Esistono, in ogni situazione della vita di ognuno, momenti decisivi, da cogliere, poiché il tempo che normalmente scorre – kronos– diventi il tempo ‘opportuno’ , kairos.
Re Davide- Nicola- che nella sua prima conferenza stampa aveva citato Whitman, sicuramente conoscerà la differenza. Ci sono partite da vincere, e Cagliari- Parma è una di queste. Nicola,perciò, presenta quella che, ormai, può essere la sua formazione tipo, con Viola, autore della prima occasione cagliaritana dopo due minuti, ormai stabilmente al posto di Gaetano.
Se il campionato fosse finito prima dell’inizio della gara di oggi, il Parma sarebbe retrocesso: perciò il ‘kairos’ riguarda forse più i ducali: infatti, a Viola, rispondono con due occasioni , la seconda delle quali, con Camara, ad alto rischio per la difesa sarda. In genere, il Parma ha il predominio del gioco, mentre i padroni di casa ripartono, come nel caso del colpo di testa di Piccoli al 18mo e, soprattutto, col tiro sul primo palo di Felici, da sinistra, al 21mo. Ma se due indizi non fanno ancora una prova, col palo sul colpo di testa di Mina sul successivo angolo abbiamo la prova che la partita, nonostante il nuovo tentativo di Camara, sta cambiando. 25 minuti e già tante emozioni: la più forte delle quali arriva ora, col portiere ducale Suzuki che si lascia, per un attimo, sfuggire la palla: ma non c’era nessuno in agguato.
Al 30mo, Zortea, uno dei più attesi dopo le ultime prestazioni impreziosite dai goal, calcia alto dal limite; poco dopo esce Djuric per infortunio: lo fa tra gli applausi, ed è bello sentirsi circondati da un pubblico sportivo. I bambini della ‘Curva Futura’ hanno avuto un bell’esempio.
Prima della fine del primo tempo sono chiari, ormai, i protagonisti principali delle due squadre: Viola per i padroni di casa – che al 35mo arriva a calciare rasoterra da centro area senza fortuna- e Camara per i ducali, a cui al 38mo annullano un goal per fuorigioco.
Al termine del primo tempo, qualche fischio, ad accompagnare l’uscita dei giocatori da un primo tempo equilibrato, in cui forse è mancato il mordente del ‘cogli l’attimo’, del ‘carpe diem’.
Nella pausa, qualche annotazione a margine: il 6 febbraio del 1987 nascevano gli Sconvolts, cuore storico, nel bene e nel male, del tifo cagliaritano, ancora pulsante. La loro coreografia per l’occorrenza si è meritata il posto d’onore in questa cronaca.
L’inizio della ripresa è segnato da una serie di errori dei padroni di casa, una sorta di sfilacciamento, forse segno di nervosismo: il Parma, infatti, conquista campo e fallisce il colpo letale davanti alla porta con Bonny e Camara, che non riescono a colpire bene la palla, e Keita, che sfiora il palo. Crescono i fischi.
Tra questi, però, cominciano a volare sulla fasce Augello, Felici e Zortea: se il tempo opportuno fugge, come il vento, si deve solo correre; sulla fascia sinistra si invola Felici, il cui cross trova la testa di Adopo, leggermente deviata, a spiazzare Suzuki. 1-0. La gara non perde di intensità: capovolgimenti di fronte continui, viso aperto di chi vuole portare dalla propria parte il destino.
Eccolo, il destino, si presenta ai coraggiosi, ai giovani, ai puri: al 68mo, l’esordio in rossoblù del giovane neoacquisto Coman; due minuti dopo, proprio lui, raddoppia dopo uno scambio con Gaetano con uno splendido tiro dal limite. Senza timore, con sicurezza: il destino lo devi domare. Lo stadio esplode di gioia per questo ragazzo, arrivato, forse, tra i pregiudizi.
Durante la rincorsa del tempo, e del suo fluire rapido, bisogna soffrire: ecco, al 78mo, il perfetto colpo di testa di Leoni da calcio d’angolo. Difesa distratta e denti da stringere ancora, per quindici minuti.
Al fischio finale, una gioia liberatrice: è passato il tempo opportuno, e il Cagliari ha colto l’attimo. La salvezza è più vicina.
L’azienda padovana Gefarm, che ha lanciato UNO e DUO, sistemi di accumulo al sale riciclabili ed ignifughi, ha trovato un partner a Dubai: nel triennio previsti progetti per installare molti megawatt anche in India e Egitto. Il Presidente, Giovanni Rocelli: “Mercato delle batterie in crescita, il sale è la risposta ai problemi dell’inquinamento: ora l’espansione anche in Italia”. Il reparto ricerca e sviluppo è in Sardegna, i partner di prodotto tra Svizzera e Italia
La fine dell’era del carbonio è prossima. I combustibili fossili inevitabilmente saranno sostituiti da quelli provenienti da fonti rinnovabile, sia perché finiranno sia perché non potremo permetterci ancora a lungo i livelli di inquinamento che causano. Nella svolta green in corso uno degli asset strategici saranno le batterie, ossia la possibilità di accumulare l’energia in eccesso e non immediatamente utilizzata dalla rete. Per questo, si stanno cercando soluzioni sempre più ecologiche per il mercato dello storage, secondo recenti analisi collegate alla matrice “McKinsey”, nel mondo varrà oltre i 150 miliardi fino al 2030. In questo ecosistema economico opera GEFARM, start up nata nel 2021 ed incubata dal 2022 al Le Village by CA Triveneto con sede a Padova, fondata da Alessandro Marcuzzi, manager con esperienze nei settori commerciale e del marketing e di ricerca prodotto in svariate aziende. La start up dalla sua nascita lavora assiduamente con l’obiettivo di creare dei sistemi di accumulo innovativi e in ottica green, rivolti sia al settore privato che a quello commerciale e industriale. La giovane azienda è arrivata ad un punto di svolta in questo inizio del 2025. Dopo aver ottenuto nel corso del 2024 oltre un milione di euro di finanziamenti grazie all’entrata nel capitale sociale della Holding GIO2 di proprietà del Presidente Giovanni Rocelli ed esser arrivata alla produzione dei primi lotti, adesso è in arrivo una nuova opportunità commerciale. È stata infatti aperta una nuova azienda, la GEFARM INVESTMENT LLC a Dubai con la partnership di ABWAB HOLDING LLC con l’obiettivo di diffondere la tecnologia italiana negli Emirati Arabi, all’interno di maxi progetti green che sono in corso di realizzo.
