La scuola incontra i grandi autori e le grandi tematiche. Quando gli studenti diventano ‘critici’

Degli studenti del Liceo Siotto di Cagliari

Grazie alla partecipazione a diversi progetti e attività promossi dal Liceo Siotto di Cagliari (quali incontri sul concetto di giustizia in Fabrizio De André e la visione collettiva di opere tetrali e film di particolare interesse), gli studenti hanno costantemente la possibilità di riflettere sui grandi temi, e sui grandi autori, del presente e del passato. ‘La Riflessione’ è lieta di ospitare le loro recensioni critiche e le loro riflessioni.

Geordie’ di Fabrizio De André

Il brano preso in esame, Geordie, è una canzone d’autore composta da Fabrizio De
André nel 1969 e compresa nell’album “Nuvole barocche”.
Per elaborare questo testo, De Andrè fa riferimento ad una ballata della tradizione
britannica risalente al XVI secolo. Si ipotizza fosse un conte condannato per alto
tradimento con l’accusa di ribellione e successivamente liberato grazie ad un riscatto
effettuato dalla sua famiglia aristocratica.
All’interno della canzone, Geordie appare come un giovane dalle origini aristocrati-
che, come si può evincere dalla frase “Impiccheranno Geordie con una corda d’oro”,
perché la corda d’oro veniva riservata ai ceti elevati.
Ciò che caratterizza maggiormente il significato della canzone è l’utilizzo di una for-
ma di giustizia contraddittoria o “ingiusta”.
Il reato di cui Geordie si macchia è il furto che lui compie spinto da necessità in
quanto la società del tempo non gli riconosceva/forniva gli strumenti con i quali
avrebbe potuto riscattarsi in modo onesto.
Un altro aspetto ingiusto è costituito dal fatto che la pena venga giudicata con
eccessiva severità prevedendo per lui la morte in cui però gli viene riconosciuto un
privilegio legato alle sue origini che ad un’altra persona che aveva commesso lo
stesso reato ma appartenente ad un classe sociale differente non sarebbe stato
riconosciuto.


Amelia M., Elisabetta M., Ester R., Gabriele F., Chiara M., Dalila P., Tommaso M.

Il Pescatore di Fabrizio De André

“Il Pescatore” di De Andrè, narra la vicenda di un assassino che, scappando dai
gendarmi, si ritrova a chiedere affamato da mangiare ad un pescatore.
La figura del pescatore è centrale in quanto rappresenta un modello corretto di uma-
nità, come si evince da alcuni versi in seguito alla richiesta di cibo dell’assassino:
“Non si guardò neppure intorno/Ma versò il vino e spezzò il pane/Per chi diceva ho
sete e ho fame”. Il pescatore non ha pregiudizi nei confronti dell’assassino, come di solito accade anche nella contemporaneità, ma si rende disponibile con il prossimo
gratuitamente, empatizzando con i suoi bisogni.
Secondo una visione antica, da noi condivisa, il pescatore è paragonato a Gesù
Cristo, visti i tratti similari ed il carattere, disposto a dispensare amore anche agli as-
sassini proprio come Cristo.
Anche nel finale, alla domanda dei gendarmi, il pescatore non risponde, non
compie neanche un gesto. Resta assopito. In questo atteggiamento c’è una scelta
fortissima, una rottura dello schema comune per cui l’assassino va punito. Il
pescatore disobbedisce a quello schema, non ne vuole essere parte.

Virginia C., Michele D., Alessia S., Mattia P., Gabriele L., Sofia M., Davide P.

Anfitrione di Plauto

Il 30/01 diverse classi delle scuole di Cagliari si sono ritrovate al Teatro del Segno, nella chiesa di Sant’Eusebio a Cagliari, per assistere allo spettacolo “Anfitrione” messo in scena dalla compagnia plautina TEP (Teatro Europeo Plautino). Ecco in breve la trama:
Giove assume le sembianze di Anfitrione e, accompagnato da Mercurio, che prende le sembianze di Sosia, servo di Anfitrione, si reca a Tebe da Alcmena, regina e moglie di Anfitrione. Questa lo accoglie amorevolmente, pensando di giacere con suo marito. Dopo una notte interminabile arrivano i veri Anfitrione e Sosia e iniziano così una serie di sketch esilaranti che complicano ulteriormente la situazione. La commedia termina con la notizia del parto di Alcmena di due gemelli: uno figlio di Giove, Ercole, e
l’altro di Anfitrione.
La comicità di Plauto è stata resa appieno dagli attori. Uno degli aspetti per me più divertenti è stata la rottura della finzione scenica che ha coinvolto principalmente la mia classe perché eravamo seduti in prima fila: ci hanno rivolto domande divertenti, ci hanno dato da custodire il dente di Sosia (ovviamente un fagiolo), hanno coinvolto anche il pubblico con canzoni e battiti di mani. Altro aspetto originale e divertente è stato l’uso dei dialetti, in particolare il veneto del servus. I quattro attori sono stati molto
bravi, sono riusciti a rispettare la tradizione plautina inserendo però aspetti, battute, modi di dire moderni proprio per coinvolgerci il più possibile e l’effetto della risata continua è stato così raggiunto.
Due importanti criticità sono state il luogo e il prezzo del biglietto. Lo scorso anno il teatro Massimo accoglieva la compagnia, mentre quest’anno gli spettacoli si sono svolti al Teatro del Segno. Un’ampia e fredda sala parrocchiale con sedie singole non proprio comode, e di conseguenza il prezzo del biglietto, di ben 11 €, mi sembra eccessivo per uno studente. È giusto pagare la cultura ma il prezzo deve essere più accessibile.

di Anna C.

