Un pianeta ostile per le prossime generazioni

di Marco Marini


Non so se avete notato che da un po di tempo a questa parte esiste, come dire, un movimento che si oppone al cosiddetto PENSIERO UNICO ed al POLITICAMENTE CORRETTO. Noto però che questo movimento si allarga e allora mi domando, allora state creando un nuovo PENSIERO UNICO ?  E poi eravamo abituati a usare termini che avrebbero dovuto essere rispettosi della sensibilità dei nostri interlocutori. Certo le parole sono meno dannose delle bombe di Trump ma come si diceva un tempo “ LE PAROLE SONO PIETRE”. Secondo la Bibbia Dio creò il mondo con la parola e dalle chiacchiere di un oscuro caporale austriaco in una birraria di Monaco si è arrivati alla Shoah. Una nota avvocatessa divorzista ha affermato che NEGRO (nigger in inglese) deriva dal latino e che per questo si dovrebbe adoperare correntemente. Non so cosa ne pensino i cittadini afro-americani di quest’idea. O come quando ti chiamano SARDIGNOLO al posto di SARDO, molti di noi non gradiscono la parola. Questo preambolo per parlare del fatto che oggi ci schieriamo da una parte o da un’altra come se fossimo tifosi di una squadra sportiva. Ecco giustificato il titolo dell’articolo. Va tutto bene, ma lo considero deleterio quando l’argomento di cui si dibatte riguarda la salute (COVID per esempio) o il cambiamento climatico. Alcuni fautori dell’opposizione al pensiero unico, che oltre ad  presentare trasmissioni televisive, imperversano in rete, youtube e altri social media, affermano, come ha fatto Nicola Porro giornalista di Rete 4 in un suo video, che sul clima si dicono fesserie, non è stato proprio questo il termine usato. Che altri scienziati, che lui ha contattato hanno smentito le ipotesi più catastrofiche. Salvo poi scoprire che solo il 2% di questi luminari affermano che il clima è sempre stato così con cambiamenti periodici nella vita della terra. Mi domando, allora il 98% restante è composto da ignoranti, imbecilli o hanno un interesse personale magari legati economicamente a qualche azienda privata che li foraggia per affermare che il mondo va a rotoli. Siamo nel pieno delle teorie complottistiche in un senso o nell’altro. Che l’uomo cerchi di manipolare la natura non mi sembra cosa strana. Il Messico ha accusato gli Stati Uniti di controllare gli uragani che nascono nella zona caraibica facendoli perdere forza quando transitano negli U.S.A. salvo riprenderla una volta lasciata la Florida o la California. Sarà. Ricordo che anche in Sardegna si cercava di “coltivare” le nuvole appesantendole con cristalli di ioduro d’argento permettendone così la pioggia in una determinata zona. Non se ne fece più nulla. Ora ci si pone la domanda, l’uomo sta veramente mettendo in crisi la Terra o le ondate di calore ed altri fenomeni estremi sempre più frequenti sono semplici fluttuazioni che rientrano nella normalità? La risposta è semplice, il cima variabile segue ritmi molto diversi da quelli del passato geologico. Cioè variazioni climatiche cicliche ci sono sempre state e con picchi ben più alti rispetto alle previsioni per i prossimi cento/duecento anni, ma mai con un’impennata repentina e drammatica come quella registrata negli ultimo cento anni. Questo rende inequivocabile l’impatto diretto o indiretto dell’uomo sul riscaldamento globale. Questo è quello che dicono  i dati scientifici. Il resto sono solo chiacchiere. Chi nega l’influenza dell’uomo sulle variazioni climatiche afferma che la Terra vive cicli di riscaldamento e raffreddamento e quello attuale è solo uno di questi. Questo è vero ma le variazioni non hanno precedenti per intensità e velocità. E come si può dimostrare tutto questo? Gli scienziati analizzano le rocce ed i ghiacci presenti nell’Artide e nell’Antardide perché intrappolano nel loro interno le sostanze chimiche presenti nel suolo e nell’atmosfera (bollicine di aria imprigionate nel ghiaccio). Così apprendiamo che al tempo dell’estinzione dei dinosauri , 65 milioni di anni fa, la temperatura era 6/8 gradi più di oggi ed un ambiente tropicale dominava le terre emerse. A queste variazioni su scala di milioni di anni si aggiungono quelle del ciclo cosiddetto Milankovic, legati ai moti orbitali della terra nell’arco di migliaia di anni, variazione dell’eccentricità dell’orbita, inclinazione asse terrestre, della precessione degli equinozi (fenomeno dovuto alla precessione dell’asse rotatorio terrestre determinata dall’attrazione del Sole e della Luna sul rigonfiamento equatoriale della Terra per cui gli equinozi e i solstizi ruotano nel cielo e cambiano data; durante un periodo di precessione, circa 25.800 anni, essi anticipano di un giorno ogni 71,6 anni; a ciò si deve la variazione della posizione del polo nord celeste e delle costellazioni visibili in un dato luogo) . Questi fenomeni hanno una ciclicità prevalentemente di 41 mila e 100 mila anni e causano alternanza di periodi glaciali e interglaciali (innalzamento delle temperature medie). Si sovrappongono agli effetti delle variazioni i cicli solari con le radiazioni emesse dalla nostra stella, anche questi studiati con carotaggi nel ghiaccio. Altro impatto sul clima viene determinato dalle correnti oceaniche a loro volta influenzate dalle temperature atmosferiche. Infine anche le eruzioni vulcaniche producono anomalie, i cui effetti sono limitati a pochi mesi o anni. Gli scienziati possono affermare che negli ultimi 2 milioni di anni, le variazioni climatiche hanno seguito il ciclo Milankovic. Negli ultimi 800 mila anni si contano 8 cicli ciascuno composto da un ciclo glaciale (raffreddamento globale) e interglaciale (riscaldamento globale). L’ultimo periodo glaciale si è verificato circa 20 mila anni fa con un incremento delle temperature fino al periodo interglaciale  tra 12 e 10 mila anni fa (Olocene). I dati raccolti ci dicono che negli ultimi 8 mila anni il clima è rimasto piuttosto stabile con variazioni limitate che nulla hanno a che vedere con quelle che si osservano da 100 anni a questa parte, quando si rilevano aumenti di 1,2 gradi in coincidenza con l’incremento del CO2 nell’atmosfera a causa delle attività industriali e inquinanti dell’uomo. Eppure c’è un gruppo di persone, tra le quali qualche scienziato e un paio di Nobel che negano le responsabilità dell’uomo sul cambiamento climatico. Ed invitano i governi a non seguire i protocolli di Kyoto del 1997 che chiedono la riduzione delle emissioni di CO2, ed a non ascoltare i “catastrofisti”. Tra i negazionisti, una novantina di italiani provenienti da vari campi di ricerca che però hanno scarsi legami con la scienza del clima (astronomi, fisica delle particelle, sismologi, oncologi, geomeccanici, cardiologi ma anche tecnici, insegnanti e autori web), che a detta dei fautori del cambiamento climatico, avrebbero prodotto 24 articoli in 10 anni sul fenomeno. Dunque nessuna competenza scientifica e una produzione scientifica irrisoria. E li si accusa di avere una grave responsabilità morale. La comunità scientifica ha messo nero su bianco la situazione con l’ IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) dell’ O.N.U. Firmando rapporti ogni 5 anni sulla situazione climatica, rapporti che servono ai politici e governi. Nell’ultimo inviato al nostro governo nel marzo 2023, si dice che i cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo e che nel 2100 le condizioni saranno simili a quelle della Terra 3 milioni di anni fa. Quindi affermare che l’uomo non sia responsabile è solo un’opinione, dicono gli scienziati preoccupati del cambiamento. Ed invitano i negazionisti a produrre articoli in merito. Od organizzare convegni comuni dove dibattere la faccenda. Affermano che l’uomo non scomparirà e il mondo non sarà invivibile ma sarà differente, creando non solo problemi al clima con temperature superiori a 3 o 4 gradi rispetto ad oggi, ma sopratutto sui sistemi sociali, sulla produzione, sull’agricoltura, sull’economia e sui flussi migratori che diventeranno imponenti. Ci saranno più ondate di calore fino a 10 volte più di oggi e periodi di siccità 4 o 5 volte di più per ogni anno e il mare sarà più alto di un metro, sempre che non collassino le calotte polari. Roma sarà come Tripoli, Londra come Barcellona. Fra un po’ saremo 10 miliardi di abitanti e le persone più povere avranno maggiori difficoltà per mancanza di mezzi per affrontare il cambiamento. Già oggi milioni di persone si stanno spostando da zone come il Bangladesh. Per concludere la causa antropica del riscaldamento globale è innegabile , escluso per i negazionisti, l’aumento del CO2 nell’atmosfera segue incremento delle temperature. L’Accordo di Parigi ribadisce che l’aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali si fermerà a due gradi e se non facciamo niente a 5 gradi. Non possiamo tornare indietro ma possiamo ridurre l’incremento oltre i due gradi perché questo condannerebbe le future generazioni a vivere in un pianeta ostile.

