La cartina del clima politico per orientarsi dopo le elezioni: dove c’è la burrasca, dove il clima variabile, dove il sereno

di Daniele Madau

Si nota una vera nube nera, foriera di tempeste future, nube tossica: l’astensionismo. Una cittadinanza disinteressata a chi la governa è indice di poca cura di sè, della propria comunità, del proprio futuro. Si cercano spesso le colpe, ma le colpe son di tutti

Da oggi, piano piano, usciremo dalla sbornia di dati, sigle politiche, commenti, analisi -compresa questa -, promesse, slogan. E’ tutta umanità, è la democrazia: fortunatamente possiamo ancora sperimentarla. Si tornerà alla quotidianità in tutti i comuni e regioni in cui si è votato, in tutta l’Italia e in tutti gli Stati europei in cui ci si è espressi. Anche se, in Italia, un po’ di aria da campagna elettorale si respira sempre, come se facesse parte, all’interno del clima mediterraneo-europeo, del nostro microclima: ‘Italia, abitanti 60.000.000 ca., clima continentale-mediterraneo, tipicamente europeo, microclima caratterizzato da forti perturbazioni da campagna elettorale perenne…’

La metafora climatica mi sembra pertinente: del resto, la politica è quel sistema bio-ecologico che permette la nostra vita in comunità e che dovrebbe assicurarci il benessere, se non la felicità: se funziona male, ne soffriamo. Il punto è che, come per il nostro pianeta, anche la politica che ci circonda, in cui siamo immersi, ha bisogno della nostra cura.

Ecco perché – in questa particolare analisi della cartina del tempo politico – parliamo di situazione variabile per la tornata elettorale appena conclusa. L’astensionismo è una vera nube nera, foriera di tempeste future, nube tossica: una cittadinanza disinteressata a chi la governa è indice di poca cura di sè, della propria comunità, del proprio futuro. Si cercano spesso le colpe, ma le colpe son di tutti; anche se, chi deve dare l’esempio, ne ha forse in misura maggiore. Se l’esempio è la volgarità, la lotta senza esclusione di colpi, la miopia verso il futuro e un certo menefreghismo, l’astensionismo è quasi un miracolo al posto della rivolta popolare, che ci auguriamo non arrivi mai. Ma se io cittadino non ricevo un buon esempio, non posso voltarmi dall’altra parte, alzare le mani, arrendermi al quieto – ma cattivo – vivere. La nostra quotidianità è preziosa, non dovremmo scordarlo mai. Dov’è finita l’indignazione? Dov’è finita la partecipazione?Dov’è l’amore per la cosa pubblica che, prima di tutto, è mia, ma non ‘cosa nostra’, in senso criminale. Il 49% di votanti è una sconfitta bruciante, che infliggiamo prima di tutto a noi stessi.

Un po’ più di sereno lo troviamo nelle percentuali dei partiti e delle coalizioni: il primo partito di governo ha tenuto, anzi ha aumentato la sua percentuale rispetto alle politiche, anche se non il numero assoluto di voti. Anche se le europee sono spesso terreno di trionfi effimeri (si pensi al 41% di Renzi nel 2014: esattamente dieci anni dopo, l’ex Presidente del Consiglio, con Emma Bonino, Calenda, Cateno De Luca, Santoro e Bandecchi, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%) la tenuta della prima forza di governo è un segnale di stabilità di clima rilevante, per le borse (quella di Parigi è crollata), agli occhi dell’Europa stessa, per la politica interna, che non risentirà di fibrillazioni e scossoni caretteristici di un certo micro-clima, di cui sopra. Come invece è successo in Francia, in cui, con una decisione che sembra molto di pancia e irrazionalità, Macron ha annunciato lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e le elezioni legislative per il 30 giugno. Questo è quello che capita nelle forme di governo presidenziali, semipresidenziali o con una figura forte in generale; fino a ora, da noi non sarebbe potuto accadere: teniamolo a mente quando voteremo per il referendum sulla riforma costituzionale del premierato.

La causa di questo temporale, con tratti di burrasca, in Francia, è stata la grande affermazione di Le Pen, che fa il paio con il notevole risultato della destra in Germania. Si allarga, quindi, la cappa grigia dell’estremismo che, semplicemente, va contro i valori fondativi europei, quali accoglienza, collaborazione, libero mercato e libertà di movimento, solidarietà. L’Italia ha già vissuto tutto questo, da laboratorio socio-politico-cultuale qual è, e sembra viva una fase di assestamento, come dimostra il risultato della Lega che, sì, ha tenuto grazie al poco presentabile generale Vannacci, ma i cui toni non sono conciliabili con l’idea che, nonostante tutto, in Italia abbiamo ancora dell’Europa, del sogno europeo di De Gasperi, di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi.

Riproponendo quei valori fondativi- il lavoro, il riformismo, i diritti personali e sociali, l’avversione alle oppressioni pseudo dittatoriali – hanno ottenuto un risultato lusinghiero e gratificante il Partito Democratico e Alleanza Verdi Sinistra, all’interno della quale è stata eletta Ilaria Salis: immagine simbolo, anche se controversa, della lotta agli pseudoregimi.

Un ultimo dato europeo, a cui prestare un’attenzione particolare; tra gli studenti fuori sede italiani, in gran parte al di sotto dei trant’anni, il primo partito è proprio Alleanza Verdi-Sinistra: e questa è forse la responsabilità più grande e difficile, non tradire la responsabilità dei giovani, del futuro.

Nelle elezioni amministrative, infine, in attesa dei ballottaggi, si nota una sostanziale parità tra i due principali schieramenti, con una tendenza al miglioramento climatico per il centro-sinistra, che incassa risultati significativi, come il 60% di Massimo Zedda a Cagliari per il terzo mandato e la vittoria in un paese simbolo come Pontida di una sua lista civica: il neo sindaco ha 28 anni. C’è ancora futuro per la nostra democrazia, per rubare il fortunato titolo, ormai citatissimo, di Paola Cortellesi.

