Riceviamo e pubblichiamo con molto piacere una riflessione di Alfredo Franchini, giornalista, saggista, cultore di De André, di cui è stato amico intimo, testimone e custode, di momenti di vita. Con questo contributo arricchisce lo scambio inaugurato con l’editoriale di ieri sul rapporto – in relazione allo scenario internazionale- tra valori europei e nuova politica trumpiana, raccontandoci il punto di vista di una grande conoscitrice della cultura americana
Le stelle della bandiera americana si sono arrugginite e oggi mi chiedo che cosa direbbe Fernanda Pivano, la ragazza che fu amica di tutti i poeti della beat generation e che io ho avuto la fortuna di conoscere alla fine degli anni Settanta. Lei amava la poesia di Fabrizio De André ma in quegli anni frequentava i poeti americani, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Bob Dylan, e manteneva viva la memoria di Ernest Hemingway con cui ebbe lunghi trasporti d’amicizia. Quando la conobbi lei aveva 61 anni e una storia alle spalle segnata da Cesare Pavese, da cui prese il genio della letteratura, e da Hemingway per il quale, prima di diventarne amica, aveva tradotto un libro e per questa colpa finì direttamente in carcere. C’era, infatti, il veto del ministero della cultura fascista di occuparsi degli scrittori americani; una norma che non le impedì di tradurre, sia pure di nascosto, l’Antologia di Spoon River, pubblicata da Einaudi con un titolo che indicava una esse appuntata, un trucco escogitato da Pavese, per tramutare Spoon River in un santo. Insomma, Fernanda aveva capito che al di là dell’oceano c’era un mondo diverso e l’America voleva dire libertà. La conobbi quando De André aveva pubblicato da poco Rimini ma qui non parlerò del rapporto tra la Nanda e Fabrizio iniziato con la pubblicazione di “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, ma della sua e della nostra America. Parlando con Nanda capii subito una cosa: noi in quel periodo ritenevamo che l’America fosse un nemico per il tipo di governo e per le mire imperialiste – del resto l’eco del golpe in Cile non era così lontana – ma allo stesso tempo riconoscevamo i sogni di un popolo, l’Utopia, il melting pot delle razze in rivolta. Fu Fernanda Pivano a spiegarmi che versi come quelli di Dylan, “quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare un uomo” oppure “quante morti ci vorranno prima che si sappia che troppi sono morti” erano dei grandi versi in assoluto e che cosa significavano per milioni di giovani di tutto il mondo. Ascoltando Dylan tanti giovani iniziarono a giudicare: forse il caso Watergate non sarebbe scoppiato se gli americani non fossero stati abituati a riflettere da quella cospirazione di libri e di suoni. Si susseguirono i raduni passati alla storia, come quello del Parco Lambro a Milano, una Woodstock in minore, irruppero i jeans, la liberazione sessuale, gli spinelli e i giovani di tutto il mondo sognarono un mondo diverso, magari aiutati dalle traduzioni di Kerouac fatte dalla Pivano. Da quella poesia americana tradotta da Nanda scaturì la proposta di una via d’uscita dal consumismo, la proposta di nuovi modi di vivere senza potere. La voce di quei giovani diventò un urlo di dissenso nei confronti delle amministrazioni americane. Qualche anno dopo, Nanda che peraltro era astemia e lontana da ogni droga, mi disse che fu l’avvento dell’LSD a cambiare la scena americana e a tramutare i giovani del dissenso in piccoli borghesi. Era stato l’inizio dell’eclisse dell’Utopia. Oggi le stelle americane sono arrugginite in fondo all’Oceano. Siamo tornati agli anni in cui l’America era un nemico e non sappiamo se ci saranno altri Kerouac e altri Ginsberg a indicarci la nuova strada.
Un giorno di tanti secoli fa, su una spiaggia di Sidone, in Libano, una bellissima ragazza giocava con le sue amiche. Era figlia di Agenore e Telefassa. Era mattina e l’incanto della natura rallegrava i cuori. La meraviglia, però, durò poco, perché la ragazza venne rapita e, dopo un lungo e penoso viaggio, portata a Creta, dove subì violenza.
La ragazza si chiamava Europa, il rapitore Zeus.
Ce lo racconta Erodoto, il ‘padre della storia’ , che vuole spiegare le origini ancestrali dello scontro tra greci e barbari-persiani. I rapimenti reciproci di fanciulle porteranno, poi, alle cause più recenti e verosimili degli scontri che culmineranno con le guerre persiane. Tramite dialoghi sulla saggezza e sulla felicità, riflessioni sul senso della vita e sugli dei, condanna del denaro e della superbia, pur senza mai avere sentimenti di superiorità o razzisti, Erodoto comincia a delineare quei valori ‘occidentali’ di libertà, democrazia e misura a cui, più che mai, oggi dovremmo guardare come a un’ancora di salvezza, un barlume di luce, una brezza nella desolata calura.
Come per l’atto brutale di un rapimento, l’Europa nasce tra i conflitti, come utopia e tensione verso una convivenza di libere molteplicità, nella pace dei diritti e dell’uguaglianza, sotto la tutela delle leggi e in una prosperità misurata- non abnorme- tale da poter accogliere chi ha bisogno.
Proprio l’estrema attenzione verso le leggi e le molteplicità ha creato qualche intoppo burocratico e qualche attrito all’interno dei 27 Stati che, occorre ricordarlo, hanno aderito volontariamente all’Unione Europea .
Ora, però, questi difetti, naturalmente, passano in secondo piano, davanti al nuovo compito di baluardo che l’Europa sta cercando di assumere, pur con tutte le difficoltà.
L’aver difeso l’Ucraina e il diritto internazionale sino a oggi, davanti alle prove di forza delle nuove superbie e violenze americane e russe, è una rinfrancante – e forse inaspettata – prova che quei valori ancora vivono. Il tentativo degli Stati storici fondatori, insieme alla Gran Bretagna, di cercare vie di pace senza abbandonare l’Ucraina è necessario, corretto, coraggioso e utopistico, nel senso migliore del termine. C’è ancora speranza, c’è vita e futuro in questo dare il bentornato all’Europa.
E, dobbiamo dirlo, l’Italia, pur con tutte le fragilità e i dubbi dei tre maggiori leader – Meloni, Schlein e Conte- , non ha indietreggiato. Anche perché in prima fila c’è sempre stato il suo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. I suoi discorsi a Marsiglia e in Montenegro, coraggiosi e lucidi, sono il manifesto più bello e in purezza dei valori europei: nati con Erodoto e ancora vivi.
