni di gloria.
A mezzo secolo esatto dalla morte del grande intellettuale, abbiamo chiesto ad Alfredo Franchini- già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, ospite prezioso di precedenti ‘riflessioni’ e in libreria con ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini’ – di ricordare il lascito del pensatore più scomodo del ‘900 italiano
A mezzo secolo dalla morte, tutti i giornali si sono appropriati di Pasolini mentre il parlamento ha celebrato il grande poeta con una gara tra la destra e la sinistra per cercare di tirare dalla propria parte l’intellettuale che in vita fu scomodo per tutti. Son passati cinquant’anni, Pasolini continua a parlarci e mi viene in mente un suo aforisma: “Sei così ipocrita che quando morirai sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. Si fa un torto alla grandezza di Pasolini quando si cerca di normalizzarlo ignorando l’uomo che ha combattuto ogni tipo di omologazione; così come non è giusto citare gli slogan diventati famosi nel tempo, a cominciare da “Io so ma non ho le prove”, oppure dalla poesia a favore dei poliziotti sugli scontri di Valle Giulia. Gli si fa un torto perché dovremmo riprendere i testi per intero e capire la complessità delle analisi. L’autore di Ragazzi di vita, infatti, ha spesso mosso una critica non direttamente politica ma antropologica e ha espresso concetti ibridi tra religione e società. Nella civiltà pre-sessantotto si assegnava il diritto alla felicità al singolo individuo e Pasolini ci avvertì: sarà orribile quando il singolo individuo verrà degradato a un semplice consumatore. Pasolini muore cinquant’anni fa all’una di notte del 2 novembre, massacrato a Ostia in una lingua di sabbia, pioggia e sangue, nel tratto in cui il mare incontra il Tevere. Fu vittima di un agguato teso per ragioni politiche e per la paura di ciò che avrebbe potuto scrivere, come racconta Oriana Fallaci nel libro “Pasolini, un uomo scomodo”. Erano amici e Oriana Fallaci, la prima giornalista arrivata sul posto, raccolse per il settimanale L’Europeo le testimonianze delle persone che avevano ascoltato e visto più uomini massacrare Pier Paolo. Voci ignorate nell’inchiesta ma indirettamente citate nella sentenza di primo grado dal giudice Moro, fratello dello statista che sarebbe stato ucciso tre anni dopo. C’era grande empatia tra Oriana Fallaci, così innamorata della vita, e Pier Paolo, così ossessionato dalla morte: “Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco”, si legge in una lettera della scrittrice a Pasolini. Meglio non immaginare le reazioni dei media se quel delitto fosse accaduto oggi. Cosa avrebbero scritto i social e i giornali della destra che nella testata fanno riferimento alla libertà e alla verità? Proprio la collaborazione di Pasolini con il Corriere della sera ci dà l’opportunità di riflettere sullo stato di salute dell’informazione. È il 1973 quando Pasolini inizia a pubblicare i suoi editoriali sulla prima pagine del maggiore quotidiano della borghesia italiana. Sono articoli dirompenti che assumono la funzione di un sismografo nella politica italiana. L’apertura del giornale a Pasolini si realizza grazie a un grande direttore liberale, Piero Ottone, e la collaborazione si sviluppa in un quadro politico dominato dalla strategia della tensione. (Lo slogan “Io so” a cui facevo riferimento all’inizio, è il titolo di un celebre articolo scritto all’indomani della strage di Brescia del 1974). Pasolini fu messo sotto stretta sorveglianza dal Sid – il servizio segreto dell’epoca – e fu contattato dal neofascista Giovanni Ventura, esponente di Ordine nuovo, coinvolto nella strage di Piazza Fontana: destabilizzare l’ordine pubblico era il mezzo per arrivare a un nuovo ordine politico. Tra Ventura e Pasolini ci fu uno