Guerra nel vicino Oriente. Riflessioni da uomo della strada

di Marco Marini, studioso di geopolitica mediorientale

Qualche tempo fa il responsabile di questa testata mi chiese di scrivere due righe sulla guerra a Gaza. Non lo feci un po’ per problemi personali e un po’ per la delicatezza dell’argomento che non mi avrebbe permesso di essere equilibrato, come richiede lo spirito del giornale. Ma difronte all’evolversi tragico della vicenda iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas contro Israele, non potevo esimermi da esprimere
il mio pensiero. Innanzitutto siamo stanchi di osservare gli attori di questa situazione che sembrano aver perso il senso umano della realtà, questo non vale solo per Netanyahu o Hamas o Khamanei , ma sopratutto per i comprimari di questa “recita”, perdonate il termine. Europa, Stati Uniti e alcuni paesi Arabi. Mi é stato rimproverato di parlare spesso di questo lembo di terra in termini guerreschi. E’ vero, ma
dai racconti biblici ad oggi non si é sentito parlare d’altro. Nella Bibbia si parla del “Dio degli Eserciti” o della distruzione di Gerico e si arriva fino alle varie guerre del Golfo di fine ‘900. Poi la stanchezza si trasforma in nausea quando ripetiamo le stesse cosa da anni, vi invito a rivedere se vi fa piacere i vari articoli su Vicino e Medio Oriente inseriti in questa testata dal settembre 2021. Ho letto l’appello dell’ OFS
d’Italia inserito nelle nostre pagine e quindi bisogna lasciar perdere gli indugi e dire come la pensiamo su ciò che sta accadendo da quelle… anzi no da queste parti visto che il Mediterraneo é poco più che una bacinella d’acqua in questo mondo. Allora ci si può schierare e in queste circostanze ci si deve schierare ma non a favore del Governo di Netanyahu o di Hamas, ma per le vittime innocenti sopratutto bambini e
vecchi e tutte le persone indifese che vivono in quest’area. Di Netanyahu sappiamo che la Corte Suprema israeliana attende di processarlo per vari reati oltre all’accusa di corruzione. Qualche cinico osservatore ritiene che il primo ministro stia allungando la guerra a Gaza anche per sfuggire al giudizio della propria
gente. Di Hamas, forse più deleterio per i palestinesi stessi che per gli avversari israeliani, sarebbe facile definirli GRUPPO TERRORISTICO visto che Israele adotta, a mio avviso, gli stessi metodi. Il movimento é vero che sta perdendo consensi tra la stessa popolazione e l’attacco del 7 ottobre 2023 contro
Israele è, sempre secondo il mio parere, una mossa politica e militare calcolata , le cui conseguenze sono sotto gli occhi del mondo. L’odio verso Israele é aumentato e l’antisemitismo verso gli ebrei ricomincia a farsi sentire, ammesso e non concesso che si sia mai sopito. Hamas ha i suoi nemici anche all’interno di
quella parte della Palestina che risiede in CISGIORDANIA, ricordo, come scritto tempo fa, che nel 2006 alle elezioni per il Parlamento Unico della Palestina, si verificarono degli assassini verso esponenti politici di ambo le parti perpetrati proprio dai palestinesi. In questo lembo di terra importante per le tre
religioni monoteistiche più importanti al mondo, si vuole colpire proprio quella parte della popolazione più debole, i bambini. Si badi bene anche Israele ha visto come vittime i propri bambini, come nella strage di una scuola elementare a Ma’alot nel 1968 o le piccole vittime del 07/10/2023, questo rafforza il senso di frustrazione e permettetemelo, vittimismo di Israele che pensa solo alla vendetta (70 volte 7, biblico)
ma non sento parole di pace o prospettive in tal senso nell’immediato futuro. Gli israeliani dicono “mi proteggi o mi vendichi allora mi stai bene”, anche se questo non porta tranquillità e pace a quella gente.
Sembrerebbe ci sia da parte di questi attori, quasi la volontà di colpire ciò che é più caro nella cultura e nei sentimenti dei due popoli, sembra una visione, mi ripeto, cinica della realtà, colpire dove fa più male.
A Gaza il più grande “carcere del mondo”, la popolazione palestinese come in altre nazioni del cosiddetto terzo mondo si fanno figli perché rappresentano il futuro e la speranza di questa povera gente. Dall’altra parte Israele, vive una condizione simile ad altri paesi del mondo occidentale, si fanno pochi figli e un numero di vittime, anche se esiguo rispetto ai palestinesi, crea molti “problemi”. Mi permetto di
evidenziare un altro aspetto di questa vicenda che va avanti da 77 anni, quando si cerca di far parlare esponenti ebrei o israeliani che vogliono la pace, questi o non li si fa parlare, come é successo a Cagliari con lo scrittore David Grossman, che tra l’altro ha pero un figlio in Libano nel 1982, o Anna Foa, tra parentesi nipote del professor Michele Giua docente di chimica prima presso l’Università di Sassari e
successivamente al Politecnico di Torino, solo perché cerca di mantenere viva la cultura dell’ebraismo non solo italiano ma anche europeo. O Noam Chomsky, docente di linguistica al M.I.T. molto critico verso la politica estera degli U.S.A. E nei confronti di Israele. O quando in un circolo culturale di Cagliari citai Moni Ovadia, ebreo mitteleuropeo che vive in Italia, attore, scrittore e regista, anche egli
critico verso Israele, mi si disse che lui non era ebreo, solo perché esprimeva il dissenso verso la politica di Israele, e al sottoscritto vennero attribuiti pensieri di antisemitismo, nonostante abbia tenuto incontri nelle scuole o in qualche comune vicino a Cagliari sul tema della Shoah e sull’antisemitismo. Nessun vittimismo da parte mia, ma questo é il clima che si respira. Mi domando dove sono i movimenti pacifisti
in Israele, Peace Now (Shalom Achav, Pace Ora) che scendevano in piazza e hanno costretto Menachem Begin, terrorista dell’Irgun, gruppo terroristico ebraico del 1948 e poi primo ministro a firmare la pace con Egitto, accordi di Camp David nel 1978. Oggi vedo la gente che protesta contro l’attuale primo ministro mi sembra, solo per far liberare gli ostaggi ancora in mano ad Hamas, o almeno a farsi restituire i corpi
delle vittime del 07/10/23. Per carità tutto lecito, ma In questa area forse è troppo poco. Si parla di genocidio sia da parte degli avversari di Israele che dei suoi detrattori, ma la Shoah é stata un’operazione organizzata a livello europeo con la collaborazione di molti governi, e perché i vari movimenti di liberazione palestinesi si sono sempre potuti difendere o attaccare lo stato di Israele, e ripeto Hamas ha scientemente sfidato lo stato Sionista conoscendo bene a quali conseguenze si sarebbe arrivati. Ricordo
che proprio Hamas é stata “favorita” da Israele per minare la credibilità di quella parte di palestinesi che faceva riferimento a Arafat. La cui organizzazione é stata accusata di corruzione non solo dall’occidente ma anche dagli stessi palestinesi in Cisgiordania. Mentre Hamas, magari facendo contrabbando con i vicini, Egitto sopratutto ha costruito scuole, ospedali ed una televisione. Di queste opere non ne rimane in
piedi granchè. A parte il fatto che i vari movimenti palestinesi di cui sopra si sono sfidati indebolendo una unità che politicamente oggi avrebbe il suo peso. Come abbiamo scritto in questi anni, Israele con l’apertura di vari fronti , Libano del Sud, Gaza, Siria, vuole colpire il principale nemico dell’area. Ho detto AREA e non solo Israele cioè l’IRAN. E lo sta attuando per fare un “favore” ad un altro attore “occulto”,
ma neanche troppo, L’Arabia Saudita. Gli sciiti, considerati eretici dalla maggioranza sunnita dell’Islam, sono presenti in Libano del Sud, in Iraq, in Siria, e in Iran. Il Khomeinismo che dura dal 1979 ha fatto e fa paura sopratutto all’Arabia Saudita terra del Profeta Muhammad (Maometto). Non per nulla l’Iraq armato
dall’occidente ha svolto una guerra dal 1980 al 1988, contro l’Iran di Khomeini . Si badi bene che Saddam Hussein leader iracheno dopo questa guerra ha chiesto il conto a molti paesi arabi alcuni dei quali si sono rifiutati di “aiutarlo”, tra i quali il Kuwait. Ops ! cosa é successo proprio nel 1988, l’Iraq si é annesso il Kuwait e i suoi giacimenti di petrolio. Allora il democratico Occidente si é inventato che Saddam Hussein
