‘Eravamo in 2000, non potete fermarci tutte’. Le donne senza velo dell’Iran

Ragazze che hanno sfidato il regime iraniano

di Daniele Madau

Le potenti immagini di migliaia di donne che sfidano il regime, a capo scoperto, come milioni di coetanee nel mondo. Ci sono giunte dall’isola di Kish, nel Golfo Persico: oltre cinquemila persone -il 9 dicembre- hanno preso parte a una maratona (‘Kish Marathon’), divisa in uomini e donne con prove separate (la gara femminile alle cinque del mattino). I capelli sciolti di molte donne che hanno corso senza hijab, in aperta violazione della legge sulla “castità e il velo” irrigidita nel 2024, sono delle immagini potenti e bellissime in periodo di guerra e tensione continua, che ci permettono di pensare nuovamente, e ritrovare il coraggio, ai grandi momenti della storia. I capelli lunghi dei ragazzi che sfilano contro la guerra in Vietnam – raccontati in ‘Hair’-, quelli cortissimi dei ragazzi che camminavano e si abbracciavano sopra ciò che restava del muro di Berlino, quelli a caschetto dei ‘Beatles’, che hanno fatto sapere al mondo che i giovani esistevano. Tutto questa meravigliosa voglia di ribellione giovanile l’abbiamo ritrovata a sfidare il regime degli ayatollah iraniano, dai capelli grigi e dalle barbe lunghe, mettendo a rischio -per questa idea di futuro e libertà- anche la propria vita.

La risposta è stata immediata: la magistratura ha annunciato l’arresto di due organizzatori, un funzionario dell’ente che gestisce la free zone di Kish e un rappresentante della società privata che cura l’evento, accusati di aver permesso una “violazione della pubblica decenza”. I media ultraconservatori hanno parlato di “spettacolo indecente”, mentre è ancora vivo il ricordo della morte di Mahsa Amini.

Ma, è proprio vero, non possono arrestarne 2000. E se anche lo faranno, non potranno arrestarne 20000, e poi sempre di più. “Donna, Vita, Libertà”, ancora, fino a che non si possa gridare, davvero, in libertà, senza rischiare la vita.

Il silenzio dell’Ue dopo la Strategia di sicurezza nazionale Usa? Calcolo strategico per l’Ucraina. Ma non può cancellare le divergenze di visioni

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Ad agosto i leader europei volarono a Washington insieme a Zelensky (Getty)

Sono passati cinque giorni dalla pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Spesso questi documenti sono di significato limitato e li si può più o meno ignorare. Non in questo caso. 

Visto da Bruxelles
Più passano le ore dalla pubblicazione della Strategia Usa sulla sicurezza nazionale che attacca l’Unione europea alle fondamenta, più le reazioni del Vecchio Continente mettono in luce l’assenza di sorpresa, come se quei contenuti siano ormai concetti acquisiti. Lo choc ci fu, e molto, nel febbraio scorso dopo le parole del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Poi gli europei hanno avuto modo di sperimentare nei fatti il cambio di atteggiamento di Washington verso Bruxelles, dai dazi al non coinvolgimento nel processo di pace in Ucraina. Quindi, ci hanno spiegato fonti diplomatiche europee, non c’è stata alcuno stupore. Le reazioni tiepide che sono seguite non sono però da attribuire ad assuefazione, bensì a un calcolo politico o a «saggezza»: per condizionare la pace in Ucraina, l’Unione europea non può permettersi in questo momento di irritare gli Stati Uniti. E risulta chiaro dalla prima dichiarazione ufficiale attribuibile a un esponente di rango della Commissione europea. Sabato l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, intervenendo al Doha Forum, ha detto che«gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato. Ed è nell’interesse degli Stati Uniti che noi collaboriamo».

A proposito del documento Usa, la politica estone ha riconosciuto che «naturalmente ci sono molte critiche» e ha aggiunto di ritenere che «alcune di esse siano anche fondate». Certo, lo stesso giorno un portavoce della Commissione ha replicato quasi d’ufficio che «quando si parla delle decisioni che riguardano l’Unione europea queste vengono prese dall’Unione europea, per l’Unione europea, comprese quelle relative alla nostra autonomia normativa, alla tutela della libertà di parola e all’ordine internazionale basato sulle regole». Ma non c’è stato alcun post della presidente Ursula von der Leyen. Viene fatto osservare che l’unico leader intervenuto è Donald Tusk, che ha usato i toni di Kallas: il premier polacco si è rivolto direttamente ai «cari amici americani» in un post su X per dire che «l’Europa è il vostro alleato più stretto, non il vostro problema. E abbiamo nemici comuni. Almeno così è stato negli ultimi 80 anni» e «questa è l’unica ragionevole strategia per la nostra sicurezza comune. A meno che qualcosa non sia cambiato».

Il primo intervento ufficiale a livello di vertici delle istituzioni Ue è quello di ieri del presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha parlato alla conferenza annuale dell’Istituto Jacques Delors a Parigi, tre giorni dopo la pubblicazione della strategia statunitense. Tuttavia, secondo una fonte Ue, quella del presidente del Consiglio europeo non può essere considerata una reazione vera e propria: «Costa ha fatto un discorso più ampio e sarebbe stato strano se non avesse menzionato la strategia Usa. Diciamo che ha avuto l’occasione per intervenire». Costa ha detto che «il discorso del vicepresidente J.D. Vance a Monaco e i numerosi tweet del presidente Trump sono ora ufficialmente la dottrina degli Stati Uniti. Dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza». Il politico portoghese ha usato toni concilianti ma fermi: «Questa strategia continua a parlare dell’Europa come alleato. Questo è positivo ma, se siamo alleati, dobbiamo agire come alleati. E gli alleati non devono interferire nelle scelte politiche interne dei loro alleati». Gli alleati, ha proseguito, «rispettano la sovranità reciproca» e «quello che non possiamo accettare è la minaccia di interferenza nella vita politica dell’Europa. Gli Stati Uniti non possono sostituirsi ai cittadini europei nella scelta di quali partiti sono buoni e quali cattivi». Inoltre per Costa «non c’è la libertà d’espressione se la libertà di informazione è sacrificata per difendere i tecno-oligarchi degli Usa».

Sempre ieri la capo-portavoce della Commissione, Paula Pinho, sollecitata sulle parole di Elon Musk che ha paragonato la Ue a «un quarto Reich» auspicandone l’abolizione, ha risposto che «fa parte della libertà di parola anche esprimere affermazioni completamente folli»: «Immagino che il fatto di multare le aziende del signor Musk non sembri avergli guadagnato la simpatia per l’Ue». Insomma, acqua sul fuoco. Questo non vuol dire però che l’Unione europea sia inerte. Come ci spiegava ieri un diplomatico Ue, il 2025 è stato un anno straordinario per gli standard europei: «Ci siamo svegliati sulla difesa, prima si discuteva di autonomia strategica ora prendiamo decisioni per attuarla, il Buy European ora è un concetto accettato e perseguito. Forse si sta dando troppa importanza alla nuova strategia Usa perché il mondo come lo conoscevamo dal 20 gennaio che non c’è più».

Non va però sottovalutato un aspetto che ha messo bene in evidenza l’ex premier Mario Monti ieri sul Corriere: «Le istituzioni europee sono rimaste forse l’unico luogo al mondo dove il presidente Trump non può negoziare mischiando l’interesse pubblico e quello personale: suo, dei suoi familiari, dei suoi soci immobiliari, degli oligarchi di Big Tech o della finanza, come invece è orgoglioso di riuscire a fare, soprattutto nelle oligarchie. L’Europa si è costruita sullo stato di diritto, sulla distinzione tra interesse privato e pubblico, sulla lotta alla corruzione, sul capitalismo democratico, sull’apertura degli scambi, sul sistema multilaterale». Principi sui quali al momento la maggior parte degli Stati membri non sembra disposta a rinunciare ma su cui le opinioni pubbliche di alcuni Paesi sembrano meno sensibili rispetto a un tempo, complice una narrativa di estrema destra fuorviante.

