Il racconto del Cagliari: l’arte della disillusione

di Daniele Madau

Unipol Domus/ Cagliari- Bologna: 0-2

Cagliari (4-2-3-1): Scuffet; Zappa, Palomino, Luperto, Obert (28’ st Augello); Prati (15’ st Adopo), Marin; Zortea (15’ st Felici), Viola (15’ st Lapadula), Gaetano (28’ st Luvumbo); Piccoli. A disp.: Ciocci, Sherri, Deiola, Wieteska, Mina, Pavoletti, Azzi. All.: Nicola

Bologna (4-2-3-1): Skorupski; De Silvestri (35’ st Posch), Beukema, Lucumi, Miranda; Freuler, Moro (35’ st Fabbian); Orsolini, Odgaard (23’ st Pobega), Ndoye (42’ st Holm); Castro (42’ st Dallinga). A disp: Bagnolini, Ravaglia, Karlsson, Iling-Junior, Casale, Corazza, Dominguez, Urbanski. All.: Italiano

Arbitro: Fourneau

Marcatori: 35’ Orsolini (B), 6’ st Odgaard (B)

Ammoniti: Palomino (C), Beukema (B), Zappa (C), Fabbian (B)

Spettatori: 15600 circa

Quanto ci sarebbe da raccontare sulla vita che c’è dietro una gara di Serie A, sul mondo che gira attorno e rende possibile questa giostra ammaliante, questo sfogo settimanale, semplicemente,  questo sport così amato, erede degli spettacoli degli anfiteatri romani. Noto i patemi tra gli stewards, i volti tesi dei giocatori che si riscaldano prima di scendere in campo, i giornalisti da buffet in tribuna stampa e quelli da tribuna laterale senza appoggio e senza tablet, le hostess, gli addetti stampa. Un mondo perfetto da romanzo, su cui tante pagine si potrebbero scrivere, magari col classico omicidio e il giornalista che indaga.

Niente da dire sulla gara, invece, in cui il Cagliari impara e insegna l’arte di illudersi e disilludersi, con tre risultati positivi- con tanto di prova maiuscola a Torino- e poi due brutte sconfitte. E soprattutto,  la promessa ancora tradita di dominare il gioco. Apre le marcature un incubo ricorrente per i padroni di casa, Orsolini, che avevo elogiato tanto nella passata stagione e che, anche quest’anno, lascia il segno di Zorro con una bella rete col destro dopo aver superato in dribbling la difesa di Nicola. In prossimità di Hallowen, dunque,  fantasmi che ritornano, e fantasmi che persistono.

L’attacco del Cagliari, infatti, è evanescente, invisibile, come se davanti all’area felsinea ci fosse il fiume Lete’, che fa dimenticare ai morti le proprie azioni. Così gli attacanti dimenticano come saper pungere. Dopo lo 0-2 di Odgaard il Cagliari sembra più deciso, ma quella terra dei vivi della porta di Skorupski, ormai, è persa e inavvicinabile.

Il cammino semplice

di Daniele Madau

E’ domenica sera, di inizio autunno. Una giornata come tante, nella vita di ognuno di noi. Una vita semplice, di piccole cose; o una vita di successo, fatta di potere, fama, grandi possibilità. Non è questo il punto. Il punto è come io vivo questa giornata qualsiasi -magari di riposo e svago – nei confronti di ciò che accade: sono abituato a riflettere? Mi chiedo cosa accade intorno a me e, soprattutto, perché? Penso che quello che accade dipende anche da me?

Si potrà sorridere, pensando che potremmo arrivare anche alla fatidica domanda filosofica ‘perché siamo qui’?; ma, in realtà, ogni tanto anche quella domanda dovremmo farcela.

Allora, posso pensare che l’Italia è stata appena sferzata dall’ennesimo fenomeno di maltempo, coi disastri e i drammi che abbiamo visto. E, in mezzo a questi disastri, abbiamo visto i ‘riders’ continuare a pedalare. Abbiamo sentito il ministro dei trasporti, Salvini, dire di un morto ‘non ci mancherà’. Abbiamo assistito a immagini di ragazze giovanissime al telegiornale: sono state uccise dai coetanei. Pensando che domani andremo al lavoro, magari, ci è capitato di sentire delle morti sul lavoro: l’ultima ieri, a Cagliari.

Intanto, i medici minacciano lo sciopero per le risorse stanziate dalla manovra di bilancio alla sanità, le pensioni minime salgono di sei euro al mese mentre la flat tax è al quindici per cento sino a 75000 euro. Dopo quindici anni si ritorna a parlare di tagli al corpo docente della scuola. L’evasione è confermata, per quest’anno, a circa 100 miliardi.

Certo, non è colpa nostra. Certo, tutti noi abbiamo diritto a una domenica di serenità, senza pensieri, di gioia. Ne abbiamo diritto, siamo uomini e donne, e fatichiamo ogni giorno per trascorrere, poi, questi momenti di pace e riposo.

Ma proprio perché siamo uomini e donne – ascoltando il cuore, l’anima e la mente – sappiamo che valiamo molto di più, noi e i nostri prossimi, i nostri simili. Sappiamo che possiamo assaporare momenti di pace per molto più tempo, se io, per primo, ricerco la giustizia, l’equità, il benessere di tutta la società. Lo so, perché non lo faccio? Perché non lo pretendo? Cosa mi blocca? E perché soprattutto in Italia capita questo sentirsi poco custode dei miei concittadini, della mia comunità e, quindi, della mia vita?

Perché non pago le tasse? Perché voglio che la scuola e la sanità pubblica non funzionino a dovere? Perché non vado a votare o voto chi ha palesemente detto bugie, o avuto atteggiamenti violenti o di arroganza e sopruso? Perché ho così poca considerazione di me? Perché difendo chi evade, chi sfrutta il lavoro nero, chi non agisce secondo le regole?

Eppure, istintivamente, tutti capiamo quanto sarebbe giusto. E’ un cammino semplice, naturale. Dove abbiamo perso la semplicità del giusto? Abbiamo tradito il bambino per l’uomo?

Cala la sera, è una sera ancora tiepida, piacevole: è così bella questa nostra Italia, è così bella questa sera vissuta come possiamo, coi dolori e le speranze, soli o con i nostri cari. Buona domenica: lo sarà di più, riflettendo su come essere più felici.