Due mondi che si scontrano

di Alberto Piras

Una delle finalità di ‘La Riflessione’ è far sì che i lettori abbiano voce, si sentano partecipi della riflessione collettiva. Ospitiamo, quindi, non solo commenti ma veri e propri articoli di attualità,  che rispecchino il nostro stile. Il mondo giovanile, con la sua complessità, ci interroga particolarmente: Alberto Piras riflette su quale debba essere il comportamento ‘adulto’ degli adulti, per incarnare la guida che i giovani ricercano. Pubblichiamo volentieri il suo intervento.

Una società nella quale i giovani crescono plagiando le negatività del mondo degli adulti produrrà solo adulti immaturi.
E’ da tempo che questo processo domina la nostra società.
Si potrà cambiarlo solo ripartendo dagli adulti, facendo sì che riscoprano il loro ruolo di educatori assumendosi le responsabilità che loro competono.
Il processo del cambiamento non può che iniziare dall’alto perché è dall’alto che si può dare la giusta testimonianza.
È dalla testimonianza vera, onesta, leale, priva di egoismi, di ideologie, che la nostra società può rinascere.
Quel disagio giovanile di cui si parla tanto oggi scaturisce proprio dal disagio del mondo degli adulti che sono cresciuti rinunciando a compier scelte, perché privi di punti di riferimento, accettando che in questa società tutto sia permesso e concesso, una società che accetta di fare solo una scelta: quella di non avere norme morali in comune.
Una società nella quale ognuno ha la sua morale; una società nella quale ognuno pensa solo al suo interesse personale, una società dove l’amore, la pace, sono solo parole nelle bocche di tutti ma non risiedono nei nostri cuori.
Questa nostra società ha bisogno di essere attraversata da una nuova cultura nella quale ognuno consideri l’altro fratello; nella quale si riacquisti il rispetto reciproco; nella quale la testimonianza vera, quella che nasce dal cuore, possa agire per il bene comune.
Abbiamo bisogno di padri, madri, nonni, educatori, politici che non vivano nel            << paese dei balocchi >> che ha trasformato Pinocchio in un asino, ma che si rimbocchino le maniche ed esercitino i ruoli che la società ha dato loro per trasmettere responsabilmente quella testimonianza vera, profonda, altruistica, che non attende compensi se nasce dal cuore e si irradia con amore.
Forse così i giovani non diverranno vecchi restando giovani.

Il racconto del Cagliari: tutto è compiuto, ma non svegliateci

di Daniele Madau

Claudio Ranieri, e il ‘mister’ con la nipotina, durante l’ultima gara con la Fiorentina. Foto: ‘Corriere dello Sport’

«Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata». Così Kasumoto, nell’ Ultimo Samurai . La perfezione in ogni cosa. Ecco la filosofia samurai, la ricerca della perfezione. Così è stata la vicenda umana e sportiva di Ranieri al Cagliari: perfetta, di una perfezione ricercata. Non certo per la frenesia del successo ad ogni costo, in stile ‘vincere è l’unica cosa che conta’ . Quella è intelligenza artificiale, finanza esasperata. La ricerca della perfezione, invece, con i successi, le cadute, le crisi, le rinascite. Dal 1988 al 2024, tutto si è ricomposto nella forma più perfetta, il cerchio, che racchiude il senso della vita, l’alternarsi ciclico delle stagioni, il mistero del tempo, l’andata e il ritorno verso un luogo diventato del cuore; e lì trovare il fiore perfetto, con stelo di umanità e fiori di promozioni e salvezze. Come già insegnava Omero che, nella ‘ringkomposition’ -‘ricomposizione ad anello’ -, dava un sigillo di perfezione ai poemi.

Le dure leggi dell’alternanza in tribuna stampa non mi hanno permesso di essere alla stadio, ieri; ma Leopardi parlava della lontananza come capacità di rendere più poetici un suono, un’immagine, un evento. E, allora, svegliatevi poeti, andate a Milano, ma anche a Bologna e Bergamo e, infine, a Cagliari. Troverete una comunità, quella dello sport e dello stadio, che sa riconoscere valori e meriti, crede negli sforzi atletici come come sforzi di riscatto, sublimazione, lealtà; che accoglie e respinge, si affeziona e pretende: come ogni comunità. O, forse, come era una comunità: perché quella degli stadi è una delle poche rimaste. Troverete, quindi, ciò che cercate: sentimenti d’umanità, l’autenticità ormai ristretta negli spalti, in una vera fede – quella sportiva – che quando diventà fedeltà non cieca verso qualcosa in cui si crede o in cui si spera, è vera poesia. O qualcuno in cui si crede: questo è stato Ranieri. L’anno scorso, noi tutti – o quasi – abbiamo, nuovamente, spalancato la porta della città a chi a Cagliari aveva iniziato a conoscere gli splendori del calcio dalla panchina, sicuri che qualcosa sarebbe accaduto. Sicuri come si crede ai sogni, alle speranze. Siamo, così, tutti saliti nella fregata del nostro ‘mister and commander’ , come l’ho sempre chiamato, e abbiamo respirato i meriti umani che si fanno meriti sportivi. Come per tutti i maestri, questo insegnamento vale per la vita. Così, la sconfitta nell’ultima di campionato, come quella con la Lazio, da cui è partito il riscatto, o come tutte le altre, è come il filo d’oro che ripara le crepe delle ceramiche giapponesi, che avranno vita migliore delle precedenti. L’importante è che si cresca tutti insieme, come equipaggio di una nave o come una squadra di calcio.

