Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: 34 anni fa la tragedia del Moby Prince

Dal sitoAssociazione 10 Aprile – Familiari Vittime Moby Prince ONLUS

E’ il 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno quando alle 22.25 il traghetto passeggeri “Moby Prince” della compagnia Navarma appena partito con direzione Olbia e la petroliera Agip Abruzzo all’ancora nella rada del porto entrano in collisione.
La prua del traghetto squarcia una delle cisterne del greggio trasportato e si scatena un incendio.
Nonostante la vicinanza al Porto l’incendio fuori controllo provoca ingenti danni sia alla petroliera che al traghetto.
Tutte e 30 le persone di equipaggio a bordo della petroliera non riportano danni fisici.
Tragico è il bilancio sul traghetto Moby Prince: delle 141 persone a bordo, 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri vi è un solo superstite.
Nel più grave incidente della marineria italiana muoiono 140 persone.
Porto di Livorno, mercoledì 10 aprile 1991. Sono da poco passate le 21 quando la telecamera di Angelo Canu, agente di polizia penitenziaria di 28 anni, sta riprendendo la moglie e le loro due bambine all’interno del bar di prua della nave traghetto “Moby Prince”, l’ammiraglia della flotta “NAVARMA Lines” che meno di un’ora dopo dovrebbe lasciare la banchina Calata Carrara numero 55 e portarli ad Olbia in Sardegna.
Sara, 5 anni, si muove agilmente tra i tavoli del salone bar e si avvicina al papà incuriosita da quel nuovo “giocattolo” appena acquistato dalla famiglia. Ilenia invece, la sorellina più piccola di appena 15 mesi, se ne sta tranquilla  in braccio alla mamma Alessandra Giglio. Sono partiti poco prima da Pisa, dove Angelo lavora,  per andare a trovare i nonni, a Burgos, provincia di Sassari. Per Ilenia sarà la prima volta ed anche la piccola Sara non vede l’ora di iniziare questa avventura. Seduti ai tavoli vicini al loro, ci sono altri passeggeri. C’è chi è intento a fumare, chi a sorseggiare una bibita, chi ad osservare le immagini trasmesse dal monitor della televisione. Ma nel complesso il bar non è per nulla affollato. La “Moby Prince” è una bella nave, in grado di accogliere 1590 persone e di trasportare comodamente nel suo vano garage che la percorre da poppa a prua 360 autoveicoli. Nel labirinto di cabine al suo interno, trovano posto una discoteca, due boutique per lo shopping, un ristorante, un self-service, sala videogames e due sale con poltrone reclinabili per chi preferisce una sistemazione più economica rispetto alle cabine. Ma in quella che sarà la sua traversata numero 19 nella stagione, lascerà Livorno per un viaggio di una decina di ore con non più di una settantina di passeggeri ed una trentina di mezzi. I marinai sul ponte auto, non hanno molto da affannarsi. Il carico è davvero scarso rispetto ai ritmi a cui devono sottostare nei periodi di punta. Giusto un solo camion, messo nella corsia centrale a prua che trasporta un piccolo yacht cabinato di 8 metri in vetroresina. Lo stanno traghettando in Sardegna l’autista Alberto Bisbocci ed il suo titolare Erminio Gnerre che, parcheggiato il mezzo, si dirigono al self-service per consumare la cena. Passeggiando per i saloni notano una piccola coda di persone in fila davanti all’ufficio del commissario di bordo, Umberto Bartolozzi, in attesa di ricevere le chiavi delle proprie cabine o informazioni riguardo la traversata. Tra questi passeggeri ci sono una giovane coppia in viaggio di nozze, Bruno Fratini di 34 anni e Giuseppina Granatelli di 27, a cui è stata assegnata la cabina numero 148 e l’altra giovanissima coppia di sposi, Diego Cesari ed Anna Difendenti di Lodi che hanno scelto le bellissime spiagge di Palau come meta per la loro luna di miele. A chiudere la coda, tre giovani amici valtellinesi Carlo Ferrini, Sergio Belintende e Giorgio Gianoli. I tre giovani amici vanno in Sardegna a godersi le immersioni nelle cristalline acque dell’isola con le loro attrezzature da sub che hanno lasciato sul loro fuoristrada bianco parcheggiato lungo la paratia di dritta del garage laterale. Tiziana Ciriotti, 22 enne hostess di bordo, consegna loro la chiave della cabina 112.  A bordo si respira un’aria rilassata, quell’aria di festa che accompagna ogni partenza di un traghetto verso le vacanze. Che accompagna anche chi, come Giovanni Filippeddu e la moglie Maria, sta rientrando a casa ad Arzachena dopo una visita al figlio che frequenta l’università in Toscana. O ancora il carabiniere Gianfranco Campus,  ed il collega Raimondo Vidili che rientrano rispettivamente a Bonarcado e a Birori per una breve licenza. Proprio a Birori, centro di poco più di mille abitanti in provincia di Oristano,  un lieto evento sta portando altri nove passeggeri. Sabato infatti,  il rappresentante di commercio Pino Cossu, 32 anni, sposerà  Claudia Saccaro una giovane trevigiana. I due,  già sposati civilmente,  hanno deciso di suggellare la loro unione con il rito religioso e  alla cerimonia hanno invitato i parenti della sposa che vivono in continente: Ernesto Saccaro la moglie e il figlio Ivan che sono i genitori ed il fratello della sposa, due cognati, la madrina, una sorella, la zia e perfino la nonna Maria Marcon di 85 anni. A trasportare quella fetta di civiltà che si sposterà sulle onde del mar Tirreno,  In plancia di comando,  c’é il Comandante Ugo Chessa, 54 anni sardo anche se nativo di La Spezia,  pronto ad impartire gli ordini. Chessa è un vero lupo di mare,  famiglia di marinai, con alle spalle ogni tipo di esperienza in mare. Dalle navigazioni oceaniche di lungo corso, a quelli con mari agitati e nebbie fittissime del Nord Europa. Senza dimenticare quella come comandante del megapanfilo “Nabila” del miliardario Kasshogi. Ma è ormai da qualche anno che, per stare più vicino alla moglie Maria Giulia ed ai due figli Angelo, medico chirurgo, e Luchino gastroenterologo, ha preferito scegliere le più comode rotte mediterranee e di breve durata. E’ entrato così alla “Navarma Lines”, dell’armatore Achille Onorato e del figlio Vincenzo. Da 5 anni percorre la tratta Livorno-Olbia, per la flotta della Balena Blu di cui è  stato anche comandante d’armamento.
Quella sera è  accompagnato nella traversata dalla moglie, Maria Giulia Ghezzani, 57 anni nativa di Vicopisano.
Quando ormai mancano pochi minuti alla partenza, nel salone principale della nave, il Salone “De Lux”, la videocamera di Angelo Canu riprende proprio di fronte al bancone della Reception, una scena dolcissima che rapisce l’attenzione di tutti: Sara coi capelli castani legati in una coda di cavallo lunga fino alle spalle, un grosso colletto bianco sulla maglia rossa scuro ed il visino furbo, gioca con Ilenia, appena un cucciolo di poco più di un anno che  cammina in modo goffo e incerto e con un ingombrante fiocco rosa che le sosta buffamente sulla testa stimolando le risate della madre ed il divertimento della sorella maggiore che si fa seguire ed imitare, agitando le braccia e muovendo il bacino al ritmo di “Quando, quando, quando”, già attempata canzone trasmessa in quel momento dagli altoparlanti di bordo. Il padre la sta filmando con la sua telecamera dicendole di continuare a ballare, e lei, tutta contenta e per nulla affaticata, così fa.
Esattamente due ponti più in alto, nella plancia di comando, è appena entrato il Comandante Federico Sgherri. E’ salito sul traghetto pochi minuti prima via terra, dal portellone di poppa. Sgherri è uno dei piloti del porto di Livorno in servizio quella notte e a lui spetterà il compito di coadiuvare il Comandante Chessa nelle manovre di partenza che permetteranno al traghetto di staccarsi dalla Calata Carrara e di evoluire in uscita dal Bacino Firenze. La “Moby Prince”  potrà così iniziare il suo solito viaggio notturno verso il porto dell’Isola Bianca. Insieme ai due Comandanti, sul Ponte, il personale che sarà impegnato nella manovra è già presente al proprio posto. Il timoniere Aniello Padula porge una tazza di caffè appena fatto ai  Comandanti mentre sull’aletta di sinistra aspettano l’autorizzazione dell’ufficiale che si trova a poppa, l’ufficiale radio Giovanni Battista Campus comunica, microfono alla mano, con l’Avvisatore Marittimo in servizio quella notte che è Romeo Ricci. A poppa, il 1 ufficiale Giuseppe Sciacca,  accertatosi che tutti i passeggeri in zona sono saliti a bordo, può far chiudere il portellone.
L’ordine che tutto è pronto per la partenza arriva poco dopo. Alle 22.03 Chessa e Sgherri lo ricevono via radio, chiedono i comandi alla sala macchine, e dopo averli ottenuti iniziano a manovrare.
L’attenzione dei due è come ogni sera, massima, ancor più  perché sanno che usciti dal Bacino Firenze,  incroceranno il Comandante Giuseppe Muzio, l’altro pilota in servizio quella notte, che sta eseguendo la manovra in ingresso del piccolo mercantile “Atlantic Horizon”.
Nonostante ciò tutto si svolge regolarmente, il “Moby Prince” si presenta alla Vegliaia (la diga a protezione dell’imboccatura sud del porto di Livorno) alle 22.12.  “Arrivederci a domani Comandante” – con l’abituale stretta di mano, Federico Sgherri saluta il Comandante Chessa ed il personale di plancia della nave. Lo accompagna il giovanotto di coperta Giovanni d’Antonio. I due lasciano il ponte di comando e si dirigono al garage attraversando i saloni della nave. A bordo Sgherri lascia le consuete attività tra le quali alcuni giovani che stanno  sistemando i sacchi a pelo per la notte ed alcune persone che chiedono al commissario di bordo una cabina. Poi raggiunto il garage e salutato D’Antonio, Sgherri salta sulla pilotina e si dirige insieme al marinaio  Renzo Cavallini, nuovamente verso Livorno con la radio accesa sul canale 16 VHF (il canale internazionale di chiamata e di soccorso in mare). Ha così modo di sentire un ufficiale del “Moby Prince” chiamare Compamare Livorno (la Capitaneria di Porto) per comunicare i dati di partenza – Compamare Livorno Compamare Livorno Moby Prince – alle 22.14.33.
Proprio lì a pochi metri di distanza, l’Avvisatore Marittimo Romeo Ricci, dopo averne segnato sul registro l’orario di uscita alle 22.14 ascolta anche lui la stessa comunicazioni tra la “Moby Prince” e  la sala operativa della Capitaneria di Porto. La nave passeggeri non ottiene subito risposta ed è costretta a richiamare una seconda volta fin quando l’operatore non risponde – Chi chiama Compamare Livorno? – Buonasera Moby Prince, Moby Prince – Avanti Moby Prince, canale 13 – Tredici – l’ultima parola pronunciata sul 16 dall’ufficiale di guardia del traghetto prima di spostarsi sul canale di lavoro per fornire alla Capitaneria i dati di partenza.
Il “Moby Prince” lascia Livorno con a bordo 66 marittimi, 75 passeggeri e 31 tra vetture al seguito e mezzi commerciali, almeno per quanto ufficialmente riferito dall’Autorità Marittima.
Mentre il traghetto sta uscendo dal porto, sul piazzale prospiciente il mare vicino al porticciolo di San Leopoldo, due ufficiali dell’ Accademia Navale, Paolo Thermes e Roger Olivieri, prima di rientrare nei loro rispettivi alloggi, vengono attratti da uno strano fenomeno. Quella notte ferme all’ancora nella rada del porto, ci sono diverse navi. Almeno cinque di queste sono navi militarizzate NATO cariche di armamenti e munizioni, appena rientrate dal Golfo Persico. Poi è presente un mercantile che trasporta granaglie, diversi pescherecci intenti a battute di pesca, una gasiera norvegese ed infine due  grosse petroliere italiane della Snam.
Ancorate  lungo il porto da Nord verso Sud, è la nave più a sud di tutte che colpisce l’attenzione dei due guardiamarina dell’Accademia Navali. Sono circa le 22.15 e questa grossa nave comincia ad essere interessata da un qualcosa di anomalo anche per chi, come loro, essendo ufficiali istruttori dell’Accademia, ha confidenza con le cose di mare.
La grande nave infatti, inizia apparentemente ad essere avvolta da una sorta di nuvola biancastra. I due notano subito questo fenomeno perché quella è l’unica imbarcazione ad essere coinvolta al punto tale da rimanere oscurata come da un black-out. Thermes e Olivieri nel mentre vedono uscire dal porto anche la nave traghetto “Moby Prince” che ha già doppiato la Vegliaia, pronta ad impostare la rotta per l’uscita dalla rada. Il traghetto è completamente illuminato a giorno, e grazie al tipo dell’illuminazione i due riconoscono la nave passeggeri in servizio di linea.