Il racconto del Cagliari. Continua la striscia positiva: soffrire, lottare e vincere.

di Daniele Madau

Unipol Domus, VIII giornata: Cagliari- Torino 3-2

Marcatori: 39′ p.t Viola (C), 41′ p.t Sanabria (T), 11′ s.t Linetty (T), 29′ s.t Palomino (C), 33′ s.t aut. Coco (T)

Assist: 41′ p.t Lazaro (T), 11′ s.t Vlasic (T), 29′ s.t Luperto (C)

Cagliari (4-2-3-1): Scuffet; Augello, Luperto, Mina (18′ s.t Palomino), Zappa; Makoumbou (35′ s.t Deiola), Adopo (18′ s.t Gaetano); Luvumbo (1′ s.t Marin), Viola (18′ s.t Lapadula), Zortea; Piccoli. All. Nicola

Torino (3-4-1-2): Milinkovic-Savic; Walukiewicz, Coco, Masina; Lazaro (37′ s.t Dembele), Linetty (30′ s.t Gineitis), Ricci, Vojvoda; Vlasic (38′ s.t Karamoh); Adams, Sanabria. All. Vanoli

Arbitro: Gianluca Aureliano di Bologna

Ammoniti: 14′ p.t Coco (T), 45′ p.t +2 Lazaro (T), 9′ s.t Masina (T), 15′ s.t Adopo (C)

Spettatori: 16265

Torino è stata una città sarda? Sì, quando è esistito il Regno di Sardegna, e i Savoia hanno ottenuto il titolo di re, acquisendo il regno. Potremmo anche aggiungere l’emigrazione verso la città della Fiat nel secondo dopo guerra quando, insieme a Cuccureddu alla Juve, sono arrivati tanti sardi a lavorare in fabbrica. C’è un legame forte, quindi, tra le due squadre che si sono affrontate oggi, nella gara delle 18, ma è un legame che non sa di nobiltà e sangue blu ma di fatica, sudore, odore di fabbrica – appunto- all’ombra dell’impero bianconero, a cu Riva disse no e sotto la quale il Toro ha visto poco il sole.

A questo, tuttavia, la mitologia calcistica ha unito anche episodi di eroi e gloria, da Valentino Mazzola e gli invincibili, allo scudetto del ’70 rossoblu’, alle cavalcate europee.

La più bella partita del Cagliari che io ricordi fu un Torino- Cagliari 0-5 : quella era la squadra di Mazzone e Francescoli, contro il Torino delle cinque punte, delle cinque stelle.

È anche ricca di potenziali spunti, quindi, questa sfida, tra re Davide, Nicola, e la sua ex squadra, oltre che la sua città.

Il Torino di Vanoli è una delle sorprese del campionato e, conseguenza di questo, è un primo tempo giocato in maniera coriacea, prevalentemente all’attacco, in un contesto di squadre corte e pochi spazi. Sembra che di goal ne arriveranno pochi, e possa vincere il primo che vada in rete.

Lo fa Viola, su punizione- la sua specialità-  portando in vantaggio un Cagliari che ha capitalizzato al massimo il suo gioco di controllo e ripartenza. Ma, come spesso è capitato, paga le distrazioni: pareggio di Sanabria e incursione di Linetty, nella ripresa, per il primo ribaltone dell’1-2. I goal saranno tanti.

Intanto sono entrati Gaetano, Marin e Lapadula, a dare fantasia, geometria  e spessore tra centrocampo e attacco; e anche Palomino che, di testa, trova il 2-2.

Il Cagliari ha il pregio di avvertire il ‘kairos’, il momento opportuno, di conquistare più campo e di verticalizzare subito. Da un’iniziativa sulla fascia destra, nasce l’azione che porta all’autogoal di Coco e spalanca la porta alla prima vittoria in casa dei rossoblu’. La squadra di re Davide si pone, quindi, compatta a difesa di quella porta, si butta su ogni palla, trema e soffre. Ma vince. In perfetto stile Cagliari, lottando e soffrendo. Che, poi, è lo stile del Toro, storicamente.  Ma, almeno per questa sera, è Cagliari la città reale del Regno di Sardegna,  e Davide è il suo re.

I cattivi maestri e la cattiva classe dirigente

di Daniele Madau

C’è stato un periodo in cui Fedez e Chiara Ferragni venivano incaricati di parlare ai giovani, rilasciavano dichiarazioni politiche a cui si dava ampio risalto, si atteggiavano a portatori di valori della sinistra.

Eppure, i ragazzi e le ragazze con cui ho parlato, non hanno mai indicato loro come modelli; eppure, sembrava da subito chiaro, il loro esempio, la loro vita e la loro testimonianza poco si sposavano con i valori della sinistra.

Anche sul loro ingegno, sul loro talento, sulle loro capacità imprenditoriali – non so – si potrebbe riflettere.

Pensiamo alla capacità comunicativa di Gianmarco Tamberi e Bebe Vio, unita alle loro qualità sportive, alla testimonianza di impegno, sacrificio, talento e, poi, vittoria. O sconfitta, ma sempre nella verità del reale incarnato nello sport. Pensiamo, poi, alla comunicazione fine a sè stessa, la comunicazione per la comunicazione – molto più di un ‘ars gratia artis’ -di Chiara Ferragni, con tanto di scuse paradossali, poi, sui ‘difetti di comunicazione’. Un enorme corto circuito, una contraddizione in termini, un mondo destinato a fallire perché poggiato sull’apparenza, sulla non consistenza.

Sull’abilità musicale di Fedez, de gustibus: certo è che, da un punto di vista artistico, non si è vista un’evoluzione, ma si è fermato agli sterili canoni del rap/trap degli anni 2000.

Il punto, però, non è questo: il problema è quando si dà risonanza senza riflessione, senza senso critico, cavalcando il successo.

Da dove viene questo senso di inferiorità di fronte a chi ha seguaci o , meglio, followers?

La classe politica non può permettersi questa sudditanza; eppure, da tempo, sembra in atto. C’è stato un periodo in cui, addirittura, la classe politica dirigente era stata sostituita, temporaneamente, da una piattaforma. Ora si vuole tornare indietro, faticosamente, alle radici della politica, della ‘polis’, della città. E’ forse per questo che si studia ancora il mondo greco antico, in cui è nata la democrazia, soprattutto al liceo classico? Ricordo una visita della Presidente del Consiglio Meloni in un istituto agrario, in cui disse: ‘E’ questo il vero liceo’. Ma che significa? Ho insegnato in un istituto agrario, ed è stata un’esperienza bellissima. Ogni scuola ha un indirizzo particolare, e la si sceglie – da articolo 147 del Codice Civile- ‘seguendo le proprie inclinazioni’ . Proprio per capire, poi, che una vita costruita sull’apparire e non sull’essere è una contraddizione in termini.

Dovrebbe testimoniarlo la classe politica ma, ora come ora – e so di generalizzare – sembra difficile. Mentre si usano ancora linguaggio e attitudini ‘social’, non si è resa conto che, dopo quarant’anni dalla sua morte, tutti rimpiangono e tutti pensano a Berlinguer.

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’. Conferenza con ‘Amnesty International’

di Beatrice M. e Martina S.

Il logo di ‘Amnesty’

La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola stessa e gli incontri che questa organizza per riflettere sui diritti. A presentare un incontro col portavoce di ‘Amnesty International’, e a raccontarlo in maniera approfondita, sono Beatrice e Martina, di una terza del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari.

Il 18 settembre 2024, in occasione della presentazione a Cagliari del ‘Rapporto Amnesty International 2023/2024’ , nell’Aula Magna del Liceo ‘Siotto Pintor’, il portavoce nazionale di Amnesty dal 2003 Riccardo Noury, insieme all’attivista Paola Cuccureddu, ha tenuto una conferenza per discutere e riflettere sulle violazioni dei diritti umani nel mondo. 