aveva strumenti di distruzione di massa una falsità dimostrata dalla storia ed é intervenuto. Tanto é che Saddam ha finito i suoi giorni sul capestro. Così come é successo a Gheddafi in Libia, altro amico dell’occidente, o a Assad in Siria, anche se questo ultimo é ancora vivo. Mi sembra che anche in questa occasione si accusi l’IRAN di minacce poco credibili da parte dell’occidente. Il Presidente dell AIEA ha
dichiarato di non aver mai affermato che l’Iran stesse producendo la bomba atomica. Valerio Rossi Albertini, fisico e divulgatore scientifico del CNR ha spiegato che il processo di arricchimento dell’uranio 235, non é facile da realizzare, ma lungo e con attrezzature che forse l’IRAN non ha. Basta questo per organizzare una guerra tra occidente e Iran ? Tornando a Israele, questa nazione ha, da tempo, sviluppato
attacchi cibernetici contro le centrali nucleari iraniane. Centrali costruite dallo Shah Rezha Palhavi non da Khomeini. E’ vero che l’Iran ha disdetto gli accordi internazionali sul nucleare, creando preoccupazione all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e negli Stati Uniti, ma é pur vero che i paesi
arabi sanno benissimo che il petrolio sta per finire e non potrà essere usato come merce di scambio nelle economie mondiali. Quindi cercano alternative energetiche. E mi si permetta un’altra osservazione, paesi come India, Sud Africa, Pakistan e tutti gli altri paesi occidentali hanno un deterrente nucleare, compreso Israele. Così come la Russia la Cina e la Corea del Nord. Ora se volessi adoperare una bomba atomica non
la produrrei da solo ma la chiederei a qualche “amico”. Attenzione le bombe moderne non sono come quelle lanciate sopra Nagasaki o Hiroshima, é vero che possono pesare sa 4 o 6 tonnellate ma anche da 23 Kg. (cosiddetta a zaino). Con questo non giustifico l’Iran che non segue le regole delle organizzazioni internazionali, che tra parentesi non sono per nulla indipendenti, ma da qui a farsi una bomba casalinga il
passo non é breve. E comunque l’Iran é sempre sotto stretta sorveglianza da parte del mondo. Viene dipinto come IL MALE perchè obbliga le donne a uscire col Burka o l’Hijab o il Chador. Sarà, la morte di Masha Ahmini ha dimostrato che il regime usa ancora un sistema teocratico (la polizia morale) che limita delle libertà, che sarebbe impensabili applicare in occidente. Ma cosa sappiamo di questo MALE? A
Cagliari vivono studenti iraniani alcuni ben integrati nel nostro contesto sociale, molti professionisti in campo medico, se si parla con loro si capisce che ai giovani iraniani non interessa particolarmente il dettame delle regole islamiche, a cui vivendo lì, si devono adeguare. Quello che interessa loro a quanto ne sappiamo é poter lasciare le proprie case e farsi una famiglia propria senza dover dipendere economicamente dalla proprie famiglie d’origine. Non mi sembra tanto rivoluzionario o islamico. Non lo
possono fare perché questa nazione come tante altre nel mondo subiscono le sanzioni da parte dei GIUSTI nel mondo, sopratutto degli occidentali, democratici e spaventati da un integralismo che é presente anche in Europa da parte di certe frange estreme deluse da un mondo, occidentale appunto, e che vedono nelle
loro radici islamiche un significato alla loro vita. Poi non tutti si radicalizzano. Ma chi vive nelle periferie di Parigi o in Belgio non accettano serenamente la loro occidentalizzazione. Poi permettetemi un’altra riflessione già evidenziata un un altro scritto, abbiamo riconsegnato ai talebani, che vuol dire studenti,
l’Afganistan, con le loro regole tribali secolari. Quindi come risultato del nostro intervento “democratico” cosa abbiamo ottenuto? Giudicate voi. Lo stesso vale per il centro Africa nella zona Sahariana dove l’ex Colonizzatrice Francia ha abbandonato nazioni come Mali, Niger etc ai regimi totalitari islamici.
Attenzione l’ISIS (Stato Islamico di Siria e Iraq) non é stato sconfitto. E poi cosa vogliamo insegnare noi occidentali in tema di libertà individuali o della condizione femminile, femminicidi, uxoricidi e infanticidi. La nausea continua quando i telegiornali elencano statisticamente il numero delle vittime a Gaza come in Israele o in Iran, dove imperversano gli esperti di strategie di guerra felici di essere
intervistati, che parlano di queste guerre come se stessero spiegando le regole del RISIKO. O quelli come Antonio Caprarica ex inviato RAI in Gran Bretagna che spiegava quali sono stati i risultati dell’intervento occidentale in nord Africa e nel vicino oriente, lasciando il caos in quelle zone e accusato da Mario Sechi, ex direttore AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) ex Capo Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio
(Meloni) ed attualmente direttore responsabile del quotidiano Libero, di fare ragionamenti che hanno portato alla ascesa del nazismo perchè non si é intervenuti in tempo per fermare le dittature. Quindi secondo lui noi democratici occidentali dobbiamo far fuori i dittatori comunque. Ma questo a favore di chi? Dei popoli che vivono queste dittature o a favore nostro che non facciamo dei buoni affari in queste
zone ? Trump ha agito come nessun presidente degli Stati Uniti ha mai fatto prima. Ne Reagan ne Bush padre e figlio che non erano certo delle colombe, ma in genere i Repubblicani si sono interessati più di politica interna che estera e in genere facevano finire le guerre iniziate magari dai Democratici U.S.A. Una su tutte Il Vietnam iniziato da Kennedy (democratico) e finita con Nixon (repubblicano). Dopo l’attacco di Trump all’Iran si tira un sospiro di sollievo perchè le centrali nucleari iraniane non hanno rilasciato prodotti radioattivi. Meno male vero? Nessuno dice che il mondo non era d’accordo su questo intervento ed anche nel governo U.S.A. Qualcuno era contrario, vedasi le dichiarazioni di Vance vicepresidente che auspicava di non essere coinvolti in questa guerra. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna già dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023 con i loro mezzi navali schierati nel Mediterraneo e nel Golfo Persico hanno cercato di intercettare i missili che provenivano dallo Yemen (Huthi, gruppo armato sciita sostenuto dall’Iran) o dal Libano meridionale (hezbollah, altro gruppo sciita). Di fatto quindi l’occidente è già intervenuto in questo conflitto. Mi sfugge lo scopo di tutto questo, l’ho ammetto, anche perchè al BRIC (raggruppamento economico dei paesi emergenti Brasile, Russia, India e Cina si è aggiunto nel 2024 il Sudafrica (ora si chiama BRICS), Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, lo stesso Iran e l’Indonesia. Quindi l’asse economico mondiale si è spostato verso l’Asia. Alcune note, l’India è il paese più popolato al mondo, anche più della Cina e l’Indonesia è il paese più islamico al mondo con oltre 600 milioni di fedeli ad Allah e Maometto. Cioè quasi quanto U.S.A. ed Europa messi insieme. Mi hanno riferito e devo verificare un’affermazione di un politico italiano che avrebbe detto che non si può discutere di un qualcosa che non esiste, riferito alla Palestina. Ma allora le decisioni dell’ONU del 1948 non contano ? Ma c’é un altro punto che abbiamo evidenziato più volte. Alla fine della Prima Guerra Mondiale allo smantellamento dell’Impero Ottomano si pensava ad uno Stato Ebraico ed uno Palestinese nel vicino Oriente. Ma nessuno ricorda che si era deciso di creare una Patria anche per i Curdi presenti ora in Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia, Azerbaigian, e Afghanistan quindi sul più grande giacimento petrolifero del mondo. Pensate che otterranno mai la loro indipendenza stabilita più di un secolo fa? Diceva Willy Brandt, cancelliere della Germania Ovest, “ Finché esiste la fame, la pace non può prevalere”. Allora non voglio che qualcuno decida per me in queste circostanze così tragiche e violente. San Francesco si fece “pellegrino in Terra Santa per offrire pace in luogo della spada “. Meditiamo Gente, meditiamo.

