Non so se ciò che scriverò vale anche per voi – e sarebbe bello parlarne – ma ho dei modelli, diventati cari e familiari, anche se mai conosciuti personalmente, a cui guardo, a cui mi rivolgo -anche nei momenti di difficoltà -e di cui sento la vicinanza. Sono persone che non ci sono più e, per questo, la loro assenza è una presenza più grande, che ha voce nello spirito, che riguarda il cuore e che credi di vedere nella luce. Delle stelle e del sole; della notte e del giorno. Del resto, la luce è lo spirito, visto che è composta di fotoni, che non hanno peso, hanno massa pari a zero, ma sono, esistono, li vediamo.
Come per i familiari più vicini, queste persone hanno segnato la mia vita, in meglio, e per questo ho fatto una promessa: parlerò di loro, finché potrò, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze. Proverò a vivere come loro, rispettando il mio essere particolare, se avrò forza, capacità, coraggio.
Uno di loro era Paolo Borsellino.
Il 19 luglio 1992, 32 anni fa, moriva davanti alla casa della madre, in via D’Amelio, dilaniato dal tritolo: aveva solo 52 anni. Con lui Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta. 43 anni, 24 anni, 22 anni, 31 anni, 27 anni le età delle vittime.
Ricordo benissimo quel giorno, ero al mare, come tanti italiani, come anche Paolo la mattina, prima di recarsi dalla madre per accompagnarla a una visita medica; io, di anni, ne avevo 14. Quel giorno, ho fatto la promessa. L’ho fatta perché la mafia non poteva vincere, l’ho fatta perché ero solo un ragazzo, l’ho fatta perché volevo costruire un futuro, l’ho fatta per vendicare – col bene possibile che avrei potuto fare, a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo- la loro morte. L’ho fatta perché l’esistenza di tutti noi vale il bene per tutti. E non mi son più dimenticato di loro, particolarmente di Paolo, e di Emanuela, la mia conterranea. Sono sardo, sono un uomo di parola. E ho continuato a parlarne, e ancora lo farò.
Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi. Foscolo, e prima di lui i Greci, hanno ragione; lo possiamo sentire quotidianamente: se pensiamo a una persona cara scomparsa, basta questo e l’assenza dalla vita è subito presenza nel pensiero. Nel cuore. Nello spirito. Nella luce. Celeste dote è negli umani.
A Paolo Borsellino chiedo il suo trattare con umanità tutti, anche i mafiosi, il suo senso dello Stato e del lavoro, il suo amore per la famiglia e per l’Italia, per la giustizia. La sua fede. Il non piegare mai la testa e il non voltarsi mai dall’altra parte. L’accettazione del destino, se questo vuol dire compiere il proprio dovere.
Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi.
E allora penso anche a Cavallo Pazzo, che vide i bianchi profanare le sue terre e massacrare la sua gente, e decise di dare la vita per il suo popolo, gli Oglala Lakota. Hoka Hey! È un buon giorno per morire! era il suo grido di battaglia. Morì solo, in una prigione, tradito, a 37 anni. A lui chiedo il suo coraggio. A San Francesco, un po’ della sua umiltà. A Fabrizio De André un po’ della sua poesia nel guardare la vita, e il desiderio di prestare attenzione agli ultimi. A Don Pino Puglisi, la serenità davanti alle cose più brutte, come lui dimostrò davanti ai suoi assassini: ‘Vi aspettavo’. A Massimo Troisi di tirarmi su nei momenti di malinconia o tristezza, con la sua simpatia. A Martin Luther King il suo desiderio di non arrendersi e di lottare per i diritti. A Gigi Riva, il suo amore per la Sardegna. C’è poi una persona, a cui chiedevo consigli per gli articoli e i libri sulla storia della musica, uno dei più grandi giornalisti musicali: Ernesto Assante. Ci ha lasciato da poco. Lui l’ho conosciuto, ricordo il suo sorriso. E basta quello.
E spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi: è proprio così, ma per Paolo, Emanuela, Giovanni, forse è meglio usare le parole dei ragazzi e delle ragazze di Palermo, che non hanno dimenticato il loro grande esempio e che, ne son sicuro, come me guardano a Paolo come un familiare, un amico, un modello: ‘Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’
L’avanzata delle destre: questo è stato l’argomento per eccellenza delle ultime settimane. Dall’elezioni europee, infatti, sino a quelle amministrative di Francia e Gran Bretagna, più che mai, l’Europa ha visto contrapporsi le forze conservatrici alle altre, in una sorta di resa dei conti sul futuro del mondo a noi più vicino. Ma ci sono Paesi in cui la destra è già al governo – come l’Italia – e in cui i giovani militanti del più forte partito di governo sembrano rappresentarne la parte peggiore. E in cui, inoltre, come testimonianto dal caso di Rainews 24 – che sembra aver marginalizzato la vittoria degli oppositori di Le Pen in Francia- il giornalismo del servizio pubblico non è libero. ‘Fanpage’, con la sua inchiesta sotto copertura sulla Gioventù Nazionale, ha suscitato un dibattito sul rapporto tra il diritto di informazione e il diritto d’opinione, tra il dovere di far conoscere e il diritto alla riservatezza. ‘La Riflessione’, col suo stile, si inserisce in questa tematiche che tocca uno strumento che, da millenni, caratterizza il vivere in società dell’umanità evoluta: la parola e il suo potere
Una notizia dovrebbe saper trasmettere un messaggio chiaro e oggettivo, con l’obiettivo di contribuire al bene comune. Tuttavia, “dire la verità” su ciò che avviene nell’ombra comporta sempre un prezzo da pagare. Da questo punto di vista, Fanpage è sicuramente uno dei fenomeni di inchiesta giornalistica più discussi in Italia – negli ultimi anni e, in particolar modo, nell’ultimo periodo – che si è visto servire parecchi conti salati. Il celebre sito di informazione e approfondimento è nato nel 2010 dall’idea di due giovani imprenditori napoletani, Gianluca Cozzolino e Gianluca Orsini. L’intento iniziale era creare una piattaforma che sapesse sfruttare appieno le potenzialità del web e dei social media per raggiungere un vasto bacino d’utenza. A partire dai semplici contenuti di intrattenimento, Fanpage è passato gradualmente a includere notizie di attualità, politica, economia e cultura. Si ricordano, a titolo esemplificativo, alcune delle inchieste più famose come: lo scandolo “Lobby Nera”- riguardante una serie di rapporti e accordi tra politici di destra e di estrema destra – “Soldi sporchi” – sulla gestione dei fondi pubblici e del riciclaggio di denaro – e “Rifiuti Connection” relativa alla questione dei rifiuti in Campania.
Protagonisti in prima linea sono giornalisti giovani e dinamici provenienti da diverse realtà del settore, del marketing e della comunicazione digitale. La loro eterogeneità ha sicuramente rappresentato, fin da subito, una chiave di successo vincente. Ciononostante, luci e ombre avvolgono il loro operato, sollevando non pochi dubbi, da parte di una buona fetta dell’opinione pubblica, sulla correttezza e sull’integrità dei metodi utilizzati. Insulti antisemiti, razzisti, saluti romani ed esaltazione del nazismo hanno dato avvio nelle recenti settimane a una feroce inchiesta contro Gioventù nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia che ha collaborato con i massimi dirigenti del partito di Giorgia Meloni. Effetti dirompenti ottenuti dal lavoro investigativo di Fanpage sono state le dimissioni di Flaminia Pace, membro della Commissione affari europei e cooperazione del Consiglio nazionale e una conseguente, nonché aspettata, presa di distanza a catena del partito da parte di: Giovanni Donzelli, deputato e responsabile dell’organizzazione Fratelli d’Italia e Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia.