“Il rapporto tra GEFARM e i nostri nuovi soci d’affari a Dubai è nato grazie al dottor Sameh Salama un consulente che opera nell’area da una quindicina d’anni”, spiega il Ceo di GEFARM, Alessandro Marcuzzi. “Abbiamo iniziato a ragionare attorno alla fattibilità di un singolo progetto, poi, dopo una serie di incontri da loro, abbiamo capito che c’era la possibilità di crescere assieme. Per noi è una sfida enorme, si tratta di svariati milioni di euro e di qualche centinaia di megawatt da installare, un cambio di paradigma reale sui temi dell’energia green”. La partnership commerciale è nata sotto l’egida di Sua Altezza lo Sceicco Hasher Bin Maktoum Bin Juma Al Maktoum, grazie alla rete di dialogo internazionale che ha avuto come vertici il governo di Dubai, tra cui il Dipartimento dell’Economia e del Turismo, la Camera di Commercio di Dubai, la Direzione Generale della Residenza e degli Affari Esteri (GDRFA). A sostenere la partnership Karthik Balasubramanian, Partner e Family Wealth di ABWAB Holdings L.L.C., il Consigliere Dr. Sameh Salama e il team di Shangri-La Dubai su Sheikh Zayed Road, l’Horizon Club e Falak Tayyeb Platinum Government Services LLC Together. “L’operatività a Dubai è già iniziata, stiamo entrando nei nostri nuovi uffici”, annuncia Giovanni Rocelli, Presidente di GEFARM. “La prima fase si concentrerà su una maxi opera nell’area di Dubai. Ma i nostri partner ci hanno assicurato l’interesse per progetti anche in India e Egitto sui quali stiamo lavorando. Siamo orgogliosi di trasportare il nostro know how italiano all’estero e aiutare la transizione verso un’economia sempre più green”.
Il modello di business di GE FARM è basato sullo sviluppo di nuovi sistemi di accumulo di energia basati sulla tecnologia innovativa delle batterie al cloruro di sodio e nichel prodotte dalla società svizzera HORIEN, partner della start up. GEFARM è partita dalle batterie e ha realizzato un ecosistema dedicato al mondo dell’accumulo con inverter e cabinet di proprietà, assemblati negli spazi produttivi in Friuli Venezia Giulia, il centro ricerca e sviluppo è in Sardegna, mentre il quartier generale è a Padova in via Savelli. “Ci impegniamo a plasmare un futuro sostenibile e innovativo”, precisano Marcuzzi e Rocelli. “A Dubai forniremo sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS), tecnologie all’avanguardia per batterie a base di sale per uno stoccaggio efficiente e sostenibile dell’energia. Ma garantiremo anche il controllo della gestione dell’energia (EMC) con soluzioni avanzate di automazione degli edifici per ottimizzare l’efficienza energetica. Non solo, metteremo in campo anche sistemi di ricarica per veicoli elettrici caricar: soluzioni rivoluzionarie per l’infrastruttura dei veicoli elettrici. Questa impresa è in linea con la visione degli Emirati Arabi Uniti per un futuro più verde e sostenibile e siamo entusiasti di svolgere un ruolo fondamentale nel guidare questi progressi”.
La batteria al sale, peraltro, è sempre più al centro dell’attenzione di chi si occupa di energia perché non è sensibile agli sbalzi termici, ha una lunga vita ed è sufficiente portarla in discarica dove verrà considerata come un normalissimo rifiuto elettronico: non sono tossiche per l’uomo, sono riciclabili e non hanno il rischio di incendio. Il sale usato per le batterie segue un ciclo di estrazione classico che prevede l’evaporazione dell’acqua marina in vasche. Con l’utilizzo di batterie al cloruro di sodio/nichel, GEFARM si affida solo a processi che rispettano l’ambiente. In particolare, hanno una lunga durata (prevista sui vent’anni) e non hanno bisogno di manutenzione; la loro efficienza non cala con l’utilizzo (quindi non soffrono del cosiddetto effetto memoria). Sul fronte dei limiti, la batteria ha bisogno di 10-12 ore di warm up iniziale all’avviamento per arrivare alla temperatura interna operativa (260°C), prima di poter cominciare un nuovo processo di carica e scarica: per questo non è funzionale per ricariche veloci o utilizzi irregolari, come capita ad esempio con le automobili.
Il termine Gender gap indica il divario tra il genere femminile e quello maschile nel mondo. Questo fenomeno ha effetti su molti ambiti sociali, tra cui educazione e istruzione, occupazione, retribuzione e rappresentanza politica. Non solo, ha implicazioni nel limitare le opportunità individuali delle donne ma, ha anche un impatto negativo sull’economia e sullo sviluppo sociale, tanto da rappresentare una sfida complessa e multi-sfaccettata che richiede interventi coordinati a livello locale, nazionale e globale da parte di governi, settore privato e società civile. L’argomento è stato approfondito dalla sottoscritta, Marta Meloni, laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con orientamento economia e lavoro.
Il Gender gap nel mondo del lavoro rappresenta una delle sfide più significative e persistenti nel panorama socioeconomico contemporaneo. Nonostante i progressi compiuti in termini di diritti e opportunità, le disparità di genere continuano a manifestarsi in diverse forme, tra cui differenze salariali, accesso a posizioni di leadership e opportunità di carriera. Secondo il Global Gender Gap Index (GGGI)2024, a livello globale è stato raggiunto un livello di equità pari al 68,5%. Ciò significa che per raggiungere la parità di genere sono necessari ancora 134 anni superando di gran lunga l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile del 2030. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), evidenzia che il Gender pay gap, indice della disparità salariale per il quale, a livello globale, le donne tendono a guadagnare meno rispetto agli uomini, anche in condizioni di parità di ruolo e competenze, rappresenta una delle maggiori ingiustizie all’interno del mercato del lavoro. Inoltre è stato dimostrato che un maggiore coinvolgimento femminile comporterebbe un aumento significativo del PIL globale. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, nel 2022, la retribuzione lorda delle donne era inferiore al 12,7% rispetto a quella degli uomini. Inoltre, i settori Stem, come tecnologia, ingegneria e finanza tendono ad avere una presenza maschile dominante.
Le donne sono spesso sottorappresentate in ruoli di leadership. Questo fenomeno di segregazione verticale è stato descritto dalla scrittrice americana Marlin Loden nel 1978 con la metafora “glass ceiling” o soffitto di cristallo, con l’intento di descrivere tutte quelle barriere invisibili, tutti quei pregiudizi taciuti, impliciti e radicati nella cultura ma al contempo tangibili e insormontabili che ostacolano la donna nell’espressione delle sue potenzialità nel mondo del lavoro e tutti quegli stereotipi di genere che persistono anche nei processi di assunzione, promozione e valutazione avendo un impatto negativo sulle sue opportunità di carriera.