Visto da Washington 

L’ex capo dello staff del Consiglio per la sicurezza nazionale di Trump nel primo mandato, Alexander B. Gray, nella sua intervista sul Corriere di oggi, spiega che gli Stati Uniti «stanno arrivando alla conclusione che l’Europa è molto meno centrale per i nostri interessi geopolitici cruciali. Ci stiamo allontanando dalla visione  che avevamo sin dal 1917 se non dal XIX secolo che quello che accade in Europa è centrale per il nostro destino».

«In questa strategia di sicurezza nazionale si legge che lo Stato-nazione  è visto come la principale unità di governo globale – ci ha detto Gray -. E penso che questo sia probabilmente inteso in contrasto diretto con le strutture sovranazionali dell’Ue, non  semplicemente perché all’amministrazione Trump e  ai conservatori Usa non piacciono gli enti sovranazionali, ma soprattutto perché negli ultimi anni l’Ue ha iniziato ad adottare  misure, sia interne sia in relazione agli Usa, su cose come le politiche tecnologiche e la censura di coloro che criticano il multiculturalismo, che ha portato molti conservatori americani a pensare che l’Unione europea non rifletta  i valori liberali che siamo fieri di avere ereditato dall’Europa. Quando lo dico agli europei  c’è un forte choc». Lo choc forse non c’è stato, secondo quanto scrive Francesca da Bruxelles qui sopra, ma probabilmente è vero che «c’è una disconnessione tra come noi negli Usa diamo per scontato che vengano percepite le politiche europee  e come  sono percepite in Europa», come aggiunge Gray.

Gli abbiamo chiesto come mai questa forte enfasi su temi culturali e valoriali dell’Europa in un documento sulla sicurezza nazionale. «La situazione ideale sarebbe essere allineati in termini di valori e visioni del mondo e collaborare su varie questioni: l’Europa gestisce la sicurezza europea col nostro aiuto, ma questo non è il nostro focus principale. Penso che sia per questo che ci si concentra tanto sulle questioni culturali. Penso che ci sia il desiderio di arrivare ad una situazione in cui l’Europa è allineata con noi sui valori, per avere maggiore abilità di rivolgersi ad essa e delegarle alcune responsabilità di sicurezza del continente. E  oggi  siccome i valori divergono significativamente non c’è quel livello di partnership che permette di lavorare in modo collaborativo se ci concentriamo su altro». 

Dall’Europa, Costa parla di interferenze da parte degli Stati Uniti. Ma dagli Stati Uniti Trump, Musk e altri lamentano le interferenze delle norme europee sulle libertà delle imprese americane (inclusi gli agricoltori Usa, come dichiarava ieri dalla Casa Bianca il presidente, affermando che le norme sulla deforestazione vorrebbero «dettare come devono usare le loro terre se vogliono vendere legname in Europa»). 

Ovviamente le discrepanze di visioni riguardano anche l’Ucraina. «A livello strategico per noi ha grande valore evitare che la Russia conquisti l’Ucraina – ci dice Gray -. La divergenza sta nell’attenzione e nelle risorse che riteniamo debbano essere dedicate a realizzare gli obiettivi di guerra di Zelensky. Oggi la prospettiva Usa è che i suoi obiettivi di guerra massimalisti — che penso molti dei nostri amici in Europa condividano — non sono i nostri. I nostri obiettivi sono: raggiungere un accordo ottenibile, che mantenga l’Ucraina indipendente e sovrana ma non necessariamente realizzi tutte le cose che Kiev vorrebbe e che francamente  avrebbero senso da un punto di vista etico. Ma è nell’interesse Usa spendere le nostre limitate risorse per tentare di raggiungerle? La posizione Usa è sempre di più: no». Gli abbiamo chiesto se   parlando di «obiettivi massimalisti» ucraini si riferisca ai territori e se l’America, come sempre più temono gli europei,  voglia che Kiev rinunci a tutto il Donbass. «Non so se tutto il Donbass.  Non conosco i dettagli dei negoziati – replica Gray -. Ma il punto è: se non possiamo sostenere il conflitto in eterno e nemmeno gli europei possono,  e se non è nel nostro interesse lasciare che continui col rischio che esca fuori controllo e si estenda ad  alleati Nato con cui avremmo l’obbligo dell’Articolo 5,  devono esserci concessioni da ambo le parti. Non è giusto, l’Ucraina è la vittima, ma da una prospettiva geopolitica realista è la realtà».

Queste idee non sono ovviamente condivise da tutti i conservatori. I conservatori tradizionali respingono l’idea che il movimento Maga abbia conquistato l’etichetta del conservatorismo. Molti repubblicani al Congresso  sono contrari al disimpegno dall’Europa e questa settimana voteranno per una proposta di legge sulla difesa che include restrizioni e condizioni prima che il Pentagono possa ridurre i soldati Usa schierati in Europa o che rinunci al ruolo (che tocca ad un generale americano) di Comandante supremo alleato della Nato.

Secondo Gray comunque questo non è uno scisma interno all’amministrazione Trump. «L’ala di politica estera dei repubblicani al Congresso non ha mai accettato la visione realista in politica estera di Trump: c’è un grosso gruppo, probabilmente la maggioranza dei senatori repubblicani, che preferirebbe che Trump avesse un approccio più simile a Bush.  Ma di anno in anno, con ogni nuova elezione, eleggiamo più senatori repubblicani con idee più simili a Trump e a J.D. Vance e meno simili a quelle di Mitch McConnell e Lindsey Graham. È questa la direzione del partito repubblicano in politica estera». 

Lo scandalo dello sfruttamento di molti che genera il lusso di pochi, a cui contribuiamo

di Daniele Madau

Una sfilata di moda

La capitale della moda, Milano, sta indagando su sé stessa. Il pm di Milano Paolo Storari, infatti- a capo dell’indagine sul fenomeno del caporalato in quel mondo – ha chiesto, con un’attività dei carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro, a nuovi 13 grandi gruppi del settore di “consegnare” tutta “la documentazione”, in particolare quella sui “sistemi di controllo” sulla catena di appalti e subappalti nella produzione. 

E’ necessario presentarne i nomi, oltre a quelli noti di marchi del lusso già finiti nel mirino, tra cui il più recente caso è quello di Tod’s: si tratta di Dolce&Gabbana, Versace, Prada, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating.

In particolare, nelle richieste di consegna della documentazione, che servirà per gli accertamenti necessari, il pm Storari informa che dai filoni di inchiesta su altri colossi della moda “sono emersi episodi di utilizzo” di lavoratori cinesi sfruttati in laboratori o opifici-dormitorio, dove sono stati trovati anche prodotti dei marchi ora finiti nel mirino. 

Per tutte le 13 società, dunque, la Procura evidenzia questi sospetti casi di caporalato nella filiera produttiva e, come tali, da approfondire.

Pur premettendo necessariamente che si è ancora alla fase delle indagini, la notizia ci dovrebbe portare a una riflessione profonda sul mondo della moda e dei marchi non solo di lusso, ma anche, semplicemente, di moda.