C’è ancora domani di Paola Cortellesi

La storia è ambientata a Roma nel periodo del dopoguerra dove la povertà si fa sentire. Il periodo è quello dove le disuguaglianze di genere sono il fondamento della società.Il ruolo della donna è assoggettato al sistema patriarcale: deve essere una buona moglie, una brava madre, deve “stare al suo posto” e stare zitta. Non può  studiare e se va a lavorare, i suoi guadagni appartengono al marito, definito “uomo di casa”. Delia è una donna, moglie e madre, accudisce la casa, i figli, e il  suocero malato che vive in casa con loro, fa tanti lavori diversi per portare a casa soldi in più che servono per  affrontare i bisogno quotidiani. A lei non è concesso studiare così come alla figlia Marcella, a differenze dei fratelli ai quali è concesso, credendo che la violenza sia l’unico modo per comunicare con le donne. Delia è una donna che non solo è assoggettata al marito ma è una donna che subisce violenza da parte sua, ogni giorno viene vessata da Ivano, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. Delia viene umiliata perennemente non solo davanti ai figli ma davanti a tutti. 

Ivano è anche lui vittima del sistema patriarcale e ovviamente non può rapportarsi con Delia in maniera diversa, anche se Ottorino, il padre, gli ricorda che la moglie è una brava persona e chiede al figlio di non vezzeggiarla costantemente ma gli consiglia di effettuare su di lei violenza psicologica, per esempio imponendole il divieto di esprimere il proprio pensiero. Delia viene consigliata dall’ amica Marisa, che le suggerisce di scappare con l’uomo che l’ha sempre amata davvero, Nino; pur avendo,però, una vaga possibilità per cambiare vita, andando via con un altro uomo, per l’intera durata del racconto, non sfrutta questa possibilità di cambiare vita. Questo significherebbe abbandonare i figli e privarsi del suo ruolo importante in famiglia. Sceglie di combattere e non di fuggire. 

Marcella si fidanza con il borghese benestante Giulio, ma anche lui pare essere figlio del patriarcato, facendo capire a Marcella che è solo sua, che non deve truccarsi ma soprattutto che dovrà smettere di lavorare. Marcella non si accorge di questo, forse essendo cresciuta in quel contesto le sembrava la normalità. 

Delia, dopo una fugace contentezza, teme che invece la figlia stia per commettere il suo stesso errore ed inizia a progettare il suo piano affinché ciò non avvenga: dà avvio, così, alla sua ribellione quando un giorno arriva una lettera. Si reca, insieme a migliaia di altre donne, presso i seggi, per esprimersi tramite il proprio voto, sulla forma istituzionale della nazione.

Davanti all’urna, Delia e le altre donne, imbucano la loro scheda elettorale e, senza bisogno di parlare, affermano con lo sguardo che quello che stanno vivendo era un momento epocale perché qualcosa iniziava a cambiare visto che fino ad allora non potevano votare, quindi non avevano gli stessi diritti civili e politici che avevano gli uomini ed erano soggette a tante restrizioni. Delia vede in questo un nuovo inizio e ha una determinazione interiore che la spinge a non mollare il suo ruolo non facile.

Il film trasmette messaggi forti e chiari di quanto la donna abbia dovuto lottare per la parità di genere, perseguita passo dopo passo e forse ancora oggi non raggiunta completamente: ci piacerebbe infatti  dire che esistestono pochi paesi dove alle donne non vengono riconosciuti gli stessi diritti, ma purtroppo non è così.

Credo che tutte dovrebbero avere lo stesso coraggio di Delia che sceglie di non fuggire ma con coraggio di rimanere e combattere per i propri diritti.

di Beatrice F. 