‘Europe Matters’. Il summit Nato dell’Aia: l’Europa sarà pronta a farsi carico della propria difesa?

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York

 Il segretario generale della Nato Mark Rutte mentre il personale gli mostra la sala dove verrà scattata la foto ufficiale del vertice Nato al World Forum il 23 giugno 2025 all’Aia (Getty Images)

Oggi si apre il vertice Nato all’Aia. Apparentemente può sembrare un summit in tono minore perché rispetto alle edizioni degli anni passati ci sarà un’unica sessione di due ore e mezza (così da programma ma è probabile che durerà di più viste le questioni sul tavolo) con i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica e si svolgerà domattina. La scelta del segretario generale Mark Rutte, al suo primo vertice, non è casuale: l’obiettivo è ridurre le occasioni di frizione se non di scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Già al G7 in Canada Trump se n’è andato un giorno prima. E al vertice del 2018 minacciò di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato. Meglio cercare di evitare i colpi di scena visto che i motivi di tensione con gli alleati sono numerosi: si va dalla guerra commerciale globale scatenata da Washington al sostegno all’Ucraina, passando dal nuovo conflitto in Iran. 

Ci sono sensibilità diverse all’interno della Nato sul conflitto tra Israele e l’Iran, ora con il coinvolgimento anche degli Stati Uniti. Per Rutte l’attacco degli Usa ai reattori nucleari iraniani «non costituisce una violazione del diritto internazionale». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è schierato con l’Iran. La Germania continua a difendere Israele. I Baltici vedono nell’Iran un alleato della Russia nella guerra in Ucraina. Francia, Germania e Regno Unito, ma anche l’Italia, cercano di tenere i canali diplomatici aperti cin Teheran.

Secondo diversi osservatori questo vertice Nato sarà probabilmente uno degli incontri più significativi nella storia dell’Alleanza perché affronterà la questione di quanto gli europei siano disposti a investire nella propria sicurezza e per quanto tempo e fino a che punto gli Stati Uniti rimarranno impegnati nella Nato. È dai tempi di Obama che gli Usa chiedono agli europei maggiori investimenti in difesa. Il target del 2% era stato deciso nel 2014 durante il summit in Galles in risposta all’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e nel contesto di una più ampia instabilità in Medio Oriente. L’impegno prevedeva di raggiungere il target entro il 2024 ma solo quest’anno i Paesi ci riusciranno e alcuni lo supereranno. 

La nuova intesa raggiunta tra i Paesi dell’Alleanza che sarà siglata domani dai leader prevede che entro il 2035 i Paesi della Nato dovrebbero spendere per la difesa il 5% del Pil, passando dal 2% al 3,5% per le la difesa classica, a cui va aggiunto un 1,5% per le infrastrutture, come l’adattamento di strade e ponti per i veicoli militari, e la sicurezza informatica. È inoltre prevista una revisione dell’obiettivo nel 2029. Non è stato un accordo facile. Il presidente Trump ha imposto il target e il segretario generale Rutte ha trovato la formula del 3,5%+1,5% per rendere il 5% digeribile ai membri. Ma anche così non sono mancati problemi.

Giovedì la Spagna in una lettera aveva definito «irrazionale» il nuovo target bloccando la dichiarazione finale del vertice che per essere adottata richiede l’unanimità. La mediazione del segretario generale Mark Rutte con il premier spagnolo Pedro Sánchez ha portato a una svolta sabato sera. Una formula sufficientemente ambigua, con lievi modifiche alla dichiarazione finale, ha consentito a Madrid di accettare il testo senza rischiare la tenuta del governo. La dichiarazione emendata è stata distribuita domenica ai Paesi membri dell’Alleanza. L’ultima bozza, approvata alle 17.30 — spiegano fonti Nato — dice che i «Paesi alleati si impegnano» (al posto di «noi ci impegniamo», che avrebbe vincolato anche la Spagna) ad allocare annualmente almeno il 3,5% del Pil sulla base di una definizione concordata delle spese Nato per la difesa entro il 2035 «per finanziare i requisiti per la difesa tradizionale e per raggiungere gli obiettivi di capacità della Nato». Nella «e» si gioca la seconda parte dell’ambiguità: viene mantenuta aperta una finestra per i Paesi che saranno in grado di raggiungere gli obiettivi di capacità militare previsti pur restando sotto il 3,5% del Pil.

Dunque la percentuale di spesa per la difesa è svincolata dal rispetto degli obiettivi di capacità militare. Madrid accetta di rispettare gli obiettivi approvati dai ministri della Difesa della Nato lo scorso 6 giugno per il periodo 2026-2029, ma ritiene che per raggiungerli le basti investire il 2,1% del suo Pil. Le sfumature della dichiarazione finale sono tali che Rutte e Sánchez si sono scambiati delle lettere per chiarirne l’interpretazione e fugare possibili dubbi. «Rispettiamo pienamente il legittimo desiderio di altri Paesi di aumentare i propri investimenti nella difesa, ma noi non lo faremo» perché «sproporzionato e inutile» e incompatibile con il mantenimento del welfare, ha detto ieri Sánchez in un discorso alla tv spagnola, rassicurando così l’alleato di governo Sumar. La vicepremier Yolanda Diaz, che ne è l’esponente di punta, aveva dichiarato due giorni fa: «Rispondiamo a Trump che siamo sovrani e non faremo quello che lui vuole che facciamo. Non accetteremo che gli Usa ci diano lezioni». Il presidente Usa aveva detto che «la Spagna è famosa per il suo basso contributo» e che «deve pagare quanto tutti gli altri». Tuttavia per Trump gli Stati Uniti non dovrebbero raggiungere il nuovo target del 5%. La pressione su Madrid è stata notevole, isolata all’interno della Nato. Washington aveva anche ventilato l’ipotesi che Trump non sarebbe nemmeno partito alla volta del vertice senza un consenso preventivo sulla dichiarazione finale.

La soluzione trovata ha però scontentato alcuni Alleati. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha detto che il suo governo ha chiesto la «massima flessibilità» sul raggiungimento dell’obiettivo del 5% del Pil speso in difesa entro il 2035, in quanto «fuori dalla portata» del Paese. E il premier slovacco Robert Fico ha annunciato di voler seguire l’esempio della Spagna e raggiungere gli obiettivi di capacità per la difesa fissati per il proprio Paese senza portare la spesa militare al 5% del Pil. Il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, che è anche vice primo ministro, ha dichiarato al Financial Times che «qualsiasi deroga per la Spagna è ingiustificata» e ha aggiunto che «tutti gli Stati dovrebbero farsi carico congiuntamente dell’onere dell’alleanza»: «Fare eccezioni è dannoso per l’unità dell’Alleanza e sono favorevole a raggiungere il 5% il prima possibile». La Polonia già quest’anno spenderà il 4,7% del Pil in difesa, ponendola in testa alla classifica di chi investe di più in sicurezza. Ha tentato ieri di fare chiarezza il segretario generale Rutte, spiegando che «la Nato non ha alcuna clausola di rinuncia e non conosce accordi collaterali e sottobanco». 

Resta il problema di fondo che queste polemiche fanno emergere: gli Stati europei sono pronti a farsi carico della propria difesa? È un dibattito che nei diversi Paesi Ue andrebbe approfondito, ma specie in quelli lontani dal confine orientale si glissa. L’Europa dipende quasi interamente sugli Stati Uniti per i cosiddetti facilitatori strategici: capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione, velivoli da trasporto pesante per spostare armi con breve preavviso, risorse spaziali e operazioni di comando e controllo. La loro sostituzione non avverrà dall’oggi al domani e richiederà ingenti investimenti. I facilitatori strategici potrebbero essere anche la risposta concreta a chi chiede debito comune per finanziare la difesa Ue. Il mondo come lo conoscevamo, ripete di continuo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, non esiste più. Quanto i 23 Paesi Ue che sono membri della Nato lo abbiamo capito lo si vedrà in questo summit.


  

Per una transizione ecologica rapida, democratica e sarda

di Oleandro Iannone

Con questo articolo si riprende il tema, tanto sentito in Sardegna ma con anche ampia risonanza nazionale, della necessaria transizione alle fonti rinnovabili e della, altrettanto necessaria, tutela del paesaggio. Oleandro Iannone presenta una proposta che non lascia spazio alla demagogia ma si propone di avviare la transione, ormai improcrastinabile, in forma partecipata e responsabile

Quando ci ritroviamo nella condizione di dover fare una scelta per il futuro, che scelta fare quando ci sembra che l’unica opzione possa peggiorare la già critica situazione del presente? Questo probabilmente è qualcosa a cui, in quanto abitanti della Sardegna, abbiamo pensato negli ultimi tempi, relativamente alla questione della transizione energetica nella nostra terra: continuare a usare il fossile o subire una speculazione rinnovabile?

ReTES – Retza pro sa Transitzione Ecològica Sarda- è una rete che comprende persone che si occupano di ricerca e attivismo, persone esperte e non, che “credono in un futuro più verde e partecipato, in cui la transizione ecologica sia guidata da princìpi di equità e rispetto per il territorio”. Questa è quindi formata da persone dalle opinioni e sensibilità diverse, che si uniscono con l’obiettivo di “espandersi in maniera orizzontale, inclusiva e plurale, nutrendosi delle differenze e crescendo attraverso un dialogo”. 

ReTES offre una prospettiva che permette di oltrepassare il binarismo che da una parte mostra la conservazione di un presente insostenibile e dall’altra un futuro buio, proponendo l’uso della democrazia per costruire insieme una transizione ecologica tecnicamente efficace e socialmente giusta.