scambio di lettere con il poeta che voleva far luce sulle stragi e il neofascista che sollevava un vento di minacce. Lo stesso vento che potrebbe aver soffiato mezzo secolo fa nella tragica notte di Ostia. Per Pasolini il punto di riferimento al Corriere è il vicedirettore, Gaspare Barbiellini Amidei, ordinario di Sociologia della conoscenza all’Università di Torino, autore, tra gli altri titoli, di “Dopo Maritain”. È un cattolico sincero, senza remore nel confrontarsi con il regista che ha mostrato l’accattone di nome Stracci morire in croce proprio come il Cristo del Vangelo e il figlio di Mamma Roma che muore mimando ancora la croce. Gli articoli suscitano il mugugno della buona borghesia ma allo stesso tempo alimentano il dibattito, processano il Palazzo e sospingono le battaglie civili. Il giornale fa il suo dovere offrendo al lettore un ventaglio di opinioni su cui riflettere. Il poeta civile, inattuale in quegli anni, sarebbe stato attuale oggi? E con chi avrebbe potuto misurarsi? All’invettiva di Pasolini rispose Italo Calvino e il dibattito ruotò attorno al “genocidio culturale”. Oggi sarebbe caduta una valanga di oscenità e di accuse da influencer senza ritegno. Il giorno prima di andare incontro alla morte Pasolini diede un’intervista a Furio Colombo e congedandosi dal giornalista suggerì anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Profetico e attuale.
1° ASSISTENTE: Valerio Colarossi della sezione di Roma 2
2° ASSISTENTE: Eugenio Scarpa della sezione di Collegno
QUARTO UOMO: Livio Marinelli della sezione di Tivoli
VAR: Giacomo Camplone della sezione di Lanciano
AVAR: Marco Guida della sezione di Torre Annunziata
Quando inizia la gara, inizia anche a piovere, e una partita sotto la pioggia- si sa- in genere significa battaglia. Del resto, Grosso- l’eroe del 2006 allenatore del Sassuolo- l’aveva detto: ‘Sfidiamo una diretta concorrente’. E, in effetti, come aumenta la pioggia, aumenta anche l’intensità della gara. E’ il Sassuolo che spinge, mentre i padroni di casa si affidano al contropiede, spingendo soprattutto sulle fasce.
Mentre lo stadio si svuota ben prima del solito- perché la pioggia non concede tregua- il Cagliari prova a trovare una breccia in mezzo al campo, per attaccare anche centralmente, e prendere possesso del gioco. Dalla pioggia, tuttavia, non fiorisce gioco, gestione e occasioni, ma solo un goal in fuorigioco. Del resto, Alziator parlava di Cagliari come ‘La città del sole’, poco abituata alla pioggia. In Emilia, la pioggia, la conoscono di più…
Manca, infatti- mentre il primo tempo scorre- quello spirito da impresa nel fango, da battaglia, quello degli ultimi minuti di Verona. Qualche fischio a fine primo tempo, dopo nuovi tentativi del Sassuolo, che non sorprendono Caprile.
I minuti di pausa riportano alla mente ricordi passati, Cagliari-Sassuolo 4-3, con rimonta da 0-3…chissà, anche la pioggia sta cessando…
Si rinizia, senza sostituzioni, senza novità, senza scosse. La squadra è giovane, magari ‘ i ragazzi si faranno anche se hanno le spalle strette…’, nel frattempo, però, il Sassuolo passa: punizione di Lauriente’ sopra la barriera e, dolcemente, alle spalle di Caprile. Forse è la scossa. Reagisce subito Zappa, ci prova Borrelli. Entra Felici, guerriero di Verona, ma si percepisce un senso di sfiducia.
Così, come da percezione, arriva lo 0-2: pallone recuperato, passaggio a Pinamonti dentro l’area, dribbling a rientrare, goal a incrociare sul primo palo. Gattuso segni. Però, anche a Verona si era 0-2 e, proprio come a Verona, dalle fasce, come la cavalleria, arriva l’1-2: cross di Felici, tocco di Esposito.
Si spinge fino all’ultimo, con lo spirito da battaglia, come la serata chiedeva. Alla fine, onore delle armi ai padroni di casa, ma disfida al Sassuolo.
Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, una riflessione nata dalla visione del nuovo film di Riccardo Milani ‘La vita va così’. Il regista (già alla direzione, nel 2022, di ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’, dedicato a Gigi Riva) torna a occuparsi di Sardegna con un film ispirato alla vera storia del pastore Ovidio Marras, che ha impedito la costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Tuerredda, rifiutandosi di vendere un suo terreno.
In questi giorni è in programmazione nelle sale cinematografiche il film “La vita va così”. Un film che ha generato molta attesa e che, in particolare, ha suscitato la curiosità del pubblico sardo, il quale sta garantendo il tutto esaurito nelle sale. Definirei il film come una tragi-commedia dalla tematica non del tutto inedita, ma che ha il merito di raccontare e descrivere molto bene, senza eccessiva enfasi, una caratteristica peculiare – o meglio, la caratteristica – del popolo sardo: la tenacia, l’ostinazione nel perseguire ciò in cui si crede, a tutti i costi. La vicenda ruota attorno a un pastore che difende strenuamente un paradiso terrestre sardo, la spiaggia di Tuerredda, in una natura incontaminata che, al contrario, ricchi del nord e grandi imprenditori immobiliari vorrebbero devastare indiscriminatamente con il cemento. Questi offrono milioni di euro, convinti di poter comprare ogni cosa, inclusa la dignità delle persone. L’aspetto tragico risiede nel paradosso: la tenacia del pastore ha salvato la bellezza naturale, ma ciò costringe i giovani sardi a lasciare la propria terra in cerca di lavoro. La natura, infatti, non genera stipendi; il sardo, per indole, fatica a essere un grande imprenditore (salvo rare eccezioni) e a far fruttare la natura rispettandola. Il pastore ha rifiutato milioni e ha vinto la causa contro il potente immobiliarista, ma suo figlio non è più potuto tornare al paese. Finché la classe dirigente non darà il giusto valore alle persone e non garantirà il diritto di restare nella propria terra senza morire di fame, pur rispettando l’ambiente, ci sarà sempre il “potente di turno” in grado di comprare terre e coscienze. Nonostante la tragicità del racconto, è emerso anche un lato ironico grazie agli attori e alle attrici, che con le loro performance hanno saputo strappare più di un sorriso allo spettatore. Il film merita di essere visto e di farne le dovute riflessioni.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
Ky Polanco, trentenne americana di origini messicane, ha votato in passato per Obama, Biden e Kamala Harris ed è una dei sostenitori di Mamdani che abbiamo incontrato al comizio di domenica (foto di Viviana Mazza)
Siamo andate all’ultimo comizio di Zohran Mamdani. Come europei e italiani è una storia che non possiamo ignorare. “Non solo i newyorkesi, non solo tutti gli americani, non solo il presidente Trump: tutto il mondo seguirà l’elezione del sindaco di New York”, ha detto Bernie Sanders ad uno stadio pieno di 13mila persone domenica sera nel Queens. “Sapete perché?” ha domandato. “Il socialismo!”, ha risposto qualcuno, ridendo, tra la folla. “Perché questa non è un’elezione normale – ha continuato Sanders – è un’elezione in un momento storico di estreme diseguaglianze”.Martedì 4 novembre, se hanno ragione i sondaggi, Mamdani diventerà il primo sindaco musulmano di New York battendo l’ex governatore Andrew Cuomo. Nel mondo MAGA è dipinto come una sorta di anti-Cristo “marxista e jihadista”. Ma anche il partito democratico è stato estremamente restio a riconoscerlo perché è un “socialista democratico”. Tra i suoi critici ci sono newyorkesi del mondo del business e della finanza e attivisti pro-Israele preoccupati dal suo attivismo pro-palestinese o offesi dalla sua riluttanza a condannare subito la frase “globalizzare l’intifada”, della quale ha in seguito