‘La vita va così’ di Riccardo Milani. La Sardegna tra bellezza, tenacia e povertà

di Silvana Porcedda

La locandina ufficiale del film ‘La vita va così’

Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, una riflessione nata dalla visione del nuovo film di Riccardo Milani ‘La vita va così’. Il regista (già alla direzione, nel 2022, di ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’, dedicato a Gigi Riva) torna a occuparsi di Sardegna con un film ispirato alla vera storia del pastore Ovidio Marras, che ha impedito la costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Tuerredda, rifiutandosi di vendere un suo terreno.

In questi giorni è in programmazione nelle sale cinematografiche il film “La vita va così”. Un film che ha generato molta attesa e che, in particolare, ha suscitato la curiosità del pubblico sardo, il quale sta garantendo il tutto esaurito nelle sale.
Definirei il film come una tragi-commedia dalla tematica non del tutto inedita, ma che ha il merito di raccontare e descrivere molto bene, senza eccessiva enfasi, una caratteristica peculiare – o meglio, la caratteristica – del popolo sardo: la tenacia, l’ostinazione nel perseguire ciò in cui si crede, a tutti i costi.
La vicenda ruota attorno a un pastore che difende strenuamente un paradiso terrestre sardo, la spiaggia di Tuerredda, in una natura incontaminata che, al contrario, ricchi del nord e grandi imprenditori immobiliari vorrebbero devastare indiscriminatamente con il cemento. Questi offrono milioni di euro, convinti di poter comprare ogni cosa, inclusa la dignità delle persone.
L’aspetto tragico risiede nel paradosso: la tenacia del pastore ha salvato la bellezza naturale, ma ciò costringe i giovani sardi a lasciare la propria terra in cerca di lavoro. La natura, infatti, non genera stipendi; il sardo, per indole, fatica a essere un grande imprenditore (salvo rare eccezioni) e a far fruttare la natura rispettandola. Il pastore ha rifiutato milioni e ha vinto la causa contro il potente immobiliarista, ma suo figlio non è più potuto tornare al paese.
Finché la classe dirigente non darà il giusto valore alle persone e non garantirà il diritto di restare nella propria terra senza morire di fame, pur rispettando l’ambiente, ci sarà sempre il “potente di turno” in grado di comprare terre e coscienze.
Nonostante la tragicità del racconto, è emerso anche un lato ironico grazie agli attori e alle attrici, che con le loro performance hanno saputo strappare più di un sorriso allo spettatore. Il film merita di essere visto e di farne le dovute riflessioni.

