Il racconto del Cagliari: si è dato tutto, ma quel tutto sembra pochissimo.

di Daniele Madau

Foto della detentrice dei diritti Ansa

Unipol Domus, 18ma giornata/ CAGLIARI – INTER 0-3 (0-0)

CAGLIARI (4-3-2-1): Scuffet; Zappa, Mina (46′ Wieteska), Luperto, Obert (59′ Marin); Zortea, Gaetano (59′ Pavoletti), Augello; Adopo, Makoumbou (72′ Viola); Piccoli (84′ Felici).  . All.Nicola.

INTER(3-5-2): Sommer; Bisseck, De Vrij, Bastoni; Dumfries, Barella (73′ Zielinski), Calhanoglu (79′ Asllani), Mkhitaryan (79′ Frattesi), Dimarco (73′ Carlos Augusto); Thuram (79′ Taremi), Lautaro. All. Inzaghi.

ARBITRO: Daniele Doveri (Roma 1).

GOL: 54′ Bastoni (I), 70′ Lautaro (I), 78′ rig. Calhanoglu (I).

ASSIST: 54′ e 70′ Barella (I).

SPETTATORI: 16.500- Tutto esaurito

Non è semplice scrivere di Cagliari- Inter dopo aver visto, trasmesso un paio di sere fa in tv, il film ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’. Su Riva. Sul Cagliari dello scudetto. Sulla Sardegna. Ma, soprattutto,  su un mondo che non c’è più e di cui, forse, son rimasti solo i retaggi peggiori, anche nel calcio.

Ho iniziato a scrivere al 70mo, quando Barella,  il grande ex, esce, fischiato: forse negli epici anni ’70 non sarebbe successo, perché i campioni si rispettavano o, forse, perché un giovane campione sardo non avrebbe lasciato Cagliari.

Si era sul 2-0, reti, nella prima parte del secondo tempo, di Bastoni e Lautaro, il redivivo. Poco dopo, il 3-0, su rigore di Chalanoglu. La sensazione è quella di un qualcosa di atteso e inevitabile,  nonostante si viva di speranze e di nostalgie di miracoli, spesso visti dagli spettatori durante la carriera di re Davide Nicola, che ha un passato taumaturgico.

In questa tiepida notte tra Natale e Capodanno,  tuttavia, tutto è prosaico per noi sardi in riva allo stagno di Molentargius: la poesia è in tribuna, dove siede Zola, e il desiderio di riscatto dall’Inter degli industriali, che solo per il gusto di non vedere Riva alla Juve aveva comprato il Cagliari con sprezzante sfoggio di denaro,  resta strozzato in gola.

Appeso a un primo tempo coraggioso, ordinato e benaugurante; agonizzante, però,  davanti ai primi colpi di classe degli avversari,  che potevano permettersi di sbagliare da un metro dalla linea di porta con Lautaro: ‘matador’ che, come scritto, poco dopo avrebbe ritrovato il goal dopo un mese e mezzo.

Sino alla resa finale, inevitabile, data la sproporzione in campo.

Come ripartire? Forse dal mercato,  che deve colmare lacune in ogni reparto. Dal carattere, perché ci ricordavamo un Cagliari abituato a lottare sino alla fine. Dall’allenatore? Ai dirigenti cagliaritani l’ardua sentenza.

Finisce tra i fischi, con la sensazione di aver dato tutto e che quel tutto sia pochissimo. Si contesta. Sarebbe successo nei tempi epici, quelli che ora vediamo solo nei film? Forse no ma, se ora siamo ancora qui,  è grazie a ciò che abbiamo costruito allora. È tempo di prosa e fango: torneranno i prati, tornerà la poesia?

Un po’ di Natale, per conoscerlo meglio

di Daniele Madau

il ‘Tondo Doni’ di Michelangelo
Jasmine, 10 anni, salvata in mare dopo due giorni alla deriva

Quando si dice – per sottolineare il paradosso – che Gesù non è nato né il 25 dicembre né nell’anno zero, si dice la verità: in effetti, poche informazioni precise si possono avere di un evento accaduto in un paese sperduto di una remota parte del mondo, allora non ancora del tutto sottomesso a Roma. Stiamo davvero parlando di una delle ‘periferie’ che, come accade ancora oggi, non aveva né storici ufficiali né uffici stampa. Inoltre, stiamo parlando di un’umile coppia di genitori, che non apparteneva a nessuno dei ceti privilegiati. La data del 25 dicembre, allora, è frutto di ciò che viene chiamato ‘sincretismo religioso’, definizione che indica l’appropriazione da parte di una religione di elementi propri di altri credi: nell’antica Roma il 25 dicembre veniva festeggiato Mitra, il dio del sole invincibile (sol invictus). Quando però l’imperatore Costantino, intorno al 330 d.C., si convertì al cristianesimo, il 25 dicembre si incominciò a festeggiare non più il “Natalis solis” ma il “Natalis Christi”. Siamo subito dopo il solstizio d’inverno, in cui il sole si riappropria, piano piano, del suo potere sulle tenebre e l’oscurità: se pensiamo alle mille luci del nostro Natale, allora, possiamo capire quale significato di speranza e di vita si celi dietro questa simbologia di luci che, per la tradizione cristiana, è incarnata in un bambino nato povero, in una periferia. Per quanto riguarda la data, gli studiosi generalmente indicano la nascita di Gesù tra il 7 e il 4 a.C. Secondo la maggior parte degli storici, infatti, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato, e vi sono anche oggi, ripetute proposte di altre date.

La datazione tradizionale risale al monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo. Questa datazione si discosta, comunque, solo di uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II-III secolo. Stiamo parlando, dunque, di una tradizione davvero millenaria, bimillenaria, sulla quale non è opportuno ragionare di date, a meno che non lo si faccia di professione o non si abbiano curiosità erudite. Lo stesso discorso vale per il racconto della Natività che, dopo gli elementi forniti da Matteo e Luca – gli evangelisti della Natività stessa -, si è arricchito dei dettagli dei vangeli apocrifi, ricchi di particolari perché nati proprio per sopperire a quella mancanza. Mancanza comprensibile, dato che i testi più antichi del Nuovo Testamento risalgono a circa il 50 d.C. e in cui non vi era traccia di bue, asino e del numero dei magi. Circa millecento anni dopo, San Francesco, poco prima di morire, realizzò a Greccio il primo presepe della storia, per rivivere la povertà in cui nacque Gesù.

In quei testi si parlava, per la prima volta in ambito religioso, di un Dio che diventava uomo, nascendo da una ragazza ebrea e non perdendo nulla della sua divinità. Erano già esistite divinità che avevano assunto forma umana, ed esisteva già il monoteismo. Ma nessuno aveva mai parlato dell’unico Dio che, nascendo da una donna, come tutti noi, condividesse la condizione umana.

E allora, forse, si può aspettare il Natale riflettendo su questo: che la nascita è qualcosa che ci accomuna tutti e tutti rende vicini e fratelli, vicini e sorelle. Laicamente, tutti siamo nati e venuti al mondo, col pianto e avvertendo il freddo, come già cantava Leopardi. Dopo aver riflettuto su questo, sarebbe bello il silenzio, un altro dei simboli del Natale: il silenzio di un cielo d’inverno, limpido e terso, in cui le luci delle stelle risaltano di più.