Personalmente, ricorderò le conferenze stampa, in cui il clima, anche durante la tempesta, non era da tempesta, e in cui salutava sempre i presenti a uno a uno, perché l’attenzione personale è segno di sensibilità: anche qui, come per i veri maestri, l’insegnamento vale per la vita.

Il Cagliari sarà ancora in Serie A e Ranieri non sarà più il suo allenatore: il bello e la fatica della vita, come quando ci si sveglia la mattina. Ma non svegliateci, ancora per un po’: solo nei sogni, c’è solo il bello della vita.

Il tempo delle donne: Geppi Cucciari a Cagliari

di Daniele Madau

Arricchiamo di un nuovo capitolo la rubrica del ‘Tempo delle donne’, in cui ci lasciamo interrogare, e spesso conquistare, da tematiche e personaggi femminili. Spesso straordinarie. Sabato, a Cagliari, è andata in scena una fuoriclasse amatissima: Geppi Cucciari

Perfetta lo è, come – d’altra parte- dovrebbero sentirsi tutte le donne, considerando la loro unicità, a partire da quella capacità, sembra scientificamente provata, di saper gestire, ed equilibrare, l’emisfero della razionalità con quello dei sentimenti. Perfetta lo è perchè tutto il pubblico è rimasto conquistato dalla sua abilità di recitare, senza soste e con un copione spesso ostico, un monologo puro: senza alcune tipo di scenografia-se non di luci e musica -, senza un leggio, senza nessun altro in scena. Del resto, lei è dolcemente debordante nel suo essere Geppi Cucciari, simpaticamente tirannica nel prendersi tutto lo spazio dei palcoscenici che calca, coscientemente unica nel panorama atistico italiano che, storicamente, ha sempre avuto donne di comicità, e bravura, straordinarie: da Franca Valeri, ad Anna Mazzamauro, a Teresa Mannino.

Parliamo di Geppi Cucciari, andata in scena – in un fine settimana ‘sardo’ tra la sua Macomer e Cagliari- al ‘Massimo’ del capoluogo cagliaritano, dove ha rappresentato ‘Perfetta’, spettacolo di successo scritto per lei dal, compianto, Mattia Torre.

Varie le prospettive di approccio allo spettacolo, tenute insieme dal genere della comicità pura ma riflessiva, perché trae spunto dalla quotidianità, dai pregi, dai difetti, dalle paure, dai gesti irrazionali di ciascuno di noi, col fine ultimo di avere uno sguardo di comprensione – se non di affetto – per tutti.

Per la tematica trattata, dunque, ci si potrebbe approcciare allo spettacolo con un sentimento comico da ‘Femmine contro maschi’ che, comunque, inteso come una variante di guerra tra i sessi e circondato di leggerezza, non sarebbe del tutto fuori luogo.

Questa voltà, però, si tocca un qualcosa che, per millenni, dalla comparsa del genere umano sulla terra, è sfociato nel magico, nel religioso, nell’artistico, nel mistero, nella violenza, nell’abuso, nella discriminazione, nella sessualizzazione: il corpo delle donne, nella sua fisicià biologica. Ed è una liberazione approciarsi ad esso con la comicità che, mentre ci fa sorridere, o ridere pienamente, ci insegna qualcosa. Allora è meglio chiamarla ‘umorismo’, secondo la lezione di Pirandello.

Ci insegna qualcosa perché ce ne parla biologicamente ma, soprattutto, negli effetti che il tempo del corpo delle donne ha sul loro umore, sulle loro forze, sui loro stati d’animo, sui loro desideri, sogni, progetti, sentimenti. Ogni giorno del mese, senza soste. Inevitabilmente, come per ogni rapporto umano e per ogni ambito, la conoscenza di chi ci sta vicino aiuta la comprensione e, quindi, la convivenza.

C’è un momento, nel monologo, in cui Geppi Cucciari recita, in maniera appassionata ma con un finale pienamente comico, l’elogio delle cinquantenni: è forse il momento più importante della serata, semplicemente perché è vero. E’ la verità fa sempre riflettere.

La sceneggiatura è stata scritta da Mattia Torre, prematuramente scomparso: l’idea è sicuramente originale, accattivante, vincente, con la particolarità dell’altro sesso che scrive, con sensibilità, di ciò che di più femminile posssa esistere. Tuttavia, la mascolinità dell’autore, può essere anche un limite perché Geppi, a nostro parere, può scirvere anche qualcosa di meglio, di più comico e di più riflessivo insieme. Non a caso, in alcuni momenti è sembrata un po’ costretta, pur avendo tutto lo spazio e il tempo della pièce a disposizione: oltre a un, naturale, miglioramento progressivo della dizione e della performance col passare dei minuti, si ha avuto la sensazione che qualcosa scritto da lei – che è una fuoriclasse- su questo tema, magari con uno spettacolo più articolato e più lungo, sarebbe stato ancora più travolgente.

Il pubblico della sua terra le ha, comunque e giustamente, regalato un’ovazione, già anticipata dal ‘tutto esaurito’ di tutte le serate.

C’è stato un momento, fino a poco tempo fa, in cui Geppi aveva decine di proposte da ogni ambito televisivo e lei, professionista che non conosce stanchezza, si dedicava a tutto; ora, le è stata tolta la conduzione della serata dei ‘David’ per il cinema e del premio Strega. Non so se, anche questo, sia dovuto al cambiamento della maggioranza politica che, come ben sappiamo, arriva a decidere anche della conduzione dei programmi: mi sarebbe piaciuto chiederglielo, ma non c’è stata occasione. Di sicuro una lezione sul corpo, e sul carattere, delle donne, spiegata da Geppi con la sua comicità, è da segnare tra quelle cose da non perdere.

