I giovani del Giubileo: la bellezza di concedersi di sognare

di Sara Migheli

Cosa sente una ragazza che ha partecipato al Giubileo dei Giovani, con un milione di coetanei, una volta rientrata a casa? Ci racconta la sua esperienza Sara, nello spazio che, come sempre, ‘La Riflessione’ riserva ai sogni, ai sentimenti,  alle vite dei nostri ragazzi

Tor Vergata, sede della Veglia e della messa del Giubileo dei Giovani 2025

Sono Sara Migheli, ho 22 anni, sono cristiana e faccio parte della Gioventù Francescana di Cagliari, un gruppo di giovani che cammina nella fede sull’esempio di San Francesco d’ Assisi. Proprio attraverso questo gruppo sono partita verso Roma per  prendere parte al Giubileo dei Giovani che ha occupato le giornate dal 28 Luglio al 3 Agosto con tutta una serie di appuntamenti, in cui hanno spiccato la Penitenziale del venerdì, la Veglia del sabato e la Santa Messa della domenica . Inizialmente quando mi è stato proposto di partecipare ho semplicemente pensato che fosse un’occasione unica e irripetibile e che quindi non potevo non prenderne parte : l’anno giubilare non è come tutti gli altri, sussiste ogni 25 anni ( fatta eccezione casi  particolari ) e ciò mi ha fatto pensare che proprio per questa specificità valesse la pena esserci , inoltre pensavo a quanto sarebbe stato bello vivere quelle intense giornate in compagnia degli amici e ‘fratelli’ del mio gruppo ; insomma, ciò che mi ha spinto a partire è qualcosa di davvero banale e umano: tutti hanno desiderio di divertirsi in fondo, di stare insieme ! E provare qualcosa di nuovo è spesse volte collegato ad un animo curioso e giovanile.
Ero conscia che sarebbe stato un viaggio tosto e non una vacanza, dal momento che prendere parte a questi grandi eventi richiede un grande spirito di adattamento e resilienza, ma essere lì in compagnia rende tutto più sopportabile e trasforma anche i disagi e le incombenze in avventure da raccontare. Nel momento in cui prendevamo parte agli eventi , avvolti da tutte quelle  persone, era  impossibile non stupirsi . Anche se l’affaticamento e la stanchezza avevano messo a dura prova i nostri corpi, quell’atmosfera satura di ragazzi , che andavano tutti nella medesima direzione , cantando e ridendo , era in grado di strappare un sorriso. C’era qualcosa  che rendeva sopportabile la fatica , credo fosse quel senso di comunità, l’empatia e la vicinanza che potevi scorgere nell’attimo fugace in cui incrociavi gli  occhi di qualcun altro … Nella vita di tutti i giorni ci chiudiamo troppo spesso  in logiche di auto-conservazione e vediamo l’altro solamente come una fonte di problemi ,  in questo contesto invece ci sentivamo tutti sulla stessa barca e probabilmente proprio il comune scopo di essere lì a prendere parte al giubileo , ci faceva sentire una certa familiarità con l’altro, che rendeva i sorrisi  facili da donare.
Sono state giornate veramente difficili: l’assenza di riposo sufficiente e la frenesia tra un appuntamento e l’altro, ci hanno messo a dura prova e infatti non era raro che proprio nei momenti dove eravamo tenuti ad ascoltare , fosse difficile concentrarsi . Ma chi organizzava l’evento lo sapeva e ci anticipava nei nostri bisogni, cercando di venirci incontro in qualche modo  con un linguaggio un po’ più giovanile e prendendo in considerazione le  nostre fatiche:  infatti pur nella totalità caotica dell’esperienza certe parole sono rimaste impresse e hanno brillato dentro al cuore . Personalmente penso al “tutti, Tutti, TUTTI” pronunciato dal cardinal Zuppi giovedì 31 in occasione di un evento riservato ai pellegrini italiani , tenutosi a San Pietro; ho molto a cuore il tema di “Chiesa universale” , che accoglie le diversità e ciò  è stato per me come una carezza , mi sono sentita parte di una grande fraternità , ho sentito ravvivarsi il desiderio di essere con il  mondo un’unica grande famiglia , in cui tutti hanno un posto , una particolare chiamata , un particolare  sogno che è capace di completare un puzzle più grande…
Dopo  questa cosi grande esperienza, una volta a casa , ho pensato al fatto che la gioia e la letizia provate in quelle giornate fossero la conseguenza dell’apertura del mio cuore verso questo  Dio chiamato Padre che è stato eccelso protagonista del nostro giubileo. Per questo dentro di me si è ravvivato il desiderio di sognare , di sperare , di provare cose nuove ! Mi sento meno frenata dalla rassegnazione e dalle  difficoltà; stare in mezzo a tutte quelle persone e vivere questi avventurosi e intensi giorni con i miei compagni mi ha in qualche modo spronato a uscire dalle mie personali insicurezze, a concedermi di sperare e sognare … e credo che tutto questo racchiuda il desiderio più grande ,  celato in ciascuno di noi ,  di vivere assieme , uniti , in una  comunità umana ,  dove rispetto e amore sono vissuti con le proprie fragilità e unicità ,  nel desiderio che quella pace possa esserci davvero .

Il giubileo dei giovani. Quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case

di Daniele Madau

Papa Leone XIV saluta i fedeli all’arrivo a Tor Vergata, 2 agosto 2025 (ANSA/US VATICAN MEDIA)

E’ celebre la scommessa di Pascal sulla fede: la decisione saggia è scommettere sull’esistenza di Dio, in quanto «se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla».

Il milione di giovani presenti – nello scorso fine settimana – al giubileo dei giovani, nel loro slancio giovanile, generoso e senza calcoli, stanno scommettendo.

E già questo è qualcosa di grande: si sono messi in gioco, mentre altri milioni di giovani-nello stesso momento- continuavano a vivere le vacanze con una, anche legittima, spensieratezza propria dell’estate.

Oggettivamente, tra immagini di guerra e distruzione in varie parti del mondo, i nostri occhi hanno potuto ritrovare un po’ di bellezza, in quella marea di visi, magliette, bandiere, lingue accaldate e appassionate, sorridenti e pensose, in canto e in preghiera.

