Raphael Lemkin, l’uomo che diede un nome all’indicibile

di Aldo Carioli ( per ‘L’aula di Lettere’)

In occasione della ‘Giornata della Memoria’ ,  ricordiamo l’origine del ternine ‘genocidio’, che rispose  all’esigenza di dare un nome all’eliminazione sistematica di un popolo. Nonostante l’oblio che ha progressivamente avvolto il giurista Lemkin, anche nei suoi ultimi anni di vita, la parola da lui introdotta ha cambiato la storia del Novecento ed è tuttora al centro di numerosi dibattiti.

Raphael Lemkin

È una parola strettamente legata alla storia del Novecento e senza la Shoah non esisterebbe. Ma è tornata di grande attualità, tra le polemiche, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele (oltre 1.200 morti e circa 200 ostaggi sequestrati) e dopo la violentissima reazione del governo e dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza (oltre 70 000 morti a dicembre 2025). La parola di cui parliamo è «genocidio» e dietro alla sua nascita c’è la storia di un personaggio semidimenticato: Raphael Lemkin (1900-1959). Lemkin era un giurista, ma prima ancora era un uomo che dedicò la propria vita a definire, per poterlo denunciare e far perseguire, un crimine contro l’umanità che il mondo cercava ostinatamente di non vedere.

Come scrive Girolamo De Michele nel recente libro Il profeta insistente (Neri Pozza), la riflessione di Lemkin è animata da un’urgenza solitaria, quella di un intellettuale che intuì, prima di ogni altro, che la distruzione di un popolo non può restare una semplice atrocità senza statuto giuridico, una generica «barbarie». «Il genocidio è un crimine senza nome», scrive Lemkin, ed è proprio questa assenza di linguaggio che permette alla violenza di ripetersi. «Il genocidio», annota ancora nell’autobiografia, «è così facile da commettere perché la gente non vuole crederci finché non accade davvero».

Una biografia frammentaria

Lemkin era certo che soltanto una convenzione internazionale che definisse chiaramente quelle azioni, e che fosse riconosciuta da tutti i Paesi del mondo, avrebbe potuto fare giustizia ed evitare un altro Olocausto. Per capire come arrivò a questa conclusione bisogna risalire il corso della sua esistenza.

Prima ancora della Shoah, la sua vita era già stata segnata dalla distruzione. Lemkin era nato il 24 giugno del 1900 Wołkowysk, una terra di confini incerti: allora Impero russo, in seguito Polonia, oggi Bielorussia. Tra il 1914 e il primo dopoguerra, la fattoria dei Lemkin venne bombardata due volte, nel 1915 e durante la ritirata tedesca del 1918. Di quegli anni restano solo frammenti biografici: studi conclusi in modo irregolare, la morte del fratello Samuel, una possibile partecipazione a gruppi partigiani giovanili.

L’autobiografia incompiuta di Lemkin, spiega De Michele nel suo libro, lascia ampie lacune, come se la guerra avesse cancellato non solo le case, ma anche le tracce biografiche. Il giovane Lemkin frequentò ambienti ebraici attraversati da tensioni ideologiche profonde: sionismo, socialismo, fedeltà incerta al nuovo Stato polacco. Non sappiamo dove si collocassero davvero le sue simpatie. Sappiamo però che visse in prima persona, da ebreo, l’instabilità politica e morale di un’Europa orientale attraversata da nazionalismo, antisemitismo e violenza.

Anche il suo percorso accademico appare accidentato: un oscuro caso di certificazione militare falsa lo portò a una temporanea espulsione dall’Università di Cracovia, poi ridotta a semplice ammonizione, prima del trasferimento a Leopoli (oggi in Ucraina). È un Lemkin fragile, irregolare, lontano dall’immagine di un granitico studioso capace di trasformare in legge la materia incandescente della Storia recente.

Intuizione e tenacia

Questa esperienza di perdita e incertezza non è soltanto un antefatto biografico. È la matrice profonda del suo pensiero. Quando Lemkin scrive che «la distruzione di una nazione non è solo l’uccisione dei suoi membri, ma l’annientamento della sua cultura, della sua lingua, della sua memoria», sta parlando anche della propria giovinezza, segnata da ciò che scompare senza lasciare traccia. La Shoah portò questa intuizione al suo punto estremo: Lemkin perse 49 membri della sua famiglia, ma trasformerà il lutto in una battaglia giuridica combattuta anche per loro. Nel giugno del 1942 Lemkin tentò di contattare il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt per denunciare lo sterminio degli ebrei in atto in Europa. La Casa Bianca rispose al suo memorandum con una lettera in cui si chiedeva «pazienza».

Non era il momento di sottoscrivere trattati, insomma, c’era una guerra mondiale in corso. Nei suoi appunti Lemkin replica stizzito: «“Pazienza” è una buona parola per quando ci si aspetta un appuntamento, uno stanziamento di bilancio o la costruzione di una strada. Ma quando la corda è già attorno al collo della vittima e lo strangolamento è imminente, la parola “pazienza” non è un insulto alla ragione e alla natura?».

«Nei mesi in cui gli balena in mente l’idea di coniare “il nome della cosa”», scrive De Michele, «Lemkin esperisce un aspetto storico dei genocidi che la modernità non ha risolto: la capacità di voltare la testa dall’altra parte, di distogliere l’attenzione dal Male, fosse pure quello assoluto; la scoperta, che Hannah Arendt avrebbe fatto presenziando al processo ad Adolf Eichmann, che la facoltà di giudizio può assopirsi, per interesse o abitudine».

Con Axis Rule in Occupied Europe – il suo saggio fondamentale, pubblicato alla fine del 1944 – definì con il nome di genocidio gli atti criminali che saranno contestati ai gerarchi nazisti durante il Processo di Norimberga. Lo fa in un breve capitolo, intitolato Genocide. A New Term and New Conception for Destruction of Nations«Questa nuova parola, coniata per indicare una vecchia pratica nel suo sviluppo moderno, è composta dall’antica parola greca genos [γένος] (razza, tribù) e dal latino caedēs (uccisione). […] È una parola nuova, ma il male che descrive è vecchio. È vecchio quanto la storia dell’umanità. Era necessario, tuttavia, coniare questa nuova parola perché l’accumulo di questo male e i suoi devastanti effetti hanno raggiunto una forza estrema ai nostri giorni. Nuove parole vengono sempre create quando un fenomeno sociale colpisce la nostra coscienza con grande forza».

Segue una sintetica definizione del genocidio: « […] Un piano coordinato di diverse azioni volte alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, con lo scopo di annientare i gruppi stessi. Gli obiettivi di tale piano sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e dell’esistenza economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui appartenenti a tali gruppi».

«Quello stesso Lemkin che si era chiesto come sintetizzare in un memorandum di una sola pagina la sua proposta al presidente Roosevelt, riesce a condensare in sedici pagine una teoria giuridico-politica elaborata in almeno vent’anni di riflessione», commenta De Michele.

Il potere delle parole

La parola “genocidio”, nata dalle macerie di una guerra e di una vita tormentata, è sopravvissuta all’oblio del suo ideatore e allora come oggi solleva una domanda: chi ha il potere di nominare il dolore, di definire un crimine contro l’umanità?

Il profilo delle azioni genocidiarie è cambiato nel tempo, ma nel diritto internazionale resta, per chi quel diritto accetta e rispetta, sostanzialmente quello delineato da Lemkin. Le sue posizioni, però, non furono esenti da ambiguità. Nell’indice per una storia del genocidio che non portò mai a termine, Lemkin elenca molti massacri, antichi e moderni, che corrispondono alla sua definizione di genocidio: dalla distruzione di Cartagine da parte dei Romani (146 a.C.) alle deportazioni, alle persecuzioni e alle uccisioni di massa organizzate dai nazionalisti turchi contro gli Armeni tra il 1915 e il 1923; dai milioni di morti provocati dallo sfruttamento nel Congo Belga ottocentesco al genocidio dei nativi americani da parte degli Stati Uniti; dalla cancellazione della civiltà azteca per mano dei conquistadores spagnoli (XVI secolo) allo sterminio degli Herero, nell’attuale Namibia, da parte delle truppe coloniale tedesche (1904-1908).

Tuttavia Lemkin rifiutò, nel 1951, mentre negli Stati Uniti cresceva il movimento per i diritti civili, di sottoscrivere la petizione We Charge Genocide, nella quale il Civil Rights Congress denunciava all’Onu linciaggi, segregazione e violenza sistematica come forme di genocidio contro la popolazione afroamericana. Lemkin prese le distanze perché riteneva che applicare il termine in quel contesto significasse confondere genocidio e discriminazione. Come suggerisce De Michele, ogni innovatore è pur sempre figlio del suo tempo, ma soprattutto Lemkin temeva che un uso troppo estensivo del termine «genocidio» potesse indebolire la forza giuridica della Convenzione sul genocidio del 1948. Una posizione controversa, oggi, ma ancora sostenuta da molti.

Lemkin non intendeva scalfire la solidità di quella Convezione, approvata a fatica dopo oltre un ventennio di lotte e ricerche, ormai pietra miliare del diritto internazionale e della difesa dei diritti umani, nonché la principale fonte del diritto in materia. Gli restavano da vivere circa 10 anni. Anni che Lemkin trascorse in povertà e solitudine, senza una famiglia intorno e privo di riconoscimenti, totalmente assorbito dalla sua missione fino alla scomparsa, avvenuta a New York il 28 agosto 1959.