scoraggiato l’uso. Due giorni fa il giornale ebraico progressista “The Forward” afferma che è difficile dire se Mamdani lotterà contro l’antisemitismo perché “non sappiamo se lo riconoscerà”. Kamala Harris in un’intervista ha evitato di pronunciare il suo nome, affermando solo che appoggerà il “candidato democratico”. Solo ad appena dieci giorni dalle elezioni Mamdani ha ottenuto l’endorsement dello speaker della Camera Hakeem Jeffries. Ma è innegabile che questo politico 33enne di origini ugandesi e indiane ha creato intorno a sé un movimento che ha continuato a crescere dopo la sua vittoria la scorsa estate nelle primarie democratiche di New York e che include persone di ogni colore e ogni fede (anche ebrei newyorkesi). Lo ha fatto puntando molto sui nuovi media quando i media tradizionali non lo consideravano. Ha saputo gestire i cosiddetti “tre tre”: un candidato nell’epoca attuale deve saper spiegare le sue idee in un video social di trenta secondi, in una battuta di tre minuti in tv e in podcast di tre ore. Nello stadio del Queens, erano i new media gli unici a poter chiedere nella “application” un’intervista con Mamdani, Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez. Una giornalista dei media tradizionali in fila criticava il sistema sottolineando: “Date la priorità a loro, che tra qualche mese vi avranno dimenticato”. Dopo aver vinto le primarie, però, Mamdani ha incontrato anche banchieri, ceo, leader delle istituzioni culturali e ogni genere di elettori scettici: lo ha fatto per consolidare il suo potere e presentandosi come un politico di sinistra pronto ad ascoltare, a riconoscere la propria mancanza di esperienza e a cercare un terreno comune. Gli hanno aperto molte porte due figure chiave del partito democratico: Patrick Gaspard, ex consigliere dell’amministrazione Obama e direttore del Comitato nazionale democratico e Sally Susman, manager e membro delle commissioni finanze nelle campagne di Obama, Hillary Clinton e Joe Biden. Democratici “moderati” colpiti dalla sua abilità nel gestire un pubblico ostile, diventati suoi alleati. Mamdani ha saputo ricontestualizzare le sue precedenti posizioni, ammorbidendo il linguaggio “socialista democratico” che – ha spiegato domenica – è quello che parla perché ha seguito le orme di Bernie Sanders. Ma secondo il New York Times, dopo le primarie Mamdani ha saputo spiegare che vuole appoggiare chi paga l’affitto ma non punire i proprietari, che vuole sostenere l’istruzione pubblica ma non penalizzare le scuole specialistiche, che appoggia i diritti dei palestinesi ma non è anti-sionista. Ha inoltre fatto concessioni importanti sulla polizia (fa marcia indietro rispetto al vecchio slogan #defundthepolice) e si è mostrato pronto a compromessi sulla tassa da lui proposta sui milionari.Questa ricerca di unità era visibile domenica sera allo stadio. Quando la governatrice Kathy Hochul è apparsa sul palco, molti hanno iniziato a gridarle contro “Tax the rich”; quando Hochul criticava Trump o i repubblicani le urlavano dietro “sei tu la governatrice, sei al potere, fai qualcosa”. A un certo punto ha dato l’impressione di aver pronunciato male il cognome (Mamdami) come fanno spesso Trump, Cuomo e altri suoi critici e la gente ha iniziato a gridare: “Mamdani! Mamdani!”. Alla fine Mamdani è uscito sul palco, ha preso la mano alla governatrice democratica contestata, sollevandola in aria con la sua, mostrandole il suo appoggio e scortandola fuori, nel tentativo di illustrare ai sostenitori che è necessario creare un ponte con la parte centrista del partito. Robert Wolf, un importante finanziatore del partito democratico, ha detto al New York Times che ai suoi occhi Mamdani è “un capitalista progressista, qualcuno che vuole usare il governo in modo appropriato per fare cose che contribuiscono all’uguaglianza e aiutino le persone che ne hanno