La gioia dell’  ‘Inno alla gioia’

di Daniele Madau

Muti ha da poco eseguito, per commemorarne i duecento anni, la nona sinfonia di Beethoven

Leggete questi versi, posti in apertura come un auspicio, un augurio per tutti voi e pensate- vi prego – se, tenendoli a mente, potremo accontentarci di questi giorni, di questi tempi così tristi, di solitudini globalizzate acuite dalla pandemia e sfogate sui social media, di censure delle opinioni altrui, di autorità politiche che abdicano al loro dover essere d’esempio e, magari, paradossalmente, ne traggono vantaggio.

‘ Lieti, come i suoi astri volano attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada, gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini? Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato! Sopra le stelle deve abitare’ .

Sono i versi di Schiller, musicati nel quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven, conosciuti come l’  ‘Inno alla gioia’ e divenuti l’inno dell’Unione Europea. Proviamo a far sì che in questo testo ci sia anche una figura retorica che passi dallo scritto a noi, e diventi viva: è una delle più belle, la sinetesia; quella per la quale a un senso- per esempio la vista- se ne sovrapponga un altro, per esempio l’udito. Così, mentre leggiamo, possiamo ricordarci della musica, celeberrima.

Io non so cosa potrebbe suscitare in voi: in me, pace, amore per la vita, amore per il bene, per la cultura, per ogni uomo, per il creato. Desiderio di esserci, di ascoltare la ‘legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me’ , di piangere, di gioia.

Tutto questo è incommensurabile, inquantificabile. Questo fa la musica, l’arte della musa Euterpe, quella che ci rallegra, ci dà gioia.

La sinfonia  ha duecento anni esatti e fu scritta da Beethoven, quattro anni prima di morire, in solitudine; di più,  in una solitudine di sordità e malattie, trascuratezza fisica, depressione, dolore. Eppure, come dalla sua sordità, con cui poteva ascoltare musiche ignote, nacquero capolavori, dal suo dolore nacque questo capolavoro, e la nostra gioia. I versi di Schiller  ci portano sul cielo stellato, in cui contemplare un amore divino da ricomporre in terra, tramite l’unione e la fratellanza. Un solo attimo, in cui ci sfolgori dentro questo desiderio, varrebbe ogni fatica che sopportiamo quotidianamente.

Può anche essere vero che la cultura non dia da mangiare, che Dante fosse di destra – come qualcuno ha azzardato affermare- che l’intelligenza artificiale rubi il nostro sapere e i nostri sentimenti,  che lo studio non paghi in termini di autoaffermazione. Ma solo qui, però, in Italia nel 2024, mentre ci scordiamo di dedicare tempo alle meraviglie. Alla gioia- impagabile- dell’ ‘Inno alla gioia’

S.Efisio 2024: fedeltà, devozione, gratitudine; ma anche fierezza e amore per la propria terra

di Cristiana Meloni

Fotografie di Daniele Madau, Marco Marini, Cristiana Meloni

Un po’ di pioggia ha bagnato l’inizio di questa giornata che, da 368 anni, riunisce i sardi, tutti i devoti e chiunque giunga a Cagliari, in una processione che diventa un abbraccio di bellezza. La pioggia ha ristorato gli invasi in secca: è stato un regalo di Efisio. Poi, è tornato il sole, a far brillare ancora di più i colori di questa storia secolare. Storia che Cristiana Meloni racconta con accuratezza e passione, portadonci dal passato al presente. E che le fotografie vogliono rendere più nitida.

