Il discorso di Vance all’American Compass, il piccolo think tank del populismo economico conservatore

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla rubrica ‘Europe Matters’ , un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York. 

Oren Cass, fondatore del think tank American Compass, con il vicepresidente J.D. Vance



I politici europei e italiani, quando visitano Washington, visitano spesso think tank di destra e di sinistra. Ce n’è uno che non tutti conoscono: “American Compass”, che è la casa del populismo economico conservatore a Washington. Sia il vicepresidente americano J.D. Vance che il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi in linea per la successione a Trump, hanno parlato il 3 giugno al Gala di American Compass, che festeggiava il suo quinto anniversario. E’ stato fondato dall’economista Oren Cass, ex consigliere di Mitt Romney (il senatore repubblicano anti-trumpiano che perse le elezioni contro Obama 2).La visione di Cass, che rifiuta la triade “libero scambio, tagli alle tasse e deregulation” – cose che di solito piacciono ai repubblicani – per perorare la causa del protezionismo, di una nuova politica industriale e di restrizioni all’immigrazione, ma anche un approccio più aperto ai sindacati, è in grande ascesa sotto Trump e per questo è un think tank che è importante conoscere anche per gli europei. Vance ha dichiarato al Gala che questa visione “ha influenzato” sia lui che altre persone nell’amministrazione Trump. “C’è stato un momento della mia vita quando non mi piaceva parlate di politiche commerciali perché non avevo un dottorato in economia, ma è emerso che un sacco di persone con dottorato in economia avevano completamente torto”, ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti (qui i discorsi completi di entrambi).   Ma i limiti del reale di questi principi sono evidenti nel “Big Beautiful Bill” (come lo chiama lo stesso presidente Trump) ovvero la legge in discussione al Senato, che include una serie di misure assolutamente non populiste, come tagli alle tasse per le corporation e per i ricchi, e allo stesso tempo i tagli a Medicaid (programma di assistenza sanitaria pubblica per persone a basso reddito) e agli aiuti per comprare alimenti dati ai più poveri.I recenti disordini a Los Angeles sono l’ultimo strumento che Trump sta usando per cercare di spingere quei repubblicani che sono ancora restii ad approvare questa legge: la Casa Bianca mostra le immagini più violente di quelle proteste, iniziate venerdì scorso contro i raid degli agenti dell’immigrazione, per affermare che sono necessari ulteriori fondi per il controllo dei confini e per la lotta all’immigrazione illegale, nonché per le forze armate – fondi previsti anch’essi nella proposta di legge. Oren Cass ha parlato pubblicamente anche contro alcune delle misure previste in questa legge. In una recente intervista con il sito Politico, l’economista ha criticato i repubblicani al Congresso per l’incapacità nell’articolare una spiegazione economica coerente per i tagli alle tasse che sono stati proposti. Ha anche affermato che la legge non farà che aggravare la “crisi fiscale” aumentando il deficit – ragion per cui Elon Trump l’ha criticata apertamente – anche se Trump continua a negare che ciò accadrà (benché varie stime indipendenti mostrano che la legge aggiungerà 3 trilioni di dollari al debito nel corso del prossimo decennio). Eppure Vance e Rubio hanno partecipato alla festa. Entrambi, da senatori, avevano portato avanti un populismo economico più in linea con quello di Cass. L’ascesa di Vance alla vicepresidenza è una vittoria anche per Cass, con cui è amico da quasi dieci anni, sin dalla pubblicazione di Elegia americana (il bestseller autobiografico di Vance) nel 2016. Ma adesso che Vance e Rubio hanno lasciato il Senato per far parte dell’amministrazione Trump, entrambi hanno dovuto piegarsi al piano economico del presidente, in particolare sulla riforma fiscale, dove American Compass e altri hanno inutilmente tentato di spingere la Casa Bianca ad aumentare le tasse per i ricchi, e sui tagli al welfare. Allo stesso tempo però American Compass ha avuto difficoltà a far breccia nel cuore dei repubblicani più tradizionalisti al Congresso.Cass è un “nerd” della politica, che è allineato ai MAGA ma anche pronto a criticare alcune azioni dell’amministrazione, cosa che non tutti sono pronti a fare di questi tempi e che non tutti apprezzano nell’attuale Casa Bianca. Ha anche criticato il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, affermando che i suoi commenti sul Project 2025 e la necessità di lanciare una “seconda rivoluzione americana” rischiavano di minare gli obiettivi più significativi del partito.  Ma il Gala del 3 giugno ha rappresentato un tentativo di accorciare parte delle distanze che si stanno creando tra l’amministrazione Trump e i populisti economici conservatori. Vance è emerso come “l’intellettuale” (come lo ha definito Cass) dell’amministrazione Trump e il più abile mediatore tra le diverse anime della coalizione trumpiana, come già fece tra i Maga e i “tech bros” a marzo, dove il vicepresidente usò un discorso ad un simile evento, organizzato da figure della destra di Silicon Valley per cercare di raggiungere una tregua tra “il mondo” di Musk e quello di Steve Bannon. Vance ha spiegato che queste fazioni della coalizione non devono necessariamente essere in conflitto. “L’idea che si può separare la manifattura e l’ideazione delle cose è sempre più irrealistica” ha detto Vance al Gala di American Compass, argomentando che l’attenzione alla rinascita industriale – anche tramite i dazi – che è cara ai populisti dovrebbe esserlo anche per gli oligarchi tech perché è la chiave della crescita economica. Di recente, ovviamente, Vance ha preso posizione al fianco di Trump nello scontro con Musk, ma nel suo commento online ha evitato di attaccare duramente l’uomo più ricco del mondo con cui aveva un rapporto già prima dell’ascesa alla vicepresidenza. Trump approva, perché il suo obiettivo finale è il passaggio del Big Beautiful Bill, una legge per cui ha bisogno delle firme di molti conservatori con idee diverse e che è cruciale per l’intero programma del suo secondo mandato.   

‘Europe matters’ : l’analisi della politica estera con le corrispondenti del ‘Corriere della Sera’

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent e il segretario al Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer (Afp)

E se il tempo giocasse davvero contro Trump nella guerra dei dazi con l’Ue?

Regna l’incertezza. Questo sembra l’unico punto fermo nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti. Il presidente Trump è imprevedibile e questo complica i negoziati tra Bruxelles e Washington sulla disputa commerciale innescata dalla Casa Bianca. L’ultima mossa — l’annuncio venerdì scorso dell’aumento dal 25% al 50% da parte Usa dei dazi su acciaio e alluminio — ha annientato le speranze europee che si fosse aperto un nuovo capitolo nei negoziati sui dazi dopo la telefonata del 25 maggio tra la presidente della Commissione von der Leyen e il presidente degli Stati Uniti Trump. Quell’annuncio «compromette i nostri sforzi in corso per raggiungere una soluzione negoziata con gli Stati Uniti», ha ammesso ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, nel briefing quotidiano con la stampa. «Riteniamo che questa decisione aggiunga ulteriore incertezza all’economia globale e aumenti i costi per consumatori e imprese su entrambi i lati dell’Atlantico», ha aggiunto, ricordando che «l’Ue, in buona fede, ha sospeso le proprie contromisure il 14 aprile per creare spazio a un proseguimento dei negoziati».