bisogno”.Nel Queens, Mamdani, in giacca e cravatta strisce (una delle tre che porta a rotazione: c’è quella a pois e quella rossa), ha chiuso il suo discorso dicendo che il 4 novembre i newyorkesi cominceranno a conquistarsi la loro libertà. Libertà è una parola cooptata dai repubblicani per i quali spesso significa “libertà dal governo”, come nota nel suo libro “Freedom” lo storico americano Timothy Snyder. Ma Mamdani l’ha usata in un modo diverso: ha spiegato che per lui è sinonimo di “dignità” e che il governo ha un ruolo fondamentale nel determinare che della libertà godano tutti, non solo chi può “comprarla col denaro”. Il candidato, figlio della regista indiana Mira Nair e dell’accademico della Columbia University Mahmood Mamdani, ha collocato la sua fede, le sue radici indiane e ugandesi e il suo attivismo pro-palestinese al centro della campagna elettorale, confidando che i newyorkesi – soprattutto i più giovani – capiscano la sua visione anche se i tradizionali leader del partito la rigettano. Alla fine dei conti, è il costo della vita il tema centrale della campagna di Mamdani. E sono tre le promesse centrali che ha ripetuto domenica: 1) congelare per quattro anni il costo degli affitti a New York e usare ogni metodo per costruire alloggi per chiunque ne abbia bisogno, 2) autobus gratis e più veloci, 3) assistenza all’infanzia gratuita per i genitori. Più di una volta domenica ha ricordato che tra i suoi elettori ci sono anche newyorkesi che hanno scelto Trump alle presidenziali, perché il partito democratico ha smesso di parlare il linguaggio della working class. Ma sa che non può farcela appoggiandosi solo all’estrema sinistra. “Avere ragione in sé è insignificante” dice. “Dobbiamo vincere e poi ottenere i risultati”. Il mondo in cui viene eletto Mamdani è “piccolo”. Uno dei 90mila volontari che hanno bussato porta a porta per lui, Mohammad Uddin, portava la spilletta “Bengalesi per Zohran” al comizio, e ci ha spiegato cosa significhi per un musulmano come lui. Uddin conosce bene anche l’Italia, in particolare Milano, dove tanti anni fa veniva ad acquistare borse Fendi per rivenderle a Dubai. A un certo punto ci ha detto che Mamdani può “rendere l’America di nuovo grande”, lo slogan di Trump. Mandeep Singh (nella foto in basso), un altro volontario che ha fatto campagna nel Queens tra le comunità del sudest asiatico, è stato di recente sul lago di Como per chiedere la mano della sua fidanzata. Singh riconosce che c’è una maggiore vicinanza per certi aspetti tra politici populisti come Trump e Sanders (e Mamdani) che tra questi ultimi e i partiti tradizionali. “E’ la teoria del ferro di cavallo: le punte sono più vicine”. Viviamo in un’era di populismo. “I politici svolgono due funzioni – ci dice -: la prima è emotiva, rispecchiare i sentimenti del proprio tempo, dare voce alle sofferenze; l’altra è tattica, ovvero trovare il modo per arrivare ai risultati”. Singh nota come Mamdani ha saputo costruire una coalizione che include persone molto diverse, tutti sindacati, gente che non può permettersi l’affitto ma anche gente ricca e celebrità. “Tutte le campagne politiche realizzano tutto quello che hanno promesso? – conclude il giovane volontario – No. Ma lo voterà chi crede che la sua tattica sarà migliore di quella di Cuomo”.
La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo
Carlo, Camilla e papa Leone in preghiera nella Cappella Sistina
Era il 1534 quando, non avendo ottenuto da papa Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, Enrico VIII – con l’Atto di supremazia – segnò la nascita della Chiesa anglicana, di cui i sovrani d’Inghilterra sarebbero stati a capo.
Dopo 490 anni, il 23 ottobre, un papa cattolico e un sovrano d’Inghilterra, capo di quella Chiesa anglicana, sono tornati a pregare insieme, sotto gli affreschi celesti ed eterni della Cappella Sistina.