Da 368 anni il popolo sardo rinsalda la secolare devozione nei confronti del celebre martire Sant’Efisio: il guerriero che, secondo le fonti e i vari racconti tramandataci, liberò l’Isola dalla peste diffusasi durante il quinquennio 1652-1657. In particolar modo, il 1° Maggio del 1657 viene considerata la data nella quale ebbe luogo la prima processione trionfale e religiosa del Santo da Cagliari a Nora. Evento sostanzioso che
non solo segnò l’inizio delle celebrazioni solenni in suo onore – aventi luogo da allora, come noto, ogni 1° Maggio – ma rappresentò soprattutto un importantissimo momento di incontro e unione per tutti i sardi, i quali non tardarono, con commozione e profonda gratitudine, a sciogliere il voto firmato dai consiglieri della Municipalità di Cagliari il precedente 11 luglio 1652. La Peste si era, infatti, arrestata.
Dalla breve premessa si può, pertanto, dedurre che la famosa festa, che vede ogni anno la Sardegna vestirsi e colorarsi con i bellissimi abiti tradizionali, abbia una lunga e antica storia intessuta certamente di fede e devozione ma anche di tradizione e cultura popolare. Una storia che non smette, ogni anno, di attirare e stupire numerosissime persone e che vale, dunque, la pena ricordare.
Le fonti collocano la nascita di Sant’Efisio verso la fine del 200 d.C. ad Aelia Capitolina, una colonia romana dell’odierna Gerusalemme. Figlio di Alexandria, nobile pagana, e di Christophorus, uomo di fede cristiana, il futuro santo rimase orfano di padre. Il giovane Efisio educato, pertanto, al paganesimo dalla madre venne introdotto alla corte di Antiochia, presso il famigerato imperatore Diocleziano, il quale gli
garantì fin da subito la sua protezione. Prova di tale di stima fu l’assegnazione del comando di una gran parte dell’esercito imperiale che Efisio avrebbe dovuto condurre in Italia con l’obiettivo di perseguitare i Cristiani, considerati nemici dello Stato e della legge romana. Giunto fino all’Italia meridionale, il comandante Efisio, venne disarcionato da un bagliore improvviso e ricevette la prima apparizione divina
sottoforma di una croce di cristallo splendente nel cielo che gli venne impressa nel palmo della mano, affinché: ‘in virtute crucis quam tibi ostendi vinces omnes inimicos tuos’. Efisio avrebbe potuto sconfiggere i suoi nemici non con la spada ma con la Croce. A seguito di tale evento miracoloso, il giovane comandante si convertì al cristianesimo e si fece battezzare a Gaeta. Giunse successivamente in Sardegna
con il compito di contrastare le popolazioni ribelli degli Iliesi. Prese, pertanto, il comando militare di Nora dove, nonostante i vari editti anticristiani emanati da Diocleziano, predicò il Vangelo alla gente del luogo e perfino allo stesso Imperatore. Come conseguenza di ciò, Efisio venne repentinamente convocato a
Cagliari dal governatore Iulio il quale, ottenendo il rifiuto da parte del giovane di abiurare la fede cristiana, decise di metterlo a morte. Dopo atroci torture il martire venne decapitato per spada a Nora, lontano dalla città per timore di insurrezioni a sua difesa, il 15 gennaio del 286 o secondo alcune fonti nel 303.
L’arrivo della peste ad Alghero, tramite una nave proveniente da Tarragona, segnò l’inizio di un periodo oscuro e doloroso per la Sardegna e per il resto d’Italia. La diffusione a macchia d’olio del famigerato morbo impressionò profondamente i cittadini del tempo come si può leggere anche nella celebre opera ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni. Le città, divenute luoghi di sepoltura, si trasformarono in scenari
macabri agli occhi della popolazione che, atterrita dall’orrore di quanto accadeva e dalla paura del contagio, sperò con tutta sé stessa in un intervento miracoloso. A tal proposito, si ricorda la decisione di Papa Innocenzo X di emanare il 27 aprile 1654, un’indulgenza plenaria con la remissione dei peccati rivolta a tutti i fedeli che fossero stati presenti o che fossero accorsi nella Chiesa rurale, intitola al glorioso
martire Sant’Efisio, il giorno in cui si festeggiava la sua festa. La situazione perdurò fino al 1652, anno del celebre voto da parte della Municipalità di Cagliari che implorava l’intercessione del Santo per far terminare la peste. Il voto consisteva nel celebrare ogni anno una festa un suo onore che avrebbe visto i fedeli accompagnare il Santo in una maestosa processione, ripercorrendo il tragitto che giunge dal carcere
in cui venne imprigionato al luogo del martirio a Nora, per poi tornare alla sua Chiesa di Stampace il 4 maggio entro la mezzanotte. La preghiera venne esaudita.
Il 1° Maggio rappresenta, pertanto, una ricorrenza carica di significati per la storia dell’Isola. Se da una parte, la solenne processione simboleggia il rinnovarsi, anno dopo anno, della promessa fatta al Santo; dall’altra i sentimenti che animano i cittadini sardi non si possono esaurire esclusivamente nel tener fede a una memoria collettiva, la quale possiede, certamente, la sua innegabile importanza. Il lodevole impegno e la collaborazione di tutti coloro che organizzano la festa in ogni suo aspetto con cura e attenzione, gli incantevoli volti di chi sfila in costume sardo, i chilometri di chi compie un lungo viaggio per prenderne parte; parlano tutt’oggi di: fedeltà, devozione, gratitudine ma anche di fierezza, amore per la propria terra e di quel forte senso di appartenenza iscritto nel DNA di ogni sardo.
Le ricadute in ambito religioso e sociale sono, pertanto, innegabili. Sant’Efisio rappresenta un dono di estimabile valore per la Chiesa sarda, quale esempio luminoso e coraggioso di vita donata interamente a Cristo. Il giovane Efisio, nell’incontro con Cristo, ha trovato l’energia per un cambiamento decisivo – ha ricordato Mons. Giuseppe Baturi, Vescovo di Cagliari, nell’omelia dello scorso anno – Da soldato persecutore a missionario fervente fino al martirio. Egli ci scuote dalla tiepidezza nella quale talvolta ci
adagiamo e ci conferma che quando incontra (e rincontra) Cristo, la vita si riempie di forza e di scopo, oltre che di radicale esigenza di cambiamento. Il suo esempio, inoltre, investe i giovani schiavi della paura davanti a un futuro incerto e ricorda loro che la giovinezza si mobilita nella sua energia di affetto e ragione, di costruttività e creatività, di volontà di bene e di bellezza quando incrocia l’annuncio credibile e sperimentabile di “ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario.
La celebrazione di Sant’Efisio è, inoltre, un evento che “include tutti”. La sofferenza causata dalla peste (a riguardo si ricordi anche la recente pandemia) ha unito gli uomini e le donne attraverso sentimenti di solidarietà nei confronti di un destino comune. La supplica innalzata al Santo è stato il grido di un intero popolo che, insieme, ha sperato, ha lottato ed è sopravvissuto. Tale unità continua a rinnovarsi e a
consolidarsi tra i numerosissimi sardi i quali, forti e consapevoli della propria identità e cultura, condividono una storia costruita insieme, intessuta di dolore e di felicità. Una storia autentica, sentita, celebrata e onorata di cui essere fieri. Una storia capace di creare legami che sopravvivono al tempo.
Un’eredità preziosa da custodire e tramandare che parla dei suoi protagonisti “umani e divini” e ad essi affida le sorti future.

Il racconto del Cagliari. Ormai è chiaro, si soffrirà sino alla fine

di Daniele Madau

Pre-gara (27/04):

I momenti più belli della conferenza stampa di presentazione di una gara – conferenza che dura pochissimo, meno di quindici minuti, e in cui bisogna andare dritti come soldatini- sono quelli di più intimità che si hanno prima o dopo la diretta, in cui- sotto l’imperativo del silenzio da portare fuori da ‘Asseminello’ – il nostro mister and commander, Ranieri, si lascia andare a commenti, analisi, considerazioni più libere. Proprio per quell’imperativo di cui ho appena scritto – tuttavia – non posso rivelare quanto viene confidato in quei momenti che, da soli, valgono la presenza a una conferenza la quale, di per sè, è un po’ ripetitiva. E’ capitato anche nella conferenza stampa di presentazione di Genoa – Cagliari in cui, a conclusione delle domande in diretta, i colleghi più esperti hanno ‘osato’ rivolgere domande fuori conferenza al mister.