Il genere, differentemente dal concetto di sesso che si riferisce a una distinzione biologica e anatomica, riguarda l’identità e non è altro che la costruzione sociale e culturale dei ruoli, delle norme e delle aspettative associate all’essere maschio o femmina. Il patriarcato, termine che deriva dal greco patriarkhēs, che significa letteralmente “la legge del padre”, è stato determinante nel plasmare i ruoli tradizionali, rafforzando l’idea che gli uomini fossero naturalmente più adatti a un ruolo di capofamiglia e a posizioni di leadership e che le donne fossero più inclini a occupazioni che richiedono cura e sostegno, generando degli stereotipi di genere che si riflettono ancora oggi in processi di educazione e socializzazione. Quale istituzione sociale avrebbe potuto assicurare la continuità di un sistema così strutturato, se non il matrimonio? Infatti, secondo il diritto romano, il termine matrimonio, derivante dalla parola latina matrimonium, letteralmente significa “doveri di madre” proprio per enfatizzare l’importanza della finalità procreativa all’interno dell’unione. Secondo uno studio pubblicato da Science nel 2017, nota e prestigiosa rivista scientifica, le bambine, a partire dai sei anni, all’inizio della loro carriera scolastica, cominciano a perdere fiducia in loro stesse e tendono a ritenersi meno intelligenti e brillanti rispetto ai loro coetanei maschietti a causa di un’acquisizione precoce di nozioni stereotipate, che ne influenza interessi e aspirazioni. Nell’infanzia, uno dei contesti più emblematici in cui emerge il Gender gap, è quello delle attività ludiche. Infatti, il gioco, strumento di apprendimento fondamentale per lo sviluppo cognitivo e sociale, riveste un ruolo cruciale nella formazione delle identità di genere. Giochi tipicamente commercializzati per maschi, come costruzioni, automobiline, robot, puzzle e altri ancora, facilitano l’acquisizione di capacità visuo-spaziali, logiche di problem-solving e competenze connesse a materie STEM. D’altro canto, bambole, set da cucina e peluche, definiti prettamente giochi per femmine, espongono a un apprendimento differenziato verso competenze relazionali e comunicative e abilità sociali associate a professioni legate alla cura e al servizio. Queste rappresentazioni influenzano profondamente i bambini contribuendo a consolidare ruoli di genere rigidi: assorbono totalmente questi messaggi culturali, iniziano a pensare, ad agire, a modellare il loro futuro e a impostare percorsi di carriera in base ad essi.
I dati statistici forniti dell’Unesco ne danno conferma. Attraverso il report 2022- 2023, viene dichiarato che solo un terzo delle donne a livello mondiale è laureato in materie STEM. Questo è ciò che viene tecnicamente definito “Gender dream gap” secondo cui, sin dall’infanzia condizionamenti socioculturali plasmano le aspirazioni di carriera delle donne, stroncando sogni e ambizioni.
Il Gender gap nel mondo del lavoro non è solo una questione di numeri o statistiche ma riguarda soprattutto vite, aspirazioni e potenzialità inespresse.
Abbracciando la diversità e l’inclusione, possiamo plasmare un futuro in cui ognuno ha la possibilità di brillare e di esprimere appieno il proprio talento a prescindere dal genere. In questo scenario ideale, le diversità non sarebbe solo un valore aggiunto, ma la norma.
Excusatio non petita, accusatio manifesta, una scusa non richiesta è una manifesta accusa: la saggezza del mondo classico sembra ben adattarsi al videomessaggio in cui la presidente Meloni avvisa gli italiani di aver ricevuto una denuncia da un cittadino.’Non sono ricattabile’, infatti, ha detto in conclusione, con una sorta di excusatio non petita.
Ripercorriamo quanto successo: l’avvocato Li Gotti ha denunciato Giorgia Meloni e i ministri Nordio e Piantedosi per favoreggiamento e peculato nella vicenda Almasri, il torturatore libico rilasciato in patria con volo di Stato, a fronte di una richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale. La procura che ha ricevuto la denuncia ha poi, come da procedura, trasmesso gli atti al tribunale dei ministri, ‘omessa ogni indagine’, cioè senza effettuare indagini.
La presidente, però, con una informazione non corretta non si sa quanto cosciente, ha parlato di ‘avviso di garanzia’; ed è stata solo la prima di una lunga serie di inesattezze, alcune anche paradossali, rasentanti, dispiace ammetterlo, il ridicolo: come quando ha definito Li Gotti uomo di sinistra. Omettendo il suo passato nel Movimento Sociale. In più, si potrebbe dire impunemente, lo ha anche accusato, davanti agli italiani, di aver difeso i mafiosi, quando Li Gotti ha difeso i collaboratori di giustizia pentiti, quindi, piu’ precisamente, contro la mafia.
Bisogna riflettere, con verità e durezza, quando è necessario. È dovere del giornalismo, come contropotere. È molto grave quanto successo, dovrebbe essere un punto di non ritorno nella coscienza degli italiani. Ma, come disse Flaiano, spesso, in Italia, la situazione è grave ma non è seria. Rasenta talvolta il ridicolo, come già detto. Se ne sono accorti, purtroppo, in Libia, come da video dell’accoglienza trionfale in patria di Almasri tra gli sbeffeggi per gli italiani. Non del governo, non di Piantedosi e Meloni: degli italiani. Di noi che facciamo sacrifici, paghiamo le tasse, lavoriamo ogni giorno per quel po’ di serenità nostra e dei nostri cari. Sbeffeggiati perché il ministro degli interni ha liberato un terrorista in quanto era ‘di estrema pericolosità ‘, con un ossimoro così palese da lasciare come stupefatti davanti a questa sorta di incompetenza. Perché la presidente del consiglio, dopo aver ripetuto piu’ volte che non avrebbe lasciato tregua ai trafficanti di uomini, è costretta a liberarne uno, mentre 40 migranti venivano portati, quasi contemporaneamente, in Albania. Questo perché, contrariamente a quanto ripetuto- senza l’efficacia della prima volta- sembra, purtroppo, ricattabile: se non avesse consegnato Almasri, sarebbero aumentati i migranti dalla Libia. Questo è, propriamente, un ricatto. Ciò accade quando si stabiliscono accordi con soggetti, e Stati, che non riconoscono il diritto. È capitato anche con altri governi, ma sembra la prima volta con un quadro ricamato di inesattezze. Quella sulla ricattabilita’ è, infatti, solo l’ultima di una serie: dirette, forse coscienti, quasi senza pudore. Il governo perde stabilità, trascinato da incompetenza e inesattezze, e quindi malcelato imbarazzo. È doveroso scorgerlo e ammetterlo.
I rappresentanti politici che hanno sempre legittimamente parlato, come parte del loro patrimonio politico- e continuano a farlo nei videomessaggi- di onore, testa alta, dovere, legalità, prima gli italiani, dovrebbero essere i primi a testimoniarlo, risparmiarci umiliazioni e inesattezze, se non vogliono rasentare il ridicolo. Vale per ogni partito e programma politico, è doveroso ricordarlo, e il giornalismo deve sempre essere pronto a mettere in pratica la preziosa arte della riflessione con chiunque, senza fomentare toni troppo forti. Anche ammettendo che, ormai, il ridicolo sembra una categoria politica. E noi, non da ora, purtroppo, ci stiamo abituando a situazioni gravi ma non serie.
«Ottant’anni fa l’orrore della Shoah si è mostrato al mondo in tutta la sua terrificante forza. Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz sono stati abbattuti, e insieme ad essi è crollato anche quel muro che impediva di vedere chiaramente l’abominio del piano nazista di persecuzione e di sterminio del popolo ebraico. Uomini, donne, bambini e anziani strappati dalle loro case, costretti a lasciare tutto, portati nei campi di sterminio e uccisi solo perché di religione ebraica. Un piano la cui premeditata ferocia fa della Shoah una tragedia che non ha paragoni nella storia. Un piano, quello condotto dal regime hitleriano, che in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni».
È il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del Giorno della Memoria e dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz.
Quello della Shoah, prosegue la premier, fu «un abisso a cui si contrappose il coraggio di tanti Giusti, che non esitarono a disobbedire e a rischiare la propria stessa vita per salvare quella di migliaia di innocenti».
Ancora: «Oggi celebriamo il Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime e rinnoviamo la memoria di quei fatti, anche attraverso la testimonianza dei sopravvissuti e dei loro discendenti. Testimoni viventi di una pagina orribile del nostro passato, ai quali rendiamo ancora una volta il nostro ringraziamento. Perché, se oggi conosciamo ciò che è accaduto, lo dobbiamo soprattutto a loro».