“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Così diceva Don Abbondio nel capitolo XXV de “I Promessi Sposi” e il Cagliari ha dimostrato, ancora una volta, la verità di questa frase. La squadra rossoblù perde la seconda partita consecutiva in campionato e la zona retrocessione dista solo tre punti ormai.Abbiamo assistito all’ennesimo Cagliari chiuso in difesa e proprio come contro la Juventus, questa soluzione non ha pagato. Nicola schiera un 4-4-2 difensivo senza ali offensive, senza nessun regista e con Luvumbo schierato seconda punta al fianco di Piccoli. Una squadra che punta a difendere il pareggio ad ogni costo. Il gioco dei sardi è semplice: difesa a oltranza e palla lunga e pedalare. Durante la partita la squadra cagliaritana non ha la minima intenzione di attaccare; solo quando il Bologna pareggia il Cagliari decide di attaccare, ma senza successo.Soltanto un’azione individuale di Piccoli permette ai sardi di portarsi in vantaggio al 22’. L’attaccante bergamasco corre con il pallone da metà campo fino all’area di rigore, qui passa la sfera ad Augello; il terzino sinistro crossa e Piccoli segna, portando così i cagliaritani momentaneamente in vantaggio. Bisogna comunque fare i complimenti alla difesa rossoblù, che per 45’, fa impazzire i bolognesi: tutte le loro azioni offensive nel primo tempo terminano infatti, o con un tiro o con un cross sbagliato. La situazione però cambia quando Italiano e Nicola, prima dell’inizio del secondo tempo, adoperano le prime sostituzioni. Italiano manda in campo Cambiaghi, Ferguson e Odgaard; Nicola invece fa entrare Felici al posto di Obert ammonito.Dopo pochi secondi dall’inizio della ripresa, Felici travolge Cambiaghi in area di rigore. Per l’arbitro non ci sono dubbi e assegna la massima punizione, che Orsolini non sbaglia. Bastano otto minuti agli emiliani per trovare il gol del vantaggio: cross di Cambiaghi dalla fascia sinistra, Augello si addormenta e Orsolini ringrazia.Il resto della partita è un tormento. Nicola durante il secondo tempo opera altri cambi mettendo in campo: Coman, Marin, Gaetano e Viola, ma è tutto inutile.I rossoblù giocano atrocemente: cross imprecisi, passaggi sbagliati, squadra lenta, macchinosa e priva di idee. Dal 59’ al 94’ il Cagliari riesce a tirare una sola volta, tiro che non inquadra neanche la porta.Si conclude così una partita giocata per pareggiare, l’ennesima. Da sottolineare come il Cagliari, quando subisce un gol giocando conservativamente, non riesce a reagire. Sembra che i sardi non si preparino a scenari di questo genere. Il Cagliari giocherà venerdì contro il Genoa all’Unipol Domus, nella speranza di uscire da questa partita almeno con un pareggio, anche se una vittoria darebbe morale e migliorerebbe la situazione in classifica degli uomini di Nicola. Mancano solo undici giornate al termine del campionato. In questa fase è indispensabile sbagliare il meno possibile, perché anche un singolo errore, può portare verso la retrocessione.
Continuano le celebrazioni per gli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi. In questo percorso La Riflessione inserisce il nuovo progetto discografico del cantautore Massimo Donno, “La spada e l’incanto”, un album che riprende il componimento e lo traduce in musica e parole per il nostro tempo, intrecciando spiritualità , tematiche sociali e sonorità del Mediterraneo. Un viaggio tra poesia e impegno, tra radici e nuove prospettive.
Mi chiamo Massimo Donno, sono un cantautore salentino, di Corigliano d’Otranto, per l’esattezza. Ho vissuto diversi anni a Roma, poi a Bologna, prima di decidere di ricominciare dalla mia terra, dalla mia campagna, dal mio mare. Ho realizzato cinque lavori discografici, nell’arco di dodici anni. Anni di studio, di incontri, di numerosi viaggi ed altrettanti ritorni a casa. Ed è proprio questo che mi ha portato ad appassionarmi al tema del viaggio, della restanza, dell’attesa. In particolare nei miei due album “Partenze” (Visage Music, 2012) e “Lontano” (SquiLibri Editore, 2022), racconto il viaggio, la migrazione contemporanea, il senso di attesa di chi resta, il senso di inadeguatezza che spesso vive chi lascia la propria terra per giungere in un luogo del tutto nuovo, che porta al confronto con i propri schemi valoriali, con il proprio modo di concepire il tempo, la vita, le radici. Ed è partendo da questi presupposti che sono arrivato ad appassionarmi ad una figura che mi ha sfiorato … e cambiato la vita! Parlo di San Francesco D’Assisi, il giullare, il matto, il piccolo grande uomo coraggioso e sfrontato che ha preso di petto l’ostracismo della famiglia, la riluttanza nei suoi confronti da parte del potere costituito e ne ha fatto incanto, ne ha fatto magia. Ho deciso, verso la fine del 2022, che avrei iniziato un vero e proprio percorso di studi sulla sua figura, ed in particolare sul Cantico delle Creature. L’album che sarà pubblicato nella prossima primavera si intitolerà “La spada e l’incanto”.
“La spada e l’incanto” è una rilettura del Cantico delle Creature, o meglio riscrittura, in forma canzone. È, innanzitutto un omaggio a questo componimento che nel 2025 compie ottocento anni. Questo lavoro riporta all’epoca contemporanea una serie di temi che sono fondamentali come l’ambiente, il rapporto tra gli esseri umani, tra l’uomo e la natura. Si parla di relazioni, di connessioni, di lavoro ed immigrazione, di guerra, di tempo, di solitudine ed isolamento. Si parla di ambiente e territorio, di rispetto degli stessi, di amore e protezione verso la natura. Si dà voce al Santo rivoluzionario in una cornice che non è quella del 1200 ma è il nostro vissuto quotidiano, la nostra epoca, fatta di sconfinata bellezza da un lato, ma anche di tante piaghe dall’altro.
Una riflessione nella direzione di voler sia omaggiare una delle prime forme di poesia ad ottocento anni dalla sua scrittura, ma anche di riportare al centro delle nostre esistenze la bellezza della natura, istanza da vivere consapevolmente e da custodire. Ed è qui che risiede, a mio avviso, il senso dell’essere cristiano oggi: Essere, partecipare e comprendere. Questi tre principi sono alla base delle relazioni sociali, delle interazioni tra individuo ed ambiente. La cristianità che intendo io va vissuta con le mani, con gli sguardi, camminando ed andando incontro alle mille falle che troviamo sul sentiero della vita. Significa vivere consapevolmente le carezze e gli spintoni, essere riconoscenti per entrambi, perché in entrambi risiede il significato del rispecchiarsi nella figura di Gesù Cristo. Come Francesco, sequela Christi. Francesco, ad esempio, ha vissuto con coerenza ogni aspetto che descrive ed esalta nel Cantico. La sua non è scrittura astratta ma comunione con il circostante, descrizione serena e coerente di ogni istanza vissuta, di ogni essere vivente, piante e animali, con i quali entra in relazione e che considera tessere di questo meraviglioso e divino mosaico. Francesco si ispira al mondo e non ad un singolo e limitato territorio: il cantico è frutto di tutto l’orizzonte spirituale e della gioia incontenibile del santo dei poveri, amante della poesia, della musica.
Il Cantico, nel mio album, viene diviso per capitoli, nei quali vado a sviluppare quelli che sono i punti nevralgici della composizione poetica. Per ogni capitolo nasce una canzone, una riflessione a sé stante ma indissolubilmente legata all’intero tessuto poetico-narrativo del Cantico. Si parlerà di “fratello sole”, di “luna e stelle”, dell’acqua ed il fuoco, del perdono, della morte corporale, ma anche della vita di San Francesco, della relazione con la madre e con il padre, di eros e thanatos, dei viaggi in Oriente, della miseria, anche politica e culturale, dell’Occidente.
Le sonorità di questo disco si rifanno al Mediterraneo, pur avendo talvolta un’ossatura armonica e melodica lontana dai suoi linguaggi tipici. Spazia dal sound balcanico all’Africa Occidentale per tornare al Sud Italia. Sostanzialmente è un disco acustico con un uso discreto anche dell’elettronica e di strumenti elettrici come la chitarra. La matrice etnica viene esaltata attraverso l’utilizzo di strumenti tradizionali di varie aree: bongos, tabla, Kalimba, organetto, marimba, ecc. Mi auguro che questo lavoro possa avvicinare le persone a quella divina consapevolezza verso il creato, alla Madre Terra, per viverla, amarla, rispettarla e, soprattutto, nutrirla di rispetto ed amore.