Sangue Blu

di Marco Marini


In questi gironi alcune notizie di cronaca hanno portato l’attenzione dei media su alcune casate reali e nobiliari, dalla malattia di are Carlo III del Regno Unito alla malattia della nuora la Principessa del Galles Kate Middleton fino alla scomparsa di Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo Re d’Italia Umberto II (chiamato il re di maggio, restato in carico appunto solo un mese prima della scelta della fora repubblicana del nostro Paese). Queste notizie sono diciamo, tragiche, ma i fatti che riguardano le varie dinastie reali e nobili, soprattutto in Europa, hanno sempre riguardato più il gossip o per usare termini italiani, la cronaca rosa o il pettegolezzo. Non c’è giorno che qualche quotidiano o rivista parli di polemiche all’interno delle varie case nobiliari, dalla Gran Bretagna fino al piccolo Principato di Monaco e se vogliamo al Vaticano che viene considerato un reame. Sia ben chiaro, come disse una persona plurilaureata, acculturata etc. etc, per liberare lo spirito è giusto leggere certe riviste dal barbiere o dalla parrucchiera.Simpatica l’origine del termine “Sangue blu”; venne coniato nel medioevo per distinguere i nobili, il clero e il popolo di città grasso e magro per distinguerli dai servi della gleba che lavorando tutto il giorno sotto il sole si abbronzavano, contrariamente ai nobili che avendo la pelle chiare mettevano in evidenza le vene dei polsi che avevano un colore bluastro-violaceo. Secondo altri autori il termine sarebbe spagnolo e serviva a distinguerei bianchi dai mori dalla pelle scura che occupavano la Spagna. Secondo altri a causa della argiria, cioè dall’uso di posate d’argento. Più probabile la derivazione del termine dal numero dei lividi bluastri diffusi sul corpo dei nobili affetti da emofilia (difetto di coagulazione del sangue) a causa dell’endogamia, cioè dei matrimoni all’interno degli stessi gruppi familiari. Non per nulla per esempio La Regina Vittoria (1819-1901) era parente sia del Kaiser Guglielmo II che dello Zar Nicola II (tra parentesi Kaiser e Tzar sono parole che derivano dal termine “Cesare”). Ma l’abate e poeta Giuseppe Parini, aveva un concetto diverso della nobiltà, nonostante fosse precettore presso una famiglia nobile, per poter campare. Scrisse il poemetto IL GIORNO dove raccontava la vita di un “Giovin Signore”. In sintesi il Parini affermava che la nobiltà è quella dell’animo umano e non perché di nascita o comprato dai suoi avi. Ma chi erano I Nobili?
Forse i più coraggiosi in una tribù o clan, forse i più saggi, o forse quelli che avevano più tagliato teste degli avversari per dimostrare la loro onnipotenza. Ma tutti invocavano un diritto divino ad avere la corona in testa. Perfino Napoleone Bonaparte, figlio della rivoluzione francese, illuminista,
quando venne incoronato Re d’Italia il 26 maggio 1805, a Milano, prese la corona ferrea con la quale per secoli venivano incoronati i re d’Italia, se la pose in testa e pronunciò la frase “Dio me la data guai chi la tocca”. Richiamando quindi un “diritto” divino detto da un figlio dell’illuminismo ateo. Ma si sa non si scherza ne coi santi ne coi fanti. I nobili europei hanno creato il colonialismo che ha lasciato strascichi nelle vicende recenti dall’Africa al vicino e medio oriente e all’Asia. Si pensi che il Congo (ex belga), oggi Repubblica Democratica del Congo, con Leopoldo II del Belgio, veniva considerato proprietà personale della corona. Senza andare troppo lontano da casa nostra, si ricorda che il Re Vittorio Emanuele II considerava la Sardegna suo terreno di caccia personale e che grazie ai ginepri della nostra isola vennero costruite le traversine della rete ferroviaria italiana, disboscandola abbondantemente. Ma anche personaggi come lo Shah Reza Pahlevi dell’ex Persia, ora Iran, anzi Repubblica Islamica dell’Iran, ha trasformato la monarchia costituzionale in un regime autocratico, fino all’avvento della rivoluzione islamica di Khomeini. Quando venne deposto nel 1979, era veramente incredulo sul perché il suo popolo lo avesse cacciato. Non si rendeva conto di essere lontano dalle esigenze della propria gente e del male che gli avesse fatto. Potremmo poi discutere se l’Iran sia caduto dalla padella alla brace. Il Principato di Monaco è uno degli Stati più antichi d’Europa, creato nel XIII secolo e divenuto indipendente dopo la Restaurazione del 1815 (dopo la sconfitta militare di Napoleone Bonaparte), riportando il potere monarchico a prima della Rivoluzione Francese. Il nome deriva dall’impresa avvenuta appunto nel XIII secolo della conquista di questa rocca da parte di Francesco Grimaldi, nobile guelfo genovese, pirata, castello di proprietà di un ghibellino avversario. Il Grimaldi vi entrò travestito da MONACO.
Grazie alla lungimiranza di Ranieri III Grimaldi nel secolo passato, Montecarlo ed il Principato è diventato sono passati dalla tradizionale nomea di paradiso fiscale basato su scommesse e casinò a luogo culturale di importanza internazionale. Alla morte di Ranieri è salito al trono il Principe Alberto, che sembrava dedicarsi ad attività più amene. Se il principato non dovesse avere più eredi verrebbe riassorbito dalla Francia. Quindi si è cercata una soluzione a questo problema concedendo ai mariti delle figli di Ranieri il titolo di principe, ma il buon Alberto ha deciso di prendere il posto del padre, che ha affiancato allo stesso principe un consiglio che ne riduesse i poteri. Qualcuno parla di Regno da Operetta ! Poco rispettoso del ricordo di Grace Kelly che diede lustro ed importanza al luogo sposando, come nelle favole, il Principe Ranieri. Per rimanere a casa nostra c’è stata la disputa fra le casate dei Savoia e dei Duca D’Aosta. Secondo il Gotha Nobiliare, Vittorio Emanuele di Savoia, appena deceduto, non avrebbe avuto titolo a diventare Re in quanto aveva sposato Marina Doria, senza nobiltà, contro il permesso del padre Umberto II, ciò avrebbe portato al passaggio di tutti i diritti sul trono d’Italia ad Amedeo di Savoia-Aosta. Ma il Amedeo V Duca d’Aosta, giurò fedeltà alla Repubblica, svolgendo il servizio militare nella Marina Militare Italiana. Situazione degna di una spy-story. Ma almeno lui non considerò le scelte di casa Savoia, scellerate secondo molti, come fecero Vittorio Emanuele ed il figlio Emanuele Filiberto, con benevolenza. Come dare l’incarico di Primo Ministro a Mussolini, anche se questo rientrava tra le prerogative del Re, aver accettato l’impero con le conseguenze delle sanzioni ed accuse di crimini di guerra contro l’Italia. Per non parlare delle leggi razziali del 1938, che impressionarono perfino lo stesso Hitler. Non è andata meglio a certi reami in Europa dove le costituzioni imponevano la corona ai figli maschi anche se a questi non importava molto e diniego della corona alle figlie ancorchè motivate e preparate alla reggenza di quei paesi, in termini di diplomazia, carriera militare ed economica. Per non parlare degli scandali in casa Borbone Spagna, dove dopo la fuga ad Abu Dhabi, sembra per motivi di evasione fiscale, Il Re Juan Carlos ha dovuto difendersi da altre accuse non ultima quella si molestie sessuali. Nel 2014 ha abdicato a favore del figlio Felipe VI, anche lui con qualche problema causato dalla consorte Letizia. Mogli di Re e Principi impegnato comunque nel sociale, certo da posizioni privilegiate, ma pur sempre autorevoli, da Grace Kelly alla stessa Letizia di Spagna fino alla compianta Lady Diana Spencer. Il Giappone, monarchia costituzionale, molto discreta, dove un tempo si considerava l’imperatore stesso “divino”, oggi i figli sposano coniugi non nobili, anche se non hanno più l’obbligo di dare una discendenza alla Famiglia Imperiale o Casa di Yamato. Abbiamo cosi’ voluto fare un breve excursus sulle nobiltà, sempre convinti del principio di Giuseppe Parini sopracitato, restando in attesa dell’evolversi della situazione britannica, più per curiosità che per motivi politici. Data la nostra assoluta fedeltà ai principi costituzionali della nostra Repubblica, appunto res-publica, la cosa pubblica, forse di tutti e di nessuno, ma senza dubbio non di appannaggio di un singolo personaggio. La Rivoluzione Francese dopo la restaurazione degli Ancien Règime, almeno ci ha lasciato una cosa le monarchie costituzionali che limitano i poteri di questi “unti dal Signore”.