La Groenlandia e la «sovranità inventariale»

di Francesca Basso e Viviana Mazza

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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Afp)

In una recente intervista con noi pubblicata sul Corriere della sera, l’ex ambasciatrice Usa in Danimarca durante il primo mandato di Trump, Carla Sands, ci ha detto a proposito della determinazione del presidente ad annettere la Groenlandia: «Non è compito degli Stati Uniti difendere un territorio che non è il proprio».

Aldo Civico, un lettore e antropologo della Columbia University, ci ha scritto per darci la sua lettura delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia: «Vanno lette non come una provocazione diplomatica, ma come il segnale di una trasformazione più profonda dell’idea di sovranità. Quando afferma che ciò che conta è la proprietà — perché “psicologicamente necessaria al successo” (come ha detto a proposito della Groenlandia in una intervista con il New York Times ndr) — Trump non parla solo di strategia: descrive un modo di concepire il potere. Trump non chiede di governare la Groenlandia. Vuole possederla. Come quando ha definito Gaza “un grande sito immobiliare”, il territorio viene ridotto a oggetto. In questo passaggio, la sovranità smette di essere una relazione fondata su consenso, diritto e responsabilità condivise, e diventa un atto di appropriazione. In questa visione, possedere conta più che governare. La proprietà promette controllo e rassicurazione; la relazione, invece, implica incertezza e limite. È qui che emerge ciò che possiamo chiamare una sovranità inventariale: una forma di potere che non crea uno spazio comune, ma accumula; non amministra, ma cataloga; non istituisce un ordine, ma trasforma il mondo in un elenco di beni».

In realtà Sands si è detta convinta che i danesi abbiano fatto una sorta di lavaggio del cervello ai groenlandesi, in assenza del quale questi ultimi sceglierebbero gli Stati Uniti, poiché possono offrire di più al futuro degli abitanti dell’isola. Pur sottolineando che non può parlare per il presidente, Sands sembra considerare più probabile, come forma di governo per la Groenlandia, il cosiddetto Compact of Free Association che vige tra gli Usa da una parte e Micronesia e isole Marshall e Palau dall’altra, e che richiederebbe l’indipendenza della Groenlandia dalla Danimarca. «I groenlandesi non hanno la capacità di governarsi da soli, hanno meno di 60 mila persone su una massa territoriale pari un terzo degli Stati Uniti. È più di quanto un gruppo di persone delle dimensioni degli abitanti di un paesino possa governare, gestire, sviluppare e difendere. Hanno bisogno di un grosso amico e gli Stati Uniti sono certamente in grado. E se ci fosse un COFA, ciò significherebbe che i groenlandesi possono eleggere i loro leader, fare le loro leggi, e gli Stati Uniti si assicurerebbero che siano al sicuro. Godrebbero della protezione dell’esercito Usa, gli Usa metterebbero un perimetro intorno alla Groenlandia. Ci sarebbe uno scudo di competenze e anche uno scudo difensivo intorno alla regione». Il governo americano, ha aggiunto l’ex ambasciatrice, favorirebbe lo sviluppo delle infrastrutture e con i suoi veicoli finanziari garantirebbe gli investimenti privati in un posto rischioso come questo a causa del clima rigido e della carenza di manodopera.

Jonathan Karl, capo corrispondente di Abc News da Washington che ha più volte intervistato Trump anche prima che entrasse in politica (il suo ultimo libro appena uscito si intitola Retribution perché in campagna elettorale il presidente promise ai suoi elettori che avrebbe portato loro giustizia e «retribution», cioè «vendetta») ci ha detto nei giorni scorsi: «Io trovo tuttora assurda l’idea che gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia con la forza. Ma certamente sembra determinato a rivendicare il territorio per gli Usa, e non importa chi gli dice che non sia necessario o che sia sconsiderato». Karl afferma che è in parte un po’ sorprendente il recente uso della forza militare all’estero da parte di Trump, visto che nel primo mandato si era «mostrato più vicino al campo isolazionista che a quello del suo stesso partito repubblicano da Reagan in poi»; ma allo stesso tempo, il giornalista nota che Trump vuole «flettere i muscoli e poi tirarsi fuori. L’operazione venezuelana è stata rapidissima. Ora dice gestiremo il Venezuela, ma lo sta facendo davvero? No, quello che sta facendo è lasciare l’intero governo di Maduro al suo posto e far pressione su di loro perché si pieghino alla volontà dell’America, ma non ci sono americani sul terreno che prendano in carico il Venezuela. Anche in Iran (contro i siti nucleari ndr) è stato un intervento rapidissimo. E anche se ha parlato di trasformare Gaza in una Riviera, non vuole nessun reale coinvolgimento americano. Sì, può sorprendere vedere alcune delle cose che sta facendo, ma è tuttora limitato. E questo è il motivo per cui, secondo me, non manderà un’operazione militare per prendere la Groenlandia. Ma di certo gli piace parlarne».

Di sicuro Trump ha gettato lo scompiglio in Europa e la minaccia di nuovi dazi del 10% sugli otto Paesi Ue che concretamente hanno dimostrato solidarietà a Copenaghen e a Nuuk inviando soldati nell’ambito di una esercitazione militare organizzata dal governo danese sull’isola artica hanno dato concretezza — se mai ce ne fosse stato bisogno — alle minacce americane. La narrativa del presidente Trump e sei suoi uomini non trova riscontro in Danimarca. Copenaghen continua a ricordare l’intesa del 1951 che dà già ampi margini di manovra ai militari americani sull’isola. Inoltre i sondaggi dicono che i groenlandesi non vogliono passare da un “protettorato” a un altro e gli Stati Uniti non sono visti positivamente. Influisce anche l’atteggiamento che hanno avuto verso i nativi americani, a cui i groenlandesi prestano molta attenzione.

Nel 2026, un ragazzo dovrebbe chiedersi: che cos’è per me l’Unione Europea?

di Leonardo Armas (IIIB del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari)

La scuola, in un contesto sociale così complesso, tenta di rinnovarsi e di rimanere fedele alla sua natura di luogo fondamentale di educazione, cultura, crescita, formazione. E’ di ieri la drammatica notizia della l’aggressione ad Abanoub Youssef, 18 anni, da parte del coetaneo Zouhair Atif, che lo ha accoltellato al fianco destro poco prima di mezzogiorno, sull’uscio dell’aula di una scuola di La Spezia. ‘La Riflessione’ ha sempre dedicato particolare attenzione ai giovani e al mondo scolastico e, per continuare a rispondere a questa complessità sociale, inaugura una nuova rubrica, ‘La finestra su Bruxelles’, dedicata all’Unione Europea, orizzonte dei ragazzi di oggi. Realizzata dai responsabili della redazione del giornale scolastico del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, inserito in un più generale progetto sul giornalismo, è un ulteriore spazio dedicato agli studenti e alle studentesse, per offrire loro uno strumento di analisi critica della realtà e di successiva ‘Riflessione’

‘La finestra su Bruxelles’ -1
Presentiamo questa rubrica digitale dove proporremo il ricordo di personaggi storici e di temi alla base dell’ Unione Europea

𝑳𝒂 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒂 𝒑𝒂𝒕𝒓𝒊𝒂 𝑬𝒖𝒓𝒐𝒑𝒂- Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

Il 21/04/1954 a Parigi, Alcide De Gasperi, primo Presidente del Consiglio italiano e figura ad oggi non molto considerata, pronunciò un discorso destinato a rimanere alla base della nascita dell’ Unione Europea. Nel 2026, un ragazzo potrebbe chiedersi: che cos’è per me l’Unione Europea? La domanda non è affatto scontato e vi invitiamo a darci la vostra opinione.

In questo discorso, De Gasperi vuole ricordare a tutti i presenti quali i sono i blocchi di partenza di un progetto a molti punti utopico, ma ne traccia con cura la realtà. Viene ricordato, infatti, che tutte le nazioni europee sono accomunate prima di tutto dal peso dell’ immensa cultura che noi studenti studiamo attentamente; perché secondo voi c’è un nesso logico tra l’Antica Grecia ed Erasmo da Rotterdam?
Perché in Europa abbiamo posto come base dell’ Età moderna la riscoperta dei classici con l’ Umanesimo e di coloro che ci precedettero e provarono ad ordinare questo mondo.
Inoltre, sono ricordati i punti in comune che ne segnano la nascita: la libertà e la sua volontà unanime di riottenerla dopo le dittature; lo stato di diritto (cosa non scontata dopo Hitler e Mussolini); la pluralità delle idee e il loro rispetto secondo i criteri democratici e per noi italiani quelli costituzionali.
Il primo embrione di questa Unione è tratteggiato dalla nascita nel 1952 dalla CECA ( comunità europea carbone e acciaio), con lo scopo di eliminare quelle barriere commerciali tra le nazioni tanto vicine, ma che sembravano tanto lontane.
Gli stati promotori erano l’ Italia di De Gasperi, Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania Ovest e Paesi Bassi.

L’Ucraina entrerà nella Ue tra un anno? Si studia l’ingresso a tappe. Ma serve l’aiuto di Trump

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca

Se pensavamo che il 2025 avesse messo a dura prova le relazioni transatlantiche è solo perché non avevamo ancora visto l’inizio del 2026. La volontà di Donald Trump di «acquisire» il controllo della Groenlandia in un modo o nell’altro — con i soldi o con la forza — è un nuovo banco di prova per la tenuta dei nervi delle cancellerie europee, consapevoli di non avere i mezzi per contrastare concretamente gli Stati Uniti, che sono il loro principale alleato nella Nato, l’Alleanza atlantica che dovrebbe garantire la loro sicurezza. Inutile illudersi, se Washington si vuole prendere Nuuk, per gli europei sarà estremamente difficile opporsi.