Biografia dell’autore
Cantautore, musicista. Si divide da diversi anni tra scrittura e canzone d’autore, tra progetti inediti e teatro. Realizza il suo primo album solista nel 2013, edito da Ululati/Lupo Editore e distribuito da Messaggerie Musicali, dal titolo “Amore e Marchette”, ottenendo ottime recensioni e calcando palchi in tutta Italia. Diverse le collaborazioni tra teatro e musica, da Alberto Bertoli a Luciano Melchionna, da Juan Carlos “Flaco” Biondini a Mirko Menna, da Giuseppe Cederna a Luciano Biondini, da Maurizio Geri a Riccardo Tesi con il quale realizza “Partenze”, album uscito nella primavera del 2015 per Visage Music, distribuito da Materiali Sonori in Italia, da Galileo in Germania, da Xango Music in Benelux. A settembre 2015 i giurati del Premio Tenco inseriscono Partenze nella rosa dei migliori 49 album italiani dell’anno. Nel giugno 2017 pubblica un nuovo lavoro, libro e CD, dal titolo “Viva il Re!” (Squilibri Editore-Visage Music). Il libro contiene una serie di interviste e di scritti relativi al mondo delle bande, con importanti contributi di Livio Minafra, Pino Minafra, Rita Botto, Battista Lena, ecc. Il cd racchiude nove tracce, di cui due inedite e sette tratte dai primi due album, riscritte e rilette con un ensemble bandistico di venti elementi, diretti da Emanuele Coluccia, con il prezioso contributo di Gabriele Mirabassi e Lucilla Galeazzi. Il disco risulta, per Smemoranda.it, uno dei migliori album indie del 2017 mentre l’autorevole Giornale della Musica lo colloca nelle migliori 20 uscite di world music, sempre del 2017. Nel 2018/2019 porta in tour, in Europa ed in Italia, il disco “Viva il Re!”, accompagnato dall’organettista Alessandro D’Alessandro. Il tour ha toccato numerose città italiane ed europee come Milano, Roma, Torino, Bordeaux, Valencia, Bruxelles, Lussemburgo, ecc. Ad aprile del 2018 riceve il Premio Civilia Salento, per la diffusione della musica d’autore su tutto il territorio nazionale. A settembre 2019 riceve il Premio Castrovillari d’Autore, premiato dalla giuria composta dai cantautori Gatto Panceri e Mariella Nava e dal giornalista RAI Michele Neri. Ad ottobre 2019 rientra tra gli artisti che omaggiano il cantautore Gianni Siviero, nella compilation edita da Squilibri Editore (Io credevo – Le canzoni di Gianni Siviero), in intesa con Sergio Secondiano Sacchi del Club Tenco – Premio Tenco, insieme a Roberto Vecchioni, Sergio Cammariere, Mimmo Locasciulli, Petra Magoni, ecc. album che vince la Targa Tenco, nel 2020,come miglior album a progetto. Nel 2021 scrive un brano per I musici di Francesco Guccini (Biondini, Bandini, Tempera, Marangolo, ecc.) composizione che farà parte di un disco che gli stessi musicisti del cantautore emiliano pubblicheranno nel 2022. A giugno 2022 pubblica per SquiLibri Editore il suo quarto album, Lontano: il disco contiene importanti collaborazioni, da Daniele Sepe a Flaco Biondini, da Mariella Nava a Musica Nuda (Ferruccio Spinetti e Petra Magoni), Nabil Bey (Radiodervish), Redi Hasa, Marco Bardoscia, Rachele Andrioli, Alessia Tondo, ecc. Tra i vincitori, nell’edizione 2023, del Premio Lunezia, categoria Autore di testi, con la canzone “Vieni con me”, tratta dall’album Lontano.Riceve, nel 2024, importanti riconoscimenti nell’ambito della canzone d’autore come il Premio Botteghe D’Autore, il Premio George Brassens, ecc. A dicembre 2024 vince il Premio Lunezia per la canzone Terra, nella categoria Canzoni sostenibili. A novembre 2024 è tra gli ospiti del festival “La grande bellezza” a Zurigo, uno dei più importanti festival in Europa dedicati alla canzone d’autore italiana, con la direzione artistica di Pippo Pollina. Sempre nello stesso periodo, nello Studio 2 della Radio Televisione Svizzera Italiana (RTSI), omaggia il cantautore Gianmaria Testa, insieme all’attore Giuseppe Cederna, al fisarmonicista Luciano Biondini ed alla moglie del compianto cantautore piemontese Paola Farinetti in uno spettacolo dal titolo “In viaggio con Testa”. Nello spettacolo, avente come filo rosso il tema del viaggio, sono state riproposte alcune canzoni di Donno e di Testa, intermezzate dalla recitazione dello stesso Cederna. In uscita nel 2025 il nuovo lavoro discografico dal titolo “La spada e l’incanto”, concept ispirato al “Cantico delle Creature” di San Francesco D’Assisi, con la produzione artistica di Riccardo Tesi.
15/02/2025 Bergamo, Gewiss Stadium 25ma giornata di Serie A Calcio d’inizio 15:00 Atalanta 0-0 Cagliari
di Francesco Floris
Immagine Sky
Pagelle 4-3-3 da sx a dx
Caprile: 7
Augello:6,5
Luperto: 7
Mina: 7,5
Zappa: 6
Makoumbou: 6,5
Deiola: 7- ⇆ Marin 6
Adopo: 6,5
Felici: 5,5 ⇆ Coman 6+
Piccoli: 6 ⇆ Pavoletti s.v.
Zortea: 5,5
Gli uomini di Nicola tornano a Cagliari con un punto pesantissimo in chiave salvezza.
Il Cagliari sfida un’Atalanta stanca, reduce dalla battuta d’arresto in Champions League, contro il Club Brugge (partita finita 2-1 per la squadra belga), ma in cerca di riscatto, che però non arriva. Il Cagliari infatti, grazie ad una difesa efficace, nega ai Bergamaschi non solo la vittoria, ma anche situazioni offensive degne di nota. L’Atalanta, per 90’, non riesce mai ad impensierire veramente Caprile, se non in due occasioni: il gol annullato di Brescianini al 60’ e il tiro di Vlahovic’ all’88’. I Bergamaschi provano in ogni modo a segnare: cross, tiri da fuori, dribbling, ma è sempre la stessa storia. I due centrali cagliaritani non lasciano spazio al terzetto offensivo dell’Atalanta e il centrocampo, ben organizzato, impedisce l’impostazione nerazzurra.
Nonostante la fase difensiva degli isolani sia stata ottima, quella offensiva è stata praticamente inesistente. Quando è stata ufficializzata la formazione, era quasi scontato che il Cagliari avrebbe giocato prudentemente, senza sbilanciarsi in attacco. Nicola decide di schierare un centrocampo a tre, di matrice puramente difensiva con: Makumbou, Adopo e Deiola. Come si può ben notare, manca un regista, uno che sappia smistare la palla come Viola o Gaetano (quest’ultimo infortunato). I rossoblù tirano solo una volta, con Deiola, tiro che non centra la porta di Carnesecchi. La squadra isolana ha comunque avuto delle occasioni per segnare, che però non sono state sfruttate a dovere. Zortea, per ben due volte, parte in contropiede quando la difesa atalantina è posizionata male, ma a causa di poca velocità e di imprecisioni non è riuscito a concretizzare le opportunità. L’allenatore rossoblù decide di cambiare assetto solo al 79’, quando sostituisce Deiola per Marin, mettendolo sulla trequarti, ma ormai è troppo tardi per organizzare soluzioni offensive importanti.