Quanto sarà importante per la loro crescita e la loro vita questa esperienza?Tanto, a prescindere da quali saranno le loro scelte future. Già il vivere, nella precarietà di tende da campeggio, materassini e docce comuni, questa esperienza a fianco di ragazzi provenienti da tutto il mondo, è una ricchezza di apertura, comprensione e condivisione che sarà un tesoro per tutta la vita.

In un periodo, poi, di crisi dell’autorevolezza, il loro andare dietro e ascoltare Leone XIV come un maestro o come, dall’esempio di Giovanni Paolo II in poi, un nonno, fa capire come i giovani si scelgono chi ascoltare, ma ascoltano, una volta riconosciuta l’autorevolezza.

Le parole, poi, che hanno ascoltato, non erano facili, illusorie, superficiali; interrogano, provocano, fanno scavare dentro sé stessi: “Siamo con i giovani di Gaza, dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra”; “Costruite un mondo più umano. L’amicizia può essere la strada per la pace”; “La fragilità è parte della meraviglia che siamo”; “Voi il segno che un mondo diverso è possibile”.

E’ proprio così: la giovinezza è il tempo del desiderio, del sogno e della speranza di tutta l’umanità. L’età adulta e il prosieguo della vita metteranno ostacoli, faranno cadere, gran parte di quei ragazzi lasceranno la Chiesa e i loro movimenti, ma non importa, perché sono un dono per tutto il mondo e, già da questa alba della loro vita, stanno provando a cambiarlo.

E’ un evento unico, che non ha eguali, e va custodito. La Chiesa ha una responsabilità enorme davanti a questi giovani, ma anche tutta la società, tutti noi, che dovremmo farci carico di tutti quei colori, quei cuori, quei volti silenziosi, con gli occhi chiusi, in preghiera.

Si può essere credenti o no, ma credo che si debba capire che non è un’anomalia o un problema se dei ragazzi si incontrano per pregare, stare insieme e divertirsi. In ogni tempo la comunità è lo stile di vita più confacente per l’umanità. Il problema ci sarà una volta rientrati nella quotidianità, di una società incapace a guidarli, a realizzare – con loro- i desideri di tutta l’umanità. In fin dei conti, credenti o no, è questo che vogliamo. Ma il mondo si divide in chi lotta per realizzarlo e in chi no, non in chi è credente e in chi no. Dopo il giubileo del 2000 si è aperto uno dei periodi più duri degli ultimi tempi, con l’apice, dal 2019 in poi, causato da pandemie e guerre, che hanno accompagnato l’umanità sino a questo nuovo anno giubilare. Speriamo non accada lo stesso.

Chissà come sarà Roma adesso, senza il piacevole chiasso dei ragazzi. Sono stato educatore e animatore per anni, e ricordo il silenzio, che sapeva di vuoto, una volta andati via i ragazzi dalle esperienza che si organizzavano.

Ma quei ragazzi adesso sono nelle nostre vie, nelle nostre spiagge, nelle nostre case: a parlare di speranza, di futuro, di responsabilità. A noi il compito di di aiutarli a realizzare quella speranza, e quel futuro.

De André canta De André: una goccia di splendore

di Daniele Madau

Foto ‘Unione Sarda’

C’è una Sardegna che brucia, e dove spariscono le spiagge, e c’è una Sardegna dove cadono ‘gocce di splendore’ a spegnere questi incendi.

Certo, solo metaforicamente, o simbolicamente, perché sono le gocce di poesia e canzone d’autore a soffocare i roghi di ignoranza e autodistruzione.

Come un lenitivo su una cicatrice, da Alghero all’Ogliastra (oggi ultima data a Lanusei, ore 21.30), la voce di Faber è tornata a casa e ieri si è posata sulla pianura profumata di mare del Sinis, nella terra dei giganti, nel Parco dei Suoni, che- come i teatri nella Grecia classica- si incastonano, come un gioiello, nel paesaggio, a impreziosirlo.

Ed ecco, allora, in una scaletta da brividi, alcuni dei versi più belli del cantautorato italiano: ‘per consegnare alla morte una goccia di splendore’, di coloro che vanno in ‘direzione ostinata e contraria’; ‘ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso’, dedicato all’anarchia; ‘ ti sveglierai sull’indaco del mattino’, tradotto dal genovese di ‘A cimma’.

A cantarli, nel tour che presenta il meglio di ‘De André canta De André ‘, Cristiano, figlio che sente il dovere di presentare le opere di Fabrizio,  come ‘uno che le conosce bene’.

E, in effetti, gli arrangiamenti sono moderni, originali ma fedeli, belli, capaci di ringiovanire una poesia, e rodati.

Il tutto sotto un cielo generoso di stelle, che hanno visto ‘fremere al vento e ai baci’ la nostra pelle. Ad un tratto, incredibilmente vicina, ho visto anche una stella cadente. Agosto, dal concavo cielo sfavillano.

Eppure, uno dei momenti più alti è stato quello di silenzio,  dedicato alle vittime palestinesi,  insieme a tutti quelli delle guerre cantati dai De André.

In questa liturgia laica, c’è anche uno scambio della pace, a sancire il connubio inscindibile tra poesia e pace, tra cultura e splendore, tra i De André e la Sardegna.

‘Europe matters’. L’Europa fatica a capire una nuova visione del mondo, ma i dazi non realizzeranno necessariamente gli obiettivi geoeconomici Usa

di  Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Molti sono rimasti delusi da Ursula von der Leyen e dalla sua scelta di cedere sui dazi, garantendo a Trump quella che anche il New York Times riconosce come “la grossa vittoria di cui aveva bisogno”. Ma quello che abbiamo visto è soprattutto uno scontro tra due visioni del mondo, spiega Elmar Hellendoorn, senior fellow del Centro per la Geoeconomia del think tank Atlantic Council a Washington. Gli europei sono eccellenti negoziatori, ma c’è una nuova realtà geopolitica e geoeconomica. Per molte capitali europee e per Bruxelles è una sfida abbracciare la realtà geopolitica in cui ci troviamo oggi”. La geoeconomia è la nuova realtà, in cui gli strumenti economici vengono utilizzati per obiettivi politici e strategici. “Penso che alcuni europei lo capiscano meglio di altri: gli italiani sono forse più equipaggiati dei nord-europei a reagire a questa nuova realtà. Se guardi alla storia italiana è sempre stata una combinazione di interessi finanziari e militari, così è stato per i francesi, ma più vai a Nord, più i tecnocrati cercano di affrontare in modo separato questi temi”.