Il 31 maggio presso Spazio Mesu, un’associazione ecologista, bottega e ciclofficina situata nel quartiere di Villanova a Cagliari, è avvenuto l’incontro “Speculazioni Rinnovabili e Lotte Contaminate” con ReTES, che ha presentato il proprio manifesto e ha aperto un dialogo, partendo da degli interventi di alcune delle persone attiviste di ReTES, sulla realizzazione della transizione ecologica ai tempi del programma ReArm Europe.

ReTES nasce tra l’Ottobre e il Novembre 2024, con l’ambizione di unire più realtà in maniera intersezionale nel ridare centralità alla crisi climatica e sentendo l’urgenza di portare un cambiamento nel dibattito politico nel contesto della transizione ecologica in Sardegna.

La Sardegna, spiega ReTES, come altri luoghi situati in un mediterraneo in via di tropicalizzazione, subisce l’impatto del cambiamento climatico. Nell’alternarsi di siccità e alluvioni è impossibile non riconoscere effetti quali: intere aree a rischio di desertificazione, incendi che diventano incontrollabili e il rendimento dei raccolti in calo.

Questa continua esplicitando che sono le classi più povere a essere le più colpite, le persone che vivono in zone maggiormente a rischio o lavorano in contesti più esposti subiscono prima e con più forza gli effetti della crisi climatica.

Sostiene allora che lo stesso sistema capitalista che impone alle persone questa condizione, nel voler incitare l’ideologia della crescita infinita, è protagonista del riscaldamento globale, causato dall’emissione del gas effetto serra, che viene prodotto dalla combustione di fonti d’energia fossili.

Per ReTES negare quindi la crisi climatica significa voler mantenere lo status quo, perpetuando i privilegi di una parte di popolazione sull’altra. Per questo ritiene necessario politicizzare la crisi ambientale, ribadendo il nesso tra cambiamento climatico, modello di sviluppo e gestione della natura, ed è per questo che richiede la giustizia climatica, che “intreccia la necessità della transizione ecologica con la democrazia”.

Propone quindi una transizione energetica che “punta a invertire il modello fossile della crescita infinita” usando le principali tecnologie attualmente disponibili che permettano un’efficiente produzione energetica: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e termoelettrici. “Queste sono scalabili, hanno basse emissioni di gas serra, costi ridotti e possono azzerare quasi completamente la dipendenza da fonti limitate o assenti sul territorio”, così commenta.

L’installazione e la gestione degli impianti, secondo ReTES, deve essere pubblica e finanziata al bene comune, ci devono essere regole chiave sullo smaltimento di questi e ci devono essere giuste ricompense per le comunità che li ospitano.

Questa ritiene che decarbonizzare sia un diritto da rivendicare per noi stessi, perché le emissioni della combustione delle fonti fossili nuocciono alla salute, e che sia anche una responsabilità che abbiamo in quanto Occidente, “perché è nostro dovere ridurre le emissioni prima del resto del mondo, più povero, con meno risorse e che si è industrializzato dopo o che non lo ha fatto”.

Procede dicendo che l’obiettivo però non è esclusivamente la decarbonizzazione: la transizione energetica è parte del processo di transizione ecologica. Oltre a passare dal fossile al rinnovabile per ReTES è necessario attuare cambiamenti strutturali nell’ambito dell’economia, dell’agricoltura, nei trasporti e nella relazione tra società e ambiente.

“Non serve solo chiedersi quanta energia serva ma anche per cosa la vogliamo usare”: ridurre i consumi, spostarsi con il trasporto pubblico invece che con l’auto privata, investire sull’efficientamento energetico e ridurre agricoltura e allevamenti intensivi sono alcune strategie che ReTES considera utili.

Se la transizione energetica è un passaggio necessario, è necessario anche subire la speculazione? ReTES crede che il problema della speculazione energetica si presenti nel momento in cui la transizione ecologica viene realizzata per il profitto dei privati senza tenere conto del bene comune. Tale caratteristica secondo questa non è esclusiva della transizione alle energie rinnovabili. Opporsi alla transizione energetica perché soggetta a manovre speculative e senza che ci siano alternative concrete porta comunque a una situazione dove la speculazione è presente, ma senza transizione.

Il movimento contro la speculazione energetica è visto da ReTES come una rappresentazione di espressione democratica in una terra in cui la partecipazione è spesso stata minima, per disillusione o repressione.

ReTES evidenzia come la transizione energetica deve essere un processo a cui partecipino le comunità, altrimenti questa verrà vista come un sacrificio, e non come un’opportunità. se la transizione ecologica è governata nell’interesse popolare e richiede ad ogni persona sacrifici proporzionali ai propri privilegi può “essere un’occasione di riscatto rispetto a un modello economico e sociale che ha prodotto povertà e sfruttamento”. “Si dovrebbe investire su ricerca pubblica per le rinnovabili e ci si dovrebbe imporre perché gli utili derivanti dalla transizione vengano reimpiegati nelle scuole, nei trasporti e nella sanità della Sardegna”, dichiara ReTES .

Un problema che sottolinea è quello della disinformazione, che usa a proprio vantaggio il mito della Sardegna incontaminata, questo mito viene smentito per via della militarizzazione, abbandono e speculazione turistica che l’isola subisce. 

Per questa “pensare che bloccare pannelli fotovoltaici e pale eoliche tuteli in qualche misura il paesaggio significa trascurare le vere minacce e violenze a cui la Sardegna è soggetta”. Aggiunge che “nessun impianto verrebbe costruito sopra dei nuraghi, oltre al fatto che le pale e i pannelli sono preferibili a una centrale a carbone”.

 La disinformazione secondo ReTES nasconde interessi specifici, fa quindi l’esempio dell’Unione Sarda, affermando che dietro all’appoggio ai comitati questa mira a “riportare in auge la metanizzazione”. Va considerato, secondo ReTES, anche che “la strumentalizzazione e la falsità accorciano la vita dei processi partecipativi”.

Inoltre ReTES fa notare che nel contesto contemporaneo non si sta investendo sulla transizione, ma sul riarmo. Questa puntualizza che la guerra è incompatibile con la transizione ecologica: “la promozione del regime di guerra come stato mentale fa in modo che gli altri problemi passino in secondo piano e la produzione di armi e la guerra producono emissioni di gas effetto serra. Più emissioni ci sono più nascono conflitti ambientali, questo porta a più migrazioni e più guerre locali, che di conseguenza producono emissioni”.

Per la complessità del tema ReTES riconosce di non poter essere in possesso di soluzioni perfette, si pone però lo scopo di riordinare il discorso sulla questione, partendo dall’urgenza di mitigare la crisi ecologica. Fa presente che serviranno momenti di confronto e studio e che “non c’è prospettiva di cambiamento o di autogoverno in una terra colpita da eventi climatici estremi”.

Per ReTES è necessario concludere dicendo che non siamo condannati a scegliere tra il male e la conservazione del presente, nonostante questo sia ciò che decenni di calo del benessere e sconfitte ci portino a pensare. “Lo spazio per una transizione rapida e giusta, seria e democratica, totale e sarda c’è”. Noi dobbiamo esigerlo.

Il futuro, anche di millenni, si decide oggi

di Daniele Madau

Per descrivere la sua concezione della storia, Fernand Braudel era solito raccontare quanto gli era capitato una volta: ‘Una sera, mentre mi trovavo all’interno dello Stato di Bahia, mi è accaduto di trovarmi improvvisamente al centro di un nugolo prodigioso di lucciole fosforescenti. […] Tali sono gli avvenimenti, tanti punti luminosi. Al di là del loro splendore, al di là della loro singola storia, resta da ricostruire il paesaggio che hanno fatto balenare ai nostri occhi: la strada, la macchia, il bosco ceduo, l’argilla rossastra, i declivi del suolo.. […] Di qui la necessità di andare oltre l’alone luminoso degli avvenimenti, che è soltanto un primo stadio e spesso, preso a sé stante, una storia poco degna di nota’ .

Fernard Braudel, insieme agli altri membri della Scuola delle Annales – Marc Bloch e Lucien Febvre – introdusse la concezione della storia non come un racconto cronologico di fatti e avvenimenti passati, ma come uno strumento per conoscere e comprendere la società umana.

Viene, infatti, instaurato un nuovo rapporto, quello tra la storia profonda e la storia evenemenziale: lo storico non deve limitarsi all’analisi e all’indagine del singolo fatto o avvenimento cronologico (storia evenemenziale), ma dev’essere in grado di comprendere il contesto storico in cui esso avviene e la modifica delle relazioni di potere che esso inaugura.

Così, è nel rapporto tra lucciole e paesaggio, all’interno del quale è possibile leggere il paradigma fatto/contesto, che Braudel introduce la teoria dei tre tempi storici. Secondo lo studioso ogni studio e interpretazione storica dovrebbe procedere su tre livelli distinti: una micro-storia, basata sul singolo evento e un’analisi fattuale del reale (le lucciole); una storia congiunturale, posta ad un livello intermedio e basata su cicli materiali, economici, istituzionali e politici; una storia strutturale, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica (il paesaggio).