Il popolo di Mamdani: l’ultimo comizio prima del voto per il sindaco di New York

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Ky Polanco, trentenne americana di origini messicane, ha votato in passato per Obama, Biden e Kamala Harris ed è una dei sostenitori di Mamdani che abbiamo incontrato al comizio di domenica (foto di Viviana Mazza)
Siamo andate all’ultimo comizio di Zohran Mamdani. Come europei e italiani è una storia che non possiamo ignorare. “Non solo i newyorkesi, non solo tutti gli americani, non solo il presidente Trump: tutto il mondo seguirà l’elezione del sindaco di New York”, ha detto Bernie Sanders ad uno stadio pieno di 13mila persone domenica sera nel Queens. “Sapete perché?” ha domandato. “Il socialismo!”, ha risposto qualcuno, ridendo, tra la folla. “Perché questa non è un’elezione normale – ha continuato Sanders – è un’elezione in un momento storico di estreme diseguaglianze”.Martedì 4 novembre, se hanno ragione i sondaggi, Mamdani diventerà il primo sindaco musulmano di New York battendo l’ex governatore Andrew Cuomo. Nel mondo MAGA è dipinto come una sorta di anti-Cristo “marxista e jihadista”. Ma anche il partito democratico è stato estremamente restio a riconoscerlo perché è un “socialista democratico”. Tra i suoi critici ci sono newyorkesi del mondo del business e della finanza e attivisti pro-Israele preoccupati dal suo attivismo pro-palestinese o offesi dalla sua riluttanza a condannare subito la frase “globalizzare l’intifada”, della quale ha in seguito scoraggiato l’uso. Due giorni fa il giornale ebraico progressista “The Forward” afferma che è difficile dire se Mamdani lotterà contro l’antisemitismo perché “non sappiamo se lo riconoscerà”.  Kamala Harris in un’intervista ha evitato di pronunciare il suo nome, affermando solo che appoggerà il “candidato democratico”. Solo ad appena dieci giorni dalle elezioni Mamdani ha ottenuto l’endorsement dello speaker della Camera Hakeem Jeffries.  Ma è innegabile che questo politico 33enne di origini ugandesi e indiane ha creato intorno a sé un movimento che ha continuato a crescere dopo la sua vittoria la scorsa estate nelle primarie democratiche di New York e che include persone di ogni colore e ogni fede (anche ebrei newyorkesi). Lo ha fatto puntando molto sui nuovi media quando i media tradizionali non lo consideravano. Ha saputo gestire i cosiddetti “tre tre”: un candidato nell’epoca attuale deve saper spiegare le sue idee in un video social di trenta secondi, in una battuta di tre minuti in tv e in podcast di tre ore. Nello stadio del Queens, erano i new media gli unici a poter chiedere nella “application” un’intervista con Mamdani, Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez. Una giornalista dei media tradizionali in fila criticava il sistema sottolineando: “Date la priorità a loro, che tra qualche mese vi avranno dimenticato”. Dopo aver vinto le primarie, però, Mamdani ha incontrato anche banchieri, ceo, leader delle istituzioni culturali e ogni genere di elettori scettici: lo ha fatto per consolidare il suo potere e presentandosi come un politico di sinistra pronto ad ascoltare, a riconoscere la propria mancanza di esperienza e a cercare un terreno comune. Gli hanno aperto molte porte due figure chiave del partito democratico: Patrick Gaspard, ex consigliere dell’amministrazione Obama e direttore del Comitato nazionale democratico e Sally Susman, manager e  membro delle commissioni finanze nelle campagne di Obama, Hillary Clinton e Joe Biden. Democratici “moderati” colpiti dalla sua abilità nel gestire un pubblico ostile, diventati suoi alleati. Mamdani ha saputo ricontestualizzare le sue precedenti posizioni, ammorbidendo il linguaggio “socialista democratico” che – ha spiegato domenica – è quello che parla perché ha seguito le orme di Bernie Sanders. Ma secondo il New York Times, dopo le primarie Mamdani ha saputo spiegare che vuole appoggiare chi paga l’affitto ma non punire i proprietari,  che vuole sostenere l’istruzione pubblica ma non penalizzare le scuole specialistiche, che appoggia i diritti dei palestinesi ma non è anti-sionista. Ha inoltre fatto concessioni importanti sulla polizia (fa marcia indietro rispetto al vecchio slogan #defundthepolice) e si è mostrato pronto a compromessi sulla tassa da lui proposta sui milionari.Questa ricerca di unità era visibile domenica sera allo stadio. Quando la governatrice Kathy Hochul è apparsa sul palco, molti hanno iniziato a gridarle contro “Tax the rich”; quando Hochul criticava Trump o i repubblicani le urlavano dietro “sei tu la governatrice, sei al potere, fai qualcosa”. A un certo punto ha dato l’impressione di aver pronunciato male il cognome (Mamdami) come fanno spesso Trump, Cuomo e altri suoi critici e la gente ha iniziato a gridare: “Mamdani! Mamdani!”. Alla fine Mamdani è uscito sul palco, ha preso la mano alla governatrice democratica contestata, sollevandola in aria con la sua, mostrandole il suo appoggio e scortandola fuori, nel tentativo di illustrare ai sostenitori che è necessario creare un ponte con la parte centrista del partito. Robert Wolf, un importante finanziatore del partito democratico, ha detto al New York Times che ai suoi occhi Mamdani è “un capitalista progressista, qualcuno che vuole usare il governo in modo appropriato per fare cose che contribuiscono all’uguaglianza e aiutino le persone che ne hanno bisogno”.Nel Queens, Mamdani, in giacca e cravatta strisce (una delle tre che porta a rotazione: c’è quella a pois e quella rossa), ha chiuso il suo discorso dicendo che il 4 novembre i newyorkesi cominceranno a conquistarsi la loro libertà. Libertà è una parola cooptata dai repubblicani per i quali spesso significa “libertà dal governo”, come nota nel suo libro “Freedom” lo storico americano Timothy Snyder. Ma Mamdani l’ha usata in un modo diverso: ha spiegato che per lui è sinonimo di “dignità” e che il governo ha un ruolo fondamentale nel determinare che della libertà godano tutti, non solo chi può “comprarla col denaro”. Il candidato, figlio della regista indiana Mira Nair e dell’accademico della Columbia University Mahmood Mamdani, ha collocato la sua fede, le sue radici indiane e ugandesi e il suo attivismo pro-palestinese al centro della campagna elettorale, confidando che i newyorkesi – soprattutto i più giovani – capiscano la sua visione anche se i tradizionali leader del partito la rigettano. Alla fine dei conti, è il costo della vita il tema centrale della campagna di Mamdani. E sono tre le promesse centrali che ha ripetuto domenica: 1) congelare per quattro anni il costo degli affitti a New York e usare ogni metodo per costruire alloggi per chiunque ne abbia bisogno, 2) autobus gratis e più veloci, 3) assistenza all’infanzia gratuita per i genitori.  Più di una volta domenica ha ricordato che tra i suoi elettori ci sono anche newyorkesi che hanno scelto Trump alle presidenziali, perché il partito democratico ha smesso di parlare il linguaggio della working class. Ma sa che non può farcela appoggiandosi solo all’estrema sinistra. “Avere ragione in sé è insignificante” dice. “Dobbiamo vincere e poi ottenere i risultati”. Il mondo in cui viene eletto Mamdani è “piccolo”. Uno dei 90mila volontari che hanno bussato porta a porta per lui, Mohammad Uddin, portava la spilletta “Bengalesi per Zohran” al comizio, e ci ha spiegato cosa significhi per un musulmano come lui. Uddin conosce bene anche l’Italia, in particolare Milano, dove tanti anni fa veniva ad acquistare borse Fendi per rivenderle a Dubai. A un certo punto ci ha detto che Mamdani può “rendere l’America di nuovo grande”, lo slogan di Trump. Mandeep Singh (nella foto in basso), un altro volontario che ha fatto campagna nel Queens tra le comunità del sudest asiatico, è stato di recente sul lago di Como per chiedere la mano della sua fidanzata. Singh riconosce che c’è una maggiore vicinanza per certi aspetti tra politici populisti come Trump e Sanders (e Mamdani) che tra questi ultimi e i partiti tradizionali. “E’ la teoria del ferro di cavallo: le punte sono più vicine”. Viviamo in un’era di populismo. “I politici svolgono due funzioni – ci dice -: la prima è emotiva, rispecchiare i sentimenti del proprio tempo, dare voce alle sofferenze; l’altra è tattica, ovvero trovare il modo per arrivare ai risultati”. Singh nota come Mamdani ha saputo costruire una coalizione che include persone molto diverse, tutti sindacati, gente che non può permettersi l’affitto ma anche gente ricca e celebrità. “Tutte le campagne politiche realizzano tutto quello che hanno promesso? – conclude il giovane volontario – No. Ma lo voterà chi crede che la sua tattica sarà migliore di quella di Cuomo”.

Il tempo lungo dell’amore

di Daniele Madau

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Carlo, Camilla e papa Leone in preghiera nella Cappella Sistina

Era il 1534 quando, non avendo ottenuto da papa Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, Enrico VIII – con l’Atto di supremazia – segnò la nascita della Chiesa anglicana, di cui i sovrani d’Inghilterra sarebbero stati a capo.

Dopo 490 anni, il 23 ottobre, un papa cattolico e un sovrano d’Inghilterra, capo di quella Chiesa anglicana, sono tornati a pregare insieme, sotto gli affreschi celesti ed eterni della Cappella Sistina.

