E il vecchio diceva, guardando lontano: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’ uomo e delle stagioni”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
Così Francesco Guccini, in ‘Il vecchio e il bambino’, in cui un bambino, preso per mano dal vecchio, poteva solo immaginare ciò che il vecchio, piangendo, gli raccontava del luogo della sua giovinezza. Versi tra i più poetici per descrivere il passaggio di generazioni, e il ruolo degli adulti nei confronti dei più giovani. Molto bella, molto poetica è anche l’immagine di Julio Velasco cha bacia sulla fronte Alessia Orro: lui, però, non è un vecchio (Non ho nessuna idea di andare in pensione, ho settantatré anni e mi diverto ancora, dixit), lei non è una bambina (a 26 anni, si sta per prendere una pausa dalla nazionale dopo averla trascinata in tutti questi anni; nel frattempo ha firmato per il Fenerbahce). Lui è il commissario tecnico della nazionale di pallavolo italiana femminile, che ha appena guidato le azzurre a vincere il Mondiale, dopo aver vinto le Olimpiadi e la Nations League. Lei, del mondiale, è stata giudicata la miglior giocatrice.
Quale figura, allora, sarà stato lui per lei? Semplicemente, oltre al commissario tecnico, l’adulto con più esperienza, che ha spinto perché le ragazze fossero autonome e autorevoli, trasmettendo loro la sua autorevolezza e la sua calma (Queste ragazze andavano solo aiutate a tirare fuori questi valori e ci siamo riusciti. Volevo ragazze autonome ed autorevoli ed ho un gruppo che ha fatto grandissime cose. Se notate, in campo fanno tutto da sole, non mi guardano mai). Che insegnamento per gli adulti di oggi, trasmesso nella bellezza dello sport, come un tempo le medicine si assumevano con il dolce del miele e Lucrezio e Virgilio parlavano dell’amaro degli insegnamenti trasmesso col dolce dei versi poetici.
Forse, prima del bacio sulla fronte, le avrà sussurrato di immaginare i fiori e i colori delle vecchie vittorie, come l’oro delle medaglie, e l’ infinita serie di quelle vittorie, ancora in atto, da non contare più, come le stelle nel cielo o come i baci di Lesbia a Catullo (deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum; dein, cum milia multa fecerīmus, conturbabimus illa, ne sciamus).
E lei, che figura sarà stata per lui? L’allieva destinata a superare il maestro, che possa così dimostragli l’incredibile esattezza ed efficacia dei suoi insegnamenti?L’immagine della bellezza della vita che, nell’avvicendarsi delle generazioni, supera il tempo? Forse quel bacio avrà incarnato quell’attimo in cui – come una farfalla dalla crisalide – ha visto sbocciare tutte le potenzialità di Alessia? Di sicuro, lei ha chinato la testa e porto la fronte, a riconoscere l’autorevolezza; ma poi, in campo, avrà lottato con le altre per far sì che tutti gli sforzi e gli allenamenti non andassero perduti. Per far sì che quella fiaba di Guccini ridiventasse realtà. Una fiaba, per lei, nata in un paese dell’oristanese, Narbolia, così caro e presente anche a chi scrive. Nel Sinis, nella penisola dei giganti di Mont’e Prama, e ora delle gigantesse. Sino a far sventolare i quattro mori tra i sorrisi delle compagne. Se gli adulti hanno l’autorevolezza e l’esperienza, i giovani sono i signori del tempo, sono gli eroi che possono far sì che la fiaba – come impongono le regole del loro genere letterario – abbia il lieto fine che ci faccia sognare. E, ieri, abbiamo sognato.
I giornali hanno parlato di ‘potenza di genere’, per questa squadra femminile. E allora ‘gigantesse’ ci sta bene. Di sicuro, per gli adulti e per i giovani, c’è stata la morale finale e il lieto fine. Le fiabe, le favole, lo sport, non sono roba per bambini ma per tutti noi: e Julio Velasco, Alessia Orro e le altre ragazze, sono stati i nostri eroi e le nostre eroine. I giganti e le gigantesse.
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
Il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente ucraino Zelensky visitano il negozio della Casa Bianca con Trump che mostra loro un cappellino con la scritta “Altri quattro anni” dopo il summit del 18 agosto. In base alla Costituzione, il limite per un presidente è di due mandati di quattro anni e questo per Trump è il secondo (foto diffusa dalla Casa Bianca)
Mai come quest’anno la pausa estiva non è stata una pausa per l’Europa e tanto meno per gli Stati Uniti.
Il presidente Trump ha tenuto accesi i riflettori su dazi,Ucraina e Gaza e l’Unione europea si è trovata direttamente coinvolta pur senza riuscire a essere protagonista. Per usare le parole dell’ex premier Draghi, gli eventi recenti «hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico» all’Unione europea. «Per anni l’Unione europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali — ha osservato l’ex presidente della Bce —. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata».
La foto di von der Leyen accanto a Trump al Turnberry Golf Club del tycoon in Scozia per l’accordo sui dazi, a fine luglio, è il simbolo di una relazione subalterna che ha spazzato via ogni forma di rispetto tra alleati. E poco ha migliorato l’altra foto che resterà negli annali, quella scattata a Washington il 18 agosto, che mostra i leader europei al cospetto del presidente americano per discutere di Ucraina. È la fine di un’era. Gli europei stanno al gioco di Trump e cercano di blandirlo.
In questo scenario di incertezza, l’Ue cerca di mostrarsi unita pur senza esserlo, perché Bruxelles ha la consapevolezza di poter contare solo quando i ventisette Stati membri sono uniti. Trump ha l’effetto di dividere l’Europa. Le forze populiste fanno il tifo per Washington contro gli stessi interessi europei. E all’interno degli stessi Paesi si aprono fratture. Domani il presidente polacco Karol Nawrocki, fresco di elezione, nazionalista del Pis, sarà alla Casa Bianca invitato dal presidente Usa. Una missione che crea tensioni con il premier Tusk.Le posizioni di Nawrocki sull’Ucraina sono ambigue. Il suo veto alla legge per estendere fino a marzo gli aiuti polacchi ai profughi ucraini ha anche bloccato il finanziamento, di 43 milioni di euro, per il sistema Starlink usato da Kiev.
Ieri è scaduto l’ultimatum di Trump a Putin per un bilaterale tra Mosca e Kiev per avviare il dialogo sul processo di pace: o almeno Macron e Zelensky parlano di ultimatum, ma nei giornali americani questa parola è assente. Infatti, il presidente americano ha usato il termine «due settimane» per individuare scadenze così tanto spesso che il significato non è più chiaro. Il 15 agosto ha detto a Fox News che non doveva più pensare alle sanzioni, dopo l’incontro con Putin, ma avrebbe forse dovuto pensarci tra «due o tre settimane o qualcosa del genere». Il 22 agosto ha ripetuto che «entro due settimane» (quindi entro il 5 settembre) prenderà una decisione: e la scelta è tra nuove sanzioni oppure «non fare nulla e dire: è la vostra battaglia».
Per gli europei lo stallo è la prova della cattiva fede di Putin. La presidente von der Leyen in un’intervista al Financial Times ha detto che «Putin non è cambiato, è un predatore», Trump «vuole la pace e Putin non si siede al tavolo delle trattative… Ha un’esperienza negativa con Putin; sempre più Putin non fa quello che dice». La presidente ha sottolineato che «negli ultimi mesi abbiamo avuto diversi incontri in cui è stato ovvio che si può fare affidamento sugli europei» ed «è chiaro che quando diciamo qualcosa, la facciamo». Ma da quanto trapelato dalla Casa Bianca la fiducia di alcuni consiglieri di Trump verso gli europei non è forte: ritengono che «britannici e francesi» sono stati «costruttivi» (secondo fonti del sito Axios) ma che altri Paesi non siano pronti a impegnarsi e dipendano troppo dagli Stati Uniti per l’Ucraina. Alcuni consiglieri danno la colpa del fallimento dei negoziati non a Putin, ma a quei leader europei che continuano ad alimentare le «false speranze» di Zelensky nella possibilità di un accordo che non lo costringa a cedere una parte dei territori del suo Paese.
Gli europei stanno cercando di trovare un accordo sulle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina per consentire al presidente Zelensky di sedersi al tavolo del negoziato con Putin da una posizione più forte. Giovedì a Parigi si riunirà la Coalizione dei volenterosi. Ma i ministri della Difesa e degli Esteri dei Ventisette che venerdì e sabato si sono riuniti a Copenaghen, non sono ancora riusciti a trovare la quadra: alcuni Paesi sono contrari alla possibilità di inviare una missione militare di addestramento dell’Ue sul terreno finché la guerra della Russia è ancora in corso; inoltre, Germania, Italia e Belgio dicono no alla confisca dei 210 miliardi di euro di beni russi congelati da usare per aiutare l’Ucraina (al momento sono utilizzati solo i profitti che generano). Sull’ingresso nell’Ue persiste il veto dell’Ungheria. E sulla volontà dell’Unione di riarmarsi per difendersi dalla Russia permangono i dubbi di alcuni grandi Paesi, a cominciare dalla Spagna (e anche l’Italia nicchia).
Tutte le carte sono nelle mani di Trump perché l’Ue senza gli Stati Uniti non è autosufficiente nella propria difesa e non lo è nemmeno per aiutare l’Ucraina.
Come per altri documenti e discorsi presentati negli ultimi giorni, pubblichiamo il comunicato integrale del patriarcato Greco Ortodosso e Latino di Gerusalemme. Per riflettere sulle grandi tematiche, e i drammi, dell’attualità
Gerusalemme, 26 agosto 2025
“Sui sentieri della giustizia si trova la vita, la sua strada non va mai alla morte” (Proverbi 12,28).