Chiunque voglia comprendere e ipotizzare una soluzione ai drammatici scenari di guerra – compreso l’ultimo in Iran – non può non considerare questo insegnamento della grande scuola degli Annales , insieme alle precedenti teorie del mondo classico, quali quelle di Erodoto, Tucidide e Polibio

L’aggressione all’Ucraina così, pur essendo figlia di una micro-storia quale la volontà di potenza di Putin, deve essere inquadrata in una storia congiunturale; ugualmente la situazione del medioriente, che va considerata certamente guardando al 7 ottobre 2023, ma non fermandosi lì.

Tutto questo, valido quando si analizza il passato, lo è anche quando si pensa al futuro. Per l’Iran, infatti, si parla di ‘regime change’, cioè ‘cambio di regime’, e cioè un’azione volta esclusivamente a risolvere -almeno teoricamente – una situazione nell’immediato, senza curarsi delle conseguenze future, che hanno radici nel passato.

Giustamente così si pronuncia l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale): “Un obiettivo del genere è destinato a prolungare, non accelerare la guerra, ad accrescere e non diminuire l’instabilità regionale. Le reazioni sul web, la coraggiosa generazione dei giovani delle città, il cui anelito di libertà non è sopito, bastano per intravvedere i segni di una nuova rivoluzione? 

Ogni volta che agli iraniani è stata data la possibilità di votare, hanno scelto candidati riformisti o i più moderati fra quelli imposti dal regime. Quando arrivavano alla presidenza – Ali Ajbar Rafsanjani e Mohammed Khatami – il loro riformismo era vanificato dalla miopia occidentale. E quando gli iraniani si sentivano minacciati dall’Occidente, il regime riusciva a imporre brutali conservatori come Mohamed Ahmadinejad e Ebrahim Raisi. 

Se dopo 20 mesi di distruzione quasi totale di Gaza, Hamas ancora resiste, quanto tempo durerà la guerra contro un paese così vasto e quanta devastazione dovrà sopportare l’Iran? Quali sentimenti tutto questo sta saldando fra gli iraniani? 

Un cambio di regime gli israeliani lo hanno realizzato in Libano: in poche settimane hanno decapitato i vertici di Hezbollah e in pochi mesi il Libano è finalmente riuscito ad avere un presidente e un premier. Ma l’Iran non è il Libano: esiste da millenni, non da decenni

Per Arabia Saudita, Emirati e i paesi della regione, cambio di regime è sinonimo di primavera araba: qualcuno perse il potere, alcuni hanno rischiato di perderlo, per tutti sono stati anni di guerre e rivoluzioni” .

L’Iran esiste da millenni, e forse ci vorranno millenni perché cambi. E’ la realtà, forse dura, ma è la vera faccia della storia. Cosa fare allora? Nonostante tutto, il dialogo è ancora l’unica azione lungimirante: gli accordi, le tregue che faticosamente si conquistano e faticosamente si mantengono, le organizzazioni sovranazionali pur con il prestigio al minimo, le sanzioni, e il rispetto di tutto questo, anche nella realpolitik, sono azioni davvero efficaci. O almeno, lo sono se si guarda al futuro, se si guarda al terzo livello della ‘storia strutturale’, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica, e cioè il paesaggio. Un paesaggio, magari, con due popoli e due Stati nella Palestina storica, circondati da paesi non in guerra. Il futuro, anche di millenni, si decide oggi. All’uomo è stato dato questo grande potere.

Il referendum sul referendum

l’occhiolino di Daniele Madau

Quante analisi abbiamo ascoltato, sino a pochi giorni fa, sull’ultimo referendum e sul mancato raggiungimento del quorum? Un numero imprecisato, indefinito se non infinito.

Commenti, proposte, spiegazioni, accuse – è un’attività che il mondo politico conosce molto bene, replicabile a tutti i campi della nostra società – sino ad arrivare a ciò che, così efficacemente, Tommasi di Lampedusa ha espresso tramite Tancredi nel Gattopardo (romanzo del quale i ragazzi maturandi hanno appena trovato un brano nella rosa delle tracce): «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Dato, però, che la citazione è più che abusata, ne vorrei proporre un’altra, altrettanto efficace; anzi, forse di più: «Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità». Come molti si ricorderanno, è tratta da Don Raffaè, di Fabrizio De André, anno 1990.

Questo gettare la spugna in modo codardo ma nobile, dopo un combattimento di sudore simulato, ricorda molto l’atteggiamento della politica attuale: come non ricordare, a esempio, i proclami sulle tasse agli extraprofitti bancari? Dimenticati, con gran dignità.

O la magra figura sui centri per migranti in Albania? Dimenticata, con gran dignità.

Così, a breve non si parlerà proprio più dei referendum e della democrazia partecipativa (argomento alto, tra l’altro); a meno che non spunti una proposta che non mi sembra di aver mai sentito, a meno che non mi sia sfuggita. Un referendum sul referendum. E’ cioè chiamare alle urne i cittadini con un referendum per poter eliminare (il referendum è sempre abrogativo…) il referendum stesso. Il meta-referendum. O il referendum iperbolico. Può essere un’ottima idea. Ma se non si dovesse raggiungere il quorum cosa vorra dire, che il referendum è vivo o morto? Non se ne esce…

Interrompere l’assedio a Gaza: l’appello dell’OFS d’Italia

A cura della redazione

Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, il comunicato stampa dell’ordine Francescano Secolare d’Italia – la parte laica del mondo francescano- in cui si chiede la cessazione del massacro contro la popolazione civile di Gaza

Noi donne e uomini francescani secolari d’Italia ci uniamo alle iniziative di preghiera per la pace in Palestina promosse dalla Chiesa cattolica e ci facciamo promotori noi stessi nei nostri territori di appartenenza, attraverso le fraternità locali, di iniziative di invocazione della pace.

Tuttavia come laici che vivono nel mondo dobbiamo e vogliamo fare sentire la nostra voce anche alla politica e alla società civile denunciando i massacri di cui si sta ancora rendendo responsabile lo Stato di Israele verso la popolazione civile di Gaza.

Nel territorio palestinese si continua a morire ogni giorno. Ad oggi sono quasi 60mila i morti, moltissimi dei quali donne e bambini innocenti, vittime di un conflitto che ha assunto i contorni di una tragedia umanitaria senza precedenti nella storia recente. Le immagini e i racconti che giungono dalla regione parlano di devastazione, fame, disperazione.

Ciò che Israele sta attuando va ben oltre il pur comprensibile desiderio di giustizia suscitato dagli orribili massacri del 7 ottobre 2023 effettuati da Hamas. L’uccisione di civili, in particolare di bambini innocenti, così come l’embargo di aiuti umanitari, va condannato come crimine di guerra perché viola non solo le principali convenzioni internazionali sui diritti civili, ma perfino quel minimo di umanità che qualunque religione che voglia definirsi tale deve riconoscere.

Attentare alla vita e alla sicurezza dei civili di Gaza da parte di Israele, con malcelati intenti di pulizia etnica, non può lasciarci indifferenti come nazione che “ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (Cost. art 11)”.

Chiediamo al Governo italiano, alle Istituzioni e alla politica tutta di non voltarsi dall’altra parte per ragioni economiche o di opportunismo geopolitico, ma di assumersi la responsabilità morale e politica che il momento richiede.

Chiediamo di sospendere ogni collaborazione che possa contribuire, anche indirettamente, al perpetuarsi del conflitto e che si mettano in campo subito tutte le possibili iniziative diplomatiche, economiche e giuridiche perché possano immediatamente tacere le armi e termini questo terribile massacro di bambini, donne, anziani.

Ci rivolgiamo anche ai fratelli ebrei che vivono in Italia ed in Israele e che non possono accettare la scellerata strada della violenza: ci impegniamo personalmente a sostenere ogni iniziativa di mobilitazione non violenta finalizzata a costruire percorsi di pace e di rispetto dei diritti inviolabili alla vita e alla sicurezza di tutte le popolazioni che abitano la Terra Santa.

Indagine dell’ Associazione Coscioni: sovraffollamento carcerario, tra documentazioni incomplete e carenze strutturali

A cura della redazione

L’Associazione Luca Coscioni rende pubbliche le relazioni redatte dalle Aziende Sanitarie Locali (ASL) in merito alle visite effettuate negli istituti penitenziari italiani. I documenti, ottenuti grazie a un accesso civico avviato lo scorso dicembre, costituiscono un primo passo per fare luce sulle condizioni – spesso opache – delle carceri italiane.