In un periodo di guerre- reali, economiche, minacciate – è stato un evento di insperata speranza, un gesto di quelli che superano il tempo, di quelli che richiedono un’eternità per germogliare sotto la terra, e spuntano con una primizia che passa sotto silenzio, schiacciata dal frastuono delle bombe e delle violenze.

Cinquecento anni sono come un’eternità, uno di quei tempi lunghi della storia nati da interessi di parte (la necessità di divorziare di Enrico VIII), che poi interessano milioni di persone senza nome, volto, né storia, che diventano vittime di quegli interessi e quegli egoismi (Tommaso Moro fu martirizzato per non aver voluto abbandonare la Chiesa cattolica).

Ma davanti all’eternità della storia, c’è un’eternità più grande e vera, quella dell’amore, che pazientemente travalica i tempi. Eccolo qua, nelle preghiere di un papa e in quelle di una coppia nata da un tradimento, quello di Carla nei confronti di Diana: ma, sotto il dito di Dio che sfiora quello dell’uomo Adamo, tutto è perdonato, tutto è rinnovato, in una nuova alba del mondo che rinascerà ogni volta in cui si lasceranno le divisioni per ritrovarsi insieme.

Ucraina, così lontani così vicini: l’Ue tra Stati Uniti e Russia

di Francesca Basso e Viviana Mazza,

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente ucraino Zelensky con il presidente Usa Trump nello Studio Ovale (Afp)

L’illusione che si era accesa mercoledì scorso alla Nato è durata meno di due giorni. A spegnerla ci ha pensato Donald Trump venerdì, quando ha incontrato Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. Riavvolgiamo il filo. Mercoledì scorso il segretario della Guerra Pete Hegseth ha partecipato al Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, che si è riunito dopo il vertice dei ministri della Difesa della Nato, e ha detto che gli Stati Uniti e i loro alleati adotteranno le misure necessarie per «imporre alla Russia dei costi per la sua continua aggressione» se la guerra in Ucraina non dovesse terminare. E ha aggiunto che «se dovremo compiere questo passo, il dipartimento della Guerra Usa è pronto a fare la sua parte in modi che solo gli Stati Uniti possono fare».

Abbastanza per far sperare a Bruxelles che Washington avesse finalmente capito di che pasta è fatto Putin. Ma il presidente russo è riuscito anche stavolta a convincere Trump. Ed ecco che dopo la telefonata di giovedì tra i due presidenti è spuntata l’ipotesi di un vertice a Budapest, proprio nella capitale con il governo finora più antieuropeista e più filorusso, critico nei confronti dell’Ucraina. Un assist al premier ungherese Viktor Orbán, che in primavera va a elezioni, ma anche l’ennesimo schiaffo all’Unione europea

Tutti in Europa hanno fatto buon viso a cattiva sorte, elogiando gli sforzi per la pace di Trump, continuando sulla strada dell’adulazione che tanto piace al presidente Usa. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, l’estone Kaja Kallas, ancora ieri ha detto che «Donald Trump è sincero nel voler porre fine alla guerra in Ucraina, è la Russia che non lo è». Dunque «non dobbiamo farci distrarre e convincere i nostri alleati in giro per il mondo che nulla di concreto avverrà a questi incontri se l’Ucraina e l’Europa non sono seduti al tavolo». Poi ha azzardato una critica a Trump senza menzionarlo, quando ha detto che fare pressione su Kiev affinché fermi l’«aggressione» russa in Ucraina «non è l’approccio giusto, non solo per l’Ucraina, ma anche per la sicurezza europea e globale, perché se l’aggressione dà i suoi frutti, incoraggia il suo ripetersi altrove». Anche per il presidente francese Emmanuel Macron ucraini ed europei «dovrebbero sedersi attorno a un tavolo».

Invece per ora niente. A Zelensky non resta che affidarsi agli europei. Giovedì parteciperà al summit Ue nel quale i leader dei Ventisette discuteranno del sostegno all’Ucraina, del prestito di riparazione da 140 miliardi finanziato dagli asset congelati della Banca centrale russa e del 19esimo pacchetto di sanzioni. Poi venerdì volerà a Londra per partecipare alla riunione della «Coalizione dei volenterosi».

Non solo Zelensky è in difficoltà. Lo è anche l’Unione europea che si trova messa in un angolo da Washington e Mosca. Ciò che manca all’Ue, come osserva sul Financial Times Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, sono «canali di comunicazione discreti con l’avversario» come invece esistevano durante la Guerra Fredda. «L’Europa è l’unica parte a non disporre di canali funzionali regolari con lo stato di sicurezza russo e il Cremlino — osserva Gabuev —. Persino Kiev ne dispone tramite intermediari in Medio Oriente e direttamente attraverso i negoziati con i russi a Istanbul: i colloqui potrebbero essere per ora sospesi, ma i team mantengono le linee di comunicazione».

L’idea di dialogare con la Russia è «divisiva» per gli europei, ammette Gabuev, riconoscendo tuttavia che non ci sono alternative tanto più che pochissimi leader europei attuali hanno esperienza di rapporti con i russi o sono considerati da loro credibili. Per Gabuev «è giunto il momento che l’Europa impari di nuovo la disciplina del dialogo con i suoi avversari». Di sicuro non può permettersi di non avere voce in capitolo. Ma il sospetto non è tanto che l’Ue non abbia più leader adeguati quanto piuttosto che abbia poco di interessante da offrire a entrambi, che forse è anche peggio in un mondo in cui sembra che a prevalere non sia più il diritto internazionale ma la legge del più forte.

