Incontro con Rosy Bindi: ‘Stiamo perdendo il senso comunitario. Ho scritto un libro per difendere il bene essenziale, che è il presupposto di tutti gli altri, la salute’.

di Daniele Madau

Rosy Bindi, figura centrale del panorama politico e sociale italiano degli ultimi decenni, già ministra, presidente del PD e della Commissione parlamentare antimafia, sarà ospite, giovedì 27 novembre, del ‘Circolo Mazzolari’ di Tempio Pausania. Ricorderà Vittorio Bachelet e presenterà il suo libro ‘Una sanità uguale per tutti’. ‘La Riflessione’ ha potuto incontrarla, in un prezioso dialogo sulle tematiche del libro e su quelle di più stringente attualità

Presidente, partirei dalla stretta attualità. Oggi è il 25 novembre, giornata per l’eliminazione della violenza di genere. Da poco la Camera ha votato, promuovendolo all’unanimità, il disegno di legge sul consenso ‘libero e attuale’ all’interno di un rapporto sessuale. Sembra un importante passo avanti. Come lo giudica lei, di cui tutti ricordiamo le parole: ‘Non sono una donna a disposizione’?

Credo che sarebbe stato un passo importante, ma proprio oggi al Senato la legge è stata bloccata dalla maggioranza. E’ un fatto grave. Le donne avrebbero avuto uno strumento in più per proteggersi e non doversi giustificare davanti a un giudice, dimostrando che hanno subito davvero violenza e che loro non erano consenzienti. In ogni caso che sarebbe giusto, per le donne, non dover più essere sottoposte a interrogatori o richieste di prove che uniscano violenza ad altra violenza.

Ieri il ‘Campo largo’ ha vinto in due regioni su tre, ma l’astensionismo è stato elevatissimo

Il risultato era, complessivamente, annunciato. Diciamo che, con l’esito di ieri, nelle elezioni regionali siamo tre a tre, da un punto di vista di presidenze, dopo le tornate in Toscana, Calabria, Marche, Puglia, Campania, Veneto. Ma le regioni conquistate dal ‘campo largo’ sono molto più popolose, e questo è un dato a tutto vantaggio del centro-sinistra. E’ giusto quanto affermato dai suoi leaders sul fatto che anche le regioni sono contendibili. Ma la vera contendibilità deve basarsi sulla lotta all’astensionismo. In tutta Italia, infatti, sta governando una minoranza e questo è un dato che mette in crisi la democrazia stessa, dato dovuto ai tanti, e gravi, problemi avvertiti dalla gente che la politica non sa risolvere. Tutte le forze politiche devono farsi carico di questa emergenza ma, soprattutto, direi che è un dovere prioritario delle forze di centro-sinistra.

Lei sarà ospite, per parlare dei cattolici in politica e di Vittorio Bachelet, e per presentare il suo ultimo libro, del circolo Don Primo Mazzolari di Tempio. Quanto è stata importante la figura di Mazzolari nella formazione della sua persona?

Come tutti coloro che possiamo considerare, tra virgolette, ‘eretici’, ‘irregolari’, è stato un mio modello, un mio punto di riferimento. Come Don Milani, Dossetti, padre Balducci, La Pira, insieme a Moro e Bachelet, ha rappresentato sul piano ecclesiale e civile una ‘irregolarità’, una figura da ‘prete rosso’ o ‘comunistello di sagrestia’, come veniva chiamato La Pira, che ha anticipato i contenuti del concilio Vaticano II. Alla fine, però, come ci ha spiegato Papa Francesco, erano persone che seguivano il Vangelo, per i quali i poveri, gli scartati erano il centro della Chiesa e della vita civile

Vorrei parlare ora del suo libro, ‘Una sanità uguale per tutti’. Come è possibile che una conquista fondamentale come il sistema sanitario nazionale sia ora da difendere? Penso che, evidentemente, c’è stato un cambio di paradigma, che ha cambiato le priorità.

Se una società non è in grado di garantire a tutti, senza discriminare, la tutela del diritto fondamentale alla salute, attraverso un sistema sanitario che non può che essere bene comune e non mercato, quali altri beni sarà in grado di assicurarci? La salute è il presupposto di ogni altra attività della vita. Se una comunità non è in grado di garantire, in maniera uguale, questo bene, gli altri beni che fine faranno? Sì, è cambiato il paradigma. Quando la legge è stata votata- negli anni ’70 – insieme a tante altre, per dare attuazione alla nostra Costituzione, si respirava un clima culturale di amore nei confronti della cosa pubblica. Ora, dopo varie riforme, invece respiriamo un clima che è strettamente legato al pensiero politico dominante, in cui vale il denaro, la forza delle armi, l’individualismo. Penso a Don Milani:’ Ho scoperto che abbiamo lo stesso problema. Uscirne insieme è politica, uscirne soli è avarizia’. Siamo in un tempo di grande avarizia, di soluzioni individualistiche a problemi comuni. Abbiamo assistito, dagli anni ’50 a oggi, a varie fasi di partecipazione del popolo alla vita civile. L’astensionismo è legato anche a questo, a un progressivo allontanamento. La legge sul sistema sanitario, invece, la volevano tutti: le università, i lavoratori,le donne, gli intellettuali. Oggi, invece, ci rassegniamo davanti al fatto che ci stanno portando via il sistema sanitario nazionale. Io ho scritto il libro per combattere questo.

All’orizzonte, però, si profilano anche altri pericoli per la sanità, come l’autonomia differenziata o l’assenza di una lotta all’evasione fiscale veramente efficace

Sì, sono sintomi di quella perdita di senso comunitario di cui abbiamo parlato. Le tasse diventano ‘pizzo di Stato’, invece che il modo di contribuire ai servizi necessari. La, sacrosanta, autonomia diventa il modo per dividere il Paese e non per unirlo. L’unità nazionale, quindi, diventa un peso più che un’opportunità. Sul piano internazionale, poi, si ritorna ai nazionalismi, ai sovranismi, alla perdita di forza del diritto internazionale, e torna la guerra. Tutto si tiene. Noi, in questi ultimi cinque anni, ci siamo giocati ottantanni di storia.

Lei, negli ultimi tempi, più volte ha sottolineato l’urgenza di far sentire inclusa nel cantro- sinistra anche una parte più moderata. Ha in mente i cattolici?

Sì, anche se io non vorrei chiamare moderati i cattolici. Se oggi ci sono delle idee capaci di interpretare la radicalità del momento- penso alla dottrina sociale della Chiesa- sono quelle dei cattolici. Penso al magistero di Papa Francesco, e a quello di Leone: altro che moderati! Nelle loro parole c’è una forza dirompente. I poveri al centro, l’ambiente, l’immigrazione. Sono argomenti che ci spingono non al quieto vivere, ma alla radicalità. Come il vangelo, come gli ‘eretici’ di cui abbiamo parlato. Poi, certo, ho in mente anche cattolici moderati- pensando a chi ci ha governato per decenni- anche se De Gasperi parlava di ‘centro che marcia a sinistra’. Ho in mente tematiche di sicurezza, di politiche migratorie, che vanno trattate in maniera tale da andare incontro a una certa sensibilità. Penso poi ai ceti produttivi,ai professionisti che, tra l’altro, rischiano di venire traditi, se governati da una destra illiberale, che porterà, a breve, l’Italia in perdita, quando termineranno i fondi del PNRR.

Le non è più in Parlamento dal 2018. Alcuni suoi interessi, però, fanno ancora parte della sua vita. Penso all’attività antimafia, che, dopo essere stata Presidente della Commissione Antimafia, la caratterizza ancora

Da quando ho lasciato la politica, non ho più nessun incarico, che so, in qualche consiglio di amministrazione : credo di essere uno dei pochi ex politici ad aver preso questa scelta. Nella mia vita politica, ho dato tanto e ricevuto di più. Ho accettato solo la presidenza del comitato per i cento anni di Don Milani, perché il suo messaggio è di una attualità straordinaria, come quello di Don Mazzolari. Do una mano a Don Ciotti, un altro ‘eretico irregolare’, come quelli di cui abbiamo parlato prima, stando, però-come dire- in panchina.