Qust’anno, il 24 dicembre – domani – si aprirà la porta santa del giubileo a San Pietro, esattamente 725 anni dopo la prima apertura, quella di Bonifacio VIII che, venendo incontro alle innumerevoli richieste e alla forti pressioni dei pellegrini i quali – non potendo più recarsi a Gerusalemme – andavano a Roma, concesse un anno di remissione dei peccati e di estinzione di ogni pena. Il giubileo ha radici nell’Antico Testamento, dove il libro del Levitico (25:8-13) descrive un periodo di liberazione e grazia, celebrato ogni 50 anni. In quel tempo, che si apriva al suono di un corno di capra (yobel), i debiti venivano cancellati, gli schiavi liberati e le terre restituite ai proprietari originari.

Il 26 dicembre, però, si aprirà anche una porta santa in carcere, il luogo in cui i debiti si pagano per poter ritornare liberi ed essere accolti nuovamente dalla società, rinnovati.

E’ un’altra immagine simbolica e forte, di ogni nostro debito, errore, colpa o senso di colpa, che non dovrebbe mai avere l’ultima parola. Neanche la colpa terribile, di una società intera, di aver lasciato una bambina di 10 anni -Jasmine – in balìa del mare d’inverno per due interi giorni, prima di essere salvata dai soccorritori delle Ong. E’ una nuova Natività, questa, perché Jasmine si è salvata e ha avuto accanto un uomo e una donna che l’hanno accudita, in una sacra famiglia più bella di quella di Michelangelo. Che bel Natale, quello in cui una bambina migrante, salvatasi miracolosamente, è un nuovo segno di speranza.

Oltre il silenzio

di una ragazza che sa che non smetterà mai di lottare

E’ passato quasi un mese dal 25 novembre ma le luci non devono abbassarsi sulle violenze, fisiche e psicologiche, che ancora un numero inaccettabile di donne subisce. Per questo – come sempre ha fatto, con orgoglio, ‘La Riflessione’ – riceviamo e pubblichiamo volentieri questa testimonianza di una giovane donna, che sa che non smetterà mai di lottare.

Sono donna, credo che questo lo vediate tutti, ma sapete anche cos’è normale che io senta, subisca, veda in quanto donna? Io so com’è la mente di un uomo, so cos’è normale che succeda a una donna in famiglia. Nessuno ne parla, si sa da sempre, i fratelli e i padri sono gelosi, cercano di tenere le loro figlie in delle teche di vetro, lontane dagli uomini sbagliati, da quello che si sa essere un mondo sbagliato per noi donne. Tante volte mi vestivo bene, volevo solo sentirmi bella ma ogni volta venivo messa in ridicolo: “Ma dove credi di andare vestita così?”. Oppure ricevevo minacce: “Tu non ti vesti così, non ci pensare nemmeno. La gente che ti vede per strada cosa penserà?”. Per tanto tempo l’ho vista come una cosa fatta contro di me, forse i miei fratelli o mio padre non mi trovavano bella ed ero davvero ridicola. Col tempo ho iniziato a nascondermi, non mi truccavo mai, indossavo abiti che mi lasciavano indefinita, camminavo per strada a testa bassa con il timore di poter essere giudicata. Guardavo la bellezza come un pericolo: ‘se mi mettessi quel vestito corto la gente cosa penserebbe? Se mi fossi messa quel rossetto mi avrebbero guardato con disgusto?’ Ma col tempo ho capito, i miei fratelli hanno sempre guardato le belle ragazze ma sapevano anche i rischi che quelle ragazze correvano, sapevano qual’era il prezzo della consapevolezza di essere belle e il desiderio di essere viste, di essere libere in un mondo che conosce solo figlie rinchiuse e madri terrorizzate. Senza accorgermene ero stata rinchiusa in una gabbia mascherata da vestiti larghi e commenti denigratori, ero stata rinchiusa per gelosia e desiderio di possesso, una cosa che per il semplice fatto di essere donna è normale. Ho conosciuto altre ragazze che come me erano state messe in gabbia dalle loro famiglie, una di queste si chiamava Federica. Federica vive a Cagliari con la sua famiglia ed è la sorella maggiore di tre, è una brava ragazza, prende voti alti e ascolta sempre i suoi genitori. Il tempo passa e Federica diventa una bella ragazza, qualche ragazzo le fa la corte e le chiede di uscire, il padre di Federica non glielo permette, alza la voce e diche che Federica deve stare a casa a badare ai suoi fratelli. Federica obbedisce anche se non lo trova giusto, tuttavia il suo sguardo rimane puntato sulla finestra, vuole uscire. Federica insiste, dice che questo ragazzo che ha conosciuto le piace tanto e ci tiene ad uscire, il padre alza sempre di più la voce e senza neanche pensarci tira uno schiaffo sul bel visino di Federica. Lei cade a terra e coi suoi occhi pieni di lacrime guarda suo padre, perché lo aveva fatto?. Federica si accarezza la guancia, da quel giorno inizia a vivere una vita segreta, che la sua famiglia non conosce, esce la sera sgattaiolando dalla finestra e va a dormire sognando il giorno in cui se ne potrà andare. Quel giorno finalmente arriva, suo padre non è d’accordo ma ormai può già assaporare la libertà e non lo ascolta, si fa aiutare dalle sue amiche per prendere le sue cose e va via di casa. Certe notti le passa ripensando a quanto suo padre le avesse fatto del male, rinchiudendola in casa e soffocando le sue necessità con le urla o le mani, suo padre con la scusa di proteggerla la stava soffocando con le sbarre di una cella che la schiacciavano ogni giorno di più. Il tempo cura ogni ferita e adesso Federica è laureata in medicina e fa l’anestesista, da poco è diventata anche mamma di una bambina. Federica non è più una ragazza, ma ricorda il peso di essere nata donna in un mondo come il nostro, vede negli occhi di sua figlia la possibilità di cambiare, di darle quella libertà e spensieratezza che lei non ha mai avuto. Insegna a sua figlia di non spaventarsi mai davanti alle urla di un uomo, che la sua bellezza deve essere mostrata come un quadro in un museo e non rinchiusa come dei soldi in cassaforte. La sua libertà non deve essere commentata o discussa da nessuno. Certi uomini la temeranno, altri la guarderanno con disprezzo, ci sarà anche chi la guarderà con amore e desiderio, una sola cosa non cambierà, nessuno tra questi la avrà in possesso come un trofeo o un animale da circo, non sarà costretta a concedersi a nessuno se non lo vorrà, non sarà una brava moglie ma una grande donna. Federica ha insegnato tanto a sua figlia, lo so bene, perché sono io sua figlia. Come mia madre vivrò la mia vita libera, non lascerò più che nessun uomo mi metta dentro quella gabbia, ad oggi vado dove voglio e mi vesto come più mi piace, certi mi guardano storto e mi criticano bisbigliando ingiurie alle mie spalle. Ma che le offese siano alle mie spalle o mi vengano urlate in piena faccia, mi vedrete ancora con quella gonna e quei tacchi. Se per il fatto di essere libera sono una poco di buono, una pazza o poco raccomandabile allora vi do ragione, sono matta da legare, sono la donna meno affidabile di tutte e sono forse la donna che vale meno. Eppure sarò sempre libera, sarò sobria e appariscente, sarò libera di amare un uomo per tutta la vita, sarò libera di amarne cento. Se un giorno un uomo mi ucciderà perché sono libera sappiate che io non guarderò i giornali, non ascolterò i media o cosa dice la gente, anche il mio corpo privo di anima saprà che io non ho sbagliato amando. Ricordatevi che avrò lottato fino alla fine, e anche se arriverò ad avere tutti i capelli bianchi io non sarò una vittima, vivrò in un mondo di uomini e donne liberi, non in un mondo di padri, fratelli, cugini, mariti, amici che calpestano le donne e le rinchiudono. Uscirò sempre da quella gabbia a costo di rovinarmi lo smalto, di squarciarmi gli abiti e tagliarmi le mie bianche mani, e farei lo stesso per liberare ogni madre, figlia, sorella, cugina, amica. Perché non vivremo più zittite e messe da parte, ci alzeremo ogni volta e faremo sentire la nostra voce, prima di essere mogli siamo donne.