Francesco Floris, giovane studente appassionato di giornalismo sportivo, ha seguito per ‘La Riflessione’ la gara di venerdì delCagliari
Torino, Stadio Olimpico, 22ma giornata di serie A- 20:45 /Torino Cagliari : 2-0 (6, 61mo Adams)
Pagelle del Cagliari (da sx a dx) 4-2-3-1, poi 4-4-2
Caprile: 7,5
Obert: 4 ⇆ Augello 5
Luperto: 5-
Mina: 5
Zappa: 4
Deiola: 4,5 ⇆ Adopo 5,5
Marin: 4 ⇆ Makoumbou 5
Felici: 4
Gaetano:5 ⇆ Pavoletti 6
Zortea: 4,5
Piccoli: 5 ⇆ Lapadula 6
La squadra di Nicola esce sconfitta dal capoluogo piemontese dopo una prestazione che lascia parecchio a desiderare. Sin dai primi minuti della partita si capisce che sarà una giornata no per i giocatori del Cagliari. Dopo soli sei minuti di gioco arriva il gol dei granata, da parte dello scozzese Adams, gol che,viziato dalla deviazione della traversa, è giunto meritatamente, viste le continue occasioni avute dai torinesi per passare in vantaggio. Rete subita a causa di una difesa posizionata male e di una squadra lenta a rientrare, nel provare a difendersi dal contropiede, che ha portato il Torino al gol.
Per tutta la durata del primo tempo il Cagliari è costantemente in affanno: passaggi sbagliati, stop errati e lentezza generale della squadra. E’ un susseguirsi continuo di questi eventi, che sembrano non voler finire mai, solo il duplice fischio dell’arbitro, che sancisce la fine del primo tempo, mette fine a questa agonia.
Il secondo tempo non è tanto meglio: gli errori compiuti nel primo tempo si ripetono anche nella seconda frazione di gioco e Nicola decide di cambiare addirittura quattro giocatori al 58’.
Entrano: Pavoletti, Adopo, Makumbou e Augello. La situazione peggiora dopo appena tre minuti, quando Adams firma la doppietta, dopo un intervento scomposto di Karamoh su Luperto, che l’arbitro giudica regolare. Dopo il secondo gol, la partita per i cagliaritani non migliora di molto, sbagliano meno passaggi, è vero, ma non riescono a superare la metà campo avversaria. Al 76’ Nicola inserisce Lapadula al posto di Piccoli; si passa così da un 4-2-3-1 ad un 4-4-2. L’intenzione del mister è quella di puntare tutto sui cross degli esterni, ma la situazione è sempre la stessa. Le prime “occasioni” da gol arrivano addirittura all’80’, quando Augello riesce a mettere qualche pallone in area per Pavoletti, che però è ben marcato e non riesce a trovare mai l’incornata vincente.
La mediana composta da Marin e Deiola ha dimostrato di non essere assolutamente adatta a giocare dal primo minuto. I due “mediani,” per 58’ minuti, non creano praticamente nulla. Girano a vuoto nella parte centrale del campo, senza creare gioco e inserimenti in fase di possesso palla; durante la fase difensiva sembrano due pesci fuor d’acqua e perdono continuamente l’uomo, faticano a rientrare in tempo. La partita con il Lecce, per Marin e Deiola, è stata un caso e ritengo sia giusto che in mediana giochino sempre Adopo e Makumbou, che da quando ricoprono questo ruolo hanno sempre svolto il loro compito in maniera discreta.
Anche Felici delude, e non poco. L’esterno rossoblù non riesce mai a scartare l’uomo, come ci ha abituato nelle ultime uscite, non trova mai lo spazio per un cross e sbaglia un infinità di passaggi. Non a caso il passaggio sbagliato, che ha portato in vantaggio i granata, è stato effettuato da Felici.
Protagonisti in negativo anche i due terzini Zappa e Obert. I due esterni bassi, per l’intera durata della partita, non riescono a gestire la velocità degli esterni torinesi e vengono continuamente scartati, concedendo molti cross alla squadra di Vanoli.
Solo Caprile è stato capace di offrire una buona prestazione.
L’estremo difensore ha confermato, ancora una volta, di essere un portiere affidabile e coraggioso nelle uscite. Il portiere dei sardi è assolutamente incolpevole delle reti segnate dal Torino, ritengo che se non ci fosse stato Caprile in porta, probabilmente, il Cagliari avrebbe incassato più segnature.
In questa partita abbiamo visto il Cagliari peggiore della stagione. Una squadra che non riesce a creare gioco, che corre a vuoto, che non riesce a verticalizzare, che non lotta e che si arrende. Il Cagliari però non è questo. Il Cagliari ci ha abituato a lottare fino all’ultimo e a provare di tutto pur di non uscire dal rettangolo verde sconfitto.
Penso che questa partita sia stata solo un caso e sono convinto che domenica prossima, a Cagliari, contro la Lazio, vedremo una squadra diversa, che ha voglia di vincere e fare risultato.
Naturalmente il match contro la Lazio non sarà facile, ma questo non deve scoraggiare gli uomini di Nicola. I ragazzi ci hanno abituato a prestazioni eccellenti contro squadre dall’altissimo livello tecnico, come contro il Milan, la Juventus, la Fiorentina, l’Atalanta e la Roma.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come 47° presidente degli Stati Uniti segna un nuovo capitolo nella politica americana e globale. Al centro del suo discorso di insediamento, temi come la libertà di espressione, l’energia e la politica internazionale si intrecciano con il ruolo sempre più cruciale delle piattaforme digitali. Con la partecipazione di Mark Zuckerberg ed Elon Musk, protagonisti del mondo tecnologico, si apre un dibattito sulle potenzialità e i rischi dei social network, strumenti che promettono connessione ma nascondono insidie legate a manipolazione e controllo.
Il 20 gennaio Donald Trump ha fatto il suo ritorno alla Casa Bianca, assumendo ufficialmente l’incarico di 47° presidente degli Stati Uniti. La cerimonia di insediamento, tenutasi all’interno del Campidoglio a Washington D.C., si è svolta davanti a circa 700 persone, una partecipazione contenuta a causa delle condizioni meteorologiche avverse.
Nel suo primo discorso presidenziale, Trump ha delineato una serie di ordini esecutivi che plasmeranno la sua agenda politica nei prossimi anni. Tra le priorità, la difesa della libertà di parola, con l’obiettivo di porre fine a quella che ha definito come “censura governativa”, un riferimento velato ma diretto alla moderazione dei contenuti sui social media. Il neo-presidente ha anche affrontato il tema dell’energia, dichiarando l’urgenza di proclamare uno stato di emergenza energetica per potenziare la produzione petrolifera nazionale. A ciò si aggiunge la decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, marcando un allontanamento dalle politiche climatiche globali.