Qualche settimana fa, il governo israeliano ha annunciato la sua decisione di prendere il pieno controllo della città di Gaza. Negli ultimi giorni, i media hanno ripetutamente riferito di una massiccia mobilitazione militare e dei preparativi per un’imminente offensiva. Le stesse notizie indicano che la popolazione della città di Gaza, dove vivono centinaia di migliaia di civili – e dove si trova la nostra comunità cristiana – sarà evacuata e trasferita a sud della Striscia. Al momento della presente dichiarazione, sono già stati emessi ordini di evacuazione per diversi quartieri della città di Gaza. Continuano ad arrivare notizie di pesanti bombardamenti. Si registrano ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell’inizio dell’operazione. Sembra che l’annuncio del governo israeliano secondo cui «si apriranno le porte dell’inferno» stia effettivamente assumendo contorni tragici. L’esperienza delle passate campagne a Gaza, le intenzioni dichiarate dal governo israeliano riguardo all’operazione in corso e le notizie che ci giungono dal terreno dimostrano che l’operazione non è solo una minaccia, ma una realtà che è già in fase di attuazione.
Dallo scoppio della guerra, il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia sono stati un rifugio per centinaia di civili. Tra loro ci sono anziani, donne e bambini. Nel complesso latino ospitiamo da molti anni persone con disabilità, assistite dalle Suore Missionarie della Carità. Come gli altri abitanti della città di Gaza, anche i rifugiati che vivono nella struttura dovranno decidere secondo coscienza cosa fare. Tra coloro che hanno cercato riparo all’interno delle mura dei complessi, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo motivo, i sacerdoti e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi.
Non sappiamo esattamente cosa accadrà sul posto, non solo per la nostra comunità, ma per l’intera popolazione. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo già detto: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Facciamo eco alle parole pronunciate pochi giorni fa da Papa Leone XIV: «Tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato» (Discorso al gruppo di rifugiati delle Chagos, 23.8.2025).
Non è questa la giusta via. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili.
È tempo di porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone. C’è stata abbastanza devastazione, nei territori e nella vita delle persone. Non vi è alcuna ragione che giustifichi tenere dei civili prigionieri o ostaggi in condizioni drammatiche. È ora che le famiglie di tutte le parti in causa, che hanno sofferto a lungo, possano avviare percorsi di guarigione.
Con uguale urgenza, facciamo appello alla comunità internazionale affinché agisca per porre fine a questa guerra insensata e distruttiva, e affinché le persone scomparse e gli ostaggi israeliani possano tornare a casa.
“Sui sentieri della giustizia si trova la vita, la sua strada non va mai alla morte” (Proverbi 12,28). Preghiamo affinché tutti i nostri cuori si convertano, per camminare sui sentieri della giustizia e della vita, per Gaza e per tutta la Terra Santa.
‘La Riflessione’ , dopo quello di Zelensky in occasione del Giorno dell’Indipendenza ucraino, continua a presentare i discorsi integrali dei leaders politici: perché per riflettere è necessario conoscere a fondo le posizioni dei grandi del mondo, che animano le grandi tematiche dell’attualità
Buongiorno a tutti e grazie per questa accoglienza, commovente per me.
Consentitemi di ringraziare e salutare soprattutto il Presidente della Fondazione Meeting, Bernhard Scholz, di rivolgere un ringraziamento speciale a lui, alla grande famiglia del Meeting, non soltanto per l’invito ma per un evento che da quasi mezzo secolo segna un momento fondamentale nel dibattito politico e culturale della Nazione. Voglio salutare i Ministri, i parlamentari, il mio amico Maurizio Lupi, voglio ringraziare le autorità civili, militari e religiose presenti, oltre che il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, a cui va il mio abbraccio.
Per me è un piacere, un onore essere qui con voi oggi, perché sono convinta che quello che accade ogni anno in questi padiglioni sia qualcosa di estremamente prezioso e so bene che cosa significhi organizzare eventi di questo tipo, sono testimone personalmente di quanto lavoro, di quanto sacrificio, di quanta elaborazione, di quanta dedizione richiedano e confesso che ho sempre guardato al Meeting con ammirazione perché è la piazza del dialogo per eccellenza, come dice il titolo stesso dell’incontro.
È stato così anche in anni nei quali la polarizzazione ideologica era più marcata, anche nei anni nei quali era più complicato superare gli steccati per riuscire ad andare al cuore dei problemi reali delle persone, delle famiglie e delle imprese. Leggo ogni volta, negli occhi, nei volti, nelle braccia, dei tantissimi volontari che danno vita a questa manifestazione e che scelgono di dedicare un pezzo della propria estate e non solo per allestire questo evento, una passione che solo chi conosce il senso di appartenenza a una comunità può riconoscere.
Senza i volontari semplicemente non esisterebbe il Meeting e io voglio per questo tributare a tutti loro il mio di applauso. perché sono l’anima stessa di questo luogo, il fuoco che alimenta ogni edizione e sono oggettivamente un vero spettacolo.
“Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Avete scelto per questa edizione questa splendida frase di Thomas Stearns Elliot, un autore a me molto caro, un cristiano, un conservatore, diventato punto di riferimento nella storia della letteratura fino al premio Nobel nel 1948. Nei Cori da “La Rocca” Elliot racconta l’impresa di alcuni operai a cui è assegnato il compito di costruire una nuova chiesa in terra ostile, una delle tante periferie urbane dove la chiesa viene cancellata con un tratto di penna. Gli operai incontrano imprevisti , difficoltà di ogni tipo, ma non si arrendono e alla fine riescono nella loro impresa. Costruire una chiesa in quel deserto, un luogo dove gli uomini sono ridotti a bottiglie vuote, ad alveari senza miele, che vivono forse tranquilli però senza provare né sazietà né disperazione. Un mondo vinto dal nulla, dove non c’è spazio per una tensione spirituale, per un’aspirazione verticale, abitato da individui anestetizzati a cui non interessa altro che trovare un posto per fare un picnic, o smarrirsi con potentissime auto su strade secondarie.
E qui io potrei trovare delle similitudini con Atreju, il ragazzo de “La storia infinita” che lotta contro “il nulla che avanza” e che come si sa ha avuto un ruolo importante nell ‘immaginario della mia formazione culturale, ma il punto è che siamo di fronte a una potente metafora della nostra epoca, un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto, trasformare ognuno di noi in un consumatore perfetto, un vuoto a rendere che può essere riempito da qualsiasi cosa si voglia, individui senza identità, senza memoria, senza appartenenza nazionale, familiare o religiosa, individui in cui i desideri cambiano in continuazione e che quindi non amano più nulla, individui in sostanza nella cui esistenza non c ‘è più nulla per cui valga la pena impegnarsi, costruire o combattere. Gli operai di Elliot fanno una scelta diversa.
Io ho capito l’esortazione che fate a tutti con il titolo di questo Meeting: noi siamo chiamati nei deserti fisici ed esistenziali del nostro tempo a seguire lo stesso cammino di quegli operai e per chi come me ha responsabilità di Governo quell’esortazione comporta molte cose, costruire con mattoni nuovi significa comprendere il tempo nel quale si vive, saper calare in quel tempo il proprio sistema di valori, significa costruire con mattoni che sappiano resistere ai venti di quell’epoca, che sappiano resistere alle sue tempeste, significa saper agire con metodi nuovi, saper saltare le tante, troppe paludi che si trovano sul percorso, soprattutto in Italia, dove le migliori intenzioni vengono spesso frenate da meccanismi bloccati, da processi farraginosi, da rendite di posizione, da preconcetti ideologici.
Il campo nel quale abbiamo dimostrato di voler stare in questi ormai quasi tre anni alla guida della Nazione non è il campo delle ideologie, non è il campo delle utopie, non è il campo di chi pensa che sia possibile modellare la realtà sulla base delle proprie convinzioni. Il campo che abbiamo scelto è il campo del reale, perché come ci ha insegnato Jean Guitton “mille miliardi di idee non valgono una sola persona. Noi dobbiamo amare le persone, è per loro che bisogna vivere e morire”. Questo è il campo nel quale intendiamo giocare, mettendo nelle nostre decisioni quella umanità, quella concretezza che solo chi non perde il contatto con il mondo reale può dimostrare.
In questi quasi tre anni abbiamo provato a portare i nostri “mattoni nuovi”, abbiamo portato mattoni nuovi nella postura internazionale dell’Italia. Voi sapete quante energie io abbia personalmente speso a quella che considero una missione. E quella missione è fare in modo che l’Italia si riappropri del posto che le spetta nel mondo. Forte, fiera. schietta, leale, in una parola: autorevole. E oggi sono fiera che l’Italia venga vista così a livello internazionale, che non venga più considerata la grande malata d’Europa, ma addirittura un modello di stabilità, di serietà di Governo, che gli investitori internazionali ci considerino una Nazione sicura, tanto che ormai i tassi di interesse che paghiamo sul nostro debito sono in linea con quelli che si pagano in una Nazione come la Francia, che le istituzioni comunitarie certifichino che l’Italia è la prima in Europa per l’attuazione del PNRR o che la stampa internazionale, che non è mai stata particolarmente benevola verso di noi, sia portata spesso a considerarci un ‘anomalia positiva.