Come ormai accade da quando Trump è entrato alla Casa Bianca, tutte le questioni agli occhi degli europei riportano all’Ucraina. L’Unione europea ha bisogno del sostegno americano per far sedere la Russia al tavolo della pace con un accordo che sia accettabile per Kiev e che garantisca una «pace giusta e duratura». Ogni partita, dai dazi al Venezuela, passando dalla Groenlandia, vede gli europei timorosi di irritare Trump impegnato nei negoziati di pace.

Nelle scorse settimane sono proseguite le trattative tra ucraini, americani, europei e la Coalizione dei Volenterosi per arrivare a un piano di pace e a definire le garanzie di sicurezza da fornire a Kiev. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un colloquio con il Corriere ed altri media europei, ha spiegato nel fine settimana che «a questo punto, le garanzie di sicurezza sul tavolo sono sostanziali, solide e ben definite».

Nel piano di pace in 20 punti limato da Washington e Kiev, come è emerso il 12 dicembre scorso, c’è anche l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue dal primo gennaio 2027. Una soluzione che ha suscitato grande scetticismo a Bruxelles, dove viene ripetuto che il processo di adesione è «basato sul merito» e che per accogliere Ucraina, Moldavia e i Balcani Occidentali, in attesa da anni, l’Ue deve prima riformare la propria governance per non paralizzarsi. Impresa non facile perché presuppone una modifica dei Trattati che è come aprire il vaso di Pandora. I Paesi Nordici sostengono con forza l’adesione di Kiev all’Ue e spingono per un processo accelerato. Ma l’allargamento prevede l’unanimità degli Stati membri e non è un mistero che l’Ungheria sia profondamente contraria ad aprire anche solo il primo capitolo negoziale con Kiev (figuriamoci il resto), e che tra i Ventisette ci siano numerosi dubbi per l’impatto che potrebbe avere l’ingresso di un Paese così popoloso sul bilancio Ue e su alcune politiche a cominciare dalla Politica agricola comune.

L’importanza geopolitica dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione cresce più ci si avvicina a un accordo di pace. E si sta facendo strada la consapevolezza che, una volta raggiunto il cessate il fuoco, lo slancio per far entrare l’Ucraina nell’Ue rischia di venire meno nelle opinioni pubbliche europee. Il ragionamento che comincia a circolare a Bruxelles è che, se Zelensky dovrà accettare e far accettare agli ucraini la rinuncia di alcuni territori nonostante le ingenti vite perdute per difenderli, dovrà essere compensato in un altro modo e questo potrebbe essere la promessa di entrare nell’Ue già dal prossimo anno. Come? Qui viene la parte difficile che richiederà creatività giuridica, perché Bruxelles dovrà riconsiderare l’intero processo di allargamento senza toccare i Trattati, dovendo decidere in fretta. Insomma, Bruxelles dovrà «modernizzare» il processo. Allo stesso tempo, però, Trump potrebbe “aiutare” l’Ue facendo pressing sui Paesi a lui vicini come l’Ungheria. 

«La questione della futura adesione dell’Ucraina all’Ue dipende in larga parte dagli europei, e in realtà anche dagli americani», aveva detto Zelensky ai giornalisti a metà dicembre, aggiungendo che «se concordiamo un accordo che specifichi quando l’Ucraina diventerà membro dell’Ue, gli americani, in quanto parte di questo accordo, faranno tutto il possibile affinché il nostro percorso europeo non possa essere bloccato da altri in Europa su cui hanno influenza». A cominciare dal leader magiaro Viktor Orbán. Quando i leader europei hanno fatto visita alla Casa Bianca insieme a Zelensky lo scorso agosto (dopo il summit in Alaska tra Trump e Putin) hanno chiesto a Trump di chiamare il suo amico Viktor Orbán, secondo quanto scrisse allora l’agenzia Bloomberg – cosa che il presidente americano ha fatto immediatamente –  spingendolo a convincere il premier ungherese ad abbandonare la sua opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Risultato: Orbán suggerì di ospitare i colloqui tra Putin e Zelensky a Budapest (un summit alla fine mai avvenuto). Il premier ungherese però ha continuato a dire che sull’ingresso di Kiev nella Ue non ha cambiato idea e suggerendo anzi che collegare le garanzie di sicurezza a Kiev con l’ingresso nell’Unione è pericoloso. 

In un articolo dello scorso novembre, il direttore associato per l’Europa dell’Atlantic Council, James Batchik, suggeriva che Trump dovrebbe insistere nel pressing suOrbán. «Anche se ci vorrà molto tempo, l’ingresso dell’Ucraina nella Ue è nell’interesse Usa – e nell’interesse di Trump, poiché porterebbe avanti il suo obiettivo di pace duratura in Ucraina e contribuirebbe a facilitare gli accordi commerciali per gli Stati Uniti. L’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico dell’Unione europea espanderebbe notevolmente il potenziale economico di Kiev. Gli investimenti americani in Ucraina attraverso il Fondo di investimenti Usa-Ucraina, trarrebbero probabilmente beneficio se Kiev ricevesse i benefici dell’essere membro della Ue in futuro. Inoltre i progressi dell’Ucraina nell’adesione alla Ue porterebbero alle riforme necessarie per rendere stabile il Paese e darebbero un chiaro segnale che l’Europa sta sostenendo il peso del supporto a Kiev, frequente richiesta da parte di Washington». 

Tra le ipotesi allo studio a Bruxelles c’è quella di un accesso immediato ma a tappe e sempre condizionato al merito: un Paese potrebbe godere fin da subito dei vantaggi in proporzione ai progressi raggiunti e solo alla fine del processo ci sarebbe l’adesione piena su cui i Ventisette continuerebbero a decidere all’unanimità come previsto dai Trattati. Questo consentirebbe anche far entrare subito non solo l’Ucraina, ma anche la Moldavia e i Balcani occidentali in proporzione alle riforme attuate. L’Albania e il Montenegro, ad esempio, che sono a uno stadio più avanzato di riforme, vedrebbero aperte la maggior parte delle porte, ovvero dei programmi e dei fondi europei. Il processo tuttavia sarebbe reversibile in caso di passi indietro.

Adesso, invece, durante i negoziati di adesione, il Paese candidato si prepara ad attuare le leggi e le norme dell’Ue. Nel corso dei negoziati, la Commissione monitora i progressi compiuti dal Paese candidato in merito alle riforme e informa il Consiglio e il Parlamento europeo attraverso relazioni e comunicazioni periodiche. Una volta conclusi i negoziati, la Commissione formula un parere sulla preparazione del Paese a diventare uno Stato membro e raccomanda o meno l’adesione che dovrà essere approvata all’unanimità dagli Stati membri. Si tratta di un processo che dura molti anni. 

La soluzione allo studio a Bruxelles, e che non si è ancora concretizzata, darebbe anche più tempo all’Unione di riformarsi, perché comunque un’Ue con oltre 30 Stati membri dovrà cambiare il modo in cui funziona e ci vorrà tempo per mettere d’accordo i Ventisette. Per ora in una parte degli Stati membri sembra prevalere lo scetticismo di fronte a un altro allargamento, dopo l’esperienza del 2004 e quanto sta accadendo con Budapest. Ma le pressioni degli Stati Uniti insieme al nuovo scenario geopolitico potrebbero far cambiare atteggiamento a diverse capitali. Alla fine, come sosteneva Jean Monnet, «l’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni adottate per tali crisi»

‘Non sono arrabbiata con te’. Le ultime parole di Renee Good prima di essere uccisa. Come il testamento di una poetessa

di Daniele Madau

Il video dell’uccisione di Renee Good

Mentre Trump trattava di petrolio con il Venezuela, un agente dell’ Ice – una polizia federale che si occupa di lotta all’immigrazione irregolare- uccideva una donna a Minneapolis. E mentre tutto il mondo civile ancora si interroga sulla morte di Renee Good, Trump parla ancora di buisness con il Venezuela, lasciando al vicepresidente Vance il compito di difendere l’operato dell’agente.

Uccisa o giustiziata? O piuttosto freddata? Non stanchiamoci di porci domande, le domande evitano il sonno della ragione e della coscienza. Le immagini, intanto, sembrano dare una risposta precisa. Potremmo dire freddata, senza un motivo che sembri giustificare realmente la reazione dell’agente.

Dall’amministrazione Trump non e’ giunta nessuna reazione di consapevolezza della tragedia, nessun accenno a un’indagine che possa accertare realmente i fatti, nessun gesto che indichi una presa di coscienza della gravita’ del fatto: l’uccisione di una donna, in fin dei conti, quasi inerme. A bruciapelo.

Nessun senso del valore di una vita. Solo potere e senso degli affari. Questo emerge dai giorni successivi alla tragedia di Minneapolis.

Come sempre, nelle righe di questo giornale, si deve riflettere, con il necessario approccio razionale ed empatico allo stesso tempo. Con -nella mente e nel cuore- il diritto e il buon senso.

Abbiamo visto il video. Abbiamo visto le parole della donna che era con Renee, di Renee stessa, le risposte dell’agente, lei che mette in moto per andare via- non verso l’uomo dell’Ice- e quest’ultimo che, dopo averle urlato di scendere, spara ad altezza d’uomo, dentro l’abitacolo, per uccidere. Un agente di pubblica sicurezza dovrebbe sparare per uccidere solo in caso di pericolo di vita propria e altrui, e la proporzionalita’ della reazione rispetto all’azione e’ un principio che risponde al nostro buon senso,un principio di sacrosanta razionalita’.

Ma e’ la razionalita’ che sembra stia venendo meno, se, tre giorni dopo questo tragico evento, la premio Nobel per la pace Machado, dalla cui bocca stanno uscendo parole inaspettate e quasi azzardate, ha proposto di cedere il suo premio a Trump, mentre il presidente stesso- tra le altre cose- accenna a possibili azioni di forza per la Groenlandia.