I due presidenti avevano concordato di accelerare il ritmo dei colloqui. E questo nella pratica sta accadendo. «I team tecnici da Bruxelles sono in viaggio verso Washington D.C. proprio mentre parliamo», ha ricordato ieri Gill. Tutta l’attenzione adesso è sull’incontro di domani a Parigi, a margine delle riunioni dell’Ocse, tra il commissario Ue per il Commercio Maroš Šefcovic e il rappresentante Usa per il Trade Jamieson Greer. Ma è evidente che l’incontro di domani non sarà risolutivo e che resta sempre l’incognita Trump. Peraltro il commissario Ue Šefcovic e il segretario Usa al Commercio Lutnick sono «in contatto permanente» perché «fornire soluzioni lungimiranti rimane una priorità assoluta dell’Ue», ha scritto nei giorni scorsi su X il negoziatore europeo.

Secondo diversi osservatori la decisione di venerdì scorso di alzare i dazi su acciaio e alluminio è stata la reazione piccata del presidente Usa al soprannome Taco: Trump always chickens out, ossia «se la fa sotto». L’acronimo coniato da un opinionista del Financial TimesRobert Armstrong, è diventato popolare tra gli analisti di Wall Street per descrivere l’andamento dei mercati che crollano dopo le minacce di dazi di Trump per risalire quando desiste e dà più tempo per negoziare. Trump ha spiegato che è una tecnica negoziale: «Non mi tiro indietro: fisso tariffe ridicole per poi negoziare». Cosa che ha fatto anche con l’Ue. «Ho imposto all’Unione europea dazi al 50% — ha ricordato —. E poi mi hanno chiamato e hanno detto: “Per favore, incontriamoci adesso. Per favore, incontriamoci adesso”. E ho risposto: ok, vi darò tempo fino a luglio, e ho chiesto loro la data perché non volevano incontrarci, ma dopo che ho fatto quello che ho fatto hanno detto che erano pronti a incontrarci in qualsiasi momento e ora abbiamo una scadenza del 9 luglio». La ricostruzione però non è corretta, l’Ue è sempre stata fin dall’inizio aperta al dialogo e al negoziato e a eventuali incontri, non lo è diventata dopo le minacce di Trump.

L’Ue cerca di mantenere la calma e la razionalità ma è consapevole di dover essere pronta a reagire se le trattative non dovessero portare a un risultato reciprocamente vantaggioso: «Nel caso in cui i nostri negoziati non portino a un risultato equilibrato, l’Ue è pronta a imporre contromisure, anche in risposta a questo ultimo aumento dei dazi — ha spiegato Gill —. Ricordo che stiamo attualmente finalizzando le consultazioni per un elenco ampliato di contromisure (su esportazioni Usa per un valore pari a 95 miliardi di euro, ndr). Se non verrà raggiunta una soluzione reciprocamente accettabile, sia le misure esistenti sia quelle eventualmente aggiuntive dell’Ue entreranno automaticamente in vigore il 14 luglio o prima, se le circostanze lo richiedessero». Quelle già decise e congelate colpiscono le esportazioni Usa per un valore pari a 21 miliardi di euro.

Nei giorni scorsi otto eurodeputati della Commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, tra cui Brando Benifei del Pd, che è anche presidente della delegazione per le relazioni Ue-Usa, sono stati in missione a Washington dove hanno incontrato funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui l’Assistente rappresentante per il Commercio Usa per l’Europa Bryant Trick e la vice sottosegretaria per il commercio presso il dipartimento dell’Agricoltura Michelle Bekkering. Da oggi Benifei è di nuovo a Washington dove incontrerà la leadership democratica con una delegazione S&D del Parlamento europeo. «C’è da parte dell’amministrazione Usa un cauto ottimismo sul fatto che si possa arrivare a un accordo», ha spiegato Benifei al Corriere, aggiungendo che però «restano due temi difficili da discutere: i dazi reciproci al 10% su cui gli Usa non vogliono cedere, sono per loro una questione ideologica ma sono fuori dalle regole Wto, e la questione della legislazione: è forte la pressione sugli standard Ue sanitari, fitosanitari, agroalimentari e sulle regole sul digitale. La Commissione è sempre stata chiara su questo, spiegando che non c’è margine. Noi lo abbiamo ribadito: senza il Parlamento Ue le leggi non si cambiano e non c’è intenzione di mettervi mano».

La delegazione si è fermata a Washington da mercoledì a venerdì. «Abbiamo incontrato anche i produttori agricoli americani e i produttori dei semiconduttori, grandi aziende europee negli Stati Uniti e americane che sono in Europa — prosegue Benifei —. Abbiamo anche discusso con i rappresentanti dei governatori ed è stato molto interessante. Abbiamo avuto meeting con il Fondo monetario internazionale e con diversi think tank». Per Benifei «c’è una spinta americana a trovare un accordo che viene da un lato dalla decisione della Corte statunitense del commercio internazionale di annullare le tariffe reciproche, seppure temporaneamente sospesa da una corte d’appello, e dall’altra dal business americano: ad esempio i produttori di soia, che sono un pezzo fondamentale dell’elettorato di Trump, hanno paura di essere colpiti dalle contromisure europee. C’era un clima costruttivo e meno confuso rispetto a un mese fa, quando ero stato Washington e avevo avuto colloqui anche sul tema dazi».

Il negoziato non sarà semplice. La mossa Usa su acciaio e alluminio complica ulteriormente lo scenario. Per Benifei «l’Europa deve essere molto paziente e non aprire a concessioni sbagliate, perché l’Unione può ottenere un accordo favorevole per entrambe le parti e non ha necessità di fare concessioni unilaterali. L’Ue deve sfruttare la situazione americana, dove sembra che il tempo non giochi più a favore di Trump».  

  

‘Europe Matters’: l’analisi della politica estera europea e americana con le corrispondenti del ‘Corriere della Sera’

Continua la pubblicazione, per cui si ringrazia il ‘Corriere della Sera ‘ , della rubrica sui rapporti tra Europa e U.S.A.

Benvenuti a Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.  

Studenti davanti alla statua di John Harvard nel campus dell’Università di Harvard. Il 13 maggio 2025 il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuovi tagli ai finanziamenti per Harvard (Afp)

Dal Texas al Parlamento europeo, la Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

Continua il braccio di ferro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’Università di Harvard. Ieri l’inquilino della Casa Bianca ha scritto su Truth di stare «ancora aspettando la lista degli studenti stranieri di Harvard, così da poter stabilire, dopo una spesa assurda di miliardi di dollari, a quanti pazzi radicalizzati, tutti piantagrane, non dovrebbe essere permesso di rientrare nel nostro Paese». Trump ha spiegato che «parte del problema con Harvard è che il 31%» degli studenti «è straniero, noi diamo loro miliardi di dollari, che è ridicolo… Sono il 31% e rifiutano di dirci chi sono, lo vogliamo sapere, non abbiamo problemi con molti di loro, ma non dovrebbero essere il 31%, è troppo».

L’Italia, invece, ha il problema opposto degli Stati Uniti: paga per formare i propri studenti che poi per mancanza di opportunità sono costretti ad andare a cercare fortuna all’estero. Restiamo emigranti, ma è cambiata la classe sociale. E moltissimi vanno negli Stati Uniti.

La comunità italiana negli Stati Uniti conta numerosi ricercatori e accademici. Venerdì scorso il Parlamento europeo ha ospitato la XIX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian Community in collaborazione con l’Università Libre di Bruxelles. Vi hanno partecipato in presenza e da remoto  rappresentanti di associazioni, università e centri di ricerca da tutto il mondo, tra cui Australia, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Francia, Giappone, Israele, Italia, Messico, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. L’iniziativa è stata lanciata da Vincenzo Arcobelli, presidente della Conferenza, nel 2004 a Houston, «che era già una città con una popolazione italiana in crescita. Il Texas è famoso per la ricerca soprattutto nel settore medico. Ho voluto  mettere in evidenza le eccellenze della ricerca italiana», ci racconta al termine di una giornata in cui si sono alternati panel sull’aerospazio, la biomedicina, le materie Stem e quelle umanistiche (introdotte nella conferenza dallo scorso anno).