Potrei ricordare i tanti profeti di sventura che indicavano proprio nella politica estera l’eventuale tallone di Achille di un governo Meloni, ma non mi interessa questo, mi interessa piuttosto che molti di loro abbiano dovuto fare i conti con una realtà diversa e posso solo augurarmi che in cuor loro siano tutti contenti di essersi sbagliati. E spero, e però dobbiamo anche essere onesti, e allora a dire la verità non è merito mio o del Governo se l’Italia è considerata oggi una protagonista. Noi non abbiamo fatto altro che essere consapevoli di quello che rappresentavamo. della grande Nazione che abbiamo l’onore di guidare. Questa consapevolezza è l’unica vera differenza con il passato e questa consapevolezza la portiamo su tutti i tavoli, a partire da quelli relativi alle gravissime crisi internazionali che stiamo vivendo. Finalmente dopo tre anni e mezzo in cui la Russia non ha dato alcun segnale di dialogo, in cui pretendeva banalmente la capitolazione di Kiev, si sono aperti spiragli per un percorso negoziale, spiragli che sono stati resi possibili grazie a un’iniziativa del Presidente degli Stati Uniti, ma ancora di più grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al compatto sostegno che l’Occidente, l ‘Europa e l’Italia hanno garantito, nonostante un ‘opinione pubblica non sempre convinta. In questa opportunità di dialogo verso una pace giusta, per quanto complicata, dobbiamo credere fortemente portando il nostro contributo di idee e di proposte. Noi abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha sempre sostenuto, che la chiave di volta per ogni percorso di pace fosse l’attivazione di robuste garanzie di sicurezza per l’Ucraina. capaci di prevenire nuove guerre, nuove aggressioni, è il punto di partenza, è il presupposto non scontato che è stato stabilito a Washington nel recente incontro tra americani, europei e ucraini. E a proposito di mattoni nuovi, la proposta italiana, basata su un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato, è attualmente la principale sul tavolo. Un possibile contributo alla pace che la nostra Nazione ha fornito e penso che dobbiamo esserne fieri.
Pace con giustizia e sicurezza è anche quella che stiamo perseguendo con i partner europei e occidentali a Gaza. So che avete aperto questa edizione del Meeting con un emozionante incontro tra una donna israeliana, madre di un rapito e una donna palestinese. Noi non abbiamo esitato un solo minuto nel sostenere il diritto alla sicurezza e all’autodifesa di Israele dopo il massacro del 7 ottobre, un orrore che resterà sulla coscienza dei terroristi che da troppo tempo si fanno scudo dei civili a Gaza. Però allo stesso tempo non possiamo tacere ora di fronte a una reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti, arrivando a coinvolgere anche le comunità cristiane che sono da sempre un fattore di equilibrio nella regione e che ora sta mettendo a repentaglio in modo definitivo anche la prospettiva storica della soluzione dei due popoli in due stati. Voglio approfittare di questa occasione anche per dire che condanniamo l’ingiustificabile uccisione di giornalisti a Gaza. Un inaccettabile attacco alla libertà di stampa e a tutti coloro che con coraggio rischiano la vita per raccontare il dramma della guerra. Da Nazione amica di Israele e del popolo ebraico chiediamo a tutte le Nazioni, a tutte le forze politiche di fare ogni pressione possibile su Hamas affinché rilasci gli ostaggi israeliani ancora trattenuti e chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare a Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, di consentire il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia, di partire dalle proposte dei paesi arabi per definire un quadro di stabilità e sicurezza. Però rivendichiamo con orgoglio il ruolo ricoperto dall’Italia in questa crisi, perché siamo la Nazione europea che si è adoperata di più sul fronte umanitario. Ringrazio per questo soprattutto il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Siamo il primo paese non musulmano al mondo per evacuazioni sanitarie da Gaza, perché c’è chi scrive le mozioni e urla gli slogan e c’è chi salva i bambini e io sono fiera di fare parte dei secondi.
Rivendichiamo il ruolo pragmatico, propositivo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e in seno all’Unione europea. Un’Unione europea che sembra sempre più condannata all’irrilevanza geopolitica, incapace di rispondere efficacemente alle sfide di competitività poste dalla Cina e dagli Stati Uniti, come ha giustamente rilevato Mario Draghi qualche giorno fa da questo palco. Ora, io che sono passata dall’essere un’impresentabile per aver collocato il mio partito all’opposizione del Governo Draghi all’essere definita una “draghiana di ferro” mi divertirò domani a leggere i giornali per capire in quale delle due caselle verrò inserita questa volta. Però in realtà non mi interessa questo. Mi interessano invece i temi che sono stati posti. Mi interessa rilevare che molte delle critiche che ho sentito rispetto all’attuale condizione dell’Unione europea le condivido così tanto da averle formulate molto spesso nel corso degli anni, venendo per questo aspramente criticata anche da molti di coloro che oggi si spellano le mani. Ma sapevo che prima o poi tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà, perché questa fase di enormi mutamenti, una fase nella quale sono saltati i paradigmi su cui abbiamo visto costruire l’Unione Europea e democrazie decidenti, autocrazie ciniche ci sfidano ogni giorno, ci offre per paradosso una grande opportunità. Un’opportunità che noi possiamo cogliere solo se l’Unione europea sarà capace di riscoprire la propria anima e le proprie radici. Sì, anche quelle culturali, anche quelle religiose colpevolmente negate anni fa. Banalmente, perché se non sai chi sei, non puoi neanche definire il tuo ruolo nel mondo, la tua missione nella storia. La burocrazia non ci tirerà fuori dalla tempesta. La politica può farlo.
Le regolamentazioni non ci renderanno più forti, le idee possono farlo. Le ideologie cieche non libereranno le nostre società, i valori di riferimento applicati alla realtà che viviamo possono farlo. Però, dobbiamo sapere che tornare protagonisti della storia e del proprio destino non è facile, non è indolore, non è gratis.
Bisogna, ad esempio, essere disposti a pagare il prezzo della propria libertà e della propria indipendenza, dopo che per decenni noi abbiamo appaltato agli Stati Uniti la sicurezza europea, a costo di una inevitabile dipendenza politica. Il mondo politico dal quale provengo ha sempre posto il problema, assumendosi la responsabilità, anche il costo politico in termini di consensi, di sostenere che solo chi è in grado di difendersi da solo è veramente libero nelle scelte che fa.
Abbiamo parlato dell’esigenza di una colonna europea della Nato, di pari forze e dignità rispetto a quella americana, quando questi temi non erano di moda. E consentitemi di dire anche qui che mi fa un po’sorridere che coloro che oggi rivendicano la necessità di emanciparsi dagli Stati Uniti siano gli stessi che da sempre si oppongono a una politica di indipendenza in termini di difesa e sicurezza. Perché, signori, le due cose banalmente non stanno insieme.
Allora, costruire con mattoni nuovi in Europa significa soprattutto ripartire dalla Politica – sono d’accordo anche su questo -, che è visione, passione, conflitto e sintesi, partecipazione e democrazia. Significa ridurre la burocrazia soverchiante, significa sostenere la competitività delle imprese per combattere la desertificazione produttiva. Significa rimettere l’Uomo, e non l’ideologia, al centro della natura. Significa investire sulle proprie filiere per ridurre le troppe dipendenze strategiche che abbiamo. Significa porsi il problema demografico perché, signori, altrimenti, tra non molti decenni, non ci sarà alcuna civiltà europea da difendere.
Significa – come dicevo – costruire un proprio modello di sicurezza, integrato nel sistema di valori e di difesa dell’Occidente. Significa, insomma, delineare un’Europa del pragmatismo e del realismo, andando oltre il dibattito un po’stantio tra più Europa e meno Europa. Perché la vera sfida è un’Europa che faccia meno e che lo faccia meglio, che non soffochi gli Stati nazionali, ma ne rispetti i ruoli e le specificità, che non annulli le identità ma le sublimi in una sintesi virtuosa e più grande. Uniti nella diversità è, del resto, il motto dell’Unione europea e io penso che sia un motto al quale dovremmo tutti ispirarci davvero.
Perché i “nuovi mattoni” sono anche un modo nuovo di vivere identità antiche, culturali, spirituali, religiose. Io non mi sono mai fidata di chi si vergogna della propria identità, però non mi fido neanche di chi non è disposto a viverla in modo nuovo. Eliot diceva che la tradizione va sempre reinventata. Essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi, significa cercare sempre mattoni nuovi per continuare a edificare una casa che non hai iniziato tu. Significa amare le linfe di una storia che altri hanno avviato, desiderare che grazie al tuo contributo quella storia produca frutti sempre più abbondanti.
E la nostra casa, a cui aggiungere mattoni nuovi, è l’Occidente. Non – come ho detto diverse volte – un luogo fisico, ma un sistema di valori nato tra l’incontro tra la filosofia greca, il diritto romano e l’umanismo cristiano. Sintesi che ha fertilizzato il terreno dove è cresciuta la separazione tra Stato e Chiesa, dove gli uomini nascono uguali e liberi, dove la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto.