Vista la condizione dei ragazzi di Gasperini e la grande quantità di riserve inserite in campo dal tecnico bergamasco, Nicola avrebbe potuto osare un pò di più, però è facile parlare dopo che i fatti sono già accaduti.
Da sottolineare la tenuta fisica di Zortea, Piccoli e Zappa. Questi hanno giocato tutte le partite di campionato (tranne Zortea, che ha saltato le prime tre giornate a causa di un infortunio) e nelle ultime uscite hanno risentito della stanchezza. Questi giocatori non hanno un sostituto valido perchè non è presente in squadra, come nel caso di Zappa, o perché non può rendere allo stesso livello, almeno secondo Nicola, come nel caso di Piccoli e Zortea. Per quanto riguarda Piccoli, si potrebbe far giocare Mutandwa, in modo tale da poterlo valorizzare in maniera ottimale; per quanto riguarda Zortea invece, si potrebbe utilizzare uno tra Coman e Luvumbo. La situazione di Zappa è la più preoccupante, in rosa infatti, non c’è un terzino destro pronto a sostituirlo e sarà necessario, molto probabilmente, ricorrere ai ragazzi della primavera.
Nella prossima giornata di campionato, il Cagliari dovrà sfidare una Juventus che, durante il mercato invernale, si è rinforzata parecchio e i nuovi innesti come Kolo Muani (cinque gol in tre partite) hanno già lasciato il segno. Vedremo quindi se il tecnico piemontese opterà per un assetto tecnico conservativo, come quello visto contro l’Atalanta, o per uno offensivo per provare a fare il risultato contro una grande squadra, che all’andata, ha sofferto contro i rossoblù, non andando oltre l’ 1-1 finale.
diMatteo Mereu, 25 anni, Laurea in Scienze della Comunicazione: attualmente lavora come segretario presso l’Università degli Studi di Cagliari
In questo articolo approfondirò il mondo della comunicazione giovanile, le varie forme di comunicazione e le dinamiche che queste innescano tra i giovani.
La gioventù odierna è completamente digitale, i ragazzi ormai utilizzano il cellulare per compiere quasi ogni operazione della loro vita (come se fosse un’estensione del loro corpo, un altro arto) e allo stesso tempo lo utilizzano sempre più di frequente mentre stanno facendo altro. Con questo voglio sottolineare che l’uso del cellulare in certi contesti ha assunto dei tratti morbosi, tanto da minare le capacità cognitive e di reazione dei giovani, andando ad incidere sulle scelte più importanti che la vita li chiama a compiere.
Non è un caso che sia fatto divieto di utilizzare i cellulari nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, mentre alla scuola secondaria di secondo grado l’uso del dispositivo è vietato solamente durante le ore di lezione fatto salvo che lo si utilizzi per scopi didattici.
Credo che l’uso del cellulare a scuola sia un’importante fonte di distrazione, e pertanto sono d’accordo col divieto.
La comunicazione dei giovani negli ultimi 30 anni si è evoluta moltissimo in termini di velocità. La comunicazione istantanea, un tempo propria del linguaggio orale, dell’oralità (discorsi vis a vis, telefono), è entrata a pieno titolo anche nella corrispondenza scritta. Mentre un tempo per comunicare con una persona distante era necessario scriverle una lettera o inviarle una cartolina, adesso basta accendere il proprio smartphone ed entrare su WhatsApp, l’app di messaggistica più popolare al mondo e quella più usata dai giovani.
WhatsApp è stato nel tempo aggiornato, sono state aggiunte le videochiamate di gruppo e le condivisioni di brevi video, la caratteristica principale di WhatsApp è la comunicazione in diretta botta e risposta. Un rischio derivante dall’applicazione del bottone verde è dato dal fatto che la comunicazione solo scritta è sempre filtrata; perciò, non vedendo le espressioni dell’altra persona, risulta difficile comprendere, o cercare di comprendere, i suoi stati d’animo.
Questo fa sì che la comunicazione via WhatsApp sia facilmente fraintendibile, spesso infatti possono nascere delle incomprensioni che derivano dal non avere il proprio interlocutore davanti, le emoticon non sono ovviamente in grado di trasmettere l’essenza delle emozioni che si provano, e inoltre anch’esse possono essere interpretate diversamente dall’altra persona. Con questo preambolo ovviamente non intendo dire che la comunicazione faccia a faccia non dia adito a fraintendimenti, i rapporti umani sono difficilissimi per natura, e tra i giovani lo sono ancora di più, in quanto entrano in gioco tutta una serie di dinamiche quali: la competizione, il voler apparire, la simpatia, l’antipatia ed emozioni come la vergogna, la timidezza, la rabbia, l’ansia e tanti altri.
Da un certo punto di vista si potrebbe definire anche la mia generazione una generazione digitale, in quanto con l’avvento del nuovo millennio la tecnologia ha fatto parecchi passi in avanti, soprattutto sul versante della telefonia e dei videogiochi. La generazione successiva alla mia è completamente digitale in quanto è nata con strumenti tecnologici all’avanguardia. Molti genitori in modo irresponsabile permettono l’uso del cellulare anche a bambini di pochi anni, ciò va ad incidere pesantemente sui giovani che diventeranno, l’esposizione al cellulare in bimbi così piccoli, infatti, atrofizza la struttura cerebrale proprio nei periodi in cui dovrebbe avere il massimo della plasticità al fine di permettere la formazione completa della persona di domani.
L’utilizzo massivo dei social network ha inoltre favorito la nascita di nuovi lavori quali l’influencer e il social media manager, il primo, o la prima, si occupa di creare contenuti per il grande pubblico che trasmette in diretta o in differita. Si potrebbe definire l’influencer come un’evoluzione dello youtuber, ossia il content creator (creatore di contenuti) per YouTube, la piattaforma video più famosa al mondo. Gli youtubers, figure ancora presenti nel contesto dei lavori multimediali, realizzano video afferenti alle tematiche più disparate e li caricano su YouTube, se riescono a riscuotere un certo grado di successo molte persone si iscriveranno al loro Canale, e di conseguenza il content creator, grazie ad una partnership con YouTube, dopo aver raggiunto un certo numero di iscritti, potrà iniziare a guadagnare dalle visualizzazioni che ricevono i suoi contenuti, che siano video lunghi oppure shorts. Video di 30-60 secondi che il colosso dei video ha ripreso dai Reels di Instagram, il quale a sua volta si è ispirato ai video di TikTok (social network basato sul video sharing che ha iniziato la sua ascesa nel 2016 raggiungendo il boom nel 2019 soprattutto tra gli adolescenti e i giovanissimi).
YouTube è quindi disposto a pagare i suoi partner con un alto livello di video sharing, ossia di visualizzazioni, in modo da aumentare gli ingressi sulla Piattaforma e di conseguenza i guadagni della stessa; la quale ha introdotto recentemente un abbonamento per ascoltare musica senza pubblicità (YouTube Music Premium, molto simile a Spotify, piattaforma musicale digitale che consente lo streaming, e quindi l’ascolto, on-demand di una miriade di brani). Anche Spotify è diffusissima tra i giovani e gli adolescenti, in quanto ti permette di ascoltare tantissimi brani, che selezioni da un catalogo in base ai tuoi gusti, senza pubblicità. Al contrario di YouTube Classic che trasmette alcuni secondi di pubblicità sulla maggior parte dei suoi video.