Un ragazzo su quattro vittima di bullismo: più colpito chi è percepito come diverso

Comunicato stampa PK COMMUNICATION

Fondazione Foresta, il nuovo report svela il ritratto degli adolescenti italiani tra corpo, emozioni e identità. Più di uno studente su quattro ha sperimentato episodi di bullismo o cyberbullismo.  L’indagine su 5.849 studenti delle scuole superiori fotografa differenze di genere, abitudini e fragilità e sarà presentata a Padova il prossimo 17 ottobre. Il professor Carlo Foresta: “Il bullismo è uno specchio del disagio giovanile: dietro le prepotenze spesso si nasconde fragilità, bisogno di riconoscimento o assenza di punti di riferimento adulti”

La Fondazione Foresta ETS, punto di riferimento nella ricerca sulla salute e sul benessere giovanile, presenta il report 2025, un’analisi approfondita che ha coinvolto 5.849 studenti delle scuole superiori italiane principalmente delle province del Nord-Est.
Il quadro che emerge dall’analisi dei questionari restituisce un allarme preoccupante: più di uno studente su quattro è vittima di atti di bullismo o cyberbullismo. Si notano differenze significative per sesso e caratteristiche personali. Le femmine risultano più frequentemente vittime, i maschi più frequentemente autori. Il profilo delle vittime restituisce una fotografia di vulnerabilità emotiva e fisica. Tra i ragazzi vittime si osserva una maggiore prevalenza di sovrappeso/obesità rispetto ai coetanei non vittimizzati (26% vs 15%); tra le ragazze la differenza è più contenuta ma confermata (13% vs 7%).
Accanto ai fattori corporei, pesano diversità nell’orientamento sessuale e identità di genere. Tra le ragazze vittime la quota di chi si dichiara “completamente eterosessuale” è più bassa rispetto alle non vittime (57% vs 69%), mentre aumentano “perlopiù eterosessuale” (23% vs 19%), “bisessuale” (8% vs 5%) e “fluido” (8% vs 5%). Tra i maschi vittime scende la quota “completamente eterosessuale” (82% vs 90%) e crescono le minoranze (es. “omosessuale” 3% vs 1%, “fluido” 2% vs 1%). “Il bullismo colpisce soprattutto chi è percepito come diverso — per aspetto fisico, identità o modo di vivere l’affettività — trasformando la vulnerabilità in un bersaglio”, sottolinea Foresta.
Tra i segnali di disagio che accompagnano la vittimizzazione, emergono solitudine e sofferenza psicologica. Nel campione generale le ragazze dichiarano più spesso di sentirsi sole (quasi una su due tra le ragazze, uno su tre tra i ragazzi), quadro che si riflette in una maggiore percezione di isolamento nelle vittime. Sul fronte dei risvolti psicologici, la pratica di autolesionismo nel campione di studio è più di frequente nelle ragazze vittime di bullismo (21,1% vs 9,4% nei maschi), con indicazioni coerenti di maggiore ricorso a supporto psicologico nelle femmine (ha già usufruito o ne ha sentito il bisogno di supporto il 63,7% contro 32,6% dei maschi).
La figura del bullo, specie al maschile, si accompagna a una più alta propensione a condotte a rischio: si fuma di più (tra gli autori maschi la quota di non fumatori scende di oltre dieci punti rispetto ai non autori), si consumano più alcol e sostanze (solo circa un terzo dei bulli maschi dichiara astinenza), e si registra una maggiore esposizione a pornografia online e sexting.
“In alcune adolescenti il confine tra subire e agire è sottile: il dolore non elaborato può trasformarsi in rabbia”, commenta il professor Foresta. “Il quadro complessivo parla di un fenomeno a doppia faccia: le vittime — più spesso femmine — portano i segni della solitudine e del disagio, mentre gli autori — più spesso maschi — si distinguono per trasgressività e comportamenti a rischio, specialmente nell’ambiente digitale. Il contesto familiare non mostra fratture eclatanti, ma tra gli autori si intravede una minore coesione. Non esistono solo bulli e vittime: esistono adolescenti in difficoltà che usano la rete, il corpo o la violenza per esprimere ciò che non riescono a dire. Per le scuole e per le famiglie è un segnale d’allarme. Non bastano interventi punitivi: servono programmi di prevenzione che agiscano sull’empatia, sul rispetto e sulla gestione dei conflitti, integrando l’educazione digitale con il supporto psicologico. Serve un’alleanza educativa stabile tra scuola, famiglia e territorio: riconoscere presto i segnali, offrire ascolto, costruire reti di protezione e di responsabilità”.



SCHEDA DI APPROFONDIMENTO – L’INDAGINE DI FONDAZIONE FORESTA (SINTESI)


L’indagine nazionale della Fondazione Foresta Onlus, condotta su 5.849 studenti delle scuole superiori (64% ragazze e 36% ragazzi) con un’età media di 18 anni, mostra dati significativi sul benessere psicofisico e sui comportamenti a rischio tra gli adolescenti italiani. Più di un terzo delle ragazze (36,4%) e un quarto dei ragazzi (25,2%) dichiarano di essere state vittime di bullismo o cyberbullismo. Tra chi compie questi atti, la prevalenza è maschile: 17,8% dei ragazzi contro 7,9% delle ragazze. Il peso corporeo emerge come fattore associato alla vittimizzazione: tra i maschi vittime di bullismo, il 26% è in sovrappeso o obeso, rispetto al 15% dei coetanei non vittime; tra le ragazze, le percentuali sono 13% contro 7%. Il tema della solitudine è molto presente, soprattutto tra le ragazze, che nel 72% dei casi dichiarano di sentirsi spesso o talvolta sole, rispetto al 48,5% dei ragazzi. Il disagio psicologico si manifesta anche attraverso comportamenti autolesivi: una ragazza su cinque (21,1%) ammette di essersi fatta del male almeno una volta, contro il 9,4% dei maschi. Tra i comportamenti a rischio, il fumo e l’uso di sostanze stupefacenti risultano più diffusi tra gli autori di bullismo: il 60,5% dei ragazzi autori fuma, contro il 28,5% dei non autori, e il 65,4% fa uso di sostanze, rispetto al 48,4% delle vittime. Infine, la sessualità online rappresenta un ambito di forte esposizione: tra le ragazze, il 52% delle autrici e il 42,3% delle vittime dichiara di aver inviato immagini intime; tra i ragazzi, le percentuali sono rispettivamente 42% e 31%. Nel complesso, i dati descrivono un quadro in cui bullismo, isolamento e comportamenti a rischio si intrecciano, delineando due profili prevalenti: vittime più spesso femmine, segnate da fragilità emotiva e solitudine, e autori più spesso maschi, con maggiore tendenza a fumo, sostanze e impulsività.