Questo è quello che siamo. È quello che siamo. Ed è quello che ha permesso alla nostra civiltà di progredire nei secoli e di essere un modello da seguire. E, signori, l’Occidente ha ancora molto da dire, l’Occidente ha ancora molto da dare. Ma serve consapevolezza e serve umiltà, serve sapersi mettere in discussione, serve rispetto per noi stessi, condizione imprescindibile per rispettare anche gli altri. E l’Italia cerca di fare la sua parte anche in questo, per mostrare la strada. Penso che abbiamo portato mattoni nuovi in Africa, creando un modello di cooperazione che rifugge tanto l’approccio paternalistico quanto quello predatorio, costruendo invece partenariati basati sul rispetto reciproco, sulla fiducia, sulla condivisione, cioè sulla capacità di guardarsi negli occhi da pari per trovare insieme gli ambiti nei quali poter fare la differenza e avere benefici reciproci. Perché a differenza di altri attori non abbiamo secondi fini, non ci interessa sfruttare il continente africano per le ricchissime materie prime che possiede, utilizzandole per accrescere il nostro benessere. Ci interessa invece che l’Africa prosperi insieme a noi processando le sue risorse, coltivando i suoi campi, dando lavoro e una prospettiva alle sue energie migliori, potendo contare su governi stabili e società dinamiche. E abbiamo lavorato per realizzare questo approccio, l’abbiamo fatto soprattutto attraverso il Piano Mattei per l’Africa, cioè la strategia che l’Italia porta avanti assieme a diverse Nazioni africane per favorire investimenti di qualità, grandi progetti in campo infrastrutturale, energetico, produttivo e soprattutto di valorizzazione del capitale umano. Perché la formazione e l’educazione sono due costanti dei progetti che abbiamo lanciato, dal grande Centro di formazione e innovazione in ambito agricolo che nascerà in Algeria, fino all’impegno che stiamo portando avanti con la Fondazione ASVI in Costa d’Avorio per raggiungere oltre 800 scuole primarie e circa 200 mila bambini e ragazzi che vivono nei contesti più difficili.
Però quello che vogliamo costruire non è un semplice pacchetto di progetti. È un nuovo patto tra Nazioni libere, che scelgono di cooperare perché credono nei valori della centralità della persona, della dignità del lavoro e della libertà. E sta diventando un modello anche per molti altri Paesi. E sono fiera che quel modello coinvolga le energie migliori della nostra Nazione, in un gioco di squadra che mette insieme tutto il Sistema Italia, il settore privato, la società civile, il Terzo Settore. Ed è la prova che quando l’Italia agisce con visione e concretezza, ma anche unita, riesce a fare la differenza. Abbiamo posato “mattoni nuovi” sul fronte delle migrazioni, contrastando gli arrivi irregolari e ampliando quelli regolari, in una cornice di serietà e rigore come non era mai avvenuto prima. E lo abbiamo fatto perché l’immigrazione regolata e legale può rappresentare una ricchezza per ogni Nazione, ma l’immigrazione illegale e incontrollata è un danno per qualsiasi società.
Anche qui, il punto è che non ci interessa sfruttare la migrazione per avere mano d’opera a basso costo da impiegare nei nostri sistemi produttivi. Ci interessa, invece, combattere le cause profonde che spingono tanti, troppi giovani, a pagare trafficanti senza scrupoli per affrontare viaggi potenzialmente letali alla ricerca di una vita migliore che quasi mai le nostre società riescono a garantire. Ci interessa codificare e difendere il diritto a non dover emigrare, perché è assolutamente vero quello che ci ricorda un grande uomo di Chiesa come il Cardinale Robert Sarah, quando dice che chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili compie, di fatto, un atto egoistico. “Se i giovani lasciano la loro terra e il loro popolo – si chiede Sarah – rincorrendo la promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura, dell’esistenza del Paese che hanno abbandonato?”.
Per questo l’Italia, con questo Governo, ha svolto un ruolo che io considero decisivo anche per cambiare l’approccio europeo nei confronti di questa sfida. Perché se oggi ci si pone come priorità l’attuazione dei partenariati paritari con i Paesi di origine e transito, la difesa dei confini esterni dell’Unione europea, il rafforzamento della politica dei rimpatri, la costruzione di soluzioni innovative, questo lo si deve al nostro coraggio, alla nostra determinazione.
Sono scelte che hanno portato a un duplice risultato, come sapete: abbattere drasticamente gli ingressi irregolari ma, soprattutto, ridurre il numero dei morti e dei dispersi in mare. Ed è questo il risultato che più ci deve rendere orgogliosi, perché non c’è niente di più importante che salvare una vita umana o strapparla agli artigli dei trafficanti di esseri umani. E voglio dire con chiarezza, in apertura di questa stagione, che ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare questo fenomeno con serietà e determinazione sarà rispedito al mittente.
Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano, di garantire la sicurezza dei nostri cittadini, di combattere gli schiavisti del terzo millennio, di salvare vite umane.
Perché quello che vogliamo dimostrare è che la politica può tornare autorevole. Però per farlo devi saper mettere la faccia sulle sfide difficili. È quello che abbiamo fatto, ad esempio, in quei territori della nostra Nazione che erano stati colpevolmente abbandonati dallo Stato e lasciati al degrado e alle mafie. Stiamo ricostruendo con mattoni nuovi, restituendo speranza, riportando la gioia delle cose normali, come un parco per far giocare i bambini, un asilo dove far crescere i figli, un centro dove fare sport, un’Università nella quale valorizzare il talento dei ragazzi. Siamo partiti – come sapete – da Caivano, e in quel territorio abbiamo dimostrato che lo Stato può mantenere la parola data, può rispettare un impegno, può mostrare il suo volto credibile.
Perché, se ci pensate, in fondo è banalmente questo che i cittadini si aspettano dalla politica: il coraggio di sapere affrontare i problemi più complessi anche a costo di fallire, l’ostinata determinazione a servire il bene comune, mettendo sempre al centro le persone e in particolare i bisogni dei più deboli. Perché non c ‘è un altro modo, come ci ha ricordato di recente anche Papa Leone, per rendere la politica “la forma più alta di carità”.
Ma quello che abbiamo fatto a Caivano non è che il punto di partenza di un percorso molto più esteso, che vuole avviare in tutte quelle realtà dove lo Stato aveva preferito indietreggiare piuttosto che rischiare. Ora sono otto i territori dove stiamo concentrando il nostro lavoro, territori nei quali stiamo estendendo il modello che a Caivano ci ha permesso, ad esempio, anche di offrire agli adolescenti alternative vere e concrete alle piazze di spaccio, alla criminalità, alla violenza, all’emarginazione. Certo la sfida abbiamo di fronte è una sfida enorme, nessuno, ovviamente, di noi è tanto arrogante da sostenere che i problemi sono stati risolti, ma è un dato di fatto che questo Governo ha scelto – anche su questo fronte – di non girarsi dall’altra parte, come invece molti altri avevano fatto. Vogliamo ricostruire con i mattoni nuovi della verità, con il coraggio di dire cose banali, che per troppo tempo ideologie irragionevoli hanno tentato di negare. Come che la droga fa schifo, distrugge la vita, ti promette qualcosa che non può darti e mentre lo fa ti riduce a uno schiavo. Ma anche, dall’altra parte, che se cadi nella dipendenza non sei perduto. Che se chiedi aiuto troverai qualcuno disposto a prenderti per mano, a condividere la tua lotta, le tue resistenze, le tue oscurità per costruire insieme un futuro di libertà. Una di quelle realtà è qui vicino, è San Patrignano. Io sarò loro ospite tra poco, ma ce ne sono davvero moltissime.
Messaggi chiari per carità coraggiosi per un tempo come questo, che però sono accompagnati anche dai fatti. Come gli investimenti record sul fronte della prevenzione alla tossicodipendenza – 165 milioni, circa il doppio di quanto disponibile negli anni precedenti -, il sostegno concreto, appunto, a un mondo fatto di comunità, di servizi, di volontari, di operatori, che per troppo tempo ha operato nell’indifferenza delle istituzioni, e non desiderava altro che lo Stato fosse schierato al suo fianco. A quelle realtà voglio confermare che lo Stato al loro fianco oggi c’è. E non importa quanto sia faticoso, perché è una fatica meravigliosa – carica di amore, di speranza e di futuro.
E perché la rassegnazione per noi non è mai stata un’opzione. Non lo è neanche di fronte al processo che a molti sembra ormai ineludibile di glaciazione demografica delle società occidentali. Anche qui, come ho detto molte volte, il declino non è l’unico scenario possibile. Il declino è sempre una scelta. Combattere quel declino è la nostra scelta. E faremo ogni sforzo necessario a ricostruire una società amica della famiglia, amica della natalità, nella quale la genitorialità sia un valore socialmente riconosciuto, protetto e sostenuto.
Nella quale la famiglia torni a essere riconosciuta e valorizzata per il ruolo insostituibile che svolge. Lo dico anche annunciando che una delle priorità sulle quali intendiamo lavorare insieme al Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che ringrazio, è un grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie. Perché senza una casa è difficile costruire una famiglia.
Nonostante la scarsa disponibilità di risorse che avevamo, questo Governo non ha rinunciato a compiere scelte coraggiose, garantendo nel solo 2024 benefici netti per le famiglie per oltre 16 miliardi di euro, aumentando i mesi di congedo parentale retribuito all’80%, rendendo l’asilo nido gratuito per il secondo figlio, solo per citare alcuni provvedimenti, che rendono però il tema della conciliazione vita-lavoro un fatto concreto e non semplicemente uno slogan decantato.
Però dobbiamo dirci anche che tutto questo rischia di essere vano senza un clima culturale nuovo e diverso, che dobbiamo costruire insieme. Cattivi maestri hanno proclamato per decenni che la genitorialità era un concetto arcaico e patriarcale, che andava combattuto e sostituito da valori più moderni, solo che non c’è nulla di moderno nell’affittare l’utero di una donna povera, nel privare per legge un bambino della figura del padre o della madre, nel far passare il messaggio che la genitorialità è nemica dell’affermazione personale o addirittura che i figli non vanno messi al mondo perché inquinano. Solo l’ignoranza può sostenere queste tesi deliranti e con l’ignoranza non si può costruire nessuna modernità.