Dal lungomare della Rotonda anche il signor Luciano Massetti vede il traghetto in uscita dal porto regolarmente illuminato.
In quegli stessi minuti, il mozzo della “Moby Prince”, Alessio Bertrand, fa il suo ingresso in plancia comando portando con sé il vassoio con i panini per il personale in servizio di guardia. Lì, secondo le sue testimonianze, trova oltre al Comandante, il primo ufficiale Giuseppe Sciacca ed il marinaio di guardia Aniello Padula.
Consegnati la colazione, Alessio ha finito con quell’operazione il suo servizio giornaliero, e può così  tornare in saletta equipaggio per assistere alla tv, ai minuti finali della partita della Juventus.
Thermes e Olivieri intanto,  si spostano dal lungomare fino a raggiungere le loro rispettive stanze,  un tratto di strada di poco più di un minuto;  poi quando si riaffacciano per scrutare l’evoluzione della situazione da loro prima osservata in mare, rimangono stupiti da ciò che l’orizzonte presenta loro.  La grossa nave che era ormeggiata più a Sud di tutte e che era protagonista solo pochi minuti prima del fenomeno (che poi si scoprirà essere la Moto Cisterna “Agip Abruzzo”), è completamente sparita alla vista, e adesso i due, non riescono neanche più a scorgere la nave passeggeri che poco prima era uscita dal porto. Ma le stranezze non sono finite, perché laddove fino ad alcuni minuti prima erano visibili  le luci della  nave cisterna, ora è tutto completamente buio e fanno capolino  dei bagliori giallo-rosso-arancio.
Alle 22.20, sulla traccia audio del canale 16, viene registrata la frase: “The passenger ship, the pass…”, un riferimento ad una nave passeggeri, poi dalle 22.22.20 una stessa frase fino alle 22.23.14:  “Livorno Radio Livorno Radio da Moby Prince Moby Prince” ma stavolta con una  qualità dell’audio piuttosto bassa.
A fare queste ultime chiamate è l’ufficiale marconista della nave, Giovanni Battista Campus; il traghetto sta facendo una richiesta di traffico commerciale, in pratica chiede alla stazione radiocostiera di Livorno Radio PT la linea per effettuare una telefonata ad un fornitore.
Da Livorno Radio risponde l’operatore di turno Giancarlo Savelli:  “Oh Moby Prince da Livorno proviamo canale 61 ma si sente debolissimo eh!” -“Sei uno vado” – la risposta di Campus.  Poi, a detta di Savelli, si passa sul canale di lavoro e l’audio del Moby arriva meglio. Il dialogo tra i due prosegue,  Campus fornisce il numero a Savelli che lo chiama ma nessuno risponde e cosi i due si accordano per riprovare caso mai più tardi.
Secondo  le dichiarazioni di Savelli il dialogo sul canale di lavoro dura circa un minuto o  un minuto e mezzo.
Alle 22.25.03 mentre quindi Campus si congeda da Livorno Radio, sul canale 16 si sente la frase : “Chi è quella nave?” poi dopo, nulla.
A due miglia e mezzo dal porto di Livorno sta avvenendo la più grave tragedia della marineria italiana in tempo di pace. La “Moby Prince” sta entrando in collisione con la superpetroliera italiana “Agip Abruzzo”, un gigante di 280 metri carico di 82.000 tonnellate di greggio crudo tipo Iranian-Light.
Sono le 22.25 di quella notte e sulle due navi scoppia l’inferno. Il boato è forte come un terremoto, viene udito in tutta la nave e lo stridore delle lamiere delle due navi che si accartocciano l’una sull’altra mette i brividi.
Al marconista Giovanbattista Campus viene immediatamente dato l’ordine dal comandante Chessa di lanciare l’SOS, ordine che Campus esegue all’istante e viene registrato alle 22.25.27: “May-day May-day May-day!Moby Prince Moby Prince May-day May-day May-day Moby Prince siamo in collisione…” -poi un disturbo copre le parole di Campus ma dopo qualche secondo si riesce ancora a capire la frase:  “siamo in collisione prendiamo fuoco…siamo entrati in collisione prendiamo fuoco!”.
Ma sul canale 16, né terra con Compamare e Livorno Radio  né le altre navi in rada o in navigazione nei dintorni, sembrano accorgersi del drammatico appello nonostante siano perfettamente udibili il nome del traghetto ed il may-day ripetuti per tre volte come da procedura.
Il petrolio fuoriesce dallo squarcio sulla fiancata destra della “Agip Abruzzo” e si riversa sulla nave-passeggeri. Le due navi sono avvinghiate ed il Comandante Chessa giustamente, non dà l’ordine di macchine indietro perché sa che la situazione potrebbe peggiorare. Per qualche motivo però, dopo alcuni minuti,  le due navi iniziano a staccarsi. Le lamiere continuano a sfregare tra loro provocando scintille che innescano il greggio e per il traghetto passeggeri, che inizia i suoi tragici giri andando alla deriva in fiamme, comincia la fine.
Il fuoco si sviluppa all’interno del garage, da prua verso poppa e dal basso verso l’alto; il mozzo Bertrand scende sul ponte auto a poppa insieme ad altri compagni, ma vista la situazione decide di tornare su nella zona dei saloni, passando per le cabine dei passeggeri che corrono avanti ed indietro spaventati.
Il traghetto ha sfondato la settima delle ventuno cisterne della petroliera penetrando per diversi metri sul lato destro della “Agip Abruzzo” sotto il castello. La prima delle cisterne non in zavorra.
Sulla “Abruzzo” il comandante Renato Superina cerca immediatamente di affrontare l’emergenza e contrastare l’incendio. Superina chiede al direttore di macchina Marco Pompilio  se è possibile salpare con urgenza e Pompilio risponde di sì.
Sul canale 16 alle 22.26.09 irrompe una voce concitata :  “Capitaneria di Porto..Capitaneria Capitaneria.. Capitaneria!” – la voce affannata da bordo della “Agip Abruzzo” e alle 22.26.26:  – “Capitaneria di Porto di Livorno avanti pure canale 13” – “Qui è l’Agip Abruzzo!” poi l’Avvisatore Marittimo –  “Attenzione Compamare Compamare Livorno Avvisatore” – “Avanti Avvisatore canale 10” – e nella confusione torna nuovamente la voce concitatissima della petroliera: – “Capitaneria Agip Abruzzo!” – “Agip Abruzzo da Genova Radio” – “Siamo incendiati siamo incendiati c’è venuta una nave addosso! Presto presto elicotteri qualcheduno!!!”
La richiesta di assistenza della petroliera è affannata e confusionaria, ma ancor più confusionaria è nei minuti iniziali la risposta della centrale operativa della Capitaneria di Porto di Livorno.
Sui cieli toscani il volo Alitalia Roma-Pisa AZ 1102 è in fase di avvicinamento alla città di destinazione e a bordo il passeggero Roberto Cini mentre cerca di scorgere l’Elba illuminata vede uno spettacolo molto diverso: un punto di fuoco piuttosto considerevole e altri intorno più piccoli. Il comandante dell’aereo Enzo Bertolini osserva lo stesso spettacolo e avvisa il controllo aereo di Pisa.
A casa dell’armatore Nello D’Alesio, il figlio Antonio, vede un bagliore e chiama il padre ed il fratello; poi accende VHF e videocamera ed inizia a filmare.
In Capitaneria, il marinaio di leva Gianluigi Spartano prova a capire cosa stia accadendo ad una manciata di chilometri da lui; alla radio arrivano anche l’altro marinaio di leva Giuseppe Berlino ed il sottufficiale di guardia Antonio Fuggetti.
Nello d’Alesio avvisa il suo vicino di casa Tito Neri, armatore dei rimorchiatori del porto di Livorno, di preparare subito degli equipaggi pronti ad uscire; è chiaro ormai a tutti che qualcosa di grave sta avvenendo di fronte ai loro occhi ma nelle Autorità competenti a farla da padrone è ancora  la confusione testimoniata dalle comunicazioni sul canale 16:  – “Compamare Compamare Livorno Compamare Livorno da Agip Abruzzo incendio a bordo incendio a bordo!” – “Agip Abruzzo da Compamare Livorno cambio!” – “Incendio a bordo da Agip Abruzzo incendio a bordo chiediamo subito assistenza!”- “Dove vi trovate voi che chiamate incendio a bordo qui è Compamare Viareggio cambio” – “In rada in rada a Livorno in rada a Livorno in rada a Livorno, Livorno ci vede e ci vede con gli occhi! Incendio a bordo!” – poi un’altra stazione radio, probabilmente l’atra nave della stessa compagnia presente in rada quella notte, la “Agip Napoli”, interviene con un esplicito:  – “Che fai Livorno dormi!!!” e di nuovo – “Compamare Livorno Compamare Livorno!!!” – “Ricevuto Agip Abruzzo siamo già informati e stiamo provvedendo”.
Alle 22.31, il Comandante Vito Cannavina della “Agip Napoli”, accortosi dell’ impreparazione con cui hanno reagito in Capitaneria di Porto, sei minuti dopo le prime richieste via radio specifica in modo tale che non ci dovrebbero essere più molti dubbi su quanto stia avvenendo nel tratto di mare di loro competenza e sulla necessità urgente di un intervento di soccorso: – “Compamare Livorno Agip Napoli, la Abruzzo si è incendiata probabilmente ha la nave in collisione che gli è andata addosso ed è in rada a Livorno, bisogna fare uscire immediatamente i mezzi antincendio!” .
Cannavina è chiaro: c’è un grosso incendio sulla “Agip Abruzzo” causato da una collisione con un ‘altra nave e sono necessari al più presto tutti i mezzi antincendio.
Poco dopo un ulteriore dialogo tra “Agip Abruzzo” e Capitaneria di Porto ribadisce ulteriormente la situazione: “Allora noi la nave che ci è venuta addosso non vediamo né nome né niente voi a che punto siete?” – “Ho fatto uscire i vigili del fuoco e sto cercando di fare uscire i pompieri i rimorchiatori di assistenza sto cercando di fare uscire” – “Eh guardi che l’incendio è grosso eh!”- “Ricevuto ma chi è la nave incendiata?” – “Eh qua adesso è un macello!” – “ Bene ho capito Abruzzi d’accordo” – “Sembra una bettolina quella che ci è venuta addosso!”.
A pronunciare quest’ultima frase è il marconista della petroliera, Imperio Recanatini. Ormai non può che essere chiaro che i mezzi coinvolti sono due, ma l’informazione nuova che giunge direttamente da bordo della “Agip Abruzzo” è che l’altro natante, dovrebbe essere una bettolina. Una di quelle bettolina che, a Livorno, sono di proprietà della famiglia d’Alesio. “Una bettolina? Ma allora è la nostra!!!” – è il commento allarmato che infatti uno dei due figli fa dopo aver sentito la comunicazione di Recanatini.
Escono i primi rimorchiatori e la motovedetta CP 232 ma, appena fuori dal porto, si imbattono in un autentico muro di fumo.
Il “Moby Prince” intanto, vaga in fiamme senza che nessuno se ne preoccupi. Nemmeno Livorno Radio, che dopo aver avvisato la Capitaneria dell’incidente alla petroliera, alle 22.26.58, un minuto e mezzo circa dopo il may-day dal traghetto, l’aveva chiamata con l’operatore Giancarlo Savelli ma senza ottenere risposta lasciando nella traccia audio un interrogativo che, a chi lo ascolta, ancora oggi mette i brividi: – “Moby Prince da Livorno mi ricevi?”. Silenzio, nessuna risposta. Da un minuto e più  si è appena scatenato l’inferno in quella rada, su quel canale radio una petroliera ferma sotto i loro occhi urla di essere in fiamme colpita da un’altra nave, e a nessuno viene il sospetto che quella mancata risposta al contatto radio della “Moby Prince” (ultima nave partita poco prima dal porto, ed unica ad essere ufficialmente in navigazione proprio in quel tratto di mare oltre alla “Car Express” in arrivo, che però ha già comunicato con l’Avvisatore Marittimo sul canale di lavoro e quindi dando “segni di vita”), possa suonare anomala. Questa, in ordine di tempo, è la prima avvisaglia di quel che si scoprirà in conseguenza della tragedia di quella notte:  un’organizzazione a dir poco approssimativa ed una gestione pessima, per la sicurezza del traffico marittimo e della salvaguardia della vita umana, in quel tratto di mare da parte delle Autorità e degli enti competenti a Livorno all’epoca. Infatti,  sarà solo una triste conferma scoprire che, a quei tempi,  chi ormeggiava in rada non era obbligato a fornire le coordinate precise del suo punto di fonda ma solo genericamente indicare in che zona della stessa ancorasse. O ancora accorgersi di come, alle navi in partenza da Livorno, comprese quelle di linea come la “Moby Prince”, durante le chiamate radio relative ai dati di partenza effettuate con Compamare Livorno, la Capitaneria di Porto non chiedesse (come era ed è tuttora buona norma fare), le condizioni meteo compresa la visibilità in zona, o la rotta e la velocità con cui si stava impostando l’uscita dalla rada (prova ne è che l’Autorità marittima fornì ufficialmente solo ed esclusivamente come dati di partenza riferiti dalla “Moby Prince”, i dati commerciali. Nessun dato sulle condizioni meteo o sulla navigazione). Mancanza di elementi importantissimi che saranno protagonisti nei 22 anni di indagine su questa tragedia, ma che sono determinanti in negativo, già nella notte stessa. La mancanza di semplici informazioni infatti, genera fin da subito una confusione mai vista che, unita ad un coordinamento dei soccorsi inesistente, trasforma quella bella notte di primavera, nella pagina più nera della storia della Marina Mercantile italiana, e, per le circostanze in cui è avvenuta,  nella notte più nera anche nella storia del corpo delle Capitanerie di Porto.