Amnesty International è la più grande organizzazione che si occupa della difesa dei diritti umani, con oltre 10 milioni di soci nel mondo. E’ nata nel 1961 ad opera dell’ avvocato inglese Peter Benenson che acquistò il 28 maggio 1961 una pagina di un giornale domenicale e lesse un lungo articolo chiamato “I prigionieri dimenticati”. L’articolo iniziava così:

“ Aprite ogni giorno un giornale e troverete che c’è sempre qualcuno che è stato arrestato, torturato per le sue idee, per il suo pensiero religioso, per la sua razza, per le sue opinioni politiche. Il lettore sente un nauseante senso di impotenza, tuttavia se questi sentimenti venissero convogliati in un’azione efficace qualcosa potremmo fare.”

L’articolo continuava citando la Dichiarazione Universale dei diritti umani (adottata il 10 dicembre 1948) in cui tutti gli uomini vengono considerati uguali in dignità e diritti. Poi chiedeva ai lettori dell’articolo di chiedere la liberazione dei sei casi che venivano presentati (dell’Occidente, del Blocco sovietico, dei paesi in via di sviluppo). Da lì cominciò una lunga campagna che arriva sino ad oggi. Il simbolo di Amnesty è la candela circondata dal filo spinato con il significato di un antico proverbio cinese: “meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.

Riccardo Noury, socio di Amnesty dal 1980, parla del rapporto del 2023/2024 che ha fatto Amnesty sulla violazione dei diritti umani. Amnesty nacque nel 1961, e siccome non esistevano i social network o le email si inviavano lettere ai capi degli Stati in cui c’erano persone imprigionate ingiustamente perché avevano espresso le loro opinioni. Un esempio è la storia di un sindacalista della Repubblica Dominicana, Valdes, che uscì insieme a molti altri dalla prigione con un enorme sacco di yuta che conteneva lettere e messaggi di solidarietà. Il capo di Stato, quando vide che Valdes uscì,  gli chiese perché tutto il mondo gli scrivesse nonostante non fosse conosciuto e questo rispose che era merito di Amnesty International, quindi dobbiamo a lui la prima spiegazione di come funziona l’organizzazione. Oggi gli appelli possono essere firmati online sul sito di Amnesty. Riccardo racconta che quando si era iscritto ad Amnesty International vedeva in televisione e in piazza a Roma manifestazioni di signore di una certa età con un fazzoletto bianco sulla testa annodato sul collo: erano le rappresentanti in italia del movimento ‘Madri di Plaza de Mayo’, piazza di Buenos Aires. Si tratta di un’associazione formata dalle madri dei desaparecidos, ossia i dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983. L’associazione è composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri (“desaparecidos“: letteralmente “scomparsi” in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione, durante il periodo passato alla storia come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta, poi, sparire nella più assoluta segretezza.

Riccardo ha poi chiesto a noi ragazzi di immaginare la nostra aula magna a Kabul (Afghanistan): questa sarebbe stata mezza vuota perché è l’unico Paese al mondo dove il diritto all’istruzione è negato alle donne che non possono istruirsi e, quindi, conoscere i loro diritti; sono costrette ad essere mogli, spesso già da bambine, ad essere madri e stare in casa; viene vietato loro di fare qualsiasi attività in pubblico, sono obbligate a mettere il velo per coprire i capelli o il burqa che lascia scoperti solo gli occhi. Se immaginassimo invece l‘aula a Teheran (Iraq) questa sarebbe al completo ma le ragazze sarebbero costrette ad indossare il velo e fare attenzione a non avere ciocche di capelli che fuoriescono, non potrebbero essere truccate né  indossare vestiti attillati perché loro compito è essere caste e modeste. Il 16 settembre 2022 a Teheran le guardiane che si occupavano di controllare l’abbigliamento  delle ragazze hanno scoperto che Mahsa Amini aveva una ciocca di capelli fuori posto. Per questo è stata arrestata e portata in un centro di riformazione dove è stata picchiata sino ad andare in coma per poi morire. Questo ha sollevato un movimento di protesta delle donne iraniane insieme ai loro compagni, padri e fratelli. 

Amnesty international ha redatto un volume che è la sintesi del lavoro di ricerca dell’organizzazione in 155 paesi. Questo lavoro ha lo scopo di raccontare al mondo qual è la situazione dal punto di vista dei diritti umani, di richiamare chi ha il potere di prendere decisioni in queste situazioni, di sensibilizzare e mobilitare le persone rendendole a conoscenza di ciò che accade. Da due anni a questa parte l’argomento che domina le nostre preoccupazioni è la guerra, una è iniziata nel febbraio del 2022 con l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, la seconda è scoppiata quasi un anno fa, il 7 ottobre 2023, con un attacco di gruppi armati palestinesi, Hamas e altri, nel sud d’Israele con uccisioni di centinaia e centinaia di civili e la cattura di ostaggi con la conseguente rappresaglia israeliana, che non ha risparmiato donne e bambini pur di raggiungere l’obiettivo di distruggere i componenti dell’organizzazione che aveva effettuato l’attacco e liberare gli ostaggi. Quelli che sono stati compiuti sono veri e propri crimini di guerra. Il fatto che sentiamo ogni giorno tramite i telegiornali e i social della guerra ha reso questa un fatto semplicemente quotidiano: sembra normale che intere città restino al buio senza energia elettrica e che i civili debbano lasciare la loro casa distrutta dai bombardamenti e migrare in territori più sicuri. E’ come se il sistema universale dei diritti umani nato nel 1948 dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui ci sono stati milioni di morti di civili e soldati e dove si è usata la bomba atomica, sia stato dimenticato. Il diritto allo studio non esiste più in questi Stati, la maggior parte delle strutture scolastiche sono usate dai civili come rifugi che cercano di sopravvivere ai bombardamenti; non esiste più il diritto al lavoro, il diritto di esprimere le proprie opinioni, di protesta civile, di voto, di professare la propria fede religiosa. Allora Amnesty cerca di ricordare agli Stati gli obblighi da cui sono vincolati denunciando i loro crimini di guerra. Durante gli anni ‘90 ci sono state guerre nell’ex Jugoslavia e in Ruanda con dei genocidi di interi gruppi etnici. Questo ha portato alla costituzione di tribunali internazionali, che individuano i colpevoli di questi massacri per poi processarli e condannarli. Lo stesso ha fatto la Corte Penale Internazionale, nata nel 1998, che ha emesso mandati di cattura contro gli oligarchi russi per crimini compiuti contro i civili ucraini, e contro il primo ministro d’Israele e i capi di Hamas. 

Amnesty International sta attualmente seguendo il caso  di Maysoon Majidi, iraniana di 27 anni, attivista per i diritti delle donne, che ha lasciato la sua casa e si è rifugiata prima nel Kurdistan iracheno, poi ha provato a raggiungere l’Europa. È sbarcata a Crotone nel dicembre del 2023 e dal 31 di quel mese è in carcere in Calabria, con l’accusa di essere una «scafista». Secondo l’accusa essendosi messa a capo dell’imbarcazione avrebbe favorito l’ingresso di clandestini. Con lei c’è anche Marjan Jamali, fuggita con il figlio di 8 anni dal marito violento. Amnesty si occupa di casi singoli ma anche di situazioni negli stati democratici in cui ad esempio c’è l’uso eccessivo della forza per reprimere le manifestazioni.

