E poi, ci sono giornate come questa, in cui si scende per conquistare la salvezza, dopo un anno di difficoltà, momenti di crisi, rinascita, ritiri per ritrovare la forma e strigliate del presidente.
La primavera indica che si è alla fine del campionato, e giunge, inevitabilmente, dopo la semina, il momento della raccolta.
Si capisce che c’è ancora qualcosa di incompiuto, come durante tutto il campionato: il Cagliari non prende subito possesso del campo per attuare il dominio promesso e lascia l’iniziativa agli ospiti; ma, ormai, è secondario, conta il risultato, che può garantire la salvezza già oggi.
Partita bloccata e timida, timorosa dei rossoblù, quando, invece, si sa che la fortuna premia gli audaci. La punizione è il gol di Zarraga, al 28mo, con incursione centrale e piatto millimetrico fil di palo su assist da sinistra di Modesto.
Luvumbo, schierato in avanti con Piccoli, si incarica di mostrare il volto coraggioso dei padroni di casa, creando pericoli e scompiglio in area avversaria. Ma, di più, non c’è.
Eppure, arriva il pareggio, gesto benevolo della sorte al primo segnale di coraggio: lancio millimetrico- dalla propria metà campo- di Makoumbu per Zortea che, solo, controlla e batte Okoye. È una scintilla: dopo un’ incursione di Davis, infatti, il Cagliari conquista campo, e coraggio.
Campo che sembra non lasciare neanche all’inizio della seconda frazione, quando arriva il momento in cui ti devi rendere conto se il tempo è maturo, e puoi raccogliere.
L’Udinese, però, è una squadra che, da inizio stagione, ha sempre dimostrato personalità e sicurezza, e le prime occasioni del secondo tempo sono sue, precisamente di Davies, Karlstrom e Zarraga). Passa il tempo, e il dominio bianconero diventa totale. Inevitabile il goal di Kristensens, anche se fortunoso, al 67mo sugli sviluppi di un calcio d’angolo.
Dopo le sostituzioni, scatta il conto alla rovescia, segnato, all’inizio, dal tentativo di Palomino su punizione di Gaetano e, poi, da un tentativo di Piccoli.
Poi più nulla:il tempo del raccolto non era maturo.
Marzia Cilloccu è una figura di spicco nel panorama politico e culturale di Cagliari, conosciuta per il suo impegno nella comunità e per la passione che anima da sempre le sue attività istituzionali. Consigliera comunale per tre mandati, ha dedicato la sua carriera alla promozione dei valori civici, con un’attenzione particolare alle pari opportunità e alla valorizzazione della tradizione culturale sarda.
Nel 2025 ha ricevuto l’onore di essere nominata Alter Nos, un incarico di altissimo prestigio che, per la terza volta nella storia, viene affidato a una donna. Il ruolo dell’Alter Nos, centrale nella Festa di Sant’Efisio, rappresenta l’unione tra potere civile e spirituale: un tempo simbolo del monarca spagnolo, oggi è la voce del Comune e del popolo di Cagliari nei giorni in cui la città rinnova il suo storico voto al Santo.
Durante la festa, l’Alter Nos non ha solo una funzione istituzionale, ma anche un compito profondamente umano e simbolico: accogliere e ascoltare chi affronta difficoltà, offrendo vicinanza e sostegno nel nome della fede e delle istituzioni.
La nomina di Marzia Cilloccu non è solo un riconoscimento al suo percorso politico, ma anche un tributo al suo legame profondo e personale con la spiritualità e la tradizione di Sant’Efisio. La sua presenza rappresenta un importante segnale di inclusione e testimonia il ruolo sempre più centrale delle donne anche nei riti civili e religiosi di maggiore rilevanza.
La redazione de La Riflessione, nella persona di Cristiana Meloni, ha avuto il piacere di intervistarla per permettere ai nostri lettori di conoscerla più da vicino e vivere attraverso le sue parole l’intensità dei festeggiamenti in onore di Sant’Efisio.
Mio padre, che aveva una grande fede, diceva sempre che non bisogna mai chiedere troppo, ma ringraziare sempre per ciò che si ha, impegnandosi per ottenere ciò che si desidera. Con queste parole, Marzia ci introduce nel suo modo di vivere e affrontare la vita, un principio che guida la sua carriera, il suo impegno civico e, oggi, il suo ruolo come Alter Nos nella tradizione di Sant’Efisio. Un ruolo che, come ci racconta nell’intervista, è ricco di significato non solo a livello pubblico, ma anche personale, legato alla sua famiglia e alla sua fede.
Come ha reagito alla notizia della sua nomina ad Alter Nos e cosa rappresenta per lei questo ruolo?
Ho reagito con profonda commozione ed emozione, e con grande gratitudine nei confronti del Sindaco per avermi investito di questo importantissimo ruolo. Devo dire anche del mio gruppo, perché il percorso politico è molto importante, in quanto per arrivare ad essere stata votata per la terza volta ed essere consigliera comunale conditio sine qua non, non si può avere questa investitura, a parte gli anni cui ci sono le elezioni e, dunque, si opta per persone non elette. La tradizione vuole, dunque, che siano consiglieri e, dal 2019, consigliere oppure assessore. Questo è il ruolo che bisogna avere per essere rappresentanti al posto del sindaco durante queste giornate, che abbracciano un lungo periodo che va dal 25 aprile al 25 maggio.
I festeggiamenti, molti non lo sanno, richiedono una grande simbiosi con l’Arciconfraternita, che è depositaria del culto di Sant’Efisio. Mi sono sentita responsabile dal primo momento in cui sono stata nominata. Per me, come dico sempre, ogni passo che faccio – sarà la vicinanza con la Settimana Santa che si intreccia senza soluzione di continuità con questi festeggiamenti, per il santo più amato da tutta la Sardegna – ha un forte valore personale.
Questo ruolo ha, infatti, un grande valore per me, in quanto legato alla figura di mio nonno. Fin da bambina, grazie a mia mamma e ai miei genitori, mi è stato trasmesso quanto fosse importante questo Santo, invocato tanto dai laici quanto dai devoti. Mio nonno, per grande devozione, riuscì coraggiosamente a portare in processione la statua di Sant’Efisio anche durante i bombardamenti del 1943, e riuscì persino a filmare quell’impresa. Questo è un ricordo che ha per me un grande valore spirituale e personale, che mi riporta ai valori della famiglia, del coraggio, della speranza, della pace e della volontà di portare avanti le proprie imprese senza paura, rispettando sempre certi valori.
Ha anticipato una delle prossime domande relative al suo legame familiare con la Festa di Sant’Efisio. Potrebbe approfondire meglio questo aspetto?
Per me è un tutt’uno. Non esistono due domande, ma una sola. Quando mi ha chiesto “cosa ha provato”, c’è stato un rimando immediato a tutto questo. C’è una simbiosi naturale con tutti gli eventi legati a Sant’Efisio: il martirio, che è il momento più importante celebrato il 15 gennaio, ma anche le processioni che si fanno durante l’anno. Come sappiamo, lo scioglimento del voto avviene anche durante la Settimana Santa, il lunedì mattina alle 8 e il lunedì dell’Angelo.
Un altro momento di scioglimento del voto è il ringraziamento per aver allontanato le navi francesi durante l’assedio del 1793. Sant’Efisio è stato invocato da tutti noi, e io considero un miracolo anche solo le fortune che ho: la mia famiglia, i miei figli, le amicizie, e il fatto stesso di essere stata nominata. Sono piccoli miracoli! Non bisogna, a mio avviso, chiedere sempre grandi cose – ovviamente la salute e la pace – ma riconoscere anche quelle che ci avvicinano a Sant’Efisio. Lui compie davvero dei piccoli miracoli, unendoci ogni anno. Tutte le comunità arrivano per rendergli omaggio, ed è davvero uno sforzo immane. Io, che ho avuto anche la fortuna – lo dico sempre – di organizzare tutto questo, di essere stata nominata assessora, considero anche questo un piccolo miracolo. Sono tutte fortune che uno si guadagna con l’impegno, ma non sono mai scontate. La devozione per lui mi ha sempre accompagnata, anche nella mia fede vissuta tutto l’anno in vari modi. Tuttavia, Sant’Efisio è sempre stato al centro dei miei pensieri e delle mie riflessioni.