Trump e Rubio vogliono i dati dei governi europei sui crimini commessi dai migranti (e chiedono alle ambasciate Usa di raccoglierli)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Giovedì scorso, il 21 novembre, il dipartimento di Stato americano ha inviato un cabloalle sue ambasciate e consolati in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, chiedendo loro di iniziare a “raccogliere dati su crimini legati ai migranti e agli abusi dei diritti umani facilitati da persone con background migratorio”. Ieri un funzionario del dipartimento di Stato – sotto anonimato – ne ha parlato in un briefing con un gruppo di giornalisti tra cui noi del Corriere. Lo stesso 21 novembre, sul profilo social del dipartimento di Stato su X, era apparso il seguente messaggio: “Le migrazioni di massa costituiscono una minaccia esistenzialealla civiltà occidentale e minano la stabilità degli alleati-chiave americani”.

La vostra corrispondente del Corriere ha chiesto se ci sia stata una collaborazione con il governo Meloni in Italia: il funzionario ha risposto che “l’amministraazione Trump ha una grandissima opinione della premier Meloni e in particolare del fatto che sia pornta a chiamare le migrazioni di massa per quello che sono”. Gli americani comunque non hanno coinvolto preventivamente gli altri governi, prima di inviare il cablo. “La speranza è che attraverso questo cablo incoraggeremo il dialogo. E abbiamo indicato alle nostre ambasciate di contattare i governi per comunicare le nostre preoccupazioni e la nostra disponibilità ad individuare alcuni casi di cui magari non hanno mai sentito parlare, senza alcuna colpa perché sono molto impegnati”.

I dati racconti da ambasciate e consolati Usa andranno nel rapporto sui diritti umani del dipartimento di Stato, che in passato era concentrato su minoranze, donne e comunità Lgbtq. Ma non è questa l’unica finalità della raccolta di queste informazioni: l’obiettivo è anche quello di sottolineare che le migrazioni di massa sono un problema di diritti umani. Non si tratta solo di immigrazioneillegale. “Le migrazioni di massa sono una preoccupazione in sé stesse, anche e sappiamo ovviamente che ci sono brave persone… l’America ha una storia di gente fantastica arrivata legalmente e assimilata nella cultura americana”.

L’Italia, continua il funzionario, è uno di “un paio di governiin Europa che hanno avuto il grande coraggio di contrastare la narrazione prevalente, le bugie dell’apertura radicale dei confini, e la premier Mleoni è una di questi insieme al premier Orbane ad alcuni  nostri amici in Polonia”. “Sappiamo che l’Italia sta iniziando a fare passi concreti per affrontare da sola la crisi delle migrazioni – ci dice ancora il funzionario- . E siamo pronti, desiderosi e capaci di appoggiare i nostri amici in Italia e nei Paesi europei che vogliono agire. Uno dei punti indicati nel cablo era di far sì che i governi in vari Paesi sappiano che siamo davvero preoccupati per il Patto per la migrazione e l’asilo della Ue, in particolare per la questione della sovranità: avete una istituzione a Bruxelles che determina le politiche di immigrazione per gli Stati sovrani, che è un problema in sé, ma c’è anche la possibilità che questo patto possa esacerbare le preoccupazioni attuali legate alle migrazioni di massa. In Italia però siamo grati alla premier Meloni e programmiamo di lavorare con lei quanto più possibile, per aiutarla a realizzare i suoi obiettivi sull’immigrazione”. 

I dati sulle violazioni dei diritti umani che il governo americano vuole raccogliere in Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda includono le violenze e aggressioni sessuali “particolarmente contro donne e ragazze da parte di persone con un background migratorioe di origini islamiche estremiste”. Il funzionario ha aggiunto: “Vediamo casi di traffico di esseri umani, attacchi antisemiti e anti-cristiani, in gran parte per mano di persone con background islamico radicale”. E ha aggiunto che c’è un problema di alloggi: “I grossi flussi migratori spesso hanno un impatto sui alloggi che vengono comprati dai governi per collocarvi i migranti. E questo ovviamente può causare lo spostamento delle persone o la degradazione del valore della proprietà per i cittadini di quei Paesi”.

Ma non si tratta solo di osservare. Venerdì, in un messaggio social condiviso da Marco Rubio, il dipartimento di Stato diceva di “chiedere ai governi azioni coraggiose per difendere i cittadini dalla minaccia delle migrazioni di massa”. Il presidente Trump è stato critico delle politiche europee sull’immigrazione e il vicepresidente J.D. Vance a Monaco all’inizio di quest’anno ha accusato le democrazie europee per le loro politiche sui migranti e sulla libertà di espressione.  “Vediamo i paesi in Europa e in Occidente come i nostri più grandi alleati – ci spiega il funzionario del dipartimento di Stato – ma allo stesso tempo questa amministrazione non ha paura di criticarli quando vediamo problemi seri e quando nutriamo preccupazioni serie. E’ così che si fa quando hai un rapporto stretto”. E aggiunge: “C’è una direttiva nel cablo che spinge a interagire direttamente con i governi per trasmettere idee e preoccupazioni, che è qualcosa che i governi fanno continuamente l’uno con l’altro, ma anche per indicare che siamo pronti ad aiutare. In parte si tratta di raccogliere dati che i governi possono fornire sul fenomeno della criminalità.Queste statistiche non vengono rese pubbliche, quindi speriamo che siano state registrate dai governi nel passato, e forse il nostro coinvolgimento può spingerli a raccoglierli. O forse lo fanno già e quindi parte del lavoro sarò cooperare con loro”. 

VISTO DA BRUXELLES 

La lettura degli Stati Uniti del Patto per la migrazione e l’asilo come di una serie di leggi imposte da Bruxelles non è corretta. Né è corretta l’immagine di un’Unione europea invasa dai migranti. Secondo i dati preliminari di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, gli ingressi irregolari in Ue sono diminuiti del 22% nei primi dieci mesi del 2025, attestandosi a 152.000. Il Mediterraneo centrale è rimasto però la rotta più trafficata, registrando quest’anno due ingressi irregolari su cinque in Ue. La Libia è il punto debole: rimane il principale punto di partenza, rappresenta il 90% di tutti gli arrivi su questa rotta. Mentre sono calate le partenze dall’Africa occidentale e che passano dai Balcani occidentali a dal confine terrestre orientale. Gli ingressi irregolari sulla rotta del Mediterraneo occidentale sono invece aumentati del 27%. Le nazionalità più frequentemente segnalate sono bengalese, egiziana e afghana.

Come in ogni processo legislativo europeo, la Commissione propone delle norme che poi vengono modificate dagli Stati membri nel negoziato con il Parlamento. Il risultato finale è quello che gli Stati hanno accettato. Ad esempio le regole sulla migrazione proposte dalla Commissione Juncker nel 2018 non sono mai state approvate perché i Paesi Ue non si sono mai messi d’accordo sul loro contenuto. Il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo è stato approvato a maggioranza qualificata come prevedono i Trattati per questa materia ed entrerà in vigore a giugno 2026. Gli Stati si stanno preparando. L’Italia è tra i Paesi che hanno votato a favore del nuovo Patto, mentre Ungheria e Polonia hanno votato contro, ribadendo che non intendono applicarlo. Le nuove regole prevedono un meccanismo di solidarietà per andare incontro ai Paesi che stanno vivendo una pressione migratoria di un «livello sproporzionato».