L’obiettivo per cui è nata quasi vent’anni fa questa Conferenza «era far capire alle comunità locali statunitensi qual è l’apporto umano e intellettivo italiano», prosegue Arcobelli ricordando che «noi italiani siamo stati emarginati, siamo stati discriminati in Louisiana, in Texas, in tutti gli Stati Uniti: la nostra immagine era la solita… pizza, mandolino, mafia. Io volevo dare un esempio pratico, un’altra immagine dell’Italia». Arcobelli non è un ricercatore, si occupa di aviazione: «Sono un comandante pilota di istruttori della American Airlines, di istruttori di piloti americani, militari, civili e simulatori e poi lavoro come comandante pilota e istruttore». Ma con una forte passione per l’Italia e gli Stati Uniti. Conferma che il mondo accademico americano sta vivendo «un disagio» e anche «qui tra i nostri panelist ci sono professori che vivono con i grants, quindi con i contributi statali, ci vivono le università con i laboratori. Se i grants vengono meno il rischio è che questi  ricercatori possano perdere il lavoro».

Arcobelli pensa però che sia «una cosa temporanea, perché un Paese come gli Stati Uniti non può continuare così, si ferma se smette di investire in ricerca e sviluppo tecnologico, finisce per perdere la competizione con la Cina. Gli Usa sono sempre stati guidati dal merito: se meriti vieni in America e gli Stati Uniti possono trarre un beneficio dalle ricerche di alto livello che vengono fatte dagli stranieri». 

«A luglio scopriremo come finirà la battaglia legale con le università», spiega Andrea Giuffrida, che trent’anni fa ha iniziato come ricercatore negli Stati Uniti e ora è Senior Vice President for Research & Biotechnology della Western University of Health Sciences in California. «Il clima è teso, l’amministrazione ha preso di mira le grandi università — spiega — ma anche gli atenei più piccoli sono preoccupati perché i tagli potrebbero rendere più difficile continuare a fare ricerca come si faceva in passato». C’è ormai un clima di «paura» tra gli studenti stranieri, che non sanno se verrà loro concesso o rinnovato il visto per gli Stati Uniti. «La Conferenza, che lo scorso anno è stata organizzata in Canada, ha tra i suoi obiettivi favorire il networking tra persone che di solito non interagiscono perché di settori diversi – prosegue Giuffrida – ma anche portare un po’ di visibilità al prestigio della ricerca italiana in generale nel mondo e risvegliare un po’ gli animi anche in patria, dove purtroppo ancora non esistono delle politiche forti per evitare la continua fuga di cervelli, dovuta alla mancanza di opportunità simili a quelle che si trovano all’estero. È probabile che l’Europa si troverà avvantaggiata da quanto sta accadendo negli Stati Uniti, perché potrà accogliere studenti che non si sentono più rassicurati dal clima Usa e cercheranno rifugio in Europa».

L’amministrazione Trump ha fatto arrestare e ha trattenuto studenti internazionali e il mese scorso ha revocato migliaia di visti, prima di ripristinarli temporaneamente. Il risultato, come hanno ben raccontato sul Corriere Luigi Ippolito da Londra e Stefano Montefiori da Parigi, è che «l’esodo dalle università americane è già partito». In Gran Bretagna per il prossimo anno accademico 2025-26, le domande di iscrizione da parte di giovani americani nelle università britanniche sono cresciute del 12% rispetto all’anno precedente, passando da 5.980 a 6.680. Mentre il 5 maggio scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato a fianco della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen l’iniziativa «Choose France for Science», per attirare in Francia e in Europa scienziati e ricercatori da tutto il mondo. Ma venire in Europa non è poi così semplice. «Negli ultimi anni si sono moltiplicate le restrizioni per gli studenti francofoni, in arrivo specialmente dall’Africa, sospettati spesso di usare l’iscrizione a un’università come pretesto per stabilirsi in Europa», scrivono Montefiori e Ippolito, che citano le cifre di Eurostat: sono 1,66 milioni gli stranieri che studiano nelle università Ue. La Germania è il Paese che ne attira di più, con il 23,3% del totale, la Francia il 16% e i Paesi Bassi il 10%. L’Italia è ferma al 4%, perché come non riesce a trattenere i nostri ricercatori così non riesce ad attrarre quelli stranieri. 

CHI SIAMO

Francesca Basso è corrispondente da Bruxelles per il Corriere della Sera. Ha lavorato nelle redazioni Politica ed Economia

Viviana Mazza è corrispondente da New York per il Corriere della Sera. Ha lavorato nella redazione Esteri occupandosi di Stati Uniti e di Medio Oriente

  

Noi siamo lo Stato

di Daniele Madau

Domani si ricorderà la strage di Capaci, del 23 maggio 1992: una data fondativa per il nostro senso dello Stato

Esiste un calendario civile, in Italia, drammatico e doloroso, che solo se continuerà ad accompagnarci in una crescita di maturazione come cittadini, potrà diventare calendario del cuore: è quello che ricorda le date di chi ha donato la sua vita per noi.

Di queste, la data del 23 maggio 1992 è come fondativa di un risveglio di un sopito senso dello Stato, relegato in fondo al cuore dalle conquiste degli anni ’70 e dal benessere degli anni ’80, che hanno causato un periodo di apatia, senso di soddisfazione e – contemporaneamente – di disgusto, distrazione, ottenebramento e allontanamento dal patto civile che ci univa e ci unisce. Già ‘ Tangentopoli’ aveva urticato e infiamato i nostri sentimenti di pancia e stomaco; Capaci toccò, e graffiò a fondo, il nostro cuore.

Perché sì, davanti ai nostri occhi si palesava chi, in mezzo alla connivenza, alla superficilità, al menefreghismo, all’illegalità diffusa, accettata e valorizzata, all’omertà, al depistaggio come regola di Stato, all’invasione delle lunghe mani della politica nella società, alla depredazione del bene comune, aveva anteposto la legalità, i valori dell’etica e del dovere, l’amore alla comunità.

Aveva il volto disilluso, dolce e fermo di Giovanni Falcone, incorniciato elegantemente dai baffi, tratto stilistico degli anni ’80. Aveva i volti di tutti coloro che l’hanno preceduto – da Placido Rizzoto a Chinnici -, che l’avrebbero seguito – da Borsellino a Don Puglisi – e che l’hanno accompagnato, Francesca Morvillo e la scorta.

Da quel giorno, noi siamo, e saremo sempre, come davanti a una pietra di paragone, a una psicostasia – pesatura dell’anima – che ci svela quando valgono i nostri sentimenti, davanti a uno specchio – gli occhi dei nostri eroi civili – che ci mostra gli abissi del nostro cuore.

Potremmo così ricercare quanto teniamo ai nostri figli, alle nostre persone care, ai nostri anziani, in base a quanto abbiamo a cuore le conquiste civili, il rispetto delle leggi, la sanità e la scuola pubblica, le infrastrtutture efficaci. Potremmo così conoscere quanto amiamo noi stessi, e se cioè ricerchiamo la felicità in una comunità libera sotto le regole, in un cammino semplice di rispetto reciproco.

Perché capire che lo Stato siamo noi non è difficile, è semplice. Capire che ognuno di noi, essendo venuto in vita e vivendo in una certa comunità, ha dei doveri e dei diritti, tali e quali a quelli di tutti gli altri a cui è uguale, è libero e deve contribuire al benessere suo e di tutti, non è difficile. E’ la prima cosa che i bambini imparano, quando seguono le indicazioni dei genitori.