Dunque “i dazi possono essere visti come un modo per proteggere la tua comunità”, spiega Hellendoorn.  “Gli americani sono enormemente indebitati, non è chiaro se riusciranno a continuare a rafforzare le loro forze armate e prendersi carico della situazione in Europa e Asia allo stesso tempo. L’idea è che gli europei dovrebbero finanziare il debito americano. Non è un’idea del tutto nuova. Durante la Guerra fredda, quando c’erano soldati americani in Germania e in Francia ci furono enormi problemi fiscali per il bilancio americano e fu chiesto ai tedeschi di comprare equipaggiamento militare statunitense e titoli del Tesoro Usa, quindi il debito. Adesso c’è un ritorno alla situazione della Guerra fredda. Bisognerebbe studiare quella storia per capire questa seconda Guerra fredda”.

Questo cambiamento è già avvenuto sotto la presidenza di Biden, osserva Hellendoorn, con l’obiettivo di rilanciare la produzione manifatturiera in America, per renderla meno dipendente da fornitori stranieri in settori industriali cruciali. Su questo si fondava la visione di sicurezza nazionale di Jake Sullivan, consigliere di Biden. “E guardando alle rivelazioni di Snowden, vediamo che già sotto Obama ci fu l’uso dell’intelligence durante i negoziati commerciali, per aiutare gli americani”.  

Un altro elemento è che la Marina americana per decenni è stata dominante nel mondo e assicurava i commerci perché garantiva la libertà di navigazione, ma oggi molte altre Marine sono diventate più forti, inclusa quella cinese, quindi gli americani non possono più garantire la libertà di navigazione nel mondo e  cercheranno di riportare le catene di approvvigionamento dove possono controllare anche le vie marittime. “Questo è importante per l’Europa e per l’Italia per tutto il commercio che viene dal Mar rosso che va a Trieste e Genova: sono stati condizionati dagli houthi in Yemen, il che mostra come serva potere militare per assicurarsi che il flusso commerciale sia possibile”.

C’è dunque continuità tra democratici e repubblicani, ma il modo in cui Trump agisce è più aggressivo.  Per Trump ci sono molte ragioni per puntare sui dazi: Per 40 anni ne è stato un sostenitore ed è stato ostile all’Organizzazione mondiale del Commercio ma anche Obama – nota lo studioso – “durante il suo mandato non nominò nuovi giudici per l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rendendo più difficile per l’organizzazione risolvere le controversie commerciali”. 

Non è qualcosa che sta avvenendo solo in America. Russia e Cina hanno usato i loro fondi sovrani per investire nella tecnologia occidentale e portarla in patria per usarla per scopi militari; la Cina ha usato il blocco delle esportazioni contro il Giappone nella disputa sulle isole Senkaku.  

Una cosa però sono le ragioni per agire, un’altra sono i risultati. A prima vista Trump ha ottenuto dalla Ue quasi tutto quello che voleva, inclusi dazi del 15% sui prodotti europei e la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari in energia nei prossimi tre anni. Prima di capire se l’accordo funzionerà bisognerà però vedere il testo scritto ma anche l’esito delle cause contro Trump al fine di negargli l’autorità di imporre questi dazi. Inoltre per i dazi in generale bisognerà vedere l’impatto sui prezzi per i consumatori.   Per mesi gli economisti hanno detto che i dazi avrebbero portato inflazione e disoccupazione, che non si sono manifestate, ma David Tannebaum, che è un collega di Hellendoorn al Centro di Geoeconomia, dice al Corriere che è ancora presto per giudicarne l’impatto.

“Non sono sicuro che le persone capiscano fino in fondo come sono connesse le cose e come funzionano le catene di approvvigionamento. Un ottimo esempio è che la Cina ha iniziato a vietare l’esportazione di alcune Terre rare a cominciare dall’autunno fino ad aprile, quando è stata vietata la vendita negli Stati Uniti di 27 elementi di Terre rare; un mese fa un produttore di auto americano ha dovuto chiudere tre catene di montaggio perché non avevano i materiali grezzi necessari. Nessuno se ne è accorto, i mercati non hanno registrato la cosa, perché credo che dobbiamo ancora vedere il pieno impatto sui prezzi. Ci vuole tempo perché quelle auto vengano assemblate e alla fine messe in vendita per i consumatori. Potremmo non aver ancora visto l’impatto netto dell’aumento di dazi e dell’effetto sulle vendite dei prodotti negli Stati Uniti perché ci vuole tempo, le aziende hanno messo da parte riserve di prodotti. Ma nel terzo e quarto trimestre, vedremo gli effetti dei produttori di giocattoli che cercano di diversificare la produzione in Cina, come già i produttori di auto notano perdite a nove cifre. E’ solo l’inizio”.

Molte grosse aziende per ora stanno cercando di assorbire in parte i nuovi dazi per ridurre e rallentare lo choc per i consumatori,  ma “prima o poi gli azionisti vorranno che i loro profitti risalgano – continua Tannebaum -. Quindi non è sostenibile assorbirli in eterno”. 

“Penso che alcuni dazi saranno più definitivi di altri – risponde lo studioso quando gli chiediamo se Trump tornerà indietro su alcune delle sue decisioni -: i dazi Paese per Paese per esempio, penso che la base era del 10% e adesso è del 15%, ma chi lo sa… Trump può dire qualunque cosa su Truth Social e non si riflette nell’economia per mesi. Ma penso che le cose cambieranno. Per esempio un paio di settimane fa Trump ha annunciato dazi sul rame. Importiamo 810.000 tonnellate di rame l’anno negli Stati Uniti. Diciamo che il piano è di rafforzare la produzione di rame in America. Ok, ci sono depositi di rame che si possono trovare e usare. Ma se nel frattempo fai pagare a tutti per il rame il 50% o il 30% per 5-10 anni, che strategia è? C’è rame in ogni cosa, quindi penso che ci sarà una rivisitazione di questo dazio perché qualcuno gli sussurrerà nell’orecchio che non funzionerà, a meno che i repubblicani non vogliano perdere tutte le elezioni da ora in poi”.