E’ la razionalita’ che sta venendo meno. Insieme al diritto internazionale, al senso dell’importanza di una vita, al rispetto degli ordinamenti democratici e delle istituzioni, all’educazione rispetto alla volgarita’.

Dagli Stati Uniti all’Iran, si spara in strada, sulle persone che cercano di esercitare i propri diritti o, semplicemente, di vivere.

Non sappiamo se l’agente che ha ucciso Renee sara’ processato o no, o se, nel caso, sara’ giudicato colpevole. Non sappiamo neanche se, davvero, si sia sentito in pericolo. E’ un uomo anche lui.

Personalmente, so solo che, nelle ore successive, nessuna parola di pieta’, empatia, consapevolezza e’ venuta dai vertici Ice e dall’amministrazione presidenziale, per una vita cosi’ brutalmente persa. Questo sarebbe stato importante, avrebbe segnalato una coscienza, un avvertimento della gravita’ dell’evento, presupposti per la ricerca della giustizia.

Abbiamo sentito parlare, invece, di buisness e minacce a vari Stati. E’ molto indicativo: affari contro una vita che si spegne, minacce contro senso di giustizia, desiderio di potere contro un cuore, un’anima, una sensibilita’ che si accasciava sul sedile dopo che, le sue ultime parole, sono state: ‘Non sono arrabbiata con te’. Paradossalmente, quasi un ultimo messaggio di perdono inconsapevole, come il testamento di una martire, di una poetessa. Perche’ anche questo era Renee:

Ridatemi le mie sedie a dondolo,
tramonti solipsisti,
e suoni di giungla costiera che vibrano come terzine di cicale e pentametri delle zampe irsute degli scarafaggi.

Questi alcuni dei suoi versi.

La diretta della conferenza stampa della presidente Meloni

Come da tradizione di ‘La Riflessione’, e come servizio ai lettori, trasmettiamo la diretta della conferenza stampa della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Ringraziamo il ‘Corriere della Sera’ per il riassunto delle domande e delle risposte-  poste in precedenza sino alle 13.30- che proponiamo di seguito:

  • Durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno Giorgia Meloni risponde a 40 domande dei giornalisti
  • Il focus è sui grandi temi internazionali e sulle ripercussioni per l’Italia: il blitz Usa in Venezuela e l’attesa liberazione di Alberto Trentini, i negoziati per risolvere la crisi ucraina, la tregua a Gaza, le rivolte in Iran e il Mercosur
  • Fra i temi interni le spese per la Difesa, la legge elettorale, il referendum sulla giustizia e l’economia. «Sicurezza e crescita sono i due focus di questo anno» dice la premier Meloni

Il clima si scalda sull’Ilva, Putin e sulla casa dell’Eur
(Simone Canettieri) «Grazie per l’ottimismo». La prima battuta arriva dopo un’ora e passa con sedici domande alle spalle. Meloni risponde agli appunti che le arrivano su crescita assente, crisi industriali non risolte a partire dall’Ilva, salari fermi nel potere d’acquisto. Sono appunti che le arrivano dal Manifesto. La premier, al di là della battuta iniziale, poi risponderà nel merito dando la sua versione, certo. Salvo ammettere, proprio a proposito del polo siderurgico, che è uno dei dossier più complicati sul suo tavolo, nonostante l’impegno profuso. In seconda fila c’è Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi che annuisce: sì l’Ilva è uno talloni di Achille dell’esecutivo e la premier alla fine lo fa quasi capire: soluzione complicata da trovare.
Finora si possono segnalare due frasi che caratterizzano questa Meloni 2026: «Non farò mai un favore a Putin in vita mia». E poi uno ben scandito «saremo implacabili» a proposito della ricerca della verità per le famiglie italiane dei ragazzi che hanno perso la vita e sono rimasti feriti in Svizzera la notte di Capodanno. Ma se per il Manifesto c’era stato una battuta, per il Domani arriva uno sfogo abbastanza plateale con braccia aperte per la gioia dei fotografi alla ricerca di facce e pose. La premier si infiamma sull’inchiesta che il quotidiano ha svolto sull’accatastamento della sua casa, poi sulla notizia che ha dato a proposito di un’indagine dei nostri servizi su Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Meloni perde un po’ le staffe. Si difende sulla casa bollandola come una non notizia e su Caputi agita dubbi sulle fonti usate dal quotidiano. Ma andando oltre il merito, il dato è un altro: dopo due ore il clima si è scaldato.

13:22
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09 Gennaio
Meloni: io al Colle? Non voglio salire di livello, mi basta il mio
«Non so perché non mi proponente mai di andare a lavorare con Fiorello a pagamento», cosa che «io vorrei fare».  «Mi basta e mi appassiona quello che sto facendo – aggiunge la premier- Se lo farò ancora» nella prossima legislatura «dipenderà dal voto degli italiani». Meloni ha spiegato di non ambire a «salire di livello». «Mi faccio bastare il livello mio», ha concluso.

13:16
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09 Gennaio
Meloni: in arrivo il nuovo Piano Casa
Il Piano Casa è «in dirittura d’arrivo» con l’obiettivo di «mettere in campo un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione 100mila nuovi appartamenti a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi 10 anni, al netto delle case popolari, altro tema del quale il piano casa intende occuparsi”» annuncia Meloni. «Il piano casa è un progetto molto ampio al quale stiamo lavorando insieme al ministro Salvini che voglio ringraziare, ci lavoriamo da diverso tempo con la collaborazione del ministro Foti, ma anche con la collaborazione di molti pezzi dei corpi intermedi e della società civile – ha sottolineato – penso a Confindustria, ma non solo. C’è anche, per dire, una disponibilità della Conferenza Episcopale Italiana su questo tema, quindi penso che si possa lavorare insieme al sistema Italia e presentare un pacchetto molto articolato».
«E’ un progetto al quale io tengo moltissimo. Credo che ci arriveremo nelle prossime settimane» conclude Meloni.

13:10
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09 Gennaio
Lo scoop su casa Meloni
Alla una domanda del Domani sul caso del suo capo di
Gabinetto, Gaetano Caputi, la premier a sorpresa risponde così:  «Mi sarei aspettata una domanda su un altro importante scoop, cioè sul fatto che avrei brigato con l’Agenzia delle Entrate per fare accatastare casa mia in una classe catastale diversa da quella che meriterebbe, avete presentato questa come una grande inchiesta e mi stupisce che non me ne chieda conto: probabilmente non lo fa perché non era una grande inchiesta».  «Mi
perdoni – dice rivolta alla cronista – ma ho approfittato per rispondere a una delle tante menzogne e alle accuse infamanti che ho sentito raccontare sul mio conto in questi anni».
«Chiunque avesse voluto fare una velocissima, brevissima verifica si sarebbe reso conto che nel quartiere dove io abito fuori dal raccordo anulare non c’è nessuna casa accatastata a livello A8, dove ritenete che l’Agenzia delle Entrate avrebbe dovuto accatastare casa mia e io avrei brigato per evitarlo. Non ce n’è neanche una e ce ne sono di più grandi della mia, in tutto il municipio ci sono due case accatastate A8 e una è la villa di un famoso calciatore coi campi da tennis dentro».

13:03
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09 Gennaio
«Crans-Montana non è una disgrazia, le famiglie non saranno sole»
Rispondendo a una domanda sulla tragedia di Crans Montana, la premier  dice che «l’avvocatura dello Stato su mandato della presidenza del consiglio si è messa in contatto per seguire le indagini con la procura elvetica e con la procura di Roma che ha aperto a sua volta un fascicolo: siamo pronti a
fornire alle famiglie tutta l’assistenza necessaria per fare si che possano avere giustizia, le famiglie hanno la mia parola non saranno lasciate sole». Su quanto accaduto la notte di Capodanno, Meloni ribadisce che  «quello che è successo non è una disgrazia, è il risultato di troppe
persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili, responsabilità che devono essere individuate e perseguite».
«Quando accadono» tragedie come questa, «credo ci si debba sempre chiedere che cosa si può imparare e penso che, anche dialogando con l’opposizione, noi dovremmo ragionare della possibilità di vietare nei locali al chiuso l’uso degli scintillii che vengono messi nelle bottiglie per festeggiare perché è comunque un elemento che può essere di pericolosità» conclude Meloni.

12:48
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09 Gennaio
Meloni: sicurezza e crescita sono miei due focus per il 2026
«Sicurezza e crescita sono i miei due focus di questo anno» sintetizza Meloni, ricordando che comunque «ci sono questioni esogene» che è molto difficile da gestire, come il rallentamento della Germania.
«Guardo sempre con prudenza ai giudizi della agenzie rating – prosegue – anche se raccontano di uno stato di solidità economia italiana che deve farci piacere, ma pervalutare lo stato dell’economia reale il dato significativo è l’occupazione che presenta dati incoraggianti cosi come il potere di acquisto». Gli obiettivi del Governo, ha aggiunto sono «continuare a sostenere l’occupazione e lavorare per sostenere sui prezzi dell’energia» sui quali ci sarà il provvedimento «in uno dei prossimi consigli dei ministri» e «lavorare per sosetnere gli investimenti».