L’influencer non lavora con YouTube bensì attraverso i social, ed il social più gettonato dagli influencer è Instagram, social network che si basa principalmente sulla condivisione di foto. Instagram è nato come social di photo sharing, ossia condivisione di foto, per poi aggiungere anche i video in modo da rendere la piattaforma più accattivante, e soprattutto più interessante. Le piattaforme digitali sono continuamente in competizione per accaparrarsi più followers (seguaci) possibili, in modo da guadagnare di più attraverso le interazioni sui loro server. Come si può facilmente intuire il fine ultimo delle piattaforme digitali è sempre quello di guadagnare: si potrebbe dire che questo è lo scopo di ciascun professionista, certo, però ciò che contraddistingue le piattaforme digitali è proprio un accanimento quasi spasmodico nel voler guadagnare il più possibile quasi ad ogni costo. Facebook, che potrebbe essere definito il padre dei social network, è stato oggetto di sanzioni disciplinari per aver permesso, nel primo periodo della sua nascita, un accesso troppo facile ai minorenni, ossia una subscribe, un’iscrizione, quasi alla portata di tutti, per la quale serviva soltanto un indirizzo di posta elettronica, e non c’era nessun metodo di verifica dell’identità e dell’età anagrafica. In questo modo è stato dato uno strumento molto potente, come un social in grado di connetterti col mondo intero, a ragazzi, e spesso anche bambini, che non avevano gli strumenti per poterlo gestire. I social quindi, permettendo di iscriversi anche a bambini o adolescenti non ancora pronti, aumentano i propri follower ma allo stesso tempo tolgono tanto a bambini e ragazzi in termini di esperienze di vita e socialità. Il mondo dei social per un bambino può essere devastante, anche perché attraverso la piattaforma il bambino può accedere ad un’infinità di contenuti promossi dai vari guru del trading online, che se non utilizzati con criterio, e a volte anche se usati con criterio, possono portare ad investire e perdere grandi somme di denaro. Qualora un bambino dovesse avere accesso alle credenziali della carta di credito dei genitori, a motivo della loro trascuratezza nel custodire uno strumento così delicato, potrebbe facilmente sperperare tanti soldi col trading, inserendo le credenziali in siti fasulli oppure acquistando prodotti dal web, (anche se quest’ultima operazione necessita comunque della creazione di un account con posta elettronica e password). Ma in virtù di questo se il bambino in questione è un bambino già abituato all’utilizzo dei social allora potrà anche essere in grado di acquistare prodotti online, facendo perdere un sacco di soldi a mamma e papà.
Il social media manager è invece da intendersi come un professionista che lavora con i social network per accrescere la visibilità di un’azienda o di un libero professionista, attraverso un lavoro di grafica. Crea una brand identity spendibile sul mercato digitale e utilizza i canali social per comunicare costantemente la presenza sul mercato del cliente.
Noi giovani che abbiamo ereditato, grazie ai nostri genitori e ai nostri nonni, la libertà di comunicare le nostre idee e i nostri ideali, in questo mondo perlopiù fatto di apparenza, corriamo il rischio di farci intrappolare dal “consumismo comunicativo”.
Per concludere ci si augura che i giovani non cadano nella trappola che siano sempre pronti a tendere una mano reale all’altro e che usino le nuove tecnologie con umanità, ossia con il cuore.
Nella settimana in cui si festeggiano i cinque anni di “La riflessione politica”, Cristiana Meloni ha intervistato S.E.R. Mons. Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, Arcivescovo di Cagliari dal 2020, per esplorare il significato profondo del Giubileo. Un evento centrale, proposto dalla Chiesa ogni 25 anni, che non è solo un momento di riflessione per chi intraprende un cammino di fede, ma anche una straordinaria rilevanza storica, sociale e culturale. Indetto da Papa Francesco, il Giubileo del 2025 è accompagnato dalla bolla Spes non confundit (La speranza non delude), presentata il 9 maggio 2024 durante la cerimonia di consegna nell’atrio della Basilica di San Pietro in Vaticano. In occasione del quinto anniversario della testata, oltre all’intervista scritta, verranno proposti anche contenuti video esclusivi sul nostro sito e sul profilo Instagram, per offrire una visione più completa di questa riflessione e per condividere con i nostri lettori un approfondimento visivo del tema.
Qual è il significato profondo del Giubileo per la Chiesa, la società e la vita quotidiana di ciascuno di noi?
Nel suo significato più profondo, il Giubileo è un invito a un cammino di conversione personale e di cambiamento. Ogni venticinque anni, secondo la tradizione, la Chiesa lo propone con alcune caratteristiche fondamentali: la richiesta di riconciliazione, il pellegrinaggio come simbolo e realtà dell’uomo in cammino, e gli atti di misericordia a favore dei fratelli più bisognosi. L’incontro vivo con Dio diventa così occasione di trasformazione personale, ecclesiale e sociale. In questo contesto si recupera anche l’antichissima esperienza del Giubileo del popolo d’Israele, che implicava una riflessione su Dio come colui che sollecita un cambiamento sociale, attraverso la liberazione degli schiavi, la remissione dei debiti e la ridistribuzione della terra. Questo significa che l’incontro con Dio non può non tradursi in una revisione dei rapporti umani all’interno della società, soprattutto in termini di liberazione di chi è oppresso.
Cosa ha significato per lei vivere in gioventù un Giubileo? C’è un parola, un momento, qualcosa che è rimasta nel suo cuore e che l’ha accompagnata per tutto il suo cammino?
Ricordo in particolare i Giubilei del 2000 e del 2016, dedicato alla Misericordia. Mi è rimasta impressa un’idea fondamentale: il tema della porta e l’azione di varcarla. Quando una porta si apre, compare una soglia, un invito a fare un passo in più verso la liberazione, la riappropriazione della vita, la condivisione con i fratelli. Quel momento di misericordia, segnato dall’attraversamento della porta – grande simbolo di Cristo – ha rappresentato per me l’urgenza di avanzare sempre, di non fermarsi mai. L’idea della porta è inoltre legata a quella del pellegrinaggio: un cammino che simboleggia la Chiesa, ma anche ogni persona che si scopre viandante. C’è sempre una meta, ci sono compagni di viaggio, c’è qualcosa da raggiungere, una ragione per continuare a camminare. Mai stanchi, mai fermi, ma sempre pronti a riprendere il cammino anche dopo un inciampo.
La fede, allora, come cammino che si fa con gli altri e la fede come porta, da attraversare sempre.
Soffermandoci in particolare sulla speranza – faro che illumina la Chiesa nel cammino giubilare – cos’è per lei la speranza? Come la si può trovare e custodire in una realtà fatta di sfide e ingiustizie?
La speranza è una dimensione che accomuna tutti e che permette di condividere con i fratelli, a prescindere dal credo, un aspetto fondamentale: il rapporto con il futuro. È un legame profondo con gli interrogativi più intimi che muovono il nostro cuore. La speranza, infatti, è attesa, è desiderio di un bene futuro.
È la ragione per cui si fa politica, si organizza la propria vita, ci si sposa, si accoglie una nuova vita, si fanno sacrifici per le persone che si amano. Senza speranza non si può amare, perché l’amore ha bisogno della certezza di un futuro, di un compimento. Credo che, nonostante i tragici errori della storia, questa attesa di un bene appartenga all’essenza più profonda dell’uomo.
Il Papa, parlando della speranza, la identifica con il desiderio di felicità. Chi non desidera la felicità? Ma cosa la dona davvero? In che modo la si può raggiungere? E come condividerla con gli altri? Senza saper riformulare così il tema della speranza, non è possibile nemmeno amare, perché l’amore esige desiderio e attesa di un bene che si può realizzare e che non delude.