Il racconto del Cagliari: tra Davide e Golia, questa volta passa la dea Atalanta.  E corre verso lo scudetto.

di Daniele Madau

Carnesecchi vola su Piccoli- foto Eurosport

XVI giornata, Unipol Domus/CAGLIARI-ATALANTA 0-1

Cagliari (4-3-2-1): Sherri 6; Zappa 6, Mina 7, Luperto 6.5, Augello 6 (71’ Obert); Makoumbou 6 (77’ R. Marin), Adopo 6, Deiola 6.5 (71’ Gaetano); Zortea 5.5(77’ Pavoletti), Luvumbo 5.5 (52’ Felici); Piccoli 6. All.: Nicola.

Atalanta (3-4-2-1): Carnesecchi; Kossounou, Hien (46’ Djimsiti), Kolasinac; Bellanova, Pasalic (64’ Samardzic), Ederson (64’ Zaniolo), Ruggeri; Brescianini (46’ De Roon), De Ketelaere; Retegui (46’ Lookman). All.: Gasperini.

Arbitro: Luca Pairetto di Nichelino.

Gol: 66’ Zaniolo (A).

Assist: Bellanova (A, 0-1).

Note – Recupero: 2+4. Ammoniti: Luperto, De Roon, Augello, Zaniolo, Obert, Kolasinac.

Nella sfida tra la dea Atalanta e il re Davide, poteva finire pari o, addirittura, poteva vincere il piccolo Davide, in una variante della sfida contro Golia. Ma se è vero – come ha detto Fonseca- che giocare col Cagliari è più difficile che giocare contro il Real Madrid, l’Atalanta -pur avendo vinto, mentre aveva perso proprio con il Real Madrid tre giorni fa,- questa vittoria l’ha sudata. I bergamaschi, infatti, sono sembrati meno propositivi, meno oppressivi e meno dinamici del solito, pur tenendo sempre la squadra alta; mentre i rossoblu, soprattutto nel primo tempo e nell’arrembante finale di partita, hanno occupato bene la metà campo avversaria, tenendo stretti i reparti e a volte anche provando a verticalizzare e a sorprendere alle spalle gli avversari. Per entrambe le squadre le occasioni si sono avute nel primo tempo, inaugurate da Brescianini e poi, in serie, tutte per i padroni di casa che, in tre circostanze di seguito, hanno tirato addosso al portiere da distanza molto ravvicinata; oppure è il portiere che è stato particolarmente bravo a chiudere la porta: punti di vista. Quando, invece, puoi inserire dalla panchina  Zaniolo e Lookman, non è più questione di punti di vista ma di risorse che solo una squadra che lotta per lo scudetto può tenere nella riserva aurea della panchina. Il primo, infatti, segna di piatto su traversone dalla destra, su l’unica vera disattenzione della difesa; il secondo, sull’altra fascia, semina il panico e i suoi avversari come in una discesa di supergigante e con il suo classico tiro a rientrare sul primo palo quel palo lo colpisce, per poi vedere il pallone percorrere la linea di porta e uscire. Escono allo scoperto tutti i tifosi lombardi presenti in tribuna, che è sempre un bel melting pot, un crogiuolo di provenienza  diverse e tifo diverso, dato che dietro di me i più accaniti tifosi sembrano proprio di origine napoletana, e tifano Cagliari, nonostante la tradizionale rivalità tra i rossoblu’ e i partenopei. Ci sono anche tanti bambini tifosi del dell’Atalanta che, mentre tifano i loro beniamini, guardano alla curva Futura, piena di bambini delle elementari che tifano il Cagliari e, si vede, che vorrebbero stare con loro: sarebbe bello, sarebbe davvero un bell’ esperimento vedere le due piccole tifoserie insieme, mentre i quattro minuti di recupero svaniscono e l’Atalanta ha la certezza di restare in testa alla classifica e conquista la dodicesima vittoria: per dire, ne ha sei in più della Juve. E, se, come si dice sempre, lo scudetto passa anche per queste vittorie un po’ sporche, furbe e poco meritate, la dea – o, meglio, l’eroina- Atalanta quest’anno potrebbe davvero concludere la sua corsa non con un matrimonio col suo pretendente ma con uno scudetto

L’Italia siamo, ancora, tutti noi

di Daniele Madau

Ho conosciuto persone che, anche mettendo in conto di spendere di più, compravano macchine Fiat per aiutare l’economia italiana. E ho sentito dire – in realtà, lo sento ancora – quanto sia forte il ‘made in Italy’ e quanto sia ammirata l’eccellenza italiana.

Ma il punto di partenza è sbagliato, perché solo in parte stiamo parlando di Italia: stiamo parlando del colosso dell’automobile ‘Stellantis’, il cui amministratore delegato – Tavares – si è appena dimesso.

Di Stellantis, insieme a marchi come Jeep, Opel e Chrysler, è parte integrante proprio la FIat che, all’interno del gruppo, ha portato il bagaglio di storia, conoscenze e operai delle fabbriche italiane, il suo mercato, i suoi dirigenti.

Tra questi i più conosciuti, oltre al dimissionario Tavares, Jhon Elkan e colui che, in vita, aveva guidato la prima transizione in FCA, Segio Marchionne.

Jhon Elkan si è appena rifiutato – per l’ennesima volta – di andare a riferire in Parlamento, cuore della Repubblica Italiana. Marchionne aveva portato avanti la decisione di spostare le sedi fiscali e giuridiche di FCA fuori dall’Italia, per questioni di tasse, burocrazia, costi, internazionalizzazione, quotazioni in borsa. A lui plaudeva Renzi che, dovendo scegliere tra Marchionne e il sindacato, affermava sicuro: ‘Sto con Marchionne senza se e senza ma’. Non si sono sentire reazioni di Renzi ora che, con le dimissioni di Tavares a seguito di un 2024 dai numeri pessimi per Stellantis, la crisi dell’automobile in Italia è conclamata, con conseguente ricaduta sull’occupazione. La notizia, terribile, è pero che la crisi è mondiale. Solo la Cina e Tesla sono pronti alla transizione elettriche. E’ un confronto interessante, perché abbiamo il comunismo reale contro il più grande imprenditore privato. Come sempre, la verità potrebbe stare nel mezzo. Tra l’enorme lavoro operaio poco tutelato e poco pagato della Cina e l’imprenditoria futurista che vuole governare lo Stato per depotenziarlo- a cui si aggrappa già la nuova amministrazione Trump – bisognerebbe scegliere una forte industria guidata dallo Stato.