12:45
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09 Gennaio
Un nuovo provvedimento sulle baby gang
Meloni ha annunciato che il governo sta lavorando a un provvedimento per contrastare il fenomeno delle baby gang.  La premier ricorda  «il decreto Caivano» ( per cui «fummo accusati di arrestare i bimbi» dice)  ma allo stesso tempo ammette che tale provvedimento «non basta perché il fenomeno dei maranza e delle gang giovanili continua a imperversare quindi stiamo lavorando a un altro provvedimento specifico su questo tema che verrà presentato nei prossimi Cdm». I contenuti? «Quasi sempre questi atti di violenza sono commessi con armi da taglio più che da fuoco. Quindi penso vada vietato il porto con una aggravante nel caso di persone travisate o gruppi di persone che si riuniscono in luoghi sensibili. Va vietata la vendita anche online di armi da taglio e simili. Ci saranno sanzioni nei confronti dei genitori responsabili di questi minori».

12:39
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09 Gennaio
Meloni: magistratura a volte rende vano il lavoro del Parlamento
Tornando sul tema sicurezza, Meloni spiega: «Se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione. Lo deve fare il governo, le forze della polizia, e lo dovrebbe fare la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza» spiega la Presidente del Consiglio. «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino o della una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, più volte denunciata dalle forze dell’ordine. Oppure ancora della persona  mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà. Posso fare decine di questi esempi. Quando questo accade, non è solamente vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine», conclude Meloni.

12:28
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09 Gennaio
Meloni punzecchia  Vannacci sull’Ucraina
(Simone Canettieri) Salvini su, Vannacci giù. Meloni sa che le domande si incuneano nei rapporti dentro la maggioranza quando c’è di mezzo la politica estera. Meglio: la guerra in Ucraina. Meglio ancora: i rapporti con la Russia di Putin. E allora difende dalla critiche di filoputinismo il segretario della Lega, mentre mazzola senza citarlo l’europarlamentare che, tra le altre cose, è anche vice di Salvini. «Mi colpiscono che certe critiche e certi auspici vengano da un ex generale». Roberto Vannacci da giorni si augura che il decreto Ucraina 2026 non passi in Parlamento, che venga bocciato, abbattuto. Ecco perché da settimane è alle prese con dei carotaggi dentro e fuori la Lega alla ricerca di disertori del decreto. E’ la prima volta che Meloni attacca, o meglio punzecchia, Vannacci. Una mezza medaglia per l’ex generale alla ricerca di costante visibilità. Dopo un’ora di conferenza stampa Meloni non solo ha difeso Salvini dalle malizie dei cronisti sulla guerra in Ucraina e i rapporti con Putin, lo ha anche ringraziato per il lavoro sul Piano casa che verrà.

12:27
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09 Gennaio
«Macron ha ragione, è momento che anche Ue parli con Russia»
L’invio dei soldati italiani in Ucraina? «Ad oggi io non lo considero necessario» dice Meloni. «Anche perché quante sono le truppe che noi dovremmo mandare in Ucraina per essere efficaci sul piano della deterrenza, a fronte di un esercito che ha un circa un milione e mezzo di persone in Russia?» si chiede. 

Per quello che riguarda la Russia nel G8 e il contatto con Putin, «Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Macron l’ha fatta, per esempio, sui rapporti con l’Europa. Penso che Macron abbia ragione su questo. Io credo che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, credo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato» afferma la premier.

12:24
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09 Gennaio
Il decreto Ucraina «otterrà i voti»
«Ascolto tutte le valutazioni che arrivano dalla maggioranza, ho letto anch’io di qualcuno che diceva che auspicava che il decreto Ucraina non ottenesse i voti, non credo andrà così e come ho già detto lo considererei uno sbaglio» dice Meloni. E aggiunge:  «Mi stupisce in particolar modo che arrivi da un generale il ragionamento: i soldati sono i primi che capiscono quanto le forze armate siano fondamentali per costruire pace e non diciamo semplicemente per fare la guerra», aggiunge la premier.

12:22
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09 Gennaio
«La riforma elettorale è un vantaggio in più per le opposizioni»
«Credo che Elly Schlein, ma non sol lei, dovrebbe vedere favorevolmente una riforma della legge elettorale che consenta a chi prende più voti di governare per 5 anni, quindi è una vantaggio per tutti, forse ancora di più per l’opposizione perché così la partita sarebbe più che aperta e potrebbe dargli una maggioranza più ampia rispetto a quanto prevede l’attuale legge elettorale. L’obiettivo non è solo vincere ma riuscire a governare. Per me l’importante è che icittadini abbiano un potere reale» dice Meloni.

12:19
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09 Gennaio
Per il  referendum la data del 22-23 marzo
Per  il referendum sulla giustizia «penso che quella del 22-23 marzo sia la data più ragionevole e probabile» annuncia la premier.  «Il prossimo Consiglio dei ministri deciderà»  ma comunque «la data del 22-23 marzo è quella più probabile. Mi sentirei di confermarla». E aggiunge: «Vedo anche io un intento dilatorio nelle polemiche che ci sono state nei giorni scorsi. Ma non c’è nessuna impasse, nel senso che da parte nostra non c’è nessun intento di forzare la legge, non abbiamo nessuna ragione per forzare. Quindi, quella del 22 marzo ci sembra una data ragionevole ed è quella, dal nostro punto di vista, che ci consente di portare a casa – nel caso in cui i cittadini fossero favorevoli alla riforma – le norme attuative in tempo prima della definizione del nuovo Csm» spiega.

12:14
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09 Gennaio
«Salvini filo-putiniano? Non condivido, fili li hanno i burattini»
«Non condivido il riferimento al veto ‘filo putiniano’ di Salvini, questa è una lettura che io considero di parte» dice Meloni. «Ho già detto in varie occasioni che i dibattiti all’interno della maggioranza, particolarmente su questo tema della Russia e dell’Ucraina, non si fanno tra ‘filo russi’ e ‘filo ucraini’, tra ‘filo americani’ o filo non so bene cosa – aggiunge -. Io ho sempre pensato che i fili ce li abbiano i burattini e che i politici i fili non ce li hanno, quindi tendenzialmente se sono seri non devono essere filo niente».

12:07
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09 Gennaio
«Sulla sicurezza risultati non sufficienti, nel 2026 si cambia passo»
Venendo poi sul fronte interno, la premier rivendica che il governo ha «lavorato moltissimo sulla sicurezza, chiaramente gli anni di lassismo non sono facili da cancellare». Detto ciò, spiega che «i risultati per me non sono sufficienti», dunque «questo è l’anno in cui si cambia passo e
si fa ancora di più». «Sono moltissime le iniziative che abbiamo varato – ricorda Meloni -. 30mila assunti tra le forze ordine», «lo sblocco di investimenti fermi da molto tempo» sul tema, «il decreto sicurezza molto contestato dalle opposizioni che ora rivendicano sicurezza», «la lotta alla mafia con 120 latitanti catturati», «il lavoro fatto su Caivano». Tra
i provvedimenti «che stiamo studiando» c’è anche quello sulle
«baby gang», ha aggiunto Meloni secondo cui «alcuni di questi
provvedimenti cominciano a dare risultati: nei primi 10 mesi del
2025 i reati sono calati del 3,5%».

12:04
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09 Gennaio
L’impatto sul futuro della Nato
Tornando a parlare dell’ipotesi di un’azione militare Usa in Groenlandia, Meloni ha ribadito che «quando questa azione dovesse manifestarsi ne parleremo».  L’Europa, ribadisce la premier, «è stata immediata nella risposta, quando si è alzata la tensione. Il dibattito deve coinvolgere non solo l’Europa ma la Nato. Credo che sia chiaro a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’alleanza atlantica» ed è «il motivo per cui io
non la credo realistica»».

11:56
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09 Gennaio
«La protesta?Una scena mai accaduta in passato»
(Simone Canettieri) Prima che inizi la sarabanda delle domande, Giorgia Meloni chiude l’introduzione con una punta più che polemica: «Quella che ho visto è una scena mai accaduta in passato. Non vorrei che ne venisse fuori l’immagine di una contestazione alla presidenza del Consiglio: non siamo responsabili per il rinnovo del contratto dei giornalisti». Appena la premier si è presentata nell’aula dei gruppi parlamentari per la consueta conferenza stampa di inizio anno (organizzata da Ordine e Asp) sono apparsi quattro striscioni a favore del contratto dei giornalisti, che da dieci anni aspetta il rinnovo. Un episodio che non è andato giù alla premier, attentissima con punte maniacali come si sa alla comunicazione.

La polemica fa ben sperare in una conferenza frizzante. E comunque rapido sguardo d’insieme. La presidente del Consiglio è accompagnata dallo staff di Palazzo Chigi al completo (a partire da Patrizia Scurti con la new entry Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico ascoltatissimo) e dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Per Fratelli d’Italia c’è una piccola curva composta da Carlo Fidanza, Salvatore Deidda e Paolo Trancassini. Si inizia con le domande, la tensione si sta per sciogliere, forse. Meloni alle spalle e davanti a sé ha quattro composizioni floreali. Hanno i colori dell’Italia: alloro, grano, bosso. Più ortensie stabilizzate, sempre tricolori. Si parte.

11:48
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09 Gennaio
Meloni: non condividerei l’annessione Usa della Groenlandia
La possibile annessione degli Stati Uniti della Groenlandia? «Continuo a non credere nell’ipotesi che gli Stati Uniti attuino un’azione militare per assumere il controllo della Groenlandia, opzione che chiaramente non condividerei. E non converrebbe a nessuno, neanche agli Stati Uniti. Allo stato l’ipotesi di un intervento americano per assumere il controllo della Groenlandia» è stata esclusa direttamente da Washington, «i metodi assertivi Usa stanno ponendo l’importanza dell’area artica per questione di sicurezza, io credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze di altri attori stranieri in questa area. È un tema che coinvolge anche noi. Ci deve interessare per quello che quell’area può rappresentare. Anche la Nato ha stabilito che quell’area è una priorità. Deve essere la Nato ad avviare un dibattito serio» dice Meloni. «Il dibattito non deve coinvolgere solo l’Europa ma anche la Nato». «Non credo realistico» un intervento Usa in Groenlandia, «entro la fine di questo mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana, stiamo facendo la nostra parte: l’obiettivo è preservare l’area artica, aiutare le aziende italiane e favorire la ricerca. Mi occuperei più di prevenire i problemi, garantendo che ci sia una presenza dell’Alleanza atlantica nell’Artico».