E’ questa la bellezza impareggiabile del giornalismo: essere lì dove ci sono i personaggi e gli eventi, e confrontarsi con loro. Per poi provare a coinvolgere i lettori, quando ci sono. E questo racconto del Cagliari ha un, innegabile, protagonista principale: Claudio Ranieri. Durante questa conferenza stampa può parlare di Genova come ennesima terra in cui, in passato, è approdato durante la sua eterna navigazione e dove ha seminato per poi veder fiorire buoni ricordi. E poi parlare di ultimo sforzo, in cui – per l’ennesima volta- dare tutto, per poter annoverare un altro miracolo di salvezza: e, magari, rinnovare per l’anno prossimo il contratto con Cagliari.

Tutto questo ruota intorno a una gara di un campionato che fa parte dell’ingranaggio di uno sport che, come banalità vuole, è metafora della vita. Come ogni sport: allora possiamo o affrontarlo prosaicamente o cercare le casualità, la poesia, le combinazioni cabalistiche, le statistiche, le imprese passate. Leggo sulla ‘Gazzetta dello Sport’ che Genoa e Cagliari sono retrocesse insieme due anni fa, sono risalite l’anno scorso a braccetto e, quest’anno, potrebbero salvarsi all’unisono. Bello. Aggiungo io che sono entrambe rossublù – un bel merito cromatico che le accomuna ancora di più -, sono squadre di città di mare, terre di Fabrizio De André, scudettate tra le più umili, arrivate negli anni ’90 alle semifinale di Coppa Uefa, quando eravamo fortissimi in Europa.

Credo possiamo fermarci qui, nel contorno in attesa del piatto della gara di Genoa – Cagliari, 34ma di campionato, sfida del lunedì e sfida salvezza che profuma di salvezza stessa per entrambe le squadre.

La gara(29/04, Genoa- Cagliari 3-0):

Dopo così tante parole per il pre-gara (e meno male che le abbiamo spese, vista la pochezza della partita), pochissime per ne useremo per la gara. Un Cagliari rivoluzionato per infortuni e scelte tecniche, con difesa, di seguito, a 3, a 5 e a 4, e un attacco flessibile la cui flessibilità, tuttavia, è risultata evanescenza, tanto poco si è visto.

Il Genoa, nella serata del trionfo per la salvezza raggiunta, prende subito la gara in mano, con passaggi e verticalizzazioni improvvise tra un centrocampo e una difesa cagliaritane ferme, quasi stupite e complici, della facilità di gioco genoana.

I grifoni segnano in tutti i modi, di testa, con azione da sinistra, con sfondamento centrale: un accerchiamento ai rivali d’oltre mare che, diversamente dal passato, non riuscono ad arretrare per attirare gli avversari verso di sè e poi sorprenderli scoperti, come nella migliore strategia dei grandi generali. Non uno straccio di lancio lungo efficace nella tradizione di Ranieri, di ripartenza micidiale, come nelle ultime sfide.

Svanito, quindi, quel senso di sicurezza e di vicinanza al traguardo che si sentiva da dopo la gara con la Juventus; del resto, il mister, è sempre stato sincero: si lotterà sino alla fine. E così, ormai sembra definitivamente chiaro, sarà.

Maddalena, Filomena, Irma, Lia: la loro storia per ricordare tutte le donne della Resistenza

di Giada Piras

Giada Piras, neolaureata in mediazione culturale, nonostante la giovane età, ha alle spalle anni di studio della Resistenza: ci facciamo guidare da lei alla scoperta di alcune delle figure più belle tra le donne della Resistenza, per dedicare a loro la Riflessione della giornata di oggi, festa delle Liberazione dal nazifascismo, e per non dimenticare più il loro eroico apporto.

Il 25 aprile, data simbolo di libertà, di speranza, di una fine e di un nuovo inizio per l’Italia, paese all’epoca martoriato dalla guerra. Il 25 aprile, storicamente, non indica la fine “ufficiale” del secondo conflitto mondiale in Italia, bensì, in questa data venne proclamata l’insurrezione armata riguardante la città di Milano che recitava le ormai celebri parole “arrendersi o perire”.
N.B (Il proclama che risuona grazie alla voce di Sandro Pertini grazie alla rete radiofonica di “Radio Milano” venne emanato il 19 aprile e diffuso il 25, la città di Milano venne infatti liberata definitivamente tra il 29 e il 30 aprile, data in cui le truppe alleate entrarono in città).
D’altra parte, mentre la voce di Sandro Pertini esorta ad un ultimo sforzo i combattenti per la libertà, molte altre voci, abituate alle poche parole o addirittura al silenzio, combattono al pari dei più grandi e valorosi guerrieri.
Alcune armate di fucile, di rivoltella, altre di una semplice bicicletta, donne di tutte le età
combattono in prima linea per il desiderio di un’Italia migliore.
Parliamo di una parte spesso “trascurata” da parte dei libri di storia. Se si pensa al fenomeno della Resistenza il collegamento immediato è quello al partigiano, un coraggioso giovane, armato di fucile e vestito alla “bell’e meglio”, con un vestito però cucito spesso e volentieri da una donna, ricavato da altri abiti, da coperte (addirittura da scarti di paracadute), cuciti minuziosamente in sartorie clandestine da coraggiose madri, mogli, figlie (e non solo), che s’improvvisavano sarte, infermiere, cuoche e davano un rifugio, un nuovo abito (che significa un’altra possibilità di vita durante la guerra) e un pasto ai giovani sbandati in cerca di un riparo durante le giornate più difficili.
La prima testimonianza che mi balza in mente è quella di Lia Moretto, signora di Bassano del Grappa che ho avuto il piacere di conoscere durante il periodo di ricerca per la tesi di laurea.
La signora Moretto all’epoca aveva 9 anni, ma ricorda benissimo quando la sua mamma
ospitava quei “poveri figli” e li vestiva da donna per mandarli a lavorare senza destare alcun sospetto, dando loro alloggio nella soffitta di casa finché le acque non si fossero calmate.
Un altro esempio di coraggio tutto al femminile è quello della medaglia d’oro al valor
militare Irma Bandiera, donna bolognese simbolo della Resistenza, che dopo l’incarcerazione del fidanzato da parte dei tedeschi, (disperso dopo l’8 settembre a seguito del bombardamento della nave su cui viaggiava insieme agli altri prigionieri), aderì al partito comunista, per poi entrare nella Resistenza grazie alla conoscenza di un altro partigiano (Dino Cipollani, detto “Marco”).
Irma venne arrestata il 7 agosto del 1944 insieme ad altri due uomini, a seguito del trasporto di alcune armi alla base della sua brigata e da qui ebbe inizio il suo calvario.
Venne separata dagli altri per un interrogatorio che risulterà del tutto inutile, infatti non
proferì parola nonostante le torture perpetrate nei suoi confronti (venne seviziata per giorni ed arrivarono persino ad accecarla con una baionetta).
Morì il 14 agosto 1944, venne fucilata e il suo corpo martoriato venne abbandonato,
esponendolo al pubblico come monito.
Irma Bandiera è una delle 19 donne che ottennero la medaglia d’oro al valor militare, venne descritta come “un faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi nella guerra di liberazione”.