Marco Marini è studioso di storia e geopolitica, editorialista di ‘ La Riflessione ‘

Il 10 febbraio 2024 è stato il ‘Giorno del Ricordo’

di Marco Marini*

Qualche giorno fa, esattamente il 27 gennaio scorso, si è celebrata la Giornata della
Memoria per ricordare ed onorare le vittime della Shoah, non solo ebree. Questa
ricorrenza ha scatenato molte polemiche in quanto cadeva in un contesto mondiale
molto preoccupante a partire dalla guerra tra Israele ed Hamas, che ricordo governa
la Striscia di Gaza, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese la cosiddetta
Cisgiordania. Il tutto è scaturito dall’attacco di Hamas ad alcuni villaggi al confine in
Israele col sequestro di decine di ostaggi israeliani. La reazione dello Stato ebraico è
tutt’oggi sotto gli occhi del mondo con addirittura accuse di genocidio presentate
alla Corte suprema dell’Aia. Ne sono scaturite proteste in tutto il mondo e insieme
alle giuste critiche verso Israele, secondo il mio parere, si sono ripresentati i soliti
fenomeni di antisemitismo. Ora se la Shoah è stato il motore portante della nascita
dello Stato di Israele, l’antisemitismo esiste da secoli prima di questa nascita, che ha
attraversato epoche e luoghi diversi, professato da destra e da sinistra e perfino
nella Chiesa sia quella Romana che Orientale. Ma quest’anno il Presidente del
Senato La Russa ha invitato la Senatrice a Vita Liliana Segre a commemorare questa
giornata insieme a Milano presso il Binario 21 da cui partivano i carri bestiame con le
vittime ebree per Auschwitz. “Gentilezza” istituzionale ? Propaganda di “Regime” ?
Vogliamo ritenere che questo gesto sia un segnale per ridurre le contrapposizioni e
riportare la coscienza nazionale verso un ricordo comune. Non meno piena di
polemiche è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo. Approvato con la Legge
30/03/2004 n. 92, per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo delle popolazioni
istriane, dalmate e fiumane dai territori della ex Jugoslavia. Persone soppresse ed
infoibate tra l’8/09/1943, resa dell’Italia agli alleati, ed il 10/02/1947 con la firma del
trattato di Parigi che sanciva l’assegnazione alla Jugoslavia dell’Istria, del Quarnaro,
della Città di Zara e provincia e della maggior parte della Venezia Giulia in
precedenza facente parte dell’Italia. Questa ricorrenza è stata fortemente voluta
dalla destra italiana, ed in questo si è voluto far notare la contrapposizione con la
giornata della memoria. Le polemiche, soprattutto a sinistra, oltre alle accuse di
strumentalizzazione da parte di alcuni avversari politici, sono state seguite da
forme di negazionismo e accuse di falsità, nè più nè meno come per la Shoah. Ma cosa sono le foibe? Sono anfratti carsici dove l’acqua scompare in profondità e all’interno delle quali vennero gettati, spesso vivi, le vittime dell’ Esercito Popolare di Liberazione
della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito. Le vittime non furono solo militari
che rappresentavano per gli jugoslavi il simbolo dell’oppressore italiano prima e durante il fascismo, ma molti civili italiani. Al massacro segui’ l’emigrazione,  dovuta
sia all’oppressione esercitata da un regime di natura totalitaria che impediva la
libera espressione dell’identità nazionale, sia al rigetto dei mutamenti nell’egemonia
nazionale e sociale nell’area e infine per la vicinanza dell’Italia, vicinanza che costituì
un fattore oggettivo di attrazione per popolazioni perseguitate ed impaurite,
nonostante il governo italiano si fosse a più riprese adoperato per fermare, o
quantomeno contenere, l’esodo. Si stima che i giuliani, i quarnerini e i dalmati che
emigrarono dalle loro terre di origine, tra il 1941 e il 1956, ammontino a un numero
compreso tra le 250 000 e le 350 000 persone; in base alle stime più
recenti emigrarono circa 300 000 persone, di cui circa 45 000 di etnia slovena e
croata non disposti ad accettare il nuovo regime dittatoriale. Nonostante la ricerca
scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli
avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e
oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a
seconda della convenienza ideologica. In realtà delle circa 11.000 vittime italiane, la
maggior parte venne uccisa nei campi di concentramento jugoslavi. Ma per
semplificazione vennero quasi tutti definiti “infoibati”. Questo massacro è iniziato
durante le fasi finali del secondo conflitto mondiale e proseguito successivamente.
Gli storici non ritengono che si volesse perpetrare una vera e propria pulizia etnica,
come fece il nazi-fascismo con la loro propaganda ideologica, ma è innegabile che i
metodi furono uguali. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’esercito italiano
collassò, I tedeschi occuparono Trieste, Pola e Fiume lasciando momentaneamente
sguarnito il resto della Venezia Giulia, che venne occupata dai partigiani jugoslavi.
Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di
liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo
rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma
anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del
futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare . A Rovigno il Comitato
rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia
apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello
Stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono
condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata. Secondo
le stime più attendibili, le vittime del 1943 nella Venezia Giulia si aggirano sulle 600-
700 persone. Ci furono eccidi a Trieste ed in Istria a Gorizia e Fiume. I primi
ritrovamenti dei cadaveri degli “infoibati” avvennero nell’autunno del 1943, quando
i tedeschi utilizzarono le foibe per sbarazzarsi velocemente dei partigiani uccisi.