Quanto sarà orgoglioso suo nonno?
La prima cosa che ho fatto – l’ho detto anche nelle prime interviste – il giorno dopo la nomina, è stata andare immediatamente al cimitero di Bonaria, dove lui riposa. Sono andata da lui e poi anche da mio padre, al cimitero di San Michele. Il mio pellegrinaggio l’ho fatto! Mi vengono ancora i brividi, perché li sento molto vicini.
Tra l’altro, anche mia mamma in questo momento non sta molto bene, quindi non potrà essere fisicamente al mio fianco, ma sarà a casa a guardarmi e a sostenermi. Colgo, a proposito, l’occasione per ringraziare tutti i mezzi di comunicazione che organizzeranno le dirette e permetteranno a tante persone – come mia mamma – di partecipare anche a distanza. È un aspetto che abbiamo riscoperto durante il periodo del Covid. Credo che in quell’occasione le persone abbiano anche avuto la possibilità di scoprire le tante attività che si svolgono dal 1° al 4 maggio. Non si festeggia solo il 1°, ma ci sono diversi riti che avvicinano tutte le comunità dei vari comuni. Questo ci riporta anche al senso del pellegrinaggio, all’insegnamento dell’anno giubilare. Ricordando, dunque, la recente scomparsa del Santo Padre Francesco, possiamo cogliere l’occasione per avvicinarci a una spiritualità che dovrebbe accomunare tutti, nei valori evangelici che, alla fine, sono i valori di ogni giorno.
In un anno giubilare, come questo, che ci vede pellegrini di speranza, qual è il messaggio che Sant’Efisio riesce a trasmettere ai credenti ma anche ai laici?
Quello di camminare insieme. Di unirci nei pellegrinaggi, che possono essere sia spirituali che fisici, come faremo noi adesso nei quattro giorni della Festa. Ma ci sono anche piccoli pellegrinaggi interiori, spirituali. Il valore del pellegrinaggio sta proprio in questo: nel desiderio di camminare insieme, condividendo valori come la speranza, la pace, la pazienza, l’amicizia, la fratellanza. Valori che sono sempre attuali.
In un periodo di guerre – penso anche alle macerie che mio nonno ha documentato – tutto questo assume un significato ancora più forte. È davvero un monito, un impegno che dobbiamo assumerci con ancora maggiore convinzione. Tutto, in un certo senso, ha avuto un’accelerazione. Penso alle parole del Papa durante la Pasqua e alla sua scomparsa, il giorno dopo: eventi che ci hanno fatto riflettere ancora di più.
È, quindi, una grande responsabilità che io sento tutta. Perché vedo i volti delle persone, vedo il loro trasporto. Vedo anche persone che magari non frequento durante l’anno avvicinarsi ai riti religiosi, partecipare ai pellegrinaggi. Magari non entrano nelle chiese, ma il pellegrinaggio rimane un momento che tutti condividono: laici e fedeli.
Lei è la terza donna nella storia a ricoprire questo incarico. Sente una particolare responsabilità nel rappresentare anche il valore femminile nella tradizione?
Sì, assolutamente. C’era un desiderio, una speranza… e anche questo è stato un piccolo miracolo. Un’impresa che abbiamo raggiunto tutti insieme. Ricordiamoci che lo scioglimento del voto è un voto municipale, non dell’arcidiocesi – che, chiaramente, è al fianco della municipalità. Dunque, in realtà, la nomina dell’Alter Nos, che vive in simbiosi con la Guardianìa dal momento dell’investitura fino a tutti i giorni della Festa, avrebbe potuto essere al femminile già da tempo.
È stato invece un desiderio preciso del sindaco Zedda quello di voler condividere questa nomina con la Confraternita. I tempi in cui sono stata Assessora alle Pari Opportunità e molto vicina all’Arciconfraternita erano davvero maturi. In quegli anni c’è stato un dialogo, una condivisione di intenti che ha convinto il sindaco a nominare la prima donna.
Questo per me è un altro traguardo raggiunto dalle donne. Nella scorsa consiliatura ce n’è stata un’altra, e ora questa nuova nomina da parte del sindaco rappresenta un messaggio molto, molto importante per tutte le donne.
Quindi sì, sicuramente sento una grande responsabilità. Perché la prima nomina di una donna come Alter Nos è anche un messaggio chiaro. Come si suol dire: “a buon intenditor, poche parole”. La parità si dimostra con gli esempi, e gli esempi servono!
Anche in questo senso, nonostante ciascuno viva la propria devozione a Sant’Efisio in modo personale, penso che l’esempio debba essere comunicato e reso visibile. È davvero importante!
Quali strategie vede possibili per coinvolgere maggiormente le nuove generazioni nella tradizione della festa di Sant’Efisio?
Allora, io sono convinta di questo, anche perché sono stata contattata da studenti, ragazzi e ragazze, che studiano questo patrimonio immateriale riconoscendone davvero il valore per le nostre tradizioni. Al di là del suo significato religioso e spirituale, la Festa di Sant’Efisio ha la capacità di rappresentare, nei quattro giorni della celebrazione, tanti altri valori – tra cui quelli ambientali. Percorriamo infatti territori ricchi di biodiversità, a volte anche molto particolari. È un valore culturale straordinario!
Recentemente ho pubblicato un post insieme a dei ragazzi che mi sono venuti a trovare: sosterranno un esame di giornalismo incentrato proprio sulle tradizioni, mettendo in luce la Festa di Sant’Efisio e i valori che essa racchiude.
Il valore culturale della salvaguardia delle nostre tradizioni, del nostro patrimonio materiale e immateriale, è centrale. Avevamo anche candidato la Festa di Sant’Efisio – e lo scioglimento del voto – all’UNESCO. Siamo arrivati nella lista rappresentativa, a testimonianza del fatto che tutti i criteri richiesti sono stati riconosciuti.
Possedere un campionario così ricco delle nostre tradizioni, concentrato in una giornata e poi diluito nei quattro giorni successivi, è un’occasione unica: colori, suoni, musica, i carri agricoli (le traccas), la ramadura… tutto questo è un patrimonio immateriale da tutelare. E credo che avvicini molto i giovani, sia nello studio sia nella spiritualità.
Vedo tanti giovani, di ogni età, partecipare con entusiasmo, fare a gara per indossare un abito tradizionale e ballare la sera. L’anno scorso, ad esempio, si è sentita molto la mancanza dei balli: è davvero una festa per tutti. E anche se si arriva stanchi a sera, c’è una grande voglia di ballare in Piazza del Carmine.
Io, poi, ho la fortuna di indossare l’abito tradizionale: sono socia sostenitrice del gruppo folk di Villanova – l’unico gruppo di Cagliari – e non tolgo l’abito fino alla fine del 1° maggio. Mi sento una plurimiracolata!
Mio padre, che aveva una grande fede, diceva sempre che non bisogna mai chiedere troppo, ma ringraziare sempre per ciò che si ha, impegnandosi per ottenere ciò che si desidera.
Per concludere, qual è il momento più emozionante della Festa per lei?
Il momento che mi emoziona di più è sicuramente quello in cui ho la possibilità di stare vicino al Santo, quando arriva sotto il Municipio. È lì che si realizza il congiungimento tra il momento laico e quello religioso. È un’emozione che ho vissuto intensamente quando ero Assessora, indossando l’abito tradizionale, vivendo il pellegrinaggio, preparando la ramadura.
Credo che sarà davvero difficile trattenere la commozione quest’anno, nel ruolo di Alter Nos, mentre scorterò il cocchio e omaggerò il sindaco che mi ha nominata. Mi vengono i brividi solo a pensarci!