A questo punto, sono tanti i fronti di riflessione e dibattito che sorgono spontaneamente. A partire da una certo modo di fare giornalismo alla constatazione di una realtà che sembra retrocedere e scadere in gesti e affermazioni inopportuni e ingiustificabili da parte di chi rappresenta, nientepopodimeno, il presente e il futuro del nostro paese. Ma in un contesto tanto complesso quanto a tratti indecifrabile come quello attuale, qual è il ruolo che gioca l’informazione? Quali le sue ricadute? La parola in tutte le sue forme (scritta, orale, detta e taciuta) ha sempre posseduto il potere di influenzare, persuadere, costruire ponti o muri. In una società moderna e avanzata sotto tanti punti di vista, gli aggiornatissimi mezzi di comunicazione permettono di abbattere ogni tipo di distanza geografica, linguistica e culturale.
Chiunque può accedere facilmente alle ultime notizie e chiunque ha il potere di diffonderle in pochi secondi. Tuttavia, la parola ha un’origine e un obiettivo. Essa attinge da un bagaglio di conoscenze personali, da una visione specifica della realtà e da una certa consapevolezza che ne denota la natura benigna o maligna e il suo contenuto esplicito e implicito. Da ciò si può dedurre, pertanto, il grado di responsabilità di chi comunica e in che modo. Un’ inchiesta giornalistica ben condotta, da un punto di vista professionale ed etico, e un’organizzazione che dona voce ai giovani del nostro paese facendoli promotori di un certo tipo di messaggio, possiedono un potenziale comunicativo altissimo. La sfida risiede, allora, nel modo in cui lo si utilizza. Perché è diventato, infatti, necessario utilizzare metodi di inchiesta, secondo alcuni, di dubbia moralità per fare luce sugli eventi? Perché nel 2024 la storia non sembra aver messo un punto a determinati capitoli? Le risposte sono tante e spronano, certamente, riflessioni che se ben condotte e con un intento costruttivo non possono che apportate un cambiamento positivo.
‘La Riflessione’ continua a incontrare gli studenti e le studentesse, e a rivevere con loro l’Esame di Stato appena concluso. A riflettere sulla propria Maturità, oggi, è Letizia, di una quinta del Liceo Siotto di Cagliari, che ci racconta i giorni dell’esame, giunti al termine del periodo più bello e ricco della vita, di un percorso fatto di gioia, sorrisi e, come sempre e ovunque, di alti e bassi. Concludiamo oggi il viaggio nell’universo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che hanno affrontato un momento che ricorderanno per tutta la vita.
L’Esame di Maturità ha sempre rappresentato una delle tappe più importanti, se non fondamentali, nella vita di tutti o quasi gli studenti italiani. Ma di cosa si tratta? Mi chiamo Letizia Cannas, ho 19 anni e vengo da un paesino vicino a Cagliari, città in cui ho frequentato la mia fantastica scuola, il Liceo Classico Siotto, per il quale mi sento di scrivere un ringraziamento per la meravigliosa e stimolante esperienza e opportunità che mi ha offerto in questi ultimi 5 anni. È stato senza dubbio il periodo più bello e ricco della mia vita. Un percorso fatto di gioia, sorrisi e, come sempre e ovunque, di alti e bassi. Ma non cambierei nulla di tutto ciò. Ho “imparato ad imparare” cosa voglia dire stare con persone totalmente diverse da me, a rapportarmi formalmente (e non) con adulti e “superiori” e sono cresciuta, in tutti i sensi.
Credo che la Maturità sia il coronamento di questi anni, il momento tanto temuto quanto atteso per dimostrare chi siamo e cosa valiamo…e no, non parlo del voto, quello è ciò che in fin dei conti meno importa e influisce nella vita di ognuno di noi. Parlo dell’esperienza, delle emozioni, delle paure, delle gioie, degli obiettivi e dei traguardi. Parlo del supporto tra compagni e amici, dell’aiuto, delle parole d’incoraggiamento rivolte a chi magari, un giorno, è meno motivato di altri. Parlo di chi ti sta accanto e ti sprona a dare sempre di più, perché vuole vederti affrontare e terminare al meglio questa esperienza, al di là del risultato finale.
L’Esame di Stato è composto da tre prove, due scritte e una orale. L’obiettivo principale e finale è quello di dimostrare le proprie competenze e conoscenze secondo una visione interdisciplinare, tramite la prima prova di Italiano (un’analisi e comprensione del testo, un testo argomentativo o un testo espositivo), in cui sbizzarrirsi e lasciare la nostra mente e la nostra anima libere di esprimersi, e tramite la temutissima seconda prova, che per il Liceo Classico quest’anno ha riguardato uno dei colossi della lingua, letteratura e cultura greca, Platone! Ciò che più spaventa ogni studente, dall’alba dei tempi degli Esami di Stato, è però il famoso “orale”, probabilmente perché ad ascoltarci sostenere il nostro colloquio è una commissione di professori in parte esterna.La paura degli studenti è spesso quella di essere giudicati, di non essere apprezzati o di non dare abbastanza o tanto quanto vorrebbero, temendo di essere criticati e fatti a pezzi per questo. C’è, infatti, chi vive questa esperienza come un evento traumatico, una situazione sgradevole da cui non si impara nulla e che si vorrebbe soltanto dimenticare e chi, invece, ne farà tesoro per sempre. Si chiama “Esame di Maturità”, infatti, non solo per la competenza maturata nel collegare le varie discipline tra loro e trovare degli spunti e delle riflessioni indipendentemente dall’argomento proposto, ma anche e soprattutto perché si tratta della fine di un percorso di crescita.
Da tredicenni e quattordicenni, pieni di vita, gioia e paure, si entra pian piano a far parte della società adulta, che spaventa tanto quanto l’esame stesso, e quest’ultimo è il primo vero passo verso la vita vera. Si tratta di vera e propria maturità, non come voti e numeri, ma come donne e uomini che si addentrano in un mondo nuovo, più consapevoli delle proprie potenzialità e più forti, ed è questo il vero senso di tutto ciò. Non parlerò mai della preparazione degli esami come il “momento migliore della mia vita”, non per ora almeno. E non dirò neanche ai prossimi maturandi la celebre frase «l’esame di maturità è la cosa più semplice del mondo ». Questo perché non si tratta soltanto di studio, ma di ambizione, voglia di fare bene, sentimenti, angosce e paura, paura di fallire. Siamo esseri umani e siamo fatti di pensieri ed emozioni, e l’Esame di Maturità è un modo per provarlo.