“Penso che tutti debbano mettere la parte i mercati come effettivo indicatore per la stabilità e per la direzione futura – conclude Tannebaum -. Penso che molte aziende debbano rendersi conto che la loro strategia temporanea di assorbire i dazi o di evitare di mostrare in modo trasparente il loro effetto sui costi non sia giusta: non è giusto nascondere al consumatore americano perché i prezzi aumentano. Mia figlia di 13 anni voleva comprare un costume da bagno da un’azienda australiana: costava 200 dollari, c’erano 150 dollari di tasse per l’importazione. Molte aziende americane hanno paura di farlo, ma penso che arriverà un momento in cui dovranno. Adesso la sfida per aziende con cui ho lavorato è fare un calcolo giusto dei dazi. Il prossimo passo del governo sarà cercare di evitare l’evasione dei dazi, per esempio attraverso il passaggio da Paesi terzi, e le aziende dovranno creare programmi che mostrano che stanno pagando in modo adeguato e anche questo avrà un costo per loro”.

Un obiettivo dichiarato di Trump è di aumentare la produzione manifatturiera in America – che l’obiettivo geoeconomico di cui parla anche Hellendoorn – ma Tannebaum dice che non sarà necessariamente questo il risultato. “E’ facile capire perché un grosso produttore giapponese di auto è sbarcato questa settimana in America, dopo che è stato annunciato l’accordo con il Giappone: perché i produttori americani finiranno col dover pagare il 50% in più per l’acciaio, per il rame, il 25% per la produzione in Canada e in Messico e il 55% per la produzione cinese. E questi produttori giapponesi invece potrebbero dover pagare solo il 15% in più, quindi in pratica si trovano avvantaggiati”. Trump dice anche che i nuovi impianti assumeranno manodopera americana, ma dov’è tutta questa gente che si sta mettendo in fila per questo tipo di posti di lavoro?”. 

A Gaza bimbi, donne incinte, anziani non hanno da mangiare: affamare un popolo è più tragico di qualunque guerra

Riceviamo da Alfredo Franchini, che ringraziamo

Vecchi, bambini, donne incinte, indeboliti per la fame sotto il sole cocente, con un pentolino in mano per trovare qualcosa da mangiare. Lo scandalo di Gaza è senza precedenti. Da sempre gli uomini e le donne si sono messi in viaggio verso le terre in cui il pane si sforna in gran quantità. Ma questo non vale più per i palestinesi, chiusi in una prigione a cielo aperto. Da due mesi a questa parte, a Gaza, l’esodo forzato di uomini e donne prevede un cammino di decine di chilometri per raggiungere i quattro centri in cui si distribuiscono gli aiuti detti umanitari. Erano trecento i presidi che dispensavano cibo, gestiti dall’Onu e da alcune decine di organizzazioni internazionali ma la gestione è passata in mano a un ente privato a guida israeliana col il benestare degli Stati uniti. In mezzo c’era stato un interregno, uno spartiacque durato ottanta giorni durante i quali fu attuato il blocco degli aiuti, con i camion carichi di cibo fermi alle frontiere. Una prova generale per arrivare alla carestia. Che cosa succede alla nostra civiltà se non sappiamo tendere la mano a chi ha bisogno? E che cosa succede se la fame viene usata come arma per sottomettere un popolo, umiliarlo, dividerlo? A Gaza migliaia di persone combattono per recuperare un po’ di calorie e non tutti riescono ad approvvigionarsi del necessario per sopravvivere. È la strategia dei generali pronti ad appuntarsi sul petto nuove medaglie, condizionando il popolo quando non si può sterminarlo sul momento. Ci vuole tempo per far morire di fame la gente e per sottometterla ancora di più si aggiungono le fucilate contro chi cerca di accaparrare qualche panino in più: un giorno i morti sono 11, un’altra volta 30 o 40. Incidenti, colpi sparati per avvertimento o per errore, dicono gli israeliani. Qualcuno mi dirà che non solo a Gaza si muore di fame. È vero in Sudan, ad esempio, milioni di persone sono vittime della guerra e del cambiamento climatico e di certo quelle morti non sono meno importanti. Però il genocidio di Gaza chiama in causa alcune categorie che ci riguardano da vicino perché è venuto meno il diritto umanitario e quello internazionale, è disconosciuto il ruolo della stampa e non conta più nemmeno l’opinione pubblica. Ma soprattutto è stata dichiarata l’impunità del governo israeliano in uno stato che si proclamava democratico. Gaza è uno sfregio alla storia del mondo occidentale.

Affamare un popolo è un aspetto ancora più tragico di qualunque guerra. Alla lunga verrà meno anche la forte unità che è sempre esistita nel popolo palestinese perché la fame divide più delle bombe. Il termine “compagno” ha una chiara etimologia, cum-panis, cioè colui che mangia il pane assieme a un altro. Ma tutto cambia se invece che mangiare con me deve competere con me per un tozzo di pane. Primo Levi fece nei suoi racconti una riflessione sulla fame e disse che si trattava di una condizione ben nota ai prigionieri del lager i quali, dopo due settimane trascorse nel campo di concentramento, provavano una fame “cronica”, una sensazione sconosciuta agli uomini liberi. Cambiano le situazioni ma Gaza è un enorme campo di concentramento. Non è la prima volta che la “via del pane” ci porta alla mente la tragedia dei poveri. Vi ricordate la fase iniziale della guerra in Ucraina? Allora furono bombardati i silos pieni di grano col risultato di affamare non solo una parte degli ucraini ma anche le popolazioni africane che importavano il grano per farne farina e pane. E le primavere arabe, al di là della speranza purtroppo tradita, non furono una ribellione per il pane? A Gaza però è tutto diverso. La strategia militare prevede di indebolire la popolazione e di farla spostare, dati i pochi centri di distribuzione del cibo, ai confini con l’Egitto. Le persone per quei politici e quei generali sono numeri e quindi non meritano rispetto. E noi, venuto meno il ruolo della stampa, abbiamo una visione un po’ esotica della povertà: vediamo le file per il cibo ma non possiamo capire davvero che cosa sia la sfida quotidiana della vita. Una narrativa che scopriremo solo tra qualche anno grazie a un altro Primo Levi.