E’ successo? Sì, sino a poco tempo fa, sino agli inizi degli anni ’90, prima delle privatizzazioni, prima della globalizzazione, prima della smantellazione della presenza dello Stato nel tessuto sociale quotidiano.

I nostri nonni o i nostri genitori lavoravano all’Enel, all’Agip, alle Fs, alle Poste, nelle banche, nelle forze armate, nell’impego strettamente pubblico o nelle grandi aziende, venivano formati, assistiti – con dopolavori, colonie, premi produzione, incentivi, pensioni anticipate, asili – creavano una famiglia e contribuivano al benessere. Erano gli effetti di una congiuntura favorevole tra piano Marshall, grandi industriali come Mattei e Olivetti, ricostruzione post-belliche, presenza dei grandi partiti come DC e PCI – e dei sindacati – che spingevano e lottavano tra loro per aumentare il benessere e il consenso, anche a costo del bilancio statale. C’era, poi, una grande coscienza collettiva, dovuta alla voglia di informarsi, studiare, crescere, che portava alla consapevolezza di quanto fosse importante il proprio lavoro e il proprio contributo.

Alle spalle di tutto c’era, però, lo Stato. E’ lo Stato che ha pensato i piani di rinascita, l’Iri, le casse per il Mezzogiorno: con tutti i difetti, ma c’erano. Una volta andato via lo Stato – e di fronte alla modernità e all’internazionalizzazione della globalizzazione – le grandi industrie hanno mantenuto quasi solo il loro volto dedito ai ‘dividendi’. Le due anime della società – Stato e aziende – si sono scisse, in maniera dolorosa e – sembra – irreversibile. Non so quale sia il segreto di grandi aziende come Barilla, Luxottica, Ferrero, Tod’s : vedo in loro, però, sapienza artigianale, industriale e di marketing, lungimiranza. In Armani, invece -purtroppo – vedo ancora poca attenzione all’ambiente e alla salute delle modelle, ma in nessuna mi sembra di vedere il desiderio di far crescere l’Italia. Del resto, non esiste un piano industriale, non esiste un salario minimo e, paradosso dei paradossi per un Paese con un alto tasso di occupazione, non esistono più i centri per l’impiego, laddove prima avevamo gli uffici di collocamento.

Nella sfida della globalizzazione non vincono coloro che cedono al mercato industriale la gestione della nostro lavoro; può sembrare non immediatamente riscontrabile ma è ancora vero il contrario: Stati -modello come Svezia, Danimanrca, Norvegia, Finlandia sono Paesi con uno fortissimo stato sociale e con una industrializzazione ridotta. Istruzione, qualità della vita, rispetto dell’ambiente e della famiglia sono le stelle polari. E queste, anche se va contro il pensiero del capitalismo meno illuminato, le dà ancora lo Stato. E, non dimentichiamocelo, lo Stato, l’Italia, siamo ancora tutti noi, che -magari – abbiamo creduto nel comprare prodotti italiani: commercianti, artigiani, liberi professionisti, impegati nel pubblico e nel privato, pensionati. Operai. Tutti noi.

Se i social sono il ‘mezzo’, il fine qual è?

di Daniele Madau

Riflettiamo sull’uso dei social, prendendola con un po’ di filosofia

La notizia della decisione del governo australiano di vietare – pena sanzioni milionarie – l’uso dei social sotto i 16 anni, avrebbe dovuto suscitare una discussione generale, soprattutto in Italia. Bisognerebbe subito sottolineare come, giustamente, in Australia sia intervenuta la politica a regolamentare questa materia così delicata per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. In Italia tutto è, come spesso accade, demandato alle famiglie e alla scuola che, ormai, barcollano sotto il peso solitario della responsabilità. A ben guardare, in più c’è un’ aggravante: nel nostro Paese non solo la politica non regola la materia, non solo la utilizza eccessivamente  (si può ben dire che ormai la politica ‘è’ social) ma ne é suddita e schiava. Evito gli esempi, li abbiamo in mente. Sui social, la mia è una posizione estrema, forse estremista, addirittura apocalittica, per usare un’ espressione di Umberto Eco, ma credo che abbia un fondo di verità. La domanda è semplice, diretta, basilare ma non superficiale, scontata ma non inutile: quali vantaggi hanno portato alla società i ‘social media’? Come sempre per capire un argomento può essere utile un’indagine etimologica: ‘media’ plurale del neutro latino ‘medium’- significa ‘mezzo’ sia nel senso ‘che sta in mezzo’ sia come ‘strumento’. La successiva domanda è naturale: se sono il mezzo, il fine qual è? E, soprattutto, se sono il mezzo non devono diventare il fine.

Forse questo fine può essere l’amplificazione di un contenuto? La socializzazione? Innanzitutto, non si può negare che queste esistessero già: conosciamo la divinità classica Fama, e ‘social’ deriva da ‘societas’, latino. Sappiamo bene, poi, quanto l’idea di comunità esistesse nei nostri quartieri e nei nostri paesi. Siamo stati noi la patria dei comuni medievali. Successivamente, dovrebbe valere sempre l’immagine evangelica dell’albero che si riconosce dai suoi frutti. Quali sono stati i frutti: la creazione dei gruppi dei compagni delle medie? La nascita degli youtuber e degli influencer? L’aver accesso diretto alle vite degli altri? Lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione e, appunto – il termine deriva da ‘forma’ – di  informazione?E tutto questo a che prezzo? Al prezzo di nuove dipendenze, nuovi reati, nuove fragilità, perdite di altre competenze, altri saperi e dell’intermediazione? È lecita,poi, la smisurata ricchezza dei fondatori – proprietari? Come detto, so bene di essere estremo e riconosco alcuni vantaggi, come quello di essere insostituibili in situazioni di emergenza per organizzare un soccorso o diffondere un messaggio. Oppure, a un livello assai più basso, come quello dell’utilità di video tutorial.  Soprattutto tutto ciò può essere il prezzo della modernità e lo scrivo pensando che, io stesso, pubblicherò questo articolo su un social per avere più visibilità; però, lo pubblicherò anche per riflettere: i social che riflettono su se stessi, si chiama meta- riflessione. Sarebbe bello un Socrate che percorresse le nostre strade ponendoci queste domande sui social, ben coscienti del fatto che non li avrebbe usati: del resto, ci vuole un po’ di filosofia per prendere tutto con filosofia. In sua assenza, umilmente ci proviamo noi, e data la risposta sui possibili fini dobbiamo chiederci se questi fini sono buoni. Ce lo dovremmo chiedere in noi ma soprattutto coloro che eleggiamo e paghiamo profumatamente per decidere per noi. Laddove questo non accade, nasce il vero problema, che diventa corto circuito nel momento in cui i politici usano i social compulsivamente. Un corto circuito che nemmeno Socrate, che sapeva di non sapere, avrebbe potuto risolvere e che se non la morte, come nel 399 avanti Cristo, forse gli avrebbe causato una pena per diffamazione, perché zitto, contro certa politica, non sarebbe stato.