Pawaga, in Tanzania, dove opera una missione di Cagliari
Oggi, dalla mattina presto, è stata una giornata rossoblù. Mi sveglio con le foto inviate da un amico, che passa le sue ferie in Tanzania, a dare una mano a una missione cattolica cagliaritana. Vedo i bambini, i tramonti e un campo da calcio, con lo scudetto del nostro Cagliari e la maglia rossoblù. Il calcio come gioia per tutti, soprattutto per gli ultimi, i più piccoli…
Poi, a metà mattina, il campo è quello della Unipol Domus, nel suo ventre, la sala stampa: anche lì, il nuovo mister, Davide Nicola, parla di Dio, di umanità, di desideri nel cuore, della fatica e dell’impegno, di rispetto umano, di una città, di un’isola e di una gente che ha sempre voluto conoscere. Come inizio, non c’è male: soprattutto quando cita Walt Withman e l’Attimo Fuggente, a me particolarmente caro: ‘Voglio contribuire con un mio verso alla storia di questa squadra’. Conscio di essermi lasciato andare a facili entusiasmi, per me, in quel momento, tutto sarebbe potuto finire. E invece tutto inizia, compreso il nostro racconto.
E allora via con gli obiettivi (salvezza), moduli (si vedrà), comportamento in trasferta (il punto debole dell’anno scorso: si vedrà), campagna acquisti (tutto programmato da giorni, anche quando il nuovo allenatore non era ufficiale: a breve l’annuncio degli acquisti), giocatori in scadenza, al rientro dal prestito o dalla posizione non sicura (porte aperte, con riserva, a Viola, Marin, Lapadula).
Tutto come sempre, in una ripetitività bella perché è quella dello sport che accompagna la nostra vita, e, come nella vita, ogni anno può essere occasione di crescita, di nuove meraviglie o disperazioni. La lotta non deve mai mancare (ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!), perché è nella lotta che nasce la poesia: quella sofferta, quella che, poi, lacerato il cuore, rinasce in gioia.
O me o vita! Domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli, città gremite di stolti, che v’è di nuovo in tutto questo? O me o vita! Risposta: Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.
‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola. A riflettere sul proprio Esame di Maturità è Oleandro, di una quinta del Liceo Siotto di Cagliari: le aspettative, le prove, le emozioni e le lacrime per la scoperta dei propri valori. Un viaggio nell’universo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, che hanno affrontato un momento che ricorderanno per tutta la vita.
Quest’anno ho affrontato la maturità. Le mie aspettative erano sicuramente diverse rispetto a ciò che ho vissuto e rispetto al ricordo che porterò con me. Pensavo infatti che la maturità fosse un qualcosa di piazzato lì, alla fine dell’anno, giusto per far sfoggiare nelle prove le abilità acquisite durante gli anni di studio, o per dare il colpo finale agli studenti già terribilmente affaticati dall’intero anno. Pensavo fosse qualcosa di impersonale e freddo. Semplicemente l’ennesimo obbiettivo da superare, in cui era impossibile far trasparire la propria identità, sia perché il tempo dedicatoci sarebbe stato breve sia perché non tutti i professori sarebbero stati interni, quindi cosa ne dovevano sapere di noi?… Ma pensavo male, perché a dire il vero quest’ esperienza non è stata alienante, anzi, mi ha fatto sentire incredibilmente me stesso.
Proprio perché inizialmente avevo questa visione della maturità, la prima prova, quella di italiano, a primo impatto, non è stata un’esperienza piacevole. Ho iniziato a scrivere puntando al superamento dell’obbiettivo, ma ciò mi ha fatto avere un crollo appena l’adrenalina ha iniziato a calare e con essa anche il flusso di idee, a quel punto ho pensato che non avrei raggiunto l’obbiettivo che mi era stato dato e l’ho finita a scrivere mentre piangevo dalla disperazione.
Ma una volta finito, mi sono calmato, ci ho riflettuto e ho realizzato che la traccia che avevo scelto mi era piaciuta davvero e che credevo in ciò che avevo scritto. Ho scelto la traccia tratta da un brano di Rita Levi Montalcini, che chiedeva di riflettere sul significato,nella società contemporanea, di un “elogio dell’imperfezione”. Ho trattato di questioni per me importanti come capitalismo e disabilità, e ho concluso affermando che l’elogio dell’imperfezione, nella società contemporanea capitalista, è un concetto rivoluzionario che libera dall’oppressione. Senza questa occasione probabilmente non avrei potuto sviluppare una tale riflessione.
Il momento più emotivamente intenso è stato durante l’orale. Mi è stato dato come spunto da cui partire un testo tratto dal manifesto del partito comunista di Marx ed Engels,che mi è particolarmente caro. Ho deciso poi di parlare dei totalitarismi per poi trattare dell’imperialismo. Quindi ho scelto di citare una frase tratta dall’Agricola di Tacito, pronunciata da Calgaco, capo dei Caledoni, prima di combattere contro i romani in Bretannia. La citazione, che ho cercato di recitare il più chiaramente possibile, probabilmente non riuscendoci, dato che a metà frase la mia voce era già spezzata dalle lacrime, dovute alla sua grande attualità, è la seguente: “rubare,massacrare,rapinare, lo chiamano con falsi nomi impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace”. Ormai stavo piangendo apertamente, quando l’ho ripetuta, modificandola, per passare a parlare di educazione civica: “rubare, massacrare, rapinare, lo chiamano con falsi nomi democrazia, e là dove fanno il deserto lo chiamano difesa”. Questo è quello che sta attualmente succedendo in Palestina.
È stato importante per me concludere questo percorso esponendo i valori in cui credo, e nonostante sia stato imbarazzante piangere davanti alla commissione, averlo fatto mi ha ricordato di come sia necessario esporsi quando si tratta di questioni di questa importanza e mettere un po’ di se stessi in cio che si fa. Questo esame di maturità mi ha dato ulteriore coraggio per continuare a portare avanti i miei valori.
I recenti, drammatici, omicidi, femminicidi e infanticidi, le uccisioni dei genitori e le violenze, di cui abbiamo notizia ogni giorno, ci interrogano sulla società in cui viviamo, che tutti insieme contribuiamo a costruire. Ogni nostro gesto ha una ricaduta sulla vita della nostra comunità, del nostro prossimo, del nostro concittadino. Ancora di più, un gesto violento, un reato, un’azione volta a danneggiare qualcuno, creano una ferita nel tessuto sociale, e nella vita delle persone che lo compongono, che una giustizia basata sul sistema carcerario non riescono a risanare. L’idea di ‘risanare una ferita’ – al contrario – è alla base della ‘giustizia riparativa’, prevista dalla Riforma Cartabia. ‘La Riflessione’ , considerate la profondità dell’argomento e la grande valenza sociale che lo contraddistingue, si è fatto promotore di un progetto-approfondimento che ha coinvolto il Master di Criminologia dell’Università E – Campus , che ha curato un articolo di presentazione del tema, il Liceo Classico Siotto di Cagliari – che ha attivato un progetto dal titolo ‘Fabrizio De André e la giustizia riparativa’, contraddistinto dall’analisi di alcune canzoni del cantautore da parte degli studenti, e l’ex magistrato Gherardo Colombo che -in una nostra intervista – ha evidenziato i tratti essenziali della giustizia riparativa. Di seguito trovate tutti i documenti dell’approfondimento che, nella volontà della ‘Riflessione’ e di tutti coloro che hanno collaborato, vuole essere di servizio alla comunità dei lettori e di tutti i cittadini.