Anche la politica, in questo senso, ha bisogno di speranza: ha bisogno di saper disporre le risorse presenti in funzione di una visione futura. Senza questo respiro, senza una prospettiva che sappia orientare e organizzare le forze attuali, la politica si riduce a mera gestione o semplice amministrazione del potere.
Il perdono e l’esperienza di misericordia, altri temi centrali del Giubileo, come si possono declinare nella nostra vita quotidiana e, in particolare, in quella di chi è ferito dagli eventi o dalla propria storia personale?
Il Papa ha avuto un’intuizione molto importante: ci chiede di trasformare i segni dei tempi in segni di speranza. Davanti alle piaghe del nostro tempo – pensiamo alla guerra, alla crisi ambientale, alla pesantezza del cuore che impedisce a tanti di amare e che spesso si trasforma in violenza verso gli altri – siamo chiamati a tramutare tutto questo in un cammino di speranza, attraverso opere di misericordia.
È fondamentale, però, individuare un difetto di fondo. Perché, ad esempio, tanti rapporti affettivi si trasformano in gabbie? Perché manca la speranza in un bene futuro, e tutto diventa preda di un possesso egoistico e violento. Perché spesso non siamo capaci di pensare alle generazioni future e tendiamo invece a consumare la terra e l’ambiente come se fossero di nostra esclusiva proprietà? Perché manca una visione adeguata del futuro e della nostra responsabilità verso gli altri.
Il perdono, allora, diventa la possibilità di ricominciare, di aprirsi a un futuro che custodisca la memoria del passato, ma senza esserne condizionati o oppressi. Questo è possibile solo in Dio, che fa nuove tutte le cose e permette un continuo ricominciamento.
Il pellegrinaggio, altro grande simbolo, ci insegna che questo non è realizzabile solo con la volontà del singolo o con uno sforzo ascetico. È possibile solo all’interno di un cammino paziente, in una richiesta di amicizia, nella Chiesa, con altri amici e compagni di viaggio, e attraverso un dono che possiamo solo domandare.
Pensando in particolare ai giovani, molti di loro oggi si trovano a fare i conti con ansia e depressione, proprio in quella fase della vita in cui sono chiamati a crescere e fiorire. Quale messaggio vorrebbe rivolgere a loro?
Questo è un segno drammatico della mancanza di speranza: il futuro appare come una minaccia, anziché una promessa. Per sperare, infatti, è necessario aver ricevuto la promessa di un bene più grande delle incertezze e delle difficoltà. Il Papa esorta a stare vicini ai giovani, ma questo richiede adulti capaci di condividere le loro speranze, di trasmettere ciò che vedono, di farsi compagni nei loro desideri.
Ai giovani direi: non abbiate paura dei vostri desideri! Pensate e desiderate cose grandi, cercate la vera felicità! La mancanza di speranza, infatti, può portare a un atteggiamento opposto: per soffrire di meno, si finisce per desiderare di meno, accontentandosi di cose ridotte. No! Non abbiate paura della speranza, né dei vostri desideri e delle vostre attese. Accettate di farvi accompagnare, di diventare figli, compagni di cammino di qualcuno nel cui volto, nelle cui parole e nei cui atteggiamenti possiate intravedere un bene da seguire, magari persino da invidiare.
Di recente è stato celebrato anche il Giubileo delle comunicazioni a Roma. Cosa direbbe ai giornalisti, che spesso si trovano a raccontare notizie in cui la speranza sembra soffocata? Come possono, nel loro lavoro, farsi strumenti e messaggeri di speranza senza rinunciare alla verità?
Attraverso l’incontro con testimoni, affinché la lettura dei fatti sia guidata anche dall’esperienza di uomini e donne di speranza. Italo Calvino, parlando dell’inferno, diceva che ci sono due modi per non soffrirne: uno è farne parte, adottandone le dinamiche di violenza e pregiudizio; l’altro è scorgere “ciò che inferno non è”, quei punti di luce e di speranza, e dare loro spazio e voce. Bisogna raccontare la vita nella sua drammaticità, ma anche saper riconoscere e testimoniare ciò che appartiene a dimensioni diverse: la riconciliazione, il perdono, la volontà di ricostruire un mondo nuovo, il rifiuto della violenza come strumento di affermazione di sé. Se guardiamo con attenzione, vediamo tanti segni di speranza, e il giornalista, nel raccontare la realtà, non deve aver paura di cercarli e di dar loro spazio.
Guardando al futuro cosa spera che questo Giubileo lasci in eredità alla Chiesa e al mondo intero?
Nutro diverse speranze. Anzitutto la capacità di dialogare con il desiderio di felicità di tutti gli uomini, perché il messaggio cristiano deve sapersi offrire al desiderio di felicità e di bene di ogni uomo. La Chiesa, dunque, leggendo questa speranza tormentata nel cuore degli uomini, deve imparare a farsi compagna di viaggio, del pellegrinaggio di ciascuno. Per quanto riguarda il tema del perdono, la riconciliazione, rappresenta la vera alternativa alla guerra: quella che viviamo nei rapporti personali, nel rapporto con noi stessi e anche tra popoli. La Chiesa, quale fattore di riconciliazione, deve saper promuovere l’amicizia, il riconoscimento reciproco, il cammino insieme come una vera forma di novità del mondo. Un altro desiderio è la capacità di entrare nella sofferenza degli uomini portando segni di misericordia e speranza, aiutandoli a non accomodarsi ma a rimettersi in cammino.
Viviamo in un’epoca in cui molte persone si sentono lontane dalla fede o disilluse della istituzioni religiose. Cosa direbbe a chi pensa che il Giubileo non lo riguardi?
Direi di guardarlo con attenzione e con speranza. Non lasciarsi toccare è già un segno di rinuncia, e la rinuncia non fa bene. Il tema della speranza riguarda tutti. Da un lato, quindi, è importante tornare a riflettere sui propri desideri e sulle proprie attese; dall’altro, provare a guardare – se non con curiosità, almeno con una certa attenzione – quelle luci che, magari, si intravedono anche nella nebbia del presente.
Esistono, in ogni situazione della vita di ognuno, momenti decisivi, da cogliere, poiché il tempo che normalmente scorre – kronos– diventi il tempo ‘opportuno’ , kairos.
Re Davide- Nicola- che nella sua prima conferenza stampa aveva citato Whitman, sicuramente conoscerà la differenza. Ci sono partite da vincere, e Cagliari- Parma è una di queste. Nicola,perciò, presenta quella che, ormai, può essere la sua formazione tipo, con Viola, autore della prima occasione cagliaritana dopo due minuti, ormai stabilmente al posto di Gaetano.
Se il campionato fosse finito prima dell’inizio della gara di oggi, il Parma sarebbe retrocesso: perciò il ‘kairos’ riguarda forse più i ducali: infatti, a Viola, rispondono con due occasioni , la seconda delle quali, con Camara, ad alto rischio per la difesa sarda. In genere, il Parma ha il predominio del gioco, mentre i padroni di casa ripartono, come nel caso del colpo di testa di Piccoli al 18mo e, soprattutto, col tiro sul primo palo di Felici, da sinistra, al 21mo. Ma se due indizi non fanno ancora una prova, col palo sul colpo di testa di Mina sul successivo angolo abbiamo la prova che la partita, nonostante il nuovo tentativo di Camara, sta cambiando. 25 minuti e già tante emozioni: la più forte delle quali arriva ora, col portiere ducale Suzuki che si lascia, per un attimo, sfuggire la palla: ma non c’era nessuno in agguato.