In conclusione Riccardo specifica che Amnesty è un’organizzazione tanto forte quanto è popolata di persone, infatti se un appello è firmato da 10 persone è una cosa, se da 10.000 un’altra. L’indignazione da sola produce solo frustrazione, infatti per arrivare allo scopo c’è bisogno di manifestare tutti insieme anche se ciò può durare anni. Amnesty fa il massimo sforzo per ottenere un minimo risultato che può però salvare le vite di persone che hanno pacificamente espresso il loro dissenso, ne sono un esempio: 

– Patrick Zaki, studente all’Università di Bologna, arrestato e poi messo in carcere senza processo dalle autorità egiziane subito dopo essere atterrato all’aeroporto del Cairo.Tra le accuse formalizzate allo studente dall’Egitto c’erano istigazione alla violenza, alle proteste, al terrorismo e la gestione di un account social che puntava a minare la sicurezza pubblica. La campagna per liberarlo è durata 3 anni e 3 mesi.

– Aleksandra Yurievna Skochilenko, un’artista e attivista russa, arrestata nell’aprile 2022 per aver distribuito messaggi contro la guerra a San Pietroburgo

Nel mondo ci sono ancora migliaia di persone incarcerate, anche sconosciute, di cui Amnesty si sta occupando. 

Alla fine della conferenza Riccardo ha chiesto a noi ragazzi di rivolgergli delle domande. Tra queste una verteva sul ruolo che può avere Amnesty International nelle Nazioni dove esiste un regime totalitario con casi di mancanza di rispetto della persona. La risposta è che dove è possibile Amnesty compie un’azione diretta, altrimenti indiretta, ad esempio denuncia alle Nazioni Unite la mancanza dei diritti delle donne in Iran o in Afghanistan oppure interviene sulle aziende che forniscono i software che subiscono l’hackeraggio sugli strumenti di comunicazione nelle Nazioni che controllano i propri cittadini. Viene poi chiesto quanto sia importante la raccolta firme: questa è importantissima per riuscire a liberare casi incarcerati ingiustamente. In 50 anni Amnesty è riuscita a liberare tanti casi. La media è di 3 liberati al giorno ma purtroppo si stima ci siano 60.000 incarcerati ingiustamente.

Viene poi chiesto al portavoce di parlare di Julian Assange, un giornalista che ha diffuso documenti statunitensi segretati, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti i crimini di guerra. Per tali rivelazioni volevano processarlo negli Stati Uniti e ha subito una persecuzione fino al 2024 quando è diventato cittadino libero. Anche se è una figura controversa si è battuto per i diritti umani e bisogna ringraziarlo. 

Tra le ultime domande viene chiesto come può coesistere l’impegno professionale di una persona con l’impegno in Amnesty International. All’interno di Amnesty ci sono delle equipe di giuristi, avvocati, e tanti altri specialisti come giornalisti, grafici… Alcuni partecipano in ambito professionale, altri come volontari.

Per chiudere la conferenza viene riportato il motto ideato dal fondatore di Amnesty International Peter Benenson che si riferisce al simbolo dell’organizzazione: «Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, o sono “scomparse”. Per loro brucia la candela di Amnesty International».

Ci risiamo. Allargamento del conflitto in Medioriente

di Marco Marini (studioso di geopolitica mediorientale)

Israele invade di nuovo il Libano per portare in quella splendida terra la guerra contro Hezbollah, (Partito di Dio), organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista libanese, diventato anche un movimento politico. La sua sede si trova appunto in Libano ed ha nominato suo segretario generale Hashif Safi Al Din in sostituzione di Hassan Nasrallah ucciso da una operazione delle forze israeliane a Beirut il 27 settembre scorso. Lo fece nel 1978, nel 1982 e nel 2006. Israele apre, quindi, un altro fronte dopo Gaza, la Cisgiordania (West Bank), e anche, se sporadicamente, la Siria. Anche lo Yemen dopo la rappresaglia di Israele a causa dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fa parte della partita con qualche lancio di missili verso lo stato ebraico dal proprio territorio. Quali scenari si prospettano nell’immediato futuro? Certo non sono di buon auspicio, data la situazione mondiale a dir poco movimentata. Il 2 ottobre si celebra nel mondo ebraico la festa di Rosh Ha Shana, il capodanno dell’anno 5785. Questo è un periodo che ha un’importanza simbolica per Israele e per gli ebrei nel mondo. In poche settimane si celebrano oltre al Capodanno, la festa di Sukkot, Le capanne che ricordano i 40 anni passati nel deserto dagli ebrei nel loro esodo biblico, e la festa del Kippur giornata dell’espiazione. Simbolismi importanti per il popolo biblico. Lo scorso anno ci fu -ricordo- l’attacco di Hamas, nel 1973 ci fu la cosiddetta Guerra del Kippur, e per quanto riguarda la comunità di Roma, il 16 ottobre del 1943, avvenne il rastrellamento al Ghetto di Roma (Portico di Ottavia). Israele parla di operazioni limitate, ma dà una sua particolare interpretazione al concetto di limite, visto che spesso questi limiti non esistono. Ci si domanda da che parte deve stare l’occidente e molti opinionisti affermano decisamente che deve stare dalla parte di Israele ma non di Netanyahu. Gli stessi Stati Uniti da un po’ di tempo inviano blandi consigli a Israele, anche se abbiamo notato un rischieramento di forze armate statunitensi, sopratutto nel golfo, intervenute recentemente a intercettare i missili che dallo Yemen venivano lanciati verso Israele. Ma questa non è la solita guerra mediorientale. Secondo Netanyahu, e la cosiddetta “Destra Biblica”, questo conflitto deve riportare Israele ai confini biblici cioè dalla terra al mare, valeca dire cacciare i palestinesi da quel territorio maldestramente diviso dall’ O.N.U. nel 1948. Questa prospettiva implica una crisi sopratutto col principale alleato di Israele cioè gli Stati Uniti d’America. I cosiddetti accordi di Abramo, cioè la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e Bahrein nel 2020, dopo quelli con l’Egitto nel 1979 e Giordania nel 1994, sono stati congelati. Anche se l’attore occulto di questi accordi, cioè l’Arabia Saudita, non ha nessun interesse alla creazione di uno Stato Palestinese. Israele sta conducendo un lavoro sporco sia per l’occidente che per alcuni leader arabi, in funzione anti iraniana e quindi sciita, il cui movimento in Libano è proprio Hetzbollah. Ma c’è un interesse di politica interna da parte di Netanyahu, al minimo storico dalla sua ultima rielezione dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 che ha mostrato i limiti suoi e dell’intelligence, anche se un recente sondaggio rilevato che il 46% della popolazione israeliana è dalla sua parte . Ha promesso di riportare circa 70.000 israeliani nella zona a ridosso del confine libanese, fuggiti dopo gli attacchi del 07/10/2023, e come sopra citato i leader arabi non sarebbero dispiaciuti dell’annientamento di hetzbollah e della riduzione dell’influenza iraniana nella regione. Influenza che, per dire il vero, si è attenuata proprio con l’attacco di Hamas a Israele lo scorso anno. Gli Stati Uniti non condividono le ultime operazioni di Israele a Gaza. Qui la Harris si gioca la sua campagna presidenziale contro Trump, anche se, convinzione personale, Netanyahu sta proseguendo il suo piano fino ad arrivare proprio a queste elezioni americane, perchè spera vinca il Tycon che lo ha sempre appoggiato creando molti malumori in campo arabo. Il presidente turco Erdogan ha affermato che l’O.N.U dovrebbe autorizzare l’uso della forza per fermare Israele. Questa nuova guerra è esistenziale sia per Israele che per la Palestina, perchè , come già scritto sopra, la destra biblica vuole cacciare i palestinesi e restaurare le provincie di Samaria e Giudea oggi in Cisgiordania. Da parte di Hamas una reazione furente di Israele dopo il 7/10/23 era prevista nei suoi piani, perchè violando il tabù della Casa Sicura (Israele) per gli ebrei in Palestina (e nel mondo) ha creato una lacerazione nel popolo di Israele la cui reazione l’avrebbe portata all’attuale isolamento. Oggi Israele è sull’orlo di una guerra civile mai immaginata prima, con manifestazioni contro Netanyahu. In queste condizioni questo allargamento del conflitto è un’operazione ad alto rischio. Oggi Israele è meno sicuro di prima ed ora non lo sono neanche gli ebrei nel mondo. L’Iran non vuole entrare in guerra diretta con Israele, ma, ci domandiamo, quanto potrà resistere senza rispondere? L’Iran non ha le risorse per una guerra contro Israele ed ha paura inoltre di tirare dentro l’eventuale conflitto gli americani, situazione che Netanyahu vorrebbe provocare. Questa guerra sembra non avere una fine se non per decisione di Israele, con un cambio al vertice politico. Il Ministero della Difesa israeliano, specialmente l’aeronautica e perfino il tanto nominato Mossad e altri politici sono scettici su questa nuova fase del conflitto. L’UNIFIL, l’esercito di contrapposizione tra Israele e il Libano del sud, oggi a comando italiano con la Brigata Sassari, ha ricevuto l’ordine di restare chiusi nelle basi. Questo conflitto ha visto il riaccendersi dell’antisemitismo con le ingiurie a Liliana Segre, 94 anni, che dopo l’esperienza della Shoah parla di pace e di rispetto delle fasce più deboli della popolazione in guerra, che insieme all’anti-ebraismo, perpetrato dalla Chiesa Cattolica per secoli, e all’anti-sionismo che delegittima la decisione dell’ONU nello spartire il territorio fra israeliani e palestinesi avvenuto nel 1948, intrecciano questi tre fenomeni. Rigurgiti antisemiti in Europa  ed aumento della presenza di partiti di estrema destra come in Francia ed Austria (AFO), xenofobi, razzisti, neonazisti anti europeisti e contro l’immigrazione. L’antisemitismo odierno va visto come un sintomo di crisi culturale generale. Il Ministro Tajani invita a isolare i fenomeni neonazisti, gli risponde Salvini che giudica queste affermazioni come fatte da chi non ha dormito bene la notte.