I vertici del governo presentano la nuova legge di bilancio

Presentiamo, come servizio ai lettori, il video integrale della conferenza stampa di presentazione della legge di bilancio, approvata ieri dal  Consiglio dei Ministri e che ora sarà discussa in parlamento. Tra i punti rivendicati dal governo, l’attenzione alle famiglie, ai salari, alle imprese, al lavoro

La conferenza stampa dei vertici di governo per presentare la legge di bilancio

Gaza come il sud del Libano? La soluzione dei due Stati è morta oppure no? 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Trump a Sharm-el-Sheikh (Afp)

«Una nuova alba per l’intero Medio Oriente»: è quello che Trump ha promesso ieri nei suoi discorsi in Israele e in Egitto circondato dai leader della regione e dai leader europei. La ricostruzione della Striscia sarà un enorme progetto internazionale. Quanti soldi e quanti soldati saranno disposti a fornire i vari Paesi? (Gli americani inviano 200 soldati ma resteranno fuori da Gaza). Saranno in grado di mettere insieme un piano umanitario complessivo? Sarà un piano per trasformare la Striscia in una sorta di «Miami Beach», in una «Riviera di Gaza» piena di hotel, oppure di abitazioni per la popolazione palestinese? Queste domande restano aperte.

Il portavoce per gli Affari esteri della Commissione europea, Anouar El Anouni, ha detto che l’Ue ha un importante ruolo da giocare e che quindi dovrebbe «essere parte» del Consiglio di pace che si occuperà della gestione di Gaza secondo il piano di pace proposto da Trump. Il portavoce ha anche detto che l’Ue vorrebbe vedere un ruolo più prominente per l’Autorità Palestinese e passi più chiari verso un orizzonte politico per la statualità palestinese e la soluzione a due Stati basata sui principi approvati da una larga maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite. Concetti ribaditi dal presidente del Consiglio europeo António Costa nel suo intervento a Sharm el-Sheikh: è stato lui a rappresentare l’Ue in Egitto. La presidente della Commissione von der Leyen ieri invece era a Tirana. «Siamo pronti a partecipare al Consiglio internazionale di pace e a sostenere tutti i processi: governance di transizione, ripresa e ricostruzione», ha detto Costa ricordando che «l’Unione europea è il principale donatore umanitario dei palestinesi» e che ha stanziato «1,6 miliardi di euro a favore dell’Autorità palestinese per il periodo 2025-2027».  L’Ue continuerà a sostenere l’Autorità e «il suo programma di riforme, assicurando che Gaza faccia parte di uno stato democratico, libero dal terrorismo». 

Se una nuova alba sorgerà, dipenderà da numerose altre incognite. La vittoria diplomatica ottenuta da Trump è stata possibile grazie al fatto di rimandare i colloqui sui temi più difficili, come l’arsenale di Hamas, poiché le due parti non erano pronte ad un accordo completo, come ha detto in un’intervista con il New York Times il premier del Qatar.  Gli Stati Uniti hanno usato le leve che avevano a disposizione in un modo in cui Biden non aveva voluto o potuto fare (come il prestigio di Trump in Israele, la sua prontezza ad aiutare lo Stato ebraico a colpire i siti nucleari in Iran, il passo falso di Netanyahu nell’attaccare Hamas in Qatar); anche altri Paesi non volevano o non potevano fare qualcosa del genere. E questo ha fatto la differenza. Non è stato facile ottenere che il premier Netanyahu desse il suo assenso, ma era diventata una priorità per Trump. Trump è il politico internazionale più popolare in Israele e per Netanyahu sarebbe stato molto difficile dirgli di no. La cosa più sorprendente agli occhi di alcuni è che Trump sia riuscito anche a convincere Hamas a rinunciare alla propria unica leva negoziale: i 20 ostaggi ancora in vita. Ha aiutato il fatto che i miliziani fossero esausti: avevano perso il 90% delle loro capacità militari. E’ stato fondamentale il legame stretto con alleati come il Qatar, la Turchia, l’Egitto. 

Netanyahu in ogni suo discorso – sia all’Assemblea generale dell’Onu che ieri alla Knesset – si è detto contrario a uno Stato palestinese. Alcuni credono che le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni del prossimo novembre, con un leader diverso in Israele.  Ci sono più motivi per essere ottimisti adesso, anche se ci sono ancora tanti motivi per cui il conflitto può riesplodere di nuovo. Tra i motivi di ottimismo c’è il fatto che l’appoggio internazionale per la mossa di Trump è forte. E lui vuole fortemente che questa vittoria non venga meno:  lo aiuta anche a ricevere una copertura giornalistica positiva in patria da parte di media normalmente ostili come il New York Times, Cnn e Msnbc. C’è grande appoggio negli Stati Uniti per questo accordo anche nonostante lo scetticismo di alcuni nello stesso partito repubblicano. 

Trump non ha parlato di soluzione dei due Stati, su cui invece insiste ancora l’Ue: il presidente Usa ha spiegato di non avere un’opinione in proposito e che questa decisione spetta ai leader della regione. Robert Malley e Hussein Agha – due storici ex negoziatori della pace tra Israele e i palestinesi – nel loro nuovo libro «Tomorrow is Yesterday» (domani è ieri) hanno scritto che la soluzione dei due Stati era diventata una scusa usata  per trent’anni per non trovare una vera soluzione. In una recente intervista con il Corriere poco prima della svolta di Trump in Medio Oriente, Malley – negoziatore negli anni dei presidenti democratici Clinton, Obama e Biden- affermava che la priorità in questo momento era fermare i massacri a Gaza. Ai suoi occhi il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni Paesi europei, avvenuto a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non era una soluzione: non perché fosse una ricompensa per Hamas, come argomentavano Netanyahu e Trump, ma perché l’ex diplomatico lo riteneva «sbagliato e pericoloso» in quanto basato su una diagnosi scorretta della natura del conflitto.