Confusione che domina sulle tracce audio del canale 16,  perché quando fuori dal porto un’intera flotta di mezzi di soccorso sta concretamente cercando di dirigersi verso la moto-cisterna in fiamme senza un reale controllo, e nonostante siano passati più di venti minuti dal momento della collisione, ancora non si riesce a capire dove andare a cercare quel bestione illuminato dall’incendio come certifica questo dialogo delle 22.48.19: – “Volevamo sapere se è possibile avere le coordinate Loran della barca dell’Agip che sta prendendo fuoco” – chiedono dalla motovedetta 446 dei vigili del fuoco e la risposta dalla centrale operativa della Capitaneria di  Livorno: – “No negativo non le abbiamo le coordinate Loran” – “Siamo i vigili del fuoco volevamo sapere se è possibile avere le coordinate Loran della nave che sta in…bruciando” – e dalla petroliera con voce concitata il marconista Recanatini replica stizzito: –“Mah!Eh…Vigili del fuoco non vedete l’incendio non lo vedete c’è nebbia? Non lo so noi qua siamo pieni di fiamme! Noi eravamo all’ancora, all’ancora  al massimo un miglio e mezzo due miglia dall’entrata del porto di Livorno!”
Sulla nave del comandante Superina l’incendio sta assumendo proporzioni quasi incontrollabili, l’equipaggio sta cercando di affrontare l’emergenza in attesa di soccorsi che tardano inspiegabilmente ad arrivare, nonostante la vicinanza dal porto, motivo che porta il marconista a fare cenno alla nebbia con tono stizzito.
A Livorno, a casa Campi, Giulia sta osservando dalla finestra il cielo stellato poi, come tanti livornesi quella notte, colpita dai bagliori e pensando che sia la Gorgona in fiamme chiama la madre Marcella Bini. Le due osservano l’incendio e, vedendo le fiamme troppo vicine alla costa, capiscono che è in realtà  una nave a bruciare; poi sopra la sagoma nera della “Agip Abruzzo” vedono apparire quello che loro sono sicurissime essere un elicottero.
Come loro anche tre paracadutisti che dal lungomare di Ardenza stanno assistendo all’immane disastro. Marcella e la figlia Giulia non si scompongono più di tanto perché pensano che finalmente siano arrivati i soccorsi ma, poi, il velivolo complice il denso fumo che sta avvolgendo la zona, sembra sparire nel nulla.
Alle 22.49.39 di quella terribile notte, una strana comunicazione radio in inglese viene registrata sul canale 16: – “This is Theresa, this is Theresa to ship one in Livorno ancorage, I am moving out I am moving out, breaking station…” – che tradotto significa – “Questa è Theresa, questa è Theresa a Nave Uno in rada a Livorno, sto andando via, sto andando via, passo e chiudo…”
Chi è questa nave che si identifica in “Theresa” e che non è nei registri del porto? A chi si rivolge quando chiama “…questa è Theresa A NAVE UNO…”?. Inizia così uno dei capitoli scomodi di questa vicenda da sempre totalmente ignorato dalle Autorità inquirenti e Giudiziarie ma, come vedremo più avanti, oggi alcune delle domande “scomode”  di quella notte, possono finalmente trovare risposte.
Le richieste si fanno più concitate:  – “Venite subito! La pelle è mica la vostra!” –   e nel mentre che il suo equipaggio si interroga su cosa abbia innescato quell’inferno (tutti sono sicuri della collisione e alla sua domanda sull’accaduto il primo ufficiale di macchina Antonio Cannarella si sente rispondere: “è un passeggeri che è in fiamme e c’è venuto addosso”) il comandante Renato Superina capisce di non poter più combattere l’incendio e decide di lanciare un razzo per farsi individuare assumendo toni sempre più drammatici:
“La nave che ci è venuta addosso è incendiata anche lei però non lo so dove si trova, non lo so state attenti che non scambiate lei per noi!”.
Sulla motovedetta CP 250 sale il responsabile di quel tratto di mare, e teoricamente anche di quel soccorso in atto, il comandante del porto Sergio Albanese.
Finalmente dopo aver visto i razzi, alle 23.05, quaranta minuti dopo la collisione, i primi mezzi arrivano sottobordo alla “Agip Abruzzo” e cominciano a spruzzare acqua e schiumogeno sulle fiamme che invadono il lato di dritta del castello di poppa.
Il comandante Superina, constatata  l’impossibilità di rimanere a bordo, organizza l’allontanamento degli uomini dalla nave e nel mentre la motovedetta CP232 comunica con la centrale operativa: – “No dicevo noi siamo sottobordo a debita distanza sul lato sinistro della nave in fiamme e niente rimaniamo su questa zona in attesa di disposizioni perché intanto mi dicevano che la bettolina non corrono rischi e pertanto…” – risposta da Compamare: –  “232 chi è sta bettolina interrogativo cambio” – silenzio poi di nuovo Compamare:- “232 ripeto avete notizie su chi sia questa bettolina interrogativo cambio”- “ Ma negativo son, vedo un’altra navetta sempre più avanti con, in fiamme ho sentito parlare di bettolina probabilmente è la bettolina che è andata addosso alla nave ecco!”. In quella notte di orrore e confusione, la gestione del soccorso è talmente assurda che anche quando individuano l’altra nave avvolta dalle fiamme, alla deriva, la lasciano ancora al suo destino, perché gira voce che intanto non corrano rischi.
L’equipaggio della cisterna sale su una lancia e abbandona la nave intorno alle 23.40 ed è allora che, in maniera quasi spettrale, la seconda nave spunta dalla coltre di fumo che avvolge la zona. E’ alla deriva in circolo ed il momento del suo ritrovamento, viene vissuto così:  – “Insomma Franco fai attenzione che c’è la nave vedrai che sicuramente è abbandonata e sta facendo giri su se stessa capito! Eh… e l’è tutta in fiamme non vor…si sta avvicinando ancora una volta alla Agip Abruzzo quindi fai attenzione Franco guardati in giro perché c’è, ora dovesti vedere sulla tua sinistra una nave tutta quanta in fiamme” -il primo rimorchiatore nell’avvisare gli altri: –“La vedo la vedo la vedo si vede la corrente la porta qua!”.
Nonostante sia quasi passata un’ora e mezza, la seconda nave ha un abbrivio di circa 5 nodi; gli ormeggiatori del porto con la loro piccola barca e la motovedetta CP232 si avvicinano: – “Avvisatore Avvisatore da Ormeggiatori rischio è per noi questa è senza nessuno e va a giro da sè!”.  La CP232 compie due giri intorno alla nave e al secondo passaggio sulle ringhiere del ponte di poppa le luci illuminano un uomo. E’ il giovane mozzo, Alessio Bertrand, di Ercolano Si trova appeso alla ringhiera del parapetto a poppa dritta, ha fischiato, ha chiamato aiuto, ma non era giunto nessuno fino a quel momento. Poi dal mare, una voce gli grida di buttarsi, lo chiama. Ma la paura lo blocca, perché può finire risucchiato dalle eliche, o sbattere sul ponte e morire lì. Quando si decide, si lascia andare e dopo aver perso per un attimo i sensi, si risveglia sulla barca degli ormeggiatori del porto. Scalcia, è agitato: – “CP uomo a mare! S’è buttato da poppa della nave ci siamo sopra…CP siamo alla tua sinistra punta sulla nave per favore che c’è altra gente che ci dice questo naufrago che abbiamo raccolto!” – e dalla lancia della “Agip Abruzzo”:  – “Come?” – “Abbiamo raccolto un naufrago dice che c’è ancora persone sulla nave” – “Non c’è nessuno sulla nave l’abbiamo…ci stiamo allontanando per sicurezza cambio” – “Sto parlando della nave che ha fatto la collisione in collisione” – “Non l’ho vista! Non so dov’è! non so dove si trova!”. Poi gli ormeggiatori, provano a fare un po’ di chiarezza comunicando con l’Avvisatore Marittimo: –“Non c’è più nessuno uno lo abbiamo raccolto la nave sta andando noi la stiamo seguendo aspettando che qualcuno si butti. Quella va quella è una bomba vagante!” –“Sta andando??!!!Sai mica dirmi il nome della nave?”- “Dalla struttura mi pare un traghetto mi pare però non ti so dire di più!”
L’ormeggiatore Mauro Valli chiede al naufrago che nave siano e la risposta  gela il sangue. Valli ed il collega Walter Mattei si guardano, poi alla radio con voce disperata: – “La nave è la Moby Prince Moby Prince!”. Sono le 23.45.33. “Attenzione Compamare gli ormeggiatori riferiscono che è la Moby Prince!” – “E’ la Moby Prince per cui ha fatto operazioni commerciali c’è un sacco di gente sopra! Sono 50 passeggeri mi dicono! CP mi stai ascoltando? Compamare Compamare Avvisatore qualcuno mi deve rispondere oh!che ti è successo?”
Ma ancora una volta, è il silenzio, stavolta quello dei responsabili dell’operazione di soccorso, ad essere protagonista.
Il naufrago dalla piccola imbarcazione degli ormeggiatori viene trasferito sulla motovedetta CP232 mentre comincia  a prendere forma l’immane dimensione della  tragedia. Il panico è chiaro negli stessi soccorritori come si evince dalle parole degli ormeggiatori: – “Capo Manganiello (nostromo della Capitaneria di Porto, imbarcato sul rimorchiatore Tito Neri Secondo, nda) la nave del Moby Prince non riusciamo più a trovare nessuno non si butta nessuno noi gli stiamo dietro eh!” – “Va bene avete comunicato con il Moby Prince s’è fatto vivo qualcuno?”– “Negativo abbiamo affiancato la nave sottovento ma nessuno risponde!”– “Va bene Moby Prince Moby Prince da Tito Neri II°”. Silenzio. Poi Capo Manganiello comunica con la centrale operativa: – “Avete i dati del Moby Prince con quanti passeggeri era partito da Livorno?” – “ Negativo negativo non sono ancora riuscito a farlo ora ci guardo” – e ancora una volta sono i due ormeggiatori a provare a mettere un po di chiarezza:  – “Abbiamo raccolto un naufrago ha detto 50 passeggeri!”–  Compamare:  – “ Ha detto 50 passeggeri raccolti? Chiedo conferma” – “No hanno raccolto un naufrago e dovrebbe avere a bordo, l’ho ricevuto ci…cinquanta passeggeri” – “Va bene ricevuto…Moby Prince Moby Prince Moby Prince da Compamare Livorno!”– “Ormeggiatori da Capo Manganiello”– “Avanti Capo Manganiello” – “ Siete sempre in zona? C’è mica qualche altro naufrago?” – “Capo Manganiello abbiamo anche la motovedetta viae…vicina, nelle vicinanze stiamo perlustrando io non trovo nessuno “ – “Dunque il naufrago eh…ha dichiarato se si sono buttati altri oppure no?”  – “ Il naufrago ha detto sono tutti morti bruciati!”.
Proprio mentre l’equipaggio della “Agip Abruzzo” è ormai in salvo, si scopre l’identità della seconda nave coinvolta: un traghetto carico di passeggeri. Ma nonostante questo, come risulta dal brogliaccio di bordo del rimorchiatore “Tito Neri” e come si evince dalle registrazioni radio del canale 16, i mezzi di soccorso invece di dirigersi anche sulla “Moby Prince” , vengono dirottati tutti sulla “Agip Abruzzo” ad esclusione della barca degli ormeggiatori e di un solo rimorchiatore, quello del Comandante Sergio Mazzoni.
Il “Moby Prince”, si sta dirigendo in acque pericolose e rischia l’incaglio; così Mazzoni, fa prendere una scala e manda a bordo del traghetto un marinaio per incappellare un cavo ad una bitta a poppa della nave.
La prima persona a salire a bordo del traghetto dopo la collisione, è intorno alle 02.00 della notte, il marinaio Gianni Veneruso che sale laddove poco prima, si era gettato Alessio Bertrand. Veneruso tocca lo scafo a mani nude, è tutt’altro che incandescente; così, senza protezioni o tute antincendio, prende coraggio e sale. Non ci sono fiamme. Incappella il cavo alla bitta di poppa e poi vuole andare a dare un’occhiata nei saloni ma gli viene ordinato di tornare sul rimorchiatore per non correre pericoli.
All’alba si alzano i primi elicotteri che osservano il corpo di una persona esanime a braccia aperte sul ponte.
Alle 10.02 del giorno 11, il mare restituisce la prima vittima. E’ il barista della discoteca della “Moby Prince”. L’uomo non è morto a causa dell’incendio ma annegando nel mare pieno di petrolio. E’ riuscito a gettarsi in mare ed il suo orologio si è fermando sulle ore 06, 20 del mattino del giorno 11. Meno di quattro ore prima del ritrovamento. Ma otto ore dopo la collisione nell ‘ora in cui, presumibilmente, quest’uomo mai raggiunto dalle fiamme,  si è gettato in mare, senza che nessuno se ne accorgesse.
La notte del 10 aprile 1991, la notte entrata nella storia per la più grave tragedia della marineria mercantile italiana, è accaduto anche questo.