Un altro momento profondamente significativo è l’arrivo a Nora, nel luogo del martirio. Sono questi, per me, i due passaggi più toccanti della Festa. Non è un momento solo cagliaritano: è lì che si compie lo scioglimento del voto, e quest’anno io sarò la testimone di tutto questo, con un ruolo davvero particolare.
Sono i due momenti più intensi per una persona come me, che vive questa esperienza sia come devota sia come parte dell’amministrazione, immersa nei riti e in questo mondo così profondo e magico che ruota attorno a Sant’Efisio.
Marzia Cilloccu- Alter Nos- saluta la folla di fedeli durante la processioneI meravigliosi colori di Desulo durante la processione
di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’
Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.
Trump e Melania ai funerali di papa Francesco
Il calo nei sondaggi del presidente Donald Trump lo spingerà a più miti consigli? Potrà essere un fattore che avvantaggia l’Unione europea nel suo negoziato sui dazi imposti da Washington ai beni prodotti nel Vecchio Continente? Troppo presto per dirlo. Intanto vediamo cosa sta accadendo.
Stasera in Michigan, Stato industriale «in bilico» che lo ha aiutato per la seconda volta a a vincere le elezioni lo scorso novembre, Donald Trump celebrerà i primi 100 giorni alla Casa Bianca. Qualche giorno fa la rivista Atlantic gli ha chiesto se percepisca questo secondo mandato in modo diverso dal primo. Trump ha risposto mostrando ancora una volta quanto si senta insensibile a problemi che distruggerebbero chiunque altro. «La prima volta dovevo gestire il Paese e sopravvivere», ha detto riferendosi agli «imbroglioni» che lo avevano circondato (mentre adesso ha i suoi fedelissimi nel governo e la maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato). «Adesso gestisco il Paese e il mondo», ha detto. «E mi diverto molto, considerato quel che faccio, che è roba seria». Dal 20 gennaio, la Casa Bianca è stata in attività frenetica, per dimostrare agli americani che il presidente sta realizzando le sue promesse elettorali. Oggi Trump definirà i suoi primi 100 giorni quelli «di maggior successo nella storia di qualunque amministrazione americana», dirà che «centinaia di promesse sono già state mantenute, in particolare sul controllo dei confini e per porre fine dell’inflazione».
I sondaggi
Gli americani non ne sono così sicuri, a giudicare dai numerosi sondaggi realizzati nei giorni scorsi che mostrano un basso tasso di popolarità (secondo il Nytimes/Siena Poll al 42%; secondo Nbc al 45%; secondo Fox, Gallup e Cnbc al 44%, il tasso più basso è quello del Washington Post/Ipsos/Abc al 39%). Per la maggior parte dei sondaggi, Trump va leggermente meglio che nello stesso periodo del suo primo mandato, ma è in discesa rispetto ai mesi scorsi e al di sotto dei suoi predecessori dalla Seconda guerra mondiale in poi. I repubblicani lo appoggiano ancora: dopotutto lo hanno rieletto dopo che alla fine del primo mandato il suo tasso di popolarità scese al 34%. Ed è tipico che un presidente registri un declino significativo di appoggio nei primi mesi di presidenza, scrive il New York Times: nel caso di Trump è sceso un po’ più rapidamente rispetto a recenti predecessori (soprattutto dopo l’introduzione dei dazi); non è una cosa senza precedenti, ma sembra un avvertimento perché ha perso terreno sull’economia, una delle ragioni principali della sua rielezione, e anche se l’immigrazione resta il tema su cui è più forte, alcuni sondaggi registrato una leggera erosione anche qui.
130 ordini esecutivi
Trump ha firmato oltre 130 ordini esecutivi, circa tre volte quelli di Biden, ma l’impatto in molti casi è ancora incerto. Nel suo primo giorno alla Casa Bianca per esempio ha dichiarato l’emergenza energetica e la spinta alla produzione ma non promette risultati prima del prossimo anno (in campagna elettorale promise ai suoi elettori che guardando le bollette in 12 o 18 mesi avrebbero visto i costi dimezzati). Alcuni obiettivi sono in contrasto gli uni con gli altri: ha promesso di abbassare il costo della vita ma anche di imporre dazi, il che probabilmente porterà all’aumento dei prezzi. Oltre 80 cause giudiziarie hanno colpito i suoi ordini esecutivi su immigrazione, politiche di genere e diversità e cambiamenti climatici. Secondo i critici Trump sta realizzando molte delle sue promesse elettorali, ma adesso gli elettori cominciano a rendersi conto di quello che significherà per le loro vite quotidiane. Le minacce di Trump di togliere miliardi di dollari alle istituzioni universitarie è legato alle promesse elettorali di combattere l’antisemitismo nei campus, opporsi ai programmi di diversità, equità e inclusione e cacciare studenti stranieri considerati antiamericani. Diverse università si sono piegate, ma Harvard si è opposta. Molti sono scesi in piazza dopo il silenzio dei primi mesi. Il partito democratico però ha poco da festeggiare: il 69% degli americani che dice che i democratici non capiscono i problemi della gente.
Inflazione e dazi
Sull’economia, uno dei temi su cui Trump era più forte da candidato, da presidente sta registrando una perdita di consenso. Anche senza voler ascoltare la metà degli interpellati dal New York Times che dicono che l’economia è peggiorata sotto Trump, sia Nbc che Cnbc registrano che la sua approvazione è al 40% su questo tema (in particolare il 61% non approva la gestione dei dazi e il 54% si aspetta che peggioreranno le proprie finanze). L’inflazione si è ridotta: dopo essere arrivata al 9,1% nel 2022, era al 3% lo scorso gennaio, il mese in cui Trump si è insediato ed è scesa al 2,4% a marzo. «Abbiamo già risolto l’inflazione» ha proclamato Trump. Ma la Federal Reserve avverte che i dazi porteranno probabilmente a prezzi più alti. La pressione ad ottenere risultati porta l’amministrazione a predire una serie di accordi commerciali con Giappone, Sud Corea, Unione europea, che Trump punta a presentare come svolte straordinarie in linea con il mito di maestro degli affari.
Immigrazione
Era la promessa centrale della campagna elettorale di Trump: controllare il confine. E su questo ci sono stati chiari progressi: il numero di persone che cercano di entrare illegalmente dal Messico è crollato nell’ultimo anno della presidenza di Biden, da 249.740 nel dicembre 2023 a 47.324 nel dicembre 2024. Sotto Trump è sceso ad appena 8.346 a febbraio e 7.181 a marzo, il livello più basso da 60 anni. Ignorare le richieste d’asilo (un tema sotto esame dei tribunali) permette di espellere rapidamente i migranti. Nel frattempo i funzionari dell’immigrazione fanno arresti in tutto il Paese e anche persone che si professano innocenti sono stati espulsi senza processo perché accusati di essere membri di gang. Secondo il sondaggio di Fox, questo è l’unico tema su cui Trump ha consensi di più della metà degli interpellati. Il Wall Street Journal mostra che il 54% degli americani approva le espulsioni senza processo di sospetti membri di gang, ma ci sono alcuni segnali di disagio sulla revoca dei visti degli studenti stranieri o sull’espulsione di immigrati illegali che hanno vissuto negli Usa per oltre 10 anni pagando le tasse e non hanno precedenti penali.
L’efficienza governativa
Il dipartimento di Elon Musk, che doveva ridurre la burocrazia federale, e ha dato accesso all’uomo più ricco del mondo a dati sensibili e voce in capitolo sui tagli ha portato da una parte a uno choc della burocrazia federale, con l’esito di riuscire a cacciare migliaia di impiegati (75mila hanno accettato la buonuscita, decine di migliaia sono stati licenziali anche se alcuni reintegrati almeno temporaneamente dai tribunali). Ma non si sono materializzati i tagli notevoli ai costi, portando Musk a ridurre le aspettative da un trilione a 150 miliardi (e non è chiaro se riuscirà). Dopo i problemi finanziari di Tesla, Musk ha annunciato che si occuperà meno del governo federale da maggio. Non mancherà a molti: il 55% crede che abbia troppo potere secondo il Wall Street journal, anche tra chi è favorevole a gestire gli sprechi governativi.
Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter
Il 26 aprile 2025, sotto un cielo azzurro velato da leggere nuvole, migliaia di fedeli e oltre 150 delegazioni provenienti da tutto il mondo si sono riunite in Piazza San Pietro per rendere omaggio a Papa Francesco, scomparso la mattina del 21 aprile all’età di 88 anni.
Nonostante l’imponente afflusso di partecipanti, la piazza era avvolta da un profondo silenzio e da una commozione palpabile, segno di un popolo smarrito per la perdita di una guida spirituale che, nei suoi dodici anni di pontificato, aveva indicato con fervore il cammino della fraternità e della pace.
«Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita. E lo ha fatto con forza e serenità, vicino al suo gregge, la Chiesa di Dio».
Con queste parole, pronunciate durante l’omelia dal cardinale decano Giovanni Battista Re, si è rinnovata la testimonianza di quell’ideale evangelico di misericordia e servizio che Papa Francesco ha incarnato, riuscendo a toccare il cuore di uomini e donne di ogni fede, e perfino di chi non credeva. È innegabile, infatti, quanto sia stato una figura peculiare nel panorama ecclesiastico contemporaneo. Con uno stile pastorale diretto e spesso sorprendente, ha saputo rompere schemi consolidati, risultando “scomodo” per alcuni e “rivoluzionario” per altri.
Il suo pontificato ha restituito l’immagine di una Chiesa che, pur consapevole delle proprie fragilità, si impegna a raggiungere ogni persona, prendendosi cura dei bisogni di ciascuno senza mai voltarsi dall’altra parte. Una Chiesa capace di farsi compagna di cammino, sostegno nella prova, voce per chi non ne ha una. Nella sua celebre Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium — dedicata all’annuncio del Vangelo — ha dichiarato con schiettezza: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita nelle strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Parole che, con lui, hanno trovato concreta realizzazione, ma che, ancor prima, indicano una strada possibile da percorrere. Una strada che oggi appare più che mai necessaria, in un mondo lacerato da conflitti e divisioni, dove il dialogo e la ricerca della pace sembrano sfide ardue ma imprescindibili.
Proprio al termine della cerimonia funebre, la diplomazia internazionale si è mossa con passi incerti: l’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky — entrambi presenti a Roma — testimonia quanto sia urgente e vitale ritrovare vie di riconciliazione e di speranza. Dinanzi alla fotografia, divenuta virale, dei due capi seduti uno di fronte all’altro nella penombra solenne della Basilica di San Pietro, c’è chi ha già parlato di “miracolo”. Ma forse, più che di un evento straordinario, si tratta di un segnale: un gesto simbolico che, pur nella sua brevità, ha riaperto uno spiraglio di dialogo, nel quale è impossibile non intravedere il riflesso dell’eredità lasciata dal Pontefice, che in diverse occasioni ha saputo aprirsi con coraggio e umiltà all’incontro con l’altro.
Ora che le spoglie di Papa Francesco riposeranno nella Basilica di Santa Maria Maggiore, cosa accadrà alla Chiesa?
Inizia uno dei momenti più segreti e affascinanti: il Conclave per l’elezione del nuovo Papa. Alla morte di ogni Pontefice si apre la cosiddetta “sede vacante”, e il governo della Chiesa passa temporaneamente al Collegio dei Cardinali, che ne terrà il timone in attesa del nuovo successore.
Per l’elezione, vengono convocati a Roma tutti i cardinali di età inferiore agli 80 anni, in qualità di elettori. Dall’esclamazione “Extra omnes”, nessun contatto con l’esterno sarà più permesso: inizia ufficialmente il Conclave. L’assemblea si riunisce nella Cappella Sistina, mentre i cardinali saranno ospitati presso la Domus Sanctae Marthae, con un percorso isolato per evitare ogni possibile comunicazione esterna.
I cardinali saranno chiamati a votare quattro volte al giorno: due votazioni al mattino e due al pomeriggio, finché non sarà raggiunta la maggioranza dei due terzi. Ogni cardinale scriverà il nome del candidato su una scheda, che, una volta raccolte, sarà bruciata. La combustione delle schede darà vita alla famosa fumata: bianca per l’elezione del Papa, nera per la non elezione. Teoricamente, può essere eletto qualunque uomo battezzato e celibe. Tuttavia, nella pratica, viene sempre scelto un cardinale.
Con l’inizio del Conclave, la Chiesa si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia, in un momento di grande transizione. Mentre i cardinali si riuniscono in preghiera, con il cuore e la mente rivolti al futuro, l’eredità di Papa Francesco resta viva. Il nuovo Papa, scelto dai porporati, avrà il compito di portare avanti una Chiesa in uscita, pronta a rispondere alle sfide del mondo con coraggio, misericordia e amore, proprio come ha fatto il suo predecessore.
A 80 anni dalla giornata del 25 aprile 1945, ricordiamo ciò che accadde dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Italia, occupata dai nazi-fascisti, entrò in una fase devastante. L’8 settembre è considerato il giorno in cui iniziò la Resistenza, un movimento in cui giovani partigiani, civili, ex militari e moltissime donne scelsero di opporsi all’oppressione fascista. Mettendo a rischio la propria vita, combatterono per conquistare una libertà ottenuta con il sangue, il sacrificio, ma anche con la forza di un’idea condivisa: la volontà di riprendersi la vita e renderla degna di essere vissuta. Le azioni della Resistenza non furono solo militari, ma anche civili e culturali: stampa di giornali e volantini clandestini, sabotaggi, difesa della popolazione. La lotta partigiana univa tutti: uomini e donne, Nord e Sud, comunisti, socialisti, cattolici e liberali, accomunati dall’obiettivo di liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista e rifondare il Paese. Tra le fila della Resistenza troviamo due figure simboliche, esempi di coraggio e determinazione. Due donne, in egual modo madri della nostra libertà: Irma Bandiera, bolognese, classe 1915, è una delle figure più emblematiche della Resistenza. Dopo l’armistizio, senza esitazione, si unì ai gappisti della divisione “Gianni Garibaldi”. Svolgeva un compito estremamente pericoloso: trasportava armi e messaggi, rischiando la vita ogni giorno. Nel 1944 fu catturata dai fascisti a Bologna. Torturata per giorni nel tentativo di estorcere informazioni sui suoi compagni, Irma non parlò. I suoi ideali furono più forti della paura e del dolore. Fu uccisa il 14 agosto 1944 e il suo corpo martoriato fu lasciato per ore sulla strada, davanti alla casa dei suoi genitori. Quello che voleva essere un monito, divenne un simbolo. Quel gesto non intimorì la popolazione: al contrario, rafforzò lo spirito di ribellione. Ancora oggi, Irma è il simbolo del coraggio, della forza e del sacrificio. Con i suoi 29 anni e gli occhi pieni di libertà e speranza, contribuì in modo indelebile alla Liberazione. Ada Gobetti fu un’altra figura simbolica della Resistenza. La tragica morte del marito Piero Gobetti durante l’esilio, non la fermò: Ada continuò il suo impegno politico e culturale anche sotto il regime. Dopo l’8 settembre, entrò nella Resistenza torinese come staffetta e dirigente dei Gruppi di Difesa della Donna, fondamentali per il coinvolgimento femminile nella lotta antifascista. La sua voce risuona nei diari e negli articoli che scrisse, non solo durante la Resistenza ma anche nel dopoguerra. Dopo la Liberazione, contribuì alla ricostruzione democratica dell’Italia, divenendo una delle voci più autorevoli in tema di educazione dei bambini e di emancipazione femminile. Anche lei fu una madre della Repubblica, in senso profondo: voce della giustizia, dell’uguaglianza e della democrazia. Dobbiamo ricordare che la Resistenza rappresenta le fondamenta della Costituzione italiana, del diritto di parola, del voto, della parità e di tutte le libertà di cui oggi godiamo. Tuttavia, spesso le diamo per scontate. Ci si dimentica che sono state conquistate con coraggio, sofferenza e sacrificio da parte di tanti giovani, che non dobbiamo dimenticare. Il 25 Aprile non è solo un giorno in cui non si lavora o non si va a scuola. È una giornata commemorativa, per onorare il passato ma anche per ricordare che la libertà va custodita. Se oggi siamo liberi di esprimerci, anche in disaccordo, lo dobbiamo a quegli uomini e a quelle donne che hanno combattuto per tutti, anche per il loro nemico. Garantendo loro e a noi una libertà che non è un regalo, ma una conquista.