Purtroppo, storture storiche, il male che sembra onnipotente – ma lo è solo quando la comunità è debole – viltà e egoismo, pericoli innati nell’uomo, ci hanno convinto del contrario.

Il calendario civile serve a questo, a riportare tutto sulla giusta strada, nel cammino semplice, alla felicità che ci meritiamo, e che possimo costruire solo pensando che noi siamo lo Stato.

‘ Europe matters ‘ . Ora gli europei temono che Trump si sfili dalla mediazione per l’Ucraina

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Putin e Trump

Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato al telefono per oltre due ore  ieri mattina: era la loro terza telefonata dall’insediamento del presidente americano a fine gennaio. Amichevoli i toni:  «Trump ha detto: “Vladimir, puoi alzare il telefono e chiamarmi in qualsiasi momento, sarò felice di rispondere e di parlare con te», come ha riferito un consigliere del presidente russo.  Putin si è complimentato con Trump  per la nascita del suo undicesimo nipotino, figlio della sua quarta figlia, Tiffany. Ma nonostante le descrizioni positive della telefonata  («eccellente» ha scritto Trump; «molto informativa e molto franca» secondo Putin),  una soluzione alla guerra in Ucraina non sembra vicina.

«La Russia e l’Ucraina inizieranno immediatamente i negoziati verso un cessate il fuoco e — cosa più importante — per porre FINE alla guerra», ha scritto Trump sul social «Truth».   Le parole di Putin sono state tuttavia più caute: non  ha segnalato una svolta nella posizione russa, né l’adesione ad una tregua di 30 giorni.  Mosca  — ha detto il presidente russo ai giornalisti — «proporrà ed è pronta a lavorare con la parte ucraina su un memorandum a proposito del futuro accordo di pace determinando  una serie di posizioni, come per esempio, i principi di ricomposizione, i tempi di una   eventuale  conclusione dell’accordo di pace eccetera, compreso anche un possibile cessate il fuoco per un determinato periodo, in caso del raggiungimento delle rispettive intese». Ma Putin ha ribadito che  «la posizione della Russia, in generale, è chiara: l’essenziale per noi è eliminare le cause prime di questa crisi» (parole in cui gli europei leggono la volontà del Cremlino di riportare  l’Ucraina nella sfera di influenza russa).   Il portavoce del Cremlino Peskov aveva detto già prima della telefonata, d’altronde,  che — per porre fine alla guerra — sarà necessario «un lavoro accurato e possibilmente prolungato». 

La mediazione

«Le condizioni verranno negoziate tra le due parti, perché è l’unico modo: solo loro conoscono i dettagli di un negoziato di cui nessun altro è consapevole», scrive Trump sul suo social Truth. E alcuni vi leggono la possibile rinuncia al ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina;  altri osservano però che questa verrebbe vista come una sconfitta del presidente americano.  D’altronde, tornando a Washington da Roma,  il vicepresidente J.D. Vance ha detto che gli Stati Uniti sono «più che aperti ad abbandonare» i negoziati, in assenza di risultati. Vance ha affermato che il tentativo di risolvere il conflitto è arrivato ad uno «stallo» e ha suggerito che il presidente russo non abbia «una vera strategia per uscirne» visto che ha «un milione di uomini in armi» e  ha riconfigurato l’intera economia intorno alo sforzo bellico.  Perciò la telefonata tra Trump e Putin mirava a capire se quest’ultimo è «serio»  nel voler cercare un accordo, ha spiegato il vicepresidente americano;  ma se non lo è, «alla fine dovremo dire: “Questa non è la nostra guerra, è la guerra di Joe Biden, di Vladimir Putin, non la nostra”».

Trump di certo è «sempre più frustrato con entrambe le parti del conflitto», ha detto  la sua portavoce Karoline Leavitt prima della telefonata. E il suo obiettivo era  «vedere il cessate il fuoco», che però ieri non si è materializzato. 

Le sanzioni

    I leader di Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia avevano parlato con Trump domenica sera, prima della  telefonata.  Subito dopo, il presidente americano ha chiamato Ursula von Der Leyen, Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Merz, il francese Macron e il finlandese Stubb oltre a Zelensky.  Gli europei intendono rafforzare le sanzioni, visto che la telefonata non ha portato alla tregua, secondo un portavoce di Merz. In un’intervista, ieri,   il segretario del Tesoro Scott Bessent  non ha escluso ulteriori sanzioni contro la Russia, se Putin non negozia in buona fede. Anche Trump ha minacciato sanzioni nei giorni scorsi.  Ma  nell’ultimo resoconto del presidente americano sul social Truth ieri si ripeteva solo  l’offerta di scambi commerciali «su larga scala» e potenzialmente «illimitati» tra Stati Uniti e Russia, di cui anche l’Ucraina potrebbe beneficiare: una conferma della fiducia nella diplomazia del commercio, anche se con Putin finora non ha portato risultati.

Il Vaticano

Trump ha osservato che il Vaticano è «molto interessato»  a ospitare i negoziati, un’offerta accolta positivamente anche dagli altri leader europei e da Zelensky. «L’Italia è pronta a fare la sua parte per facilitare i contatti e lavorare per la pace», ha detto in una nota la premier Meloni.  Il presidente ucraino si è detto pronto a studiare l’offerta russa, ma ha anche chiesto a Trump nuove sanzioni contro i settori bancario ed energetico russi. E gli ha chiesto  di «non prendere decisioni senza di noi»: oltre al timore che Trump si sfili come mediatore, c’è quello opposto che possa accettare tutte le richieste di Putin pur di porre fine al conflitto. 

Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter

Dazi U.S.A. e vini sardi, parlano le cantine “Argiolas”

di Nicola Altea

Vigneti ben curati, terreni dalla florida vegetazione, campi animati dall’operoso lavoro di contadini e pastori. Il paesaggio, con i suoi colori caldi e i suoi profumi intensi, porta visibili i segni di una radicata  tradizione agro-pastorale. Siamo nel Parteolla, ridente regione storico-economica del Basso Campidano, non  molto lontana da Cagliari. Dalle vigne e dagli oliveti di questa zona provengono ottimo vino e olio; nei caseifici del posto si produce buon formaggio. Anche qui, tra i piccoli ma prosperi centri di Dolianova, Serdiana, Donori, Barrali, Soleminis e Settimo S. Pietro, l’economia sarda “paga dazio” – è il caso di dirlo – per la nuova politica economica trumpiana.  

Lo sanno bene le “Cantine Argiolas” di Serdiana, una tra le più prestigiose realtà vinicole della Sardegna e che proprio negli U.S.A. ha un importante mercato di esportazione. La direttrice marketing e comunicazione, Valentina Argiolas, ci accoglie nei locali della sua azienda, fondata con sacrificio dal nonno Antonio agli inizi del secolo scorso e diventata presto famosa nel mondo. Mentre camminiamo avvolti dall’intenso e piacevole profumo del vino e dal fragore delle tante macchine aziendali, i nuovi dazi americani sembrano lontani, ma – come ci spiega la responsabile – in realtà Sardegna e Stati Uniti non sono mai stati così vicini.  

Valentina, quali sono le ripercussioni dei dazi statunitensi sulle esportazioni della vostra azienda? 