I reati ipotizzati sono gravissimi, ma non percepiti come tali. Vi è un’indulgenza diffusa verso questo mondo, i cui motivi si possono capire. In realtà, non si dovrebbe parlare di indulgenza, ma di sottomissione, che spiegherebbe l’indulgenza. Dove andrebbe a finire tutta la retorica del made in Italy se non ci fosse questa indulgenza? E sugli imperi creati da Missoni e Armani? Dove andrebbe a finire la corsa ai regali-siamo in periodo di Natale- se riflettessimo su queste accuse? E il Pil italiano? Eppure, proprio a proposito di Pil, non dovremmo mai dimenticare il discorso di Robert Kennedy: ‘Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base a esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini […]Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.’ In nome delle nostra gratificazioni, della nostra retorica, del nostro shopping, del nostro consumismo, contribuiamo allo sfruttamento di migliaia di persone (nessuno ricorda l’eccidio in Bangladesh di una decina di anni fa, quando crollò uno di questi laboratori). Lo facciamo per poi essere a nostra volta sfruttati da questi marchi, che applicano il loro logo su questo sfruttamento per poi sfruttare, tramite i prezzi esorbitanti, noi. E poi vivere nel lusso. Non possiamo definirci inconsapevoli, ne siamo coscienti. Per esempio, Roberto Saviano lo scrisse benissimo in ‘Gomorra’. Così come vediamo la magrezza delle modelle, o le etichette degli abiti con la loro provenienza, o le condizioni in cui operano i laboratori cinesi che son presenti nelle nostre città. Nessuno è inconsapevole. Eppure Tod’s ha affermato di esserlo, e di esserne parte lesa. Neanche uno, ovviamente, con un po’ di buon senso e di riflessione, ci crederebbe. E se anche fosse così, sarebbe ugualmente grave perché, se tieni al tuo prodotto e al suo nome, dovresti curare e curarti della filiera. Anche gli altri marchi risponderanno così, perché la legge lo permette. E questo perché il referendum sulla responsabilità dell’azienda appaltante sulla successiva filiera- presente nell’ultima tornata di quesiti referendari- non è passato. Perché siamo stati a casa, perché non ci siamo informati, perché stavamo cercando, magari, in internet un capo di questi marchi. Per comprarlo, per far parte di questo circolo di sfruttamento, in cui la dignità, nostra e degli sfruttati fisicamente, si perde nel guadagno di pochi.

Mega & Maga, la «battaglia per l’anima dell’Europa» passa da Washington

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

A sinistra Patrick Deneen, al centro il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance

I conservatori europei ci riprovano domani e giovedì con la conferenza dal titolo «Battaglia per l’anima dell’Europa» ospitata da MCC Brussels, il think tank fondato nel 2022 dal Mathias Corvinus Collegium, college privato ungherese per studi avanzati molto vicino al premier Viktor Orbán: il suo direttore politico Balázs Orbán (nessuna parentela) è presidente del consiglio di amministrazione del MCC. I temi dibattuti sono quelli cari ai populisti euroscettici del Vecchio Continente, rappresentati da partiti che siedono nei gruppi Ecr, Patrioti e Sovranisti al Parlamento europeo. Sono i partiti che sostengono la filosofia Mega: Make Europe Great Again, presa in prestino dal Maga trumpiano. «Portiamo la lotta a Bruxelles!», si legge sul sito dell’evento. E tra gli speaker c’è anche Patrick Deneen, professore di Scienze politiche all’università cattolica di Notre Dame, filosofo della nuova destra Usa molto vicino al vicepresidente J.D. Vance.

Nella due giorni c’è solo un relatore italiano: Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e Nazione Futura. Per ora non è previsto alcun rappresentante della Lega né di Fratelli d’Italia. Ma il programma è in aggiornamento.

«Questo nuovo importante evento — si legge sul sito della conferenza — rappresenta un’opportunità per i veri conservatori di diverse etnie politiche di sviluppare una nuova narrativa, imparare dai successi reciproci e stringere legami comuni, preparandosi alla lotta che verrà». Il manifesto è chiaro e c’è abbastanza per creare polemica. Non sarebbe la prima volta. Il 16 aprile 2024 era scoppiato un caso a Bruxelles per un altro evento simile. Stava parlando sul palco il leader della Brexit Nigel Farage quando la polizia belga chiese l’immediata chiusura, per ragioni di sicurezza pubblica, della conferenza «National Conservatism», la riunione dei nazionalisti europei organizzata dal think tank di destra Edmund Burke Foundation. Un pasticcio che costrinse l’allora premier belga Alexander De Croo a intervenire, definendo «inaccettabile» quanto successo ma soprattutto «anticostituzionale» perché andava contro la libertà di espressione. 

Il primo panel di domani si appropria di un tema degli europeisti: le interferenze straniere nelle campagne elettorali. Ma viene capovolto. Gli organizzatori si chiedono: «Come possiamo difendere la democrazia dalle ingerenze elettorali dell’Ue?». E vanno all’attacco perché «l’Ue sostiene i media e le Ong che promuovono le sue narrazioni federaliste ed è ben lieta di vedere banditi dalla partecipazione partiti e candidati che propongono una visione alternativa». Il keynote speech è affidato a Ryszard Legutko, filosofo e politico appartenente al Partito diritto e giustizia polacco (Pis), per quindici anni parlamentare europeo — dal 2009 al 2024 — nel gruppo Ecr di cui fu co-presidente per un periodo. Della stessa famiglia politica fa parte Fratelli d’Italia.

Due sono i protagonisti domani: Deneen, che terrà un discorso su «Europa vs America: la fine dell’Occidente», e l’ex presidente ceco Václav Klaus che disserterà su «Economia patriottica: riformare un continente malato». Il rapporto dell’estrema destra europea con gli Stati Uniti non è lineare perché c’è la consapevolezza che «l’America è ancora spietata nel promuovere i propri interessi economici ed energetici nel continente europeo» e allo stesso tempo che «l’Europa è debole e sempre più dipendente dagli Stati Uniti». Ma secondo gli organizzatori «i patrioti su entrambe le sponde dell’Atlantico potrebbero concordare su questioni come l’ideologia transgender, la guerra in Ucraina e il controllo dell’immigrazione». Deneen sarà chiamato a rispondere se «la storica alleanza tra Europa e America può sopravvivere a un’era di assertivi interessi nazionali».

L’invito a Deneen non è banale, perché rappresenta uno dei più influenti intellettuali conservatori del momento. L’ultima volta che abbiamo chiacchierato con lui è stato a settembre, alla conferenza “National Conservatism” di Washington, che alcuni anni fa forse era uno spazio di attivismo considerato controverso, ma adesso è espressione della linea del governo. Lo speaker della cena di gala era Sebastian Gorka, attuale direttore dell’antiterrorismo di Trump. Dopo il suo discorso, Deneen si è soffermato molto a parlare con i giovani conservatori. Quando lo intervistammo nell’aprile scorso per le pagine degli Esteri del Corriere gli chiedemmo, tra le altre cose, di parlarci del rapporto America ed Europa. «Posso dire che è per me e per altri molto interessante il modo in cui le forme di populismo nazionalista sono diventate un movimento globale – rispose Deneen -. Anche se questo movimento cerca di ripristinare la vitalità delle nazioni, come movimento non è limitato ad una nazione, ma sta dimostrando la sua influenza nelle più avanzate democrazie liberali. Perciò stiamo assistendo ad un rifiuto globale del globalismo nel nome di un impegno transnazionale nei confronti della nazione. Molte nazioni in Europa oggi stanno sperimentando l’ascesa di partiti populisti che hanno avuto successo elettorale. Paradossalmente è una forma di nazionalismo internazionale. In realtà io penso che questo dovrebbe confortare coloro che a Sinistra temono un ritorno ad un nazionalismo simile a quello degli anni Trenta, perché le crescenti interconnessioni tra varie versioni di populismo nazionale sono in realtà piuttosto cosmopolite a proprio modo. Così come i liberali progressisti hanno trovato punti in comune con i progressisti che hanno idee simili in altri Paesi, la stessa cosa è accaduta all’interno dei circoli conservatori internazionali. Questo “nazionalismo cosmopolita” è piuttosto affascinante, penso rifletta il fatto che è un fenomeno post-liberale, possibile non solo “dopo il liberalismo” ma in parte proprio a causa del liberalismo. Il Liberalism è stato un progetto globale, un progetto cosmopolita, e la risposta ad esso è stata allo stesso modo globale e cosmopolita”.