Il saggio dei due negoziatori offre anche uno sguardo nel futuro dopo l’accordo raggiunto grazie a Trump. Secondo Malley e Agha, non è solo Netanyahu a opporsi ad uno Stato palestinese: «La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele – virtualmente ogni partito sionista nella Knesset con l’eccezione dei partiti arabi – è contraria a uno Stato palestinese». Che cosa risponderà la comunità internazionale – si chiede inoltre l’ex negoziatore americano – quando si tratterà di «affrontare le richieste dei 700.000 coloni ebrei in Cisgiordania o a Gerusalemme? E che cosa faranno per riconciliare le aspirazioni palestinesi alla giustizia, alla sovranità vera e significativa, e alla compensazione per quelle che considerano le ingiustizie del 1948? Come faranno a riconciliare queste  richieste con quelle israeliane?».

Forse, dice Malley, c’è stato un momento in cui la soluzione dei due Stati era possibile, ma poi è diventata qualcosa che veniva ripetuto indipendentemente dalle condizioni impossibili sul terreno e che di fatto ha perpetuato lo status quo. «Ha dato l’illusione ai palestinesi di poter bilanciare una relazione diseguale tra loro e gli israeliani. Ha sostenuto una Autorità palestinese inetta e che non li rappresentava.  Alla radice, il problema della soluzione dei due Stati è che è stata definita una partizione netta tra Israele e Palestina, una linea sulla mappa che li tenga separati, ma non era una soluzione che rispondeva ai bisogni, ai desideri, alle emozioni, alle aspirazioni né degli israeliani né dei palestinesi. Offriva una soluzione che non risolveva ciò che era al cuore del conflitto per entrambi: per i palestinesi la richiesta di giustizia e compensazione dopo la catastrofe del 1948 e dunque una vera autodeterminazione, sovranità, indipendenza. Ma la partizione netta in due Stati non garantisce il diritto di ritorno per i rifugiati, una vera autodeterminazione, né si rende conto di quanto accaduto nel 1948. Anche per gli israeliani la soluzione dei due Stati non risponde alle loro aspirazioni ad una piena sicurezza, piena supremazia e pieno riconoscimento se volete dello Stato ebraico. Non risponde al fatto che esistono da entrambi i lati aspettative sul controllo della totalità della terra dal fiume al mare. Era una idea disegnata sulla carta, nata in Gran Bretagna, all’Onu, concepita dall’esterno, ignorando l’interezza della Storia, come se il conflitto fosse iniziato nel 1967, quando sappiamo che è iniziato molto prima, come minimo nel 1948, e alcuni direbbero ancora prima, a cavallo del XX secolo. Israeliani e palestinesi l’avevano accettata ma senza mai esserne energizzati e mobilitati. Noi sosteniamo che c’è stato un momento in cui forse sarebbe stato possibile anche se miracoloso arrivare alla soluzione dei due Stati, ma poi è diventato impossibile».

Il libro di Malley e Agha suggerisce che «dobbiamo imparare da tutti gli elementi del conflitto israeliano e palestinese. Ci sono momenti nel passato in cui ebrei e arabi hanno convissuto più pacificamente e dovremmo vedere se ci sono modi in cui possono vivere l’uno accanto all’altro in modo più creativo». 

Secondo il politologo Ian Bremmer, intanto Gaza «somiglierà in futuro al sud del Libano. Israele manterrà un significativo controllo almeno di una zona cuscinetto (e forse di più) a Gaza  e continuerà ad essere coinvolta in attacchi militari quando ne vede l’opportunità. Ma i palestinesi non se ne andranno, la ricostruzione è possibile, e se per i Paesi del Golfo continuerà ad essere una priorità, la gente di Gaza avrà forse anche una opportunità territoriale nel lungo periodo». La normalizzazione tra Israele e i Paesi del Golfo finora è stata sempre condizionata al cammino verso lo Stato palestinese. Bisognerà vedere se resterà così nel lungo periodo.

Italia, Francia, Stati Uniti: mal comune…

di Daniele Madau

Merkel e Sarkozy sorridono a una domanda su Berlusconi (2011)

Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù‘ (Orson Welles, Il terzo uomo)

A parte qualche inesattezza, quest’aforisma sembra sempre essere valido – del resto, parliamo del genio di Orson Welles- per riflettere sul nostro sistema politico e sulla nostra società,  che è specchio del nostro modo di vivere la politica.  La nostra Italia non è terra di apatia o, quantomeno, di sereno vissuto quotidiano socio-politico, ma penisola di perenne tensione, di perduranti lotte dialettiche, di disparità insostenibili ma incolmabili, di picchi e cadute, di drammi plateali, di genio e sregolatezza, bellezza e volgarità, di logos e caos, di pathos.

Molti ci definiscono un laboratorio, e forse, in questo, c’è un fondo di verità,  ma non si riesce a comprendere il perché. Berlusconi ha anticipato Trump per moltissimi punti di vista? Forse. E se sì,  perché? La Francia sta vivendo ciò che ha vissuto l’Italia quindici anni fa in così tanti aspetti da rimanere quasi increduli? È verosimile. E se, invece, è davvero così, perché?

Ricordiamo tutti i sorrisi di Merkel e Sarkozy (Consiglio d’Europa 2011) a una domanda su Berlusconi. Come contraltare- un anno dopo- ci furono le lacrime di Elsa Fornero in conferenza stampa, per annunciare le riforma delle pensioni.

Ecco la nostra maschera: Pierrot, che ride e piange alla luna. Pochi sanno che, anche Pierrot, nacque in Italia.Il suo nome, infatti, è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della commedia dell’arte, Pedrolino, interpretato nella celebre Compagnia dei Gelosi da Giovanni Pellesini alla fine del Cinquecento. Il personaggio fu portato in Francia, dove entrò a far parte dei repertori delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot. I francesi lo reinventarono e diedero nuova vita a questo personaggio adattandolo al gusto loro e poi del pubblico delle corti europee. Nella versione francese Pierrot perse le caratteristiche di astuzia e doppiezza proprie di quello italiano per diventare il mimo malinconico innamorato della luna. Doppiezza in Italia, malinconia in Francia: fa riflettere, pur senza dare troppo peso a evidenti suggestioni.