La scuola pubblica, vittima di ogni governo

di Daniele Madau

Al netto di ogni trionfalismo da parte del governo in carica- che rientra nel gioco delle parti- l’ enorme divario che ci separa, in termini di benessere e tenore di vita, dai Paesi che fino agli anni Ottanta erano i nostri diretti competitori, Germania Gran Bretagna e Francia – per non parlare degli Stati del nord- , ha tra le altre cause anche la considerazione che si ha, e si è avuto, della scuola negli ultimi decenni. L’ultima riforma organica, tra luci e ombre, è stata quella del governo Renzi, poi smantellata in sede di accordi sindacali. Dopo una miopia sinceramente inquietante, assai poco lungimirante e colpevole, tutti adesso ne paghiamo le colpe. E se la destra, o il centro-destra, al governo ha mantenuto fede alla sua visione antistatale- a volte con tratti ideologici- e imprenditoriale poco attenta al valore anche economico della cultura, commettendo così un clamoroso errore di prospettiva, il centro-sinistra ha tradito Gramsci, il concetto di nobiltà e di elevazione dato dalla cultura anche per i ceti meno abbienti e l’idea dell’istruzione come ascensore sociale, a cui i nostri genitori hanno creduto, perché questo avevano vissuto, e per la quale hanno sostenuto anche ingenti spese. E così mentre gli Stati citati sopra hanno raggiunto un benessere sociale tale da attrarre i nostri giovani in una drammatica emigrazione di massa, soprattutto culturale, i nostri governi sono riusciti a ottenere una incredibile serie di risultati tali da portarci agli ultimi posti di tutte le graduatorie europee riferite ad aspetti positivi della società civile. l’Italia è invecchiata, sta attraversando un inverno demografico e offre stipendi che, unici tra gli altri Stati, sono decresciuti negli ultimi anni. In poche parole non ha speranza. Ha tradito, poi, tutte le componenti della scuola: gli studenti che, una volta concluso il ciclo di studi superiori, ha trovato un’università in preda ai baroni che spesso bloccavano il loro ingresso nel mondo della ricerca; ha tradito gli insegnanti, che non hanno visto valorizzato i loro impegno; anzi, hanno visto perdere il prestigio sociale e aumentare a dismisura le incombenze. Hanno tradito le famiglie, i collaboratori scolastici e i dirigenti: tutti coloro che concorrono a far sì che la scuola sia un ambiente educante. Esemplificativo di questo modo lunare e paradossale di rapportarsi con la scuola, sono alcune uscite di Giorgia Meloni e del ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, eredi del berlusconismo gelminiano, che favoriva le olgettine rispetto ai meritevoli. La presidente del consiglio in un istituto agrario ha affermato: ‘Questo è il vero liceo’ . Le ha fatto eco il ministro che, oltre ad aver aperto le porte a un possibile bonus da 1400 euro per ogni iscritto a un istituto privato, ha affermato che sarebbe andato in ogni terza media per sostenere le iscrizioni agli istituti professionali o tecnici. Ha davvero poco senso, oltre che essere nociva, questa competizione e questa discriminazione del liceo: se non altro per la tradizione che i nostri studi classici hanno avuto e per l’influenza di De Santis e Croce. Soprattutto, però, Meloni e Valditara ignorano il buon senso e l’articolo 147 del codice civile, che indica come i ragazzi debbano essere sostenuti nelle scelte secondo le ‘proprie inclinazioni’: solo questo, solo questa è la luce. Ma qui siamo davanti alle tenebre, quelle dell’ignoranza. E l’ignoranza produce mostri, dei quali la vittima preferita è la scuola. E con essa tutti noi.

Dal sangue versato al sangue donato

di Irene C.

‘La Rifessione’ , soprattutto per tematiche di profondo valore civile, ha sempre uno spazio riservato per gli studenti. Irene, studentessa del Liceo Siotto di Cagliari, racconta una mattinata vissuta insieme a Tina Montinaro, vedova dell’agente di scorta di Falcone, nel ricordo di chi ha dato la vita per la legalità. Mattinata di sensibilizzazione anche per la donazione del sangue, per passare “dal sangue versato al sangue donato”

Legalità: è una parola pesante. É una parola imponente. È tanto pesante ed imponente che nel nostro paese intimorisce molte persone che, per vigliaccheria, vivono a testa bassa e spalle ricurve per paura di incrociarla nel loro cammino. 

La parola legalità è indissolubilmente legata al concetto di dovere, che fa storcere il naso ai più perchè richiede sacrifici. 

E infatti sono proprio le persone che non fanno il loro dovere che più avvertono il peso della legalità, che è tanto forte da schiacciarli. 

In questo Paese c’è poi un elefante nella stanza, che quasi nessuno ha mai voluto guardare in faccia, del quale per decenni si è negata l’esistenza nonostante fosse sotto gli occhi di tutti: è la mafia. 

Mafia che con i suoi tentacoli è riuscita a raggiungere i più alti ranghi dello Stato civile, delle forze dell’ordine, della magistratura e lo ha fatto senza difficoltà, perché gli italiani hanno abbassato la testa, preferendo negare l’evidenza che affrontare il problema alla luce del sole.
I cittadini non hanno fatto il loro dovere, e hanno pagato caro il prezzo dei propri errori. 

Infatti nel momento in cui hanno deciso di voltare le spalle allo Stato e alla legge, la mafia ha preso il controllo della Nazione e l’ha paralizzata con la violenza e la paura, costringendo gli italiani ad abbassare la testa come non mai. 

In questo clima di violenza, ingiustizie e paradossi, si sono distinti alcuni uomini e donne che si sono rifiutati di soccombere al male che li circondava. 

Persone che si sono rifiutate di cedere agli atteggiamenti mafiosi che stavano piegando la legge, che si sono permessi di camminare a testa alta e schiena dritta perchè erano nel giusto, e non avevano niente da nascondere. 

Martedì 29 ottobre abbiamo avuto la fortuna di ascoltare ed imparare da una di quelle persone che la testa non l’ha chinata mai: Tina Montinaro. 

Tina è la moglie di Antonio Montinaro: caposcorta di Giovanni Falcone caduto in servizio nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 insieme allo stesso giudice, sua moglie Francesca Morvillo e gli altri agenti della scorta: Rocco Dicillo e Vito Schifani. 

Da quella tragica giornata sono passati 32 anni, che Tina Montinaro, nonostante l’immenso dolore, ha trascorso a testa alta. 

Ha fondato la Quarto Savona Quindici, che ha lo scopo di diffondere la memoria della strage di Capaci, girando l’Italia e parlando con le nuove generazioni, per fare in modo che brutalità del genere non siano mai più permesse e ci ha infatti accolto con questa frase “Ragazzi, io sono qui oggi per dirvi che dovete essere migliori di noi: le generazioni dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno fallito, voi dovete essere migliori”. 