Per quanto riguarda la politica estera, Trump ha citato il conflitto tra Israele e Hamas, suggerendo un approccio più deciso e, parallelamente, ha menzionato un ambizioso piano per la colonizzazione di Marte, che secondo lui rappresenterebbe una nuova frontiera per l’America. Non meno controversa è stata la promessa di revocare le politiche di diversità, equità e inclusione adottate dal suo predecessore Joe Biden, ripristinando il riconoscimento ufficiale di soli due generi, maschile e femminile. In chiusura, ha ribadito l’intenzione di rafforzare la posizione degli Stati Uniti come potenza leader mondiale, dichiarando: non bisogna credere che qualcosa sia impossibile da fare in America.
Tra le personalità presenti alla cerimonia di insediamento spiccano due figure di rilievo del mondo tecnologico e imprenditoriale: Mark Zuckerberg ed Elon Musk. Zuckerberg, celebre informatico e imprenditore statunitense, è noto per essere il cofondatore di Facebook e dal 2004 presidente e amministratore di Meta Inc., azienda che continua a plasmare il panorama digitale globale. Al suo fianco, Elon Musk, amministratore delegato di Tesla e figura chiave dell’innovazione tecnologica, che ricopre anche il ruolo di cofondatore di OpenAI, oltre a essere proprietario e presidente di X.
Negli ultimi giorni, numerosi articoli hanno analizzato la loro presenza all’evento, sollevando questioni importanti. La loro partecipazione ha suscitato grande interesse, soprattutto in relazione alle critiche legate alla gestione delle loro piattaforme. Se da un lato le tecnologie digitali hanno reso le notizie immediatamente accessibili, aprendo nuovi spazi di dibattito, dall’altro hanno sollevato sfide complesse legate alla manipolazione delle notizie e a una crescente disinformazione. Tale aspetto è ancora più vero se si tiene in considerazione lo stretto legame che intercorre tra politica e tecnologia. Un legame che si manifesta spesso in dinamiche poco trasparenti, dove il confine tra le due sfere si fa sempre più labile. La rete ha, infatti, trasformato la politica in un fenomeno mediatico, influenzando le campagne elettorali e amplificando ideali che, in alcuni casi, non rispettano i principi democratici.
La presenza e l’entusiasmo di Zuckerberg e Musk assumono un significato particolarmente controverso, soprattutto alla luce di uno dei temi centrali del discorso di Trump. Il neo-presidente ha annunciato che non vi sarà più alcun controllo sulle notizie condivise, proclamando una difesa della libertà di espressione e di parola. Sebbene questa dichiarazione possa inizialmente sembrare una tutela di uno dei diritti fondamentali dell’individuo, essa nasconde delle implicazioni più complesse. La nazione più potente al mondo si trova ora sotto la guida di una figura politica che, in passato, non sempre ha dato prova di oggettività e lealtà nella divulgazione delle informazioni, ed è affiancata da alcuni tra i più influenti attori dei media globali. Questo connubio tra un leader controverso e i magnati dell’informazione solleva importanti interrogativi su come la verità possa essere in realtà espressione di “pochi”, di chi in fondo detiene il controllo.
Una realtà inquietante che rischia di annullare i principi fondanti dei social network. Questi, infatti, nascono con l’intento di offrire a ciascuno la possibilità di far sentire la propria voce, creando spazi di confronto e connessione aperti a tutti. Lungi dal sostituire le relazioni umane reali, dovrebbero rappresentare uno strumento complementare, capace di rendere l’uomo più libero, più consapevole e in grado di ampliare i propri orizzonti.
Tuttavia, questa libertà non può e non deve essere esercitata a discapito degli altri. Al contrario, deve scaturire da una saggezza che si esprime con rispetto, orientandosi verso il dialogo e la costruzione di ponti. Anche se ciascuno è chiamato a esprimere la propria opinione, l’obiettivo finale dovrebbe essere quello di creare un’unica voce collettiva, capace di perseguire il bene comune.
Nel loro potenziale più elevato, i social media riescono proprio in questo: dare voce a chi altrimenti ne sarebbe privo, denunciare ingiustizie e discriminazioni, e favorire il dibattito su temi cruciali per la società. Affinché ciò avvenga, però, è essenziale che l’espressione personale si orienti verso un obiettivo condiviso, dove il bene collettivo prevale sugli interessi individuali o di parte. Purtroppo, questi presupposti sembrano venire meno con la politica di Trump, che, nella sua ricerca di una libertà senza freni, rischia di svuotare i social della loro funzione di dialogo costruttivo e inclusivo, promuovendo piuttosto una narrazione unilaterale e polarizzante.
In conclusione, sorgono spontanei alcuni interrogativi: i social rendono l’uomo davvero parte attiva nella costruzione di una società più equa e moderna, o lo trasformano in un elemento passivo, simile a un burattino che crede di muoversi liberamente, mentre in realtà sono altri a tirare i fili? E ancora, l’idea di Trump secondo cui “non bisogna credere che qualcosa sia impossibile da fare in America” può essere applicata anche al mondo digitale? Siamo davvero in grado di trasformare queste piattaforme in strumenti che promuovano libertà, inclusione e progresso, o resteranno vincolate agli interessi di pochi, alimentando divisioni e disuguaglianze?
Completata dopo 5 anni, immersa nel parco storico di Villa Paglia e all’avanguardia per l’innovazione spaziale e per la sostenibilità energetica, la nuova scuola dell’infanzia Arca di Noè nel comune di Alzano Lombardo, disegnata da C+S Architects con la collaborazione dello studio Capitanio Architetti, è radicata nel territorio ma anche nella storia del design italiano. Maria Alessandra Segantini: “È un progetto innovativo di concepire gli spazi, una forma di abbattimento dei muri che, attraverso la trasparenza e l’intervisibilità, privilegia la socializzazione, la creatività dei bambini e dei loro insegnanti coinvolgendo anche le famiglie e la comunità.”
Il 7 gennaio 2025, 125 bambini di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, entrano per la prima volta nella nuova scuola dell’infanzia ‘Arca di Noè’: un padiglione prezioso rivestito in mosaico di vetro bianco e serramenti in bronzo, scandito da una serie di shed in copertura e immerso nel parco storico di Villa Paglia. L’intervento, il cui costo è pari a 5,5 milioni di euro, finanziati da Regione Lombardia, Gse, Fondazione Cariplo e dal Comune di Alzano Lombardo si sviluppa su porzione di circa 3.380 mq del complesso di Villa Paglia e del suo parco vincolati entrambi dalla Soprintendenza ai BBAA ed estesi su una superficie di 15.865 mq.
A firmare il progetto è lo studio C+S ARCHITECTS di Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, con uffici a Treviso e Londra, in collaborazione con lo studio Capitanio di Bergamo (coordinamento locale, direzione lavori, sicurezza e computi), e con la consulenza strutturale dello studio Myallonier, impiantistica dello studio MCZ, acustica di Andrea Breviario e geologica dello studio Castaldia.
Cappai e Segantini lavorano da più di vent’anni su progetti di edilizia scolastica. Le loro scuole sono conosciute a livello internazionale, sono state utilizzate come best-practice per scrivere le linee guida del MIUR e sono state esposte alla 15° Biennale di Architettura di Venezia con l’installazione EDUcare nel 2016.