Ad oggi, solo 66 ASL (tra ASL, ATS, ASP, USL, AULSS e APSS)hanno risposto fornendo documentazione, spesso lacunosa. Nella maggior parte dei casi,mancano indicazioni su eventuali direttive regionali o sulle reazioni istituzionali alle criticità segnalate, aggravando un quadro già drammatico e rendendo difficile una valutazione efficace degli interventi messi in atto.

“Nella stragrande maggioranza dei casi – si legge in una nota dell’Associazione – negli istituti di pena italiani non sono stati effettuati neanche interventi di ordinaria amministrazione, una negligenza che, già grave di per sé, si acuisce per il sovraffollamento di oltre il 134%.”

Secondo i dati pubblicati dalsito indipendente del giornalistaMarco Dalla Stella, al29 maggio 2025in Italia si contano62.722 detenutia fronte di una capienza regolamentare di51.280 posti, dei quali4.488 non disponibili, portando così il tasso di sovraffollamento al134,29%.

L’Associazione Luca Coscioni continuerà le sueazioni legaliper denunciare la negligenza dell’Amministrazione penitenziaria e il mancato rispetto delle raccomandazioni sanitarie da parte del Ministero della Giustizia. Si ricorda inoltre che dal 2024 è attiva la piattaformaFreedomLeaks, che consente di segnalare in modoanonimo e sicuro violazioni del diritto alla salute nelle carceri.

FOCUS: SARDEGNA

La situazione della sanità penitenziaria inSardegnacontinua a destare forti preoccupazioni. Nonostante più della metà delle aziende sanitarie locali abbia risposto a una richiesta formale di chiarimenti, la documentazione ricevuta è risultata in molti casi parziale e poco dettagliata. Un quadro frammentario, che rende difficile capire se le condizioni igienico-sanitarie all’interno degli istituti penitenziari rispettino davvero gli standard minimi.

A Sassari, l’Assl 1 ha inviato solo una breve descrizione della struttura e del servizio sanitario, senza includere alcuna relazione sulle ispezioni effettuate. Anche se si parla di rispetto degli standard, mancano elementi concreti per confermarlo.

Situazione simile a Oristano, dove l’Assl 5 ha fornito solo una relazione annuale del medico responsabile. Il documento evidenzia come principale problema la mancanza di personale medico, attualmente affrontata con l’assunzione di liberi professionisti, una soluzione tampone già vista in altri istituti italiani.

A Nuoro, l’Assl 3 ha inviato una relazione che descrive i servizi sanitari e include alcune informazioni utili, come l’analisi delle acque e i protocolli per prevenire suicidi. Tuttavia, anche qui manca qualsiasi indicazione sui sopralluoghi eseguiti, fondamentali per una verifica puntuale delle condizioni reali.

Nella casa di reclusione di Arbus, sotto la competenza dell’Assl 6 -Medio Campidano, pur registrando il rispetto degli standard igienici, vengono segnalate importanti carenze nell’organizzazione e nelle attrezzature mediche, che compromettono il buon funzionamento del servizio.

Il quadro si fa ancora più preoccupante considerando che non è arrivata alcuna risposta da parte dell’Assl 2 -Gallura, dell’Asl 4 -Ogliastra e dell’Assl 8 -Cagliari, lasciando una parte significativa del sistema penitenziario sardo completamente fuori dal monitora 

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‘Europe Matters’: dall’Europa agli Stati Uniti la lotta al populismo passa da sindaci e governatori 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.  

Il governatore della California Gavin Newsom (Epa)

Scriveva qualche settimana fa l’Economist che «i sindaci europei sono isole di liberalismo in un mare di populisti». È vero anche per gli Stati Uniti come i recenti fatti di Los Angeles dimostrano: sono i politici locali — sindaci e governatori — a offrire risposte politiche concrete contro i leader populisti. Qualche volta vincono, qualche volta perdono ma il capitale politico che rappresentano sta diventando sempre più importante.

La riflessione del settimanale britannico partiva dai sindaci di Bucarest e di Varsavia. Nicușor Dan, primo cittadino di Bucarest, ha battuto nella corsa alle presidenziali in Romania il candidato dell’estrema destra filo-russa George Simion. Rafał Trzaskowski, sindaco liberale di Varsavia e candidato della Coalizione Civica (KO) alle presidenziali polacche, è stato invece battuto per un soffio al secondo turno da Karol Nawrocki, candidato sostenuto dal partito conservatore e nazionalista Diritto e Giustizia (Pis). Le città per tradizione sono avamposti progressisti rispetto alla campagna più conservatrice. Una contrapposizione che in genere si trasferisce anche nelle urne.

È da un po’ che se ne parla. Nel 2013 è uscito il libro di Benjamin Barber «If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities» (Se i sindaci governassero il mondo: nazioni disfunzionali, città in ascesa) e nel 2018 il lavoro di Bruce Katz e  Jeremy Nowak «The New Localism: How Cities Can Thrive in the Age of Populism» (Il nuovo localismo: come le città possono prosperare nell’era del populismo).

«Tutti i cambiamenti oggi iniziano nelle città. Sono più vicine alle persone e in prima linea nelle crisi», ha detto tempo fa Hanna Zdanowska, sindaca di Lodz (Polonia) dal 2013, ad Alessia Rastelli. Non è dunque un caso se nel 2019 i sindaci progressisti di Budapest, Varsavia, Praga e Bratislava hanno siglato il «Patto delle città libere» per contrastare i populisti al governo nei quattro Paesi di Visegrad (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) e per rafforzare i legami con l’Ue.

Anche in Turchia è un primo cittadino a sfidare il presidente Recep Tayyip Erdoğan: il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, esponente di punta del Partito repubblicano del popolo, è stato incarcerato il 19 marzo scorso e destituito dalla carica. L’accusa è corruzione e terrorismo. «La mia unica colpa è quella di aver vinto per tre volte le elezioni — ha detto Imamoglu — e aver detto che con me vince la Turchia e non l’oppressione. Non sono qui per essere processato, ma per essere punito».

Non diversamente, negli Stati Uniti sindaci e governatori rappresentano un argine al populismo. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ex sindaco di San Francisco, è diventato il simbolo della resistenza all’autoritarismo del presidente Donald Trump che ha mandato prima la Guardia nazionale e poi i Marines per soffocare le manifestazioni di protesta a Los Angeles contro le retate dell’amministrazione Usa contro i migranti irregolari. Per Le Monde, «se l’America Democratica cerca un leader per la resistenza, Gavin Newsom è il candidato ideale».

Martedì 10 giugno, mentre la sindaca di Los Angeles Karen Bass dichiarava il coprifuoco nel tentativo di mantenere l’ordine pubblico, il governatore della California si è rivolto ai suoi elettori «con tono da statista». «Il momento che temevamo è arrivato», ha detto. «La democrazia è sotto attacco davanti ai nostri occhi». E ha risposto al presidente Trump sul suo stesso terreno: i social media. Newsom, come tutti i politici locali, sente molto forte la temperatura dell’elettorato. E così un anno fa non soloha ordinato lo smantellamento delle tendopoli di senza tettoma è anche andato di persona ad avviare le demolizioni, nonostante la California sia lo Stato più tollerante nei confronti degli homeless, perché l’elettorato progressista aveva cominciato a dare segni di intolleranza verso il degrado cittadino. 

«I municipi sono luoghi ovvii per trovare manager capaci — scrive l’Economist —. I demagoghi si alzano facendo promesse; i sindaci rimangono al potere mantenendoli». Per poter essere rieletti i primi cittadini devono offrire soluzioni concrete e soprattutto metterle in pratica. Secondo uno studio della Bocconi del 2023, firmato da Luca Bellodi , Massimo Morelli , Mattia Vannoni  — «Un impegno costoso: populismo, performance economica e qualità della burocrazia» — l’elezione di un sindaco populista ha effetti significativi sulla performance economica. «I sindaci populisti ottengono risultati peggiori nel rimborso dei debiti accumulati nel corso degli anni — scrivono — mentre aumenta la quota di contratti con sforamenti di spesa. L’effetto è ancora maggiore per i comuni più piccoli, dove i sindaci godono di una significativa autonomia esecutiva». È dunque per questo che secondo diversi osservatori i sindaci di centrosinistra vengono ripescati dalla politica nazionale nei momenti di crisi.

Non sempre il risultato finale è vincente. «Olaf Scholz sarà ricordato con più affetto per i suoi sette anni come sindaco di Amburgo che per i suoi tre come cancelliere tedesco — scrive il settimanale britannico —. Anne Hidalgo, ora al suo secondo decennio come sindaco di Parigi, ha gestito un ridicolo 1,8% dei voti nella sua candidatura per la presidenza francese nel 2022, dietro non meno di altri nove candidati». Ci sono anche le eccezioni che confermano la regola. L’attuale primo ministro belga, Bart De Wever, nazionalista fiammingo leader dell’Alliance New Flemish (N-Va), è stato sindaco di Anversa  dal 1º gennaio 2013 al 3 febbraio 2025. Un impegno che lo ha portato a posizioni politiche più moderate rispetto al passato e che gli hanno consentito di arrivare al governo.  