“Queste persone non sono eroi, ma uomini che hanno scelto di fare il proprio dovere. Quel giorno questi uomini sono scesi in campo contro la mafia e hanno perso una battaglia – continua la Montinaro – ma, ragazzi, noi dobbiamo vincere la guerra”.

Grazie alla Quarto Savona Quindici e a molte altre associazioni volte a sensibilizzare i cittadini  ai pericoli dell’omertà e degli atteggiamenti mafiosi, sono stati fatti passi da gigante in questo trentennio. 

Palermo, che era stata un teatro di ingiustizie e violenze costanti e normalizzate tra gli anni ’80 e ’90, in cui ricatti, rapimenti, torture e omicidi erano all’ordine del giorno, oggi ha completamente cambiato volto e atteggiamento. 

Oggi a Palermo non si vive più con la testa sotto la sabbia, ma alla luce del sole e a testa alta, grazie al lavoro per nulla scontato di persone come Tina Montinaro, che hanno deciso di rimanere a Palermo a combattere la mafia. 

É importante sottolineare che nessuno dei due coniugi Montinaro si era ritrovato a combattere le proprie battaglie per caso, ma entrambi hanno preso la decisione totalmente altruistica e disinteressata di fare il proprio dovere nei confronti della propria patria e collettività. 

Negli anni dello stragismo mafioso Antonio Montinaro, di origine leccese, lavorava come poliziotto a Bergamo ma, avuta notizia della battaglia intrapresa dai magistrati del pool antimafia, decise di partire per Palermo a “dare una mano”, finendo poi per dare la vita nel capoluogo siciliano. 

In seguito alla morte del marito Tina Montinaro, nata e cresciuta a Napoli, decise di rimanere a Palermo perchè, come ci ha spiegato, se fosse andata via come molti fecero in quegli anni, “Avrebbero vinto loro, perchè non ero io che me ne dovevo andare, non ero io a dovermi vergognare, erano loro. Sono rimasta a Palermo a testa alta e ho dimostrato ai mafiosi che non ci avevano fatto niente”. 

Ha passato la vita ad usare la sua voce contro la mafia, a sensibilizzare i giovani, a condividere con le nuove generazioni la sua memoria personale (che s’intreccia con la memoria collettiva del nostro Paese) per fare in modo che non si ripetano mai più gli errori del passato “Il dolore non lo posso condividere con voi, ma la memoria sì, ed è mio dovere farlo”. 

E infatti la memoria è stata uno dei concetti cardine di tutta la conferenza, poiché ha fatto da collante tra ciò che è stata in passato e ciò che è oggi la legalità.

E come inquadrare il concetto di legalità oggi senza parlare di ciò che accade nel mondo digitale? Proprio per questo durante la conferenza sono intervenuti alcuni agenti del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica, che si occupa di tutti quei reati che vengono commessi attraverso l’uso della rete. 

Ci è sono stati spiegati il funzionamento e l’organizzazione della Polizia Postale, sia a livello regionale che nazionale, che svolge un ruolo fondamentale nella messa in sicurezza della rete. 

Infatti ogni giorno 2000 agenti pattugliano il web, soprattutto il “deep web”, nel quale si concentrano maggiormente i reati digitali, dei quali alcuni dei più comuni hanno tristemente a che fare con i reati di pedofilia e di pedopornografia (che da soli hanno portato a venti arresti nell’arco di quest’anno in Sardegna). 

Si è poi parlato di come sia fondamentale l’individuazione dei contenuti opportuni da postare sui social, dato che, nella società di oggi, siamo qualificati come persone da ciò che postiamo online, tanto nell’ambito sociale quanto in quello lavorativo.

In seguito è stato analizzato il fenomeno del “revenge porn” purtroppo molto diffuso nella fascia d’età adolescenziale (ma non solo), esaminando casi realmente accaduti e valutandone le conseguenze penali e morali e di come le azioni digitali abbiano conseguenze nella vita reale.

Siccome su internet si può trovare di tutto, bisogna utilizzarlo in modo consapevole, essendo in grado di discernere le informazioni reali da quelle false, anche tenendo conto delle enormi potenzialità di strumenti come l’intelligenza artificiale, in grado di produrre immagini talmente verosimili da rendere impossibile la distinzione da un’immagine reale guardandola ad occhio nudo. 

Infine si è parlato del mondo delle truffe online, che sempre più spesso colpiscono i più anziani, ma che spesso arrivano anche ai più giovani, con metodi sempre nuovi e sottili per estorcere denaro, informazioni o dati sensibili. 

Questi sono reati solo apparentemente digitali, in quanto hanno conseguenze pesanti nel mondo reale e non devono essere sottovalutati. 

Tutti questi interventi hanno seguito il filo rosso della consapevolezza e del dovere, che ha condotto a parlare di un dovere troppo spesso sottovalutato, ma indispensabile per la vita di molti: la donazione del sangue. 

Infatti, insieme alla Quarto Savona Quindici (che si è occupata del sangue versato nelle stragi di mafia) e a Tiscali, alla realizzazione dell’incontro ha partecipato anche l’associazione Donatori Nati che si occupa della donazione del sangue. 

L’intera conferenza era incentrata sul dovere. Antonio Montinaro aveva svolto il suo dovere versando il proprio sangue per la collettività, Tina Montinaro fa il suo dovere trasmettendo la memoria per sensibilizzare i giovani e gli agenti della Polizia Postale fanno il loro dovere pattugliando ogni giorno la rete affinché sia più sicura. 

Adesso tocca a noi fare il nostro dovere donando il sangue, perchè un gesto che a noi costa così poco, ha il potere di salvare delle vite.

“In democrazia vince il popolo, non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci” (Joe Biden)