Gli effetti sulle nostre importazioni di vini sono stati immediati, dalla sera alla mattina. Dopo l’annuncio  giunto in serata dell’introduzione dei nuovi dazi, una partita importante dei nostri vini diretta negli U.S.A. è  rimasta bloccata nel porto di Livorno, da dove partono le esportazioni per l’America. I distributori americani che fanno capo all’importatore italiano hanno infatti emanato una circolare in cui hanno dichiarato che, a  fronte dei nuovi dazi, non avrebbero accettato alcun aumento dei prezzi. Il disagio è stato notevole e per venti  giorni i nostri vini sono rimasti bloccati in Toscana. Ora fortunatamente la situazione si è sbloccata. 

Con quali misure la sua azienda sta fronteggiando la situazione?  

A metà aprile c’è stata una riunione tra i produttori e si è trovato un accordo. Per mantenere i numeri previsti all’inizio di dicembre occorre per il momento che sia il produttore ad assorbire il dazio per non gravare sul prezzo finale della merce. In particolare, dobbiamo farci carico noi del 10% del dazio, non su tutti i vini ma almeno su quelli su cui ci si è accordati perché hanno una quotazione maggiore (sul Turriga per esempio no, sul Costamolino sì). Tale soluzione durerà fino al 9 giugno, ma in queste condizioni è impossibile fare una programmazione precisa. 

Sono ben note le difficoltà che le esportazioni sarde incontrano quotidianamente a causa dell’insularità.  Ora si sono aggiunti i nuovi dazi americani. Quale impatto ha sulla sua azienda il combinato di questi due elementi? 

Le nostre merci sono già più care a causa dei costi di trasporto: l’azienda deve farsi carico delle spese dei vini in transito verso il porto di Livorno, da dove verranno poi distribuiti nei mercati esteri. A ciò si aggiunge lo svantaggio ulteriore dei tre giorni di tempo necessari perché le merci attraversino il mare. Qualche anno  fa era possibile far partire direttamente dal porto di Cagliari i container alla volta dell’America, anche se solo  fino al New Jersey, da dove però i distributori riuscivano a far arrivare il vino anche in altri Stati. Oggi non esistono  più container in partenza direttamente dal capoluogo sardo e questo è per noi un aggravio non da poco, che va a sommarsi all’impatto dei dazi.  

In una recente intervista ha dichiarato che il vino è sempre più oggetto di demonizzazione.  

Esatto. Si è fatto circolare con sempre più insistenza il messaggio che il vino nuoccia alla salute per la presenza di alcol e zuccheri. È assurdo parlare in questi termini di una bevanda che si consuma da millenni, ma evidentemente si vuole speculare anche su questo. Fortunatamente l’emergenza dazi ha fatto rientrare  questa narrazione, ma resta il fatto che, proprio negli U.S.A., si tende a prediligere una dieta con bevande no alcol o low alcol, che in realtà non sono vini ma bevande a base di uva, ottenute spesso con processi chimici che nulla hanno a che vedere con il processo naturale di produzione del vino.  

Su quali altri mercati esteri si può puntare per tamponare gli effetti dei dazi americani? 

Non vi sono molte altre alternative. Il mercato statunitense consente alle nostre esportazioni numeri che non sono raggiungibili in altri mercati. Del resto molti altri Stati sono in difficoltà: la Germania è in crisi, il Giappone  ugualmente a causa della svalutazione dello yen, il mercato cinese non è affidabile. Siamo tutti nella stessa barca. L’Italia, dal canto suo, è un mercato già saturo.  

Quali previsioni è possibile fare per le esportazioni dei nostri vini? 

Al momento nessuna. Se a fine anno si riuscisse a chiudere con gli stessi risultati dello scorso anno, saremmo stati già molto bravi. Regna l’incertezza. Ancor prima dell’introduzione dei nuovi dazi il settore registrava una certa crisi, con un calo del 15%. Se non si riprende la Germania, che è il primo mercato del comparto dopo quello italiano, le difficoltà persisteranno. E gli effetti del periodo Covid non sono stati ancora superati. È certo, però, che tutta l’Europa debba farsi sentire presto con forza.

Il racconto del Cagliari: una trama bellissima,  in una scenografia meravigliosa

di Daniele Madau

Foto da ‘La Provincia di Verona ‘

Unipol Domus, ore 20.45/  XXXVII giornata serie ACagliariVenezia: 3-0 (11mo Mina; 41mo Piccoli;71mo Deiola)

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Zappa, Mina, Luperto; Zortea (85mo Pintus), Adopo (85mo Viola), Makoumbou 73mo Prati), Deiola (73mo Marin), Augello; Piccoli, Luvumbo( 65mo Gaetano). Allenatore: Davide Nicola.

VENEZIA (3-5-2): Radu; Schingtienne (70mo Zampano)Idzes, Candé; Zerbin, Kike Pérez Dumbia’ 73mo), Nicolussi Caviglia, Busio, Ellertsson (Haps 70mo); Yeboah (Maric 70mo) Oristanio (31mo Gytkjaer). Allenatore: Eusebio Di Francesco.

ARBITRO: Luca Pairetto della sezione AIA di Nichelino

1° ASSISTENTE: Imperiale

2° ASSISTENTE: Cecconi

QUARTO UOMO: Feliciani

VAR: Meraviglia

Spettatori: 16.170

Gli spettacoli migliori, quelli da record di repliche, iniziano dalla scenografia. Quella dell’Unipol di questa sera è,  come si suol dire-abusando sull’enfasi- da ‘brividi’. L’affetto del pubblico si percepisce insieme alla brezza di questa primavera ed è carburante per i motori del Cagliari in questo ultimo giro di corsa in casa. Luvumbo spazia da una fascia all’altra e crea subito apprensione ai lagunari, il Venezia sembra stordito. All’undicesimo, punizione di Augello, Mina sembra Pele’ – nello stacco- nella finale del ’70 e l’1-0 è il miglior inizio di spettacolo che si potesse attendere. Il primo atto promette una trama meravigliosa.

In ogni favola, però,  lo sappiamo,  c’è sempre l’antagonista, da sconfiggere alla fine: ecco, allora, Busio che, dal limite dell’aria cagliaritana, tira alto. Il Venezia prende campo, ma il protagonista è il Cagliari.  Verticale Augello- Luvumbo sulla sinistra, servizio rasoterra per Piccoli che, davanti alla porta, non trova la deviazione vincente. Yeboh replica, ma è sempre alto.

Al 36mo sempre Busio e sempre alto. La trama dello spettacolo si ingarbuglia, la lotta si accende, la tensione continua. E, da regole della narrativa, non può mancare la suspance: colpo di testa di Piccoli al 40mo e miracolo di Radu. Sul calcio d’angolo, ancora testa di Piccoli: gol annullato, e, dopo che si avvertivano i respiri trattenuti dei tifosi,  convalidato dal Var. Si alza il volume del tifo, si respira salvezza, insieme all’aria di mare.

II atto. L’antagonista tenta il tutto per tutto, ma è stordito. Il protagonista, quasi eroe, controlla con autorevolezza: con gli anticipi di Zortea, le progressioni di Augello, Luvumbo, e poi Zappa, i tentativi di Piccoli e il tifo dei piccoli aiutanti dell’eroe, la curva Futura.

Si entra negli ultimi 25 minuti, che valgono la fatica, il sudore e le gioie di un’intera stagione. Parte integrante di una favola è l’elemento magico, eccolo: scambio di prima-compreso un colpo di tacco- sul vertice sinistro dell’area e ‘tiro a giro’ di Deiola, un principe svelato. E pensando anche che il primo gol è arrivato all’undicesimo, come il numero di maglia di Riva, ormai ci sono tutti gli elementi per una trama da favola in una scenografia bellissima.  E la favola si chiama Serie A, da vivere ancora.