Postilla dell’undici giugno 2025, di Luchino Chessa, figlio del comandante Chessa

Lettera al Presidente della Repubblica Mattarella

Gentilissimo Presidente Mattarella,
oggi per me è un giorno particolare, è l’anniversario della morte di mio fratello Angelo, con cui ho condiviso le battaglie per la verità e giustizia del Moby Prince. Angelo se n’è andato tre anni fa, prima della fine della seconda commissione parlamentare di inchiesta, ed era fiducioso in una svolta positiva. Da un anno lavora la terza commissione presieduta dall’Onorevole Pietro Pittalis. Ci sono tanti progressi e la verità sta scaturendo, dopo le verità di comodo scaturite nelle aule dei tribunali fino al 2010. Noi familiari abbiamo rispetto per le istituzioni e siamo convinti che alla fine di tutto si riesca ad avere almeno una verità storica., ma non so se avremo la giustizia. Gentilissimo Presidente Le ho già mandato molte mail in questi ultimi quattro anni per chiederLe un suo intervento in presenza in occasione dell’anniversario che cade come ogni anni il 10 aprile, ma i suoi collaboratori mi hanno sempre detto che era impegnato in altre attività. Ho mandato di recente una mail per chiedere la Sua disponibilità per il prossimo anniversario del 2026. Spero vivamente nella Sua disponibilità. Nel frattempo Le chiedo se sia possibile avere un incontro con i familiari delle vittime presso il Quirinale. Siamo cittadini normali e abbiamo bisogno del sostegno delle istituzioni in cui crediamo fermamente.
Un caro saluto

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Il paradosso dei paradossi

di Daniele Madau

Come ci insegna Pirandello, la riflessione ha molto a che fare con l’umorismo in quanto, questo, è una chiave per comprendere e scardinare la realtà. La nostra sezione ‘occhiolino ‘ vorrebbe avere questo fine, pur essendo consapevoli della difficoltà di raggiungerlo: ‘ridere è una cosa seria’, afferma una sentenza di non univoca attribuzione.

I colmi, o i paradossi, rappresentano una parte di notevole fortuna dell’umorismo in quanto, dalle barzellette alla filosofia, sono stati un genere molto praticato.

Ahinoi, da un po’ di tempo anche la politica ne offre parecchi, è questo è già un colmo di per sé.

Tantissimi, a esempio, ne hanno offerto i vari raduni e congressi politici dell’ultimo fine settimana. Prendiamo quello della Lega, il partito ‘sovranista’ per eccellenza. È girato come primo titolo di vari TG ( e anche questo è un altro paradosso, dati i contenuti) parte di un intervento di Salvini che, infervorato, diceva: ‘ Il vero problema delle imprese italiane è a Bruxelles, è lì che bisogna intervenire con la sega elettrica di Milei’. E già aveva detto il 6 marzo: ‘ I dazi possono far bene alle nostre imprese’

Quindi, l’Europa è il vero problema delle imprese italiane, pur avendoci assegnato 220 miliardi di euro che fatichiamo a spendere. L’esempio, per il pacifista Salvini, è un uomo che brandisce una motosega. E poi, da sovranista, afferma che i dazi possono far bene alle nostre imprese. Le tasse messe, da un altro sovranista, sui nostri prodotti, quindi, fanno bene ai nostri prodotti, dicono i sovranisti. E qui cominciamo a perderci. Anche perché i sovranisti, di per sé, non possono avere interessi in comune, facendo solo i loro. O forse, essendo simili, si appoggiano a prescindere, soprassedendo sui contenuti: tanto, chi si prende la briga di verificarne la coerenza?