In un periodo di guerre- reali, economiche, minacciate – è stato un evento di insperata speranza, un gesto di quelli che superano il tempo, di quelli che richiedono un’eternità per germogliare sotto la terra, e spuntano con una primizia che passa sotto silenzio, schiacciata dal frastuono delle bombe e delle violenze.
Cinquecento anni sono come un’eternità, uno di quei tempi lunghi della storia nati da interessi di parte (la necessità di divorziare di Enrico VIII), che poi interessano milioni di persone senza nome, volto, né storia, che diventano vittime di quegli interessi e quegli egoismi (Tommaso Moro fu martirizzato per non aver voluto abbandonare la Chiesa cattolica).
Ma davanti all’eternità della storia, c’è un’eternità più grande e vera, quella dell’amore, che pazientemente travalica i tempi. Eccolo qua, nelle preghiere di un papa e in quelle di una coppia nata da un tradimento, quello di Carla nei confronti di Diana: ma, sotto il dito di Dio che sfiora quello dell’uomo Adamo, tutto è perdonato, tutto è rinnovato, in una nuova alba del mondo che rinascerà ogni volta in cui si lasceranno le divisioni per ritrovarsi insieme.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Il presidente ucraino Zelensky con il presidente Usa Trump nello Studio Ovale (Afp)
L’illusione che si era accesa mercoledì scorso alla Nato è durata meno di due giorni. A spegnerla ci ha pensato Donald Trump venerdì, quando ha incontrato Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. Riavvolgiamo il filo. Mercoledì scorso il segretario della Guerra Pete Hegseth ha partecipato al Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, che si è riunito dopo il vertice dei ministri della Difesa della Nato, e ha detto che gli Stati Uniti e i loro alleati adotteranno le misure necessarie per «imporre alla Russia dei costi per la sua continua aggressione» se la guerra in Ucraina non dovesse terminare. E ha aggiunto che «se dovremo compiere questo passo, il dipartimento della Guerra Usa è pronto a fare la sua parte in modi che solo gli Stati Uniti possono fare».
Abbastanza per far sperare a Bruxelles che Washington avesse finalmente capito di che pasta è fatto Putin. Ma il presidente russo è riuscito anche stavolta a convincere Trump. Ed ecco che dopo la telefonata di giovedì tra i due presidenti è spuntata l’ipotesi di un vertice a Budapest, proprio nella capitale con il governo finora più antieuropeista e più filorusso, critico nei confronti dell’Ucraina. Un assist al premier ungherese Viktor Orbán, che in primavera va a elezioni, ma anche l’ennesimo schiaffo all’Unione europea.
Tutti in Europa hanno fatto buon viso a cattiva sorte, elogiando gli sforzi per la pace di Trump, continuando sulla strada dell’adulazione che tanto piace al presidente Usa. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, l’estone Kaja Kallas, ancora ieri ha detto che «Donald Trump è sincero nel voler porre fine alla guerra in Ucraina, è la Russia che non lo è». Dunque «non dobbiamo farci distrarre e convincere i nostri alleati in giro per il mondo che nulla di concreto avverrà a questi incontri se l’Ucraina e l’Europa non sono seduti al tavolo». Poi ha azzardato una critica a Trump senza menzionarlo, quando ha detto che fare pressione su Kiev affinché fermi l’«aggressione» russa in Ucraina «non è l’approccio giusto, non solo per l’Ucraina, ma anche per la sicurezza europea e globale, perché se l’aggressione dà i suoi frutti, incoraggia il suo ripetersi altrove». Anche per il presidente francese Emmanuel Macron ucraini ed europei «dovrebbero sedersi attorno a un tavolo».
Invece per ora niente. A Zelensky non resta che affidarsi agli europei. Giovedì parteciperà al summit Ue nel quale i leader dei Ventisette discuteranno del sostegno all’Ucraina, del prestito di riparazione da 140 miliardi finanziato dagli asset congelati della Banca centrale russa e del 19esimo pacchetto di sanzioni. Poi venerdì volerà a Londra per partecipare alla riunione della «Coalizione dei volenterosi».