In data 30 dicembre 2022 è entrata in vigore la riforma Cartabia, prevista dal decreto legislativo 150 del 2022: sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° novembre 2022 ma, modificando particolarmente la normativa processuale penale e introducendo l’istituto della giustizia riparativa, ha necessitato di essere oltremodo attenzionato facendo posticipare la data di attuazione.
La “giustizia riparativa”, prevista con gli articoli dal 42 al 67, è definita come qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale.
Noi vogliamo partire da una sfida. Solitamente il decreto legislativo viene introdotto o evidenziando la potenziale innovazione della Riforma Cartabia o evidenziando il grande fallimento in cui è inciampata l’Italia nel dare attuazione alle molteplici disposizioni presenti in ambito europeo e internazionale.
Noi vogliamo provare ad ricondurre la giustizia riparativa ai principi fondamenti della nostra Repubblica, ai diritti e doveri dei cittadini e ai rapporti civili, prendendo quindi ispirazione dall’art. 3 della Costituzione, cardine indiscusso del principio dell’indiscriminazione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
La giustizia riparativa si trova nella difficile e delicata posizione di far superare la conflittualità formatasi in seguito alla commissione del crimine da parte del reo, colpevole di aver disatteso una previsione sociale storicamente condivisa; nel rigoroso e intransigente sistema di giustizia penale, si cerca di conciliare le posizioni dell’autore del reato, nel suo percorso di redenzione, e la posizione della vittima in tutte le sue sfaccettature, in passato per lo più fantasma e succube di un meccanismo contorto incapace di ascoltare.
All’interno della giustizia riparativa il danno non è solo una questione meramente ‘economica’, cioè di far corrispondere una pena a una colpa, ma implica soprattutto la comprensione della sofferenza psicologica e fisica che ha subito la vittima.
A differenza della giustizia penale, dove a un reato si risponde con una pena, con la giustizia riparativa non si punta a imporre una punizione, ma si lavora per riparare al danno conseguente al reato.
Lavorando con strumenti dialogici si cerca di far venir fuori qual è il vissuto delle vittime, qual è la loro narrazione del reato. La giustizia riparativa quindi permettendo allo Stato di assolvere pienamente il compito di rimuovere gli ostacoli che portano ad una disuguaglianza dei cittadini, impedendo lo sviluppo della persona umana e la pari dignità sociale e ottempererebbe anche ad un altro principio cardine, cioè l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Sottolineiamo come il citato art. 27 sia un risultato, nei fatti, così tanto generico da essere senza dubbio uno dei punti storicamente più soggetto ad interpretazione sia in dottrina che in giurisprudenza.
Nostro dovere è però sottolineare come alcune sentenze della Corte Costituzionale, nell’ammettere e confermare l’idea della pena come deterrente dal compiere reati, preventiva e punitiva, chiarisca i limiti della funzione rieducativa, ponendola per così dire ai margini, nel senso di tenerla costantemente in considerazione ma nei limiti delle funzionalità tradizionali; pertanto non può essere intesa in maniera esclusiva ma sempre in compartecipazione.
Il programma di giustizia riparativa è emotivamente molto impegnativo. È molto più semplice subire una pena, perché questa non richiede nessuna collaborazione, bensì un atteggiamento passivo. Un percorso di giustizia riparativa, invece, significa raccontarsi, cercare di spiegare perché si è fatto qualcosa, chiedere scusa, avere la capacità di alzare lo sguardo sulla sofferenza dell’altro. Quindi è emotivamente molto impegnativo.
La giustizia riparativa presenta una dimensione originaria, e uno spessore giuridico-operativo, che portano a concepirla come un paradigma di giustizia a sé stante, culturalmente e metodologicamente autonomo, contenutisticamente innovativo, spendibile in ogni stato e grado del procedimento e volto a rinnovare alla radice l’approccio e la risposta al crimine.
Nostro compito è provare a far attecchire la cultura della riparazione in un terreno che è poco adatto ad accoglierla. La chiave potrebbe essere nel formare e sensibilizzare tutte le persone che hanno un contatto con le vittime, partendo dalle prime perché la giustizia riparativa inizi subito: infatti, si può avviare il percorso quando una vittima si rivolge a un ufficiale di polizia giudiziaria o quando viene sentita da un magistrato.
In ogni caso, è necessario un linguaggio adatto ad accogliere la sofferenza.
La giustizia riparativa inizia lì, quando le persone sono trattate con rispetto e dignità rispettando il dolore.
In Italia, in attesa della concreta attuazione, si possono prevedere da ora gli ostacoli di natura logistica, organizzativa e di reperimento del personale. Esistono, tuttavia, già eccezioni pregevoli. Il Centro di giustizia riparativa della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, infatti, è stato istituito nel 2004 sulla base della competenza regionale in materia di supporto all’attività dei Giudici di pace1. Il centro ha due sedi, una a Trento e una a Bolzano, e si occupa di mediazione penale e costruzione di percorsi di giustizia riparativa nel procedimento penale minorile, nel procedimento penale davanti al giudice di pace, nella messa alla prova per imputati adulti e durante l’esecuzione penale, su richiesta dell’autorità giudiziaria, dei servizi sociali del Dipartimento di giustizia minorile e di comunità. Il servizio di mediazione è gratuito ed è possibile accedervi attraverso una richiesta del Giudice di pace, una richiesta dell’Ufficio di servizio sociale per minorenni o della procura della Repubblica presso il tribunale dei minorenni, dell’ufficio di esecuzione penale esterna o contattando direttamente uno dei due centri regionali anche attraverso il proprio legale. A Bolzano, operano mediatrici che alla loro attività quotidiana affiancano quella di divulgazione, soprattutto nelle scuole, con incontri di grande intensità emotiva. Accanto a loro, sia fisicamente che negli appuntamenti in streaming, ci sono spesso persone che raccontano le loro esperienza. Tra queste, ci sono Claudia Francardi eIrene Sisi, loro malgrado protagoniste di una vicenda straziante. Nella notte fra il 24 e il 25 aprile 2011, quattro ragazzi di ritorno da una festa, vicino a Grosseto, vennero fermati per un controllo da una pattuglia di carabinieri. La reazione di uno dei giovani, Matteo Gorelli, unico maggiorenne del gruppo, fu feroce: colpì con un bastone l’appuntato Antonio Santarelli, capopattuglia, mentre controllava i documenti. Santarelli entrò in coma per le lesioni riportate e morì tredici mesi dopo. L’altro militare, invece, il carabiniere scelto Domenico Marino, perse un occhio. Matteo fuggì, ma venne catturato, arrestato e poi condannato. Un giorno Irene, la mamma di Matteo, ha scritto una lettera a Claudia, moglie di Antonio Santarelli, senza nessun intento di cercare vie di fuga per il figlio. Anzi Irene è partita proprio dal dire che per quello che aveva fatto suo figlio lei si sentiva responsabile. E da lì è nato un percorso che Irene e Claudia stanno facendo insieme, dopo aver dato vita ad un’associazione di volontariato.