Oppure sono solo giri di parole (gli ‘Amici miei’ userebbero un altro termine…) per non farci capire niente. Mi sembra la soluzione più plausibile, in tutta questa vicenda da paradosso dei sovranisti, sovrano dei paradossi, colmo dei colmi, paradosso dei paradossi.

Incontro con Ascanio Celestini, in scena in Sardegna: abbracciare, con San Francesco, i lebbrosi di oggi

di Daniele Madau

Ascanio Celestini

L’incontro di oggi è con uno dei massimi uomini di cultura del panorama italiano. A domanda se si sente erede del Nobel Dario Fo, col suo ‘teatro di narrazione’, risponde che i suoi maestri sono stati gli ultimi.  A essi si pone a fianco, per portarli, tramite la scena, dove non si ascoltano le loro voci e non si vedono i loro volti: Ascanio Celestini.  In tournée in tutta Italia, e in Sardegna sotto le insegne del CeDAC, con “Rumba”, ovvero “L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato”, è in cartellone mercoledì 2 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari e giovedì 3 aprile alle 21 all’AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena.

Conquistato anche lui, pur ateo, come milioni di persone nei secoli, dal povero di Assisi,  come altri artisti porta in scena San Francesco, con un punto di vista, però, originale e provocatorio. In una moderna favola, infatti, poetica e surreale, si parte per un viaggio alla riscoperta della figura del Santo di Assisi, mistico e rivoluzionario, con un originale spettacolo di narrazione con musica e voce.

Tra uno sguardo al cielo e alle stelle, «così tante che non si possono contare» e uno sguardo sulla terra con i suoi splendori e le sue miserie, le ingiustizie e le discriminazioni, Ascanio Celestini racconta le vicende travagliate ma anche i desideri e i sogni degli ultimi e dei diseredati, provando a reinventare un presepe nel parcheggio di un supermercato, dove accanto ai barboni che chiedono l’elemosina e ai facchini africani, appaiono personaggi come «Giobbe, magazziniere analfabeta, la Signora delle Slot, ex prostituta che s’è ricomprata la libertà e lo zingaro che ha cominciato a fumare a otto anni…».

Nella sua “Rumba”, Ascanio Celestini, tra i massimi esponenti del Teatro di Narrazione, veste i panni di un novello contastorie coinvolgendo il pubblico e trasportandolo idealmente nel paesino di Greccio, dove San Francesco creò il suo presepe vivente, in una sacra rappresentazione della Natività: la pièce che completa la trilogia iniziata con “Laika” e “Pueblo” racconta le vite degli ultimi e dei diseredati, gli “invisibili” delle nostre città.

Come hai avvicinato la figura di San Francesco, da studioso, da fedele o da artista?

Da fedele certamente no, sono ateo. Del resto, non credo sia indispensabile, per la scelta che sta alla base della vita di Francesco, credere: gli ultimi sono ultimi per tutti. L’idea che per cercare di capire gli essere umani sia necessario partire dagli ultimi penso possa essere condivisa da chiunque cerchi di scrivere qualcosa sugli esseri umani.

Francesco, il santo Giullare per eccellenza, che è stato, più degli altri, ispirazione degli artisti: come mai? Quale novità pensi di aver apportato nella tua trasfigurazione artistica del ‘povero di Assisi’?

Io non credo di portare una novità. Hai ricordato questa scelta di Francesco di essere un giullare, sia per gli uomini che per Dio: lui ad esempio sceglie di parlare una lingua che sia comprensibile per tutti; cent’anni prima di Dante scrive in volgare, quello che poi abbiamo chiamato italiano. Quando ho cominciato a lavorare attorno a questo spettacolo, a me questa sembrava una cosa straordinaria: cioè, cercare di parlare una lingua che sia comprensibile a tutti senza porsi il problema  degli intellettuali dell’epoca. Essere giullare era anche questo,  parlare alle persone e non alle gerarchie, sia quella della chiesa sia quella della cultura

  

Posto che la tua carriera sarà ancora lunga, hai una scuola, stai coltivando eredi, come puoi esserlo di Dario Fo?

No. Io ho imparato da persone che non hanno una voce su Wikipedia: si chiamano Annamaria,per esempio, o mia nonna, mia madre, mio padre. Perciò, per valorizzare una cultura che è subalterna, bisogna cercare di farlo, per esempio, in famiglia, al di fuori dalla cultura ufficiale, se no inevitabilmente poi si sporca e diventa qualche altra cosa

Avresti potuto fare arte ugualmente senza raccontare gli ultimi?

Direi proprio di no. Io ho seguito ciò che mi è stato detto una volta in maniera molto chiara, quando andai a intervistare Sisto Quaranta, uno dei tanti deportati del 17 aprile 1944 dal Quadraro che è la Borgata dove è nato mio padre. Di questo rastrellamento se n’è parlato poco, non è certamente uno degli eventi più importanti della Seconda Guerra Mondiale: gli storici ne hanno trattato negli anni ottanta e novanta. Quando andai a fare questa intervista, gli chiesi come mai se ne sapesse così poco: mi aspettavo una risposta come altre che abbiamo sempre sentito, e cioè: ‘avevo paura di non essere creduto’. Invece Sisito rispose: ‘ma io ne ho sempre parlato tanto nella mia vita, ma sono elettricista e tra noi non c’erano i poeti -mi ha detto -o i registi del cinema.  Per cui il mio lavoro è questo: se si rompe il rubinetto, chiamo l’idraulico; io, invece, riparo le storie, restauro la memoria. Quando faccio questo, la memoria non sarà della famiglia Elkhan o Agnelli, perché loro hanno il loro ufficio stampa: io raccolgo le storie di quelli che fanno altri mesteri nella vita e che non scrivono.

Cosa sta succedendo alla cultura italiana? Dov’è la passione per la parola che fa sorridere e pensare, che educa e provoca? Penso che i danni che sta causando il libero uso della volgarità e della falsità in politica siano enormi. Il tuo teatro è di resistenza, in questo senso?

Per esempio prestando proprio attenzione alle parole: non alle nostre o alle nostre traduzioni di altre parole, ma alle parole degli stranieri, così da conoscere il loro mondo, affinché si possa creare una convivenza o, se non altro, si possa aprire una porta per la conoscenza di questo mondo e per la convivenza. Non dobbiamo mai far dire agli altri quello che vorremmo dire noi, ma dobbiamo sempre usare le parole degli altri: a esempio, noi sappiamo come si dice buongiorno, buonasera, ciao, come stai, buon appetito, nelle lingue dei poveri?

Le storie che racconterai sono tutte frutto di fantasia o le hai potute toccare con mano?

Ho cominciato a lavorare a questo spettacolo nel 2012, quando alle 6:00 del mattino ho partecipato a un’assemblea di facchini in un magazzino della logistica: spostavano pacchi o, meglio, come si dice, li movimentavano. Ho cominciato in quel momento a segnarmi le loro storie: quante poi, effettivamente, siano finite in ‘Rumba’ e negli altri due spettacoli che formano una sorta di trilogia, effettivamente non ti saprei dire. Alcune sono anche finite in un libro, ‘Poveri Cristi’. Io cerco sempre di partire da quello che dicono le altre persone, prendo continuamente appunti, e così nascono le mie storie.

Cosa dovrà provare, alla fine dello spettacolo, uno spettatore per farti sentire appagato?

Io credo che, se lo spettacolo funziona, entrambi, sia io sia gli spettatori, debbano immaginare qualcosa che non c’è lì sul palco. I personaggi io non li interpreto, lo spettatore se li deve immaginare. Io spero che lo spettatore veda un parcheggio tutto pieno di persone, cioè che veda i personaggi e non veda me

Torniamo, per chiudere, a Francesco: quali momenti della sua vita ti hanno colpito di più?

Soprattutto due, molto famosi: il primo è quando lui abbraccia il lebbroso. Il lebbroso c’è ancora, insomma. Anche se non abbiamo la fortuna o la sfortuna di incontrare qualcuno con la lebbra, il lebbroso è colui che da fastidio, è ‘amaro’ come direbbe appunto Francesco. Questo episodio rappresenta un aspetto fondamentale nella sua scelta di dover seguire gli ultimi; e ribadisco: non i penultimi o i terz’ultimi, proprio gli ultimi. E poi il momento in cui lui si accorge di essere a capo di una ‘multinazionale’, come dice Alessandro Barbero. Lui, a quel punto, è pieno di dubbi e magari pensa di aver sbagliato tutto o comunque pensa di non aver saputo realizzare una cosa che apparteneva a lui. Qui manifesta tutta la sua umanità, ed ecco perché, a parere mio, già tutto questa umanità è bellissima anche senza la trascendenza.

Grazie.

Il nuovo concetto di ‘remigrazione’

di Oleandro Iannone

“Questo crea un precedente davvero terrificante, se lasciamo che ciò accada e non facciamo resistenza” così afferma, riferendosi all’arresto di Mahmoud Khalil, studente Palestinese della Columbia University, una delle tante manifestanti che sono scese in piazza per protestare contro i provvedimenti del governo degli Stati Uniti.

Sabato 8 Marzo agenti dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) hanno arrestato, senza alcun mandato, Mahmoud Khalil presso il suo appartamento a New York, davanti a sua moglie, incinta di otto mesi. Mahmoud Khalil, essendo in possesso di una green card, è legalmente un residente permanente: nonostante questo è stato portato in un centro di detenzione gestito dall’ICE. Nel testo dell’ appello fatto da Amnesty International che chiede la sua scarcerazione viene detto che Mahmoud Khalil non è accusato di alcun reato. Mahmoud Khalil risulta quindi un prigioniero politico, come lui stesso si è definito nella dichiarazione che ha dato tramite telefono al quotidiano “The Guardian” dal centro di detenzione.

Pochi giorni dopo l’arresto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Truth Social, piattaforma social di sua proprietà, che “questo è il primo arresto di molti che avverranno”; ha poi proseguito scrivendo che molte altre persone che studiano alla Columbia e in altre Università hanno partecipato ad attività che ha definito “antisemite” e “anti-americane”, e che coloro che sono “simpatizzanti dei terroristi” subiranno la deportazione. Inoltre l’addetta stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che il Segretario di Stato può revocare una green card nel caso in cui chi la possiede sia ostile alla politica estera e all’interesse per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Giorni dopo l’arresto, lunedì 24 marzo, l’amministrazione statunitense ha accusato Mahmoud Khalil di non aver dichiarato alcuni suoi incarichi lavorativi nella domanda per ottenere la green card, il permesso di soggiorno permanente. Per esempio avrebbe omesso di aver lavorato per l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, e per l’ufficio della Siria all’ambasciata britannica di Beirut, in Libano. 

Si sta diffondendo il dubbio che questa possa essere una narrazione per

legittimare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco che Israele sta compiendo verso il popolo palestinese.