Eroico fu anche il sacrificio di Filomena Galdieri, donna napoletana uccisa mentre prestava soccorso ad un ferito durante le “quattro giornate di Napoli” (che non furono quattro, poiché la lotta continuò per circa un mese), evento scatenato proprio dalle donne, che assalirono i camion tedeschi svuotandoli dai prigionieri rastrellati dai tedeschi. Ancora, Maddalena Cerasuolo (detta “Lenuccia”), considerata l’ “eroina dell’insurrezione napoletana”, operaia di appena ventitré anni che, insieme a suo padre, riuscì ad impedire ai tedeschi di far saltare il Ponte della Sanità prima della loro ritirata.
Le storie di queste due coraggiose donne vengono descritte insieme a tante altre nel libro della scrittrice Benedetta Tobagi “La Resistenza delle donne”, dizionario dell’eroico
sacrificio delle partigiane contenente le loro storie.
In un mondo in cui la donna è soggetta a continue vessazioni, bisognerebbe ricordare questi atti valorosi, grazie ai quali oggi possiamo gridare a gran voce il nostro pensiero e non dare per scontata la parola “libertà”.

Consultori tra libertà e voti di fiducia. E la legge prevede già tutto

di Daniele Madau

I consultori familiari, istituiti nel 1975 con benemerita iniziativa, ha come scopo, tra gli altri, ‘la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica degli utenti’. Una definizione precisa, del tutto condivisibile, orientata alla tutela dell’ unico bene veramente fondativo dell’essere umano: la libertà di scelta.

La libertà, intesa in senso politico ed economico come liberalismo e liberismo, è anche nella natura degli schieramenti di centro- destra, che hanno, o dovrebbero avere, come finalità la salvaguardia della libertà delle persone contro ‘l’invadenza’ dello Stato. Si capisce bene, però, come davanti all’ideologia questo atteggiamento di rispetto traballi. In effetti, bisogna avere un amore puro nei confronti del cammino nella storia degli uomini e delle donne verso la dignità per mantenersi equilibrati e non ideologici. Ecco, l’aver insistito tanto sulla maternità tra rosari esposti a favore di telecamera e discorsi di esaltazione in Spagna, fa venire il dubbio che l’ emendamento approvato in commissione Bilancio alla Camera, secondo cui le Regioni possono «avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità» possa essere un tantino ideologico. Sulla pelle delle donne, come spesso accade, in situazione di fragilità. Tra l’altro – vi invito a verificare- un qualcosa di molto simile è già previsto nella legge istitutiva dei consultori.

Potrebbe essersi, quindi, scatenato un putiferio per niente. O meglio, per qualcosa: l’ideologia, che tutto deforma, fa perdere        l’ oggettività e nascere i sospetti. Soprattutto quando il mondo sembra stia andando da un’altra parte, a meno di non guardare come modello all’Ungheria. Personalmente, sono preoccupato per il futuro dell’Italia e mi sarebbe piaciuto avere una famiglia numerosa, ma la bellezza di una famiglia è che nasce nella libertà, non nell’induzione ideologica. In un emendamento, poi, alla legge di Bilancio, tramite il voto di fiducia: mah, un vero paradosso. Lo strumento parlamentare più stringente per un voto sulla massima espressione della libertà personale.

Quando la storia sembra tornare indietro e ci spalanca un abisso

di Daniele Madau

L’essere nati e aver vissuto in occidente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha ingenerato in noi una inesattezza, un fraintendimento, un falso assioma che corrisponde a un nostro legittimo anelito e desiderio: che la storia sia una linea retta, sempre protesa al miglioramento, sempre spinta e tendente al progresso: economico e sociale, individuale e collettivo.

Non è così, purtroppo. Come già aveva inteso Leopardi – così critico verso le magnifiche sorti e progressive – ma come è facile intuire e capire se si presta un po’ di attenzione a quanto la storia squaderna nei suoi migliaia di anni, longitutidini, latitudini, eventi e istituzioni, la storia è una spirale, che si lancia per poi avvitarsi su se stessa. Questo se noi abbiamo come riferimento il benessere del genere umano e del pianeta, l’evoluzione verso stili di vita democratici, rispettosi dei diritti umani e dell’aspirazione alla felicità di ognuno di noi. Se, invece, pensiamo alla quotidianità come semplice palcoscenico in cui capitano gli eventi, il risultato a cui assistiamo è solo la somma di situazioni e decisioni generate dalla volontà umana.