In ultimo, si devono segnalare le attività di divulgazione di ex magistrati, come Gherardo Colombo, che ha lasciato la magistratura proprio per dedicarsi alla promozione di strumenti alternativi al carcere per lo sconto di una pena, in nome della promozione della dignità di ogni persona e della valorizzazione di procedure che possano avvicinare il colpevole e la vittima per far sì che, da una colpa, possa nascere qualcosa di nuovo, capace di risanare le ferite che un evento delittuoso può infliggere a tutte le parti in causa. Il magistrato che ha indagato sulla P2 e su ‘Tangentopoli’, si è reso disponibile ad arricchire il nostro approfondimento sulla giustizia riparativa: l’articolo che, perciò, troverete a completare il nostro focus, è il resoconto di una lunga intervista, in cui ha raccontato la sua esperienza e in cui ritroviamo tutte le sue competenze sull’argomento.
1Alcuni numeri del Trentino- Alto Adige, in riferimento alla giustizia riparativa: le richieste di mediazioni penali pervenute dagli uffici locali dei Giudici di pace, durante il 2022, sono state solo 15: Trento 4, Tione 3, Cavalese 2, Borgo Valsugana 2, Silandro 2, Rovereto 1, Merano 1. Otto mediazioni si sono concluse, entro il 2022. Metà non sono risultate effettuabili. Le richieste di programmi di giustizia riparativa arrivate dal tribunale dei minori di Trento, durante il 2022, sono state 51 (di cui 7 provenienti dalla Procura e i restanti dall’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni), e hanno coinvolto 162 soggetti. A Bolzano, le segnalazioni da parte dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Bolzano per l’avvio di percorsi di mediazione o giustizia riparativa nell’ambito della messa alla prova sono state 28 e hanno coinvolto un totale di 61 persone, imputati e vittime di reati.
Intervista a Gherardo Colombo: ‘ Il desiderio di giustizia non deve essere scisso dal riconoscimento della dignità e della libertà di ogni persona ‘
Gherardo Colombo
di Francesca Madau e Daniele Madau
Dottor Colombo, come si colloca la giustizia riparativa all’interno dei valori della nostra Costituzione? Perché si è reso necessario trovare un nuovo approccio, riparativo, al sistema giudiziario e penale italiano?
Bisogna pensare al fatto che la Costituzione ha sempre tenuto in grande considerazione il riconoscimento della dignità della persona, anche quando questa trasgredisce una legge. Nella nostra Costituzione è stata abolita la pena di morte, viene punita ogni violenza sulle persone sottoposte a restrizione di libertà, è stabilito che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’; prevede, inoltre, amnistia, indulto e grazia. Possiamo citare la prefazione di Luigi Manconi al mio libro ‘Il perdono responsabile’: ‘Attraverso tali istituti di mediazione, si esprime quell’esigenza di non intendere la giustizia penale rigidamente, affinché abbia un’adeguata attenzione alla distanza, a volte incolmabile, che può intercorrere tra «la vita e le regole» (per riprendere il titolo di un bel libro di Stefano Rodotà). Tra questi criteri, la clemenza assume un ruolo centrale in virtù della sua capacità di non considerare solo la mera legalità e di rendere l’applicazione della regola, nel caso concreto, conforme a giustizia. È significativo, in questo senso, che i provvedimenti «di clemenza» previsti dalla Costituzione siano funzionali a garantire soprattutto il ‘senso di umanità, cui devono ispirarsi tutte le pene» (Corte Cost., sentenza 200/2006, a proposito della grazia). Tutto questo ispira gli istituti che infrangono la cieca consequenzialità reato-sanzione obbedendo rigidamente, in maniera astratta, alla legge’. Si guardino anche precedenti normative, come il nuovo ordinamento penitenziario del 1975 e la legge Gozzini del 1986, che difendono la dignità della persona e istituiscono permessi e diminuzioni per i carcerati che hanno mostrato una condotta regolare e non mostrano pericolosità.
A livello teorico o di filosofia del diritto, come può convivere la giustizia riparativa con un, si presume legittimo, desiderio di giustizia ‘giusta’? C’è il rischio che venga meno la forza della pena di scoraggiare da commettere un reato?
Il desiderio di giustizia non deve essere scisso dal riconoscimento della dignità e della libertà- strettamente legata alla dignità- di ogni persona. Nel corso della storia dell’uomo, la giustizia si è emancipata dalla vendetta senza limiti la quale, per esempio nell’Antico Testamento, compariva in Genesi, 4:23, ma è rimasta ancorata alla legge del taglione, ‘occhio per occhio, dente perdente’, retributiva, perché retribuisce il male con il male. Già nel ‘Discorso della montagna’ di Gesù, però, e in generale in tutto il Nuovo Testamento, questa visione è stata oltrepassata. La riflessione che, direttamente o indirettamente, ne è scaturita, ha portato pensatori come Beccaria, a fine Settecento, a rifiutare le forme più disumane di pena, aprendo la strada al pensiero moderno. Le due guerre, poi, hanno fatto vedere in modo drammatico come la dignità della persona potesse essere calpestata per il solo fatto di far parte di un determinato gruppo. Da lì, la Costituzione italiana e la ‘Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo’ ribadiscono l’assoluto valore della dignità umana. Per quanto riguarda la forza della pena nello scoraggiare dal commettere reati, una lunghissima serie di dati e statistiche, che si possono trovare nel mio volume già citato, dimostrano che non è la paura della pena – neanche quella capitale – a trattenere dal trasgredire, ma la condivisione delle regole: non ci si uccide l’uno con l’altro perché si pensa che non sia una bella cosa farlo, non perché si teme la prigione.
Sappiamo come nei paesi in cui è stata introdotta prima che in Italia, a esempio in Irlanda, i casi di giustizia riparativa riguardino reati penali che, per quanto riprovevoli e violenti (crudeltà e abbandono degli animali; aggressione che causa danni, incendio doloso; stupro, violenze sessuali), non sono paragonabili, per esempio, al caso accaduto in Italia di Carol Maltesi, il cui colpevole ha chiesto l’accesso alla giustizia riparativa. Come poter prendere spunto dalla modalità irlandese, in Italia, per i reati più efferati?
Anche i reati più efferati hanno bisogno di un’opera di umanizzazione del diritto e del processo penale. Quest’idea di umanizzazione ha fondato le varie pratiche di giustizia riparativa (o ristorativa) che, sempre più, si son diffuse in tanti ordinamenti . Avviate negli anni ’80 , sono, tuttavia, caratterizzate dall’essere ancora gracili, eppure potenzialmente capaci di risarcire la vittima o comunque – nel caso di ‘reati senza vittima’ – di reintegrare il bene leso dal reato, con una sorta di riparazione indiretta della collettività, in funzione anche sostitutiva di pene tradizionali.Contrariamente a quel che si potrebbe supporre, alla mediazione si ricorreva e si può ricorrere anche per reati particolarmente gravi, anche in questo caso come sistema alternativo alla sanzione tradizionale, per far sì che la vittima si sentisse riparata del male subito, e il responsabile diventasse consapevole del male fatto, e perciò evitasse di commetterlo in futuro.