Scrivono Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini: “In qualità di architetti e ricercatori, riconosciamo alle scuole un importante ruolo di politico – dal greco polis, comunità – allo spazio della scuola. Sono spazi pubblici che costruiscono comunità. Ci piace pensare alle nostre scuole come Piazze dei Piccoli Centri Urbani. Il centro infanzia di Alzano Lombardo è per noi un’occasione per tradurre una parte dell’eredità di quel territorio e trasformarlo in una risorsa per la comunità. La trasformazione del parco di Villa Paglia è una di queste eredità che si trasforma in potenzialità, alla scala urbana, alla scala architettonica e alla scala dell’esperienza fisica dei cittadini. Abbiamo concepito questo edificio scolastico immaginando la possibilità di realizzare uno spazio che possa essere usato da tutta la comunità, in tempi diversi e vissuto dagli studenti, dai docenti e dai ragazzi come un grande polo culturale trasparente e aperto che stimola la curiosità e lo scambio di esperienze e conoscenze”.
L’area dove sorge la nuova scuola ha una superficie di 3.380 mq. ed era l’area “degli orti” di Villa Paglia a nord del giardino ornamentale, da cui è separata ad ovest, da un pergolato costituito da una doppia fila di colonne in graniglia di cemento. A nord e ad est è delimitata da alti muri parte in pietra e parte in calcestruzzo che la separano rispettivamente da via Montelungo e da una proprietà privata. Altimetricamente è articolata su più livelli, con un dislivello medio di circa mt 3,50, separati da un muro di contenimento in ciottoli di fiume.
In continuità con i muri di contenimento in sassi che disegnano la continuità tra le diverse quote del paesaggio della Val Seriana, il progetto fa propria la regola topografica della costruzione di muri di contenimento – il DNA del luogo – innestando, sull’ingresso da Via Montelungo, un nuovo muro in cemento armato pigmentato di rosso e disattivato con inerti a vista per creare continuità e armonia con il paesaggio circostante. In corrispondenza dell’ingresso, il muro diventa spazio per alloggiare i contatori, ma anche tessitura con la recinzione metallica che segue le pieghe della strada e un cancello rosso con il logo della nuova scuola. All’arrivo, da via Montelungo, della scuola si vedono solo gli shed di copertura, omaggio al glorioso passato industriale di Alzano, che suggeriscono la metafora della scuola come ‘fabbrica del sapere’. Un passato industriale che ha reso famosa Alzano Lombardo per il cemento bianco che ancora oggi si chiama ‘bianco Alzano’: un colore che definisce l’identità della nuova scuola, che gli architetti vogliono rivestita in tessere bianche di mosaico di vetro. Un dettaglio che è anche un omaggio ai Maestri dell’architettura Italiana del Dopoguerra.
Il muro di cemento rosso disattivato incide il paesaggio trasformandosi in una rampa-gioco che i bambini riconosceranno come identità della loro scuola. Una rampa, che è anche seduta dove sono incise le figure degli animali del famoso puzzle che Enzo Mari ha disegnato per Danese nel 1957.
“Le domeniche, sopra un tavolino davanti al camino, la mamma e la nonna sparpagliavano gli animali di Enzo Mari e io e mia sorella giocavamo a ricostruire il puzzle. Amavo quel gioco, amavo toccare il legno, amavo vedere come tutti i pezzi componevano un insieme dove tutte le figure si abbracciavano… il calore di quel momento era custodito da qualche parte nella memoria per riaffiorare quando ho iniziato a pensare alla scuola di Alzano… volevo che ogni bambino provasse quel calore nella mia scuola… quell’idea di stare insieme, quel piacere di giocare imparando. Per questo ho proposto al team di incidere quegli animali lungo il percorso che conduce alla scuola, come se la scuola diventasse un’arca di Noè che salva il mondo… e dove tutti, animali, bambini, piante si abbracciano”, così l’architetto Maria Alessandra Segantini racconta l’incipit del progetto.
Durante il percorso, la scuola comincia a comparire tra le faglie della rampa, che, alla quota di ingresso diventa spazio: l’ippopotamo ospita il deposito passeggini e tricicli, il maiale e il toro diventano l’areazione della centrale termica. È un tema delicato quello di questo progetto, sta sulla soglia tra architettura e paesaggio e viene sviluppato facendo conversare il volume del muro rosso grezzo della rampa incisa degli animali con un prezioso volume trasparente in tessere di mosaico di vetro bianco e grandi vetrate riquadrate da una struttura sottile in bronzo, che riflette il gioco colorato dei bambini e, allo stesso tempo, il paesaggio e il cambio delle stagioni del giardino secolare.
E qui le facciate in mosaico di vetro bianco fanno il contraltare prezioso al paesaggio del muro colorato: i due materiali si incontrano a terra in una linea precisa: da un lato il cemento rosso grezzo scopato ai piedi del muro che cambia colore e diventa Levocel a grana fine bianco ai piedi della facciata di mosaico. Quest’ultima, costruita con tessere di 14 mm lavorate in sezione, si accende di sfumature sempre diverse in ogni momento del giorno e della sera, giocando con le ombre e i riflessi delle luci e del paesaggio.
Nonostante si sviluppi su un unico livello, la scuola esplode all’interno in altezza grazie a una sezione complessa che raccoglie la luce non solo dalle grandi vetrate della facciata, ma anche dalla copertura a shed, memoria della vocazione industriale dell’area bergamasca, che permane come identità di questa terra e che contribuirà a consolidarsi nell’esperienza dei bambini, trasformandosi in eredità futura.
Il layout della scuola è tripartito. La flessibilità è l’elemento determinante del progetto. Nonostante sia stato dato un nome a tutti gli ambienti, il salone centrale e le relazioni con le ali laterali permettono di utilizzare gli spazi in molteplici modi e inventare metodi speciali per fare didattica, permettendo agli insegnanti di esprimere al massimo la propria creatività a vantaggio dell’educazione dei piccoli: tutti gli spazi si possono trasformare facilmente in laboratori per l’arte, spazi per attività digitali e teatrali, palestrine, spazi per il teatro. La stessa flessibilità permette l’utilizzo della scuola da parte della comunità anche oltre l’orario scolastico, grazie alla presenza del grande salone vuoto centrale che fa scorrere il verde del parco in tutte le direzioni attraverso le vetrate che ne delimitano lo spazio.
Il salone è spazio centrale di distribuzione ma anche spazio multifunzionale, spazio delle potenzialità, dell’invenzione di eventi speciali. Due corti interne scavano l’edificio come ‘stanze speciali a cielo aperto’ permettendo anche ai più piccoli di stare all’aperto il più possibile senza pericoli, essendo pavimentate con un tappeto antishock morbido e popolato dagli stessi animali di Mari, colorati. Lo spazio centrale esplode in altezza scandito da una sequenza di lucernari a shed impostati a 240 cm che portano la luce anche nelle zone più interne della scuola: una luce indiretta, diffusa, che fa da contraltare alla luminosità delle vetrate e delle corti.
Dall’ingresso, la trasparenza delle corti permette di traguardare il giardino sul lato opposto.
La scelta dei materiali è delicata: affida al legno i punti di contatto tra i bambini e lo spazio e favorisce l’intervisibilità tra tutti gli ambienti della scuola. Grande attenzione è stata posta all’utilizzo di materiali per garantire un’ottima acustica in ogni spazio.