Al 30mo, Zortea, uno dei più attesi dopo le ultime prestazioni impreziosite dai goal, calcia alto dal limite; poco dopo esce Djuric per infortunio: lo fa tra gli applausi, ed è bello sentirsi circondati da un pubblico sportivo. I bambini della ‘Curva Futura’ hanno avuto un bell’esempio.
Prima della fine del primo tempo sono chiari, ormai, i protagonisti principali delle due squadre: Viola per i padroni di casa – che al 35mo arriva a calciare rasoterra da centro area senza fortuna- e Camara per i ducali, a cui al 38mo annullano un goal per fuorigioco.
Al termine del primo tempo, qualche fischio, ad accompagnare l’uscita dei giocatori da un primo tempo equilibrato, in cui forse è mancato il mordente del ‘cogli l’attimo’, del ‘carpe diem’.
Nella pausa, qualche annotazione a margine: il 6 febbraio del 1987 nascevano gli Sconvolts, cuore storico, nel bene e nel male, del tifo cagliaritano, ancora pulsante. La loro coreografia per l’occorrenza si è meritata il posto d’onore in questa cronaca.
L’inizio della ripresa è segnato da una serie di errori dei padroni di casa, una sorta di sfilacciamento, forse segno di nervosismo: il Parma, infatti, conquista campo e fallisce il colpo letale davanti alla porta con Bonny e Camara, che non riescono a colpire bene la palla, e Keita, che sfiora il palo. Crescono i fischi.
Tra questi, però, cominciano a volare sulla fasce Augello, Felici e Zortea: se il tempo opportuno fugge, come il vento, si deve solo correre; sulla fascia sinistra si invola Felici, il cui cross trova la testa di Adopo, leggermente deviata, a spiazzare Suzuki. 1-0. La gara non perde di intensità: capovolgimenti di fronte continui, viso aperto di chi vuole portare dalla propria parte il destino.
Eccolo, il destino, si presenta ai coraggiosi, ai giovani, ai puri: al 68mo, l’esordio in rossoblù del giovane neoacquisto Coman; due minuti dopo, proprio lui, raddoppia dopo uno scambio con Gaetano con uno splendido tiro dal limite. Senza timore, con sicurezza: il destino lo devi domare. Lo stadio esplode di gioia per questo ragazzo, arrivato, forse, tra i pregiudizi.
Durante la rincorsa del tempo, e del suo fluire rapido, bisogna soffrire: ecco, al 78mo, il perfetto colpo di testa di Leoni da calcio d’angolo. Difesa distratta e denti da stringere ancora, per quindici minuti.
Al fischio finale, una gioia liberatrice: è passato il tempo opportuno, e il Cagliari ha colto l’attimo. La salvezza è più vicina.
L’azienda padovana Gefarm, che ha lanciato UNO e DUO, sistemi di accumulo al sale riciclabili ed ignifughi, ha trovato un partner a Dubai: nel triennio previsti progetti per installare molti megawatt anche in India e Egitto. Il Presidente, Giovanni Rocelli: “Mercato delle batterie in crescita, il sale è la risposta ai problemi dell’inquinamento: ora l’espansione anche in Italia”. Il reparto ricerca e sviluppo è in Sardegna, i partner di prodotto tra Svizzera e Italia
La fine dell’era del carbonio è prossima. I combustibili fossili inevitabilmente saranno sostituiti da quelli provenienti da fonti rinnovabile, sia perché finiranno sia perché non potremo permetterci ancora a lungo i livelli di inquinamento che causano. Nella svolta green in corso uno degli asset strategici saranno le batterie, ossia la possibilità di accumulare l’energia in eccesso e non immediatamente utilizzata dalla rete. Per questo, si stanno cercando soluzioni sempre più ecologiche per il mercato dello storage, secondo recenti analisi collegate alla matrice “McKinsey”, nel mondo varrà oltre i 150 miliardi fino al 2030. In questo ecosistema economico opera GEFARM, start up nata nel 2021 ed incubata dal 2022 al Le Village by CA Triveneto con sede a Padova, fondata da Alessandro Marcuzzi, manager con esperienze nei settori commerciale e del marketing e di ricerca prodotto in svariate aziende. La start up dalla sua nascita lavora assiduamente con l’obiettivo di creare dei sistemi di accumulo innovativi e in ottica green, rivolti sia al settore privato che a quello commerciale e industriale. La giovane azienda è arrivata ad un punto di svolta in questo inizio del 2025. Dopo aver ottenuto nel corso del 2024 oltre un milione di euro di finanziamenti grazie all’entrata nel capitale sociale della Holding GIO2 di proprietà del Presidente Giovanni Rocelli ed esser arrivata alla produzione dei primi lotti, adesso è in arrivo una nuova opportunità commerciale. È stata infatti aperta una nuova azienda, la GEFARM INVESTMENT LLC a Dubai con la partnership di ABWAB HOLDING LLC con l’obiettivo di diffondere la tecnologia italiana negli Emirati Arabi, all’interno di maxi progetti green che sono in corso di realizzo.
“Il rapporto tra GEFARM e i nostri nuovi soci d’affari a Dubai è nato grazie al dottor Sameh Salama un consulente che opera nell’area da una quindicina d’anni”, spiega il Ceo di GEFARM, Alessandro Marcuzzi. “Abbiamo iniziato a ragionare attorno alla fattibilità di un singolo progetto, poi, dopo una serie di incontri da loro, abbiamo capito che c’era la possibilità di crescere assieme. Per noi è una sfida enorme, si tratta di svariati milioni di euro e di qualche centinaia di megawatt da installare, un cambio di paradigma reale sui temi dell’energia green”. La partnership commerciale è nata sotto l’egida di Sua Altezza lo Sceicco Hasher Bin Maktoum Bin Juma Al Maktoum, grazie alla rete di dialogo internazionale che ha avuto come vertici il governo di Dubai, tra cui il Dipartimento dell’Economia e del Turismo, la Camera di Commercio di Dubai, la Direzione Generale della Residenza e degli Affari Esteri (GDRFA). A sostenere la partnership Karthik Balasubramanian, Partner e Family Wealth di ABWAB Holdings L.L.C., il Consigliere Dr. Sameh Salama e il team di Shangri-La Dubai su Sheikh Zayed Road, l’Horizon Club e Falak Tayyeb Platinum Government Services LLC Together. “L’operatività a Dubai è già iniziata, stiamo entrando nei nostri nuovi uffici”, annuncia Giovanni Rocelli, Presidente di GEFARM. “La prima fase si concentrerà su una maxi opera nell’area di Dubai. Ma i nostri partner ci hanno assicurato l’interesse per progetti anche in India e Egitto sui quali stiamo lavorando. Siamo orgogliosi di trasportare il nostro know how italiano all’estero e aiutare la transizione verso un’economia sempre più green”.
Il modello di business di GE FARM è basato sullo sviluppo di nuovi sistemi di accumulo di energia basati sulla tecnologia innovativa delle batterie al cloruro di sodio e nichel prodotte dalla società svizzera HORIEN, partner della start up. GEFARM è partita dalle batterie e ha realizzato un ecosistema dedicato al mondo dell’accumulo con inverter e cabinet di proprietà, assemblati negli spazi produttivi in Friuli Venezia Giulia, il centro ricerca e sviluppo è in Sardegna, mentre il quartier generale è a Padova in via Savelli. “Ci impegniamo a plasmare un futuro sostenibile e innovativo”, precisano Marcuzzi e Rocelli. “A Dubai forniremo sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS), tecnologie all’avanguardia per batterie a base di sale per uno stoccaggio efficiente e sostenibile dell’energia. Ma garantiremo anche il controllo della gestione dell’energia (EMC) con soluzioni avanzate di automazione degli edifici per ottimizzare l’efficienza energetica. Non solo, metteremo in campo anche sistemi di ricarica per veicoli elettrici caricar: soluzioni rivoluzionarie per l’infrastruttura dei veicoli elettrici. Questa impresa è in linea con la visione degli Emirati Arabi Uniti per un futuro più verde e sostenibile e siamo entusiasti di svolgere un ruolo fondamentale nel guidare questi progressi”.