Gli chiedemmo anche se pensava che ci sarebbe stato presto un populismo di sinistra sugli stessi temi che avevano portato alla rielezione di Trump. E dopo l’elezione di Zohran Mamdani come sindaco di New York, le sue parole suonano ancora più significative: «Mi aspetto che molti a sinistra adotteranno un messaggio più populista nei prossimi mesi e anni, vedendone la popolarità tra coloro che la sinistra ha trattato con sdegno negli ultimi decenni (coloro che Hillary Clinton definì i deplorevoli). Resta aperta la domanda se lo spostamento della classe operaia a destra possa essere rovesciato da un cambiamento di direzione verso il populismo di sinistra — e anche quale appoggio avrà questa posizione nel loro stesso partito che si è allontanato dalla fedeltà di un tempo alla classe operaia».


Le tensioni che si potranno creare questa volta attorno all’evento in Europa saranno gestite con ogni probabilità in modo più attento da parte delle autorità belghe per evitare l’accusa di censura come nel 2024. Ma è certo che i contenuti discussi al convegno saranno visti come controversi. Su sito spiegano che «gli europei comuni stanno reagendo. Elezione dopo elezione, Paese dopo Paese, orgogliosi patrioti e conservatori nazionali stanno guadagnando terreno. Sta emergendo un nuovo consenso, radicato nella sovranità, nei confini solidi e nel buon senso. Frontiere aperte, estremismo ambientale, censura senza fine e ideologie di genere radicali: tutto questo viene respinto alle urne. È il momento di sferrare un colpo decisivo ai dogmi dell’establishment che ci hanno deluso per troppo tempo». Gli organizzatori prendono di mira le élite europee contro cui tante volte si è scagliato Orbán — ma anche Salvini, Le Pen e Morawiecki.

Il programma non lascia spazio all’immaginazione: l’obiettivo è usare i temi che gli europeisti usano contro i populisti, capovolgendoli. E il loro ispiratore è il presidente Donald Trump, che sembra disinteressato all’Europa ma di fatto non lo è, benché non nella maniera tradizionale. Come ha evidenziato in un’interessante analisi Ivan Krastev su Foreign Affairs — intitolata Il paradosso della destra trumpiana in Europa. Come l’armamento dell’ideologia da parte dell’America potrebbe ritorcersi contro — «in un momento in cui Trump mette in discussione gli accordi di sicurezza degli Stati Uniti con l’Europa, minacciando di ridurre la presenza militare americana in Europa e chiedendo che l’Europa paghi per la propria difesa, il suo sostegno all’estrema destra europea appare a prima vista un colpo da maestro strategico. Permette agli Stati Uniti di mantenere parti significative dell’Europa nella propria sfera di influenza, riducendo al contempo i propri impegni nella regione. È un modo a basso costo per rafforzare l’influenza del Maga e impedire l’ascesa di un’Europa sovrana meno allineata a Washington». Tuttavia Krastev, che è presidente del Center for Liberal Strategies di Sofia, avverte: «Anche se il Maga riuscisse a minare le istituzioni centriste costruite da Francia, Germania e altre democrazie europee fondamentali, i partiti populisti di destra che contribuisce a far crescere potrebbero non sostenere un nuovo tipo di influenza americana sull’Europa». 

I temi principali della seconda giornata del convegno sono la difesa della libertà di parola, «immigrazione e rimigrazione» (termine che insieme a “deportazione” sembra non scandalizzare più in Europa) e le sfide che i partiti conservatori e populisti nazionali devono superare per esercitare il potere. L’intervento finale è affidato a Balázs Orbán: «Perché dobbiamo vincere la guerra culturale». L’assunto è che «combattere la guerra culturale non è un lusso. È diventato essenziale per le speranze di qualsiasi rinascita patriottica». E quello che portano avanti Donald Trump e specie J.D. Vance (amico di Deneen, il vicepresidente cita il filosofo come una importante influenza culturale) è soprattutto una battaglia culturale. Ma potrebbe essere controproducente, insiste Krastev: «Se la strategia europea dell’amministrazione Trump è quella di imporre un più stretto allineamento ideologico riducendo al contempo il sostegno economico e militare degli Stati Uniti, fallirà. I partiti di destra, non meno delle loro controparti centriste e liberali, sono consapevoli che in un panorama geopolitico sempre più instabile, i loro Paesi potrebbero dover cavarsela da soli. Di fronte a un mondo ostile, la destra europea potrebbe riscoprire – forse con riluttanza – la praticità di un distacco dell’Europa da un’America inaffidabile. In definitiva, l’effetto di Trump sull’Europa assomiglia per molti versi all’effetto di Mikhail Gorbaciov sul blocco orientale negli anni ’80. La Gorby-mania ha radicalmente rimodellato i regimi comunisti dell’Europa orientale e, nel processo, ha contribuito a far perdere a Mosca la sua sfera d’influenza».

Al momento, però, non sembra che questa sia la situazione in Europa. L’Unione europea dipende profondamente dagli Stati Uniti dal punto di vista economico e della difesa e non riuscirà a rendersi strategicamente autonoma nel breve termine.

Non solo poliziotti, carabinieri o preti: arriva ‘L’altro ispettore’, la fiction per la sicurezza sul lavoro

di Marco Marini

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Nei palinsesti televisivi di questi giorni si pubblicizza una nuova fiction Rai, “L’Altro Ispettore”. Come evidenziato nella presentazione, dopo poliziotti e carabinieri o preti investigatori siamo arrivati agli ispettori del lavoro. Sarà dedicata ad un tema delicato e di drammatica realtà: la sicurezza sul lavoro. Secondo le intenzione degli autori e del protagonista, si spera che la figura dell’ispettore del lavoro diventi amica dei lavoratori e degli imprenditori. Si vuole rivolgere a ciascuno di noi, perché siamo anche il lavoro che svolgiamo. E ognuno di noi ha il diritto di tornare a casa dopo le ore lavorative. Sembra scontato ma non è così visto che quello dei morti sul lavoro sembra un bollettino di guerra. Tra i vari aspetti dell’attività dell’Ispettorato del Lavoro, oltre a sottolineare la tutela della salute dei lavoratori attraverso l’attività di indagine vera e propria, con attività di controllo preventivo sopratutto nei cantieri edili- o successivo dopo l’infortunio vero e proprio (gli Ispettori del Lavoro sono Ufficiali di Polizia Giudiziaria, anche se molti illeciti sono stati depenalizzati e trasformati in sanzioni amministrative pecuniarie)-, si vuole sottolineare la collaborazione con le imprese ed i rappresentanti dei lavoratori,attraverso la presenza sul territorio e l’iniziativa di corsi svolti anche da altri enti quali per esempio l’INAIL. Ma forse l’aspetto più interessante, ma meno evidenziato, è quello della lotta alla concorrenza sleale che contrappone le aziende regolari , a quelle irregolari che si offrono sul mercato a prezzi concorrenziali ma senza rispettare le regole sulla sicurezza o sulla regolarità contributiva, con la mancanza dei versamenti ai fini previdenziali ed assistenziali. Siamo curiosi di vedere come si evolveranno le storie .