Fiorentina (3-5-2): De Gea; Pongračić, Pablo Marí, L. Ranieri (80mo Comuzzo); Dodô, Mandragora (80mo Folorunsho), Cataldi, Fagioli (62mo Richerdson), Gosens (62mo Parisi) Guðmundsson, Beltrán (85mo Zaniolo). In panchina: P. Terracciano, Martinelli, Comuzzo, Zaniolo, Moreno, Richardson, Ndour, Adli, Parisi, Folorunsho. Allenatore: Raffaele Palladino.
Spettatori: 15917
Il coraggio di pensare al calcio mentre a San Pietro c’è la fila per salutare papa Francesco lo dà proprio Bergoglio, di cui risuonano le parole, prima del minuto di silenzio, sul valore dello sport. E mentre ci apprestiamo a scrivere, il suo sorriso colorato del bianco e dell’azzurro argentino non ti abbandonano. Bonaria è poco distante dallo stadio e, tra i rumori del tifo, ti sembra di sentire quello dei caschetti dei minatori sul suolo durante l’incontro con Francesco.
Intanto l’inizio di gara non ti dà il tempo di respirare, perché Luvumbo s’invola subito sulla sinistra per servire al centro, De Gea- incredibile a dirsi- smanaccia malamente, e Piccoli segna a porta vuota. Segue il palo di Zortea- palo accarezzato a dire il vero- e il risveglio della Fiorentina, su cui sembra pesare molto l’assenza all’ultimo minuto di Kean: palo di Mandragora e azione pericolosa di Cataldi sulla fascia destra. Tutto questo in venti minuti.
E proprio mentre si prende un po’ di respiro, Gudmundsson si accentra dalla fascia sinistra in dribbling elegante, ma non riesce a superare l’ultima difesa, quella di Caprile.
Grazie a un mirabile lavoro di cucitura a centrocampo di Gudmundsson, la Fiorentina sembra prendere campo e dominio, cosa che diviene certezza prima con un tiro alto di Mandragora, poi con un pregevole esterno destro di Gosens, che trova il pareggio.
Il primo tempo si conclude con la sensazione che il pareggio sia un risultato da accogliere piacevolmente da parte dei rossoblù che, tuttavia, proprio in chiusura, accarezzano l’idea di un rigore revocato subito, però, dal var.
Come quello del primo, anche l’inizio del secondo è travolgente: dopo due minuti Dodo, dalla fascia destra, serve per la testa di Beltran che, appoggiandosi su Zortea, trova l’elevazione e lo stacco per superare Caprile e trovare l’1-2.
La gara vive un momento di stanca, a cui si cerca di porre rimedio con le sostituzioni, ma è il Cagliari che dovrebbe osare, e, pur lungo tempo, non riesce.
Il risveglio si ha al 75mo, con tiro di Marin da poco fuori area che sbuca davanti a De Gea, ma non lo sorprende.
Ma è un risveglio che non porta a rialzarsi, mentre il tempo passa e si avvicina la campana del 90mo.
La Fiorentina tiene campo, con autorevolezza: si vede che è in un ottimo stato di forma e il Cagliari, ancora, non si scuote, intorpidito. Zaniolo calcia da poizione defilata con forza, e Caprile respinge. Invece di rialzarsi, i rossoblù sembrano ripiombare in un sonno ricco d’incubi. La gara finisce, torna il buio. Che l’incubo non sia il fantasma della serie B.
Una lavanda dei piedi di papa Francesco a dodici detenute
Come San Pietro, che non sentendosi degno di morire come Cristo, si fece crocifiggere a testa in giù, Francesco- da successore del primo papa- ci ha voluto lasciare il primo giorno dopo il triduo pasquale: il giorno dell’angelo- del messaggero che annuncia la lieta notizia- e delle donne, che raccolsero quell’annuncio.
È stato vero messaggero, della speranza celeste per gli ultimi della terra, da quelli che hanno udito la lieta novella della nascita di Gesù dalla schiera di angeli a Betlemme, alle Marie che il primo giorno dopo la Pasqua, investite dalla luce angelica e abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai discepoli.
Dopo la benedizione pasquale di ieri, impartita con fatica e tenacia, Francesco ci ha lasciato, per andare incontro alla sua Pasqua, al banchetto non dei principi ma degli storpi, dei malati e dei poveri, i veri invitati alle nozze.
Prima ancora, però, era andato in carcere, per il Giovedì Santo. E prima ancora era apparso senza papalina, con un poncho, per andare a pregare privatamente. Avevo suscitato perplessità e qualche dubbio di opportunità, questa immagine: ma Francesco aveva già lasciato le vesti papali per vestirsi del suo saio, per spogliarsi di tutto e andare incontro al Padre.
Francesco d’Assisi fu il santo dell’amore incondizionato alla Chiesa: alla Chiesa peccatrice e custode del Vangelo, alla Chiesa ricca e a quella degli ultimi emarginati, alla Chiesa traditrice e alla fedele sposa: scelse il nome di colui che, davanti alle rovine di quella che fu la comunità degli apostoli intorno a Pietro, scelse di non voltarle le spalle ma di ricostruirla dalle fondamenta. Così gli aveva ordinato il crocifisso di San Damiano.
Spesso papa Francesco aveva le maniche sollevate e il piglio di chi ha fretta; e tutti ci ricordiamo la sua valigetta nera, con gli ‘strumenti di lavoro’. Aveva fretta, doveva posare i mattoni, ricostruire la Chiesa. Anche a lui il crocifisso ha parlato. Non si spiegherebbero altrimenti la sua lavanda dei piedi a detenute e detenuti, l’abbandono del palazzo apostolico per vivere a ‘Casa Santa Marta’, l’apertura del Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centraficana, l’attenzione alle donne, agli emarginati e ai migranti, la lotta alla corruzione e alle armi, la vita consacrata per la pace, l’amore a Maria, il desiderio incessante di preghiera, e lo stesso nome di Francesco, scelto per la prima volta da un pontefice.
E come San Francesco fu giullare e amante del canto e della musica, anche Bergoglio si lasciava, a volte, trasportare dalle gioie della vita, fonte di umile e casto piacere: il calcio, le arti, le battute scherzose.
Non si offenderà,allora, il poverello di Assisi, se aggiungiamo una strofa al suo Cantico, scritto tra sofferenze atroci, in attesa di lasciare questa vita:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali, beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
E laudato si’, mi’ Signore, per nostro fratello, papa Francesco
di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.
Il presidente Usa Donald Trump e premier Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, Florida, il 4 gennaio 2025 (Epa/Filippo Attili/Palazzo Chigi)
Capire che cosa vuole Trump è fondamentale per l’Europa per poter negoziare con lui. Vuole abbattere le barriere commerciali? Oppure vuole una nuova economia americana autosufficiente e post-globalizzata? Secondo il politologo Ian Bremmer vuole soprattutto la seconda cosa. È come se due istinti combattessero in Trump: quello del deal-maker (che vuole fare accordi) e quello protezionista che ha avuto per 35 anni e che mira a smantellare il sistema del libero commercio.