di Marco Marini

Al momento in cui scriviamo queste righe – nella notte elettorale delle presidenziali americane- si conosce l’esito del voto: ha vinto il repubblicano Donald Trump. Il Tycoon (magnate, termine di origine giapponese) ha stravinto anche nelle elezioni popolari ottenendo i voti della classe operaia, dell’elettorato nero e ispano-americano.In Italia le maggiori reti televisive, RAI, Mediaset e La7 hanno dedicato una maratona televisiva che abbiamo seguito, in cui si sono susseguiti gli interventi degli esperti dei vari settori socio-economici e di geopolitica , con osservazioni sui due candidati in lizza. E’ chiaro che nessuno ha la sfera di cristallo per stabilire ora come cambierà la storia degli Stati Uniti. Perché si sa, una cosa sono le promesse elettorali un’altra è realizzarle. Ma conoscendo il pragmatismo del vincitore avremo presto riscontro di quanto appena affermato. E’ stato interessante ascoltare i pareri di studiosi, giornalisti che, come Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera e scrittore, ha dichiarato già ieri sera. Lui col doppio passaporto, ora vive a New York, ha votato per la Harris alla presidenza della Repubblica e repubblicano per il Senato. Organo del Governo importante per le ratifiche delle scelte presidenziali. Infatti hanno stravinto i repubblicani, quindi Trump non avrà difficoltà a portare avanti le sue riforme. C’è da ricordare che gli americani hanno spesso la memoria corta su certi fenomeni, basti pensare che il precedente mandato presidenziale non ha ottenuto quei risultati sbandierati grossolanamente dai fan del Tycoon, infatti disoccupazione, inflazione e debito pubblico sono rimasti quasi gli stessi del periodo di Obama. Esempio: Obama fece calare la disoccupazionedal 10 al 4,7% , peiodo dal ottobre 2009 al 4,7% del gennaio 2017, con Trump è scesa al 3,5% nel dicembre 2019, un po’ di meno rispetto ad Obama, ma con una crescita del PIL del 2,5% annuo con Obama. Lo stesso è avvenuto con Trump ma il sistema economico americano già consolidato daObama, viaggiava quasi autonomamente. A parziale giustificazione di Trump dobbiamo ricordare la pandemia del COVID nel 2020, di cui comunque ha sempre negato l’esistenza. Il giorno della pubblicazione del risultato elettorale (il 6 novembre) lo stesso Rampini ha motivato la sconfitta deiDemocratici, accusandoli di non aver spinto Joe Biden a lasciare prima la corsa alle presidenziali e che la scelta della Kamala Harrys è stato un ripiego per il partito. Rampini che ha vissuto a lungo in California ha giudicato negativamente l’attività di Procuratrice dello Stato. Durante una intervista,coraggiosa, concessa dalla Harris a Fox News, notoriamente schierata su posizioni repubblicane filo-Trump, la Vice Presidente degli Stati Uniti ha ribadito la necessità di un cambiamento, a quel punto il giornalista le ha ricordato che lei è vice presidente da più di due anni, facendo scendere un silenzio glaciale nello studio televisivo. La Harris ha ottenuto complessivamente un risultato elettorale migliore rispetto a quanto ottenuto dal presidente Biden nel 2020, sopratutto tra le donne ,mamme e senza figli (le “gattare senza figli” chiamate così dal prossimo vice presidente JP Vance). Il Direttore del foglio Claudio Cerasa ha dichiarato che Trump avrebbe promesso riforme economiche che sono tipiche dell’area progressista cioè dei Democratici. E’ intervenuto ancheAndrea Margelletti presidente del CESI Centro Studi Internazionali di Roma, spesso ospite di Vespa a Porta a Porta su Rai 1, la cui “funzione” è spiegare al volgo come si bombarda una città come si usano le varie armi e strategie, come ha fatto nel corso del conflitto ucraino ed in Medio Oriente. Mi sembra che si compiaccia quando gli chiedono chiarimenti su argomenti che danno fastidio alla gente comune, però ieri ha sottolineato la necessità di una Europa unita anche dal punto di vista strategico. Questa è una vecchia questione che ha un suo significato, la standardizzazione delle spese della difesa dovrebbe essere portata avanti da tutti i paesi europei che, secondo lui, spendono troppi soldi in macchine una il doppione dell’altra, col risultato di produrre pochi mezzi che non servirebbero alla protezione dell’Europa. Trump metterà in discussione il contributo delle spese perla NATO e per la gestione dell’ONU. Questo secondo la prospettiva di risparmiare e di usare i soldi in casa propria. Sembra strano o logico? Ebbene ricordo che Obama diceva le stesse cose, se volete difendervi, voi europei, fatelo da soli. Questo insieme ai dazi che il nuovo presidente ha promessodi istituire, dovrà far ragionare molto i politici europei. Le tariffe che Trump imporrà ai prodotti stranieri, si parla dal 10 al 60%, creeranno molti problemi al mondo in generale ed all’Italia in particolare visto che noi siamo dei trasformatori di prodotti molti dei quali importati dall’estero.Pensate al parmigiano reggiano o alla pasta o alla passata di pomodoro, questo per rimanere nel settore di cui l’Italia è un’eccellenza mondiale, ma immaginate i prodotti farmaceutici di cui la Germania è il principale produttore e gli U.S.A. principale consumatore. Come indicato nel precedente articolo su queste elezioni, Trump applicherà un dazio sull’importazione delle automobili cinesi e messicane. Vedremo se gli Stati Uniti si chiuderanno in un isolazionismo come fecero nel secolo scorso sopratutto dopo la crisi del 1929 ed il crollo di Wall Street. Dal punto di vista geopolitico, in genere i repubblicani finiscono le guerre iniziate dai democratici, Nixon col Vietnam, iniziata da JF Kennedy e Jhonson suo vice. Ha delle idee in merito alla guerra in Ucraina, che si avvicinano molto a pensiero della Sinistra o Progressisti, in Italia.Cedere il Donbass alla Russia. Per il Medio Oriente è molto amico di Netanyahu che chiama affettuosamente BIBI, e nel suo precedente mandato Trump trasferì l’ambasciata U.S.A. da Tel Aviv a Gerusalemme, che gode di uno statuto speciale internazionale decretato dall’O.N.U. nel 1948, infischiandosene altamente. Anche se devo notare che da parte araba non c’è stata grande lamentela. Forse perché dietro l’iniziativa americana c’era il beneplacito dell’Arabia Saudita che, nonostante quanto sia accaduto dopo il 7 ottobre dello scorso anno, continua a “considerare” ancora il governo israeliano che porta avanti una guerra ormai non più sottotraccia verso il nemico Sciita dell’Iran.Trump chiederà di cessare l’occupazione di Gaza e speriamo le stragi che avvengono giornalmente. Questa promessa ha incrementato il voto degli arabi americani verso Trump, perchè accusano Biden di aver timidamente chiesto a Israele di cessare l’invasione di Gaza e Libano. E per quanto riguardail timore di una escalation nella zona, ricordo che già gli U.S.A. insieme alla Gran Bretagna sono intervenuti contro i ribelli Houthi nello Yemen durante il lancio di razzi contro Israele. Di fatto hanno schierato i super bombardieri B 52 in una non meglio identificata base in medioriente(sembro Margelletti, mi scuso).Mi ha colpito il compiacimento di alcuni rappresentanti conservatori italiani, insomma la Destra, che hanno praticamente detto ai colleghi dell’opposizione di farsi da parte. Si vantano di aver portato l’Italia a livelli di benessere che non si ricordavano da tempo e che il PIL va meglio del previsto. Queste persone Atlantiste, Occidentali fino al midollo, ora che non avranno più l’appoggio dell’amico americano che facendo i propri interessi danneggerà forse anche noi, cosa suggeriranno? Di rivolgersi alla BRIC (acronimo di Brasile,Russia, India e Cina)? E su chi scaricherà , la Cina, il proprio deficit? Sugli Stati Uniti? Personalmente non lo penso. E’ chiaro che l’asse dell’egemonia mondiale si è spostata a Est verso il Pacifico, e se Trump come già scritto svaluterà il dollaro, ne più e ne meno di come fanno la Cina con lo Yuan e il Giappone con lo Yen, la moneta americana non verrà più adoperata come paragone negli scambi internazionali. Se questa vecchia Europa ricca di storia, intellettuali, scienziati, non si dà una mossa a cambiare le regole della Comunità, vedremo non gli Stati Uniti d’Europa, ma addirittura il suo smembramento rispetto a come la conosciamo ora. L’avanzata dei Conservatori,scusate delle Destre, non solo xenofobe e nazionaliste, ma sopratutto anti-europeiste, sta per decretare la fine di questo sodalizio che prima di essere politico o linguistico è stato creato dalle banche. Ho sentito l’accusa di una parlamentare leghista al Parlamento europeo, scusate non ricordo il nome, verso la Sinistra che li vorrebbe fuori dallo stesso Parlamento. Perdonatemi ancora io non ho sentito dire che i leghisti sono europeisti anche se siedono in quella Assemblea. Ha iniziato laGran Bretagna con la Brexit, evocata da altri stati europei, che ricordo ottenne la promesso diTrump di ottenere aiuti economici che non concesse mai. Oggi forse ancor di meno data la crisi economica negli U.S.A. Lo stesso Orban, Presidente del Consiglio dell’Unione Europea dal 2024, si è recato da Putin nello scorso settembre , presentando il piano di pace per la guerra in Ucraina,proprio di Donald Trump ancora lontano da essere proclamato vincitore delle presidenziali U.S.A.20024. Questa missione è stata denunciata da molti politici europarlamentari come iniziativa personale di Orban e non concordata col Parlamento Europeo. Se a questo aggiungiamo la crisi del Parlamento Tedesco, possiamo affermare che le forze centrifughe da questa Europa sono in aumento. Pensate che nel Parlamento Ungherese a Budapest, Orban non espone la bandiera europea,come ho potuto constatare di persona. Mi domando cosa ne penserebbe oggi, Carlo Cattaneo,illuminista e positivista cioè favorevole al progresso tecnico-scientifico, fervente politico federalista, che vedeva non solo una Italia riunita in uno stato federalista, ispirato alla Svizzera, ma anche una Europa unita, dove ””La società è un fatto naturale, primitivo,necessario, permanente,universale…”; è sempre esistito un “federalismo delle intelligenze umane”: è sorto perché è un elemento fondamentale delle menti individuali.”