‘L’amore mio non muore’ di Roberto Saviano: l’amore che fa paura alle mafie

di Daniele Madau

Roberto Saviano in scena in ‘L’amore mio non muore’

Nei giorni, culminati il 25 novembre, di lotta per l’eliminazione di ogni tipo di violenza di genere, il Teatro Massimo di Cagliari, grazie al benemerito circuito Cedac, ha scelto il modo più efficace per riflettere su questo dramma. Infatti ‘L’amore mio non muore’, portato in scena da Roberto Saviano, è un vero pugno nello stomaco, un ceffone di quelli che si danno con forza alle persone che hanno perso i sensi, per il loro bene, per farli rinsavire.

Roberto Saviano, la cui storia non è il caso di ricordare, che porta su di sè la fatica, il peso e la solitudine di decenni di lotta, ha portato in scena- in una scenografia essenziale- la storia di Rossella Casini, la giovane donna fiorentina vittima della ‘ndrangheta, protagonista di “L’amore mio non muore”, il romanzo da cui è tratta l’omonima pièce per la regia di Enrico Zaccheo e la produzione Savà Produzioni Creative, proposta in cartellone mercoledì 26 e giovedì 27 novembre alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari per la rassegna “Pezzi Unici”.

Una tragedia è caratterizzata dal fatto che, partendo da una situazione con possibili esiti positivi, la storia precipita verso il finale tragico. Qui la storia parte da un incontro d’amore, che avrebbe tutte la possibilità di far sbocciare una delle migliaia di possibilitià dell’amore. Ma il contraltare della passione è la ferocia nera e insensata – l’opposto della fertilità dell’amore – della criminalità organizzata, che arriverà a distruggera ogni traccia non solo dell’amore potenziale, ma anche del corpo stesso di Rossella. La protagonista, infatti, che si è innamorata di Francesco Frisina, uno studente cresciuto nella Piana di Gioia Tauro, i cui genitori sono però legati al clan dei Gallico, sparirà, uscirà da questa vita come un sussurro, agnello sacrificale di logiche di morte.

In “L’amore mio non muore” , lo scrittore intreccia fantasia e cronaca, arrivando a delegare a poesie scelte -quelle a lui più care- i tratti di narrazione che non possono essere raccontati, perché la vicenda è frammentaria, ricostruita con fatica dall’autore.

«Ho deciso di scrivere questo romanzo per raccontare la storia d’amore più drammatica e potente in cui mi sia imbattuto» – afferma Roberto Saviano –. «Raccoglie tutti i colori dell’umano sentire: l’ingenuità e lo slancio, la devozione e l’ossessione, l’amicizia, il desiderio, il coraggio, la delusione, il fraintendimento, il tradimento, lo schifo e la tragedia. Eppure la certezza che proprio nell’amare risieda l’unica possibilità di verità e di senso non viene mai meno. L’amore non muore».

Roberto Saviano, con la capacità che gli è propria, svuota il suo animo con questa storia, parla anche di sè stesso, ci inonda di descrizioni sull’amore e gli innamorati. Ci tiene incollati alla sedia e fa sì che l’ora e mezzo di spettacolo passi in un attimo. Si prende gli applausi non appena appare in scena, che sembra gli siano davvero graditi, perché testimoniano l’essere del pubblico dalla sua parte, in tutte le lotte che combatte.

Cita due volte Michela Murgia e non rinuncia a incursioni sull’attualità delle mafie, di cui dimostra di essere davvero uno dei massimi esperti.

“L’amore mio non muore” si muove nel solco del teatro civile e dell’arte come ricerca della bellezza, come riparazione dell’atrocità subita da Rossella Casini in una vicenda emblematica, quella dell’eroina forte del suo amore puro e totalizzante contro il mostro del Male. In“L’amore mio non muore”, infatti, «ogni pagina ricompone l’amore, / ogni pagina ripercorre l’orrore, / questa è la mia vendetta / per te». Una vendetta di consapevolezza, bellezza, amore, arte. L’unica vendetta lecita.

Discorso di LEONE XIV in Turchia alle autorità in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea

Come sempre, ‘La Riflessione’, come servizio ai lettori, presenta i discorsi integrali dei grandi del mondo, in occasioni di particolare rilevanza storica e per riflettere sulle grandi tematiche per il nostro presente e il nostro futuro

Palazzo Presidenziale (Ankara)
Giovedì, 27 novembre 2025

Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!

Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze.

La bellezza naturale del vostro Paese ci sollecita a custodire la creazione di Dio. Più ancora, la ricchezza culturale, artistica e spirituale dei luoghi che abitate ci ricorda che nell’incontro fra generazioni, tradizioni e idee diverse prendono forma le grandi civiltà, nelle quali sviluppo e sapienza si compongono in unità. È vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità.

L’immagine del ponte sullo Stretto dei Dardanelli, scelta come emblema di questo mio viaggio, esprime con efficacia il ruolo speciale del vostro Paese. Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano.

Desidero assicurare che all’unità del vostro Paese intendono contribuire positivamente anche i cristiani, che sono e si sentono parte dell’identità turca, tanto apprezzata da San Giovanni XXIII, da voi ricordato come il “Papa turco” per la profonda amicizia che lo legò sempre al vostro popolo. Egli, che fu Amministratore del Vicariato Latino di Istanbul e Delegato Apostolico in Türkiye e Grecia dal 1935 al 1945, si adoperò intensamente affinché i cattolici non si estraniassero dalla costruzione della vostra nuova Repubblica. «Ecco – scriveva in quegli anni –, noi cattolici latini di Istanbul, e cattolici di altro rito: armeno, greco, caldeo, siriano, ecc. siamo qui una modesta minoranza che vive alla superficie di un vasto mondo con cui abbiamo solo contatti di carattere esteriore. Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni […]. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria […]. Miei cari fratelli e figliuoli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa». [1] Da allora, indubbiamente, grandi passi avanti sono stati fatti in seno alla Chiesa e nella vostra società, ma quelle parole sprigionano ancora molta luce e continuano a ispirare una logica evangelica e più vera, che Papa Francesco ha definito “cultura dell’incontro”.

Dal cuore del Mediterraneo, infatti, il mio venerato Predecessore oppose alla “globalizzazione dell’indifferenza” l’invito a sentire il dolore altrui, ad ascoltare il grido dei poveri e della terra, ispirando così un agire compassionevole, riflesso dell’unico Dio, che è clemente e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8). L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. È un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica.

Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti. Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana.

Signore e Signori, ho parlato di “famiglia umana”. Si tratta di una metafora che ci invita a stabilire un collegamento – ancora una volta un ponte – fra i destini di tutti e l’esperienza di ciascuno. Per ognuno di noi, infatti, la famiglia è stata il primo nucleo della vita sociale, in cui sperimentare che senza l’altro non c’è “io”. Più che in altri Paesi, la famiglia conserva nella cultura turca una grande importanza e non mancano iniziative per sostenerne la centralità. Al suo interno, infatti, maturano atteggiamenti essenziali per la convivenza civile e una prima, fondamentale sensibilità verso il bene comune. Certo, ogni famiglia può anche chiudersi in sé stessa, coltivare inimicizie, o impedire a qualcuno dei suoi membri di esprimersi, fino a ostacolare lo sviluppo dei suoi talenti. Tuttavia, non è da una cultura individualistica, né dal disprezzo del matrimonio e della fecondità, che le persone possono ottenere maggiori opportunità di vita e di felicità.

A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso. Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale.