11:42
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09 Gennaio
«Su Alberto Trentini il governo è mobilitato su tutti i canali»
Rispondendo alla prima domanda sulla situazione in Venezuela, Meloni ribadisce che « governo italiano si occupa della vicenda di Alberto Trentini quotidianamente da diciamo 400 giorni» «ma non è l’unico italiano detenuto in Venezuela, lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, che sono canali politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo di occuparci di questa vicenda fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». «Io ho parlato varie volte con la mamma di Alberto e chiaramente capisco il suo dolore – spiega Meloni –   è molto doloroso anche per me non riuscire a dare risposta nei tempi in cui vorrei darle, come immagino sappiate».

11:34
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09 Gennaio
Meloni: la protesta sul contratto? Il governo non ha responsabilità
Nel suo intervento iniziale, Meloni ha replicato anche alla protesta dell’Fnsi on gli striscioni per il rinnovo del contratto di lavoro. «Non mi risulta ci siano mai state contestazioni alla Presidenza del Consiglio, su questioni sulle quali non ha responsabilità» afferma Meloni. «Capisco che questa è un’occasione di visibilità ma non vorrei che ne uscisse l’immagine di una contestazione al presidente del Consiglio, cosa mai accaduta in un’occasione come questa» sottolinea ancora. Sempre in tema di lavoro, Meloni ribadisce:  «L’equo compenso mi sta a cuore, diversi ministero ci stanno lavorando. Ci sono state delle lungaggini», ora «cerchiamo di semplificare. Penso che entro febbraio potremo avere le tabelle per portare avanti finalmente questo provvedimento». La premier ribadisce poi che «su Gedi il governo si è mosso tempestivamente»: «Abbiamo ribadito a tutti l’importanza della difesa dei livelli occupazionali, allo stato non c’è nulla di deciso ma chiaramente continuiamo a seguire la vicenda». Su Radio Radicale, poi, annuncia «un emendamento al decreto milleproroghe per garantire un contributo straordinario per la digitalizzazione dell’archivio» che si aggiunge «al contributo ordinario».

11:30
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09 Gennaio
Spyware: Meloni, escluso uso Paragon su giornalisti
Sulla vicenda legata alle denunce presentate da Francesco Cancellato da altri soggetti sul tema dell’intrusione nei rispettivi dispositivi informatici, Meloni ricorda che «è una questione che come voi sapete è stata oggetto di un lungo lavoro del Copasir, cioè del comitato che chiaramente è competente per queste materie e che con la relazione del giugno 2025 ha escluso che grafite cioè il sistema che viene fornito da Paragon, sia stato adoperato nei confronti dei giornalisti. È una relazione che è stata votata all’unanimità, dopodiché però ci sono anche due procure che stanno lavorando su questo tema e confidiamo che anche qui insomma si possa arrivare ad avere delle risposte. Il governo per il tramite ovviamente delle agenzie di intelligence sta fornendo tutto il supporto che è necessario» dice.

11:28
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09 Gennaio
Meloni: libertà di stampa imprescindibile per la democrazia
«Sono contenta che si apprezzi l’impegno del governo per la sicurezza dei giornalisti in zone sensibili di rischio bellico. Sono numeri che colpiscono ognuno di noi e colgo l’occasione per rinnovare la solidarietà e il ringraziamento per chi con coraggio ci consente di arrivare dove non potremmo».  Giorgia Meloni risponde così all’intervento di Bartoli sui giornalisti in zone sensibili e di guerra. «La libertà di stampa è il presupposto fondamentale di qualsiasi nazione democratica» continua Meloni.

11:18
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09 Gennaio
Gli striscioni: «Giornalisti da dieci anni senza contratto»
La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni è iniziata con l’esposizione di alcuni striscioni della Fnsi nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera. «Giornalisti da 10 anni senza contratto ma alla Fieg finanziamenti milionari», si leggeva sugli striscioni, mostrati da alcuni giornalisti all’arrivo della premier

11:16
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09 Gennaio
Le aggressioni ai giornalisti
Il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, apre la
conferenza stampa con un intervento che va al centro dei temi più importanti che riguardano la professione: le aggressioni verbali e fisiche ai giornalisti in aumento,le querele temerarie  e l’equo consenso.  «Il 2025 è stato un anno molto difficile per i giornalisti. Abbiamo assistito alla più grande strage di colleghi. In Ucraina sono stati uccisi 28 operatori dei media, spesso colpiti in modo consapevole e diretto» dice. «Sullasicurezza degli inviati in zona di guerra abbiamo apprezzato l’impegno del governo, per la formazione, e per i fondi destinatati a garantire una copertura assicurativa per i freelance. La sicurezza dei giornalisti, tuttavia, è in pericolo anche in Italia» spiega  ricordando «la bomba sotto l’auto di Sigfrido Ranucci, la testa mozzata di Capretto davanti alla casa di Giorgia
Venturini, le sassate durante una manifestazione che hanno ferito Elisa Dossi e Davide Bevilacqua, e l’elenco sarebbe molto più lungo. Altrettanto lungo è l’elenco di capitani d’industria e della finanza, di presidenti e allenatori di calcio, di sindaci e assessori, e purtroppo anche di esponenti delle istituzioni che denigrano, discreditano, e diffamano indiscriminatamente chi fa informazione. Lo voglio dire senza mezzi termini: sono atteggiamenti che contribuiscono a alimentare un clima di
aggressione verbale e fisica nei confronti dei giornalisti,
legittimando di fatto comportamenti da codice penale».

11:11
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09 Gennaio
Il ricordo di Crans Montana
La conferenza stampa è aperta con il ricordo della tragedia di Crans Montana nell’intervento del presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli.  

11:04
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09 Gennaio
Venezuela, Meloni: grata per liberazione italiani, spero ulteriori passi
«Esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione». Lo afferma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota rivolta alla neo presidente del Venezuela Delcy Rodriguez con cui auspica «si apra una nuova fase costruttiva di relazioni fra Roma e Caracas».



10:08
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09 Gennaio
La conferenza stampa di inizio anno di Meloni
Al via alle 11, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera, la conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La premier risponderà a 40 domande dei giornalisti (l’anno scorso proseguì per due ore e mezza). I temi caldi di cui si parlerà: l’attesa liberazione di Alberto Trentini e la transizione in Venezuela, i negoziati in Ucraina, il Mercosur, gli interessi americani sulla Groenlandia. Fra i temi interni, il referendum sulla giustizia, la riforma elettorale e l’economia.



Il nuovo anno e la speranza recisa

di Daniele Madau

Quel locale, dal bel nome- Le constellation– , si affacciava sul meraviglioso panorama delle Alpi di Crans Montana, come loro si affacciavano sul loro futuro. E l’inizio di un nuovo anno doveva essere una primizia di quel futuro, col carico di speranze e attese che portava con se’.

Pero’, erano soli: nessun adulto con loro, ad accompagnarli nella festa. Sembra l’immagine di questa gioventu’, dei giovani dei nostri tempi: senza adulti degni di questo nome ad accompagnarli, capaci di tenerli al riparo dai pericoli, abbandonati ai cellulari e ai luoghi in cui si deve consumare e che non tiene in nessun conto la loro sicurezza.

Cosi’ si e’ aperto il nuovo anno: paradossalmente, antiteticamente, incomprensibilmente, con una speranza recisa, quella delle loro vite. Perche’? 

Non ci sono risposte, almeno di quelle semplici. Forse, sembra essere stata una catena di errori, di leggerezze, superficialita’, destino avverso.

Forse, e’ un drammatica, insensata e tragica reazione al fatto che tutti siamo responsabili gli uni degli altri, ma quando si tratta di ragazzi, la responsabilita’ deve aumentare a dismisura: sono il nostro futuro, e hanno il diritto di essere guidati.

Forse, e’ meglio il silenzio e la compassione, perche’ la comprensione e’ difficile.

Una scintilla, una candela a cascata, segno di festa in mano a una ragazza, diventa l’esca di un incendio di devastazione, di una tragedia: la giustizia fara’ il suo corso, le cicatrici segneranno la pelle, i ricordi di giovani vite resteranno nell’aria, mentre altre albe di nuovi anni sorgeranno.

Se c’e’ un significato e’ solo quello che tutto questo non accada piu’: che dei ragazzi restino soli, senza adulti, in un luogo insicuro, senza sapere cosa fare davanti a un incendio, davanti al male.

La cattura di Maduro da parte degli Usa: il discorso integrale dell’annuncio di Trump

della redazione di ‘La Riflessione’

Il mondo ha assistito sgomento all’operazione americana in Venezuela che, proprio a inizio anno, ha sconvolto la geopolitica internazionale. ‘La Riflessione’, come sempre, a servizio dei lettori,  riporta il discorso integrale dell’annuncio da parte di Trump

Trump in conferenza stampa a Mar-a- Lago

Sotto il mio comando, le forze armate statunitensi hanno condotto un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela.

La schiacciante potenza militare degli Stati Uniti — aerea, terrestre e marittima — è stata sfruttata per sferrare un attacco spettacolare.

Un attacco come non se ne vedevano dalla Seconda guerra mondiale.

Una forza militare è stata dispiegata contro una fortezza militare pesantemente armata nel cuore di Caracas, al fine di consegnare alla giustizia il dittatore fuorilegge Nicolas Maduro.