Il report della Commissione pubblicato l’11 novembre scorso ha riconosciuto questo status a Italia, Grecia, Cipro e Spagna. Questi Paesi possono chiedere di accedere al nuovo strumento di solidarietà previsto dal Patto quando entrerà in vigore.  Gli Stati potranno scegliere tra il ricollocamento (sempre facoltativo), un contributo finanziario compensativo oppure un sostegno alternativo, attraverso ad esempio la fornitura di personale per gestire le operazioni di frontiera. Tuttavia anche i Paesi destinatari dei movimenti secondari sono stati riconosciuti «a rischio di pressione migratoria»: Belgio, Bulgaria, Germania, Estonia, Irlanda, Francia, Croazia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Finlandia. Dunque potranno far valere questa condizione quando dovranno calcolare la solidarietà da offrire e potranno scomputare l’accoglienza che già offrono. In più avranno accesso prioritario agli strumenti di solidarietà.

C’è poi una terza categoria che riguarda i Paesi che si trovano ad affrontare «una situazione migratoria significativa» a causa delle pressioni degli ultimi cinque anni: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Austria e Polonia che potranno chiedere di essere esentati dal contributo di solidarietà. Nessuna categoria speciale invece per Ungheria, Romania, Danimarca, Portogallo, Lussemburgo e Malta. La Commissione ha anche presentato il primo «pool di solidarietà» con i numeri dell’aiuto che gli Stati membri negozieranno in seno al Consiglio: base di partenza un minimo di 30 mila ricollocamenti o 600 milioni di euro di contributi (20 mila euro per ogni migrante non accettato). Per l’Olanda, ad esempio, pagare 20 mila euro a migrante è molto più conveniente che sostenere il costo dell’accoglienza, che all’anno è di oltre 33 mila euro (91 euro al giorno) a migrante in caso di trattamento regolare, che sale a circa 67 mila euro in caso di appoggio a strutture d’emergenza come hotel (184 euro al giorno).  Non sarà facile il negoziato tra gli Stati, tanto più che i partiti populisti nazionali fanno campagna contro il Patto come l’AfD in Germania, il Rassemblement national in Francia, la Lega in Italia, il Pis in Polonia o Fidesz (il partito di Orbán) in Ungheria. Tutti partiti che vengono elogiati dal movimento Maga. (Il funzionario del dipartimento di Stato ha dichiarato comunque che non c’è stato alcun coordinamento con alcun partito). 

È anche vero però che la sensibilità in Europa nei confronti della migrazione irregolare è cambiata. Ora le «soluzioni innovative» di cui ha iniziato a parlare l’Italia con il modello Albania non sono più un tabù. E le colazioni sull’immigrazione organizzate da Italia e Danimarca prima dei vertici Ue sono sempre più affollate, adesso contano una ventina di partecipanti: l’obiettivo è trovare soluzioni europee nella gestione dell’immigrazione irregolare concentrandosi sulla dimensione esterna, attraverso accordi di rimpatrio e partnership economiche con i Paesi terzi. Più di recente è stato sdoganata anche l’espressione «deportazione» per i migranti di Paesi terzi che non hanno diritto all’asilo in Europa. La commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Šuica, croata del Ppe, in un intervento pubblico ha detto che «chi è arrivato in Europa illegalmente dovrebbe andarsene, dovrebbe essere deportato, giusto per essere chiari» e ha argomentato che va fatta «una netta distinzione tra migrazione legale e illegale»: «Stiamo lavorando al regolamento sui rimpatri — ha specificato —. Chi è arrivato illegalmente in Europa deve andarsene». L’amministrazione Trump può stare tranquilla.

GRATITUDINE

Il briefing è indicativo di come questa amministrazione vede gli alleati europei. “Ci stanno a cuore i nostri amici in Europa…. Ma per poter avere una alleanza forte, abbiamo bisogno di una cittadinanza forte… E così gi Stati Uniti sono pronti, desiderosi e capaci di porre fine alla piaga delle migrazioni di massa”. Si tratta di un progetto che va al di là dell’Europa, ma “la ragione per cui abbiamo iniziato dall’Europa è che sono i nostri più grandi alleati, Paesi democratici, con cui abbiamo valori condivisi, una eredità occidentale comune, una cultura occidentale comune. L’America in molti modi viene dall’Europa e quindi abbiamo un debito di gratitudine”. 

“Perdiamo un fratello e un vero combattente”. Addio a Loris Rispoli, combattente per la verità sul Moby Prince

La ‘Riflessione Politica’ è sempre stata, e sarà sempre, in prima linea nella battaglia per la verità sulla strage del Moby Prince. Battaglia che ha perso un grande combattente. Riceviamo e  pubblichiamo il comunicato stampa dell’associazione delle vittime.

“Perdiamo un fratello e un vero combattente, che ci ha insegnato come si lotta per la verità e la giustizia”. Così i presidenti delle associazioni dei familiari delle vittime del Moby Prince, Luchino Chessa e Nicola Rosetti, ricordano il compagno di mille battaglie, Loris Rispoli – fondatore e presidente dell’associazione 140 -, morto sabato 22 novembre all’età di 69 anni. Per trent’anni Loris, fino a quando la salute glielo ha consentito, ha lottato per cercare la verità e chiedere giustizia per le vittime – e i loro familiari – di una strage, quella del 10 aprile 1991, rimasta senza colpevoli.

“Loris – hanno aggiunto Chessa e Rosetti – è stato un grande combattente, una Giovanna D’Arco, ma anche purtroppo un Don Chisciotte per il muro di gomma che lui e tutti noi familiari abbiamo trovato nella lotta per la verità. Abbiamo combattuto con lui per tutti questi anni nella speranza di arrivare alla fine della storia. Loris non ci è riuscito; Angelo Chessa, grande combattente come lui, ci ha lasciati a giugno 2022 con la speranza nel cuore di uno squarcio di verità. Senza di loro – hanno proseguito – la nostra famiglia #iosono141 è orfana, ma la resilienza che accomuna i familiari, gli amici e le tantissime persone che ci seguono e ci supportano da anni ci continua a dare la forza di andare avanti per una verità vera e non di comodo”.

Poi la richiesta, unanime e dal cuore: “Chiediamo a tutti i membri della Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage del Moby Prince, a partire dal presidente Pietro Pittalis, di andare avanti con forza e dedicare il lavoro a Loris Rispoli e Angelo Chessa”. Intanto è stata fissata la data dei funerali: la salma sarà trasferita dalla camera mortuaria dell’ospedale alle sale del commiato Svs antistanti il cimitero della Cigna. I funerali si terranno martedì 25 novembre alle 9.30.



Narrazioni mediali e modelli di mascolinità

di Elisa Mandelli, per l’ ‘Aula di Lettere’ Zanichelli

Il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza di genere. Come i media contribuiscono a costruire l’immaginario del maschile? Dalla manosfera alle serie contemporanee, l’articolo indaga le rappresentazioni contemporanee della mascolinità, tra adesione ai modelli dominanti e apertura di nuove possibilità.

Raccontare la violenza di genere non è mai un gesto neutro: le parole, le immagini e la prospettiva adottata contribuiscono a formare lo sguardo collettivo su ciò che accade.

Nel giornalismoil racconto dei femminicidi segue spesso schemi ricorrenti e stereotipati, difficili da scardinare nonostante ne siano stati più volte evidenziati i limiti.

L’attenzione si concentra spesso sui comportamenti, le abitudini o l’abbigliamento della vittima, suggerendo, più o meno implicitamente, che possano spiegare o giustificare la violenza: un processo di “vittimizzazione secondaria”, che colpevolizza chi l’ha subita.

Quando lo sguardo si sposta su chi agisce violenza, l’accento cade invece sulla sua “normalità”: un uomo comune, rispettabile, “insospettabile”. Per cercare di spiegare l’accaduto si invocano il raptus, la gelosia, la perdita di controllo.

Questo linguaggio riduce la violenza a un fatto isolato, eccezionale o patologico, e finisce per nascondere le strutture più profonde che la rendono possibile: il contesto culturale, le forme di relazione e i modelli che definiscono cosa significhi “essere uomini”.