‘Europe matters’ . Il sogno americano non incanta più (per ora)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York. Se Europe Matters vi piace, inoltrate questa e-mail a chi potrebbe interessare. Basta cliccare su questo link per iscriversi alla newsletter.  

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Ap)

Anche il fascino a un certo punto finisce. Gli Stati Uniti per decenni hanno suscitato sentimenti complessi di amore e odio, per quell’attrazione repulsione verso libertà e capitalismo spinto. Il sogno americano, l’idea che gli Stati Uniti sono una terra di opportunità, di libertà e uguaglianza che consente mobilità sociale per chi lavora duro e ha la volontà di avere successo, è stato uno sponsor potente, nonostante tutte le contraddizioni che porta con sé. Ma ora qualcosa si è rotto. Secondo l’Indice di percezione della democrazia 2025, pubblicato ieri, la percezione globale degli Stati Uniti è peggiorata in tutto il mondo nell’ultimo anno ed è peggiore di quella della Cina.

L’indagine è stata commissionata dall’Alliance of Democracies Foundation. Alla domanda sul perché la percezione degli Stati Uniti sia peggiorata, il fondatore dell’Alleanza ed ex segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha spiegato, riferisce Reuters, che «il presidente Trump ha innescato una guerra commerciale, ha rimproverato il presidente dell’Ucraina nello Studio Ovale, ha lasciato gli alleati vulnerabili e ha incoraggiato i nemici». «Non sorprende che le opinioni siano cambiate anche tra persone come me, che hanno trascorso la vita ammirando gli Stati Uniti e ciò che rappresentano», ha aggiunto.

Il sondaggio è stato condotto con la società Nira Data tra il 9 e il 23 aprile ed è basato su oltre 111.000 intervistati in tutto il mondo. Il rapporto è stato pubblicato in vista del summit sulla democrazia di Copenaghen, che si terrà oggi e domani. La percezione di Trump è negativa in 82 dei 100 Paesi in cui si sono svolte le interviste, mentre il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping sono stati giudicati negativamente rispettivamente in 61 e 44 Paesi.

L’indagine ha anche classificato la percezione dei Paesi da -100% a +100%. Se gli Stati Uniti hanno perso consensi rispetto a un anno fa, la Cina ha continuato a migliorare la sua posizione a livello globale, superando per la prima volta gli Usa e registrando percezioni per lo più positive in tutte le regioni tranne l’Europa. La Russia, la cui reputazione è crollata in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022, è ancora (leggermente) più impopolare degli Stati Uniti (-9%), ma la sua immagine sta migliorando. Israele è il Paese con la percezione globale più negativa. Il tasso di percezione netta degli Stati Uniti è sceso al -5% dal +22% dell’anno scorso, il che indica un numero maggiore di intervistati con un’opinione negativa del Paese rispetto a quelli con un’opinione positiva. Per la Cina, la percezione netta è salita al +14% quest’anno, dal +5% dell’anno scorso.

In questa classifica l’Italia è il secondo Paese dell’Ue con il risultato migliore: +31% dietro al +33% dell’Olanda. La Germania ha ottenuto il +24%, la Francia +11%.

La reputazione negli affari è tutto e l’incertezza scatenata dalla politica commerciale di Trump sta presentando il conto. Visto dall’Europa, «l’era dell’alleanza euro-americana del secondo dopoguerra è finita», osserva l’ex ministra degli Affari esteri spagnola Arancha González Laya su Foreign Affairs nella sua analisi intitolata «La rinascita dell’Europa. Come il continente può sopravvivere all’antagonismo americano e uscirne più forte». «Compiacere gli Stati Uniti non funzionerà. Se l’Europa non vuole diventare vassalla di Washington o far parte della sfera d’influenza russa appena creata, deve prendere in mano il proprio futuro — osserva Arancha González Laya —. Il continente ha bisogno di una strategia chiara, di un’azione collettiva e di determinazione».

Tanto più che «l’amministrazione Trump non vuole che l’Europa abbia successo — prosegue —. Cercherà di indebolire il continente attraverso un mix di coercizione esterna e politiche predatorie: sostenendo di dover controllare la Groenlandia per la propria sicurezza nazionale, cercando un riavvicinamento con la Russia a scapito della sicurezza ucraina ed europea, indebolendo la deterrenza della NATO e costringendo l’Europa al commercio. E incoraggerà le forze antieuropee all’interno dell’Ue». 

Quanto tempo ci metteranno gli Stati membri a realizzare questo scenario? I cittadini che hanno risposto al sondaggio lo hanno già percepito. Per ora lo sforzo dell’Unione è mantenere aperto il dialogo con gli Stati Uniti anche quando Washington sembra piuttosto sorda. Ma come sottolinea Marc de Vos sul Financial Times, «le nazioni europee devono prendere coscienza che il “progetto europeo” è ormai un progetto di hard-power che necessita di un’impronta geostrategica che vada oltre i suoi attuali confini».  

Si ringrazia il ‘Corriere della Sera ‘ , titolare di tutti i diritti,  al quale si rimanda per l’iscrizione alla newsletter

  

  

  

Incontro con Michela Ponzani: quando cambia la storia e le democrazie insidiano la Democrazia. Al nuovo papa chiedo di essere fermo contro le guerre.

di Daniele Madau

Michela Ponzani domenica 11 maggio sarà ospite di ‘Sanluri legge’

Nel fine settimana il castello di Sanluri, in provincia di Cagliari, sarà animato da ‘Sanluri legge’, festival letterario che vuole far riscoprire Il fascino della lettura, che permette di sognare ad occhi aperti e vivere infinite vite, schiude le porte di universi fantastici e indaga la complessità del reale – per la poetessa Wisława Szymborska, “il gioco più bello che l’umanità abbia inventato” – per un ideale viaggio tra storie ed emozioni.  La IX edizione del Festival Sanluri Legge è promosso dalla Città di Sanluri con il sostegno della Regione Autonoma Sardegna e della Fondazione di Sardegna e con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni (CeDAC Sardegna) e il coordinamento dell’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo. La rassegna letteraria, che porta nel cuore del Campidano giornalisti e scrittori di respiro nazionale e internazionale, spazia tra incontri con gli autori, recitals e spettacoli per affrontare questioni di scottante attualità, dalla cronaca alla politica, tra saggi e romanzi gialli e noir, accanto a storie di sport e ritratti d’artista, divagazioni sul sapere e sull’ignoranza, giornalismo d’inchiesta e memorie e leggende. ‘La Riflessione’, per l’occasione, ha potuto intervistare Michela Ponzani, storica, saggista, docente universitaria dalla solida e già notevole carriera di ricerca, volto televisivo apprezzato di divulgazione storica.  Con lei, domenica 11 maggio, converserà Marianna Aprile, in un momento tutto al femminile, per analizzare l’attualità geopolitica. Noi abbiamo provato ad anticipare alcuni temi.

La prima riflessione, anche in virtù della più stretta attualità,  come l’attacco indiano al Pakistan, ha come oggetto proprio la situazione internazionale; secondo la professoressa: Viviamo un momento drammatico che, certo, non si può dire che non abbia precedenti. Dobbiamo tornare alla caduta del muro di Berlino, al biennio 89/’91, in cui si è rafforzata la nostra idea di Europa, che  aveva avuto origine -ad esempio- dal manifesto di Ventotene, anche se non si è mai perfettamente compiuta. Dopo, appunto, la caduta del muro, ci si era convinti che la liberal – democrazia, nonostante guerre come quella dell’ex- Jugoslavia,  dovesse prevalere sui concetti di nazionalismo; eravamo sicuri che misure e poteri che avevano il compito di equilibrare il potere politico, come la magistratura e come il giornalismo, avessero vita eterna. Stiamo vedendo,invece, come una certa morale di Stato, presente in nazioni come l’Ungheria di Orban, e come l’affermarsi delle destre estreme, stiano mettendo in discussione tutto questo. Gli storici hanno il compito far ritrovare bussola a una società che sembra averla persa e di  attuare confronti col passato per poter decifrare meglio il presente: così facendo, capiamo che non stiamo vivendo qualcosa di simile al 1914 o al 1939, ma qualcosa di nuovo, perché sono le democrazie stesse che mettono in crisi la democrazia. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti, luogo che è sempre stato per noi un faro, a partire dalla liberazione dal nazifascismo e che invece adesso è quasi una delle cause di questa crisi‘.