La scuola: quel mondo così lontano, così vicino, sempre sulla bocca di tutti

di DanieleMadau

In attesa degli scrutini, dopo averli salutati con una mattinata informale, al bar, per conoscerli meglio anche in queste situazioni che anticipano le vacanze, ho staccato per qualche giorno la mente da studenti e studentesse, così come da valutazioni, medie, email poco empatiche o educate di qualche genitore, relazioni finali, aule, corridoi, libri di testo, registri, colleghi e colleghe, sala professori.

Non è stato facile, anche solo per due giorni: è semplice, infatti, per un docente delle secondarie di secondo grado, portarsi tutto il lavoro a casa, sia a livello mentale che fisico, sia a livello di cuore che di mano.

E poi, quotidianamente, tutto intorno si continuava a parlare di scuola. Le novità annunciate dal ministro Valditara, e le successive considerazioni di psicologi, giornalisti, intellettuali, sino alle tragedie di Graz e Parigi.

Per queste ultime, così drammatiche, servirebbe uno spazio più ampio, o forse un silenzio di sgomento, pietà, interrogativi, turbamento.

Delle considerazioni sulla scuola da parte delle varie figure elencate poco sopra è, invece, giunto il momento di parlare. Mi esprimo in questo modo perché, per tutto l’anno scolastico, come, in realtà, per i precedenti, ho sopportato con un po’ di amaro in bocca e peso sul cuore tutti i pareri- spesso assertivi, per non dire categorici – di figure, a volte grandi figure, che stimo e seguo, su un mondo che, in fin dei conti, non conoscono.

A tutti noi capita di esprimere pareri su qualcosa che non rientra nel nostro campo lavorativo, è normale, sano, si tratta – in fin dei conti – di libertà di parola, da difendere come qualcosa di sacro e fondativo.

Però bisognerebbe avere anche un po’ di buon senso e di rispetto: atteggiamenti che, anche se non rientrano nel campo dei dirittti fondamentali, sono attitudini che permettono a una discussione di accedere a un livello più alto, di toccare le vette dell’empatia e dell’arricchimento reciproco.

Nel buon senso rientra, a mio parere, avere sempre la percezione del limite. Chiarisco. Secondo alcune delle figure elencate sopra, la scuola dovrebbe occuparsi, in ordine sparso, di insegnare, oltre alla materie già previste: l’attualità sociale e geopolitica, una corretta alimentazione e un corretto stile di vita, i fondamenti della nuova economia, l’uso corretto dei dispositivi digitali, dei social e dell’intelligenza artificiale, l’educazione sessuale e affettiva, il codice della strada, gli atteggiamenti corretti per contrastare il bullismo, il cyberbullismo, l’evasione fiscale, le deviazioni in generale, il fumo, e l’uso e l’abuso di alcolici e stupefacenti. Non è una esagerazione, sono richieste che riscontrato precisamente, e di qualcos’altro mi starò sicuramente dimenticando.

Come si può capire, il peso che ricade sulla scuola, è notevole, anche considerando le ore di Educazione Civica, che sono solo 33 per anno scolastico. I docenti dovrebbero essere esperti, autorevoli e preparati, di quasi tutto lo scibile, da presentare anche attraverso le più moderne e coinvolgenti metodologie didatiche. Per far questo, dovrebbero essere retribuiti adeguatamente, come figure davvero insostituibili. Oppure ci dovrebbero essere risorse per reclutare ogni tipo di esperti, e gli studenti dovrebbero essere sempre sul pezzo, sempre pronti a recepire ogni indicazione.

Purtroppo, noto una certa ipocrisia che, a costo di sembrare banale e superficiale, può essere ricondotta a una certa costante italiana: il parlare di qualcosa per delegarne la presa in carico e la realizzazione. E’ facile, a basso costo, di moda, insegnare alla scuola come e cosa dovrebbe insegnare, per non dire che ha sempre un certo semplice effetto criticarla. Lo scrivo con cosciente amarezza, sperando di non toccare il fondo del vittimismo.

Come non vedere che, sotto questo peso e sotto queste aspettative sociali, tutta la realtà scolastica potrebbe esplodere o, meglio, implodere, dato che non si sente supportata dal contesto sociale, dalle famiglie al mondo politico, da quello giornalistico a quello universitario?

Tocco, solo marginalmente, un tasto: perché tutto ciò che rientra nell’ambito educativo deve ricadere solo sulla scuola? La famiglia sembra ormai essere qualcosa di accessorio, incapace di incidere o, soltanto, di avere un dialogo, un rapporto autorevole, da adulti-adolescenti, con i ragazzi?

E il mondo politico? Perché, ormai, è esente da ogni qualsivoglia riflesso educativo?

Tutto questo è paradossale, e solo qualche voce solitaria, cogliendo pienamente il ‘grido di dolore ‘ sembra disposta ad affrontare in profondità il problema.

C’è poi un altro aspetto, che rientra in quel buon senso di cui si è parlato prima. Sarebbe un gesto di educazione, quando si parla di una realtà, invitare qualcuno che quella realtà e quel mondo lo vive quotidianamente. Quando si parla, a esempio, di salute e medicina, si invitano i docenti universitari e gli esperti del settore.

La voce dei professori, però, non risuona mai, a meno che non si tratti di scrittori, cantanti o youtubers. Risuona molto di più quella dei dirigenti scolastici o degli studenti.

Ripeto, è buon senso: solo i professori conoscono il mondo della didattica, delle relazioni in classe e tra colleghi, delle numerose problematiche che ruotano attorno a un mondo, quasi un’utopia, che, da contratto collettivo dei docenti, dovrebbe creare un ambiente educativo grazie all’apporto di tutte le figure coinvolte dentro le mura degli istituti scolastici.

A scanso di equivoci, e correndo il rischio di risultare un romantico esperto nella captatio benevolentiae, concludo dicendo che, conoscendo la categoria, nel caso nulla cambiasse, noi continueremo ugualmente a svolgere il nostro lavoro con la stessa immutata passione, che non tiene conto come dovrebbe, a esempio, della retribuzione. Un operaio specializzato nel settore idraulico- lo dico con cognizione di causa – con vent’anni di esperienza, ha un salario notevolmente maggiore di un docente delle superiori, con la stessa esperienza, ugualmente specializzato e vincitore di concorso, e laureato. Non desidero che lui guadagni meno, anzi, son davvero felice per lui. Vorrei che la nostra categoria guadagnasse almeno quanto lui, se non altro perché è sempre sulla bocca di tutti, perché- secondo quei tutti – dovrebbe prendersi cura di ogni aspetto del complesso mondo reale.

La scuola, questo mondo così lontano, ma così vicino che è quasi naturale trattarlo con sufficienza, a volte superbia, senza rispetto.

Inivierò questo articolo a tanti giornalisti del ‘Corriere della Sera’, il mio quotidiano di riferimento: non succederà niente, ma sarebbe bello aprire un dibattito, far sentire la voce dei docenti. Voce non rancorosa, lamentevole, ma sicura delle proprie rivendicazioni e dei propri meriti.

Ernasto Galli della Loggia – che in passato ha lamentato l’assenza di questa voce, soffocata dai sindacati -, Aldo Cazzullo, Massimo Gramellini, Gian Antonio Stella, Carlo Verdelli, il direttore Fontana, Aldo Grasso e, chiaramente, il collega Alessandro D’Avenia con la sua bella rubrica sull’ultimo banco: sono tutti giornalisti che ammiro, apprezzo, seguo e stimo. Tutti hanno parlato di scuola e con tutti loro sarebbe bellissimo avere un confronto sulla scuola stessa, riconoscendole il merito che risulta avere dalle aspettative sociali. Insieme a noi docenti delle secondarie però, che – pur non essendo celebri – entrano in classe ogni giorno.

Vorrei concludere proprio citando Aldo Grasso -critico televisivo e professore universitario autorevole e giustamente stimato- i cui articoli leggo con piacere, che da poco si è espresso così, sulla sua rubrica quotidiana, in riferimento all’uso dei dispositivi elettronici a scuola: ‘La didattica dovrebbe guardare avanti, imparare le poesie a memoria non risolve il problema, perché esiste una nuova grammatica da studiare. Non si vieta ciò che va compreso‘.

Per quella che è la mia esperienza, assaporare, capire e imparare a memoria una poesia non risolve direttamente un problema, ma educa l’ anima per saperli affrontare tutti, anche quelli derivanti dalle nuove sfide della tecnologia. E’ proprio questo che, a parer mio, ancora non si è compreso della scuola. Ma è normale non coglierlo, se non la si vive tutti i giorni: se si vuole, i docenti possono provare a spiegarlo.

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