Diedero ampio risalto al ritrovamento, con tanto di documentazione fotografica. Ma
da dove è partito l’odio verso gli italiani? Al termine del primo conflitto mondiale il
Regio Esercito italiano occupò la Venezia Giulia e la Dalmazia, secondo i termini del
trattato segreto di Londra del 1915. Questo provocò reazioni contrapposte tra le
etnie, quella italiana che parlava di ”redenzione” di quelle terre e gli slavi che
osservavano con ostilità i nuovi arrivati. Non tutti i territori promessi all’Italia nel
1915 vennero assegnati, per questo motivo venne coniato il termine “vittoria
mutilata”. Dopo le tensioni sociali del 1919-1920 che interessarono anche i territori
occupati dall’Italia, si accentueranno anche quelle nazionali preesistenti creando un
terreno fertile per la propaganda fascista, che di li a poco avrebbe avuto il potere in
Italia, nel 1922, quando fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di
assimilazione delle minoranze etniche e nazionali: gran parte degli impieghi pubblici
furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano, si vietò l’uso delle
lingue croate e slovena sostituendo tutti gli insegnanti con italiani che imposero
l’uso della lingua italiana, cambiando i nomi alle città e vietando di registrare negli
archivi parrocchiali i nomi stranieri dei nascituri. Non ci si meravigli di queste
assimilazioni forzate, abbastanza comuni in Europa, cosi’ in Francia come nel Regno
Unito e nella stessa Jugoslavia soprattutto nei confronti delle minoranze etniche non
solo italiane. Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe tedesche ed
italiane nel 1941, venne proclamata l’indipendenza della Croazia che venne affidata
agli ustascia ultranazionalisti di Ante Pavelic. La sconfitta dell’esercitò jugoslavo non
fermò i combattimenti, dove venne organizzata la resistenza contro gli invasori. In
questa fase della guerra vennero perpetrati crimini di guerra da ambo le parti
(mezzo milione di serbi uccisi da croati e centomila croati uccisi da serbi).
Gli italiani effettuarono fucilazioni per rappresaglia nei confronti della popolazione
civile e favorirono l’istituzione del campo di concentramento di Jasenovac, da parte
degli ustascia. Tutto questo fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 di cui abbiamo
accennato precedentemente. Queste righe non per giustificare i massacri delle foibe
ma per cercare di riportare il tutto in un quadro storico. Il Primo Ministro Meloni si è
recata a Basovizza e prima di lei lo fece il Presidente della Repubblica Cossiga. Anche
in queste circostanze sembra si voglia riportare il nostro paese ad una memoria che
unisca e non divida. Una parte della storia appena evidenziata riguarda la nostra
Sardegna, dove la comunità di Alghero ricorda e ospita, gli esuli istriani fuggiti
dall’olocausto jugoslavo. Ma c’è stato anche un testimone sardo, Dario Porcheddu,
presidente dell’Unione Autonoma Partigiani Sardi, che dopo l’8 settembre aderi’ alla

Resistenza, proprio in quei luoghi di cui stiamo parlando. Partecipò ad un convegno
a Cagliari sulle foibe intitolano “Per non dimenticare”, nonostante qualche mugugno
prese la parola e disse alla platea che non era giusto raccontare una realtà di
comodo e non la verità. Ex finanziere scrisse un libro intitolato “Perché le Foibe?”,
dove raccontò tra le altre cose (cito le parole) “….. Non sono stati gli sloveni a venire
a casa nostra ma gli italiani che con arroganza e brutalità sono entrati nelle loro
case, rubando, razziando, bruciando e devastando.” Qualcuno dei presenti fece
qualche rimostranza ma tutto fini li. Ed aggiunse ”… La vendetta degli Jugoslavi fu
sproporzionata per orrore, ma rientrava nella logica della ritorsione che con
l’avanzata dell’Armata Rossa investi milioni di donne, vecchi e bambini dei paesi
dell’Europa centro orientale colpevoli di essere tedeschi o loro alleati.” Con queste
parole Dario Porcheddu non voleva assolutamente giustificare il massacro delle
foibe, ma da militare ricordare quello che avveniva in tutta Europa. A tal proposito
cita il fatto, in cui 1200 finanzieri sparirono dalla sera alla mattina senza sapere che
fine avessero fatto. Salvo il giorno dopo vedere le truppe Titine andare in giro con le
divise dei militari italiani scomparsi. Facile intuire che fine fecero. Sempre nel testo
citato, il Porcheddu indica un elenco di profughi, consegnatoli durante una visita
Italo-Slovena in Sardegna, che raggiunsero non solo la splendida Alghero, citata, ma
anche Ploaghe, Sassari, Ittiri, Bonorva, Tempio, Cagliari, Sardara e altri luoghi della
nostra splendida isola. Ora possiamo (o dobbiamo!) augurarci che questi eventi
siano ricordati, riconducendo la coscienza nazionale verso valori comuni senza
contrapposizioni sterili, magari ricordando anche le vittime dei bombardamenti
alleati sulla Sardegna, le vittime sarde delle vendette partigiane ancorché non
iscritte al partito fascista, gli eroi sardi che salvarono ebrei e partigiani, considerati
Giusti fra le Nazioni. E tutte le vittime degli orrori di tutte le guerre passate ed
attuali alla quale non si può chiedere conto del perché siano VITTIME !!