Questo crea confusione anche in alcuni suoi consiglieri che sono stati incaricati di trattare: non necessariamente sono consapevoli di quali accordi siano accettabili per il presidente. Trump tra l’altro sente di non avere bisogno dei consigli del suo team economico, è circondato da persone che cercano di dirgli ciò che vuole sentirsi dire e se cercano di spingerlo in una direzione diversa lo fanno sommergendolo di elogi. In questo senso è positivo che la premier Meloni parli direttamente con il presidente Trump. Quando abbiamo chiesto a Teresa Ribera, la vicepresidente della Commissione Ue che lo scorso 2 aprile era a Washington di commentare le dichiarazioni che ci aveva appena fatto il ministro del Commercio Howard Lutnick in un’intervista, Ribera ha risposto che l’Unione vuole innanzitutto essere sicura dei contenuti, di quello che effettivamente dicono e vogliono gli americani. Come dire: ciò che chiede Lutnick fino a che punto riflette una decisione di Trump e in ogni caso fino a quando durerà quella decisione?
Ambasciatori e rappresentanti del Commercio di vari Paesi si telefonano e si mandano messaggini — scriveva nei giorni scorsi il Washington Post — per cercare di scambiarsi consigli e capire se abbia più senso vedersi assegnato il segretario del Tesoro oppure il segretario del Commercio per i negoziati.
Molti si preoccupano dell’istinto anti-democratico o cleptocratico di questa amministrazione — osserva Bremmer — ma è il caos secondo lui che può causare i peggiori danni strutturali agli Stati Uniti e al sistema globale. Trump prende le sue decisioni e pensa che tutti gli altri dovrebbero cedere perché alla fine dei conti gli altri «non hanno le carte». Si aspetta di portare tutti al tavolo dove può ottenere vittorie per gli Stati Uniti, perché sono il Paese più forte. Il problema è che le catene di approvvigionamento sono più complicate di quello che crede e gli Stati Uniti non possono negoziare accordi complessi con oltre 75 Paesi contemporaneamente.
I Paesi più piccoli e poveri stanno effettivamente cercando di capire quali concessioni possono fare per assicurarsi che gli Stati Uniti non superino il 10% di dazi. Il Regno Unito, il Brasile o l’Australia anche se sono in deficit della bilancia commerciale non chiederanno cambiamenti in nome degli scambi «equi» e non pensano di poter scendere al di sotto del 10%. Paesi come il Giappone e la Corea del Sud stanno proponendo di comprare molto più gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, aumentare investimenti diretti specialmente nel settore automobilistico e nei data center e di rivalutare lo yen, nella speranza di convincere gli americani a ridurre le percentuali e portarle dal 24% verso il 10% (per le auto abbassare il 25% sarà più complicato). La Cina sarà l’osso più duro invece.
Quanto a Bruxelles: l’idea potrebbe essere di azzerare i dazi reciproci sui beni industriali e di affrontare alcune delle lamentele di Trump sulle barriere non tariffarie (c’è già un tentativo europeo in corso di semplificare le regole). Bruxelles punta a offrire di acquistare più gas naturale liquefatto e equipaggiamento militare dagli americani e a coordinare le proprie politiche con quelle degli Stati Uniti in risposta all’eccesso di produzione cinese. L’Europa ha regole sui giganti di internet e restrizioni sulle importazioni di carne che gli americani vorrebbero cambiare ma che per l’Ue è difficile modificare perché rappresentano il modo europeo di rapportarsi sia al mondo digitale con la tutela della privacy e dei consumatori sia al settore agricolo, con standard elevati per la salute. È dunque difficile che un accordo possa essere raggiunto in 90 giorni, il periodo per il quale Trump ha sospeso i dazi «reciproci» o meglio, per quanto riguarda l’Unione europea, li ha abbassati dal 20% al 10%.
La visita a Washington ieri del commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic — la terza da quando si è insediata la nuova amministrazione Usa — non ha portato a grandi risultati come emerge dal suo post su X in cui dice che l’Ue rimane «costruttiva e pronta a raggiungere un accordo equo, che preveda anche la reciprocità attraverso la nostra offerta di zero dazisui beni industriali e il lavoro sulle barriere non tariffarie». Ma il raggiungimento dell’obiettivo «richiederà un significativo sforzo congiunto da entrambe le parti». L’offerta di dazi zero a zero (cioè sia da parte Ue che da parte Usa) sui beni industriali è stata messa sul tavolo dall’Unione europea il 19 febbraio scorso, prima ancora che entrassero in vigore le tariffe Usa su acciaio, alluminio e derivati.
A Bruxelles spiegano che il problema è l’imprevedibilità del presidente americano, che ancora ieri ha detto che «l’Unione europea deve venire al tavolo del negoziato e sta cercando di farlo», lamentandosi però che «l’Ue non compra i nostri prodotti, le nostre auto». Peccato che Bruxelles stia spingendo per una soluzione negoziata fin dal primo momento. «Non cambio idea, ma sono flessibile», ha voluto rimarcare Trump: «Non voglio danneggiare nessuno», ha aggiunto parlando della sua decisione di esentare dai dazi i prodotti elettronici provenienti dalla Cina. Per molti è stata un’inversione a U dopo i crolli in Borsa che ha causato.
Prevale l’attesa in un’atmosfera di grande incertezza. Giovedì la premier Meloni incontrerà a Washington il presidente Trump. Bruxelles guarda in modo pragmatico la missione italiana: è «positivo» che Meloni abbia un «rapporto diretto» con Trump, «più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è», ci ha detto la presidente von der Leyen in un’ intervista. Magari c’è più sospetto tra le capitali per la vicinanza politica evidente e dichiarata tra la premier e il presidente Usa, anche se in questo momento tutti vogliono mostrare sostegno e compattezza. Qualche frizione è emersa nei giorni scorsi con la Francia.
L’atteggiamento della Commissione è improntato al pragmatismo: «La presidente von der Leyen e la premier si sono tenute regolarmente in contatto, anche in relazione a questa missione e lo saranno anche prima della missione programmata», ha detto ieri la portavoce dell’esecutivo comunitario, che però poi ha aggiunto: «La politica commerciale è una nostra competenza esclusiva, ma la visita è molto gradita e strettamente coordinata».
Insomma, Meloni si potrà anche coordinare con Bruxelles ma non è titolare a negoziare e gli altri leader europei non le hanno dato questo compito, almeno per il momento, anche se riconoscono l’importanza della visita purché sia «mantenuta l’unità europea». L’Ue infatti è forte se negozia a 27 perché il suo mercato interno vale 450 milioni di abitanti, è il più grande al mondo e interessa a molti Paesi. Gli scambi commerciali dell’Unione europea con gli Stati Uniti rappresentano il 13% del totale e ora l’Ue è intenzionata a rafforzare l’87% restante. Però Meloni può fare da ponte con gli Stati Uniti e in questo momento è fondamentale.
Trump e von der Leyen non si sono ancora mai incontrati, la prima occasione sarà probabilmente il vertice Nato a L’Aia in giugno. Meloni è già stata anche a Mar-a-Lago a inizio gennaio e ora rivedrà Trump a Washington il 17 aprile, mentre accoglierà a Roma il suo vice Vance la prossima settimana, con buona pace del leader della Lega Salvini, che in tutti i modi sta cercando di costruire una relazione speciale con il numero due. Ma è Meloni ad avere il rapporto diretto con Trump e sarà sempre lei a fare gli onori di casa con Vance. Quello che l’Italia può offrire agli Stati Uniti è limitato, ma nelle trattative anche la tattica è fondamentale.
Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter
‘La Riflessione’ ospita l’autorevole firma del Garante dei detenuti della Città Metropolitana di Cagliari, per riflettere sulla morte di Graziano Mesina e sul sistema giudiziario italiano
Non avrei voluto commentare la morte di Graziano Mesina, per non rischiare di trovarmi tra i tanti coristi che oggi, alla sua morte, replicano un canto funebre già cantato, nel bene e nel male.
Con la morte di Graziano Mesina, dopo aver completato le ultime note di cronaca, consegniamo alla storia un altro eroe. Eroe “nostro” e non solo. Una storia complessa, dolorosa, triste, ancora da comprendere sino in fondo – probabilmente – eppure scritta con linguaggio epico.