La nuova legge sul femminicidio: manca ancora un ultimo tassello

di Daniele Madau

Al contrario del parlamento inglese, squadrato e formato in maniera tale che gli opposti schieramenti politici siano contrapposti fisicamente gli uni agli altri, il parlamento italiano è emisferico, curvo, circolare, per farvorire il dialogo e non lo scontro.

Questo dialogo, sfociato in collaborazione, ha prodotto negli ultimi giorni ben due votazioni con ampia maggioranza favorevole, trasversale, su due disegni di leggi: uno sul femminicidio, considerato reato autonomo, e uno sulle banche, che non potranno più rifiutarsi di aprire un conto corrente a un cliente giudicato poco appetibile.

E’ davvero un evento che conforta, che mitiga la diffidenza verso la classe politica, che fa ben sperare.

Suffermandoci sul disegno di legge sul femminicidio, esso, riconosciuto come tale in base a determinate specifiche, verrà punito con l’ergastolo.

Parlamentari di tutti gli schieramenti hanno manifestato soddisfazione, in un clima di comune consenso.

Non si può che condividere sia il merito del disegno di legge sia le modalità con cui è stato approvato, e gioire con i relatori e con coloro che l’hanno votato.

Manca, tuttavia, ancora un piccolo tassello, per far sì che le donne – anche coloro che si sentono tali (così si esprime il disegno di legge) – vengano tutelate in tutto e per tutto, in ogni aspetto, rendendo la loro persona, come quella di ognuno, sacra e inviolabile, degna di rispetto, di amore, di valorizzazione.

Questo tassello che, inserito, porterebbe l’Italia al livello dei Paesi più avanzati in materia, riguarda la violenza sessuale: ancora leggiamo sentenze che ci lasciano sgomenti, che analizzano, in maniera a volte umiliante, i tempi di risposta a un tentativo di violenza o che giudicano una prova contraria alla presunta vittima il fatto che questa, nei momenti successivi alla violenza stessa, non manifestasse disagio o malessere. Potremmo avere in mente casi precisi, di stretta attualità.

Bisognerebbe guardare, allora, a Paesi come la Svezia, in cui la legge non è soggetta a interpretazioni e si basa su un principio chiaro: la presenza del consenso, manifesto e continuato in ogni momento, della donna al rapporto. Questo può venire meno in ogni istante.

Tale dovrà essere il prossimo passo, in una strada -lunga, dolorosa e coraggiosa – che ci ha visti partire dal nuovo diritto di famiglia, dall’abolizione del matrimonio riparatore, dalla riconversione della violenza da reato contro la morale a quello contro la persona, all’istituzione del codice rosso.

L’attenzione alla prevenzione e al consenso della donna, completerebbe un quadro che, con l’ultima legge, avrebbe solo l’approccio giustamente punitivo, mentre la sottolineatura sul consenso rimarcherebbe con forza l’idea preventiva di rispetto, di parità, di valorizzazione comune.

Coraggio, allora, abbiamo fatto tanta strada, non fermiamoci.

In realtà, ci sarebbe ancora tanto altro da fare. Per una volta, però, guardiamo alle cose belle, a tutta la strada percosa e al futuro, con fiducia, come se fossimo già vicini alla meta.

‘Europe Matters’. Dazi, l’Unione Europea è pronta alla guerra contro gli Stati Uniti? Se la può permettere?

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da WashingtonLa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il commissario Ue al Commercio Maroš Šefčovič (Ap)

Prima era il 9 luglio, ora la scadenza per trovare un’accordo commerciale con gli Stati Uniti è stata spostata al primo agosto, ma sembra essere di nuovo messa in discussione da Washington. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent,  in un’intervista alla Cnbc ha detto che l’amministrazione Usa è più preoccupata della qualità degli accordi commerciali che della loro tempistica. «Non abbiamo intenzione di affrettarci per il gusto di fare accordi», ha dichiarato Bessent. Alla domanda se la scadenza potrebbe essere prorogata per i Paesi impegnati in colloqui produttivi, Bessent ha risposto che sarà il presidente  Trump a decidere. «Vedremo cosa vorrà fare il presidente — ha chiarito —. Ma ancora una volta, se in qualche modo dovessimo tornare ai dazi del 1 agosto, penserei che un livello di dazi più alto farà più pressione su quei Paesi affinché trovino accordi migliori».Passano i mesi senza che Unione europea e Stati Uniti riescano a raggiungere un’intesa e resta l’incognita del primo agosto, quando Trump ha detto che imporrà all’Ue i dazi universali al 30% sulla quasi totalità delle esportazioni europee negli Stati Uniti.