*Marco Marini, editorialista di ‘La Riflessione’, è studioso di storia e geopolitica mediorientale

La benedizione di papa Francesco alle coppie omosessuali è immagine vera di Dio

di Daniele Madau

Non deve passare in secondo piano quanto affermato, giorni fa, da papa Francesco nel corso di un’intervista al settimanale Credere, che è in edicola dall’8 febbraio. Parlando del documento Fiducia Supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha ripreso l’argomento delle benedizioni alle coppie omosessuali, affermando: “Nessuno si scandalizza se do la benedizione a un imprenditore che magari sfrutta la gente: e questo è un peccato gravissimo. Mentre si scandalizza se la do a un omosessuale… Questa è ipocrisia! Il cuore del documento è l’accoglienza”. La portata rivoluzionaria di queste parole salta subito agli occhi, come una luce sfolgorante, come una rivelazione, e una verità, non più condannate a essere represse. Non possiamo addentrarci in particolari aspetti teologico-religiosi, attinenti alla Sacra Scrittura o storico-sociologici: ma, con una operazione ardita, li toccheremo tutti velocemente.

Il sentimento del sacro, davanti alla ciclicità del tempo, alla nascita e alla morte, alla meraviglia del creato, all’arte e all’amore – o all’odio – che si può provare nei confronti di un altro essere, ha sempre fatto parte dell’uomo e, verosimilmente, così sempre sarà. Son nate, perciò, le religioni: dapprima, per quanto riguarda il bacino mediterraneo e il medio oriente, legate alle Madre Terra; in seguito, legate al cielo, con l’idea di un dio padre, guerriero, a cui portare sacrifici per placarlo. In Grecia e a Roma, a questo dio si è affiancato un ‘pantheon’ di divinità antropomorfe quasi in tutto; in Israele si è, invece, affermata l’immagine di un Dio unico, santo, tanto separato dal mondo che non si poteva guardarlo in volto ma, paradossalmente, ‘vivente’ e, perciò, anche innamorato del suo popolo e, per questo, geloso e vendicativo. E’ sorto, poi, il Cristianesimo, che predica la nascita, morte e resurrezione di Gesù Cristo, la cui stessa vita è ‘vangelo’, e cioè ‘lieto annuncio’ ‘lieto messaggio’: la vita di Gesù è, dunque, la parola di Dio, che manda un messaggio, esclusivamente, di bene.

La sua predicazione è rivolta a tutti, soprattutto, però, agli ultimi, ai poveri, alle donne, ai pescatori, ai pubblicani, ai piccoli, ai peccatori. Gli ipocriti, i legalisti, i farisei, i ricchi devono, per poterlo seguire, cambiare vita. Non a caso, papa Francesco, a proposito della benedizione alla coppie gay, si riferisce agli ipocriti. Ora, la dottrina cristiana si basa su due elementi fondamentali: la Scrittura e la tradizione. Chiaramente, benché la seconda sia di notevole importanza, si basa comunque sulla prima, che i credenti e i religiosi, per non tradirla, devono studiare e contestualizzare con rigore scientifico e onestà.

Si potrà sempre scoprire, così, che Gesù Cristo ha parlato pochissimo di affettività e matrimonio, anche se lo ha fatto; e quando lo ha fatto è stato sempre con riferimento alla sua epoca e mai inserendeo le sue parole su questi temi tra ‘i precetti più grandi’. Non ha mai chiesto la santità come adattamento totale a delle regole o a dei modi di vivere, che è concetto tipico del vecchio testamento e, perciò, superato dalla ‘buona novella’. Non ha mai, neanche, chiesto obbedienza completa alla propria parola, anzi, ha visto con i suoi occhi il momentaneo fallimento e le fragilità dei discepoli. Una volta solo ha, bruscamente, rivolto un comando a Pietro: è il celebre ‘vade retro, Satana’ quando il discepolo voleva allontanare l’dea della sofferenza e della morte del suo maestro. Tutto questo per far capire, spero semplicemente, che l’aderire volontario e libero a una religione dovrebbe aver come unico scopo quello di vedere la propria vita arricchita in amore e libertà, con la seconda piegata unicamente al primo, come gli uomini di coscienza, anche senza credere nelle religioni, sanno già. Penso al periodo dell’illuminismo, in cui credenti e non hanno saputo lavorare insieme, per rendere il mondo il migliore dei luoghi possibili, prima di una nuova frattura dovuta alla Rivoluzione Francese.

Da duemila anni, il metro esclusivo della religione più presente nel mondo occidentale, il cristianesimo, sarebbe dovuto essere, semplicemente, l’amore per il prossimo prima ancora che per me, a prescindere dal sesso a cui è rivolto questo amore.

Ora, si capisce bene quanto un imprenditore che sfrutti le persone, una persona che non paga le tasse – privando della sanità, dell’istruzione, dei servizi essenziali i suoi concittadini – un amministratore infedele, facciano del male al loro prossimo: e chi è più prossimo dei concittadini?