Riscopriamo, allora, le radici dell’Italia repubblicana, nate dal sangue delle Fosse Ardeatine, oggetto dell’ultimo saggio di Michela Ponzani (‘Donne che resistono’, Einaudi), oltre che suo luogo del cuore, oggetto anche della sua tesi di laurea. Dopo la sua l’elezione nel 2015, fu anche il primo luogo che il presidente Mattarella scelse di visitare. ‘Come primo atto dopo la sua elezione – spiega la professoressa- il presidente Mattarella ha voluto recarsi nel mausoleo delle Fosse Ardeatine perché quello è un luogo simbolo dell’ antifascismo non retorico. Un antifascismo incarnato nei cadaveri di persone che avevano combattuto in Spagna o che erano andate al confino in Francia, originari di diversi stati e provenienti da diverse situazioni. Quel mausoleo è stato fortemente voluto dalle mogli, dalle madri e dalle figlie di coloro che sono stati uccisi lì, che sono impegnate e hanno combattuto perché ci fosse verità e giustizia. E verità e giustizia, oltre al loro valore intrinseco altissimo, sembrano un tema di estrema attualità, per contrastare anche le polemiche infinite e i falsi storici che, ciclicamente, ritornano. A me quel luogo è caro perché mi portava sempre mio nonno sin da piccola,in una sorta di pellegrinaggio. Mio nonno, fra l’altro, è uno degli ultimi reduci del bombardamento di San Lorenzo,e  mi portava sempre lì perché in quel bombardamento era morto un suo carissimo amico medico, partigiano combattente catturato a causa di una spia fascista. Da qui dobbiamo partire per capire che Paese siamo e che Paese vogliamo essere: dalla resistenza tenace su quella fossa comune – perché questo era- che grazie a donne come la moglia e la figlia del tenore Nicola Ugo Stame,  guidate  da Vera Simoni, e dal lavoro dell’anatomopatologo Attilio Ascarelli, ha restituito memoria e identità dei caduti, rendendole vive e fondamento della nostra repubblica’.

Memoria e identità che anche le università, come testimonia l’opera di ricerca, insegnamento e divulgazione di Michela Ponzani, devono contribuire a ricostruire e tramandare. Le più grandi università americane, tuttavia, e quindi del mondo, sono sotto attacco. ‘Gli Stati Uniti, continua la professoressa – e io ne sono stata testimone diretta-  sono sempre stati garanti della libertà d’espressione; perciò fa impressione vedere la repressione del dissenso e quasi l’azzeramento dei finanziamenti. Stiamo parlando dello Stato che vanta il maggior numero dei premi Nobel: da ciò si capisce l’entità del danno che la scienza subisce. Purtroppo, come testimonia il recente ‘Decreto Sicurezza’, anche da noi comincia a serpeggiare l’idea di repressione di ogni forma di dissenso. Per questo, compito dei docenti deve essere sempre di più quello di aprire le menti alla cultura e alla coscienza critica‘.

Una ricerca particolare, sorta in seno all’ università di Cagliari, vede la Repubblica Italiana nata, secondo la ‘dottrina della statualita’, per successive modifiche e ampliamenti,  dal Regno di Sardegna, infeudato nel 1297 da Bonifacio VIII. Chiediamo un parere autorevole alla professoressa: È una teoria che si conosce da tempo e che, purché non porti a chiusure locali, si può approfondire. Nell’università c’è sempre spazio per strade e ricerche nuove’.

Oggi è una giornata storica, quella dell’elezione papale di Robert Francis Prevost, Leone XIV. Durante la lunga conversazione con Michela Ponzani ancora non conoscevamo il nome del nuovo pastore della Chiesa, che giunge proprio dagli Stati Uniti di Trump, ma la professoressa ha ben chiara l’idea che si debba continuare a camminare sulla strada tracciata da papa Francesco: ‘Io vorrei che il nuovo papa faccia sì che la Chiesa sia sempre più accogliente, soprattutto verso gli ultimi: ho in mente la bellezza delle parole, lontane dal giudizio, di Bergoglio verso gli omosessuali. Non chiusa nella dottrina ma ferma nella condanna alla guerra e ai nazionalismi. Fedele al messaggio originale del vangelo, di amore universale’ .

‘Europe Matters’: se Democratici e centrosinistra sono in crisi negli Stati Uniti e nell’Unione

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Il senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, Bernie Sanders, arriva alla manifestazione del primo Maggio davanti al Municipio di Philadelphia. La protesta è intitolata «For the Workers, Not the Billionaires May Day Rally» (Afp)

Il partito democratico negli Stati Uniti e il centrosinistra in Europa, fatta eccezione per alcuni Paesi come Spagna, Danimarca e Malta in cui i socialisti sono al governo, sono in crisi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico viene rimproverato loro — semplificando — la stessa cosa: la cultura Woke, l’avere dimenticato le priorità del loro elettorato di riferimento, ovvero le fasce più deboli della popolazione, per concentrarsi sui diritti delle minoranze dando l’idea di essere partiti d’élite. 

In Europa la crisi ha colpito soprattutto le forze di centrosinistra in Francia e Germania, considerate pilastri del socialismo europeo.In Italia il Pd tiene anche se è all’opposizione, è sopra il 20% a livello nazionale, tuttavia non riesce a far pesare sufficientemente questo peso nel dibattito pubblico, perennemente diviso al suo interno tra riformisti e massimalisti. Al Parlamento europeo i socialisti sono il secondo gruppo, ma poiché non esiste più una maggioranza di centrosinistra alternativa alla «maggioranza Ursula» composta da popolari, socialisti e liberali, la capacità dell’S&D di condizionare l’agenda politica è venuta meno nella nuova legislatura a vantaggio del Ppe, che invece può allearsi con i Conservatori e riformisti (Ecr) e all’occorrenza anche con i Patrioti, benché nei loro confronti esista per il momento il «cordone sanitario» e rappresentino forze populiste che i popolari dicono di combattere.

La crisi del centrosinistra è tale che il presidente del Partito popolare europeo Manfred Weber, al termine del congresso del Ppe a Valencia, ha detto chiaramente che «il competitor principale non è più il centrosinistra ma sono le forze estremiste», ovvero l’estrema destra che in Europa è rappresentata dai partiti vicini a Trump, che sono sparpagliati tra l’Ecr, i Patrioti e l’Europa delle nazioni sovrane. La debolezza del partito democratico americano si trasmette anche al centrosinistra europeo, così come il successo di Trump sta dando benzina ai 

movimenti populisti di estrema destra nel Vecchio Continente.  