Il lavoro è una chiave di volta di questa impalcatura. E particolarmente il lavoro delle donne, e mi rende orgogliosa sapere che sotto il mio governo, il primo guidato da una donna, si sia raggiunto il record di occupazione femminile, anche se non sono ancora soddisfatta. Certamente i dati sull’andamento dell’occupazione in Italia dicono che con scelte giuste si può anche qui “costruire con mattoni nuovi”, dando finalmente piena attuazione al primo articolo della nostra Costituzione.
Come sapete, tra pochi giorni, il 7 settembre, la Chiesa proclamerà santo un ragazzo di 24 anni. Quel ragazzo proveniva da una delle famiglie più ricche e importanti della sua città, e chiaramente avrebbe potuto godere della sua condizione privilegiata. Ma non lo ha fatto. Ha scelto invece di mettersi al servizio del prossimo e di chi aveva più bisogno. Quel ragazzo si chiamava Pier Giorgio Frassati, e nella Torino operaia e industriale dei primi decenni del Novecento dedicava le sue energie agli ultimi e ai più poveri. Dava loro anche del denaro, ma su tutto, si dava da fare per procurare loro un lavoro. E quando gli si pose davanti il caso di un padre di famiglia rimasto disoccupato, che non poteva più svolgere mansioni pesanti, allora scelse di donargli in maniera anonima 500 lire per consentirgli di avviare una piccola attività, una gelateria. E quando gli fu chiesto se sperasse di rivedere indietro i suoi soldi, lui rispose: “È bello dare del denaro e del pane; e ancora più bello è dare del lavoro”. Perché è nel lavoro che l’uomo trova la sua piena dignità; è nella realizzazione del lavoro che l’uomo comprende il suo valore. “Un uomo disoccupato”, diceva don Giussani, “soffre un attentato grave alla coscienza di sé stesso. Un uomo conosce sé stesso solo in azione, durante l’azione, mentre è in azione.”.
Per troppo tempo, prima di noi, chi ha governato l’Italia, ha smarrito questi insegnamenti, ha confuso il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, rifugiandosi nell’assistenzialismo pur di non esercitare quel faticoso dovere che è in capo allo Stato e cioè il compito di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia concretamente garantito. Al contrario, noi abbiamo sempre pensato che mentre i sussidi come il reddito di cittadinanza, deresponsabilizzano la società e atrofizzano le persone, la sussidiarietà – cioè la società dovunque possibile, lo Stato quando necessario – mobilitino le persone. Abbiamo sempre pensato che la vera ricchezza di una Nazione e di un popolo risieda nel lavoro. E questa è la visione che abbiamo seguito e declinato in tutte le nostre scelte. Però anche qui, forse in fondo non abbiamo fatto altro che credere nell’Italia, credere nelle sue imprese, nei suoi lavoratori, mettere quelle imprese e quei lavoratori nelle condizioni migliori per liberare il loro potenziale. I dati positivi che stiamo registrando sul fronte dell’occupazione ci incoraggiano a proseguire in questa direzione per consolidare quella traiettoria di crescita che ha permesso in poco più di mille giorni di creare oltre un milione di nuovi posti di lavoro, la gran parte dei quali a tempo indeterminato.
Però ci poniamo un obiettivo altrettanto ambizioso, che è quello di ricostruire su basi nuove la dinamica tra lavoratori e datori di lavoro. Dinamica che, in un tessuto produttivo come il nostro, fatto in gran parte da piccole e medie imprese, non può che essere fondata sulla condivisione e non sullo scontro. Perché io non ho mai conosciuto un solo imprenditore che non considerasse i suoi dipendenti la principale risorsa che aveva a disposizione. E il primo fondamentale “mattone nuovo” che abbiamo cementato insieme alle parti sociali e ai corpi intermedi è stata la legge di iniziativa popolare, storica battaglia della destra, poi promossa dalla Cisl, approvata dal Parlamento, sostenuta dal Governo, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa. Un traguardo che l’Italia aspettava da 80 anni e che è un punto di partenza per declinare una visione autenticamente sussidiaria del lavoro e della produzione.
Abbiamo rimesso al centro il lavoro, ma ci siamo anche occupati di restituire all’Italia quella credibilità di cui aveva bisogno per affrontare un quadro economico, finanziario e internazionale, come si ricordava, tra i più complessi di sempre. È una credibilità riconosciuta dai mercati, dagli investitori, dai risparmiatori, che abbiamo saputo costruire dimostrando sì certo, attenzione ai conti pubblici, però senza rinunciare a destinare risorse record alla sanità, al sostegno delle imprese, al potere d’acquisto dei lavoratori con redditi più bassi, delle famiglie più fragili. Lo abbiamo fatto con il taglio del cuneo fiscale reso strutturale, la detassazione dei premi di produttività e dei fringe benefit, l ‘IRPEF premiale per le imprese che investono e assumono, la decontribuzione, la super deduzione del costo del lavoro, prevista sempre in favore delle imprese che creano occupazione, abbiamo avviato la riforma dell’IRPEF con la riduzione da 4 a 3 aliquote con un intervento che ha un effetto diretto, tangibile, sulle tasche dei lavoratori e dei pensionati, ora è tempo di fare di più. Ora vogliamo concentrare la nostra attenzione sul ceto medio, così da rendere il sistema più equo, più incentivante per chi pruduce reddito e contribuisce allo sviluppo della Nazione. E, allo stesso modo, intendiamo continuare a sostenere le imprese, dove l’obiettivo principale e più ambizioso che mi pongo rimane quello dell’abbassamento strutturale del costo dell’energia che pesa come un macigno sulla competitività italiana.
Eppure, la centralità del lavoro e della persona rimarrebbe un richiamo teorico, se non implicasse anche un impegno serio per l’educazione e la formazione, che è non il mattone nuovo, ma l’architrave stesso su cui è possibile costruire un’Italia protagonista della nuova epoca.
Stiamo lavorando per moltiplicare le opportunità, valorizzare il merito, che è l’unico vero ascensore sociale che abbiamo a disposizione, se accompagnato da uguaglianza nel punto di partenza. Ed è un percorso che abbiamo avviato non solo assicurando maggiori strumenti, risorse, organici al mondo della scuola, dell’università, della ricerca, non solo con la riforma dell’istruzione tecnica e professionale, perché per noi la sfida non è l’alternanza scuola-lavoro, ma semmai una grande alleanza tra scuola e lavoro, ma anche con il coraggio di introdurre piccole grandi rivoluzioni come quella che riguarda le modalità di accesso alla facoltà di medicina.
E se vogliamo avere il coraggio di portare altri mattoni nuovi nel mondo dell’educazione, io penso che non dobbiamo avere timore nel completare il percorso avviato in questi anni e trovare gli strumenti che assicurino alle famiglie, in primis alle famiglie con minori capacità economiche, di esercitare pienamente la libertà educativa sancita dalla Costituzione. L’Italia rimane l’ultima Nazione in Europa senza un’effettiva parità scolastica, e io credo che sia giusto ragionare sulla questione con progressività, con buonsenso, ma soprattutto sgombrando il campo da quei pregiudizi ideologici che per troppo tempo hanno impedito di affrontare seriamente il tema.
Eppure, in tutte queste politiche apparentemente settoriali, insieme alle tante altre che non citerò per ragioni di tempo, devono rientrare in un più ampio progetto di innovazione dell’impalcatura dello Stato, che è quello che gli italiani ci hanno chiesto di attuare dopo decenni di immobilismo e che io penso si debba continuare a perseguire con coraggio, anche di fronte a resistenze che possono sembrare insormontabili ma in realtà non lo sono.
Così andremo avanti con le tre grandi riforme, prima fra tutte quella del Premierato perché riteniamo l’elezione diretta del Capo del Governo la garanzia più solida per la stabilità e la governabilità. La stabilità, lo stiamo vedendo in questi mesi, è uno straordinario fattore di competitività della Nazione. Non solo, l’elezione diretta è anche il modo migliore per affermare la democrazia, per assicurare la piena corrispondenza tra il mandato popolare e il voto dei cittadini da un lato, e la composizione del Governo dall’altro. Vogliamo archiviare una volta per tutte la stagione in cui i cittadini votavano in un modo e poi vedevano formarsi governi di segno diametralmente opposto all’esito elettorale.
Chiaramente, a un potere esecutivo fortemente legittimato sul piano democratico, si deve accompagnare anche un processo di crescente responsabilizzazione dei territori e di chi amministra quei territori. È per questo che andremo avanti anche con la riforma dell’autonomia differenziata, con la riforma di Roma Capitale, avendo sempre cura che queste siano un fattore di stimolo, non certo di svantaggio competitivo per alcuni territori, e andremo avanti sulla riforma della giustizia.
Andremo avanti sulla riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare. Andremo avanti, non per sottomettere il potere giudiziario al potere politico – come dice qualcuno male informato o più spesso in mala fede – ma, al contrario, per rendere la giustizia più efficiente per i cittadini e meno condizionata dalla mala pianta delle correnti politiche e dei pregiudizi ideologici. Per liberarla da politica.
Presidente Scholz, cari amici, costruire con “mattoni nuovi” significa trovare energie e idee nuove. E sono consapevole che queste non vengono necessariamente dai luoghi della politica, ma da esempi nella società che cercano più bene per tutti, e non un bene parziale per pochi. Il Meeting è un luogo che dà voce a tante persone, a tanti giovani, così anticonformisti da preferire l’impegno ai video sui tik tok, a tante opere autenticamente sociali, a tante imprese impegnate a far crescere l’Italia, con generosità e inventiva. È un luogo che esprime una categoria di cui, particolarmente in quest’anno di Giubileo, la speranza, e la voglia di costruire quella speranza, è il tratto distintivo. Io, il Governo, l’Italia, abbiamo un disperato bisogno di quella speranza e di quella voglia costruire quella speranza. Quindi non sono qui a cercare consenso, sono qui a chiedervi una mano, perché senza luoghi di società viva la politica non ce la può fare.