Beh, che può dire colui che è stato eletto coi voti di Casapound? In realtà stiamo attraversando un momento storico di grandi cambiamenti epocali, dal sistema digitale all’intelligenza artificiale, al cambio di egemonia mondiale:  gli U.S.A. non detengono più la posizione di un tempo, masse di popolazioni che si spostano da zone inabitabili, cambiamento climatico. Tutto questo crea paura e se qualcuno  propone una soluzione facile per problemi complessi, ecco che si vota a destra, anche se la sinistra ha perso lo slancio, adagiata su valori oggi sgretolati.

La deriva nucleare

di Daniele Madau

Esiste una bellissima canzone di De Gregori,  tra le meno conosciute, il cui titolo è ‘Deriva’: è una canzone d’amore,  in cui il protagonista è soggetto a una deriva d’amore, dolce, come il naufragare di Leopardi.

Più prosaicamente, e, soprattutto, in maniera terribilmente più preoccupante, stiamo scorgendo una minaccia di deriva verso un attacco nucleare, stando alla nuova disciplina sul nucleare presentata da Putin. Essa ne prevede l’uso anche a fronte di attacco con armi convenzionali e di attacco alla Bielorussia.

Questo, evidentemente, in risposta a eventuali attacchi sul territorio russo con armi fornite all’Ucraina da paesi terzi.

L’argomento è estremamente delicato, divide gli schieramenti politici, interroga le coscienze. È necessario un equilibrio,  che può fare appello alle leggi internazionali, al buon senso ma anche a un approccio pratico, che abbia come obiettivo una pace duratura, giusta e senza ulteriori minacce.

Le leggi internazionali innanzitutto prevedono una proporzionalità nella difesa da un attacco, vero o presunto. Prevedono che sia inviolabile l’integrità di un territorio e il diritto alla difesa in quanto, è chiaro, non può prevalere la legge del più forte: equivalerebbe a tornare indietro di secoli, prima dello stato di diritto, delle convenzioni e delle organizzazioni internazionali.

Ora, la situazione in Ucraina presenta delle caratteristiche che, alla luce di quanto scritto, possono essere decifrate teoricamente. O forse anche concretamente.

Si può minacciare un inasprimento nucleare davanti a un possibile attacco non nucleare?E questo attacco sarebbe conseguenza di un altro attacco?Si ha diritto alla difesa se invasi? Bisognerebbe rispondere avendo un quadro completo, privo di sovrastrutture, aderente alla realtà dei fatti. È in ballo l’idea- storicamente realizzatasi- di stato di diritto, di rispetto delle convenzioni internazionali,  di sovranità e autodeterminazione dei popoli, di diritto alla pace senza minacce.

La risposta è nel vento, con Dylan, e ognuno troverà la sua tra le foglie: ma non può essere una risposta che non contempli le guerre mondiali, i totalitarismi, la devastazione nucleare. E faccia tornare il mondo in balìa della legge del più forte.