La batteria al sale, peraltro, è sempre più al centro dell’attenzione di chi si occupa di energia perché non è sensibile agli sbalzi termici, ha una lunga vita ed è sufficiente portarla in discarica dove verrà considerata come un normalissimo rifiuto elettronico: non sono tossiche per l’uomo, sono riciclabili e non hanno il rischio di incendio. Il sale usato per le batterie segue un ciclo di estrazione classico che prevede l’evaporazione dell’acqua marina in vasche. Con l’utilizzo di batterie al cloruro di sodio/nichel, GEFARM si affida solo a processi che rispettano l’ambiente. In particolare, hanno una lunga durata (prevista sui vent’anni) e non hanno bisogno di manutenzione; la loro efficienza non cala con l’utilizzo (quindi non soffrono del cosiddetto effetto memoria). Sul fronte dei limiti, la batteria ha bisogno di 10-12 ore di warm up iniziale all’avviamento per arrivare alla temperatura interna operativa (260°C), prima di poter cominciare un nuovo processo di carica e scarica: per questo non è funzionale per ricariche veloci o utilizzi irregolari, come capita ad esempio con le automobili.
Il termine Gender gap indica il divario tra il genere femminile e quello maschile nel mondo. Questo fenomeno ha effetti su molti ambiti sociali, tra cui educazione e istruzione, occupazione, retribuzione e rappresentanza politica. Non solo, ha implicazioni nel limitare le opportunità individuali delle donne ma, ha anche un impatto negativo sull’economia e sullo sviluppo sociale, tanto da rappresentare una sfida complessa e multi-sfaccettata che richiede interventi coordinati a livello locale, nazionale e globale da parte di governi, settore privato e società civile. L’argomento è stato approfondito dalla sottoscritta, Marta Meloni, laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con orientamento economia e lavoro.
Il Gender gap nel mondo del lavoro rappresenta una delle sfide più significative e persistenti nel panorama socioeconomico contemporaneo. Nonostante i progressi compiuti in termini di diritti e opportunità, le disparità di genere continuano a manifestarsi in diverse forme, tra cui differenze salariali, accesso a posizioni di leadership e opportunità di carriera. Secondo il Global Gender Gap Index (GGGI)2024, a livello globale è stato raggiunto un livello di equità pari al 68,5%. Ciò significa che per raggiungere la parità di genere sono necessari ancora 134 anni superando di gran lunga l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile del 2030. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), evidenzia che il Gender pay gap, indice della disparità salariale per il quale, a livello globale, le donne tendono a guadagnare meno rispetto agli uomini, anche in condizioni di parità di ruolo e competenze, rappresenta una delle maggiori ingiustizie all’interno del mercato del lavoro. Inoltre è stato dimostrato che un maggiore coinvolgimento femminile comporterebbe un aumento significativo del PIL globale. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, nel 2022, la retribuzione lorda delle donne era inferiore al 12,7% rispetto a quella degli uomini. Inoltre, i settori Stem, come tecnologia, ingegneria e finanza tendono ad avere una presenza maschile dominante.
Le donne sono spesso sottorappresentate in ruoli di leadership. Questo fenomeno di segregazione verticale è stato descritto dalla scrittrice americana Marlin Loden nel 1978 con la metafora “glass ceiling” o soffitto di cristallo, con l’intento di descrivere tutte quelle barriere invisibili, tutti quei pregiudizi taciuti, impliciti e radicati nella cultura ma al contempo tangibili e insormontabili che ostacolano la donna nell’espressione delle sue potenzialità nel mondo del lavoro e tutti quegli stereotipi di genere che persistono anche nei processi di assunzione, promozione e valutazione avendo un impatto negativo sulle sue opportunità di carriera.
Il genere, differentemente dal concetto di sesso che si riferisce a una distinzione biologica e anatomica, riguarda l’identità e non è altro che la costruzione sociale e culturale dei ruoli, delle norme e delle aspettative associate all’essere maschio o femmina. Il patriarcato, termine che deriva dal greco patriarkhēs, che significa letteralmente “la legge del padre”, è stato determinante nel plasmare i ruoli tradizionali, rafforzando l’idea che gli uomini fossero naturalmente più adatti a un ruolo di capofamiglia e a posizioni di leadership e che le donne fossero più inclini a occupazioni che richiedono cura e sostegno, generando degli stereotipi di genere che si riflettono ancora oggi in processi di educazione e socializzazione. Quale istituzione sociale avrebbe potuto assicurare la continuità di un sistema così strutturato, se non il matrimonio? Infatti, secondo il diritto romano, il termine matrimonio, derivante dalla parola latina matrimonium, letteralmente significa “doveri di madre” proprio per enfatizzare l’importanza della finalità procreativa all’interno dell’unione. Secondo uno studio pubblicato da Science nel 2017, nota e prestigiosa rivista scientifica, le bambine, a partire dai sei anni, all’inizio della loro carriera scolastica, cominciano a perdere fiducia in loro stesse e tendono a ritenersi meno intelligenti e brillanti rispetto ai loro coetanei maschietti a causa di un’acquisizione precoce di nozioni stereotipate, che ne influenza interessi e aspirazioni. Nell’infanzia, uno dei contesti più emblematici in cui emerge il Gender gap, è quello delle attività ludiche. Infatti, il gioco, strumento di apprendimento fondamentale per lo sviluppo cognitivo e sociale, riveste un ruolo cruciale nella formazione delle identità di genere. Giochi tipicamente commercializzati per maschi, come costruzioni, automobiline, robot, puzzle e altri ancora, facilitano l’acquisizione di capacità visuo-spaziali, logiche di problem-solving e competenze connesse a materie STEM. D’altro canto, bambole, set da cucina e peluche, definiti prettamente giochi per femmine, espongono a un apprendimento differenziato verso competenze relazionali e comunicative e abilità sociali associate a professioni legate alla cura e al servizio. Queste rappresentazioni influenzano profondamente i bambini contribuendo a consolidare ruoli di genere rigidi: assorbono totalmente questi messaggi culturali, iniziano a pensare, ad agire, a modellare il loro futuro e a impostare percorsi di carriera in base ad essi.
I dati statistici forniti dell’Unesco ne danno conferma. Attraverso il report 2022- 2023, viene dichiarato che solo un terzo delle donne a livello mondiale è laureato in materie STEM. Questo è ciò che viene tecnicamente definito “Gender dream gap” secondo cui, sin dall’infanzia condizionamenti socioculturali plasmano le aspirazioni di carriera delle donne, stroncando sogni e ambizioni.
Il Gender gap nel mondo del lavoro non è solo una questione di numeri o statistiche ma riguarda soprattutto vite, aspirazioni e potenzialità inespresse.
Abbracciando la diversità e l’inclusione, possiamo plasmare un futuro in cui ognuno ha la possibilità di brillare e di esprimere appieno il proprio talento a prescindere dal genere. In questo scenario ideale, le diversità non sarebbe solo un valore aggiunto, ma la norma.