Qualunque sia il nostro approccio, è un dato di fatto che i fiorentini avessero un tenore di vita migliore sotto Lorenzo il Magnifico che subito all’indomani della seconda guerra mondiale, così come alcune popolazioni dell’Africa o dell’India prima dell’incontro con la colonizzazione europea. Il corso della storia si ripiega su se stessa a spirale quando una cellula del tessuto della società umana – dell’ecosistema – impazzisce e contagia con la sua degenerazione le altre cellule. Mi si perdoni il paragone e il termine forte, ma succede proprio come per un cancro. Questa cellula impazzita dell’ecosistema può essere un’epidemia, una pandemia, una catastrofe naturale, una persona, più persone.

Abbiamo lottato insieme, con solidarietà e con l’aiuto della scienza, contro la pandemia da Covid-19, dimenticandoci troppo presto quello che papa Francesco aveva dichiarato con sofferenza: ‘Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla’. Ora, con uno sgomento ingenuo e angoscioso, innocente e preso alla sprovvista, drammatico e mostruoso, abbiamo assistito a un nuovo manifestarsi di quella cellula impazzita e al suo possibile contagio: e dopo essere stata rappresentata da un evento naturale- ma con cause umane – questa nuova cellula è un uomo, o più uomini.

Parlo di Putin, che ha violato l’integrità territoriale e una sovranità di una terra invadendola e rendendo reali gli incubi bellici, anche nucleari. Parlo di Hamas e Netanyhau, che hanno esacerbato ed estremizzato un tessuto umano potenzialmente già deteriorato. Parlo di tutti coloro che soggiogano i cittadini con regimi autoritari e illiberali e si sporcano di sangue con la guerra.

Ora, tuttavia, vorrei parlare solo di Putin dato che, ieri, Zelensky ha chiesto nuovi aiuti per la contraerea ucraina, che sarebbe in grave difficoltà. Penso che l’occidente dovrebbe continuare ad aiutarlo e penso che l’unica pace possibile in questo drammatico conflitto sia la, cosiddetta, ‘pace giusta’, che sarebbe una pace successiva a un ritiro incondizionato delle truppe russe e al ripristino dell’integrità territoriale ucraina.

Che è stata raggiunta democraticamente. Così come democraticamente – con elezioni libere – è stato eletto il presidente in carica. Così come i movimenti di ‘Euromaidan’ , spontaneamente, e la successiva rivoluzione ucraina, manifestavano il desiderio di unirsi all’Europa.

Ed è proprio questo che ha scatenato la reazione, spropositata, violenta e bagnata di sangue, di Putin. Lo ha detto lui. Lo ha sempre detto, che il nemico da eliminare – o ‘denazificare ‘- era il mostro occidentale. Non ha mai parlato di minacce della Nato, se non di finanziamenti alla rivoluzione: forse lo ha inteso implcitamente ma non lo ha mai esplicitato. Il patriarca Kirill è stato ancora più esplicito, rendendo ideologicamente religiosa l’aggressione. Certo, Putin ha aggiunto la difesa dei russofoni in Crimea , il non riconoscimento del governo post-rivoluzione e il riconoscimento del referendum per l’annessione della Crimea, misconosciuto da ogni organismo internazionale.

Davanti a questo quadro, non posso che rivolgermi alla storia, che si fa quasi cronaca, sperando che non si ripeta in tragedia. Assecondare una prestesa territoriale di una cellula impazzita sarebbe mettere a rischio, con un rischio moltiplicato, tutte le altre. Così come successo con Hitler – capisco il paragone forte ed estremo, ma questo è stato- dopo la conferenza di Monaco del 1938, quando il dittatore tedesco, accontentato in tutto, intese di avere carta bianca. Non solo, a un livello più alto, morale ed etico, si giustificherebbe una violenza, fatto gravissimo. Non imputiamo, forse, oggi, col senno di poi, a Papa Pio XII i silenzi e il non aver preso parte chiaramente contro la Germania nazista? Non riconosciamo il merito e la grandezza di Churchill, De Gaulle e i partigiani nel non essersi arresi al crimine indicibile? Ebbene, lo diciamo col senno di poi, quando è tutto più chiaro e leggibile. Putin è stato al G20, ha seduto al tavolo, ed è stato intimo, di alcuni dei capi di governo europei: non ha disdegnato il mondo che, ora, vuole distruggere. Così come ha distrutto giornalisti, oppositori, la democrazia. Chi garantisce, e sarebbe un errore che la storia non perdonerebbe, che Putin rispetterebbe accordi che gli concedessero nuovi territori? Perché non si pensa che immani sofferenze, in passato, sono state causate dalla cieca volontà di assettati di potere? Mussolini, nel discorso dell’entrata in guerra, invitava a combattere contro ‘le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano’ : ci rendiamo conto delle drammatiche assonanze? Tutti i dittatori parlano allo stesso modo, tutti i cittadini soffrono allo stesso modo. E’ drammatico pensare di doversi difendere e di non volere subito trattative di pace, ingiuste. Ma non lo possiamo fare sulla pelle degli ucraini che sarebbero sotto un regime dittatoriale, con la sovranità violata con l’appoggio di chi non riconosce l’incoscienza di trattare con Putin; sulla pelle del nostro futuro e del nostro passato, dei nostri valori, della nostra democrazia faticosamente conquistata. Piango anche io, quotidianamente, le vittime: ma so che sono vittime di cellule impazzite e che non posso assecondare il contagio, ma lo devo curare.

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