“Abbiamo disegnato uno ‘spazio delle potenzialità’, dove ogni ambiente può essere trasformato dalla creatività degli insegnanti o della comunità che vi ruota intorno. Tutti gli spazi di distribuzione sono generosi e possono essere trasformati in ‘spazi per attività speciali’ anche in orario extra-scolastico. In questo modo la scuola diventa un epicentro per la comunità e ne rafforza l’identità”-scrive Carlo Cappai.
Sul lato ovest si aprono le 6 sezioni della scuola che si affacciano su parco di Villa Paglia con i suoi alberi secolari e il pergolato storico, mentre verso il salone una porta a vetri e una grande vetrata raccontano lo scorrere della vita in ogni sezione. Il pavimento in linoleum bianco, steso sull’intera superficie della scuola (inclusi i servizi igienici), è inciso in ogni aula da un animale con un colore diverso, lo stesso colore utilizzato per le piastrelle di ceramica lucida del corrispondente bagno della sezione.
Ogni aula è attrezzata con una armadiatura fissa che si estende per tutta la sua lunghezza della sezione, mentre sul lato opposto gli stessi animali di Mari, questa volta in multistrato, diventano attrezzature didattiche e giochi a grande scala disegnati ad hoc.
Ogni aula ha un’uscita diretta verso il porticato esterno, che rende omaggio al dettaglio di Terragni per l’asilo Sant’Elia di Como con una scansione di pilastri metallici su cui sono montate tende esterne che si avvicinano alla facciata senza toccarla. Sul sistema di pilastri staccati è anche inclusa l’illuminazione esterna della scuola.
Sul lato opposto alle aule si trovano la palestra, l’infermeria, le aule insegnanti, la cucina con ingresso separato.
Opposto all’ingresso è invece il generoso spazio della mensa che si apre sul giardino e le aree giochi, due grandi cerchi in tappeto antishock colorato su cui di nuovo sono incise le sagome degli animali.
Anche lo spazio della mensa è scandito dalla sequenza degli shed con una luce calda e diffusa che contrasta con la luce che, al tramonto, entra dalle grandi vetrate che affacciano sul giardino.
Grazie all’utilizzo di energie alternative, l’edificio raggiunge i più alti livelli di efficienza energetica rappresentando per la comunità di Alzano Lombardo il primo edificio pubblico classificato NZEB (Nearly Zero Energy Building).
Dichiara il Sindaco Bertocchi: “Il progetto è nato dalla consapevolezza che la vecchia scuola della Busa, costruita negli Anni Cinquanta, non poteva essere efficientata e resa antisismica con risultati soddisfacenti e così la scelta è stata la demolizione e ricostruzione della scuola in un ambito diverso, con una migliore esposizione solare e climatica e una posizione più centrale rispetto alla città, al fine di facilitare l’accessibilità e la prossimità ai servizi pubblici favorendo la didattica.
È un edificio costruito per essere sicuro, funzionale e altamente performante e che raccoglie tutte le migliori tecnologie oggi disponibili. Una scuola pensata e progettata per favorire nuovi modelli di apprendimento, ospitandoli in un luogo accogliente e flessibile.”
Concludono Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini: “L’esperienza di questo progetto ci ha dato l’occasione di conoscere un territorio ricco di memoria antica e recente e, grazie alla collaborazione con lo studio Capitanio e con l’impresa Perico, che bene hanno saputo tradurre per noi le esigenze della comunità e del territorio e con cui abbiamo lavorato in grande sintonia, abbiamo seminato un’altra scuola restituendo ai cittadini di Alzano una parte di paesaggio oggi intercluso. Siamo onorati di aver lavorato con la comunità di Alzano per prenderci cura delle preziose risorse storiche, artistiche e di paesaggio e restituirle agli abitanti attraverso i bambini”.
CREDITI
Cliente: Comune di Alzano Lombardo
Progetto e direzione artistica: Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, C+S ARCHITECTS,
PM: Maria Alessandra Segantini con Tommaso Iaiza, Stefano Di Daniel, C+S ARCHITECTS
Coordinamento locale, Direzione Lavori, Sicurezza, Computi: Remo Capitanio, con Alberto Valtulini e Marina Brambati, STUDIO CAPITANIO ARCHITETTI
Arbitro: Sacchi /Assistenti: Perrotti- Dei Giudici/ Quarto ufficiale: Aureliano/ Var: Serra- Mazzoleni
Espulsi: Rebic 72mo
Spettatori: 16.306
Immagine: Calcioweb Puglia I palazzi di S.Elia dietro lo stadio
Sulla destra della tribuna stampa, oltre la Curva Futura- cuore del tifo rossoblu’ insieme alla Curva Nord- , si intravedono i palazzi di S. Elia: storicamente, uno dei quartieri più a rischio povertà e criminalità di Cagliari. È lì che ho lasciato la macchina, in un parcheggio libero per il quale ho dovuto dare qualche moneta a un signore del posto, per controllarla.
Tutt’intorno, ancora, il degrado: una città che, tramite uno sport di così grande impatto come il calcio, non è riuscita ad affrancare S.Elia e la sua gente da un destino di strade non asfaltate e grigiore di cemento.
Ho deciso, allora, prima ancora di entrare allo stadio, il titolo dell’articolo.
Del resto, la bellezza dovrebbe essere dappertutto, come un diritto: dal raggio di sole che, smentendo le previsioni, ferisce di luce il terreno dell’Unipol, all’interpretazione di gioco delle due squadre che- nelle intenzioni degli allenatori- dovrebbero conquistare il campo e offrire sprazzi di bel gioco.
Sono entrambi in piedi, gli allenatori, con Giampaolo che, forse per rendere omaggio al più celebre allenatore pugliese, Oronzo Cana’, sembra più agitato del solito.
Dopo 15 minuti di equilibrio- con un tiro da ottima posizione di Krstovic che – scoordinato- tira inevitabilmente alto, il Cagliari prende il controllo. Felici, Adopo e Luperto minacciano la porta pugliese, prima di un nuovo tentativo di Krstovic e di due nuovi tentativi, entrambi in acrobazia -testa e tacco- di Piccoli e Luperto.
Bellezza può anche essere la salvezza: è questo che si giocano le squadre e, per farlo, il Cagliari recupera Mina e preferisce Viola a Gaetano.
La linea di difesa rossoblu’ è alta ma il dominio non è completo: così al 42mo, su contropiede e cambio di gioco rasoterra da sinistra a destra, Pierotti- sempre con un rasoterra dal limite- prende in contropiede Caprile e, per l’incontenibile gioia dei tifosi ospiti, porta in vantaggio il Lecce. Poco prima a Viola era stato annullato un goal per una spalla in fuorigioco: e sì che la regola dovrebbe cambiare, ma sarà sempre troppo tardi…
Nel secondo tempo, Marin, subentrato, prova a prendere subito la regia del film cagliaritano, per cambiare il finale. Piccoli, però, interpreta male la parte e, di testa, tira a lato.
Magnifici interpreti, invece, del pareggio sono Deiola e Gaetano: tacco del primo e pallonetto- a tu per tu col portiere- del secondo. Gran classe, inaspettata. Trama in crescendo: Deiola, da lontanissimo, costringe in angolo il portiere avversario e, sugli sviluppi, Luperto, con un tocco impercettibile e forse involontario, capovolge il risultato. Sarà stato voluto? Resterà un mistero della sceneggiatura. Per re Davide e per il pubblico- che pure ha pagato il biglietto- il film potrebbe finire qui, ma lo spettacolo deve andare avanti, anche perché il meglio deve ancora venire, sempre tinto di rossublu’. Al 72mo viene espulso Rebic, al 78mo Augello calcia a lato di poco, all’80mo Zortea, in odore di nazionale, incorna per il 3-1.