A.D.M.O…..una scialuppa di salvataggio

di Marco Marini

‘Sotto lo stesso cuore’ : a Cagliari, una serata di solidarietà e sensibilizzazione verso la donazione di midollo osseo


Qualche giorno fa una persona amica mi rimproverava del fatto che nei miei articoli si parla di situazioni tristi. E come posso darle torto. A mia giustificazione, e sottolineo che né i giornali né i telegiornali ci parlano di storie allegre anzi, tra guerre alluvioni, crisi idriche ed inflazione mondiale c’è proprio poco da stare allegri. Spero di riuscirci adesso. Nella splendida cornice del Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari, ieri sera si è svolto l’evento “Sotto lo stesso cuore, Musica e Solidarietà” organizzato dall’A.D.M.O Sardegna, che ha visto la partecipazione di artisti sardi quali Almamediterranea, Ambra Pintore,Davide Zanda, Stefania Secci, Fabrizio Lai, Ivana Mascia, TCK e poi:

  • Dr.Colpa
  • Fenix
  • Gabriel Lima Ferrera
  • Luca Tramatzu
  • Massimo Cau (La Contrabbanda)
  • Matteo Siddi (Gesù di Cagliari)
  • RadioQueen
  • RAMC
  • Luna Melis
  • Maria Laura Orrù

Cos’è l’ A.D.M.O. ? E’ l’Associazione Donatori di Midollo Osseo, che sensibilizza la popolazione ad iscriversi al Registro Italiano Donatori Midollo Osseo (internazionalmente conosciuto come
IMBDR, Italian Bone Marrow Donor Registry), a Cagliari si trova presso il Binaghi. La raccolta del midollo osseo serve a curare la leucemia e le neoplasie del sangue.
In particolare la donazione avviene tramite il prelievo di cellule staminali ematopoietiche, cellule che hanno la capacità di differenziarsi e produrre le cellule che costituiscono il sangue.
Sebbene la probabilità di trovare un donatore “geneticamente” compatibile sia molto più elevata tra consanguinei che tra sconosciuti, la tipizzazione tissutale di un gran numero di potenziali donatori rende possibile il successo della ricerca della compatibilità anche con persone prive di legami di parentela.
Una volta accertata la compatibilità del donatore con un paziente ricevente il prelievo può avvenire in due modi:
– prelievo di sangue midollare dalla creste iliache superiori;
– raccolta dal sangue delle cellule staminali ematopoietiche attraverso separazione.
La scelta del metodo di donazione dipende dalle necessità del paziente e dalla disponibilità del donatore.
Le cellule staminali sono prelevate direttamente dal midollo osseo rosso nella cresta dell’ileo, sotto anestesia locale o totale.
Le cellule staminali possono, in alternativa, anche essere prelevate dal sangue venoso, similarmente alla donazione di sangue piastrine. Durante il prelievo, la componente cellulare che interessa viene isolata mediante aferesi (tecnica che in medicina rimuove dal sangue una o più delle sue componenti) e successivamente viene raccolta in una sacca apposita, mentre il resto del sangue viene reinfuso.
Poiché il sangue periferico, di norma, non contiene sufficienti quantità di cellule staminali emopoietiche per un trapianto, è necessario, prima del prelievo, incrementare il loro numero: a tal fine si somministra un fattore di crescita, il G-CSF, normalmente prodotto dall’organismo, che ha la proprietà di accelerare la proliferazione delle cellule staminali e di facilitarne il passaggio nel sangue periferico. Nei neonati si possono prelevare le cellule staminali dal cordone ombelicale.
Ecco quali sono i requisiti per diventare donatore;
– Avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni.
– Avere un peso corporeo di almeno 50 kg.
– Godere di buona salute.
– La disponibilità del donatore rimane valida fino al compimento dei 55 anni.
Alcune patologie escludono il donatore quali aritmie maligne , gravi alterazioni della pressione arteriosa, alcune patologie del sistema respiratorio e del sistema nervoso e neoplasie.
La Presidentessa dell’ADMO Sardegna Dottoressa Adriana Vacca, nel presentare l’associazione e le sue finalità benefiche ha raccontato una sua esperienza con un piccolo paziente che alla domanda
sul suo stato di saluto questo piccolo ma grande uomo ha risposto “…..mi sento come un mare in tempesta e sono in attesa di una scialuppa…” da qui il titolo dell’articolo. Sono poi state chiamate sul palco alcuni donatori e donatrici che hanno raccontato in breve la loro esperienza, perché sono diventati/diventate donatori/donatrici, come si sono informate come sono state contattate dall’associazione e dal registro come sono state seguite e visitate costantemente come ha sottolineato un donatore, il processo non doloroso del prelievo delle staminali.. Le prime due Roberta e Chiara sono state presentate come degli “supereroi” e quello che hanno sottolineato i presentatori é stato il loro sorriso. Roberta ha sottolineato l’amore che ha ricevuto durante tutto il
trattamento da parte dei medici ed infermieri, che ora considera la propria famiglia. Ha ribadito che il donare a qualcuno, come lei ha fatto, in realtà è stato fare un dono a se stessi. Roberta ha donato il sangue del cordone ombelicale della figlia. Ecco alcuni dati (NB la Sardegna):

Il racconto del Cagliari: umiliati e offesi.

di Daniele Madau

V giornata Serie A, Unipol Domus/ Cagliari-Empoli: 0-2

Marcatori: 33′ p.t Colombo (E), 4′ s.t Esposito (E)

Arbitro: Simone Sozza di Seregno

Ammoniti: 12′ p.t Colombo (E), 19′ s.t Gyasi (E), 36′ s.t Pavoletti (C)

CAGLIARI (3-5-2): Scuffet 6; Zappa 6, Mina 5, Luperto 5; Zortea 6, Deiola 5.5, Marin 5.5 (70mo Gaetano), Makoumbou 5 (46mo Pavoletti), Augello 5 (60mo Azzi); Luvumbo 4.5 (60mo Viola), Piccoli 4.5 ( 75mo Lapadula) All. Nicola

EMPOLI (3-4-2-1): Vasquez; Golichidze, Ismajli, Viti; Gyasi (45′ s.t De Sciglio), Henderson, Grassi (73mo Cacace), Pezzella; Anjorin (58mo Hass), Esposito (45′ s.t Pellegri); Colombo (73mo Solbaken)  All. D’Aversa

Spettatori: 15225

Ci sono memorie e ricordi, anche sportivi, che fanno parte del patrimonio di una Nazione, che contribuiscono a rinnovare i miti di quella Nazione stessa. Chi non ricorda Italia ’90, quando siamo stati tutti trascinati e ammaliati dalla semplice bellezza di un sogno? Conquistare un mondiale in casa, era quel sogno semplice; e Schillaci è stato colui che ce lo ha ha avvicinato, con le caratteristiche dell’eroe fiabesco: umile e di famiglia povera, ma coraggioso.

La fiaba, però,  è diventata più una favola che, a volte, ha il finale amaro e una morale, che deve essere di insegnamento. Noi non sappiamo quale sia l’insegnamento della morte prematura di Totò ma, visti i sinceri applausi dell’Unipol Stadium al minuto di silenzio,  sappiamo che la sua avventura eroica a Italia ’90 insegna che si può sognare. Ed è tanto.

C’è la poesia e c’è la prosa. Abbiamo assaporato un po’ di poesia, poi c’è la prosa: e i primi 15 minuti del Cagliari ( con le novità Zortea e Makoumbou) sono molto prosaici, di una sintassi impaurita, su – tra l’altro- un foglio sgualcito ( il campo, non in perfette condizioni).

L’Empoli conquista subito terreno e, solo al 17mo, il Cagliari si affaccia nell’area toscana con un’azione per la testa di Piccoli.

Il resto sa di approssimazione e fatica, a conquistare il campo e il gioco- come da progetto- o a contenere e ripartire. Ma in casa, con una diretta concorrente e dopo due sconfitte, non si può contenere.  O, come minimo,  bisognerebbe avere un’idea.