Voi, che siete rimasti fedeli al carisma del vostro fondatore, non avete mai disprezzato la politica. Anzi. Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico.
Don Giussani, in un suo celebre discorso tenuto ad Assago nel 1987, invitava i politici a guardare sempre ai movimenti che dal basso, nella società, esprimono il senso religioso, cioè quella energia sacra del cuore che si evidenzia come desiderio di libertà e di giustizia, come rispetto per la dignità di chiunque, come opere che aiutano le persone a lavorare, unirsi e fare rete. C’è bisogno di questo per reagire, in un tempo stanco e disincantato, ma nel quale la speranza ancora resiste. Quella speranza che non cede, che si radica nella determinazione, che ci spinge a credere, e a combattere, anche quando tutto sembra avversarci.
Quella speranza che Thomas Stearns Eliot veste di poesia, facendo innalzare al cielo, dagli operai, un canto d’amore e di gioia, in un deserto che avrebbe fatto fuggire anche i più temerari. “Costruiremo il principio e la fine della strada. Ne costruiamo il senso: una Chiesa per tutti, e un mestiere per ciascuno. Ognuno al suo lavoro”.
Dunque, ciascuno prenda il suo cemento e i suoi mattoni. Perché è ora di costruire insieme. Grazie.
Pubblichiamo il discorso integrale di Zelensky pronunciato per la ricorrenza dell’indipendenza ucraina: è un documento prezioso per capire lo stato d’animo, le motivazioni e i valori di un popolo che, mentre si difende, sta cercando la pace. Pace è ciò che tutti desideriamo da ormai tre anni e mezzo: una pace che rispetti i diritti umani e internazionali fondamentali, che non premi gli aggressori, che non assegni conquiste ottenute con la forza.
“Cari ucraini! Cari connazionali! Oggi è il Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina.
Mi trovo ora, qui, nel cuore di Kyiv, in Piazza Indipendenza. Ed è proprio qui che si può percepire meglio cosa significhi davvero indipendenza, perché per noi è così importante. E perché Maidan è molto più che la piazza principale del nostro Paese. È un simbolo: un simbolo dell’indipendenza, il suo custode. È il luogo dove la storia si compie sempre, dove nascono l’energia e la forza del nostro popolo nei momenti di minaccia alla nostra indipendenza.
E ora, mentre continua la guerra su vasta scala per l’indipendenza, è proprio qui, sul Maidan, che si possono trovare simboli così potenti. Simboli di come combattiamo, per cosa combattiamo e come superiamo questa guerra.
Questi simboli ci circondano, in questo Monumento all’Indipendenza. Al suo interno ha una struttura in cemento armato e può letteralmente resistere a un uragano. Così come la nostra Ucraina ha resistito alla grande calamità che la Russia ha portato sulla nostra terra.
Qui, al “Chilometro Zero”. Questo è il punto di partenza, da cui vengono segnate le distanze verso le città ucraine. Verso la nostra Donetsk, la nostra Luhansk, la nostra Crimea. E oggi questi indicatori hanno un significato del tutto diverso. Non parlano più solo di chilometri. Ci ricordano che tutto questo è Ucraina. E che la nostra gente è là, e che nessuna distanza può cambiarlo, e nessuna occupazione temporanea può alterarlo. E un giorno, questa distanza tra ucraini sparirà, e saremo di nuovo insieme come un’unica famiglia, un unico Paese. È solo questione di tempo. E l’Ucraina crede di poterlo realizzare: ottenere la pace, la pace su tutta la sua terra. L’Ucraina ne è capace.
Perché l’Ucraina ha carattere. Resistenza granitica, uno sguardo che non si abbassa, mani bruciate dal fuoco e dal tempo, ma forti. Mani che reggono lo scudo e difendono ciò che è loro: la terra, la cultura, la storia millenaria, testimoniata dall’eredità dei fondatori di Kyiv. E difendiamo il nostro futuro, per il quale i nostri eroi hanno dato la vita.
Questi sono nomi che non dimenticheremo mai né tradiremo. Nomi che hanno difeso la nostra indipendenza. Ed è qui, sul Maidan, che gli ucraini spesso salutano per l’ultima volta i propri eroi, sullo scudo. E chiunque sia mai stato a un addio del genere, e chiunque abbia perso qualcuno in questa guerra, porta con sé per sempre un conto personale con la Russia e ha giurato di non dimenticare mai i propri eroi.
L’incarnazione di quel giuramento è questo campo della memoria nazionale – un campo di grande forza, perché in ogni piccola bandiera c’è una storia straordinaria, un’azione, una scelta: una scelta a favore dell’Ucraina, a favore del futuro, precisamente della libertà della pace e della pace della libertà.
Questa è la filosofia che si riflette nella nostra cultura attraverso l’immagine del cosacco Mamai, che ha conquistato la propria libertà e può quindi deporre le armi e prendere in mano la kobza, tenendo però la sciabola accanto, per sicurezza, pur tornando alla vita civile e pacifica. È a questo che aspiriamo tutti. E sappiamo: nessuno ce lo regalerà; può solo essere conquistato.
Ed è esattamente ciò che facciamo da 1278 giorni di questa guerra – la guerra per l’indipendenza. Per ognuno di questi giorni voglio ringraziarvi: il soldato ucraino, il volontario ucraino, il medico, il soccorritore, l’insegnante, i nostri giovani, i nostri genitori, ogni ucraino. Grazie a tutti. Per ciò che abbiamo già sopportato. E per l’Ucraina che stiamo costruendo insieme. Per l’Ucraina che è già diventata. Quella che è diventata adulta il 24 febbraio. Che ha preso in mano il proprio destino e si è armata. Non aveva tempo di esitare, né diritto di avere paura. E ha davvero fermato il secondo esercito al mondo. E continueremo a dirlo. Lo faremo perché distrugge il mito dell’invincibile esercito russo.
Lo abbiamo dimostrato. E continuiamo a dimostrarlo oggi. Ognuno al proprio posto. Ognuno che porta l’indipendenza dentro di sé. Chi difende il nostro diritto a essere ucraini – con il proprio lavoro, le proprie azioni, i propri risultati. Oggi l’indipendenza si forgia sul campo di battaglia.
L’indipendenza protegge i cieli ogni notte. Salva vite negli ospedali. Spegne incendi. Insegna.
L’indipendenza non dorme, lavora giorno e notte nelle imprese della difesa, perché è così importante che i nostri soldati abbiano tutto ciò di cui hanno bisogno, che l’indipendenza abbia tutto ciò di cui ha bisogno per difendersi.
L’indipendenza è al volante, in viaggio verso chi ha bisogno. L’indipendenza combatte sul ring, nelle arene globali e sui palcoscenici dove si esibiscono gli ucraini. È nelle pagine dei libri e nelle parole delle poesie scritte dagli ucraini.
Quando sentiamo ogni giorno il nemico dire: “Non esiste uno Stato, non esiste una nazione”. E quando, ogni giorno, dimostriamo il contrario.
Dimostriamo che gli ucraini esistono – e che gli ucraini rimarranno su questa terra, in questa piazza, dove le nostre future generazioni si troveranno tra cento anni. E tra cento anni, qui celebreranno il Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina.
Così sarà. Sarà così perché l’Ucraina oggi è diversa. L’Ucraina è più forte e ha rispetto di sé. E l’Ucraina non attende gesti di buona volontà, ma ha la propria volontà per realizzare ciò che è necessario per noi.
E quando la Russia vuole prendere la regione di Sumy, le Forze Armate appaiono nella regione di Kursk.
Quando il nemico colpisce le nostre infrastrutture energetiche, cercando di lasciarci senza luce o calore, allora bruciano le sue raffinerie di petrolio.
E nessuno può proibirci tali colpi perché è la giustizia stessa a infliggerli.
Così come quando la Russia ci attacca ogni giorno – le nostre città pacifiche, i nostri ospedali, le nostre scuole, uccidendo i nostri civili, i nostri bambini – riceve in risposta la “Ragnatela”.
E così colpisce la giustizia. Così colpisce l’Ucraina quando i suoi appelli alla pace vengono ignorati.
Quante volte abbiamo proposto un cessate il fuoco? Quante volte abbiamo detto: “Vogliamo silenzio, cerchiamo la pace?”. Ma una pace dignitosa, totale – ed è per questo che contiamo sulla forza dell’intero mondo.
Questa è l’Ucraina di oggi. E un’Ucraina così non sarà mai più costretta, nella sua storia, a subire l’umiliazione che i russi chiamano “compromesso”. Abbiamo bisogno di una pace giusta. Il nostro futuro lo decideremo solo noi. E il mondo lo sa. E il mondo lo rispetta. Rispetta l’Ucraina. Considera l’Ucraina un’eguale.
Un’Ucraina che può, davvero, in un solo giorno, riunire e unire attorno a sé i leader mondiali. Un’Ucraina con la quale gli Stati Uniti – e il mondo intero – vogliono co-produrre droni. Un’Ucraina che ha ristabilito l’unità tra Europa e Stati Uniti e ora ne è il fondamento. Un’Ucraina che regge e sa difendersi.
Ed è per questo che l’Ucraina viene ascoltata, viene presa in considerazione, e l’Ucraina viene rispettata. Il suo posto è al tavolo; non le si dice: “Aspetta fuori dalla porta”. Le si dice: “La decisione spetta solo a te”.