Elsa Fornero fu bersaglio facile e indifeso di accuse e attacchi barbari, maleducati, a dir poco stonati. Ma ora le pensioni son sotto controllo, con un governo che – senza alcun giudizio nel merito e, soprattutto, di parte- è stabile e, verosimilmente,  arriverà a fine legislatura. In Francia il governo non nasce perché non si vogliono accettare i 62 anni per le pensioni e perché non si può dar vita a un governo di unità nazionale, dato che Macron è esponente di parte, e non super partes come Napolitano con Monti.

Negli Stati Uniti, il culto della persona di Trump sta diventando abnorme, e perciò preoccupante. Chi non ricorda il culto della persona di Berlusconi? Così narcisistico, televisivo, divisivo, nazionalpopolare, italiano? Nanni Moretti, nel ‘Caimano’ mise in scena l’incendio del Palazzo di Giustiza a opera dei berlusconiani;  la realtà ci andò vicino: fu solo assediato per qualche ora, e si cantò l’inno sulla scalinata. Negli Stati Uniti, il nano sulla spalla del gigante- Trump- fece assalire Capitol Hill. Nasce tutto dell’Italia? Come il Rinascimento ma, anche, come i totalitarismi di destra nel ‘900? E se sì,  perché?

Ritornando, per concludere in leggerezza, al mondo cinematografico, il nuovo libro di Giovanni Floris, Asini che volano, propone l’ipotesi che prima ridevamo dei ‘cinepanettoni’, ora votiamo i personaggi che li popolavano (afferma, Floris, ricordando Lollobrigida: ‘ Ma un ministro che chiama l’amministratore delegato di FS per far fermare un treno e poter scendere alla fermata preferita, non è un tipico personaggio da ‘cinepanettone?’). E’ una tesi affascinante che, nuovamente, aggiunge mistero al nostro essere italiani, in bilico su un sorriso come su un rasoio, perché spesso quel sorriso diventa risata sbocciata e superficiale, più che strumento di comprensione, come per Pirandello.

Per Churchill gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre, e forse è vero anche questo. Ma, oltralpe e oltreoceano, si vive ciò che noi, forse, abbiamo già metabolizzato. E non si può neanche dire ‘mal comune, mezzo gaudio’, perché quel sorriso, affilato come un rasoio, lo abbiamo solo noi. Del resto, in quanto a sorrisi enigmatici, La gioconda è in Francia, ma è opera di un italiano.

Il trumpista Babis, la crisi in Francia, i voti di sfiducia a von der Leyen: nell’Ue sale il rischio caos (ma stavolta l’Italia non c’entra)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ieri durante l’intervento in plenaria al Parlamento europeo a Strasburgo (Epa)

Frammenti di conversazione ieri su un treno per Strasburgo. Una signora anziana, belga, racconta di stare andando in visita al Parlamento europeo e manifesta preoccupazione per il destino della Francia, per l’incertezza politica che Parigi sta vivendo dopo le dimissioni di Sébastien Lecornue e per il grande consenso del Rassemblement national di Marine Le Pen. Il suo interlocutore si presenta come un funzionario danese del Consiglio dell’Ue, anche lui diretto a Strasburgo per la plenaria del Parlamento europeo: cerca di rassicurare la signora spiegandole che «la destra è al governo in Italia e che l’Italia di Meloni è uno dei Paesi più stabili d’Europa». Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe successo? È ancora vivo lo scambio di sorrisetti tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy quando durante una conferenza stampa a Bruxelles nel 2011 fu chiesto loro se l’allora premier Silvio Berlusconi li avesse rassicurati sui provvedimenti che avrebbe preso il governo italiano per far fronte alla crisi del debito. Un’umiliazione.

Adesso l’Italia non preoccupa più Bruxelles. Sono altre le fonti di ansia per la tenuta dell’Unione europea. Certamente Parigi, perché senza una Francia forte e con i conti in ordine il motore franco-tedesco che da sempre traina l’Unione europea è destinato a restare inceppato. Ora più che mai serve una leadership visionaria e determinata, ma all’orizzonte non si vede nulla. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è più solido rispetto al predecessore Olaf Scholz, però ha il fiato sul collo dell’estrema destra, non può permettersi fughe in avanti. L’incertezza che regna su Parigi inevitabilmente indebolisce il presidente francese Emmanuel Macron. Il premier spagnolo Pedro Sánchez è ormai isolato con le sue posizioni su difesa e immigrazione. La maggior parte dei leader preferisce sedere al tavolo di Giorgia Meloni quando si parla di migranti irregolari. Tuttavia la premier italiana non può essere definita una leader europeista in senso stretto, la nazione è il suo punto di partenza e d’arrivo, l’Ue un progetto sussidiario, la sovranità nazionale non si tocca. Tra i grandi Paesi resta la Polonia, dove però il premier Donald Tusk battaglia quotidianamente con il presidente nazionalista Karol Nawrocki

A complicare lo scenario sta contribuendo anche la Repubblica ceca, dove nel fine settimana ha vinto le elezioni parlamentari il partito populista Ano-Azione dei cittadini insoddisfatti di Andrej Babiš, il miliardario di 71 anni autoproclamatosi «Trumpista», che ha già governato a Praga tra il 2017 e il 2021. Ano al Parlamento europeo fa parte dei Patrioti, il gruppo di Fidesz di Orbán, del Rassemblement national di Le Pen e della Lega di Salvini. Ano ha battuto la coalizione del premier uscente Petr Fiala, conservatore filoeuropeista che siede nell’Ecr, lo stesso gruppo di Fratelli d’Italia e di Meloni. Fiala ha sempre difeso a spada tratta il sostegno all’Ucraina e quando l’Unione europea ha mostrato lentezza ha lanciato un’iniziativa internazionale per fornire a Kiev le munizioni di cui aveva disperatamente bisogno. Babiš ha fatto campagna elettorale criticando Fiala «per aver parlato solo della guerra in Ucraina per quattro anni» e ha promesso di tagliare gli aiuti militari a Zelensky. Al tavolo del Consiglio europeo stanno dunque aumentando i leader contrari al sostegno all’Ucraina: all’ungherese Orbán e allo slovacco Fico, si aggiungerebbe anche Babiš se sarà nominato primo ministro. Questo proprio nel momento in cui i Paesi Ue, di fronte al disimpegno degli Stati Uniti, sono chiamati a farsi carico del sostegno militare all’Ucraina e del nuovo «prestito di riparazione» basato sugli asset russi congelati, mettendo le garanzie necessarie e trasformando il rinnovo semestrale delle sanzioni da decisione all’unanimità a decisione a maggioranza qualificata. Un piano tutto ancora da discutere.