Nella storia degli Stati Uniti, questa operazione è stata una delle dimostrazioni più impressionanti, efficaci e potenti della potenza e della competenza militare americana.

Pensateci: ci sono stati altri attacchi riusciti, come quello contro Soleimani, contro al-Baghdadi, nonché la distruzione dei siti nucleari iraniani proprio di recente nell’ambito dell’operazione “Martello di mezzanotte”.

Il presidente americano fa riferimento alle operazioni statunitensi condotte sotto il suo comando. Nel 2020, esattamente sei anni fa, l’esecuzione del generale iraniano Qassem Soleimani era avvenuta anch’essa il 3 gennaio: dopo gli attacchi in Siria nel 2017, era la prima volta che Trump faceva uso della potenza dell’esercito americano per colpire un regime sul territorio di un Paese sovrano.

L’esecuzione del capo dello Stato Islamico al-Baghdadi era stata condotta dalla stessa unità che oggi ha colpito Caracas: la forza Delta.

Tutte erano state eseguite alla perfezione e portate a termine con successo.

Ma nessuna nazione al mondo avrebbe potuto realizzare ciò che gli Stati Uniti hanno realizzato ieri sera.

Nessuna avrebbe potuto farlo in così poco tempo.

Tutte le capacità militari venezuelane sono state neutralizzate quando gli uomini e le donne del nostro esercito, in stretta collaborazione con le forze di polizia statunitensi, sono riusciti a catturare Maduro nel cuore della notte.

Nel passaggio seguente, Trump mette in scena ciò che lo scrittore ed ex ufficiale della Marina Phil Klay ha definito uno spettacolo di crudeltà: una narrazione della potenza militare americana che dovrebbe parlare al pubblico americano.

Era buio.

Le luci di Caracas erano state in gran parte spente grazie a una certa competenza di cui disponiamo.

Era buio e la morte era ovunque.

Ma li abbiamo catturati.

Maduro e sua moglie Cilia Flores saranno ora giudicati dalla giustizia americana.

Sono stati incriminati nel distretto meridionale di New York dal procuratore Jay Clayton per la loro campagna contro il narcoterrorismo omicida, diretto contro gli Stati Uniti e i loro cittadini.

Desidero ringraziare gli uomini e le donne delle nostre forze armate che hanno ottenuto uno straordinario successo in una sola notte, con rapidità, potenza, precisione e competenza senza precedenti.

Raramente si vedono cose del genere.

Tuttavia, ci sono stati raid che sono andati male, episodi vergognosi.

L’Afghanistan o l’era di Jimmy Carter sono ormai un ricordo del passato.

Siamo tornati ad essere un Paese rispettato.

Forse come mai prima d’ora.

Questi guerrieri altamente addestrati, operando in collaborazione con la polizia americana, hanno colto i colpevoli in flagrante.

L’unica base “legale” a cui Trump cerca di agganciare quella che è oggettivamente un’operazione esterna contro un Paese sovrano riguarda l’atto di accusa e l’incriminazione di Maduro nello Stato di New York, da cui deriva un uso estensivo nel suo discorso del lessico giudiziario.

L’espressione «law enforcement» utilizzata nel testo suggerisce che gli Stati Uniti avrebbero effettivamente condotto un’operazione di polizia amministrativa allo scopo di istruire un caso.

Ci stavano aspettando.

Sapevano che avevamo molte navi in mare, pronte ad agire.

Sapevano che saremmo venuti.

Erano quindi preparati.

Ma sono stati completamente sopraffatti e neutralizzati molto rapidamente.

Se aveste visto quello che ho visto ieri sera, sareste rimasti senza fiato.

Non sono sicuro che potremo mai più assistere a qualcosa del genere, ma è stato incredibile da vedere.

Anche in questo caso, è proprio la dimensione spettacolare ad essere messa in primo piano.

Nessun militare americano è stato ucciso e nessuna attrezzatura americana è andata perduta.

Numerosi elicotteri, numerosi aerei e numerose persone hanno partecipato a questa battaglia.

Eppure, non è stata persa nemmeno un’unica attrezzatura militare.

Ma soprattutto: nessun soldato è stato ucciso.

L’esercito americano è di gran lunga il più potente e temibile del pianeta.

Abbiamo capacità e competenze che i nostri nemici possono a malapena immaginare.

Abbiamo il miglior materiale al mondo: niente può eguagliarlo.

Prendete le navi: abbiamo eliminato il 97% della droga che entra via mare.

Ogni nave uccide in media 25.000 persone: ne abbiamo eliminate il 97%.

Da diverse settimane nei Caraibi e al largo delle coste venezuelane si assiste a un notevole rafforzamento della presenza militare statunitense. Oltre il 10% delle forze navali attualmente dispiegate da Washington nel mondo si trova nelle vicinanze di Cuba, Porto Rico, Trinidad e Tobago e Venezuela.

Venerdì 24 ottobre, l’amministrazione Trump aveva annunciato il dispiegamento nella regione della portaerei Gerald R. Ford, la più grande al mondo, e del suo gruppo aeronavale. A dicembre, gli aerei cargo C-17, utilizzati principalmente per il trasporto di truppe e materiale militare, hanno effettuato almeno 16 voli verso Porto Rico dalle basi militari statunitensi.

Il portavoce del Pentagono aveva giustificato questo insolito dispiegamento con l’obiettivo di «smantellare le organizzazioni criminali transnazionali (OCT) e combattere il narcoterrorismo a difesa del territorio nazionale».

La marina americana ha distrutto almeno 15 imbarcazioni nei Caraibi sospettate di essere coinvolte nel traffico di droga dal Sud America agli Stati Uniti, causando più di 60 vittime.

Queste droghe provengono principalmente da un unico luogo: il Venezuela.

Guideremo il Paese fino a quando non potremo garantire una transizione sicura, adeguata e oculata.

Speranze di pace

di Daniele Madau

La tregua di Natale, dal fotogramma del film Joyeux Noël
Miterrand e Kohl mano nella mano

Faccio di parte di quella generazione fortunata, che non ha subito sulla propria pelle la guerra. Di quella generazione che ha conosciuto, invece, la caduta del muro di Berlino e il rafforzarsi dell’Unione Europea, la liberazione di Nelson Mandela, le strette di mano tra Regan e Gorbaciov, Arafat e Rabin; e che ha sentito la notizia della deposizione delle armi dell’Eta e dell’Ira.

Di una generazione, però, che ha assistito in diretta all’invasione del Kuwait e al massacro di Srebrenica, così come ha visto, in un pomeriggio di sole, degli aerei schiantarsi a New York sulle Torri Gemelle.

E’ così allora, come sempre: anche se in un determinato periodo storico sembra che la pace sia una compagna di vita che mai verrà a mancare, la guerra alligna tra i cuori come una mala pianta, come un’ombra che nessuna notte serena coprirà definitivamente con la sua quiete, e la sua pace.

Sembra, quindi, necessario armarsi, come ha ricordato Mattarella, ci si immagina con un grave peso sul cuore, ma con lucida consapevolezza:

Sappiamo bene che l’Unione ha alcuni problemi e molti avversari.

Soltanto l’Europa può preservare, e dare un futuro, a quelle conquiste che gli Stati hanno garantito per decenni con i loro ordinamenti. Sempre più numerosi sono i grandi problemi di questo nostro tempo che non possono essere governati, risolti dalla dimensione del singolo stato.

Neppure il più ricco, il più grande, il più forte militarmente tra i Paesi europei può avere la capacità, o la presunzione – di fare da solo in questo mondo che cambia.

Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale, in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale.

E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere.

Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società (dal discorso del 19 dicembre).

Anche papa Leone ha parlato di pace, affermando che ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato’.

Non sappiamo se sia così. Sappiamo che coloro che devono trovare la luce nei propri cuori e nella propria mente per credere alla pace sono gli aggressori, non gli aggrediti e i mediatori che, verosimilmente, non desiderano altro.

Sappiamo che la pace è difficile, come le cose più preziose. Ma la pace è la cosa preziosa per eccellenza, e quindi è una fatica immane il poterla realizzare. Eppure, dopo le guerre mondiali, gli Stati si sono ritrovati in un consesso comune, l’Onu, dove ancora siedono Russia e Ucraina, Thalandia e Cambogia, Israele e Palestina. Eppure, presidenti di Stati un tempo nemici, come Francia e Germania, si sono stretti la mani e hanno contribuito a fondare l’Unione Europea: esiste la fotografia di Miterrand e Kolh mano nella mano, una delle immagini più forti del secondo dopoguerra

Quelle che allora, in questi giorni, è necessario coltivare, sono le speranze, le speranze di pace. Sono i giorni dedicati a questo, a quel sospiro del cuore che dà forza alla vita, che si chiama speranza e che si rianima a ogni nuovo inizio, che di una giornata, di un ennesimo tentativo di dialogo, di un nuovo anno. E’ forse solo un sogno, un desiderio irrealizzabile? Il nostro compito, umile e alto, è solo sperare, tendere verso il meglio, come da etimologia –spe, di origine indoeuropea. Oppure, potremmo guardare all’etimologia individuata da Isidoro di Siviglia, che indicava la radice nel termine pes-piede. La speranza – diceva – è così chiamata perché somiglia al piede che ti aiuta a camminare, a progredire, ad andare avanti. Allora avanti, in questo nuovo anno, con l’arma della speranza, ma senza dimenticare il passato, nelle sue cose belle. Come quella storia che tutti conosciamo, che, per com’è bella, sembra una favola, ma è stata realtà.