Nel Regno Unito sono stati resi noti questi dati: “La giustizia riparativa ha portato a una riduzione del 14% del tasso di recidiva. L’85% delle vittime è soddisfatto dell’incontro faccia a faccia con il proprio aggressore e il 78% lo consiglierebbe ad altre persone nella stessa situazione. Il 62% delle vittime ritiene che la giustizia riparativa le abbia fatte sentire meglio dopo un episodio di reato, mentre solo il 2% ritiene che le abbia fatte sentire peggio. Per ogni £ 1 spesa per organizzare un incontro faccia a faccia, £ 8 sono state risparmiate attraverso la riduzione della recidiva.” Tali dati potranno mai essere un obiettivo realistico in Italia?
A partire dagli anni ‘90, prima a Torino, e poi in altre sedi come Milano, Bari, Trento, si è iniziato a creare centri di mediazione e la magistratura minorilecompetente ha inviato loro casi da trattare. L’applicazione della giustizia riparativa avveniva però a livello “artigianale”, non essendo previsto uno specifico istituto, sicché vi si ricorreva adattando il percorso previsto da altri strumenti, come per esempio la messa alla prova. Oggi la Riforma Cartabia non è ancora entrata in vigore, ed è molto difficile fare previsioni sugli sviluppi futuri.
Abbiamo sofferto molto, come italiani, per le stragi e i reati di mafia: cosa pensa della mediazione riparativa per i collaboratori di giustizia? Esiste un rischio strumentalizzazione?
Esiste ovunque il rischio, in qualsiasi attività, come del resto nel sistema penale tradizionale: l’importante è tenerne conto ed evitare che questo capiti. Addirittura, al di fuori della giustizia riparativa, la strumentalizzazione è ammessa: se io collaboro, posso godere di particolari benefici penali e penitenziari e del sostegno economico per me e per i miei familiari, a prescindere dallo stato d’animo con cui prenda questa decisione
Grazie davvero della preziosa collaborazione, la quale ha dato un valore aggiunto a tutto il progetto.
Liceo Classico ‘Siotto Pintor’ di Cagliari – ‘Fabrizio De André e la giustizia riparativa‘
‘Geordie’ di Fabrizio De André
Il brano preso in esame, Geordie, è una canzone d’autore composta da Fabrizio De André nel 1969 e compresa nell’album “Nuvole barocche”. Per elaborare questo testo, De Andrè fa riferimento ad una ballata della tradizione britannica risalente al XVI secolo. Si ipotizza fosse un conte condannato per alto tradimento con l’accusa di ribellione e successivamente liberato grazie ad un riscatto effettuato dalla sua famiglia aristocratica. All’interno della canzone, Geordie appare come un giovane dalle origini aristocrati- che, come si può evincere dalla frase “Impiccheranno Geordie con una corda d’oro”, perché la corda d’oro veniva riservata ai ceti elevati. Ciò che caratterizza maggiormente il significato della canzone è l’utilizzo di una for- ma di giustizia contraddittoria o “ingiusta”. Il reato di cui Geordie si macchia è il furto che lui compie spinto da necessità in quanto la società del tempo non gli riconosceva/forniva gli strumenti con i quali avrebbe potuto riscattarsi in modo onesto. Un altro aspetto ingiusto è costituito dal fatto che la pena venga giudicata con eccessiva severità prevedendo per lui la morte in cui però gli viene riconosciuto un privilegio legato alle sue origini che ad un’altra persona che aveva commesso lo stesso reato ma appartenente ad un classe sociale differente non sarebbe stato riconosciuto.
Amelia M., Elisabetta M., Ester R., Gabriele F., Chiara M., Dalila P., Tommaso M.
Il Pescatore di Fabrizio De André
“Il Pescatore” di De Andrè, narra la vicenda di un assassino che, scappando dai gendarmi, si ritrova a chiedere affamato da mangiare ad un pescatore. La figura del pescatore è centrale in quanto rappresenta un modello corretto di uma- nità, come si evince da alcuni versi in seguito alla richiesta di cibo dell’assassino: “Non si guardò neppure intorno/Ma versò il vino e spezzò il pane/Per chi diceva ho sete e ho fame”. Il pescatore non ha pregiudizi nei confronti dell’assassino, come di solito accade anche nella contemporaneità, ma si rende disponibile con il prossimo gratuitamente, empatizzando con i suoi bisogni. Secondo una visione antica, da noi condivisa, il pescatore è paragonato a Gesù Cristo, visti i tratti similari ed il carattere, disposto a dispensare amore anche agli as- sassini proprio come Cristo. Anche nel finale, alla domanda dei gendarmi, il pescatore non risponde, non compie neanche un gesto. Resta assopito. In questo atteggiamento c’è una scelta fortissima, una rottura dello schema comune per cui l’assassino va punito. Il pescatore disobbedisce a quello schema, non ne vuole essere parte.
Virginia C., Michele D., Alessia S., Mattia P., Gabriele L., Sofia M., Davide P.
Disegno di Satnam Singh tratto dal sito ‘mowmag.com’
Forse solo la poesia, come ha sempre cercato di fare, può trasfigurare la tragedia di Satnam Singh. Renderlo vittima eterna del sopruso sugli ultimi ma anche eternarlo, affinché – pensando a lui – non capitino più queste barbarie e sia, finalmente, scolpito nei nostri cuori come ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità‘
Satnam Singh era un giovane uomo indiano di 31 anni, sopranominato Navi. Satnam Singh era arrivato tre anni fa in Italia con la moglie Alisha, detta Sony, dall’India. Satnam Singh era un contadino che riceveva una paga di 4-5 euro l’ora. Satnam Singh è stato abbandonato in strada, agonizzante, dopo che un macchinario avvolgiplastica – dell’azienda agricola dove lavorava senza un regolare contratto a Borgo Santa Maria (nelle campagne della Provincia di Latina) – gli aveva tranciato nettamente il braccio destro. L’arto violentemente amputato è stato, successivamente, deposto in una cassetta di frutta accanto a Satnam Singh. Satnam Singh è deceduto il 19 luglio all’ospedale San Camillo di Roma dopo un ricovero in prognosi riservata, necessario a cause delle condizioni gravissime in cui versava. Il suo datore di lavoro Antonello Lovato, 38 anni, è attualmente indagato per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, omissione di soccorso e omicidio colposo.
Satnam Singh. Nome volutamente ripetuto non per ridondanza sintattica ma per “ridondanza mnemonica”. Satnam Singh, infatti, non deve essere l’ennesimo di una lunga lista di vittime decedute sul posto di lavoro. Satnam Singh era un uomo la cui dignità come essere umano – ancora prima di lavoratore – è stata lesa, tranciata come quel braccio e buttata via in una banale cesta di frutta. In una società moderna e aperta a qualsiasi voglia innovazione come la nostra viene naturale chiedersi come sia possibile che si retroceda nel rispetto e nella tutela dei diritti fondamentali dell’essere umano, quali basi fondanti del vivere insieme civilmente. Qui non siamo solo di fronte a un grave incidente sul lavoro, cosa già di per sé allarmante ed evitabile – ha affermato Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil di Frosinone e Latina – qui siamo davanti alla barbarie dello sfruttamento, che calpesta le vite delle persone, la dignità, la salute e ogni regola di civiltà. Infatti, se da una parte la notizia pubblicata e discussa dalle più famose testate giornalistiche sembrerebbe di primo acchito divulgare un ulteriore decesso sul luogo di lavoro, il resoconto delle condizioni a cui sottostava Satnam Singh (e come lui tanti altri senza nome) denuncia delle vere e proprie barbarie vissute il più delle volte, da parte delle vittime, in una silenziosa rassegnazione. Saremmo, infatti, a conoscenza della storia di Satnam Singh se non avesse perso la vita in condizioni così tragiche?