Nei mesi scorsi è prevalsa la linea del dialogo per una «soluzione negoziata»: in aprile l’Ue ha sospeso la prima tornata di contromisure che andava a colpire beni Usa per un valore di 21 miliardi di euro in risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio. La sospensione, che scadeva il 14 luglio, è stata prorogata fino al 6 agosto. La linea della Commissione europea, sostenuta dalla maggioranza dei Paesi Ue, è stata quella di tenere  i toni bassi per evitare anche solo l’escalation verbale. Dal vocabolario di Bruxelles è scomparsa l’espressione  «contromisure» sostituita da  «misure di riequilibrio». Ma dopo la lettera di Trump dell’11 luglio con la minaccia di dazi al 30% se l’Unione europea non aprirà totalmente il proprio mercato alle aziende americane, anche i Paesi più cauti come la Germania hanno cominciato a dire che in mancanza di un’intesa equa l’Ue dovrà essere pronta a reagire con contromisure, di fatto allineandosi con la posizione più intransigente che la Francia ha sempre predicato.L’approccio cauto, sostenuto anche da Roma e Dublino, che insieme a Berlino sono i tre Paesi europei con il maggiore interscambio commerciale con Washington, nasce dalla paura di ritorsioni da parte di Trump. Con la Cina c’è stata un’escalation e Pechino è riuscita a strappare una tregua perché ha potuto «ricattare» Washington con le materie prime critiche. Per l’Unione europea è più complicato, anche ora che la Commissione europea sta lavorando a nuove contromisure. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha spiegato agli Stati membri che con la seconda lista da 72 miliardi di prodotti Usa da colpire, il margine di manovra dell’Ue per non creare difficoltà all’economia europea si è ridotto e dunque era necessario passare a contromisure non tariffarie. La Commissione sta lavorando ai controlli sulle esportazioni e alle restrizioni sugli appalti pubblici. E sta aumentando il numero di Paesi Ue europei che chiede di colpire le Big Tech, utilizzando lo strumento anticoercizione che include un’ampia gamma di strumenti oltre ai dazi: restrizioni all’interno dell’Unione europea al commercio di servizi digitali e finanziari, all’accesso agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale) e agli appalti pubblici, arrivando a toccare i diritti di proprietà intellettuale e a bloccare l’immissione sul mercato europeo di prodotti soggetti a norme chimiche e sanitarie.Colpire i servizi digitali non è così semplice, tanto più che l’Ue dipende profondamente dalle aziende tecnologiche statunitensi per l’infrastruttura che sottende a tutte le attività, dalla difesa ai sistemi sanitari. Così come dipende dai servizi finanziari, basti pensare a Visa e Mastercad che sono i sistemi di pagamento più diffusi in Europa. Come scriveva ieri Barbara Moens sul Financial Times — in una lunga analisi intitolata «L’Europa riuscirà a liberarsi dalla supremazia tecnologica americana?» — «Amazon, Microsoft e Google controllano oltre due terzi del mercato europeo del cloud computing. Google e Apple prevalgono nei sistemi operativi per telefoni cellulari nell’Ue, mentre Google domina il mercato globale della ricerca. ChatGPT di OpenAI è il chatbot di intelligenza artificiale leader in Europa, mentre le piattaforme di social media utilizzate da milioni di europei sono per lo più di proprietà statunitense».

Quando ora l’Ue parla di autonomia strategica tocca un problema che va al di là dell’orgoglio europeo ma riguarda la sicurezza e la sopravvivenza. «Proprio come nel settore della difesa, la dipendenza transatlantica dalla tecnologia è diventata un problema geopolitico, amplificando le richieste di lunga data all’Europa di investire di più e persino di favorire le proprie aziende negli appalti», prosegue Moens, sottolineando che «le aziende statunitensi dominano il mercato cloud europeo, suscitando preoccupazioni tra i decisori politici e i leader del settore europei sul fatto che la legge statunitense, in particolare il Cloud Act, potrebbe incoraggiare l’amministrazione Trump a esercitare maggiore influenza sui dati europei, anche se archiviati su server situati in Europa».

In questo scenario così interconnesso, la strategia della fermezza nel negoziato con gli Stati Uniti presuppone da parte europea la disponibilità a perdite economiche nel breve e medio termine che al momento gli Stati membri non sembrano disposti ad accettare. E presuppone anche l’accettazione di un rischio di escalation che al momento le capitali non vogliono correre. Il motivo non è solo economico ma anche politico. Le difficoltà che una strategia di questo genere creerà in termini pratici in Europa ai cittadini sarà sfruttata dai partiti populisti che difendono la politica di Trump e criticano l’inefficienza — a loro dire — della Commissione nel negoziato. Ma il vero discrimine in questo momento tra Unione europea e Stati Uniti è che gli Usa sono in guerra, seppure commerciale, mentre l’Ue non la vuole fare questa guerra e dunque non sta combattendo. Solo adesso comincia a rendersi conto che deve armarsi (figurativamente parlando) per poter esercitare una qualche deterrenza nel negoziato commerciale con Washington. Ma come sostiene l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, riferendosi però al riarmo vero dell’Europa, quando ci si rende conto di avere bisogno delle armi vuol dire che ormai è troppo tardi.

Era d’estate, quarant’anni fa. L’estate di Falcone e Borsellino all’Asinara.

di Daniele Madau

Falcone e Borsellino all’Asinara

Domani ricorreranno 33 anni dalla strage di via D’Amelio; tra qualche giorno, però, saranno anche 40 anni dall’esilio all’ Asinara di Falcone e Borsellino, per preparare il maxi-processo. Nell’agosto del 1985, infatti, essendosi fatto pesantissimo il clima intorno a loro, a causa di frequenti minacce proprio in previsione del primo maxi-processo alla mafia, furono prelevati di forza, una mattina, e portati nell’isola.

Si è già detto, scritto, visto e commemorato tutto di questi due uomini, giudici, eroi, perché consapevoli della propria sorte.

Eppure, ancora oggi, l’Italia ha bisogno di loro, per costruirsi una narrazione di amore e fedeltà a sé stessa, parallela a quella che, in quegli stessi anni, aveva finalità opposte: Mafia, P2, terrorismo politico eversivo, servizi segreti deviati. Vengono i brividi. Siamo noi, usciti come da un battesimo da quelle acque dell’Asinara, dove tutto ebbe inizio. Ebbe inizio il riscatto, perché si stava preparando, nella foresteria del super – carcere, il primo maxi-processo alla Mafia, con più di 400 imputati. La maggior parte saranno condannati, mentre tutto il mondo- compresi noi- scoprivamo che la Mafia esisteva davvero, ne vedevamo i volti.

Le riflessioni possono essere struggenti. Falcone e Borsellino esiliati per fare il loro dovere, nella foresteria del carcere dove passerà Riina, che sarà, esso stesso, un simbolo di questo periodo. Nei silenzi e nella solitudine di un’isola della Sardegna,  tragica prefigurazione della solitudine che li avvolgera’, a sua volta mafiosa, solo per aver fatto il loro dovere.

E ,poi, il prezzo che hanno pagato i familiari, lo Stato che invia loro il conto del soggiorno, l’amicizia col personale di sorveglianza: storie di quotidianità di chi vedeva la propria quotidianità svanire, offerta al senso dello Stato e della giustizia.