E allora, per raccontarla, chiudo come in una favola, con un c’era una volta o si dice che un tempo, durante la prima guerra mondiale, ci fu una tragua di Natale… buon anno!

Per tregua di Natale (in inglese Christmas truce; in tedesco Weihnachtsfrieden; in francese Trêve de Noël) si intende una serie di “cessate il fuoco” non ufficiali avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 in varie zone del fronte occidentale durante la prima guerra mondiale.

Già nella settimana precedente il Natale, membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato; nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio (da Wikipedia)

‘Norimberga’ : un’indagine sull’origine del male per le nuove generazioni

di Tonino Secchi

Mio figlio di 40 anni mi ha invitato l’altra sera a vedere il nuovo film di
James Vanderbilt “NORIMBERGA”, interpretato da Russel Crowe, Rami
Malek e Michael Shannon, ed entrando nella sala di proiezione sono
rimasto sorpreso per la presenza numerosa di giovani. Io, classe 1947,
mio figlio nato nel 1984, e un folto gruppo di Millennials si sono
incontrati al cinema per assistere ad un avvenimento storico epocale , il
processo militare di Norimberga intentato contro 21 imputati che
avevano ricoperto importanti ruoli politici e militari ai vertici del Terzo
Reich nazista anche dopo la morte per suicido di Adolf Hitler. Tre
generazioni si sono sentite convocate dall’arte cinematografica per
riflettere sulle mostruose responsabilità degli autori dei crimini commessi
in Europa prima e durante la Seconda Guerra Mondiale che i libri di
storia hanno definito avvenimento umano catastrofico per i 70 milioni di
morti militari e civili e i 6 milioni di ebrei assassinati. Perchè dunque
rievocare oggi la pagina dolorosa del processo più importante del XX
secolo che si aprì il 20 novembre del 1945 e si chiuse il 30 settembre
1946 a Norimberga, oggi Nùmberg, nel cuore della Baviera? La vera
ragione della location tedesca risiedeva nel desiderio dei vincitori della
guerra di processare il Partito Nazista che era nato proprio in Baviera
nel 1920. Il nuovo film Norimberga inizia proprio con una serrata
discussione tra il giudice della Corte Suprema americana Robert
Jackson e la sua assistente su una domanda cruciale: su quale
fondamento giuridico si può istituire un tribunale internazionale? Il rebus
sembrava irrisolvibile anche perché i capi militari e politici degli Stati
Uniti e dell’Inghilterra optavano apertamente per la fucilazione dei
gerarchi nazisti sopravvissuti a Hitler. Ma il giudice Robert Jackson non
si diede per vinto e volle incontrare addirittua il Papa Pio XII per ottenere
il consenso della Chiesa Cattolica al processo : il confronto non fu facile
e il giudice americano ebbe anche l’ardire di ricordare al Papa il
discusso Concordato tra la Santa Sede e il Reich germanico firmato nel
1933 dal Cardinale Eugenio Pacelli e da Franz von Papen. Superate le
resistenze del Vaticano, si poteva aprire finalmente il processo militare
internazionale proprio nella città che aveva visto la nascita del Partito
Nazionalsocialista dei Lavoratori, il 24 febbraio del 1920. Ma sarà nelle
elezioni politiche del 1932 che questo nuovo partito otterrà 230 seggi nel
parlamento di una Germania smarrita, impoverita e umiliata dalle
clausole vessatorie della Pace di Versailles, che erano ricadute
interamente sul popolo tedesco alla fine della Prima Guerra Mondiale.
Hitler fu protagonista indiscusso di questo nuovo spirito revanscista che
lo consacrò il 30 gennaio 1933 Cancelliere della Germania con il benestare di Paul von Hindenburg, ultimo Presidente del Parlamento
della Repubblica di Weimar. Infatti il 27 febbraio 1933 fu dato alle
fiamme l’edificio del Reichstag e furono abolite tutte le libertà dello
Stato democratico. Iniziò allora la storia del Terzo Reich,che durò dal
1933 al 1945 sconvolgendo l’intera Europa, di fatto progressivamente
occupata dall’armata tedesca fino all’ invasione americana
del 1944. Questo scenario di 12 anni di follia nazional socialista fa da
sfondo all’ultimo film di Vanderbilt che utilizza abilmente la trama del
romanzo di Jack El-Hai “Il nazista e lo psichiatra” apparso nel 2014, per
centrare l’attenzione del processo di Norimberga sulla figura di Hermann
Gòring, braccio destro di Hitler e suo successore dopo il suicidio del
Fùhrer. Per tentare di capire cosa si cela nella mente di Gòring entra in
scena lo psichiatra Douglas Kelley a cui gli americani affidarono la
missione di stabilire se i gerarchi nazisti fossero mentalmente idonei a
essere giudicati in un regolare processo militare in cui per la prima volta
nella storia del diritto internazionale venivano contestati i reati di crimini
contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità oggi riassunti
nella parola “genocidio”. Ma il processo di Norimberga si trasformò in
una formidabile tribuna di scontro tra il giudice americano Robert
Jackson e il Feldmaresciallo Hermann Gòring che mise a frutto la sua
esperienza oratoria unita all’astuzia di voler dimostrare la legittimità
della rivoluzione del Terzo Reich, nata, a suo dire, per difendere l’onore
del popolo tedesco. La sorte del processo rischiò di procurare un
vantaggio di immagine a Gòring verso l’opinone pubblica tedesca, che
seguiva il dibattimento dall’esterno, fino alla svolta della proiezione
richiesta da Jackson dei filmati sui campi di concentramento, le camere
a gas e lo sterminio degli ebrei dopo la promulgazione delle terribili leggi
razziali. In parallelo continuava il lavoro dello psichiatra Kelley che
entrava in una relazione quasi amichevole con Gòring, presupposto
forse necessario per giungere alla definizione del profilo psicologico di
un uomo narcisista e crudele che emanava un suo fascino ai limiti
dell’abisso del male. Lo psichiatra fu rimosso dal suo incarico ma riuscì
a consegnare al giudice Jackson un dossier documentale che poteva
inchiodare Gòring alle sue responsabilità nonostante i ripetuti “non
sapevo” , “erano ordini solo di Hitler e non miei”, “la soluzione finale
della tragedia ebraica non era una mia invenzione”, ma la sua firma
appariva in numerosi documenti ufficiali del regime anche dopo la morte
di Hitler. L’epilogo dello scontro processuale avvenne con la domanda
finale di Jackson: “ma lei rifarebbe tutto oggi in ossequio alla volontà di
Hitler?”. La risposta di Gòring fu” Ja “, Sì in tedesco, e in questo modo
firmò la sua condanna a morte per impiccagione! Ma il camaleonte
Feldmaresciallo Hermann Gòring non ebbe il coraggio di affrontare il

patibolo e si suicidò in cella con una capsula di cianuro forse per la sua
“banale” umanità oppure per l’ultimo desiderio di non darla vinta agli
alleati suoi accusatori. Hannah Arendt, studiosa profonda della nascita
del Nazismo, aveva coniato la famosa locuzione “la banalità del male” in
un suo libro che descriveva il processo di Gerusalemme del 1961
intentato da Israele contro Adolf Eichmann, fuggito in Argentina e
catturato dal Mossad con l’accusa di aver ricoperto uno dei principali
ruoli durante l’Olocausto ebraico in Europa. La tesi della Arendt nella
sua semplicità fece molto discutere: “L’obbedienza cieca e senza
pensiero critico alle strutture di potere può aprire le porte a
inimmaginabili atrocità”. Dunque anche Gòring non era stato “un mostro”
ma un burocrate ordinario preoccupato principalmente di eseguire ordini
dei superiori? Può essere questo il vero cuore del recentissimo film
Norimberga? Chi scrive questa recensione è uscito dalla fiction
cinematografica molto commosso come fosse stata una provocazione a
riflettere sulla responsabilità individuale e sull’illusione che il male sia
sempre qualcosa di lontano da noi. Allora la tragedia di Norimberga può
essere vista come una vera e propria indagine drammatica sull’origine
del male utilizzando i dieci anni del nazismo come avvertimento storico
e morale alla nostra generazione e in particolare ai giovani di come una
persona possa arrivare a essere malvagia e spregevole e di come
quella cattiveria sia una condizione umana che potrebbe ripetersi
ciclicamente anche ai giorni nostri. Risuonano le straordinarie intuizioni
di Papa Francesco che la nostra epoca stia già vivendo “una terza
guerra mondiale a pezzi” unitamente al ritorno anche in Europa di
ideologie sovraniste e autoritarie che minano al cuore la stessa
democrazia. Ecco la risposta conclusiva alla domanda iniziale del
perché rievocare Norimberga: certamente perché quel processo voleva
dire “mai più crimini contro l’umanità e contro la pace” e invece al
documento storico sulla Fratellanza Umana per la Pace mondiale e la
Convivenza comune, firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di
Al-Azhar Ahamad al-Tayyib, nel 2019 ad Abu Dhabi, ha fatto da
doloroso controcanto la guerra nel cuore dell’Europa nella martoriata
Ucraina e il Genocidio del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania.
Chi ci salverà? Nel grande dramma apocalittico tra il Bene e il Male si
erge la mite voce di Papa Leone che ha iniziato il suo pontificato con il
saluto universale”la pace sia con voi”, una pace disarmata e disarmante.
E’ il mistero della fede cristiana in un Dio che si fa uomo per esaltarne la
rilevanza nell’ordine della creazione e il valore sacro della sua vita.
L’uomo del nuovo millennio, che vive una nuova rivoluzione tecnologica
che si ammanta di transumanesimo, ricorderà la pretesa di Gesù di
Nazareth che disse ai suoi discepoli: Io sono la Via, la Verità e la Vita?

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