Non solo Zelensky è in difficoltà. Lo è anche l’Unione europea che si trova messa in un angolo da Washington e Mosca. Ciò che manca all’Ue, come osserva sul Financial Times Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, sono «canali di comunicazione discreti con l’avversario» come invece esistevano durante la Guerra Fredda. «L’Europa è l’unica parte a non disporre di canali funzionali regolari con lo stato di sicurezza russo e il Cremlino — osserva Gabuev —. Persino Kiev ne dispone tramite intermediari in Medio Oriente e direttamente attraverso i negoziati con i russi a Istanbul: i colloqui potrebbero essere per ora sospesi, ma i team mantengono le linee di comunicazione».
L’idea di dialogare con la Russia è «divisiva» per gli europei, ammette Gabuev, riconoscendo tuttavia che non ci sono alternative tanto più che pochissimi leader europei attuali hanno esperienza di rapporti con i russi o sono considerati da loro credibili. Per Gabuev «è giunto il momento che l’Europa impari di nuovo la disciplina del dialogo con i suoi avversari». Di sicuro non può permettersi di non avere voce in capitolo. Ma il sospetto non è tanto che l’Ue non abbia più leader adeguati quanto piuttosto che abbia poco di interessante da offrire a entrambi, che forse è anche peggio in un mondo in cui sembra che a prevalere non sia più il diritto internazionale ma la legge del più forte.
Fondazione Foresta, il nuovo report svela il ritratto degli adolescenti italiani tra corpo, emozioni e identità. Più di uno studente su quattro ha sperimentato episodi di bullismo o cyberbullismo. L’indagine su 5.849 studenti delle scuole superiori fotografa differenze di genere, abitudini e fragilità e sarà presentata a Padova il prossimo 17 ottobre. Il professor Carlo Foresta: “Il bullismo è uno specchio del disagio giovanile: dietro le prepotenze spesso si nasconde fragilità, bisogno di riconoscimento o assenza di punti di riferimento adulti”
La Fondazione Foresta ETS, punto di riferimento nella ricerca sulla salute e sul benessere giovanile, presenta il report 2025, un’analisi approfondita che ha coinvolto 5.849 studenti delle scuole superiori italiane principalmente delle province del Nord-Est. Il quadro che emerge dall’analisi dei questionari restituisce un allarme preoccupante: più di uno studente su quattro è vittima di atti di bullismo o cyberbullismo. Si notano differenze significative per sesso e caratteristiche personali. Le femmine risultano più frequentemente vittime, i maschi più frequentemente autori. Il profilo delle vittime restituisce una fotografia di vulnerabilità emotiva e fisica. Tra i ragazzi vittime si osserva una maggiore prevalenza di sovrappeso/obesità rispetto ai coetanei non vittimizzati (26% vs 15%); tra le ragazze la differenza è più contenuta ma confermata (13% vs 7%). Accanto ai fattori corporei, pesano diversità nell’orientamento sessuale e identità di genere. Tra le ragazze vittime la quota di chi si dichiara “completamente eterosessuale” è più bassa rispetto alle non vittime (57% vs 69%), mentre aumentano “perlopiù eterosessuale” (23% vs 19%), “bisessuale” (8% vs 5%) e “fluido” (8% vs 5%). Tra i maschi vittime scende la quota “completamente eterosessuale” (82% vs 90%) e crescono le minoranze (es. “omosessuale” 3% vs 1%, “fluido” 2% vs 1%). “Il bullismo colpisce soprattutto chi è percepito come diverso — per aspetto fisico, identità o modo di vivere l’affettività — trasformando la vulnerabilità in un bersaglio”, sottolinea Foresta. Tra i segnali di disagio che accompagnano la vittimizzazione, emergono solitudine e sofferenza psicologica. Nel campione generale le ragazze dichiarano più spesso di sentirsi sole (quasi una su due tra le ragazze, uno su tre tra i ragazzi), quadro che si riflette in una maggiore percezione di isolamento nelle