Mahmoud Khalil, sempre secondo Amnesty International, sarebbe, infatti, detenuto non perché abbia compiuto dei crimini, né perché non abbia documenti in regola, ma perché ha esercitato il diritto di protesta per denunciare una violazione di diritti umani. La volontà di deportarlo, sfruttando il suo essere palestinese, e quindi “straniero”, associando alle sue attività termini come “filoterroristiche” e “anti-americane”, oltre all’essere propaganda per giustificare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco dei palestine

si è alla base della narrazione della “remigrazione”, termine che recentemente si è diffuso negli ambienti di destra ed estrema destra negli Stati Uniti e in Europa.

La “remigrazione” è un concetto politico identitario che si riferisce alla deportazione delle persone razzializzate con background migratorio, indipendentemente dal possesso della cittadinanza, perché ritenute non “assimilate”. E’ vista come soluzione alla “Teoria della Grande Sostituzione”, una teoria del complotto sviluppata da Renaud Camus, secondo la quale la popolazione bianca europea stia venendo demograficamente e culturalmente sostituita da popoli non bianchi, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso migrazioni di massa, crescita demografica e un calo delle nascite degli europei bianchi.

 Durante la campagna elettorale, l’allora candidato presidente Trump, in un post su X, ha scritto che come presidente avrebbe fatto tornare i “migranti clandestini di Kamala” nei loro paesi d’origine, specificando che questa azione è anche nota come “remigrazione”. 

Mentre in Europa il termine ha assunto particolare notorietà durante le elezioni federali tedesche, in quanto parte della campagna elettorale di AfD. In Italia il primo politico ad usarlo è stato Alessandro Corbetta, capogruppo Lega in Regione Lombardia, che in un post pubblicato su Facebook il 3 gennaio esprime la necessità di parlare di “remigrazione” anche in Italia, spiegando poi che per “remigrazione” si intende “rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche gli stranieri che scelgono di non volersi integrare”. Ma cosa può o vuole significare esattamente essere “integrati”? Sempre in Italia se ne è parlato anche in parlamento: il deputato leghista Rossano Sasso ha affermato che “a chi odia l’Italia” e “a certi delinquenti” bisogna dire che “per loro l’unica soluzione è la remigrazione”. Ma l’obbiettivo della “remigrazione” è effettivamente risolvere un problema?

Queste affermazioni sono seguite alle denunce per violenza sessuale e ai video di insulti verso la polizia e allo stato italiano che hanno visto come protagonisti dei ragazzi con background migratorio durante i festeggiamenti di capodanno in piazza Duomo a Milano. Dopo la diffusione del termine, il più convinto proponente della “remigrazione”, l’estremista di destra Martin Sellner, ha accolto l’arrivo della sua proposta anche in Italia.

Malgrado in alcune delle occasioni per le quali viene proposta ci siano delle problematiche da risolvere, la “remigrazione” si configura sempre come una discriminazione. La provenienza di una persona non può essere individuata come “origine” del problema: tutte le persone sono capaci di nuocere, e per risolvere una problematica sociale si deve direttamente agire sul sistema che permette , quando non incentiva, il perpetuarsi dei comportamenti nocivi.

Se poi si considera che, come avvenuto nel caso di Mahmoud Khalil, la volontà di deportare una persona può essere motivata dalla mancata conformità alla linea politica oppressiva del governo del paese in cui la persona risiede, si nota che l’unico problema al quale la “remigrazione” cerca di rispondere è la repressione del dissenso, e che, essere “integrati”, secondo questa logica, significa essere conformi al volere di chi è al potere.

Negli Stati Uniti si è iniziato a discutere prima di remigrazione come soluzione al “problema dei migranti clandestini”, definiti come pericolosi , proprio come se n’è discusso in Europa. Adesso l’amministrazione Trump vuole deportare anche le persone con background migratorio, pur provviste di documenti regolari, che si mobilitano contro le sue politiche oppressive e, nel caso dell’arresto di Mahmoud Khalil, contro le politiche di supporto al genocidio ai danni del popolo palestinese. Si stanno già moltiplicando i casi di arresto di persone con background migratorio che hanno espresso dissenso verso il genocidio dei palestinesi compiuto da Israele con la partecipazione degli Stati Uniti.  

Le persone con background migratorio risultano essere le prime a cadere nel domino di tale sistema repressivo ma, a seguire, altre misure repressive vengono indirizzate a tutte le persone le cui opinioni non sono conformi al volere di chi è al potere.

Attraverso il suo profilo X, la Casa Bianca ha annunciato che l’amministrazione Trump ha cancellato 400 milioni di dollari di sovvenzioni federali alla Columbia University a causa della sua “mancata tutela degli studenti ebrei da molestie antisemite”, parole che sono in linea con il volere del governo di equiparare l’anti-sionismo con l’antisemitismo e che sono funzionali a giustificare le azioni repressive verso coloro che protestano per la Palestina . 

Successivamente, al fine di avere nuovamente accesso alle sovvenzioni governative, il profilo X della Columbia University ha comunicato di aver emesso sanzioni quali sospensioni, espulsioni e ritiri temporanei delle lauree delle persone frequentanti l’università che hanno partecipato all’occupazione per protestare contro il genocidio del popolo palestinese. Di fatto il “non essere conformi” diventa dunque applicabile non solo a persone con background migratorio, che rischiano di essere deportate, ma a tutte le persone.

Le proteste che si stanno diffondendo negli Stati Uniti dimostrano che esiste un’opposizione verso i provvedimenti che minacciano la libertà di protesta, che Mahmoud Khalil ha esercitato per denunciare il genocidio del popolo palestinese.

Lo stessa opposizione è presente in Italia verso il Disegno Di Legge cosiddetto “sicurezza”, e verso il raduno internazionale sulla remigrazione, il “Remigration Summit”, che potrebbe svolgersi a Milano, come proposto dai sostenitori della “remigrazione”.

Questa opposizione è la prova che la repressione viene vista con ostilità dalle persone, anche quando viene commercializzata come misura per il mantenimento della “sicurezza”.

La risposta è nel vento

di Daniele Madau

How many roads must a man walk down, before you call him a man? The answer, my friend, is blowin’ in the wind

Versi celeberrimi di un premio Nobel, ormai classici, perché contengono un messaggio per ogni tempo. Cerchiamola, allora, nel vento la risposta. A quale domanda? Al perché la Sardegna abbia messo in atto una mobilitazione di massa contro la transizione energetica, rifacendosi, addirittura, alle lotte di Pratobello contro le servitù militari degli anni ’60, che coinvolsero uomini, donne, bambini, anziani.

L’apice della movimentazione di massa è stata l’estate scorsa, ma ho aspettato quasi un anno a scriverne, perché volevo avere un’idea chiara. Poi, su Rai 3 hanno trasmesso ‘Presa diretta’, dedicato a questo, e ho visto la mia gente, i miei corregionali, trascinati in un vortice di irrazionalità, notizie presentate in maniera contraddittoria, assenza di guide esperte. L’effetto è stato di compatimento e rabbia, per chi si definisce popolo ma non riesce a diventare ‘adulto’, per seguire la metafora di Dylan (‘Quante strade deve percorrere un uomo, prima di chiamarlo uomo? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento).

Le risposte, a mio parere, son tre: 1) Pochi si son presi il tempo, l’accortezza- assecondando il desiderio di andare a fondo, laddove ci fosse- e l’onestà di informarsi, provare a studiare e a chiedere agli esperti 2) I media- i più importanti a livello regionale – hanno dato prova di ciò che non dovrebbero fare, usando il loro potere per prese di posizione estremiste e di parte. E così si è arrivati a violenze e sabotaggi. Tutti hanno diritto a esprimere la propria posizione, ma la ricchezza di una riflessione profonda e non urlata è, ancora, poco conosciuta. Una sola foto può orientare l’opinione, come quella scelta per questo articolo, che mette in risalto il fumo delle centrali a carbone 3) La politica e l’università sono stati assenti, se non travolti anch’essi dalla fiumana dell’ irrazionalità,  lasciando un vuoto di disorientamento colmato dai più abili e forti.

Veniamo allo stato delle cose: la Sardegna ha ancora due delle sette centrali a carbone attive in Italia e, chiaramente,  le più alte emissioni di Co2 della nazione; le bollette continuano a impazzire verso l’alto, infierendo su una delle popolazioni più povere d’Europa; la transizione energetica, nell’isola col più bel clima d’Italia- di cui andiamo fieri- è,  di fatto, bloccata.

La posizione di chi scrive credo sia, in parte, emersa, e potrei continuare a presentarla sfruttando altri testi bellissimi,  da ‘Eppure il vento soffia ancora’ , di Bertoli, al ‘ frate vento’ di San Francesco. Ma non è questo il cuore dell’articolo, non il pensiero di chi scrive. Il cuore dell’articolo è per la gente,  le persone comuni, tradite da chi non compie il proprio mestiere o dovere. Siamo l’isola di Gramsci, e quanto sarebbe bello informare e lasciare liberi o, meglio, informare per lasciare liberi. ‘La Riflessione Politica ‘ avrà sempre questo bellissimo scopo di vita, coi suoi pochi mezzi, e lascerà sempre voce a chi ne condividerà la missione.

Cinque anni dopo

di Cristiana Meloni

“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni”, disse Frodo.

“Anch’io”, annuì Gandalf, “e così tutti coloro che vivono per vedere tempi come questi. Ma non spetta a noi decidere. Possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci viene dato.”

(Il Signore degli Anelli)

Era la notte tra il 18 e il 19 marzo 2020. Un corteo di camion militari attraversava le strade deserte e silenziose di Bergamo, trasportando le bare di chi non ce l’aveva fatta. I cimiteri e i forni crematori erano al collasso, incapaci di sostenere l’ondata di morte che la pandemia da SARS-CoV-2 aveva scatenato. Quel mondo che si credeva padrone degli eventi, in grado di gestire ogni imprevisto, quella notte si scoprì fragile e indifeso. Le bare di legno, allineate una accanto all’altra, tutte uguali all’apparenza, appartenevano a persone che non avevano potuto ricevere un ultimo saluto: padri, madri, figli, nonni, nipoti. Uomini e donne falciati senza un addio. 

A scuola abbiamo sfogliato, sottolineato e studiato innumerevoli capitoli di storia, sempre nel ruolo di spettatori. Crisi, guerre, catastrofi, epidemie, rivoluzioni: eventi lontani, da analizzare e ricordare. Poi, all’improvviso, siamo diventati i protagonisti di una delle pagine più tragiche, una che mai avremmo voluto scrivere.

Il Covid non è stato solo una pandemia, ma una cesura storica, una frattura netta tra un “prima” e un “dopo”. A distanza di cinque anni, la domanda è ancora lì, forte ed esigente: cosa abbiamo davvero imparato?

Il virus è scomparso dai titoli di giornale, ma le cicatrici restano evidenti: ingenti perdite umane, aziende chiuse, sogni infranti, un debito pubblico alle stelle. La sanità porta ancora i segni di una crisi senza precedenti, mentre il sistema economico, scolastico e finanziario fatica a riprendersi.