Il tema di come raccontare la violenza di genere è dibattuto da diversi anni: il Manifesto per il rispetto e la parità di genere nell’informazione (noto come Manifesto di Venezia) è un documento deontologico promosso nel 2017 da giornaliste e giornalisti italiani per un’informazione rispettosa e consapevole sul tema della violenza di genere. Impegna i professionisti dei media a usare un linguaggio corretto, evitare stereotipi e sensazionalismo, e a raccontare la realtà dal punto di vista delle vittime, nel rispetto della parità e dei diritti. 

Leggi il Manifesto di Venezia: https://www.fnsi.it/upload/70/70efdf2ec9b086079795c442636b55fb/0d8d3795eb7d18fd322e84ff5070484d.pdf

Definire la mascolinità

Per secoli il maschile è stato considerato il neutro universale: misura implicita di tutto, ma mai oggetto di definizione.

Assunto come norma, non ha dovuto guardarsi né mettersi in discussione. Le donne, al contrario, hanno nominato la propria esperienza e costruito per sé modelli e immaginari alternativi a quelli imposti dalla società. Oggi le ragazze possono contare su molteplici idee rispetto all’essere donna, mentre per i maschi il repertorio resta limitato.

Da alcuni decenni, studiose e studiosi si stanno interrogando sulla costruzione sociale della mascolinità, mettendo in luce come sia vincolata da aspettative culturali che impongono agli uomini di misurarsi con un ideale di forza, successo e autocontrollo che spesso diventa gabbia identitaria, rendendo difficile esprimere fragilità o bisogno di cura.

In una bibliografia che si fa sempre più fitta, rimane centrale il saggio La volontà di cambiare. Mascolinità e amore (2004), in cui la studiosa femminista Bell Hooks spiega come la cultura patriarcale chieda ai ragazzi di reprimere le emozioni e mostrarsi sempre forti, offrendo in cambio il privilegio del dominio ma al prezzo della distanza da parti essenziali di sé. La rabbia rimane l’unica valvola di sfogo concessa: la violenza, nelle sue diverse forme, diventa quindi una componente strutturale delle relazioni.

Per Hooks, il cambiamento passa dal riconoscimento che esistono modi diversi e divergenti di essere uomini. Le narrazioni mediali hanno un ruolo cruciale in questo percorso: da un lato spesso confermano il modello unico della virilità, dall’altro possono aprirsi a raccontare maschilità plurali, insegnando — come scrive hooks — “l’arte del possibile”.


Copenaghen oggi al voto: per la prima volta in 87 anni i socialdemocratici rischiano di perdere il Comune. E’ l’effetto Mamdani?

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La premier danese Mette Frederiksen. Dal 28 giugno 2015 è anche la leader dei Socialdemocratici del suo Paese (foto Afp)

Oggi si terranno le elezioni amministrative in tutti i 98 comuni e 4 regioni danesi. E per la prima volta dal 1938 – quindi in 87 anni – i socialdemocratici rischiano di perdere il Comune di Copenaghen, proprio mentre la premier Mette Frederiksen incassa successi in Europa alla guida della presidenza di turno dell’Ue. A vincere in città non sarebbe però la destra, bensì la sinistra: i cittadini di Copenaghen sembrano non condividere più le politiche moderate per affrontare le problematiche locali né le posizioni dure dei socialdemocratiche sull’immigrazione, quelle che hanno fatto vincere Frederiksen alle elezioni politiche nel 2019 e nel 2022. 

Copenaghen come New York? Il paragone potrebbe essere una forzatura, ma un filo rosso c’è: l’elettorato dei grandi centri urbani si sta spostando a sinistra. Ma lo stesso fenomeno non lo si assiste in provincia.

Il democratico Zohran Mamdani ha vinto a New York promettendo di rendere i prezzi della metropoli più accessibili per le persone che ci vivono e ci lavorano, impegnandosi a far fronte all’emergenza abitativa a New York, «congelando» per quattro anni il prezzo degli affitti, promettendo autobus gratuiti e assistenza all’infanzia universale gratuita per bambini fino ai cinque anni. Mamdani ha promesso di mantenere lo status di New York come «città santuario» per gli immigrati in netto contrasto con il presidente Trump.

Copenaghen non è New York, ma anche qui il costo della vita è molto elevato nonostante il generoso welfare danese. L’housing sociale è uno dei cavalli di battaglia dei socialdemocratici in Europa.
 
«La corsa a sindaco di Copenaghen è importante perché la città spesso detta il tono politico nazionale e la carica ha un peso simbolico e strategico reale — spiega il quotidiano danese Politiken —. La lotta di potere tra Socialdemokratiet, Socialistisk Folkeparti ed Enhedslisten (l’Alleanza rosso-verde, ndr) potrebbe rimodellare gli equilibri della sinistra e influenzare la posizione dei socialdemocratici a livello nazionale». Le elezioni comunali di Copenaghen sono dunque seguite con interesse dai socialisti europei che sembrano smarriti di fronte a un centrodestra che sta conquistando uno a uno i Paesi Ue. Al tavolo del Consiglio europeo, oltre al presidente António Costa, ormai siedono su ventisette solo tre leader socialdemocratici: lo spagnolo Pedro Sánchez, la danese Mette Frederiksen  e il maltese Robert Abela.

Da tempo però Frederiksen è considerata quasi come un corpo estraneo dai socialisti europei per le sue posizioni sull’immigrazione, che l’hanno portata ad allearsi su questo tema con la premier Giorgia Meloni. Al congresso del Partito socialista europeo, che si è tenuto a metà ottobre ad Amsterdam, Frederiksen non si è presentata: un anno fa era stata fischiata. Eppure c’è chi come il premier laburista Keir Starmer si è ispirato al modello danese. Il governo britannico ha proposto una riforma radicale del sistema di immigrazione, che punta a introdurre soggiorni temporanei per i rifugiati, a rivedere le leggi sui diritti umani per contribuire ad aumentare le espulsioni anche delle famiglie con minori, minaccia i paesi di divieti di visto se non accettano il rimpatrio di criminali e immigrati clandestini, contempla la possibilità di confiscare i beni dei richiedenti asilo per contribuire alle spese. Misure che hanno suscitato grandi critiche all’interno del partito laburista.

Una rondine non fa primavera. La presa di New York da parte di un “socialista democratico” non è una cartina di tornasole anche perché la Grande Mela vota sistematicamente a sinistra, a differenza degli Stati che i democratici devono conquistare per avere la maggioranza al Congresso e vincere la presidenza. Ma il segnale che arriva dagli Stati Uniti, con la vittoria delle due governatrici democratiche per la Virginia e il New Jersey, l’ex agente della Cia Abigail Spanberger e l’ex pilota di elicotteri della Marina Mikie Sherrill, è che l’economia resta la chiave per convincere l’elettorato. Le campagne di Spanberger e Sherrill, ma anche di Mamdani, sono state all’insegna della lotta al carovita: affitto, bollette e costo del cibo

Un tema, invece, che in Danimarca e a Copenaghen non è divisivo è quello della transizione verde. In molti Paesi europei il centrodestra e la destra hanno vinto le elezioni promettendo un rallentamento del Green Deal. Il centrosinistra deve fare i conti anche con questo cambio di sensibilità tra gli elettori europei: i ceti meno abbienti si sentono (e sono) più colpiti economicamente dalla transizione in atto, dunque per difenderla vanno trovate le risorse per accompagnarli nella rivoluzione green e le soluzioni per renderla compatibile con l’industria.
 
Elezioni amministrative ed elezioni politiche seguono spesso criteri di scelta diversi nelle menti degli elettori. Ma la crisi dei socialdemocratici negli Stati Uniti come in Europa ha le stesse radici. New York e Copenaghen possono aiutare a far capire alcune delle priorità che non si possono più evitare. Però le risposte all’immigrazione irregolare rischiano di essere ancora un ago della bilancia nelle elezioni nei grandi Paesi come la Francia, l’Italia o la Polonia, che andranno alle urne nel 2027. Lo sono state anche negli Stati Uniti, come sa bene Trump. 

Discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia della “Giornata del Lutto nazionale”

Per l’alto valore morale e la profondità dei contenuti, ‘La Riflessione ‘ reputa un servizio ai lettori la pubblicazione integrale del discorso tenuto al Bundestag, primo italiano della storia, dal presidente Mattarella in occasione degli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale

 Berlino, 16/11/2025

Signor Presidente Federale,

Signora Presidente del Bundestag,

Signor Cancelliere Federale,

Signor Presidente del Bundesrat,

Signor Presidente della Corte Costituzionale,

Signor Presidente del Volksbund,

Signore e Signori Deputati,

Gentili intervenuti,

Siamo in questa Aula solenne per fare memoria dei caduti, delle vittime della guerra e della violenza.

Caduti negli abissi della storia, nelle insidie tese da altri uomini.

La vita delle persone, dei popoli, delle nazioni, è colma di inciampi e di tragedie.

Talvolta per scelte individuali, più spesso per deliberato operare degli altri.

La Prima guerra mondiale lasciò sul terreno almeno 16 milioni di morti, la metà dei quali civili, oltre a venti milioni di feriti e mutilati.

La Seconda guerra mondiale, estesa al fronte del Pacifico, si calcola che abbia visto settanta milioni di morti.

Le vittime, Paese per Paese, sono impressionanti. E va sempre ricordato che non di numeri si tratta ma di persone.

Come è possibile che tutto questo sia potuto accadere e pretenda di ripresentarsi?

Quanti morti occorreranno ancora, prima che si cessi di guardare alla guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati, che se ne faccia uso per l’arbitrio di voler dominare altri popoli?

“Nie wieder”. “Mai più”.

È la espressione adottata nella comunità internazionale per condannare l’olocausto ebraico.

A “Nie wieder” si contrappone “wieder”: “di nuovo”.

A questo assistiamo.

Di nuovo guerra.

Di nuovo razzismo.

Di nuovo grandi disuguaglianze.

Di nuovo violenza.

Di nuovo aggressione.

Oggi, è per me motivo di grande onore essere qui e prendere parte alla Giornata del lutto nazionale tedesco, per commemorare, insieme, le vittime dei conflitti proprio nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale.

I morti che qui ricordiamo, i morti nel mondo a causa della violenza dei conflitti riguardano ciascuno di noi se intendiamo essere considerati esseri umani.

Oggi rivolgiamo il nostro sguardo, il nostro pensiero, alle vittime di quelle tragedie.

Dai militari caduti ai civili, vittime di quella condizione – la guerra – che la Legge Fondamentale tedesca e la Costituzione italiana ripudiano, facendo propria la grande lezione derivante dal tragico secondo conflitto mondiale.

Ci uniamo, in una giornata di memoria e di lutto, perché ricordare la nostra storia comune è esercizio indispensabile nella nostra inesauribile aspirazione alla pace.

Memoria delle atrocità dell’uomo nel passato e dolore profondo per quelle presenti ci obbligano a un esercizio di consapevolezza: la pace non è un traguardo definitivo, bensì il frutto di uno sforzo incessante, fondato sul raggiungimento di valori condivisi e sul riconoscimento della inviolabilità della dignità umana di ogni persona, ovunque.

Da sempre la guerra ambisce a proiettare la sua ombra cupa sull’umanità.

Il Novecento, con lo sviluppo della industrializzazione della morte, ha trasformato la tragedia dei soldati in tragedia dei popoli.

Nei borghi d’Europa e nelle città distrutte dai bombardamenti, nelle campagne devastate, milioni di civili divennero bersagli.

Deportazioni, genocidi, hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale.

Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa.

È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza.

La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà.

Con l’era atomica, un solo gesto può cancellare una città e l’innocenza stessa del mondo.

A tutto questo Theodor Heuss – primo Presidente della Repubblica Federale Tedesca – contrappose il suo “Mut zur Liebe”, “il coraggio di amare” e il progetto di una “democrazia vivente”, ammonendo che: «Non vi è libertà senza umanità, e non vi è pace senza memoria.»

Democrazia vivente. È chiave fondamentale nel rapporto tra principio di autorità e principio di democrazia.

È, infatti, la democrazia che sorregge l’autorità e la legittima. Superando le tentazioni di totalitarismi che pretendono di essere e rappresentare il tutto.

Perché la democrazia parte dal principio di libertà che, a sua volta, si basa sulla universalità dell’uguaglianza tra le persone.

Nel dopoguerra, la nascita delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, hanno acceso la speranza di una pace fondata sul diritto, riaffermando un principio fondamentale: la popolazione civile deve essere protetta in ogni circostanza.

La cronaca successiva – dal Biafra ai Balcani, dal Ruanda alla Siria, fino all’Ucraina, alla Striscia di Gaza, al Sudan  – ci mostra, che la guerra continua a colpire soprattutto chi combattente non è.

Oggi, secondo le Nazioni Unite, oltre il 90% delle vittime dei conflitti è tra i civili. 

Questo non può rimanere ignorato e impunito.

Il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case, la propria terra, non ha precedenti.

Secondo il rapporto reso noto ad aprile dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, questi erano 122 milioni, in aumento di anno in anno.

Anche qui non si tratta di statistiche.

Sono volti, persone in cammino, famiglie cancellate, alle quali viene sottratto il futuro che preparavano.

Il Diritto internazionale umanitario, argine alla disumanità della guerra, è messo in discussione dai fatti.

Ma nessuna “circostanza eccezionale” può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale.

La caduta della distinzione tra civili e combattenti colpisce al cuore lo stesso principio di umanità.  

È l’applicazione sistematica della ignobile pratica della rappresaglia contro gli innocenti.

Colpisce l’ordine internazionale, basato sul principio del rispetto tra i popoli e del riconoscimento dell’orrore della guerra, oggi aggravata dal continuo irrompere di nuove armi.

Signore e Signori Deputati,

questo scenario di dolore, eppure, ha antidoti.

La pace non è frutto di rassegnazione di fronte alle grandi tragedie. Ma di iniziative coraggiose, di persone coraggiose.

In questi decenni tanti attori della comunità internazionale – e tra essi l’Unione Europea – con ostinazione e non senza fatica, hanno perseguito la pace, che si nutre del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Perché, se vuoi la pace, devi costruirla e preservarla.

La cooperazione tra Stati, istituzioni, popoli è la sola misura che può proteggere la dignità umana.

Sono le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, le missioni di pace, le agenzie umanitarie a concorrere alla impegnativa e affascinante fatica della costruzione di una coscienza globale.

Il multilateralismo non è burocrazia, come, invece, asseriscono i prepotenti: è l’utensile che raffredda le divergenze e ne consente soluzione pacifica; è il linguaggio della comune responsabilità.

È la voce che richiama al valore della vita di ogni singola persona, contrapposta all’arroganza di chi vorrebbe far prevalere la logica di una spregiudicata presunta ragion di Stato, dimentica che la sovranità popolare appartiene, appunto ai cittadini. La sovranità è dei cittadini e non appartiene a un Moloch impersonale che pretenda di determinarne i destini.

È uno strumento di difesa che gli abitanti del pianeta possono opporre alla logica della sopraffazione di chi – sentendosi momentaneamente in posizione di vantaggio – si ritiene legittimato a depredare gli altri.

Nuovi “dottor Stranamore” si affacciano all’orizzonte, con la pretesa che si debba “amare la bomba”.

Il Trattato del 1997 che mette al bando gli esperimenti nucleari non ha visto ancora la ratifica da parte di Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Israele, Iran, Egitto, Stati Uniti, mentre la Russia ha ritirato la sua nel 2023. Il rispetto, sin qui, delle prescrizioni che contiene, non attenua la minaccia incombente.