Soprattutto, però, all’84mo Obert segna un goal che neanche Messi…esageriamo, ma è bello questo finale da sogno, da salvezza, da festa. Da grande bellezza.
Da oltre 800 anni, Francesco d’Assisi continua a parlare al cuore dell’umanità, ispirando generazioni con il suo messaggio di umiltà, bellezza e fraternità universale. La sua figura, ancora oggi oggetto di studi, ammirazione e dibattiti, attraversa i secoli senza perdere né forza né rilevanza. Lo testimoniano le innumerevoli mostre, trasmissioni televisive, rappresentazioni teatrali e libri che ne celebrano la figura. In occasione dell’ottavo centenario del Cantico delle Creature, anche La Riflessione si unisce a questa memoria con un contributoche ne approfondisce la straordinaria attualità.
Scriveva Dante Alighieri nel XI Canto del Paradiso che “nacque al mondo un sole” (v. 50). Quale immagine poetica migliore per rendere omaggio a Francesco d’Assisi, figura centrale della spiritualità cristiana e della storia culturale e umana del nostro Paese. Egli fu un uomo rivoluzionario e straordinariamente moderno, capace di guardare con lucidità e senza pregiudizi un’epoca segnata da violenza, sopraffazioni e disprezzo per i più deboli, quale fu il XIII secolo. Questo periodo, infatti, era attraversato da grandi contraddizioni: da un lato, l’Europa viveva un’importante espansione economica e urbana, con l’Italia al centro di intensi scambi commerciali e culturali. Dall’altro, la Chiesa, pur detenendo un immenso potere spirituale e temporale, si trovava a fare i conti con fenomeni di corruzione e “politicizzazione”, che compromettevano il legame con le esigenze più autentiche dei fedeli. In questo contesto di tensione e crisi, Francesco divenne portatore di un messaggio controcorrente, basato sull’umiltà, sulla povertà e sul ritorno alla purezza evangelica. La sua testimonianza rispondeva con forza al bisogno di rinnovamento spirituale e sociale, offrendo un’alternativa concreta al declino di valori che segnava il secolo.
Proprio in queste ultime settimane si sono aperte le celebrazioni per l’ottavo centenario del Cantico delle Creature, l’opera più famosa e studiata del santo di Assisi. Secondo le fonti biografiche, venne composta in una fredda mattina di primavera del 1225, mentre si trovava a San Damiano, gravemente provato da una malattia agli occhi che lo rese cieco. Le sue condizioni erano tali che perfino un solo raggio di sole gli causava un dolore insopportabile. Eppure, così si apre il testo:
Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu Te mentovare.
Questo importante anniversario rappresenta, dunque, un’occasione preziosa per riflettere ancora oggi sull’eredità spirituale e letteraria di Francesco, il quale, a distanza di secoli, continua ad ispirare intere generazioni di uomini e donne. Infatti, nonostante la quantità ingente di studi e scritti, la sua voce non smette di aprire interessanti e profondi spazi di riflessione, sorprendentemente attuali.
Laudato sie, mi' Signore. cu, tucte le Tue creature, spetialmente messer lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te Altissimo, porta significatione.
Uno dei suoi aspetti più affascinanti risiede, senza dubbio, nel non appartenere esclusivamente a chi professa un credo, ma nell’essere davvero quel “fratello di tutti”, disponibile a un dialogo rispettoso e inclusivo che supera ogni barriera: dalle religiose alle culturali e sociali. Questa visione universale si riflette pienamente nel Cantico, dove ogni elemento del creato viene percepito come parte di una grande fraternità. Le creature non sono semplicemente oggetti da contemplare, ma manifestazioni del divino, fratelli e sorelle che condividono con l’uomo e la donna il dono dell’esistenza.
Laudato si', mi' Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Il creato – dal sole alla luna, dalle stelle al fuoco e all’acqua – è un dono prezioso da cui si riceve “sustentamento” continuo. Questo legame profondo con la natura richiama con urgenza la crisi ecologica attuale, invitando a riscoprire un rapporto di responsabilità verso l’ambiente. Non si è padroni del creato, ma custodi, chiamati a preservare e rispettare ciò che è stato affidato all’umanità. Riconoscere quanto si dipenda dai doni di “sora nostra matre Terra” e quanto essa necessiti di cure è una consapevolezza che richiede un impegno concreto, rivolto non solo al presente, ma anche alle generazioni future.
Laudato si', mi' Signore, per sor'Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi' Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
La profondità del testo risiede, inoltre, in uno sguardo che va oltre la superficie, capace di non lasciarsi sopraffare dalla durezza della vita e di scorgere bellezza e luce anche nei momenti di dolore e sofferenza. Lo sguardo di Francesco non è quello di chi si sottrae alla realtà, ma di chi la accoglie in tutta la sua complessità, senza giudicarla ma abbracciandola. I versi del componimento si traducono così in gesti concreti, incontri significativi, scelte coraggiose e in un continuo cammino verso l’altro. Il santo di Assisi è, infatti, l’uomo dell’azione: non si limita a contemplare o a lodare, ma agisce. La sua è una fede che si incarna nel quotidiano, che osa mettersi in gioco per costruire ponti e lottare per il bene difficile contro il male facile.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructu con coloriti flori et herba.
Il celebre incontro con il sultano Malik al-Kamil, durante la Quinta Crociata, è emblematico di questo sguardo profetico. Il gesto audace rappresenta un’alternativa di pace in un contesto di guerra interminabile e infruttuosa. Attraverso il dialogo con coloro che venivano considerati “infedeli”, Francesco traccia un percorso nuovo, una strada di comprensione e riconciliazione, da percorrere con fiducia.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosteranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano, incoronati.
In questo senso, anche la scelta del volgare rispetto al latino assume un significato profondo: non è una semplice preferenza linguistica, ma un atto di apertura e inclusività. Francesco desidera che il suo messaggio sia comprensibile e accessibile a tutti, affinché ciascuno, indipendentemente dalla propria condizione sociale, possa sentirsi parte di una fraternità universale.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.
Il componimento si chiude con un invito alla lode persino per la morte, chiamata affettuosamente “sora”. Una scelta che può sembrare paradossale o persino inquietante, ma che racchiude un messaggio importante e profondamente umano: accettare la fragilità dell’esistenza è ciò che conferisce valore e autenticità a ogni istante della vita. Questa consapevolezza non annulla il dolore, ma lo trasfigura, rendendo eterno ciò che si vive e lasciando un segno capace di sopravvivere al tempo e alla storia.
Forse non è un caso, dunque, che le prime pagine della nostra letteratura si aprano con un inno di lode. Francesco, nel suo Cantico, sembra voler ricordare ancora che, nonostante le ferite e le difficoltà che attraversano ogni epoca, è sempre la bellezza a sopravvivere. Una bellezza che diventa un faro e illumina il cammino di ciascuno, verso qualcosa di più grande.
Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate e serviateli cu, grande humilitate.