Abbiamo conosciuto il meglio e il peggio di noi stessi. Nei primi giorni, la solidarietà ci ha uniti di fronte a un destino comune; abbiamo visto il coraggio di medici, infermieri e di chiunque abbia sacrificato sé stesso per gli altri. Ma abbiamo visto anche la paura, l’egoismo e una disinformazione che si diffondeva veloce quanto il virus stesso. Abbiamo accettato restrizioni che mai avremmo immaginato possibili, adattandoci a una realtà fatta di distanze, certificazioni e schermi.

Eppure, oggi la memoria collettiva sembra già sbiadita. Spinta dal desiderio di voltare pagina, rischia di cancellare troppo in fretta le lezioni che ogni crisi porta con sé. Ma la storia insegna che dimenticare è il primo passo per ripetere gli stessi errori. Eventi di tale portata fanno tremare le fondamenta di un mondo in cui ci illudiamo di camminare sicuri e spensierati, mettendo a nudo ingiustizie sociali e fragilità sistemiche che per troppo tempo abbiamo ignorato. Non basta andare avanti come se nulla fosse accaduto: il vero nemico, oggi, è l’indifferenza. La stessa di chi nega l’Olocausto, di chi minimizza il dramma dei migranti nel Mediterraneo, di chi distoglie lo sguardo dalle macerie di Gaza, di Kiev, di ogni luogo dove la sofferenza viene taciuta. L’indifferenza di chi, dopo la pandemia, sceglie di dimenticare invece di imparare.

Sam: <<Lo so. È tutto sbagliato. Noi non dovremmo nemmeno essere qui. Ma ci siamo. È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale. Perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare. Arriverà un nuovo giorno. E quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché. Ma credo, padron Frodo, di capire, ora. Adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto. Andavano avanti, perché loro erano aggrappate a qualcosa >>.

Frodo: << Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? >>.

Sam: << C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo>>.

Il racconto del Cagliari: un discreto Cagliari non basta per fermare la Roma

di Francesco Floris

 

16/03/2025 Roma, Stadio Olimpico             29ma giornata di Serie A               Calcio d’inizio: 16:00 Roma 1-0 Cagliari

Pagelle (3-5-1-1 da sx a dx)

Caprile:6

Luperto: 6

Mina: 6

Palomino: 6,5

Obert: 6 ⇄  Augello: 6+ (64’)

Deiola: 6+ ⇄ Pavoletti s.v (80’) [si passa ad un 3-4-1-2]

Prati. 7 ⇄  Makoumbou: 6 (64’)

Adopo: 5,5 ⇄ Marin 5 (74’)

Zortea: 6+

Viola: 4 ⇆  Mutandwa: 5,5 (64’)

Piccoli:7

La prima frazione della partita è stata la fotocopia delle ultime uscite del Cagliari: difesa a oltranza e poche idee in attacco. Il secondo tempo, invece, ci ha regalato un Cagliari più vivace, una squadra che, finalmente, è riuscita a trovare qualche soluzione in attacco.

Nonostante i rossoblù siano usciti sconfitti dall’Olimpico, è giusto sottolineare il passo in avanti compiuto dai giocatori. Ci si augura che la prestazione dei sardi sia soltanto l’antipasto di quello che la squadra potrà  offrire in futuro.

Il Cagliari si presenta a Roma con una formazione inedita: 3-5-1-1, con Obert come quinto centrocampista a sinistra e con Prati, finalmente, al centro dei cinque. 

Nel primo tempo, però, vediamo maggiormente il 5-3-2, con gli esterni che rimangono prevalentemente nella propria metà campo a difendere.

Nel secondo tempo  gli esterni si staccano definitivamente dalla linea difensiva, cominciano a partecipare alle azioni d’attacco e a pressare. Al 52’ Piccoli tira al volo a pochi metri dalla porta di Svilar, che con un riflesso felino, devia la palla e salva la Roma. 

Al 62’ però arriva la beffa: Paredes crossa dalla bandierina, la palla rimbalza sulla schiena di Deiola e arriva sui piedi dell’attaccante ucraino, che non sbaglia. Quello dell’attaccante romano è stato il primo e unico tiro in porta della squadra di Ranieri.

Nicola, subito dopo aver subito il gol, inserisce  Mutandwa, Makoumbou e Augello. Dopo soli tre minuti Piccoli è ancora protagonista con una conclusione in diagonale, che Svilar para allungandosi, compiendo il secondo miracolo della giornata. 

Da questo momento in poi la partita si frammenta, si gioca poco a causa di infortuni, falli e sostituzioni. Da sottolineare l’atteggiamento poco corretto dei giocatori di Ranieri, che dopo il gol di Dovbyk hanno cominciato a perdere tempo, buttandosi a terra e battendo tardi falli laterali, punizioni e rinvii dal fondo. Non ci si aspettava un comportamento così antisportivo da una squadra allenata da un signore come Ranieri. L’arbitro, inoltre, assegna generosamente calci di punizione in favore dei giallorossi. 

Al 95’ Ndika colpisce Mina in area di rigore, l’arbitro non si accorge dell’episodio e si continua a giocare senza l’intervento del var.

ùLa partita finisce tra le polemiche, ma poco importa perché il risultato non si può cambiare.

 I giocatori cagliaritani hanno comunque, nel complesso,  offerto una buona prestazione Buona  la performance di Prati, che effettua passaggi precisi e verticalizza in maniera ottimale. Bene anche Piccoli, che si impegna a far salire la squadra e trova più volte il tiro. 

Male invece Viola, che sembra essere un pesce fuor d’acqua: passaggi imprecisi, lento e macchinoso in ogni situazione.

Il risultato non premia l’impegno da parte dei sardi, ma è comunque una buona base da cui ripartire in vista delle prossime giornate.

Nel prossimo turno di campionato il Cagliari affronterà il Monza, prima però c’è la pausa per le nazionali.

Questa pausa deve essere sfruttata in maniera intelligente da parte di Nicola e il suo staff per capire come procedere da qui fino alla fine del campionato, che si concluderà il 25 maggio. La partita contro il Monza è una sfida salvezza, nonostante gli attuali 11 punti che separano la squadra brianzola da quella sarda. E’ necessaria la massima concentrazione, soprattutto in queste sfide dal che potrebbe sembrare scontato ma che invece possono riservare brutte sorprese.

‘La buona novella’ di Neri Marcorè: la poesia di un messaggio d’amore eterno

di Daniele Madau

Neri Marcorè ha interpretato, al Teatro Massimo di Cagliari, per la stagione della grande prosa del benemerito circuito Cedac Sardegna, “La Buona Novella” di Fabrizio De André, nella versione teatrale del celebre concept album del cantautore genovese

In una scenografia, come i quadri di De Chirico, quasi metafisica, in cui ci sono spazi ben precisi per la narrazione orale e la poesia cantata- perché per millenni la poesia, le predicazioni, i poemi sono stati sempre orali – e per la musica – quasi tutta eseguita da donne – si racconta di Gesù. Troviamo- sparsi- rose, piante che germogliano, croci e fantasmi che scendono dal cielo, cieli stellati, fiori che galleggiano sull’acqua. Non sempre ogni simbolo è chiaro, ma la rosa rossa rimanda al sangue della passione, all’amore, ed è uno dei fiori citati da Fabrizio De André nei suoi testi.

Sì, perché questo spettacolo è tratto dalla produzione di Fabrizio De André, fonte d’ispirazione come poche per ogni genere di arte. Più il tempo ci allontana dalla sua morte, più la sua opera viene letta, ascoltata, approfondita, riutilizzata, studiata, rieseguita. Segno dei tempi, affamati di autorevolezza, poesia, voci critiche profonde e segnate dal fumo della sigaretta, segno di inquietudine pensosa, come quella di Faber.

Neri Marcorè, che ha già portato in scena ‘Quello che non ho’, questa volta ha scelto ‘La buona novella’, album – più precisamente concept album – del 1970. La grandezza del sentire di una persona, la testimoniano le sue scelte, lo dice anche il vangelo: ‘un albero lo vedi dai suoi frutti’ . Nel 1970 l’Italia, appena svegliata dal sonno del benessere dalla drammatica sveglia di Piazza Fontana, si incamminava verso gli anni di piombo: presentare agli italiani il messaggio di vita donata di Gesù significava, allora, prendere una posizione che pochi avrebbero fatta loro, quella dell’amore contro la violenza. Anche la Chiesa, in quegli anni, avrebbe potuto fare di più, e invece tradì il Concilio Vaticano II e, più che a seminare speranza tra i terrorismi rossi e neri, si dedicò al controllo della sessulità e dei valori ‘non negoziabili’.

Grande merito, allora, al poliedrico artista, e uomo di cultura attento, per aver ripresentato il capolavoro dell’artista ligure, ispirato alla figura del Nazareno, da lui definito «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi» e portatore di un messaggio di eguaglianza e fraternità universale.

La Buona Novella” è diventato, così, come da presentazione, ” un’Opera da Camera sulla storia di Gesù tratta dai Vangeli apocrifi, in cui si alternano narrazione e canzoni, in un’allegoria della rivolta giovanile degli Anni Sessanta, messa a confronto con le istanze spirituali ma anche con la chiara presa di posizione «contro gli abusi del potere e contro i soprusi dell’autorità» del figlio del falegname, il predicatore della Galilea considerato dai suoi discepoli il Figlio di Dio”.

Partiamo, allora, dalle parole di Fabrizio De André durante un concerto al Teatro Brancaccio (nel 1998) quando, nel presentare l’album, lo spiegava come «una allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».

La Buona Novella” , infatti, ripercorre la storia di colui che i fedeli hanno riconosciuto come Dio, vincitore della morte, atteso dai profeti e nel cui nome tanto, di bene e di male è stato fatto. Ma De André cercava altro: una narrazione non ufficiale, in cui trovare ciò che i vangeli canonici non raccontavano nei ‘vangeli apocrifi’. L’infanzia di Maria, il suo passare biologico dall’infanzia alla giovinezza, il suo essere oggetto di una lotteria, il suo matrimonio con un vecchio già carico di figli. E questo nuovo figlio di cui non vuole riconoscere la divinità ma, come estremo gesto di fratellanza, solo l’umanità, persa sulla croce alla stregua dei ladroni.

Neri Marcorè, riprendendo ancora il comunicato stampa, riprende tutta questa tematica altissima “affrontando temi complessi e attuali in una drammaturgia sonora raffinatissima, conservando il mistero su una figura carismatica, fulcro del pensiero e della civiltà occidentale, il cui messaggio potente e troppo spesso inascoltato o travisato ancora oggi scuote le coscienze e mette a nudo contraddizioni e paradossi, ingiustizie e ipocrisia della società”.

Già questo varrebbe la serata, e infatti Neri Marcorè non aggiunge tanto di altro. La scelta della seconda narratrice e delle musiciste, e cantanti, donne, rispecchia uno dei punti di vista dell’album più originali, quello di Maria.