Di queste figure così alte, si è trasfigurato il ricordo anche in arte, cultura e letteratura, che è sempre un modo per omaggiare i protagonisti. Allo scritto dell’Esame di Stato appena concluso, a esempio, una traccia riportava una frase di Borsellino; ma sarebbero innumerevoli gli esempi.

Sui 25 giorni d’agosto all’Asinara, invece, esiste un film Rai, visibile gratuitamente. Anche questo è bello, il potere fruire gratuitamente, da servizio pubblico, ancora una volta, del loro esempio. Ecco di seguito il link a ‘Era d’estate’ .

Era d’estate – Film – RaiPlay https://share.google/ObzBtgJ9arvrVUu3M

Trump il falco? Forse solo per questa puntata del Trump Show

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese. Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e dagli Stati UnitiTrump ieri alla Casa Bianca con il segretario generale della Nato Mark Rutte

Quando ieri nello Studio Ovale il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto che l’America è “il poliziotto del mondo”, termine simbolo dell’interventismo americano odioso agli occhi di molti nel movimento Make America Great Again, Trump non ha battuto ciglio.E’ ormai chiaro a tutti che c’è un mix di isolazionismo e interventismo nell’approccio di questo secondo Trump alla politica estera. E anche se le sue scelte non piacciono a parte del suo stesso movimento, alla fine dei conti – come ha detto lui stesso prima di bombardare l’Iran – nessuno può dirgli che sta tradendo “America First” perché è lui a decidere che cos’è l’America First. E “America First” non è tanto un progetto ideologico, come notava nei giorni scorsi l’opinionista Jonathan Martin sul sito Politico, quanto il perseguimento di vittorie, “grandi e belle” da parte di Trump. Proprio per questo un certo numero di repubblicani pre-Trump – una vecchia guardia che è in giro dai tempi di Ronald Reagan – è riuscito a influenzarlo su temi come le tasse e la sicurezza nazionale.  E’ innegabile che alcune delle recenti mosse di Trump seguono la scia dei partito repubblicano “regolare” anziché le visioni promulgate dal suo vice J.D. Vance o dal suo ex stratega del 2016 Steve Bannon. Tra le “vittorie” recenti rivendicate dal presidente c’è la firma di una legge sulle tasse che potrebbe essere stata scritta “dagli editorialisti del Wall Street Journal” – nota Politico – e che insieme all’attacco all’Iran, al sostegno di Israele, all’invio di armi all’Ucraina rispecchiano la classica strategia del partito repubblicano: postura muscolare all’estero e favorevole alle imprese in patria.“No, il presidente non si è trasformato nella notte nell’erede di Paul Wolfowitz”. Il punto è che Trump ascolta (anche) alcuni repubblicani della vecchia guardia. Non sempre fa quello che vogliono, ma li ascolta sempre. E sono tanti al Congresso, dove guidano entrambe le Camere, e sanno come “prenderlo”.  Lo hanno convinto ha respingere l’idea di tassare i ricchi avanzata da Bannon come pure da Oren Cass, intellettuale populista vicino a Vance. Hanno spiegato a Trump che agli elettori questo non piace. Grover Norquist, attivista politico anti-tasse, e l’ex speaker della Camera Newt Gingrich hanno ricordato al presidente quanto sia delicata la questione delle tasse nella storia delle campagne elettorali repubblicane. Trump sarebbe stato particolarmente impressionato dal fatto che Bush padre fu sconfitto nel 1992 dopo aver rinnegato la sua promessa di non introdurre nuove tasse.Anche in politica estera, nel corso di meno di due mesi, abbiamo visto Trump passare dalla decisione di saltare la tappa israeliana del viaggio in Medio Oriente (snobbando Netanyahu perché aveva rifiutato la tregua a Gaza) alla decisione di attaccare l’Iran al suo fianco. Cosa è cambiato?  Israele ha avuto successo nel bombardare l’Iran – nota Martin – e Trump ha deciso di volere una parte di quel successo che ha visto in tv: così ha usato i B2 americani, e poi è riuscito ad evitare che i due Paesi continuassero ad attaccarsi ottenendo una vittoria usando solo forze aeree e senza l’impiego di truppe di terra. I “falchi” repubblicani e la tv Fox News erano a favore dell’attacco contro l’Iran e quando Trump lo ha fatto tutti sono corsi a nominarlo per il Nobel per la Pace. Il movimento Maga ha dovuto piegarsi alla realtà e celebrare il fatto che alla fine non c’è stato un temuto intervento americano in una guerra più ampia. Come Bibi, anche altri leader stranieri – a partire da Rutte – stanno  imparando a circumnavigare gli isolazionisti nell’amministrazione Trump. Così Trump ora ha deciso di armare l’Ucraina: è arrivato a questo anche perché gli europei hanno saputo proporlo nel modo giusto, proponendogli non di dare “aiuti” ma di fare un accordo economico, un “affare” miliardario in cui a pagare sono loro e lui può mantenere la parola di non spendere soldi americani in guerre all’estero.Lo scenario si ripete. Il Pentagono stava pensando di riesaminare Aukus, il patto tra Usa, Regno Unito e Australia sui sottomarini nucleari creato da Biden: allora il premier britannico Keir Starmer ne ha parlato con Trump in privato al G7 di Calgary a giugno e senza alcun dubbio farà in modo di tornare sul tema a settembre insieme al re Carlo, che l’ha invitato (cosa inedita) per la seconda volta a Buckingham Palace (mentre il Parlamento è convenientemente chiuso, per evitare contestazioni improduttive). Martin nota comunque che c’è una consolazione per i populisti e gli isolazionisti: nulla è necessariamente destinato a durare. Mentre Trump approvava la vendita di armi all’Ucraina contro la Russia, ieri, ha stabilito anche un ultimatum lunghissimo: 50 giorni per Putin per porre fine alla guerra. In 50 giorni molto può succedere. E se Putin invece sceglie l’escalation, resta la domanda aperta: sarà pronto Trump a punirlo davvero con le sanzioni secondarie che adesso minaccia di imporre a Cina e India che comprano il petrolio russo? Di certo questi Paesi sperano che Trump nel frattempo cambi idea. Per ora la proposta di legge bipartisan appoggiata da 85 senatori americani (dazi al 500% sui paesi che importano petrolio, gas e uranio russo) è stata messa in stallo proprio ieri. Trump vuole gestire la cosa da solo, come ha spiegato il leader dei repubblicani al Senato, John Thune. Perché è un presidente che non cerca nemici o amici permanenti – come conclude Martin – ma vittorie, belle e grandi.  