Signor Presidente, possa la Türkiye essere un fattore di stabilità e di avvicinamento fra i popoli, a servizio di una pace giusta e duratura. La visita in Türkiye di quattro Papi – Paolo VI nel 1967, Giovanni Paolo II nel 1979, Benedetto XVI nel 2006 e Francesco nel 2014 – attesta che la Santa Sede non solo mantiene buone relazioni con la Repubblica di Türkiye, ma desidera cooperare a costruire un mondo migliore con l’apporto di questo Paese, che costituisce un ponte tra Est e Ovest, tra Asia ed Europa, e un crocevia di culture e religioni. L’occasione stessa di questo viaggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ci parla di incontro e di dialogo, come pure il fatto che i primi otto Concili ecumenici si tennero nelle terre dell’attuale Türkiye.

Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che Papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva! Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.

La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio. Grazie.

Incontro con Rosy Bindi: ‘Stiamo perdendo il senso comunitario. Ho scritto un libro per difendere il bene essenziale, che è il presupposto di tutti gli altri, la salute’.

di Daniele Madau

Rosy Bindi, figura centrale del panorama politico e sociale italiano degli ultimi decenni, già ministra, presidente del PD e della Commissione parlamentare antimafia, sarà ospite, giovedì 27 novembre, del ‘Circolo Mazzolari’ di Tempio Pausania. Ricorderà Vittorio Bachelet e presenterà il suo libro ‘Una sanità uguale per tutti’. ‘La Riflessione’ ha potuto incontrarla, in un prezioso dialogo sulle tematiche del libro e su quelle di più stringente attualità

Presidente, partirei dalla stretta attualità. Oggi è il 25 novembre, giornata per l’eliminazione della violenza di genere. Da poco la Camera ha votato, promuovendolo all’unanimità, il disegno di legge sul consenso ‘libero e attuale’ all’interno di un rapporto sessuale. Sembra un importante passo avanti. Come lo giudica lei, di cui tutti ricordiamo le parole: ‘Non sono una donna a disposizione’?

Credo che sarebbe stato un passo importante, ma proprio oggi al Senato la legge è stata bloccata dalla maggioranza. E’ un fatto grave. Le donne avrebbero avuto uno strumento in più per proteggersi e non doversi giustificare davanti a un giudice, dimostrando che hanno subito davvero violenza e che loro non erano consenzienti. In ogni caso che sarebbe giusto, per le donne, non dover più essere sottoposte a interrogatori o richieste di prove che uniscano violenza ad altra violenza.

Ieri il ‘Campo largo’ ha vinto in due regioni su tre, ma l’astensionismo è stato elevatissimo

Il risultato era, complessivamente, annunciato. Diciamo che, con l’esito di ieri, nelle elezioni regionali siamo tre a tre, da un punto di vista di presidenze, dopo le tornate in Toscana, Calabria, Marche, Puglia, Campania, Veneto. Ma le regioni conquistate dal ‘campo largo’ sono molto più popolose, e questo è un dato a tutto vantaggio del centro-sinistra. E’ giusto quanto affermato dai suoi leaders sul fatto che anche le regioni sono contendibili. Ma la vera contendibilità deve basarsi sulla lotta all’astensionismo. In tutta Italia, infatti, sta governando una minoranza e questo è un dato che mette in crisi la democrazia stessa, dato dovuto ai tanti, e gravi, problemi avvertiti dalla gente che la politica non sa risolvere. Tutte le forze politiche devono farsi carico di questa emergenza ma, soprattutto, direi che è un dovere prioritario delle forze di centro-sinistra.

Lei sarà ospite, per parlare dei cattolici in politica e di Vittorio Bachelet, e per presentare il suo ultimo libro, del circolo Don Primo Mazzolari di Tempio. Quanto è stata importante la figura di Mazzolari nella formazione della sua persona?

Come tutti coloro che possiamo considerare, tra virgolette, ‘eretici’, ‘irregolari’, è stato un mio modello, un mio punto di riferimento. Come Don Milani, Dossetti, padre Balducci, La Pira, insieme a Moro e Bachelet, ha rappresentato sul piano ecclesiale e civile una ‘irregolarità’, una figura da ‘prete rosso’ o ‘comunistello di sagrestia’, come veniva chiamato La Pira, che ha anticipato i contenuti del concilio Vaticano II. Alla fine, però, come ci ha spiegato Papa Francesco, erano persone che seguivano il Vangelo, per i quali i poveri, gli scartati erano il centro della Chiesa e della vita civile

Vorrei parlare ora del suo libro, ‘Una sanità uguale per tutti’. Come è possibile che una conquista fondamentale come il sistema sanitario nazionale sia ora da difendere? Penso che, evidentemente, c’è stato un cambio di paradigma, che ha cambiato le priorità.

Se una società non è in grado di garantire a tutti, senza discriminare, la tutela del diritto fondamentale alla salute, attraverso un sistema sanitario che non può che essere bene comune e non mercato, quali altri beni sarà in grado di assicurarci? La salute è il presupposto di ogni altra attività della vita. Se una comunità non è in grado di garantire, in maniera uguale, questo bene, gli altri beni che fine faranno? Sì, è cambiato il paradigma. Quando la legge è stata votata- negli anni ’70 – insieme a tante altre, per dare attuazione alla nostra Costituzione, si respirava un clima culturale di amore nei confronti della cosa pubblica. Ora, dopo varie riforme, invece respiriamo un clima che è strettamente legato al pensiero politico dominante, in cui vale il denaro, la forza delle armi, l’individualismo. Penso a Don Milani:’ Ho scoperto che abbiamo lo stesso problema. Uscirne insieme è politica, uscirne soli è avarizia’. Siamo in un tempo di grande avarizia, di soluzioni individualistiche a problemi comuni. Abbiamo assistito, dagli anni ’50 a oggi, a varie fasi di partecipazione del popolo alla vita civile. L’astensionismo è legato anche a questo, a un progressivo allontanamento. La legge sul sistema sanitario, invece, la volevano tutti: le università, i lavoratori,le donne, gli intellettuali. Oggi, invece, ci rassegniamo davanti al fatto che ci stanno portando via il sistema sanitario nazionale. Io ho scritto il libro per combattere questo.

All’orizzonte, però, si profilano anche altri pericoli per la sanità, come l’autonomia differenziata o l’assenza di una lotta all’evasione fiscale veramente efficace

Sì, sono sintomi di quella perdita di senso comunitario di cui abbiamo parlato. Le tasse diventano ‘pizzo di Stato’, invece che il modo di contribuire ai servizi necessari. La, sacrosanta, autonomia diventa il modo per dividere il Paese e non per unirlo. L’unità nazionale, quindi, diventa un peso più che un’opportunità. Sul piano internazionale, poi, si ritorna ai nazionalismi, ai sovranismi, alla perdita di forza del diritto internazionale, e torna la guerra. Tutto si tiene. Noi, in questi ultimi cinque anni, ci siamo giocati ottantanni di storia.

Lei, negli ultimi tempi, più volte ha sottolineato l’urgenza di far sentire inclusa nel cantro- sinistra anche una parte più moderata. Ha in mente i cattolici?

Sì, anche se io non vorrei chiamare moderati i cattolici. Se oggi ci sono delle idee capaci di interpretare la radicalità del momento- penso alla dottrina sociale della Chiesa- sono quelle dei cattolici. Penso al magistero di Papa Francesco, e a quello di Leone: altro che moderati! Nelle loro parole c’è una forza dirompente. I poveri al centro, l’ambiente, l’immigrazione. Sono argomenti che ci spingono non al quieto vivere, ma alla radicalità. Come il vangelo, come gli ‘eretici’ di cui abbiamo parlato. Poi, certo, ho in mente anche cattolici moderati- pensando a chi ci ha governato per decenni- anche se De Gasperi parlava di ‘centro che marcia a sinistra’. Ho in mente tematiche di sicurezza, di politiche migratorie, che vanno trattate in maniera tale da andare incontro a una certa sensibilità. Penso poi ai ceti produttivi,ai professionisti che, tra l’altro, rischiano di venire traditi, se governati da una destra illiberale, che porterà, a breve, l’Italia in perdita, quando termineranno i fondi del PNRR.