Libertà e potere: il disegno di legge sulla sicurezza

di Oleandro Iannone

La fiducia è alla base della sicurezza e abbiamo la facoltà di scegliere a chi darla; la possibilità di scegliere a chi darla ci è invece data dalla democrazia.

Il DDL sicurezza 1660 è stato presentato dal ministro dell’interno Piantedosi, dal ministro della giustizia Nordio e dal ministro della difesa Crosetto il 22 gennaio 2024 e approvato dalla camera il 18 settembre 2024 con 162 voti favorevoli, 91 contrari e 3 astenuti. Questo disegno di legge introduce nuovi reati e inasprisce le pene per alcune fattispecie, in materia di “sicurezza pubblica, tutela del personale in servizio, vittime dell’usura e ordinamento penitenziario”. Si attende il via libera del Senato.

Questo disegno di legge si inserisce in un contesto di “policrisi”, ovvero lo stratificarsi di molteplici condizioni di crisi, come ad esempio quella economica, climatica e geopolitica. Stiamo infatti vivendo in un panorama dove cresce la povertà e di conseguenza il disagio sociale, i governi non trovano la necessaria unità per frenare il surriscaldamento globale, e sono in corso guerre e genocidi.

Le persone che resistono a questa condizione di crisi vengono descritte come violente: ma perché non è considerato violento avere il potere di opporsi a una situazione di ingiustizia e non farlo? Perché non è considerato violento costruire un sistema ingiusto e poi criminalizzare chi resiste all’ingiustizia? 

Se venisse considerato come violento l’uso del potere per creare condizioni ingiuste sarebbe paradossale voler usare la repressione per frenare la violenza, dato che rafforzerebbe la violenza oppressiva e quindi anche quella della resistenza. Proprio perché è a conoscenza di questo meccanismo, chi ha il potere, non volendo perderlo, demonizza la resistenza attraverso la propaganda. Quale tattica migliore del mettere in cattiva luce le persone che si adoperano per la liberazione, isolandole dagli altri e quindi rendendo il loro operato meno efficace?

A questo punto, è più che legittimo chiedersi se il concetto di “terrorismo della parola”, di cui si parla nel primo articolo del DDL , abbia questa funzione. Questo dubbio potrebbe essere esteso allo stesso DDL 1660. Nell’articolo 11, infatti, viene posta un’aggravante che va dai sei mesi ai due anni nel caso di blocco stradale eseguito in più persone; nell’ articolo 16 l’aggravante prevede pene da sei mesi a un anno e sei mesi se si imbrattano beni mobili o immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche, postulando che la finalità sia quella di ledere l’onore dell’istituzione a cui appartiene il bene. 

È naturale domandarsi se queste aggravanti siano pensate rispettivamente per impedire alle persone di organizzarsi e di essere più forti insieme, e per impedire di manifestare il dissenso verso l’agire di un’istituzione, riconoscendola responsabile. 

Questo DDL si pone come obbiettivo il raggiungimento della sicurezza, ma come ottenere una sicurezza che sia giusta, sostenibile e duratura? 

È poi: è efficace considerare come opzione la criminalizzazione della marginalizzazione sociale?

L’articolo 8, che tratta di occupazione di immobili, introduce una nuova fattispecie di reato nel codice penale; l’articolo 10, che tratta anche di accattonaggio, estende l’ipotesi di applicabilità del DACUR (ovvero il DASPO urbano). Entrambi gli articoli colpirebbero maggiormente quella fascia di popolazione che vive nel disagio sociale.

La criminalità che emerge da una condizione di povertà estrema non può essere arginata accrescendo le pene, poiché finché viene mantenuto un sistema che permette alla povertà di esistere inevitabilmente continueranno a esistere anche i crimini legati a questa condizione. L’unica risposta logica è quindi creare un sistema che non preveda la povertà. 

Oltre a essere irrazionale, la giustizia punitiva sfocia nella violazione dei diritti umani. Basti pensare al carcere, luogo spesso nocivo: come lo si può considerare adatto allo svolgimento di un processo che porti alla responsabilizzazione della persona, se questa non è neanche considerata come tale? Nell’articolo 18, in cui è discussa la rivolta nei centri di detenzione penitenziaria, viene posta un’aggravante per istigazione a disobbedire alle leggi, ed è introdotto un nuovo reato che punisce le rivolte eseguite in tre o più persone che oppongono resistenza anche passiva agli ordini. Questo “giustificherebbe”, secondo gli estensori del DDL 1660, l’uso della forza da parte del personale carcerario. Se una persona detenuta risultasse colpevole di rivolta non avrebbe accesso a permessi premio, alle misure alternative e all’assegnazione di lavoro all’esterno: questo quanto prevede l’articolo 25. L’articolo 19 tratta sempre di rivolta, in questo caso nei “centri di accoglienza e di trattenimento per i migranti” (quindi anche nei CPR), e prevede, anche per la resistenza passiva, una pena che va da uno a quattro anni per chi partecipa, mentre per chi organizza, promuove o dirige una rivolta di 3 o più persone la pena va da uno a sei anni.

Cosa resta della persona dopo che le è stata tolta la possibilità di esprimere dissenso, perfino attraverso la resistenza passiva, verso il modo in cui viene trattata?

Dopo aver elaborato un’analisi sulla sicurezza ed esserci chiesti se il DDL 1660 sia stato costruito per proteggerci o per proteggere il mantenimento del potere da parte di chi lo detiene, abbiamo il dovere di proteggerci da ciò che metterebbe in pericolo la nostra libertà, solo così saremo al sicuro.

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