Ricordo perfettamente quel marzo del 1968, quando fu arrestato, al termine del lungo primo tempo di latitanza, in una Sardegna martoriata da posti di blocco e tappezzata dai manifesti, taglie, che promettevano milioni di ricompensa a chi avesse fornito aiuto per la sua cattura. L’estetica non era molto dissimile da quella che accompagnava le nostre serate al cinematografo – per chi se le ricorda – tra gli eroi western del mito americano che – sotto il travestimento dello spettacolo – sottilmente insinuavano che il genocidio dei nativi da parte dei coloni americani, fosse un evento quasi naturale.
L’epica ha bisogno di un eroe, e gli eroi son tutti giovani e belli, e se la storia regge, a costruire un mito si fa in fretta. Da qualche anno, oltretutto, avevamo a disposizione anche un autorevole fondamento giuridico, il codice della vendetta barbaricina, una teoria che aveva trovato buona accoglienza tra gli intellettuali sardi, sebbene non fra tutti – e tra diffidenti mi piace ricordare Antonio Romagnino –. Aiutava anch’essa a fondare il mito di una resistenza contro le forme di neocolonialismo che attentavano ai valori consuetudinari di un popolo, o di una sua parte, come la pastorizia. I Governi che si erano succeduti a Roma, sin dai primi decenni del secolo scorso, con il beneplacito delle autorità locali, avrebbero voluto estirpare la pastorizia, e la sua cultura, nella convinzione di poter così estirpare la piaga del banditismo, che non era fenomeno nuovo – visto che nell’agiografia locale già comparivano famosi banditi – ma che in quegli anni mostrava segni di particolare recrudescenza.
Ecco che, date queste premesse, nonché il risveglio un sentimento di ribellione antistatale, la nascita di gruppi indipendentisti, i tentativi – certi – di reclutare settori del banditismo nel vagheggiato progetto separatista e rivoluzionario della Sardegna – non si dimentichi Gian Giacomo Feltrinelli –, Graziano Messina possedeva un physiquedu rôle particolarmente adatto.
Ricordo i bambini di Orgosolo che, dopo il suo arresto, mitizzavano quel loro compaesano. Né so sé il cronista che – allora – raccoglieva le loro confidenze, abbia aggiunto qualcosa di suo. Certamente, però, l’idea che la sua azione avesse a che fare con la resistenza di un popolo contro la pretesa neo-coloniale dello Stato – che già preparava il tentativo di confisca del cumonale di Pratobello e l’industrializzazione, mancata, di Ottana – si è diffusa ed è stata acquisita – e con leggerezza, dall’opinione pubblica.
Le persone anziane che oggi, dopo la sua morte, rispondono al corrispondente della Nuova Sardegna, potrebbero essere tra gli alunni delle elementari che, quasi sessant’anni fa, eleggevano Grazianeddu a loro leader.
C’entra ancora il codice barbaricino, quando il primo risponde: «Eh, tutto è successo da quando ha vendicato il fratello», e c’entra ancora il riconoscimento del valore, quando il secondo gli fa eco: «Non era un uomo cattivo». E sorge un dubbio, quando sulle pagine dell’Unione Sarda, qualche compaesano afferma, sicuro di sè, che “per noi non era un bandito”. E c’entra il mito, quando la prime turiste che sbarcano nella Costa Smeralda, inseriscono tra i loro progetti quello di andare a fargli visita nel covile dove si nascondeva, o quando il mancato rientro in carcere dopo un permesso diventa una romantica “fuga d’amore”, o quando i turisti invocavano la grazia di poterlo incontrare. Chissà perché, magari solo per una foto ricordo da esibire dopo la vacanza.
Poi un bel soprannome, ispirato alle sue “celebri” evasioni: la primula rossa, oggi declinato con l’aggiunga di una breve proposizione: la ex primula rossa.
Solo che Grazianeddu, non aveva proprio niente da spartire con quel nobile inglese – partorito nel 1905 dalla fantasia della baronessa Emma Oroczy – che combatteva per tutt’altra causa: rischiava la vita per liberare i nobili francesi destinati alla ghigliottina da Robespierre, e aiutarli a trovare rifugio in Inghilterra, e al termine di ogni impresa abbandonava un biglietto da visita: “Scarlet Pimpernel”.
Non avrei voluto commentare il finale della storia di Graziano Mesina, complessa e intrigante, per non rischiare di essere frainteso quando affermo che l’enfasi da sempre riservata alla sua storia, rischia – seppur involontariamente, spero – di farlo apparire come modello di reazione alla repressione e, quindi di legittimare le sue azioni.
Che le Barbagie siano state oggetto di interventi repressivi del genere neocoloniale, è indiscutibile. Solo che il fenomeno del banditismo – peraltro risalente, ma acuitosi in quegli anni – non può semplicisticamente considerarsi una risposta politica e, tanto meno, una risposta giusta e opportuna.
Regnava, probabilmente, l’idea di una “giustizia” che non era quella praticata dallo Stato con i suoi strumenti di repressione. Solo che il banditismo, seppure in presenza di qualche avance da parte dei nascenti movimenti politici rivoluzionari, non è stata, né avrebbe potuto essere, la risposta.
All’interno di quella stessa cultura maturavano ben altri valori, in sintonia con le idee che si diffondevano nel resto del mondo, in sintonia con i valori di pace e di giustizia. Non isolazionismo ma collaborazione: pastori e studenti, uniti nella lotta. Nel progettare la rivolta, decidevano di far tacere le armi, sceglievano lo strumento della non violenza, la resistenza passiva. Contribuivano così, anche al ridimensionamento di uno stereotipo, quello della balentìa, dai confini così incerti da sconfinare, non di rado oltre i limiti del consentito.
Di lì a poco il popolo di Orgosolo, a Pratobello, di fronte all’incredulità dei più, avrebbe sconfitto lo Stato.
Ciò che mi preoccupa è idea che attraverso l’enfasi, la leggenda, il mito, il modello rappresentato dalla vicenda umana di Graziano Mesina, possa rappresentare un modello, un valore positivo, soprattutto per i più giovani. Che possa avallare il principio, in rapido progresso, secondo cui quel che conta, in definitiva, sia il successo. Che chi raggiunga la notorietà, non importa in quale campo, nel bene e nel male, possa permettersi ogni cosa.
Vale per un bandito, come vale per uno sportivo, un politico, un capo di Stato o chicchessia. Non molto tempo fa, in occasione della morte di Diego Maradona, mi sono dovuto dissociare dal trionfalismo iperbolico che avrebbe voluto innalzarlo agli onori dell’altare, dichiarando di non essere disposto ad adorare quel Dio! (https://www.manifestosardo.org/non-adoro-quel-dio/)
Perché, anche il quel caso, il fatto che Diego Maradona sia stato uno dei più grandi interpreti del gioco del pallone non consente di proporlo quale modello, soprattutto ai giovani. Il messaggio che passa con l’esaltazione – a volte persino fanatica – di chi, nel proprio campo, ha saputo primeggiare, è che il successo sia la chiave di tutto. Mi viene mente con quanta deferenza Luciano Lutring, “il solista del mitra”, ma ribattezzato anche, come tanti altri, “il bandito gentiluomo”, veniva invitato ad esporre al pubblico la sua dottrina.
Non credo, in definitiva, neppure che l’abilità o il gesto generoso di chi si pone al di là della legge possa compensare il disvalore del delitto.
C’è da tener conto, evidentemente, anche di altri fattori. Le esperienze di vita segnano profondamente, possono decidere la nostra sorte. A volte, mi chiedo quanto possa contare la fortuna. Mi torna spesso alla mente una vecchia canzone portata al successo da una giovanissima Joan Baez: There ButFor Fortune, scritta nel 1963 da un giovane, Phil Ochs, suicidatosi 10 anni dopo: “Mostrami il detenuto – cantava – ed io ti mostrerò mille ragioni per cui è solo un caso se al posto suo non ci siam noi”.