Le non è più in Parlamento dal 2018. Alcuni suoi interessi, però, fanno ancora parte della sua vita. Penso all’attività antimafia, che, dopo essere stata Presidente della Commissione Antimafia, la caratterizza ancora

Da quando ho lasciato la politica, non ho più nessun incarico, che so, in qualche consiglio di amministrazione : credo di essere uno dei pochi ex politici ad aver preso questa scelta. Nella mia vita politica, ho dato tanto e ricevuto di più. Ho accettato solo la presidenza del comitato per i cento anni di Don Milani, perché il suo messaggio è di una attualità straordinaria, come quello di Don Mazzolari. Do una mano a Don Ciotti, un altro ‘eretico irregolare’, come quelli di cui abbiamo parlato prima, stando, però-come dire- in panchina.

Trump e Rubio vogliono i dati dei governi europei sui crimini commessi dai migranti (e chiedono alle ambasciate Usa di raccoglierli)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Giovedì scorso, il 21 novembre, il dipartimento di Stato americano ha inviato un cabloalle sue ambasciate e consolati in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, chiedendo loro di iniziare a “raccogliere dati su crimini legati ai migranti e agli abusi dei diritti umani facilitati da persone con background migratorio”. Ieri un funzionario del dipartimento di Stato – sotto anonimato – ne ha parlato in un briefing con un gruppo di giornalisti tra cui noi del Corriere. Lo stesso 21 novembre, sul profilo social del dipartimento di Stato su X, era apparso il seguente messaggio: “Le migrazioni di massa costituiscono una minaccia esistenzialealla civiltà occidentale e minano la stabilità degli alleati-chiave americani”.

La vostra corrispondente del Corriere ha chiesto se ci sia stata una collaborazione con il governo Meloni in Italia: il funzionario ha risposto che “l’amministraazione Trump ha una grandissima opinione della premier Meloni e in particolare del fatto che sia pornta a chiamare le migrazioni di massa per quello che sono”. Gli americani comunque non hanno coinvolto preventivamente gli altri governi, prima di inviare il cablo. “La speranza è che attraverso questo cablo incoraggeremo il dialogo. E abbiamo indicato alle nostre ambasciate di contattare i governi per comunicare le nostre preoccupazioni e la nostra disponibilità ad individuare alcuni casi di cui magari non hanno mai sentito parlare, senza alcuna colpa perché sono molto impegnati”.

I dati racconti da ambasciate e consolati Usa andranno nel rapporto sui diritti umani del dipartimento di Stato, che in passato era concentrato su minoranze, donne e comunità Lgbtq. Ma non è questa l’unica finalità della raccolta di queste informazioni: l’obiettivo è anche quello di sottolineare che le migrazioni di massa sono un problema di diritti umani. Non si tratta solo di immigrazioneillegale. “Le migrazioni di massa sono una preoccupazione in sé stesse, anche e sappiamo ovviamente che ci sono brave persone… l’America ha una storia di gente fantastica arrivata legalmente e assimilata nella cultura americana”.

L’Italia, continua il funzionario, è uno di “un paio di governiin Europa che hanno avuto il grande coraggio di contrastare la narrazione prevalente, le bugie dell’apertura radicale dei confini, e la premier Mleoni è una di questi insieme al premier Orbane ad alcuni  nostri amici in Polonia”. “Sappiamo che l’Italia sta iniziando a fare passi concreti per affrontare da sola la crisi delle migrazioni – ci dice ancora il funzionario- . E siamo pronti, desiderosi e capaci di appoggiare i nostri amici in Italia e nei Paesi europei che vogliono agire. Uno dei punti indicati nel cablo era di far sì che i governi in vari Paesi sappiano che siamo davvero preoccupati per il Patto per la migrazione e l’asilo della Ue, in particolare per la questione della sovranità: avete una istituzione a Bruxelles che determina le politiche di immigrazione per gli Stati sovrani, che è un problema in sé, ma c’è anche la possibilità che questo patto possa esacerbare le preoccupazioni attuali legate alle migrazioni di massa. In Italia però siamo grati alla premier Meloni e programmiamo di lavorare con lei quanto più possibile, per aiutarla a realizzare i suoi obiettivi sull’immigrazione”. 

I dati sulle violazioni dei diritti umani che il governo americano vuole raccogliere in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda includono le violenze e aggressioni sessuali “particolarmente contro donne e ragazze da parte di persone con un background migratorioe di origini islamiche estremiste”. Il funzionario ha aggiunto: “Vediamo casi di traffico di esseri umani, attacchi antisemiti e anti-cristiani, in gran parte per mano di persone con background islamico radicale”. E ha aggiunto che c’è un problema di alloggi: “I grossi flussi migratori spesso hanno un impatto sui alloggi che vengono comprati dai governi per collocarvi i migranti. E questo ovviamente può causare lo spostamento delle persone o la degradazione del valore della proprietà per i cittadini di quei Paesi”.

Ma non si tratta solo di osservare. Venerdì, in un messaggio social condiviso da Marco Rubio, il dipartimento di Stato diceva di “chiedere ai governi azioni coraggiose per difendere i cittadini dalla minaccia delle migrazioni di massa”. Il presidente Trump è stato critico delle politiche europee sull’immigrazione e il vicepresidente J.D. Vance a Monaco all’inizio di quest’anno ha accusato le democrazie europee per le loro politiche sui migranti e sulla libertà di espressione.  “Vediamo i paesi in Europa e in Occidente come i nostri più grandi alleati – ci spiega il funzionario del dipartimento di Stato – ma allo stesso tempo questa amministrazione non ha paura di criticarli quando vediamo problemi seri e quando nutriamo preccupazioni serie. E’ così che si fa quando hai un rapporto stretto”. E aggiunge: “C’è una direttiva nel cablo che spinge a interagire direttamente con i governi per trasmettere idee e preoccupazioni, che è qualcosa che i governi fanno continuamente l’uno con l’altro, ma anche per indicare che siamo pronti ad aiutare. In parte si tratta di raccogliere dati che i governi possono fornire sul fenomeno della criminalità.Queste statistiche non vengono rese pubbliche, quindi speriamo che siano state registrate dai governi nel passato, e forse il nostro coinvolgimento può spingerli a raccoglierli. O forse lo fanno già e quindi parte del lavoro sarò cooperare con loro”. 

VISTO DA BRUXELLES 

La lettura degli Stati Uniti del Patto per la migrazione e l’asilo come di una serie di leggi imposte da Bruxelles non è corretta. Né è corretta l’immagine di un’Unione europea invasa dai migranti. Secondo i dati preliminari di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, gli ingressi irregolari in Ue sono diminuiti del 22% nei primi dieci mesi del 2025, attestandosi a 152.000. Il Mediterraneo centrale è rimasto però la rotta più trafficata, registrando quest’anno due ingressi irregolari su cinque in Ue. La Libia è il punto debole: rimane il principale punto di partenza, rappresenta il 90% di tutti gli arrivi su questa rotta. Mentre sono calate le partenze dall’Africa occidentale e che passano dai Balcani occidentali a dal confine terrestre orientale. Gli ingressi irregolari sulla rotta del Mediterraneo occidentale sono invece aumentati del 27%. Le nazionalità più frequentemente segnalate sono bengalese, egiziana e afghana.