Invece, al 32mo, Colombo riceve una palla che, nella trequarti, passa tranquillamente tra Makoumbou e Marin e si invola a battere Scuffet in uscita. Duro colpo, ma non inaspettato.

I rossoblu’ – finalmente scossi- provano allora a velocizzare l’azione, a mostrare più atletismo e a finalizzare. Prima Luvumbu e poi, soprattutto, Deiola hanno una buona occasione davanti a Vasquez. Segnali di vita, niente di più.

Cambio audace a inizio ripresa, con Pavoletti al posto di Makoumbou, a provare a dare peso e carisma.

Ma prima che il Cagliari possa soltanto realizzare che il secondo tempo è iniziato, cambio di gioco da sinistra a destra del versante offensivo dell’Empoli, cross in area ed Esposito ha il tempo e la libertà di tirare due volte e trovare il goal, dopo un dribbling a rientrare,  sul secondo tentativo.

Il modulo di Nicola passa al 3 4 1 2,  al 3 4 2 1 e, alla fine, proverà anche il 3 4 3. Infatti entrano anche Azzi e Viola e, con la spinta del pubblico, cresce anche la pressione.  Sulla fascia sinistra Pavoletti e lo stesso Azzi non c’entrano la porta ma danno, almeno, un senso di continuità.

Ultimi 15 minuti: per un fuorigioco di Colombo viene annullato il 3-0 all’Empoli ed entra Lapadula, in un clima nel pubblico ormai infuocato e incattivito che accompagna la gara verso la sua fine.

Abbiamo parlato di poesia e prosa, fiaba e favola ma è la mitologia il genere che è portatore dei significati più profondi: possiamo, allora, parlare di Nemesi, la vendetta, per Nicola. Vendetta che arriva, come spesso capita, dal suo recente passato, quello dell’Empoli, che ha giocato una gara maiuscola e autorevole, fino a rasentare l’umiliazione.

L’umiliazione, però, non esiste se si ha la consapevolezza di aver dato tutto, il massimo, di aver lottato. Ecco, quella consapevolezza non sembra esserci, tanto da portare i giocatori a chiedere scusa – a fine gara- sotto la Curva Nord. Un gesto rischioso e, forse, superfluo, anche perché la squadra viene sonoramente fischiata e offesa. A completare un quadro che, dopo la letteratura, ci porta al cinema: umiliati e offesi

Nuove Frontiere dell’Inclusione: Le Tecnologie per Lavoratori con Disabilità Visiva nel 2024

di Alessandro Pretta

“Inviati Speciali” è la nuova sezione del nostro giornale, creata per dare voce e visibilità a chi, troppo spesso, rimane ai margini del racconto quotidiano. In questo spazio esploreremo le storie di persone con disabilità e di coloro che vivono situazioni di fragilità, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione, l’equità e la giustizia sociale. La redazione di “La Riflessione Politica” crede, infatti, fermamente che ogni testimonianza sia una preziosa occasione per comprendere, riflettere e agire, contribuendo a costruire una società in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte.

A seguire, la storia di Alessandro Pretta, un giovane di 26 anni con disabilità visiva dalla nascita, che affronta le sfide della vita con determinazione e passione. Studente di filosofia all’università, Alessandro è un esempio di resilienza e impegno nel superare le barriere, grazie all’uso di tecnologie assistive innovative. Il suo racconto esplora, dettagliatamente, come la tecnologia stia aprendo nuove opportunità professionali alle persone con disabilità visiva. Tuttavia, il cammino verso una piena inclusione è ancora lungo e richiede un cambiamento di mentalità che, come sottolinea Alessandro, veda le persone non vedenti “non come lavoratori da includere per obbligo, ma come risorse preziose che, se valorizzate correttamente, possono arricchire qualsiasi ambiente lavorativo”.

Nel 2024, il panorama lavorativo per le persone con disabilità visiva sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Come persona che è cieca dalla nascita a causa di un distacco della retina del prematuro, ho vissuto in prima persona questo cambiamento rivoluzionario. Mi chiamo Alessandro Pretta, nato il 28 giugno 1998, e vorrei condividere la mia esperienza in questo nuovo mondo di inclusione e tecnologia.

Durante il mio stage all’Ospedale Brotzu, ho avuto modo di confrontarmi con le dinamiche reali del mondo del lavoro. Collaborando con il team dell’ufficio centralinisti, abbiamo riscontrato sia i progressi che le sfide ancora presenti nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità visiva. Nonostante l’impegno e la dedizione del team, spesso ci siamo scontrati con barriere che andavano oltre la semplice accessibilità tecnologica, toccando aspetti culturali e organizzativi. Sin dai miei anni al liceo classico e poi durante gli studi in filosofia all’Università di Cagliari, ho sempre nutrito un profondo desiderio di conoscenza e crescita personale. La mia cecità non è mai stata un ostacolo insormontabile, ma certamente ha reso il percorso più impegnativo, motivandomi a dare il massimo. Ho incontrato difficoltà nel terminare i miei studi universitari, ma la mia determinazione a realizzarmi come persona in ambito professionale non è mai venuta meno. Il mio obiettivo è laurearmi in filosofia nel più breve tempo possibile e puntare a nuove opportunità lavorative, come nel settore in espansione del coaching.

Penso che le tecnologie assistive, come i lettori di schermo e i software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR), abbiano rivoluzionato il modo in cui noi ciechi o ipovedenti interagiamo con l’ambiente di lavoro e di studio. Prima, leggere documenti o utilizzare applicazioni specifiche richiedeva assistenza costante. Oggi, con dispositivi avanzati, possiamo svolgere mansioni in maniera autonoma, riducendo la dipendenza dagli altri e aumentando la nostra produttività. Questo non solo migliora la qualità del lavoro, ma ci permette di essere parte attiva e integrante del team, contribuendo al successo dei progetti a cui partecipiamo. Un ruolo cruciale in questo cambiamento lo giocano le recenti modifiche legislative, come l’aggiornamento delle linee guida dell’Equal Employment Opportunity Commission (EEOC), che mirano a garantire una maggiore inclusione lavorativa per le persone con disabilità visiva. A tal proposito, la mia idea è che queste linee guida riconoscano finalmente l’importanza della tecnologia assistiva nel facilitare l’accesso al lavoro, spingendo i datori di lavoro a investire in strumenti capaci di rendere l’ambiente più accessibile. Questo cambiamento normativo non è solo un obbligo legale, ma rappresenta un invito a ripensare il concetto stesso di inclusione, mettendo al centro l’autonomia e l’efficacia dei lavoratori.

Un altro aspetto rilevante delle nuove linee guida è l’attenzione posta sulla tecnologia mobile. Le applicazioni per smartphone con funzionalità di assistenza integrata, come la lettura vocale dei testi o la navigazione GPS, stanno giocando un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana. Ad esempio, il mio cane guida Voodoo, un labrador beige dai modi gentili e dal passo sicuro, mi accompagna nelle mie esplorazioni di Cagliari e oltre. Grazie alle app di navigazione, posso muovermi con maggiore autonomia, integrando l’assistenza di Voodoo con le indicazioni vocali del GPS. Questa sinergia tra tecnologia e sistemi di orientamento e mobilità tradizionali mi permette di vivere la città in modo più indipendente e sicuro.