Negli Stati Uniti come in Europa i democratici e i partiti di centrosinistra sembrano faticare a comunicare efficacemente con l’elettorato. Scrive Rana Foroohar sul Financial Times che «i Democratici non possono comunicare efficacemente con il pubblico finché non hanno una posizione politica coerente. Al momento, non lo fanno, e questo perché non hanno ancora fatto la scelta cruciale tra populismo economico e una versione leggermente aggiornata del neoliberismo». Osserva Foroohar che «mentre alcuni, come Sanders, Murphy e la senatrice Elizabeth Warren, vogliono seguire la strada del populismo, la leadership del partito e la maggior parte della base dei donatori democratici sembrano voler tornare a una versione del neoliberismo dell’era Obama-Clinton». In Europa il ragionamento è più complesso, ci sono 27 Stati membri con specificità diverse. Ma il filo rosso che li accomuna sembra essere l’incapacità del centrosinistra di intercettare l’insoddisfazione e le paure più comuni: economia, immigrazione illegale, transizione verde, sicurezza. E le risposte fornite oscillano tra il populismo (ne sono espressione in Germania l’alleanza Bsw di Sahra Wagenknecht, in Francia La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon  e in Italia il M5S di Giuseppe Conte) e un riformismo percepito, da una parte del suo elettorato, come più attento al politicamente corretto che alle soluzioni concrete.

Qualche giorno fa il New York Times osservava nonostante la «sconfitta totale» avvenuta nel 2024 da parte dei Democratici, molti leader di partito hanno deciso di non dover apportare modifiche significative alle loro politiche o al loro messaggio. «Hanno invece optato per una spiegazione di comodo per la loro situazione. Questa spiegazione parte dall’idea che i Democratici siano stati semplicemente le sfortunate vittime dell’inflazione post-pandemica e che il loro partito sia più popolare di quanto sembri: se solo i Democratici riuscissero a comunicare meglio, in particolare sui social media e nei podcast, il partito andrebbe bene». Un elemento chiave di questa argomentazione — prosegue il New York Times — riguarda l’affluenza alle urne. «I leader del partito sostengono che la maggior parte degli americani preferisca ancora i Democratici, ma che l’apatia degli elettori abbia permesso a Trump di vincere. Secondo questa logica, i Democratici non devono preoccuparsi di riconquistare gli elettori di Trump e dovrebbero invece cercare di animare la naturale maggioranza liberale del Paese».

L’affluenza alle urne è un elemento chiave anche in Europa. Ma alle ultime elezioni in Germania, dove il partito di estrema destra Alternativa per la Germania rischiava di vincere, l’affluenza è stata del 84%: un record dal 1990, quando ci fu la riunificazione. Un argine temporaneo, i cristiano-democratici hanno vinto le elezioni mentre sono crollati i socialdemocratici, scesi con il 16,5% al minimo storico e l’estrema destra dell’AfD ha quasi raddoppiato i voti. In questi giorni secondo i sondaggi è addirittura davanti la Cdu. Anche in Europa la famiglia socialista fatica a cambiare le proprie strategie e messaggi ed è un problema per le forze di centrodestra europeiste.

Negli Usa i Democratici, scrive il New York Times, stanno vivendo una «forma di negazione che renderà più difficile al Partito Democratico vincere le elezioni future. Anche molti conservatori e repubblicani dovrebbero preoccuparsi del rifiuto democratico. Il Paese ha bisogno di due partiti politici sani. In particolare, ha bisogno di un Partito Democratico sano, vista la presa di potere del Partito Repubblicano da parte di Trump e il suo comportamento draconiano. Per frenare lui – e qualsiasi successore che continui le sue politiche – è necessario che i democratici analizzino con onestà i loro problemi».

Per capire cosa si sta muovendo nel campo democratico siamo andati ad ascoltare Bernie Sanders a Bethlehem in Pennsylvania, il più grande Stato in bilico e il primo sulla costa orientale ad essere toccato dal tour «Fighting Oligarchy». Ha attirato folle di oltre trentamila persone in città come Los Angeles e Denver. Questa è la città di «Bethlehem Steel», la celebre fabbrica da cui venne l’acciaio per l’Empire State Building e gli altri grattacieli, nonché per le navi della Seconda guerra mondiale, ma la fabbrica ha chiuso nel 2003 dopo anni di declino. Con le maniche di camicia arrotolate e il dito puntato, l’83enne senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, ha ripercorso i suoi «greatest hits»: «Quando l’1% possiede più ricchezza del 90%, quando chi ha i soldi controlla entrambi i partiti politici, gli americani vivono in un’oligarchia».

Il messaggio di Bernie non è cambiato, ma è cambiata la familiarità degli americani con il concetto di oligarchia, grazie a Trump e Elon Musk. Eppure sull’uso di questa stessa parola i democratici si sono divisi. Elissa Slotkin, senatrice del Michigan e star emergente del partito che a marzo ha dato la risposta ufficiale a Trump dopo il suo discorso al Congresso, dice che non bisognerebbe usare il termine oligarchia perché non funziona nell’«America di mezzo». Bernie ha risposto che «gli americani non sono così stupidi». Alcuni degli applausi più forti scoppiano quando il senatore dice che il partito democratico ha fallito nel difendere la classe operaia e che non basta sconfiggere Trump, ma bisogna «trasformare noi stessi»: «Non c’è ragione per cui nel Paese più ricco del mondo oltre il 60% delle persone sopravvive a stento con il salario mensile».

Nel suo comizio per celebrare i primi 100 giorni alla Casa Bianca, Trump a modo suo ha fatto un complimento a Sanders, mettendosi in competizione con lui per le dimensioni delle rispettive folle: «Bernie è probabilmente il meglio che hanno (i democrati ndr). Gli do credito perché è un lunatico ma è ancora piuttosto acuto». Ci sono cose nel linguaggio di Trump e di Sanders che si somigliano: parole come «fight», accuse ad entrambi i partiti di aver scelto accordi commerciali che hanno venduto la classe operaia, e anche Bernie non si risparmia qualche frecciata ai media. Ma la soluzione offerta è diversa: Sanders parla di solidarietà, di «non farsi dividere».

Molti, a sinistra, di questi tempi dicono che i comizi non servono a nulla. La gente che si è riunita a Bethlehem non sa esattamente cosa fare, ma vuole fare qualcosa: è quasi un’esperienza terapeutica. Sanno che Sanders non si ricandiderà più alla Casa Bianca; fuori si possono comprare le spillette «Aoc 2028». Ed è evidente che la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez sta raccogliendo la sua eredità di populismo economico e sarà il volto della sinistra progressista, ma questo non vuole dire che si candiderà alla presidenza nel 2028 (quando Trump dice adesso che non intende correre per un terzo mandato). AOC ha compiuto a ottobre i 35 anni necessari ma sarebbe considerata incredibilmente giovane; Kennedy ne aveva 43. «America I love you, but you’re freaking me out» (America ti amo ma mi stai spaventando) canta la band punk The Menzingers, che precede Sanders: la frase descrive l’umore di questa folla. 

La sfida ora per il centrosinistra su entrambe le sponde dell’Atlantico è trovare nuove idee che rassicurino e convincano gli elettori che il modello sociale che propongono è preferibile a quello populista. Come ricorda il New York Times, «quando i Democratici emergevano dal nulla in passato, spesso lo facevano con idee innovative. Hanno aggiornato la fiera tradizione democratica di migliorare la vita di tutti gli americani. Bill Clinton ha rifondato il partito all’inizio degli anni ‘90 e ha parlato di “mettere le persone al primo posto”. Nel 2008, Obama, Clinton e John Edwards hanno proposto piani entusiasmanti per migliorare l’assistenza sanitaria, ridurre le disuguaglianze e rallentare il cambiamento climatico. Questi candidati hanno fornito una leadership intellettuale». Ecco quello che manca al centrosinistra in questo momento negli Stati Uniti come in Europa

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