Come in ogni processo legislativo europeo, la Commissione propone delle norme che poi vengono modificate dagli Stati membri nel negoziato con il Parlamento. Il risultato finale è quello che gli Stati hanno accettato. Ad esempio le regole sulla migrazione proposte dalla Commissione Juncker nel 2018 non sono mai state approvate perché i Paesi Ue non si sono mai messi d’accordo sul loro contenuto. Il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo è stato approvato a maggioranza qualificata come prevedono i Trattati per questa materia ed entrerà in vigore a giugno 2026. Gli Stati si stanno preparando. L’Italia è tra i Paesi che hanno votato a favore del nuovo Patto, mentre Ungheria e Polonia hanno votato contro, ribadendo che non intendono applicarlo. Le nuove regole prevedono un meccanismo di solidarietà per andare incontro ai Paesi che stanno vivendo una pressione migratoria di un «livello sproporzionato».

Il report della Commissione pubblicato l’11 novembre scorso ha riconosciuto questo status a Italia, Grecia, Cipro e Spagna. Questi Paesi possono chiedere di accedere al nuovo strumento di solidarietà previsto dal Patto quando entrerà in vigore.  Gli Stati potranno scegliere tra il ricollocamento (sempre facoltativo), un contributo finanziario compensativo oppure un sostegno alternativo, attraverso ad esempio la fornitura di personale per gestire le operazioni di frontiera. Tuttavia anche i Paesi destinatari dei movimenti secondari sono stati riconosciuti «a rischio di pressione migratoria»: Belgio, Bulgaria, Germania, Estonia, Irlanda, Francia, Croazia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Finlandia. Dunque potranno far valere questa condizione quando dovranno calcolare la solidarietà da offrire e potranno scomputare l’accoglienza che già offrono. In più avranno accesso prioritario agli strumenti di solidarietà.

C’è poi una terza categoria che riguarda i Paesi che si trovano ad affrontare «una situazione migratoria significativa» a causa delle pressioni degli ultimi cinque anni: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Austria e Polonia che potranno chiedere di essere esentati dal contributo di solidarietà. Nessuna categoria speciale invece per Ungheria, Romania, Danimarca, Portogallo, Lussemburgo e Malta. La Commissione ha anche presentato il primo «pool di solidarietà» con i numeri dell’aiuto che gli Stati membri negozieranno in seno al Consiglio: base di partenza un minimo di 30 mila ricollocamenti o 600 milioni di euro di contributi (20 mila euro per ogni migrante non accettato). Per l’Olanda, ad esempio, pagare 20 mila euro a migrante è molto più conveniente che sostenere il costo dell’accoglienza, che all’anno è di oltre 33 mila euro (91 euro al giorno) a migrante in caso di trattamento regolare, che sale a circa 67 mila euro in caso di appoggio a strutture d’emergenza come hotel (184 euro al giorno).  Non sarà facile il negoziato tra gli Stati, tanto più che i partiti populisti nazionali fanno campagna contro il Patto come l’AfD in Germania, il Rassemblement national in Francia, la Lega in Italia, il Pis in Polonia o Fidesz (il partito di Orbán) in Ungheria. Tutti partiti che vengono elogiati dal movimento Maga. (Il funzionario del dipartimento di Stato ha dichiarato comunque che non c’è stato alcun coordinamento con alcun partito). 

È anche vero però che la sensibilità in Europa nei confronti della migrazione irregolare è cambiata. Ora le «soluzioni innovative» di cui ha iniziato a parlare l’Italia con il modello Albania non sono più un tabù. E le colazioni sull’immigrazione organizzate da Italia e Danimarca prima dei vertici Ue sono sempre più affollate, adesso contano una ventina di partecipanti: l’obiettivo è trovare soluzioni europee nella gestione dell’immigrazione irregolare concentrandosi sulla dimensione esterna, attraverso accordi di rimpatrio e partnership economiche con i Paesi terzi. Più di recente è stato sdoganata anche l’espressione «deportazione» per i migranti di Paesi terzi che non hanno diritto all’asilo in Europa. La commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Šuica, croata del Ppe, in un intervento pubblico ha detto che «chi è arrivato in Europa illegalmente dovrebbe andarsene, dovrebbe essere deportato, giusto per essere chiari» e ha argomentato che va fatta «una netta distinzione tra migrazione legale e illegale»: «Stiamo lavorando al regolamento sui rimpatri — ha specificato —. Chi è arrivato illegalmente in Europa deve andarsene». L’amministrazione Trump può stare tranquilla.

GRATITUDINE

Il briefing è indicativo di come questa amministrazione vede gli alleati europei. “Ci stanno a cuore i nostri amici in Europa…. Ma per poter avere una alleanza forte, abbiamo bisogno di una cittadinanza forte… E così gi Stati Uniti sono pronti, desiderosi e capaci di porre fine alla piaga delle migrazioni di massa”. Si tratta di un progetto che va al di là dell’Europa, ma “la ragione per cui abbiamo iniziato dall’Europa è che sono i nostri più grandi alleati, Paesi democratici, con cui abbiamo valori condivisi, una eredità occidentale comune, una cultura occidentale comune. L’America in molti modi viene dall’Europa e quindi abbiamo un debito di gratitudine”. 

“Perdiamo un fratello e un vero combattente”. Addio a Loris Rispoli, combattente per la verità sul Moby Prince

La ‘Riflessione Politica’ è sempre stata, e sarà sempre, in prima linea nella battaglia per la verità sulla strage del Moby Prince. Battaglia che ha perso un grande combattente. Riceviamo e  pubblichiamo il comunicato stampa dell’associazione delle vittime.

“Perdiamo un fratello e un vero combattente, che ci ha insegnato come si lotta per la verità e la giustizia”. Così i presidenti delle associazioni dei familiari delle vittime del Moby Prince, Luchino Chessa e Nicola Rosetti, ricordano il compagno di mille battaglie, Loris Rispoli – fondatore e presidente dell’associazione 140 -, morto sabato 22 novembre all’età di 69 anni. Per trent’anni Loris, fino a quando la salute glielo ha consentito, ha lottato per cercare la verità e chiedere giustizia per le vittime – e i loro familiari – di una strage, quella del 10 aprile 1991, rimasta senza colpevoli.

“Loris – hanno aggiunto Chessa e Rosetti – è stato un grande combattente, una Giovanna D’Arco, ma anche purtroppo un Don Chisciotte per il muro di gomma che lui e tutti noi familiari abbiamo trovato nella lotta per la verità. Abbiamo combattuto con lui per tutti questi anni nella speranza di arrivare alla fine della storia. Loris non ci è riuscito; Angelo Chessa, grande combattente come lui, ci ha lasciati a giugno 2022 con la speranza nel cuore di uno squarcio di verità. Senza di loro – hanno proseguito – la nostra famiglia #iosono141 è orfana, ma la resilienza che accomuna i familiari, gli amici e le tantissime persone che ci seguono e ci supportano da anni ci continua a dare la forza di andare avanti per una verità vera e non di comodo”.

Poi la richiesta, unanime e dal cuore: “Chiediamo a tutti i membri della Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage del Moby Prince, a partire dal presidente Pietro Pittalis, di andare avanti con forza e dedicare il lavoro a Loris Rispoli e Angelo Chessa”. Intanto è stata fissata la data dei funerali: la salma sarà trasferita dalla camera mortuaria dell’ospedale alle sale del commiato Svs antistanti il cimitero della Cigna. I funerali si terranno martedì 25 novembre alle 9.30.



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