Gli studenti che si rivoltano contro l’ultima istituzione che pensa al loro futuro: la scuola

di Daniele Madau

In un tempo desacralizzato, in cui non esistono più momenti di passaggio dell’esistenza- dal forte valore simbolico ma anche tali da agire significativamente nella formazione della persona – è un bene che si parli, a livello di società, del valore e della struttura dell’attuale Esame di Stato.

Il dibattito che si è creato è stato dovuto alla protesta di più studenti in tutto il territorio nazionale che, avendo già maturato i crediti per superare l’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, si son rifiutati di sostenerne l’orale.

Le reazioni sono state numerosissime e, per la gran parte, mentre da un lato hanno rimproverato aspramente l’atteggiamento dei maturandi, dall’altro hanno sottolineato la necessità di una riforma dell’Esame di Stato, per non parlare di un ripensamento generale del nostro sistema.

Il sistema scolastico è un sempreverde del pubblico dibattito: ne parlano tutti – anche chi non ne conosce il mondo – e possibili soluzioni emergono in continuazione, sempre delegando alla scuola nuove responsabilità, quasi mai assumendosene come società. Infatti, è molto gratificante insegnare alla scuola cosa debba insegnare e, poi, affidarle ogni aspetto educativo, gettando – a livello di società – la spugna sulla responsabilità delle future generazioni.

In effetti, i ragazzi e le ragazze di oggi sono soprattutto studenti, poco figli e, direi, nient’affatto cittadini e cittadine. Le famiglie vivono grandi difficoltà e, per questo, anch’esse sono propense a delegare alla scuola aspetti che, anche da costituzione e da codice civile, spetterebbero ad essa.

La società civile, intesa in primis come i responsabili politici, ancora non riescono a costruire sulla famiglia un progetto lungimirante, che è proprio di una comunità proiettata nel futuro. Vorrebbe dire avere attenzione ai salari, agli asili nido comunali, alla parità di genere, ai congedi parentali, al mondo dell’occupazione, ai consultori familiari, ormai quasi sconosciuti, ai sostegni per l’assunzione di figure di collaborazione domestica. E poi, con un riferimento più preciso ai figli e alle figlie, vorrebbe dire proporre leggi più stringenti sull’uso dei social, rendere più sostenibile economicamente e più competitivo il mondo universitario, decidersi-finalmente- a considerare come una priorità la questione della cittadinanza, anche se bocciata dai referendum.

In ultimo, chiaramente, se si vuole davvero delegare tutto alla scuola, allora bisogna avere il coraggio di cambiarla radicalmente, dal salario degli insegnanti agli edifici, così da non chiamarla più scuola ma, chissà, ‘centro di educazione statale’. E’ una provocazione, un’estremizzazione, ma simbolica, perché ci si comporta come se si stesse andando in quella direzione, ma senza voler investire nulla, ‘senza oneri per lo Stato’, secondo una tipica dicitura burocratica italiana.

E così, i nostri ragazzi – ormai monodimensionati nella figura di studenti – è nella scuola che si ribellano, imputandole colpe non sue. Illuminante l’affermazione di Maddalena, la seconda ragazza a rifiutarsi di sostenere l’orale: “Ho provato a spiegare che nella mia scuola la preparazione è stata ottima, ma è mancata totalmente l’attenzione alle persone. Il focus dei docenti è sempre stato sui voti, mai sulla ‘vera me’” .

Forse può sorprendere ma la scuola, oggi, ha ancora come scopo quello di fornire una preparazione. E, per fare questo, ha un sistema di valutazione. Una ‘vera sé’ non può essere valutata. La scuola ha, perciò, ancora una struttura funzionale per formare, con i contenuti delle materie, i ragazzi, e per prepararli al futuro. In questo, è ancora l’unica istituzione che li vede al centro del proprio operare. Certo, l’attività formativa deve essere fatta con competenza, autorevolezza, anche empatia: rientra nelle capacità del docente, che lo Stato deve garantire, visto che per diventare insegnanti si deve sostenere un concorso pubblico.

La ‘vera sé’ Maddalena la deve far crescere e custodire nei vari ambiti della sua vita: si deve formare in famiglia, deve mettersi alla prova nella scuola e nello sport, confrontarsi e trovare conforto nelle amicizie, per poi sbocciare e offrirsi al mondo. Il mondo è più grande della scuola e questa non può contenere tutto: e già così grande il mare della conoscenza e della formazione, non carichiamo la scuola di pesi non suoi. Lo scrivo da docente, che ama visceralmente quella realtà , a cui dedico ogni mio giorno.

I ragazzi, però, hanno fatto bene a non sostenere l’orale. Non è solo una provocazione, la mia. Innanzitutto, hanno portato il dibattito sull’Esame di Stato, e cioè sull’ultimo rito di passagio rimasto, al centro dell’attenzione, e questo è già un merito. Poi, la loro è l’età della ribellione e, se pensiamo a cosa è stato il mondo della scuola, a esempio, negli anni di piombo, la loro protesta sembra dolce e poetica.

Forse nessuno ha accompagnato Maddalena, e gli altri, in maniera tale da spingerli a manifestare il desiderio di questo gesto durante l’anno, così da poter dialogare con loro e portarli a un ripensamento. Per me i giorni della maturità son sempre stati molto belli, sia da studente che da docente. Io – se avessi avuto l’occasione – avrei raccontato loro questo, e li avrei spinti a sostenere l’orale, magari facendo scena muta, per protesta. Perché le prove si affrontano, in quella meravigliosa sfida con sé stessi che è la vita. Che, per essere tale, ha bisogno di momenti di passaggio, a sottolinearne la sacralità.

Se poi non si fossero lasciati convincere, beh, avrei fatto loro i complimenti per la fortuna perché, se avessero portato avanti questa scelta l’anno prossimo, con la riforma Valditara, sarebbero stati bocciati.

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