Le nuove tecnologie non solo migliorano l’accesso all’occupazione, ma stanno cambiando anche le dinamiche all’interno degli ambienti lavorativi stessi. In passato, adattarsi a un nuovo ambiente di lavoro o apprendere nuovi strumenti poteva essere una sfida notevole. Oggi, grazie a dispositivi più avanzati e a una maggiore attenzione alla formazione, l’inclusione è più fluida e naturale. Possiamo interagire con i colleghi, partecipare attivamente alle discussioni e contribuire in modo significativo alle decisioni aziendali.

Gli strumenti raccomandati includono dispositivi come lettori di schermo avanzati, che trasformano in formato audio o braille il contenuto visivo di un computer. Software OCR, capaci di convertire testi stampati in formati accessibili, rappresentano un altro pilastro fondamentale per l’inclusione. Grazie a questi strumenti, documenti cartacei che prima costituivano un ostacolo diventano ora facilmente interpretabili e gestibili. In molti contesti lavorativi, questi strumenti si stanno diffondendo rapidamente, migliorando l’efficienza e riducendo il tempo necessario per completare determinate attività. D’altro canto, i posti di lavoro spesso non sono ancora pienamente accessibili. Le barriere architettoniche rimangono un ostacolo reale e tangibile tutt’oggi. In Italia, siamo ancora alle prese con contesti lavorativi che non favoriscono l’inclusione. Laddove c’è un impegno concreto per abbattere queste barriere, il contesto favorisce la competitività nel mondo del lavoro anche per noi che abbiamo una disabilità. Penso che lavorare su inclusione e accessibilità, spesso travisata come pratica secondaria e troppo dispendiosa, si dimostri invece il modo più efficace per consentire non solo la parità tra tutti i lavoratori, ma soprattutto una semplificazione del lavoro per tutti, maggiore coesione tra colleghi e più produttività nel mercato.

Per quanto riguarda la situazione in Italia, la mia esperienza mi porta a riflettere su come, nonostante le tecnologie moderne abbiano rivoluzionato il mondo del lavoro, consentendo a noi ciechi di accedere a un’ampia gamma di strumenti e risorse digitali, persista una mentalità arretrata che ancora limita fortemente le nostre opportunità professionali. Ho sperimentato personalmente questo problema nel mio percorso per trovare un lavoro. Spesso mi sono trovato di fronte a porte chiuse, nonostante le mie qualifiche e la mia determinazione. Ho ricevuto rifiuti sia nel mondo del lavoro come centralinista, una professione che ho visto morire lentamente durante il mio tirocinio, sia nel tentativo di intraprendere il telelavoro. Durante l’esperienza di tirocinio, ho notato una scarsità di motivazione e di opportunità per una effettiva crescita professionale. La professione del centralinista sta scomparendo, e quando anche questa opportunità non sarà più fonte di guadagno e una porta per accedere a una carriera più appagante, cosa faremo?

Ci sono paesi in Europa in cui prima si valutano le potenzialità e le competenze sul lavoro, poi i limiti oggettivi che una disabilità eventualmente comporta, e infine si adattano le mansioni. Penso che l’Italia dovrebbe seguire questo esempio. Manca un vero cambiamento culturale che riconosca le competenze e le capacità delle persone con disabilità visiva in una vasta gamma di professioni. Il problema non risiede tanto nella mancanza di risorse tecnologiche, quanto piuttosto nella carenza di informazione e formazione sia per i datori di lavoro sia per il personale di selezione. Questi pregiudizi iniziali non solo limitano le opportunità di assunzione, ma influenzano profondamente anche il nostro percorso di carriera. Anche quando riusciamo a superare la barriera dell’assunzione, incontriamo difficoltà enormi nell’avanzare professionalmente, essendo raramente considerati per promozioni o ruoli di responsabilità.

Le aziende italiane, purtroppo, non investono abbastanza nella formazione del proprio personale rispetto alla gestione della disabilità. Non c’è abbastanza consapevolezza delle tecnologie disponibili, né delle modalità per integrare efficacemente lavoratori con disabilità visiva nei processi aziendali. Questo fa sì che, anche quando un cieco o ipovedente riesce a entrare nel mondo del lavoro, spesso si ritrova isolato o non pienamente integrato. La mancanza di supporto, sia tecnologico che formativo, porta alla frustrazione e al sottoutilizzo delle nostre competenze.

Un altro aspetto problematico è l’assenza di percorsi di carriera definiti per le persone con disabilità visiva. Troppo spesso, un lavoratore non vedente si trova bloccato in una posizione iniziale, senza alcuna prospettiva di crescita o di sviluppo professionale. Questa staticità deriva principalmente dalla convinzione che la disabilità limiti inevitabilmente le possibilità di assumere ruoli più complessi o di leadership. È un pregiudizio che penalizza gravemente noi ciechi, impedendoci di dimostrare il nostro valore e di contribuire in modo significativo al successo dell’azienda. Il problema è presente anche nel settore pubblico, dove esistono leggi che dovrebbero garantire una maggiore inclusione, l’atteggiamento nei confronti delle persone con disabilità visiva resta arretrato. Le politiche di assunzione raramente vanno oltre il minimo richiesto dalla legge, e spesso veniamo inseriti in ruoli che non sfruttano appieno le nostre capacità. C’è una mancanza di visione e di strategia a lungo termine per valorizzare questo importante segmento della forza lavoro.

Per superare questa situazione, penso che sia necessario un cambiamento di mentalità profondo e strutturale. La formazione, sia a livello scolastico che professionale, deve essere orientata a mostrare le infinite possibilità che la tecnologia offre oggi a noi ciechi. Le aziende devono essere sensibilizzate sull’importanza di abbandonare gli stereotipi e di valutare i candidati sulla base delle loro reali competenze e qualifiche, e non sulla base di una disabilità visiva. Come persona che ha esplorato molteplici correnti di pensiero e ha confrontato le grandi domande dell’esistenza umana attraverso lo studio della filosofia, so che il talento non ha limiti visivi e che il successo professionale non dovrebbe avere barriere di accesso.

Inoltre, è fondamentale investire in campagne di sensibilizzazione che mostrino esempi concreti di successo di lavoratori con disabilità visiva in settori nuovi e innovativi. Solo così si potrà abbattere il pregiudizio che ancora ci confina a pochi ruoli standardizzati. Il futuro del lavoro per noi ciechi deve essere vario e dinamico, così come lo è per chiunque altro. In definitiva, l’Italia ha ancora molta strada da fare per abbracciare appieno le potenzialità dei lavoratori con disabilità visiva. Le tecnologie ci sono, le leggi ci sono, ma è la mentalità che deve cambiare. Una mentalità che veda il cieco non come un lavoratore da includere per obbligo, ma come una risorsa preziosa che, se valorizzata correttamente, può arricchire qualsiasi ambiente lavorativo.

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