L’ingiusta e drammatica fine di Satnam Singh è avvenuta, per una triste casualità, durante la settimana in cui si celebra la giornata mondiale del rifugiato. Tema complesso e ampio quest’ultimo, dove l’oggetto di discussione non sono percentuali e/o statistiche ma vite umane: uomini, donne, bambini, famiglie intere costrette a scappare dalla propria terra alla ricerca di un posto sicuro dove poter vivere dignitosamente e avere delle opportunità. La storia di Satnam Singh, in quest’ottica, non può che farci riflettere di conseguenza su un altro dei temi principali, quello dell’accoglienza, che la nostra società riserva nei confronti delle migliaia di profughi che ogni anno raggiungono le coste della penisola italiana. Un giudizio lapidario arriva, a tale proposito, dalla stessa vedova disperata di Singh, Alisha, la quale ha affermato: L’Italia non è un Paese buono. Poche ma “semplici” parole che esprimono il dolore e la delusione provata da una giovane donna dinanzi alla tragedia che ha sconvolto per sempre la sua vita. Non sono, infatti, i grandi monologhi a fare la differenza o a scuotere le coscienze. Questi, benché certamente necessari, richiedono di essere accompagnati da atti concreti, visibili e trasparenti capaci di chiamare in causa tutti. Il bene di un paese si costruisce, infatti, lottando per il bene dei singoli attraverso atti di cura e umanità in cui ciascuno è responsabile dell’altro.
Nessun uomo è un’isola recitava, a riguardo, la poesia del noto poeta cinquecentesco, John Donne, divenuta celebre nel corso dei secoli grazie ad autori come Ernest Hemingway e Thomas Merton. Si tratta di una metafora dall’efficace forza rappresentativa che si presenta come una verità sociologica e antropologica ritenuta, ormai, al pari di un assioma scientifico. Come non poter cogliere nelle parole di Donne una perfetta descrizione dell’oggi frammentario e individualistico? Siamo un mondo globalizzato che vive in solitudine.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, prosegue ancora la poesia. La morte di un essere umano – la morte di Satnam Singh – è un evento che investe una dimensione maggiore che non si può comprendere (e neanche accettare) solo come individui ma interpella l’intera “specie umana”, intessuta da legami indissolubili che parlano di relazioni concrete. Assumere lo sguardo dell’altro amplia i nostri orizzonti, ci libera dalle prigioni del nostro egoismo, permettendoci di superare l’indifferenza e la sordità del nostro tempo, poiché: ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto […] e io partecipo all’Umanità.
Si riporta il testo integrale, come semplice tributo a Satnam Singh: Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te. (Nessun uomo è un’isola, di John Donne)
Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . Alberto Piras risponde alla ‘La riflessione’ di approfondimento di Cristiana Meloni, che ricercava le cause alla distanza tra i giovani e il mondo adulto, in particolar modo quello politico
Partiamo dalla storia personale dei giovani e meno giovani per poter interpretare la forma di disagio che colpisce l’esistenza in questa società. Non farei distinzioni di età ma guarderei il problema da un punto di vista grandangolare. Se proviamo infatti a considerare le attuali forme di malessere esistenziali che producono devianza, emarginazione, esse hanno origini remote spesso difficili da individuare, e probabilmente celate sotto vissuti esistenziali difficili, segnati da sofferenze, sgomento, insoddisfazione. Le vittime di questo risultato, nella nostra società, sono tutti i giovani e i meno giovani e forse anche anziani che non hanno avuto l’ opportunità di “crescere” quando avrebbero potuto, a causa di un insieme di valori che la società non ha saputo testimoniare loro. Il frutto di questo processo sono tutti quei sentimenti negativi, protratti nel tempo, che conducono inevitabilmente, per chi ne è vittima, all’isolamento, all’insopportabilità del vivere, al vuoto esistenziale, alle mancate risposte: chi soni, che ci faccio qui? Ci troviamo difronte ad una carenza comunicativa che parte da un silenzio tra generazioni e di cui non si riesce a definire i veri confini. I giovani soffocano nel silenzio ciò che non va e così il loro diventa un mondo impenetrabile che li accompagna pericolosamente agli stadi successivi della loro vita, spesse volte senza speranza di discontinuità. Ho aperto con queste considerazioni perché da adulto avanzato ho purtroppo anch’io vissuto queste criticità che mi hanno creato ovviamente tutti quei problemi ai quali abbiamo accennato. Il tempo vissuto sin ora mi ha fortunatamente concesso di essere riconoscente all’opportunità che mi è stata donata dalla mia fede, che mi ha concesso di iniziare un percorso nel quale i punti di riferimento, da meno giovane a più anziano, non sono mancati. Le luce pian piano ha vinto le tenebre. Sono del parere che sia corretto affermare: “I giovani non sono il futuro, ma che “i giovani sono il presente” , come ha indicato Papa Francesco. Aggiungerei, se posso permettermi, di esprimere anche un desiderio : “I meno giovani e gli anziani siano testimoni con i giovani nel presente per una società più umana che consideri gli altri fratelli”.
Cristiana Meloni, redattrice di ‘La Riflessione’ e responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana è impegnata in prima persona nell’accompagnare i giovani verso il dialogo col mondo adulto e verso un nuovo protagonismo
di Cristiana Meloni (cristianameloni.94@gmail.com)
Una delle missioni di ‘La Riflessione’ , difficile ma necessaria, è far sì che, dalle riflessioni degli autori, si instauri un dibattito, una nuova riflessione, questa volta collettiva. Il nostro sogno sarebbe che i lettori si sentissero parte di questa riflessione collettiva, ritrovando un sentimento di partecipazione matura, meditata, responsabile, coscienziosa, rispettosa, attiva ed etica che sembra soccombere rispetto al dibattito non mediato, aggressivo, poco profondo dei ‘social media’ . La riflessione di approfondimento di Cristiana Meloni – laureata magistrale in Filologia moderna, responsabile nazionale della comunicazione e dei social nella realtà francescana e redattrice del nostro giornale – riprende e scava a fondo due tematiche appena trattate nelle nostre pagine, fondamentali per il nostro futuro e il nostro presente: la distanza tra il mondo adulto e il mondo dei giovani e le ricadute che questa distanza provoca; prima tra tutte la diffidenza e il senso di solitudine dei ragazzi, che si manifesta nel disimpegno e nell’astensionismo, come testimoniato dalle recenti elezioni europee. Tutti dovremmo sentirci coinvolti, in quanto responsabili del nostro presente e del nostro futuro, di noi stessi e di chi abbiamo a fianco: tutti siamo o siamo stati giovani; tutti siamo o saremo adulti. Perciò desideriamo e sogniamo ogni tipo di partecipazione dei lettori: commenti come veri e propri articoli, che rispecchino il nostro stile, da inviare sia nelle apposite sezioni sia agli indirizzi email. Il mondo giovanile, con la sua complessità, ci interroga particolarmente: proviamo a dare delle risposte, riflettendo insieme.
“Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere, e di cui non condividono andamento e comportamenti. […] In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle speranze che coltivano. Della loro capacità di cogliere il nuovo”.
La sera del 31 dicembre 2023, nel suo annuale discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha descritto con tali parole la condizione e i sentimenti che accomunano la maggior parte dei giovani di oggi. In una realtà sempre più dinamica e articolata, infatti, le nuove generazioni sembrano non riuscire a trovare “il loro posto nel mondo”, secondo un comune modo di dire. A tal proposito, si rivelano ancora più attuali le teorie del celebre studioso Edgar Morin – filosofo e sociologo parigino – il quale, riflettendo sul concetto di complessità applicata alle scienze umane e all’educazione, ha ampliato la semanticità di tale assunto. In effetti, la sfida più grande che ci ritroviamo a dover affrontare oggi non risiede tanto in un vano tentativo di semplificazione della realtà quanto nell’impresa (eroica, potremo dire) di valorizzazione di tale complessità. Il suddetto aspetto non caratterizza esclusivamente una società ma è, anzitutto, peculiarità imprescindibile e innegabile del singolo individuo. L’uomo è la summa di più parti – mente, corpo, anima – interconnesse e in equilibrio tra loro: una “complessità armoniosa” tanto affascinante quanto inspiegabile che si relaziona in continuazione con un alter che sta fuori di sé.
Dalla breve premessa si può, allora, in parte comprendere la sensazione di disorientamento vissuta dal mondo giovanile dinanzi alle sfide del presente. A riguardo di ciò, un dato particolarmente indicativo di tale aspetto, si riscontra nella percentuale di astensionismo alle recenti elezioni europee del 8-9 giugno. Perché i giovani non votano? Non è una domanda. È “La domanda”. Molteplici possono essere le risposte che solitamente vengono fornite in modo sommario e intuitivo: disinteresse nei confronti della politica, mediocre conoscenza di tale realtà nonché incapacità di elaborare e pensare il presente come l’esito di un processo storico-culturale (con annessa responsabilità all’istituzione scolastica e/o alle famiglie di origine), diffidenza nei confronti della società e nelle istituzione poste al governo, utilizzo di una comunicazione artificiosa (la politica viene spesso comunicata attraverso linguaggi e canali che non sono coinvolgenti e pienamente comprensibili dai giovani), e così via.
Tutte le risposte elencate, a titolo esemplificativo, non sono sbagliate ma non sono neanche del tutto corrette. La verità risiede in un insieme di fattori complessi come complessa, si è detto, è la società e l’individuo in primis. Ciononostante, a mio avviso, le cause principali, che possono condurre un giovane a non votare, affondano le loro radici in un sentimento di sfiducia in sé stessi e in chi dovrebbe prendersi cura di loro. Votare non è semplicemente apporre una croce su una preferenza ma è esprimere il proprio parere, le proprie idee con coraggio e convinzione, e per farlo è necessario credere in quegli ideali, lottare per essi e diventarne responsabili. Diventano, a questo punto, indispensabili figure che si fanno portavoce di un sentire che non è astratto o un “banale capriccio” ma è legittimo, reale, concreto, umano, palpabile. Non demagoghi bensì modelli ispiratori e carismatici che sappiano contagiare positivamente con esempi di lealtà, coraggio e libertà. Con eccessiva frequenza invece, i giovani faticano a riconoscere nelle istituzioni politiche delle guide e dinanzi ai loro bisogni e desideri, non si sentono ascoltati e/o valorizzati. Il senso di impotenza generato dall’errata convinzione di non poter fare la differenza è sintomatico di una realtà attualissima nella quale è venuto meno, ormai, quel legame di appartenenza che ha sempre rappresentato nel corso della storia, un forte incentivo.
I giovani non sono il futuro, bisogna correggere questa espressione, i giovani sono l’adesso. Affermava con insistenza Papa Francesco nel 2021, in occasione del progetto internazionale “Programmando per la Pace”. Si è chiamati, allora, ad essere i protagonisti delle proprie scelte e a riscoprirne il valore e l’importanza. In questa prospettiva, fare il bene di una società vuol dire fare, prima di tutto, il bene dei singoli: è da essi che inizia il cambiamento. Il diritto al voto è una forma preziosissima di libertà e di espressione personale e mai nessuno dovrebbe rinunciarci. La domanda “perché i giovani non votano?” andrebbe, a mio avviso, riformulata diversamente in: perché i giovani hanno smesso di credere in un loro diritto?Perché non riconoscono il valore e la dignità delle loro idee? Perché accettano che altri scelgano al loro posto? E da tali quesiti cercare, con urgenza, delle soluzioni che coinvolgano i giovani stessi in prima linea, per permettere loro di riscoprirsi parte attiva e indispensabile di un mondo in cui non sono “collaterali” ma fondamentali, preziosi e, soprattutto, decisivi!
Cosa sta capitando agli insegnanti in questi giorni? Si sentono discussioni, provenienti dalle aule abitate – per una volta – solo da docenti, si vedono passare nervosi e preoccupati nei corridoi, che cominciano a essere sistemati per le prove della maturità, li vedi sommersi da adempimenti burocratici; ti parlano di pensieri, anche notturni, ricorrenti, caratterizzati da numeri, medie, debiti, condotte, educazione civica, competenze, verbali.
E’ normale, sono solo gli scrutini, tramite i quali si dovrebbe rendere merito all’impegno degli studenti durante l’anno, e anche al lavoro degli insegnanti stessi. E’ bella questa nervosa concitazione, questa preoccupazione sollecita, questo pensare incessante all’anno vissuto dalle studentesse e dagli studenti. Tutti sappiamo che – benchè la legittima docimologia e la rigida valutazione tipicamente anglossassone, verso cui stiamo andando, premano – nessun numero potrà mai inquadrare un cuore, un’anima, una testa, due braccia, soprattutto se giovani. Però -lo vedo – gli insegnanti, quasi tutti, ci provano e tentano affannosamente di far stare insieme tutto: le valutazioni con l’impegno, le assenze con la costanza nei compiti a casa, la partecipazione in classe con la situazione di partenza di ogni ragazzo e ragazza. Spesso ci riescono, qualche volta sbagliano: è umano.
Soprattutto lo fanno in un contesto difficile, in cui la gratificazione non sarà né economica né di carriera: solo in un grazie degli studenti – che spesso arriva- o delle famiglie. Soprattutto, però, ma questo vale per tutti i lavori, nella coscienza di aver fatto bene il proprio dovere. In più, tuttavia, e a differenza delle altre professioni, con l’idea di aver seminato per il futuro, per il mondo che verrà, di aver alimentato la speranza giovane. Allora, mentre anche io percorro quei corridoi stranamente privi di adolescenti dalla moda un po’ trasandata, dal parlare un po’ sboccato, dall’andatura insicura- impegnati come sono nell’inviare l’ennesimo vocale – ma dalla luminosa bellezza di tutto ciò che è germoglio, primizia, aurora, potenza, futuro, giovinezza, fragilità, speranza, lasciatemelo dire, con sfacciata partigianeria, ai miei colleghi, agli studenti, a tutto il personale scolastico: la scuola è finita, viva la scuola!