Sono consapevole del fatto che esiste un contesto, persino di non aver alcun merito personale se, almeno sino a questo momento, credo di aver camminato per la retta via. Per lo stesso motivo, non attribuisco colpa alcuna a quanti, per dirla con Orazio, hanno superato il limite “al di qua o al di là del quale non può risiedere il giusto”. Anzi, non di rado trovo giustificazioni: povertà, mancanza di istruzione, ambiente sfavorevole, e poi cerco di mettere in partica l’ammonizione di Francesco: chi siamo noi per giudicare? Lungi da me la semplificazione, manichea, secondo la quale dentro stanno i cattivi e fuori stanno i buoni. Mi capita di incontrare, al di là delle sbarre, splendide persone, e in libertà spregevoli individui. Insomma: non credo negli automatismi. Chi ruba, rapina, o persino uccide, non è necessariamente una persona cattiva. Così come chi si astiene dal furto o dal sequestro di persona, non vuol dire che sia una brava persona.
La dignità della persona, infine, prescinde del tutto dalle responsabilità e dalla colpa, tutti ne hanno diritto, indipendentemente da qualsiasi condizione, comportamento o merito.
Il diritto di Graziano Mesina ad un trattamento dignitoso nell’ora della morte è stato gravemente violato. È stato opportuno ricordarlo. Indipendentemente dalla condanna che gli era stata inflitta, egli era titolare del diritto – non solo etico – ad accomiatarsi da questo mondo in maniera dignitosa. Non solo – come ha commentato la garante dei detenuti – “non c’è stata pietà né senso di umanità” ma è stato violata la norma che vieta ogni trattamento crudele, inumano o degradante. I tribunali internazionali, non da oggi, non risparmiano al sistema carcerario italiano l’accusa di tortura per violazione dell’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali.
Se fosse soltanto una vendetta di Stato nei confronti di Graziano Mesina, sarebbe un episodio riprovevole ma isolato. Ed invece si tratta di un sistema, cieco, che in dispregio di quanto proclamato dalla Carta costituzionale, non fa altro che inasprire le pene e renderle ancor più insopportabili, solo per offrire a incauti elettori una fragile illusione di sicurezza. Un accanimento contro i più fragili che, tutti insieme, dovremmo contrastare.
In conclusione: non credo che il banditismo di Graziano Mesina contenga alcun valore positivo, e spero non diventi un’icona della nostra terra.
Sulla tomba di quella persona depongo un fiore.
Gianni Loy, 78 anni, è stato un apprezzato professore ordinario di Diritto del lavoro nell’Università di Cagliari, dove ha diretto anche il Master in relazioni industriali. Nel 2024 è stato nominato Garante dei diritti dei detenuti della Città Metropolitana di Cagliari
Nour Elassy è una poetessa e scrittrice residente a Gaza.
8 aprile 2025
Le ultime tre settimane dalla fine del cessate il fuoco sono state una storia di orrore senza fine.
La settimana scorsa, durante un’altra notte di violenza, mia nipote di quasi quattro anni mi ha fatto una domanda che non dimenticherò mai.
“Se moriamo nel sonno… sentiremo comunque male?”
Non sapevo cosa rispondere.
Come si fa a dire a un bambino, che ha visto più morti che giorni, che morire nel sonno è compassionevole?
Così le ho detto: “No. Non credo. Ecco perché dovremmo addormentarci ora”.
Annuì silenziosamente e voltò il viso verso il muro.
Mi credette. Chiuse gli occhi.
Me ne stavo seduta al buio, ad ascoltare le bombe, chiedendomi quanti bambini venissero sepolti vivi proprio in fondo alla strada. Ho 12 nipoti. Tutti hanno meno di nove anni. Sono stati il mio conforto e la mia gioia in questi tempi bui.
Ma io, come i loro genitori, faccio fatica ad aiutarli a dare un senso a ciò che sta accadendo intorno a noi. Abbiamo dovuto mentire loro tantissime volte. Spesso ci credevano, ma a volte sentivano nelle nostre voci o nei nostri sguardi che stava succedendo qualcosa di terrificante. Sentivano l’orrore nell’aria.
Nessun bambino dovrebbe mai subire una tale brutalità. Nessun genitore dovrebbe chiudersi nella disperazione, sapendo di non poter proteggere i propri figli.
Il mese scorso, il cessate il fuoco è terminato, e con esso, l’illusione di una tregua.
Quello che è seguito non è stata solo una ripresa della guerra, ma un passaggio a qualcosa di più brutale e implacabile.
Nel giro di tre settimane, Gaza è diventata un campo di fuoco, dove nessuno è al sicuro. Più di 1.400 uomini, donne e bambini sono stati Massacrati.
I Massacri quotidiani hanno distrutto quel che restava della nostra capacità di sperare.
Alcuni di questi impatti ci hanno colpito nel profondo.
Non solo emotivamente. Fisicamente. Proprio ieri, l’aria era satura di polvere e si sentiva l’odore del sangue a poche strade di distanza. L’esercito israeliano ha preso di mira Via al-Nakheel a Gaza, uccidendo 11 persone, tra cui cinque bambini.
Qualche giorno prima, alla scuola Dar al-Arqam, un luogo che aveva dato rifugio a famiglie sfollate, un attacco aereo israeliano ha ridotto le aule in cenere. Almeno 30 persone sono state uccise in pochi secondi, per lo più donne e bambini. Erano venuti lì in cerca di sicurezza, credendo che la bandiera blu delle Nazioni Unite li avrebbe protetti. Non è stato così. La scuola è a meno di 10 minuti da casa mia.
Lo stesso giorno, anche la vicina scuola Fahd è stata bombardata; tre persone sono state uccise.
Il giorno prima, c’era stata la notizia di una scena di orrore a Jabalia.
Un attacco aereo israeliano ha colpito una clinica gestita dall’UNRWA, dove si erano rifugiati dei civili. Testimoni oculari hanno descritto parti di corpi sparse per tutta la clinica. Bambini bruciati vivi. Un neonato decapitato. L’odore di carne bruciata soffocava i sopravvissuti. È stato un Massacro in un luogo destinato alla guarigione.
In mezzo a tutto questo, alcune zone di Gaza hanno ricevuto ordini di evacuazione.
Evacuare. Subito. Ma verso dove? Gaza non ha zone sicure. Il Nord è raso al suolo. Il Sud è bombardato.
Il mare è una prigione. Le strade sono trappole mortali.
Siamo rimasti.
Non perché siamo coraggiosi. È perché non abbiamo nessun altro posto dove andare.
Paura non è la parola giusta per descrivere ciò che proviamo a Gaza. La paura è gestibile. La paura può essere nominata.
Ciò che proviamo è un terrore soffocante e silenzioso che ti si annida nel petto e non se ne va mai.
È l’attimo tra il sibilo di un missile e l’impatto, quando ti chiedi se il tuo cuore si sia fermato.
È il lamento dei bambini che piangono da sotto le macerie. L’odore del sangue che si diffonde con il vento.
È la domanda che si è posta mia nipote.
Governi e politici stranieri lo chiamano un “conflitto”. Una “situazione complessa”. Una “tragedia”. Ma quello che stiamo vivendo non è complesso.
È un Massacro puro e semplice. Ciò che stiamo vivendo non è una tragedia. È un Crimine di Guerra.
Sono una scrittrice. Una giornalista. Ho passato mesi a scrivere, documentare, a gridare al mondo con le mie parole. Ho inviato dispacci. Ho raccontato storie che nessun altro avrebbe potuto raccontare. Eppure, così spesso, mi sento come se stessi urlando nel vuoto.
Eppure, continuo a scrivere. Perché anche se il mondo distoglie lo sguardo, non lascerò che la nostra verità rimanga inespressa. Perché credo che qualcuno stia ascoltando. Da qualche parte. Scrivo perché credo nell’Umanità, anche quando i governi le hanno voltato le spalle. Scrivo affinché, quando la storia verrà scritta, nessuno possa dire di non aver saputo.