Grazie a papa Francesco, finalmente, si sta comprendendo che sono questi i veri valori non negoziabili cristiani, e non quelli sulla sessualità, perchè è qui che si gioca il bene delle persone, il loro benessere, la loro felicità, in comuità, su questa terra. Tutto questo, ricordandoci che la povertà che c’è nel mondo non è una punizione divina ma l’esito di scelte ben precise degli uomini come quella già citata, per restare in Italia, di non pagare le tasse. L’amore omossessuale – con tutte le caratteristiche di rispetto e libertà all’interno di una coppia che devono caratterizzare l’amore in generlae – non ha nessuna ricaduta negativa su una società, se non quella di rendere gli appartenenti più felici. Il peccato contro il bene comune – come l’evasione fiscale o lo sfruttamento – hanno invece il potere di privare di questa lecita felicità e del benessere.

Le parole di Francesco, quindi, sono di una portata rivoluzionaria: se il papa stesso e la Chiesa avranno il coraggio di convertirle in azione concrete, allora, la rivoluzione sarà non solo in portata ma completa e si potrà ritornare al cuore del messaggio evangelico originario. Di liberazione.

Il racconto del Cagliari: che siano nuvole, e tuoni, passeggeri…

di Daniele Madau

Il nuovo acquisto del Cagliari, e autore del goal rossoblù, Gaetano. Immagine ‘Eurosport’

CAGLIARI-LAZIO 1-3CAGLIARI (3-5-1-1): Scuffet; Zappa, Mina (74′ Wieteska), Obert (63′ Augello); Nandez, Deiola (c), Makoumbou, Gaetano, Azzi (45′ Dossena); Viola (45′ Luvumbo); Lapadula (74′ Pavoletti). Allenatore: Ranieri. LAZIO (4-3-3): Provedel; Marusic, Gila, Romagnoli, Hysaj; Guendouzi, Cataldi (78′ Kamada), Luis Alberto (62′ Vecino); Felipe Anderson, Immobile (c) (62′ Castellanos), Isaksen (84′ Pedro). Allenatore: Sarri. ARBITRO: Marco DI BELLO. GOL: 26′ Deiola (AG), 49′ Immobile, 51′ Luvumbo, 65′ Felipe Anderson. ASSIST: 51′ Luvumbo. AMMONITI: 45’+1′ Immobile per fallo su Mina, 52′ Makoumbou per fallo ai danni di Mario Gila, 62′ Romagnoli per fallo ai danni di Lapadula, 90+3′ Vecino per fallo su Wieteska. ESPULSI: Aresti 90’ NOTE: recupero +1′, +5′. SPETTATORI: 16.155

C’è la cronaca, anche sostanziosa (dopo un’incursione di Azzi che faceva ben sperare, al 6′ su lancio di Isaksen, Immobile calcia e impegna Scuffet. Al 26′ l’autogoal del Cagliari, con Azzi e Deiola che si guardano, dopo aver causato il vantaggio della Lazio, neanche avessero visto il balletto di Jhon Travolta sul ‘Ballo del qua qua’: scusate l’ironia sulle papere… C’è il raddoppio al 49’di Immobile, su respinta di Scuffet, che trova il 200esimo centro in Serie A. C’è il goal da fuori aerea, 51′, di Gaetano, molto bello, che dà nuovo entusiamo al Cagliari, protagonista di due occasioni successive; ci sono, infine, i titoli di coda sulla gara, esclusivamente bianco-azzurre: Felipe Anderson segna la rete del 3-1 al 65′, con deviazione; e, all’ 85′ , il palo di Kamada con azione quasi identica: incursione da destra, accentramento e rasoterra sull’angolo destro); e c’è il contesto che, se non è tutto, racconta molto.

Innanzitutto la pioggia, che lascia molti tifosi a casa. Speri sia la pioggia di Manzoni, dei ‘Promessi sposi’, che porti via la peste e la paura: ma la pioggia significa anche nuvole e tuoni, che si addensano e si fanno sentire, e capisci che è periodo di maltempo.
Le nuvole riguardano il clima uggioso, il cattivo umore della squadra, immalinconita, e del pubblico che, per la prima volta, fischia gli errori e si lascia andare a critiche scoperte a fine primo tempo. I tuoni, una volta privati di ‘Rombo di Tuono’, sono quelli del presidente nella conferenza stampa di fine gara – ‘C’è qualche giocatore che non sta dando quello che potrebbe dare’ – e di Ranieri, sempre a fine gara ( ‘ Se sono io il problema, sono pronto ad andare via’, sembra abbia detto ai giocatori).

C’è anche lo spiraglio nell’angolo del cielo, il sereno che prova a fare capolino: la Curva Nord che non abbandona la squadra, i cui cori si mischiano a quelli, sempre belli e positivi, della ‘Curva Futura’ (a proposito di tifo, in tribuna non mancano quelli laziali: che bella la convivenza, è un anticipo di paradiso!); la pronta integrazione (anche troppa: ‘Non sei Messi, lascia quella palla!’, gli urlano…) con conseguente euro-goal, di Gaetano; l’appoggio incondizionato di Giulini a Ranieri (‘Se retrocederemo, sarà con lui’); i quindici minuti di reazione del Cagliari dopo il momentaneo 1-2 (avessero paraggiato, i rossoblù, sarebbe saltato in area lo stadio). Ci sono la grinta e la fatica di Nandez. C’è il tentativo di comandare la difesa di Mina.

C’è anche la fredda analisi: forse cambiare così spesso formazione e modulo- come è capitato in queste ultime settimane, con scelte di formazione risultate azzardate – non paga e, forse, testimonia il momento di incertezza che vive la squadra. C’è la paura che si concretizza in una difesa che, soprattutto ai fianchi, sembra lasciar entrare tutti e c’è il fortino, la ‘Unipol Domus’, sotto assedio delle squadre avversarie. Ci sono le dirette avversaria per non retrocedere che, quasi tutte, non vogliono mollare.