È stata esattamente questa Ucraina che ho avuto l’onore di rappresentare negli Stati Uniti una settimana fa. Oggi, sia gli Stati Uniti che l’Europa concordano: l’Ucraina non ha ancora vinto del tutto, ma di certo non perderà. L’Ucraina ha assicurato la propria indipendenza. L’Ucraina non è una vittima; è una combattente. L’Ucraina non supplica; offre. Alleanza e partenariato. Il miglior esercito d’Europa. Tecnologie avanzate di difesa. Esperienza nella resilienza.
Noi diciamo: “Abbiamo bisogno dell’UE”. E ne abbiamo bisogno. Ma anche l’UE ha bisogno di noi. E tutti lo riconoscono. E così viene vista l’Ucraina – non come un parente povero, ma come un alleato forte.
Nel romanzo ‘I demoni’ di Fëdor Dostoevskij, in una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell’intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d’esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominata dal restante 10%.
Si parla di un romanzo di uno dei più grandi scrittori russi e della storia dell’umanità e, come tale, ad esso si può guardare per decifrare l’attualità, soprattutto quando sgorga dal mondo russo. Trump e Putin, presi singolarmente, hanno tratti da demoni, nella volontà di potenza, nelle ombre della loro persona, negli atteggiamenti e nei tratti politici, volti al dominio. Cosa si saranno detti? Non è dato saperlo con certezza. I diritti della stampa sono stati violati per necessità o per arroganza? Le trame al buio potranno portare luce? Da terra e acqua sporche potrà uscire altro dal fango?
A questo dobbiamo sperare, nella benevolenza del potere al suo stato più ostentato. È un innegabile passo indietro, eseguito calpestando il diritto internazionale e i traguardi raggiunti in termini di democrazia.
L’Europa ci consola, parlando di passi avanti. Speriamo. Spesso, in questo periodo, ricordandomi del ‘Non son mai stato tanto attaccato alla vita’ di Ungaretti, ho pensato: ‘Non sono mai stato tanto attaccato all’Europa ‘.
Però, “Disgustoso, vergognoso e, in fin dei conti, inutile”, così giudica il vertice fra Donald Trump e Vladimir Putin il giornale ucraino Kyiv Independent in un editoriale, ricordando il trattamento con tutti gli onori riservato allo zar in contrasto con l’umiliazione riservata a Volodymyr Zelensky in febbraio alla Casa Bianca. Come dare torto? Potremmo aggiungere il fatto che uno Stato aggredito veda discutere il suo aggressore del proprio futuro.
E non c’entra che lo si reputi sconfitto, pensando che sia giusto che il vincitore detti le condizioni: questo capitava alla Germania nazista nella II guerra mondiale. Ma il nazismo era l’aggressore. Quel nazismo di cui Putin, con grande enfasi, celebra la sconfitta ogni anno. Siamo tornati indietro. Speriamo di non rivedere altri demoni.
In occasione della commemorazione dell’eccidio di S.Anna di Stazzema, riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella , ha rilasciato la seguente dichiarazione il giorno 12 Agosto 2025, a 81 anni dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema per mano delle forze armate tedesche che ancora occupavano il nord Italia nonostante lo sbarco degli alleati in Sicilia e ormai il loro controllo del sud e del centro del nostro Paese. Cosa era accaduto in questo borgo dell’alta Versilia, in Toscana, con una vista impressionante, a 600 metri sul livello del mare, che consentiva di intravedere all’orizzonte l’isola della Corsica? “ Il 12 agosto del 1944 si compì a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema un eccidio tra i più sanguinosi ed efferati della Seconda Guerra Mondiale. Oltre 500 persone- donne,anziani, sfollati, tanti bambini- vennero trucidate senza alcuna pietà e molti dei loro corpi accatastati e bruciati. Uno spaventoso calvario, divenuto simbolo degli orrori delle guerre, della logica di annientamento dei nazisti, delle disonorevoli ed esecrabili complicità fasciste. La Repubblica riconosce in questo luogo di martirio, in questo sacrario civile, una delle sue più profonde radici. Dall’abisso del dolore e della sofferenza la comunità di Stazzema e ,con essa, l’Italia intera, hanno trovato le forze per riscattare la disumanità degli oppressori, per edificare su basi nuove la dignità delle persone, la libertà per tutti, la democrazia, la pace. La memoria è la condizione che tiene unite le generazioni nel progredire dell’identità di un popolo, tiene vigili le coscienze perché violenza, odio, volontà di dominio non abbiano a prevalere. Oggi le guerre tornano a gettare le loro ombre spettrali, con la ferocia che la storia già ci aveva mostrato e che speravamo per sempre dissolta. L’eccidio di Stazzema, la ferita indelebile impressa nella nostra storia, rappresenta un pungolo per richiamare alla responsabilità di respingere la violenza dell’uomo contro l’uomo, per costruire convivenza, rispetto del diritto fra eguali. La centralità della persona umana e il valore della comunità in cui vive sono il lascito esigente di chi ha vissuto gli orrori e lavora per ricostruire”. Alla cerimonia di memoria a Stazzema non era presente nessun rappresentante del Governo( perché?) mentre fu Sandro Pertini il primo Presidente della Repubblica a parteciparvi negli anni ‘80 per confermare che il sangue versato durante la resistenza al nazifascismo era il caposaldo della nostra Costituzione repubblicana che prese vita nel 1948. Dunque anche le 560 vittime fucilate a Stazzema, di cui 130 bambini, hanno aggiunto innocentemente un mattone alla ricostruzione della nostra libertà e della nuova democrazia. Un grande giurista e Padre costituente ci ha lasciato queste parole che si rivelano molto attuali: “ Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. Ancora più commovente è il discorso che Aldo Moro tenne all’Università di Bari nel 1975 per il trentennale della Resistenza: “Cari giovani, non dimenticate i morti e la ragione per la quale morirono; non volgete loro le spalle; non scrollatevi di dosso la sanguinante epopea del riscatto e della redenzione nazionale. Se è vero che ovunque c’è un uomo, là c’è il principio di una comunità; se è vero che dappertutto è la vostra patria, che vi sentite e siete cittadini del mondo; se è vero che il dolore vissuto, ovunque c’è ingiustizia e oppressione, è il vostro dolore, non dimenticate ciò che qui, in questo angolo del mondo, è stato pensato, sperato, fatto, sofferto in nome della libertà. Prendete allora nelle vostre mani il destino del nostro Paese. Fate vostra la storia nazionale. Inseritevi in quel processo che non è indegno di voi, perché è il difficile, agitato, contraddittorio, ma alla fine, creativo processo che vi ha fatto essere quali siete.” Chi scrive è della classe 1947, precisamente l’anno dei lavori della Costituente e i figli e le figlie sono nati tra gli anni ‘75 e ‘90. La mia generazione ha evitato per un soffio il disastro della seconda guerra mondiale durante la quale mio zio Celestino moriva disperso nelle steppe gelate della Russia , mio padre cadeva prigioniero degli Inglesi in Africa mentre mia madre imparava all’Ospedale di Bari il mestiere di ostetrica quando cadevano le bombe degli alleati e rovinavano interi pezzi degli edifici ospedalieri. Faccio parte della prima generazione che non ha conosciuto la guerra in Europa e che sente la responsabilità di trasmettere la memoria alle nuove generazioni. Papa Francesco, prendendo spunto dal libro di Gioele, incoraggiava gli anziani ad essere garanti della memoria e generativi nel consegnare questo testimone ai giovani perché “i vecchi faranno sogni e i giovani avranno visioni”. Ecco dunque il senso delle ricorrenze e delle memorie della nostra storia che si trasformano in lettere alle nuove generazioni perché si ricordino che la libertà, la democrazia e la pace non sono suggestioni di un momento ma al contrario rappresentano valori che meritano di essere custoditi “con amore” in ogni stagione della nostra vita. Tanto più oggi “quando il mondo dorme” mentre si svolgono storie dolorose e disumane in Palestina, in Ucraina e in Africa, nella tomba per migranti del Mediterraneo e a Roma un milione di giovani si presenta al mondo nella veste di missionari di pace. Buon cammino : il mondo ha bisogno di voi proprio adesso perché vi consegna in eredità ogni sorta di Intelligenza Artificiale unitamente ad una lista interminabile di Stupidità Umane che si chiamano guerre e distruzioni inflitte alla Madre Terra. Ricordatevi la raccomandazione di Papa Francesco : Non fatevi rubare la speranza, fate chiasso, fatevi sentire, abbiate il coraggio di essere controcorrente!