vittime. Sul fronte dei risvolti psicologici, la pratica di autolesionismo nel campione di studio è più di frequente nelle ragazze vittime di bullismo (21,1% vs 9,4% nei maschi), con indicazioni coerenti di maggiore ricorso a supporto psicologico nelle femmine (ha già usufruito o ne ha sentito il bisogno di supporto il 63,7% contro 32,6% dei maschi). La figura del bullo, specie al maschile, si accompagna a una più alta propensione a condotte a rischio: si fuma di più (tra gli autori maschi la quota di non fumatori scende di oltre dieci punti rispetto ai non autori), si consumano più alcol e sostanze (solo circa un terzo dei bulli maschi dichiara astinenza), e si registra una maggiore esposizione a pornografia online e sexting. “In alcune adolescenti il confine tra subire e agire è sottile: il dolore non elaborato può trasformarsi in rabbia”, commenta il professor Foresta. “Il quadro complessivo parla di un fenomeno a doppia faccia: le vittime — più spesso femmine — portano i segni della solitudine e del disagio, mentre gli autori — più spesso maschi — si distinguono per trasgressività e comportamenti a rischio, specialmente nell’ambiente digitale. Il contesto familiare non mostra fratture eclatanti, ma tra gli autori si intravede una minore coesione. Non esistono solo bulli e vittime: esistono adolescenti in difficoltà che usano la rete, il corpo o la violenza per esprimere ciò che non riescono a dire. Per le scuole e per le famiglie è un segnale d’allarme. Non bastano interventi punitivi: servono programmi di prevenzione che agiscano sull’empatia, sul rispetto e sulla gestione dei conflitti, integrando l’educazione digitale con il supporto psicologico. Serve un’alleanza educativa stabile tra scuola, famiglia e territorio: riconoscere presto i segnali, offrire ascolto, costruire reti di protezione e di responsabilità”.
SCHEDA DI APPROFONDIMENTO – L’INDAGINE DI FONDAZIONE FORESTA (SINTESI)
L’indagine nazionale della Fondazione Foresta Onlus, condotta su 5.849 studenti delle scuole superiori (64% ragazze e 36% ragazzi) con un’età media di 18 anni, mostra dati significativi sul benessere psicofisico e sui comportamenti a rischio tra gli adolescenti italiani. Più di un terzo delle ragazze (36,4%) e un quarto dei ragazzi (25,2%) dichiarano di essere state vittime di bullismo o cyberbullismo. Tra chi compie questi atti, la prevalenza è maschile: 17,8% dei ragazzi contro 7,9% delle ragazze. Il peso corporeo emerge come fattore associato alla vittimizzazione: tra i maschi vittime di bullismo, il 26% è in sovrappeso o obeso, rispetto al 15% dei coetanei non vittime; tra le ragazze, le percentuali sono 13% contro 7%. Il tema della solitudine è molto presente, soprattutto tra le ragazze, che nel 72% dei casi dichiarano di sentirsi spesso o talvolta sole, rispetto al 48,5% dei ragazzi. Il disagio psicologico si manifesta anche attraverso comportamenti autolesivi: una ragazza su cinque (21,1%) ammette di essersi fatta del male almeno una volta, contro il 9,4% dei maschi. Tra i comportamenti a rischio, il fumo e l’uso di sostanze stupefacenti risultano più diffusi tra gli autori di bullismo: il 60,5% dei ragazzi autori fuma, contro il 28,5% dei non autori, e il 65,4% fa uso di sostanze, rispetto al 48,4% delle vittime. Infine, la sessualità online rappresenta un ambito di forte esposizione: tra le ragazze, il 52% delle autrici e il 42,3% delle vittime dichiara di aver inviato immagini intime; tra i ragazzi, le percentuali sono rispettivamente 42% e 31%. Nel complesso, i dati descrivono un quadro in cui bullismo, isolamento e comportamenti a rischio si intrecciano, delineando due profili prevalenti: vittime più spesso femmine, segnate da fragilità emotiva e solitudine, e autori più spesso maschi, con maggiore tendenza a fumo, sostanze e impulsività.