Si odono dichiarazioni di altri Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora.

Tutto questo viene agevolato dal diffondersi, sul piano internazionale, di un linguaggio perentorio, duramente assertivo, che rivendica supremazia.

Porta soltanto a sofferenze e a divisioni rottamare i trattati, le istituzioni edificate per porre riparo a violenze che nelle nostre società nazionali consideriamo reati e censuriamo severamente, comportamenti che taluno pretende che siano legittimi nei rapporti internazionali.

Va ribadito con risolutezza: la sovranità di un popolo non si esprime nel diritto di portare guerra al vicino.

La volontà di avere successo di una nazione non si traduce nel produrre ingiustizia.

La guerra di aggressione è un crimine.

Va riaffermato senza cedimenti, l’insegnamento di Norimberga: “se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura”. Sono parole di Robert Jackson, procuratore di quel Tribunale.

Tocca a noi, tocca anche a noi.

Tocca ai nostri popoli, uniti nella sofferenza della responsabilità dell’ultima guerra mondiale, e capaci oggi di essere uniti nella costruzione di un futuro di pace e di progresso.

Tocca alla Repubblica Federale Tedesca, tocca alla Repubblica Italiana – come a tutti nella comunità internazionale – opporre la forza del diritto alla pretesa preminenza della forza delle armi.

Considero questa giornata anche un invito a riflettere, insieme, sul percorso straordinario che le nostre due Repubbliche hanno compiuto, fianco a fianco, per costruire – in questi ottant’anni – un mondo migliore, partendo dall’Europa.

Per avere raggiunto l’approdo della saggezza nella vita internazionale e dell’autentico coraggio.

Per essere davvero “grandi”.

Perché questo siamo divenuti in questi decenni, abbracciando la causa dell’unità europea.

Abbiamo saputo dar vita a un’area di pace, di libertà, di prosperità, di rispetto dei diritti umani, che non ha precedenti nella storia.

Con la lucidità del coraggio di chi chiedeva di voltare pagina e si adoperava per farlo.

L’Unione Europea, nata dalle rovine della guerra, ha saputo farsi portatrice del multilateralismo al servizio della pace.

È una responsabilità che si accentua oggi. In questa preoccupante congiuntura internazionale.

È un ruolo storico: i precursori perseguirono l’unità quando non esisteva, contro ogni esperienza precedente.

I Paesi europei hanno dimostrato di avere coraggio. I leader europei hanno dimostrato di avere coraggio.

Non lasciamo che, oggi, il sogno europeo – la nostra Unione – venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione.

Questo dovere ci compete. A ogni generazione il suo compito.

Lo dobbiamo ai caduti che oggi ricordiamo.

Lo dobbiamo ai nomi scritti sulle pietre d’inciampo delle nostre città.

Lo dobbiamo al prezioso lavoro di conservazione della memoria del Volksbund.

Lo dobbiamo, infine, ai nostri giovani, che hanno diritto a un mondo sicuro, diverso e migliore di quello di guerra e dopoguerra.

Signor Presidente Federale,

Signore e Signori Deputati,

con questo spirito, mi sento pienamente partecipe della Giornata del lutto nazionale.

Le ferite del passato dell’umanità non possono essere eliminate, ma da esse deriva l’impegno comune per l’avvenire, per un’azione che assuma come misura l’autentica nostra umanità.

La nostra consegna sia: Mai più. Nie wieder.

Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore

di Daniele Madau

Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini, prigioniero da un anno in Venezuela, ha parlato nei giorni scorsi in conferenza stampa. Ha dimostrato, ancora una volta, il suo coraggio, ha denunciato un governo distante, ha provocato tutti invitandoci a immedesimarsi in lei, non ha avuto pudore del suo dolore. È una madre, sola, con solo l’avvocata Ballerini, la stessa di Giulio Regeni, al suo fianco. Sinceramente, non so neanche se abbia un marito. Ci ha chiesto di parlare di Alberto. Lo faremo, a noi non costa nulla. Anzi. Abbiamo un’occasione unica di imparare. Dalla sua figura tragica all’improvviso, senza volerlo. Dalle drammatiche domande che ci nascono dentro quando vediamo il bene ricambiato col male. Dall’idea di un giovane uomo solo, senza colpa, in una prigione di un paese lontano e ostile. Eppure vivo. È come se sentissi il suo cuore, i suoi battiti in me. Come scriveva Szymborska: ‘“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore” . Ascolta, Alberto, come mi batte forte il tuo cuore, perché se io sento il tuo, son sicuro, tu senti il mio, e quello di tutti. Stiamo imparando la dolorosa speranza, l’idea della vita più forte della prigione, l’idea del bene che alla fine apre anche le porte di un carcere. E ci stiamo preparando ad imparare anche la gioia, quando tu sarai libero. Nell’attesa, ascoltiamo, questo battito di cuori, più forti di ogni carcere.

Entrate con noi alla Corte suprema che sta per decidere sui dazi 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Terzo potere: interno della Corte suprema

La scorsa settimana la Corte suprema dominata da giudici conservatori (6 su 9) ha ascoltato per quasi tre ore le argomentazioni delle parti sui dazi di Trump (e ora aspettiamo il verdetto). La vostra inviata dagli Stati Uniti era in quell’Aula della Corte suprema degli Stati Uniti (alla penultima fila laterale, pessima posizione, dove per tre intere ore senti le argomentazioni, ma non puoi vedere in faccia i giudici a meno di non alzarti costantemente e spingerti in avanti sotto lo sguardo vigile degli agenti di sicurezza….). Ecco i nostri brevi appunti: da Washington e da Bruxelles.  

APPUNTI DA WASHINGTON

L’Aula della Corte suprema degli Stati Uniti si trova al primo piano di un edificio in stile neoclassico vicino al Campidoglio di Washington: assomiglia ad un tempio greco, con grandi colonne, e assomiglia anche a un teatro con tende simili a sipari di velluto rosso. Le voci dei giudici risuonano solenni, a ricordare che questo è uno dei tre rami del potere in America. 

Abbiamo assistito all’udienza sui dazi mercoledì scorso. qui ne abbiamo scritto, osservando i dubbi dei giudici, inclusi alcuni conservatori, che fanno pensare che la Corte suprema potrebbe alla fine esprimere un verdetto contro Trump. Se così sarà, si apriranno molti interrogativi: è davvero possibile un rimborso dei dazi pagati finora? Che cosa ne sarà degli accordi negoziati con fatica da molti Paesi, inclusa l’Unione europea? C’è anche chi teme l’instabilità dei mercati. E comunque il presidente Trump potrebbe utilizzare altre norme (come ha fatto per una parte dei dazi  già tuttora in vigore) al posto della  l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) se questa venisse “bocciata” dalla Corte, anche se forse avrebbe una minore flessibilità nell’applicare i dazi (e continuamente cambiarli) sotto altre leggi. Potete trovare tutti i dettagli del caso nell’articolo linkato sopra (e anche qui), ma ci sono un paio di cose che vorrei aggiungere. 

Ne abbiamo parlato con un esperto, Elie Honig, ex vice procuratore, commentatore di questioni giudiziarie il cui volto vi sarà familiare se avete mai guardato la Cnn. E’ anche l’autore del libro appena uscito: “When you come at the King” e l’abbiamo conosciuto in un recente incontro su zoom della “Luncheon Society”. Honig non fa di solito predizioni, ma stavolta ne ha fatta una per noi – anzi ha fatto una serie di predizioni –  (e tra l’altro queste cose ce le ha dette qualche settimana prima dell’udienza alla Corte suprema).  “La mia prima predizione è che avremo un verdetto prima di Capodanno 2026. Penso che la Corte suprema capisca quanto sia importante il tempo  in questo caso”. Honig crede certamente che sia possibile cercare di applicare i dazi con una legge e poi cambiare, nel caso in cui la Corte suprema dice che non è possibile. La stessa cosa è stata fatta dal  predecessore di Trump, Joe Biden, quando ha cercato di “graziare” i debiti contratti dagli studenti per gli studi universitari (cosa molto comune in America). “Prima, ha cercato di farlo attraverso una determinata legge e la Corte suprema ha detto: assolutamente no. Allora ne ha provata un’altra. La Corte suprema non giudica le tue politiche, non dirà a Trump se può o non può applicare i dazi.  La Corte suprema valuta le leggi che vengono usate per giustificare una determinata politica”.