Cosa sente una ragazza che ha partecipato al Giubileo dei Giovani, con un milione di coetanei, una volta rientrata a casa? Ci racconta la sua esperienza Sara, nello spazio che, come sempre, ‘La Riflessione’ riserva ai sogni, ai sentimenti, alle vite dei nostri ragazzi
Tor Vergata, sede della Veglia e della messa del Giubileo dei Giovani 2025
Sono Sara Migheli, ho 22 anni, sono cristiana e faccio parte della Gioventù Francescana di Cagliari, un gruppo di giovani che cammina nella fede sull’esempio di San Francesco d’ Assisi. Proprio attraverso questo gruppo sono partita verso Roma per prendere parte al Giubileo dei Giovani che ha occupato le giornate dal 28 Luglio al 3 Agosto con tutta una serie di appuntamenti, in cui hanno spiccato la Penitenziale del venerdì, la Veglia del sabato e la Santa Messa della domenica . Inizialmente quando mi è stato proposto di partecipare ho semplicemente pensato che fosse un’occasione unica e irripetibile e che quindi non potevo non prenderne parte : l’anno giubilare non è come tutti gli altri, sussiste ogni 25 anni ( fatta eccezione casi particolari ) e ciò mi ha fatto pensare che proprio per questa specificità valesse la pena esserci , inoltre pensavo a quanto sarebbe stato bello vivere quelle intense giornate in compagnia degli amici e ‘fratelli’ del mio gruppo ; insomma, ciò che mi ha spinto a partire è qualcosa di davvero banale e umano: tutti hanno desiderio di divertirsi in fondo, di stare insieme ! E provare qualcosa di nuovo è spesse volte collegato ad un animo curioso e giovanile. Ero conscia che sarebbe stato un viaggio tosto e non una vacanza, dal momento che prendere parte a questi grandi eventi richiede un grande spirito di adattamento e resilienza, ma essere lì in compagnia rende tutto più sopportabile e trasforma anche i disagi e le incombenze in avventure da raccontare. Nel momento in cui prendevamo parte agli eventi , avvolti da tutte quelle persone, era impossibile non stupirsi . Anche se l’affaticamento e la stanchezza avevano messo a dura prova i nostri corpi, quell’atmosfera satura di ragazzi , che andavano tutti nella medesima direzione , cantando e ridendo , era in grado di strappare un sorriso. C’era qualcosa che rendeva sopportabile la fatica , credo fosse quel senso di comunità, l’empatia e la vicinanza che potevi scorgere nell’attimo fugace in cui incrociavi gli occhi di qualcun altro … Nella vita di tutti i giorni ci chiudiamo troppo spesso in logiche di auto-conservazione e vediamo l’altro solamente come una fonte di problemi , in questo contesto invece ci sentivamo tutti sulla stessa barca e probabilmente proprio il comune scopo di essere lì a prendere parte al giubileo , ci faceva sentire una certa familiarità con l’altro, che rendeva i sorrisi facili da donare. Sono state giornate veramente difficili: l’assenza di riposo sufficiente e la frenesia tra un appuntamento e l’altro, ci hanno messo a dura prova e infatti non era raro che proprio nei momenti dove eravamo tenuti ad ascoltare , fosse difficile concentrarsi . Ma chi organizzava l’evento lo sapeva e ci anticipava nei nostri bisogni, cercando di venirci incontro in qualche modo con un linguaggio un po’ più giovanile e prendendo in considerazione le nostre fatiche: infatti pur nella totalità caotica dell’esperienza certe parole sono rimaste impresse e hanno brillato dentro al cuore . Personalmente penso al “tutti, Tutti, TUTTI” pronunciato dal cardinal Zuppi giovedì 31 in occasione di un evento riservato ai pellegrini italiani , tenutosi a San Pietro; ho molto a cuore il tema di “Chiesa universale” , che accoglie le diversità e ciò è stato per me come una carezza , mi sono sentita parte di una grande fraternità , ho sentito ravvivarsi il desiderio di essere con il mondo un’unica grande famiglia , in cui tutti hanno un posto , una particolare chiamata , un particolare sogno che è capace di completare un puzzle più grande… Dopo questa cosi grande esperienza, una volta a casa , ho pensato al fatto che la gioia e la letizia provate in quelle giornate fossero la conseguenza dell’apertura del mio cuore verso questo Dio chiamato Padre che è stato eccelso protagonista del nostro giubileo. Per questo dentro di me si è ravvivato il desiderio di sognare , di sperare , di provare cose nuove ! Mi sento meno frenata dalla rassegnazione e dalle difficoltà; stare in mezzo a tutte quelle persone e vivere questi avventurosi e intensi giorni con i miei compagni mi ha in qualche modo spronato a uscire dalle mie personali insicurezze, a concedermi di sperare e sognare … e credo che tutto questo racchiuda il desiderio più grande , celato in ciascuno di noi , di vivere assieme , uniti , in una comunità umana , dove rispetto e amore sono vissuti con le proprie fragilità e unicità , nel desiderio che quella pace possa esserci davvero .
Papa Leone XIV saluta i fedeli all’arrivo a Tor Vergata, 2 agosto 2025 (ANSA/US VATICAN MEDIA)
E’ celebre la scommessa di Pascal sulla fede: la decisione saggia è scommettere sull’esistenza di Dio, in quanto «se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla».
Il milione di giovani presenti – nello scorso fine settimana – al giubileo dei giovani, nel loro slancio giovanile, generoso e senza calcoli, stanno scommettendo.
E già questo è qualcosa di grande: si sono messi in gioco, mentre altri milioni di giovani-nello stesso momento- continuavano a vivere le vacanze con una, anche legittima, spensieratezza propria dell’estate.
Oggettivamente, tra immagini di guerra e distruzione in varie parti del mondo, i nostri occhi hanno potuto ritrovare un po’ di bellezza, in quella marea di visi, magliette, bandiere, lingue accaldate e appassionate, sorridenti e pensose, in canto e in preghiera.
Quanto sarà importante per la loro crescita e la loro vita questa esperienza?Tanto, a prescindere da quali saranno le loro scelte future. Già il vivere, nella precarietà di tende da campeggio, materassini e docce comuni, questa esperienza a fianco di ragazzi provenienti da tutto il mondo, è una ricchezza di apertura, comprensione e condivisione che sarà un tesoro per tutta la vita.
In un periodo, poi, di crisi dell’autorevolezza, il loro andare dietro e ascoltare Leone XIV come un maestro o come, dall’esempio di Giovanni Paolo II in poi, un nonno, fa capire come i giovani si scelgono chi ascoltare, ma ascoltano, una volta riconosciuta l’autorevolezza.
Le parole, poi, che hanno ascoltato, non erano facili, illusorie, superficiali; interrogano, provocano, fanno scavare dentro sé stessi: “Siamo con igiovani di Gaza, dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra”; “Costruite un mondo più umano. L’amicizia può essere la strada per la pace”; “La fragilità è parte della meraviglia che siamo”; “Voi il segno che un mondo diverso è possibile”.
E’ proprio così: la giovinezza è il tempo del desiderio, del sogno e della speranza di tutta l’umanità. L’età adulta e il prosieguo della vita metteranno ostacoli, faranno cadere, gran parte di quei ragazzi lasceranno la Chiesa e i loro movimenti, ma non importa, perché sono un dono per tutto il mondo e, già da questa alba della loro vita, stanno provando a cambiarlo.
E’ un evento unico, che non ha eguali, e va custodito. La Chiesa ha una responsabilità enorme davanti a questi giovani, ma anche tutta la società, tutti noi, che dovremmo farci carico di tutti quei colori, quei cuori, quei volti silenziosi, con gli occhi chiusi, in preghiera.
Si può essere credenti o no, ma credo che si debba capire che non è un’anomalia o un problema se dei ragazzi si incontrano per pregare, stare insieme e divertirsi. In ogni tempo la comunità è lo stile di vita più confacente per l’umanità. Il problema ci sarà una volta rientrati nella quotidianità, di una società incapace a guidarli, a realizzare – con loro- i desideri di tutta l’umanità. In fin dei conti, credenti o no, è questo che vogliamo. Ma il mondo si divide in chi lotta per realizzarlo e in chi no, non in chi è credente e in chi no. Dopo il giubileo del 2000 si è aperto uno dei periodi più duri degli ultimi tempi, con l’apice, dal 2019 in poi, causato da pandemie e guerre, che hanno accompagnato l’umanità sino a questo nuovo anno giubilare. Speriamo non accada lo stesso.
Chissà come sarà Roma adesso, senza il piacevole chiasso dei ragazzi. Sono stato educatore e animatore per anni, e ricordo il silenzio, che sapeva di vuoto, una volta andati via i ragazzi dalle esperienza che si organizzavano.
Ma quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case: a parlare di speranza, di futuro, di responsabilità. A noi il compito di di aiutarli a realizzare quella speranza, e quel futuro.
C’è una Sardegna che brucia, e dove spariscono le spiagge, e c’è una Sardegna dove cadono ‘gocce di splendore’ a spegnere questi incendi.
Certo, solo metaforicamente, o simbolicamente, perché sono le gocce di poesia e canzone d’autore a soffocare i roghi di ignoranza e autodistruzione.
Come un lenitivo su una cicatrice, da Alghero all’Ogliastra (oggi ultima data a Lanusei, ore 21.30), la voce di Faber è tornata a casa e ieri si è posata sulla pianura profumata di mare del Sinis, nella terra dei giganti, nel Parco dei Suoni, che- come i teatri nella Grecia classica- si incastonano, come un gioiello, nel paesaggio, a impreziosirlo.
Ed ecco, allora, in una scaletta da brividi, alcuni dei versi più belli del cantautorato italiano: ‘per consegnare alla morte una goccia di splendore’, di coloro che vanno in ‘direzione ostinata e contraria’; ‘ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso’, dedicato all’anarchia; ‘ ti sveglierai sull’indaco del mattino’, tradotto dal genovese di ‘A cimma’.
A cantarli, nel tour che presenta il meglio di ‘De André canta De André ‘, Cristiano, figlio che sente il dovere di presentare le opere di Fabrizio, come ‘uno che le conosce bene’.
E, in effetti, gli arrangiamenti sono moderni, originali ma fedeli, belli, capaci di ringiovanire una poesia, e rodati.
Il tutto sotto un cielo generoso di stelle, che hanno visto ‘fremere al vento e ai baci’ la nostra pelle. Ad un tratto, incredibilmente vicina, ho visto anche una stella cadente. Agosto, dal concavo cielo sfavillano.
Eppure, uno dei momenti più alti è stato quello di silenzio, dedicato alle vittime palestinesi, insieme a tutti quelli delle guerre cantati dai De André.
In questa liturgia laica, c’è anche uno scambio della pace, a sancire il connubio inscindibile tra poesia e pace, tra cultura e splendore, tra i De André e la Sardegna.