La scenografia essenziale, invece, vuole riprendere “la teatralità, molto vicina ad una Sacra Rappresentazione arcaica e laica. Una sorta di installazione mobile che rimanda simbolicamente a luoghi e sentimenti, reinterpretandoli poeticamente quasi in forma allegorica”.

Così, l’interprete, spiega la sua scelta: «“La Buona Novella” è un’opera polifonica che mediante metafora e allegoria parla dell’arroganza del potere, il quale mal digerisce gli uomini troppo liberi di pensiero, intralcio per l’esercizio del potere stesso, sia esso famigliare, religioso o politico. La spiritualità, intrinseca nel momento in cui si parla di Gesù e della Madonna, è però qui contemplata nella sua dimensione terrena, laddove “il più grande rivoluzionario della Storia” resta prima di tutto un uomo, con una fisicità che non lo rende diverso dai suoi simili. Eppure, nonostante i suoi limiti, ogni essere umano può compiere imprese straordinarie e dar vita a nuovi corsi ogni volta che non si pone al primo posto ma si mette al servizio di un bene superiore, collettivo».  

«Ora compito di un artista credo sia anche quello di commentare gli avvenimenti del suo tempo usando però gli strumenti dell’arte: l’allegoria, la metafora, il paragone. Io osservando la lotta studentesca e le sue istanze, quelle giuste e sensate, ho parlato di un’altra lotta sostenuta da un uomo 2000 anni prima che aveva obiettivi analoghi» – sosteneva Fabrizio De André (La Repubblica, 1999) –. «(…) il culmine etico della Buona novella sta nel Testamento di Tito. Il ladrone buono confuta, uno per uno, tutti e dieci i comandamenti mettendo in evidenza la contraddizione tra le leggi emanate dalle classi al potere per proprio comodo, e le difficoltà di attenervisi da parte di chi il potere lo deve solo subire, e osserva quelle leggi, quando le osserva, solo per scongiurare la minaccio della repressione. La buona novella, a parere mio fu allora un album, un discorso assolutamente moderno e per certi aspetti lo è ancora oggi”.

Quanti possibili approfondimenti si aprono, di diversi livelli e tematiche; e, quando questo accade, vuol dire che l’arte non solo è viva, ma ha ancora spazio nei nostri cuori per germogliare. O, almeno, l’arte vera.

A fine spettacolo, poco più di un’ora mentre si vorrebbe bloccare il tempo, dopo anche qualche incursione ironica e dopo aver visto le capacità da attore di Marcorè (che, a una sedia, ha fatto fare di tutto), il pubblico dedica l’ovazione: non è questo che dà la misura della bellezza o no dell’opera; perché, ormai, il pubblico non critica più.

La bellezza dell’opera sta nel sentire il tuo cuore travolto dall’arte, che avvolge di poesia un messaggio d’amore eterno.

Incontro con Benedetta Tobagi: riscoprire ‘la resistenza delle donne’

di Daniele Madau

Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi- giornalista ucciso dalle Brigate XXVIII marzo nel 1980- è laureata in filosofia e dottoressa di ricerca all’Università di Bristol. Si èdedicata a produzioni radiofoniche e, cone storica e giornalista, si è dedicata al novecento italiano. Incontra gli studenti, per il progetto ‘Lo struzzo a scuola’, a cui presenta il saggio ‘La resistenza delle donne

Quale messaggio, di questo saggio, vorrebbe arrivasse alle nuove generazioni?

Partecipo con grande entusiasmo al progetto  ‘Lo struzzo a scuola’ di Einaudi che è, propriamente, un percorso di lettura per gli studenti degli ultimi anni, grazie al quale, anche dal saggio ‘La resistenza delle donne’, i ragazzi e le ragazze possano attingere quello che maggiormente sentono. È un discorso che vale per tutto ciò di cui mi occupo, e cioè  la storia degli anni settanta negli aspetti politici e sociali, legati soprattutto al terrorismo.  Ho studiato queste cose per 15 anni e mi piace provare a trasmetterrle perché avverto molta ‘fame’ di questo tipo di informazioni.  Anagraficamente potrei essere una zia non giovanissima di questi ragazzi e vorrei invitarli a soffermarsi, per esempio, su un aspetto particolare che è presente nel libro, cioè guardare alle emergenze del loro tempo, nel senso di vedere chi viene oppresso e schiacciato e capire da chi viene realizzato questo.

Il saggio ha vinto il premio Campiello, grazie alla qualità della prosa, oltre che del contenuto. Da dove nasce il suo stile?

Io da sempre scrivo saggistica come  narrativa non fiction, in cui le opere hanno uno scopo informativo o divulgativo. Non mirano quindi a intrattenere il lettore, come fa il romanzo, ma piuttosto puntano a insegnargli qualcosa, a trasmettergli, appunto, un messaggio e non narrazioni frutto dell’immaginazione dell’autore. Riportando fatti realmente accaduti, nella narrativa non-fiction l’autore non si inventa nulla ma presenta la sua storia così come è realmente avvenuta, magari facendo uso di tecniche narrative coinvolgenti per rendere la sequenza più accattivante.

Esiste da tantissimi anni e io noto sempre come all’estero sia molto più normalizzata. La dimensione storica, con questa modalità, non preclude la possibilità di un coinvolgimento e permettere di spaziare nelle dimensioni di riflessione, toccando aspetti umani.

Leggendo il testo a scuola, temevo che i ragazzi, gli studenti maschi, non si sentissero coinvolti: mi sbagliavo. Questo significa che loro,che dovrebbero essere i principali destinatari delle tematiche sul rispetto, stanno recependo il messaggio? Se così,  è merito anche di questo libro?

Il libro non era rivolto a loro in maniera esclusiva. Il tema è raccontare e dare il giusto spazio e peso alle battaglie femminili,  che si inseriscono in un quadro più grande. Però questo spazio ancora non c’è,  il messaggio fatica a passare: ci sono vari motivi a monte, riassunti nel termine ‘patriarcato’, che indica un sistema di potere, valoriale e simbolico molto pervasivo. Si è cercato di agire, per contrastarlo, sul piano materiale e formale delle leggi ma anche sul piano dell’immaginario. Per quanto riguarda ‘La resistenza delle donne’ vi è un dato storico imprescindibile: una tipologia bellica come quella della guerriglia delle azioni partigiane, senza le donne non sarebbe stata possibile; mi meraviglio, quindi, che i libri di storia non ne parlino.

Ai ragazzi ha colpito molto la figura di Ida D’Este

Sì, lei nel 1953 scrive ‘La croce sulla schiena’. È cattolica, eppure, in maniera sorprendente, dimostra come il corpo della donna possa essere strumentalizzato per una violenza non solo fisica ma anche psicologica. Lei, poi, ha creato un elenco di tutte le cose che doveva saper fare una staffetta partigiana: è un elenco che colpisce sempre molto (saper andare in bicicletta,  saper guidare un camion, saper tacere…) e, a dirla tutta, fa anche un po’ sorridere, pensando anche alle cose più assurde presenti nell’elenco. Lei, tramite la letteratura, ha saputo creare uno ‘spazio delle donne’ di cui, a causa del monologo ‘patriarcale’ nell’ambito letterario, c’era davvero bisogno.

Il capitolo ‘Morire da vive’ è quello che, personalmente, mi ha colpito di più. L’uso dello stupro per infierire sulle donne

Morire da vive, secondo anche quanto scritto da Ingeborg Bachmann, significa voler annientare l’essere umano, soprattutto,  in questo caso, tramite l’uso sistematico dello stupro. Non dovremmo banalizzare l’idea di resilienza, da certi traumi è possibile che non ci si riprenda. In altri casi è possibile riappropriarsi della propria vita, ma bisogna sempre fare i conti con i solchi e con delle ferite che non si cancellano. È stato devastante quanto compiuto dai soldati alleati nelle ‘marocchinate’ ,nella seconda guerra mondiale, quando le truppe dell’esercito del Marocco francese hanno, col permesso dei comandi, compiuto stupri di massa, eppure se ne è saputo sempre poco. Lo stupro di massa è un’arma in più contro la donna, che può essere non solo uccisa, arrestata o picchiata, ma anche stuprata.

Il racconto del Cagliari: la gara senza nervi d’acciaio

di Daniele Madau

XXVIII Giornata Serie A Unipol Domus /Cagliari-Genoa: 1-1 (18mo Viola,46mo Cornet)

CAGLIARI (4-2-3-1): Caprile; Zappa, Mina, Luperto, Obert (77mo Pavoletti); Deiola(77mo Adopo), Makoumbou (60mo Prati); Zortea, Viola ( 60mo Gaetano), Coman (31mo Augello); Piccoli. All.: Nicola.

GENOA (4-2-3-1): Leali; Norton-Cuffy (46mo Zanoli), De Winter, Vasquez, Martin; Frendrup, Badelj (52mo Masini); Ekhator (66mo Matturro), Miretti, Cornet (74mo Malinovskyi); Ekuban (52mo Pinamonti). All.: Vieira.

Spettatori: 15.700

Settimana turbolenta, qualche rimostranza della società dopo la sconfitta di Bologna, il ritiro e,  per la gara col Genoa, una formazione in parte nuova, tendente più al 5-3-2 che al classico 4-2-3-1. Eppure, il Cagliari ha tre punti in più dell’anno scorso, e  al fischio d’inizio, in zona salvezza.

Questione di carattere che è mancato e di poca applicazione: la società, allora, ha cortesemente indicato il rimedio, che già a inizio campionato era servito a dare una scossa: ritiro ad Asseminello.

La capacità di concentrazione acquisita durante i giorni al centro sportivo viene subito posta in essere, perché il Cagliari non rischia niente nel primo tempo, in cui produce, invece, un goal annullato, un palo di Coman – costretto a uscire al 31mo- e, soprattutto,  il goal di Viola, in scivolata da appena dentro l’area, dopo una bellissima azione in verticale, su assist di Piccoli.

L’inizio della ripresa, però, testimonia un repentino calo di concentrazione: Ekuban, sulla sinistra, sfila dietro Augello, serve agevolmente dentro l’area per il goal del pareggio- un comodo piatto- di Cornet.

La squadra rossoblù di casa entra in un turbine di confusione, nervosismo e paura, nemici mortali in una sfida salvezza, quando, invece, sarebbero necessari nervi saldi e lucidità.

Il Genoa avanza, avanza sino a conquistare il campo e il gioco, mentre lo stadio prima si ammotolisce, poi, dopo un’occasionissima di De Winter (di testa, solo, davanti a Caprile: di poco a lato) comincia a fischiare.

Il tempo scorre inesorabilmente, senza che Nicola, neanche coi cambi, inverta la rotta. Si va incontro alla tempesta, tra gli scogli delle ultime 10 giornate: sarà necessario, adesso sì, avere nervi d’acciaio.

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