Dunque, tornando alle predizioni di Honig, sono due: 1) che la Corte suprema respingerà i dazi di Trump. 2) Che “segretamente, in qualche modo lui e la sua cerchia sperano che questo sia il risultato. La ragione è che finora i dazi sono stati rifiutati in maniera netta sia dai tribunali distrettuali che dai tribunali d’appello. La ragione non è che i dazi sono giusti o sbagliati o che sono una politica economica disfunzionale. La ragione è che Trump ha usato una legge di emergenza, IEEPA, l’International Economic Emergency Powers Act e il problema è che quella legge non fa alcun riferimento alle tasse (i dazi sono considerati da molti tasse, anche se gli avvocati della Casa Bianca insistono che non lo sono, ndr) ed esiste  una dottrina, chiamata “major question doctrine” che dice che se il Congresso vuole dare al presidente una importante delega su poteri finanziari o militari di competenza del Congresso, il Congresso stesso deve dirlo specificamente e esplicitamente. Questo non si trova da nessuna parte in quella legge. Peraltro, questo è un principio conservatore. Vedrete che Alito, Thomas, Gorsuch (giudici conservatori ndr) abbracciano questo principio. Lo hanno usato contro Joe Biden sui debiti studenteschi. Perciò penso che i giudici respingeranno questo caso”.

La domanda a quel punto sarà: che cosa farà Trump? “Forse non vuole perdere – dice Honig – ma alla fine non sarà un dramma perché ogni problema finanziario che ci sarà nei prossimi tre anni, che si tratti dell’occupazione che per un mese si abbassa o dell’inflazione, sapete che cosa dirà? Bé ragazzi, avrei potuto impedirlo se i tribunali mi avessero consentito di approvare i dazi. L’economia sarebbe incredibile, i posti di lavoro alle stelle, l’inflazione più bassa. Ma è colpa di quegli stupidi giudici”.

P.S. Secondo Honig non c’è il 90% di probabilità ma più del 50% che vada a finire così.  

APPUNTI DA BRUXELLES 

A Bruxelles hanno imparato a reagire con cautela a quanto succede a Washington perché il cielo tende a cambiare molto velocemente, dunque il livello di incertezza resta elevato.

È anche il motivo per cui all’indomani dell’udienza della Corte suprema americana, il portavoce con delega al Trade Olog Gill ha detto che «la Commissione non commenta i procedimenti giudiziari in Paesi terzi, soprattutto quando riguardano questioni interne», rispondendo alla domanda di un giornalista durante al consueto briefing di mezzogiorno. E ha aggiunto che «l’attenzione della Commissione è rivolta all’attuazione dell’impegno espresso nella dichiarazione congiunta Ue-Usa, con l’obiettivo di instaurare relazioni transatlantiche commerciali e di investimento stabili, prevedibili e reciprocamente vantaggiose».

Per il mondo produttivo, dunque, resta l’incertezza sui dazi imposti nel Liberation Day ma non cambia nulla o quasi per quelli settoriali applicati da Trump su acciaio, auto e prodotti farmaceutici, per i quali il presidente Usa ha seguito altre vie legali che non sono quelle al centro del caso della Corte Suprema. Da un lato c’è la convinzione che Trump troverà un’altra base legale per giustificare le tariffe e dall’altro lato resta l’incognita, in caso di bocciatura da parte della Corte, sul futuro dell’accordo Ue-Usa. Ad esempio al momento i dazi sull’automotive sono scesi dal 27,5% (tariffe settoriali) al 15% (accordo Ue-Usa), ma non è chiaro cosa accadrà. Né è chiaro quale sarà l’effetto sul Parlamento europeo che era stato molto critico nei confronti dell’intesa con Washington. Il Parlamento deve approvare quella parte dell’accordo che prevede l’azzeramento dei dazi su centinaia di importazioni industriali e agricole dagli Stati Uniti, contro un dazio di base del 15% sui prodotti dell’Ue.  Di sicuro gli Stati membri non si stanno facendo illusioni. Ormai è chiaro che Trump non è disposto a fare sconti o favori sulle tariffe. Tanto più che, come ha dichiarato ieri il presidente, gli Usa si troverebbero ad affrontare un disastro economico e di sicurezza nazionale, se la Corte Suprema si pronunciasse contro.

Trump ha affermato che la sua amministrazione intende approvare un pagamento di 2 mila dollari ai residenti a basso e medio reddito utilizzando i proventi dai dazi, mentre utilizzerà i proventi rimanenti per ridurre il debito degli Stati Uniti. Abbastanza per far ritenere a Bruxelles che sarà difficile sfuggire alla scure.

La vera ricchezza

di Daniele Madau

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Il gruppo Tesla ha approvato- con oltre il 75% dei voti- la nuova retribuzione del miliardario sudafricano Musk. Il “pacchetto retributivo”, della durata di dieci anni, prevede, al raggiungimento di determinati obiettivi, un compenso di 1000 miliardi in azioni.

La cifra è al di fuori da ogni possibilità di inquadramento per una mente umana, come quando si pensa all’universo e ai miliardi di stelle, pianeti e costellazioni che lo illuminano.

E’ talmente lontana dalla comprensione che smette di essere reale per diventare simbolica. Simbolo di che cosa? Forse dell’ ybris, della superbia, della tracotanza del genere umano che, secondo gli antichi greci- per i quali l’equilibrio era la regola aurea di un’esistenza-  veniva punita dall’ ‘invidia degli dei’, che si manifestava soprattutto quando un essere mortale voleva accumulare eccessive ricchezze.

È vero, Musk ha fondato Tesla e avrebbe forse diritto di sfruttare ogni più piccolo frutto del suo albero. Ma è proprio questo che porta alla superbia, lo sfruttamento. Una volta che hai tutto per vivere al di là di ogni possibile desiderio, a cosa ti serve il resto? È una domanda che ha assillato l’antichità e- ogni tanto- anche i tempi più recenti. San Francesco, Socrate, Diogene il Cinico, Madre Teresa, non hanno avuto dubbi, per loro la ricchezza eccessiva era un male. Per non parlare di Gesù che, per chi crede, rinunciò alla ricchezza più grande, la divinità.

Non si vuol essere così ingenui da poter pensare che Musk possa diventare San Francesco, solo riflettere sulla totale mancanza di equilibrio. Per parlare della nostra Italia, Landini ha proposto una tassa dell’un per cento sui patrimoni di oltre 2 milioni. Frutterebbe 25 miliardi (l’attuale legge di bilancio è di 18) da dedicare a scuola e sanità. Subito si è scatenato- la patrimoniale è un tema scottante- un putiferio politico. Ma l’argomento può anche essere non solo politico, può essere anche di buon senso. E ci si potrebbe chiedere: ma perché il putiferio, lo scontro? Non sarebbe quasi normale che una persona ricca, perché la società glielo ha consentito, contribuisca al benessere di tutti? Peccando di eccessiva ingenuità, potrei anche aggiungere: non sarebbe normale volerlo fare volontariamente? Evidentemente no. Con buona pace dei sapienti indicati prima che cercavano un’altra ricchezza, la vera ricchezza.

Ritratto di un poeta in fiamme

di Andrea Tarabbia per l’ ‘Aula di lettere’ delle Edizioni Zanichelli

Mahmoud Darwish è stato forse il più grande poeta palestinese. Andrea Tarabbia ne delinea un ritratto ricordando il suo contributo umano e letterario.