I «trumpisti» d’Europa si rafforzano nonostante la guerra dei dazi scatenata da Washington: riescono a incanalare il malcontento popolare a proprio favore e allo stesso ad alimentarlo. L’atteggiamento ambiguo di Trump nei confronti di Putin contribuisce inoltre a giustificare le posizioni filorusse dei Patrioti, il gruppo di Bardella, Orbán, Babiš e Salvini. A meno di tre mesi dal voto di luglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è di nuovo alla sbarra degli imputati al Parlamento europeo con due mozioni di sfiducia presentate dai Patrioti e dalla Sinistra e che saranno votate giovedì. Possibilità di successo scarso perché questa volta la «maggioranza Ursula», formata da popolari, socialisti e liberali, si è dichiarata fin da subito compatta a sostegno della presidente. Ma i mal di pancia in casa socialista e liberale non sono stati archiviati, la polvere è stata per ora messa sotto il tappeto. La conflittualità specie tra Ppe e S&D è palpabile. Von der Leyen nel suo intervento ieri in plenaria ha invitato gli eurodeputati a «unire le forze» per garantire «risultati concreti». E ha puntato il dito contro gli avversari dell’Europa che «non solo sono pronti a sfruttare qualsiasi divisione, ma la stanno addirittura fomentando attivamente». Il riferimento è alla Russia di Putin.

Le due mozioni di sfiducia contestano a von der Leyen l’accordo sui dazi Ue-Usa, il Mercosur, quella dei Patrioti anche «le politiche verdi sbagliate» e quella della Sinistra «l’inazione» di fronte alla tragedia a Gaza. Von der Leyen si è rivolta agli eurodeputati ancora indecisi promettendo l’impegno del Collegio dei commissari «in qualsiasi formato»  per trovare «risposte» con l’Eurocamera. Ma il Parlamento europeo si sta balcanizzando e quella capacità di sintesi e di mediazione che lo contraddistingueva dai Parlamenti nazionali, divisi al loro interno tra maggioranza e opposizione, sta lasciando il posto a una crescente polarizzazione che rende difficile i compromessi all’interno della «maggioranza Ursula»

Le tre istituzioni europee — Commissione, Consiglio e Parlamento — sono sotto pressione. I dossier sul tavolo dell’Ue sono tanti e delicati: difesa comune, competitività, transizione verde e digitale, intelligenza artificiale, sostegno all’Ucraina per arrivare alla pace, processo di pace in Palestina, lotta alle diseguaglianze. Il rischio per l’Unione di cadere nel caos e quindi nell’irrilevanza geopolitica è elevato. I leader europei non possono permettersi di navigare a vista. Fra due settimane ci sarà un nuovo summit Ue. Quello di una settimana fa a Copenaghen era informale. Dalle conclusioni si capirà se il senso di urgenza dichiarato è reale.

Alberto Trentini: un silenzioso Premio Nobel per la Pace

Alberto Trentini

di Daniele Madau

La Ong ‘Humanity and inclusion’, per cui lavorava Alberto Trentini, ha vinto il Nobel per la Pace nel 1997, per il loro lavoro contro le mine antiuomo. Siamo in periodo di Premio Nobel e si sentono varie candidature, anche auto-candidature, che rivelano un ego smisurato, in netto contrasto con l’atteggiamento di chi lavora per la pace in modo disinteressato, e perciò autentico.

Scrivo queste righe per mantenere vivo il suo volto, la sua storia, la sua situazione, la pressione verso i governi interessati -in primis il nostro – e per riflettere, secondo le richieste della madre, Armanda. Ma non è semplice trovare le parole.

Saper andare oltre l’interesse personale e favorire il bene, superando le logiche egoistiche ed economiche così naturali, forti, apparentemente invincibili, è un dono incommensurabile, così prezioso che nessun premio può bastare.

Questo faceva Alberto Trentini, in silenzio, seguendo il proprio cuore e la propria coscienza, in Paesi lontani, con i più fragili. Lontano da tutti, ma ben presente a sè stesso e alla povertà del mondo, alla sua coscienza e all’idea di bene, quest’utopia che, quando si vuole, è concretissima.

Noi lo abbiamo conosciuto solo perché è stato arrestato nella maniera più brutale possibile, mentre compiva il bene, che è il suo lavoro, senza accusa, senza una motivazione: come nel peggiore degli incubi, come nel ‘Processo’ di Kafka.

Altrimenti, non lo avremmo mai consciuto, noi avremmo mai saputo dei suoi passi, dei suoi gesti, delle sue mani tra i bisognosi di qualsiasi tipo di cura e di affetto.

Di quanti, allo stesso modo, non conosciamo nulla, eppure sono il respiro del mondo, quel soffio vitale che rende vivo – e non irrespirabile- il nostro pianeta, la nostra vita.

Lo so, lo stanno facendo tutti, ed è banale-ormai- proporre un Premio Nobel per la Pace: ma io lo voglio fare, perché non riguarda una persona o un’associazione, ma un gruppo di innamorati del bene, dell’amore, ed è l’amore che ama sè stesso, quanto di più alto si possa pensare. Per tutti loro che, silenziosamente, amano la vita e la povertà, e la curano, e la servono, io vorrei proporre il Premio Nobel per la Pace, senza che emerga un nome solo, perché, sono sicuro, al contrario di chi fa il proprio, loro non vorrebbero che si sapesse.

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