Mahmoud Darwish

Nel 1948, quando aveva sette anni e non era ancora un poeta, Mahmoud Darwish fu costretto, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare il villaggio di Al-Birwa, dove era nato e viveva, per riparare in Libano.

Era l’epoca della Nakba – l’esodo forzato cui ricorse il popolo palestinese per mettersi in salvo dalla guerra arabo-israeliana, scoppiata in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Un anno più tardi, placatasi la guerra, i Darwish fecero ritorno nell’Alta Galilea, ma del loro villaggio e delle cose che avevano abbandonato fuggendo non c’era più traccia. Trovarono comunque una sistemazione e, in Mahmoud, cominciò a maturare uno strano sentimento, di cui non si parla mai molto, ma che è uno dei motivi chiave del Novecento e, ancora oggi, definisce la situazione di milioni di persone in varie parti del mondo: la sensazione, vale a dire, di essere “in prestito”, ospiti, perlopiù indesiderati, nel luogo dove si è nati, di cui si parla la lingua e nel quale si è trascorsa gran parte della propria vita. La sensazione, insomma, di essere stranieri alla propria terra.

Quando, nel 1973, da poeta ormai famoso, pubblicò la prosa autobiografica Diario di ordinaria tristezza, Darwish dedicò a questo sradicamento un capitolo bellissimo, il secondo: «Che cos’è la patria?» si domanda Darwish all’inizio e, per molte pagine, cerca una risposta che però non c’è: “La carta geografica non è la risposta e il certificato di nascita è cambiato”.

Tutti sappiamo che cos’è l’esilio: è la condizione per cui una persona viene allontanata dal suo paese o dalla terra natale per un periodo che può essere breve o lungo; i motivi di questo allontanamento, che si porta dietro la perdita dei diritti civili, sono sempre riconducibili a questioni politiche: chi lo subisce, normalmente, è un oppositore del regime che è al governo nel suo Paese.

Esiste anche l’esilio volontario: uno decide, suo malgrado, di abbandonare il proprio Paese per fuggire a una guerra, o a una persecuzione contro la sua persona o la sua etnia, o alla violenza e all’isolamento. Esiste però anche una terza forma di esilio, quella che percepisce chi, pur continuando a vivere nella sua terra, vi si sente uno sradicato: è di questo che parlano molte opere di Darwish.

La sua poesia più famosa, scritta nel 1964, si chiama Carta d’identità e comincia così:

«Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate».

E continua così:

«Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba».

Carta d’identità divenne, in Palestina, una specie di inno: tutti i diseredati, gli affamati, i perseguitati la sapevano a memoria e la recitavano nelle manifestazioni.

Darwish divenne un simbolo della resistenza palestinese, ma non si trattava soltanto di una questione di lotta e autodeterminazione. C’era altro: «La storia la scrivono i vincitori, ma è la letteratura a scrivere le storie delle vittime». È una frase di Darwish: egli era convinto che la letteratura fosse non solo una forma di resistenza, ma anche l’unico modo per raccontare al mondo una storia altra.

Attraverso la poesia si può dar voce a chi non ce l’ha e non l’ha mai avuta – i poveri, o coloro che hanno perso la terra, o coloro che sono stati uccisi. Nella letteratura possono rivivere posti e linguaggi che la storia ha spazzato via, gli esiliati possono ancora cantare la loro terra, i morti possono camminare per le vie delle loro città e farci vedere com’era il mondo quando non era questo.

Questo ha fatto Mahmoud Darwish. E, per questo, è stato incarcerato e censurato. È stato per mesi agli arresti domiciliari nella sua casa di Haifa. Nel 1970 se n’è andato dalla Palestina, perché vivere lì era diventato troppo difficile e, forse, pericoloso. Ha vissuto a Mosca, al Cairo e infine a Beirut – l’unico posto dove si è fermato a lungo: «Non ho mai vissuto dieci anni nello stesso posto» scriverà «Non mi era mai capitato di abituarmi all’odore delle verdure, alle grida dei venditori, al vociare dei bar. Qui, invece, è successo».

Solo negli anni Novanta tornerà in Palestina, senza stabilirvisi definitivamente: vivrà infatti tra Ramallah e Amman, in Giordania. In questo periodo, continuerà a produrre una letteratura militante, che ragiona sull’identità negata e sulla storia del suo popolo (che, dice, è «sospesa»).

In Undici pianeti, scritto nel cinquecentenario della scoperta dell’America, il tema della terra e della colonizzazione si fa cosmico, e Darwish va in cerca di altri popoli, vale a dire di popoli che non sono il suo, che sono stati perseguitati: i pellerossa americani, gli andalusi, coloro che sono stati saccheggiati dalle orde mongole. Il mondo si divide in perseguitanti e perseguitati, e la voce di Darwish racconta la storia di questi ultimi.

Ma Darwish non è solo un poeta civile, un uomo a cui è stata tolta la patria e che la rivendica in versi. Se si limitasse a questo, sarebbe uno scrittore tra i tanti, importante per i contenuti di ciò che scrive e per l’afflato civile dei suoi proclami e niente più. Darwish, invece, è un grande scrittore, e uno scrittore non è mai grande per quello che dice, cioè per i contenuti, ma per come lo dice: uno scrittore è grande, insomma, per la forma e per il linguaggio che usa, o che reinventa. Immaginate la Divina commedia, scritta in latino e in una prosa moraleggiante, come migliaia di altre opere ad essa coeve; immaginate di togliere i guizzi linguistici o la cornice della peste e delle dieci giornate al Decamerone: sarebbero quel prodigio che sono?

Ecco, Darwish è un inventore di linguaggi e uno sperimentatore di forme, e la radice di questo suo talento è incredibile: «Ho imparato l’ebraico insieme all’arabo. Vale a dire quattro anni prima di iniziare a studiare l’inglese. (…) Tutta la mia generazione padroneggia l’ebraico. Per noi era una finestra su due mondi. Innanzitutto quello della Bibbia. Un libro essenziale malgrado tutto ciò che abbiamo subito in suo nome. Ho letto anche i Salmi, il Cantico dei Cantici, il Libro dell’Esodo, la Genesi (…). La mia prima lettura di Federico García Lorca fu in ebraico. Lo stesso per Neruda».

Il più grande poeta palestinese, cantore della Resistenza, si è dunque formato anche sulla lingua e i libri dell’Altro, di colui che combatte perché ha colonizzato la sua terra. E non solo: compare, in tutta la sua produzione poetica, la compagna della sua vita, nei versi e nelle prose presentata con il nome di Rita. Pochissimi sanno chi sia stata, pochissimi l’hanno conosciuta: ma Darwish non ha mai nascosto che era un’israeliana, anche lei poetessa. Sentite come la canta:

Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s’inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.

(…)

Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si è distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.

O, ancora, in un’altra poesia in cui non la nomina direttamente:

Con la coppa incastonata d’azzurro
aspettala
vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio,
aspettala
con la pazienza del cavallo sellato,
aspettala
con il buon gusto del principe raffinato e bello
aspettala
con sette cuscini pieni di nuvole leggere,
aspettala
con il foco dell’incenso femminile dappertutto
aspettala
con il profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli,
aspettala.
E non spazientirti.

Sono versi bellissimi, e in un certo senso familiari. Pensate: il miele, la “festa per le mie labbra”, la “coppa incastonata”, le fontane, i profumi. È un immaginario che chi fa poesia conosce bene. Assomiglia al Cantico dei cantici, il momento più carnale, corporeo della Bibbia.

Sosteneva Darwish che la pace, la pace vera, è un dialogo tra due versioni della stessa storia. Tutti hanno, o meglio, devono avere, il diritto di raccontare la loro storia, e di essere ascoltati. L’incontro, o lo scontro, di civiltà, dovrebbe avvenire soltanto attraverso il racconto, il linguaggio:

«Abbiamo un paese che è fatto di parole.

E tu parla».

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