La tempesta è da mettere in conto quando, alla fine della traversata, l’approdo è la salvezza: se davvero la scelta sarà quella di tenere il ‘mister and commander’ sino alla fine e di affondare con lui, il romanzo di Ranieri nel Cagliari sarà ugualmente compiuto, con una nota di amaro romanticismo. Se, invece, si paleserà l’ennesima impresa, sarà l’effetto dei rombi di queste nuvole, di questi tuoni, che, speriamo, siano passeggeri, la tempesta prima della quiete: e noi di rombi, di tuoni, di rombo di tuono, ce ne intendiamo…

Il racconto del Cagliari: la conferenza stampa di Ranieri e le piccole, grandi, emozioni dello sport

di Daniele Madau

Ranieri nella conferenza stampa di presentazione di Roma- Cagliari

Consiglio a tutti di fare una visita al centro sportivo del Cagliari, ad Assemini, ribattezzato ‘Asseminello’ sul modello di Milanello.

È poco fuori la 130, superata Assemini; si arriva con una traversa che lascia l’asfalto per ritrovare un po’ di natura. È molto curato, frequentato anche dai ragazzi delle giovanili e, chiaramente, fornito di campi da calcio intervallati da inserti di prati verdi . C’è anche una piscina, coperta in inverno. È un luogo silenziosissimo e, perciò, come un’oasi, un po’ fuori dal tempo e dallo spazio vissuto dei problemi quotidiani di ognuno. È, in fin dei conti, un luogo che ti lascia un po’ di pace. Anche grazie alle atmosfere delle conferenze stampa, sempre molto serene, cortesi, nonostante la difficile situazione di classifica del Cagliari. È un piccolo idillio e si capisce perché, spesso, i giocatori trovino in questo contesto la loro dimensione: Riva…

La conferenza stampa prima della gara dell’Olimpico con la Roma non può non avere come oggetto, più che la partita stessa – tra l’altro difficilissima e fondamentale- il passato di Ranieri, che a Roma sfiorò uno scudetto da profeta in patria ( è nato a Roma, quartiere Testaccio, se non ricordo male) e che a Roma ritroverà, come allenatore, il suo allievo DDR, Daniele De Rossi. Per ben due volte i colleghi chiedono di parlare delle emozioni per questo ritorno ma il mister si smarca: è troppo importante concentrarsi sui suoi ragazzi, prevedendo qualche strigliata durante la gara ( vedere le puntate precedenti su Ranieri- padre). Sono domande normali, e giuste: lo sport, e il calcio, vive di emozioni, e le veicola. In fin dei conti, a tutti noi, interessa questo: il calcio, il Cagliari, che ci spreme il cuore e, mentre aspettiamo una inaspettata vittoria all’Olimpico, ci emozioniamo anche per Ranieri che torna nella sua città.

Ma, di Ranieri, si conosce poco il lato tenace, da combattente, da sergente di ferro. È questo che servirà per salvarci ed per questo che lavora il nostro comandante che, qui, dopo averlo chiamato father and commander, battezzo mister and commander: sì, sto citando Gianni Brera (scusate l’ardire) che, dopo una doppietta di Riva in Inter- Cagliari, scrisse: ‘70000 persone hanno applaudito il numero 11 del Cagliari che, qui, ribattezzo Rombo di tuono’. L’aveva già definito in un altro modo, forse più efficace: tripallico

Per tentare l’impresa, il Cagliari potrà contare sui nuovi acquisti: il colombiano Mina, che ha già conquistato tutti col suo entusiasmo (ha detto: ‘È la Roma a dover avere paura’), e l’italiano, ex Napoli, Gaetano. Acquisti definiti ottimi dalla stampa specializzata.

Con loro il Cagliari, che nelle prossime quattro partite affronterà Roma, Lazio e Napoli, dovrà combattere con la forza della disperazione, sino all’ultimo, pensando che un punto conquistato con le grandi varrà doppio, cosciente del fatto che, in difficoltà, i rossoblù tirano fuori risorse inaspettate. Questa riflessione del mister era la risposta alla mia domanda (‘ Quale atteggiamento dovrà avere la squadra nell’affrontare questo ciclo terribile?) e, oltre alla sincerità di Ranieri, mi piace l’idea di questa lotta sino alla fine. In fondo, è un’altra di quelle emozioni per cui seguiamo lo sport.

Da Berlusconi a Bandecchi: quando ritroveremo il nostro amor proprio?

di Daniele Madau

Per il nostro calendario civile è periodo di tante e importanti ricorrenze, ognuna con una valenza particolare, da analizzare sotto aspetti diversi. Dobbiamo partire dalla ricorrenza di domani, Giornata della Memoria, figlia della decisione dell’ONU presa nel 2005, che ricorda l’ingresso dell’armata rossa nel campo di sterminio di Auschwitz, che di conseguenza fa memoria del genocidio ebraico. Ma dobbiamo anche ricordare che, ieri, tutta Italia si è stretta nuovamente nel ricordo di Regeni, ucciso otto anni fa, la cui vicenda, così drammatica, aspetta ancora l’esito giudiziario, per il quale il tribunale italiano sta intraprendendo nuove e coraggiose strade, sottoponendo a giudizio in contumacia i possibili responsabili egiziani. Si ricorda in questi giorni anche il trentennale della famigerata, per alcuni, storica per altri, discesa in campo (il campo politico, si intende) di Silvio Berlusconi. Ricordo un po’ più umile, meno conosciuto e per questo meno riportato in questi giorni, è quello di cui parlerò al termine. Dunque, 30 anni fa, il video che tutti conosciamo, in cui Silvio Berlusconi definiva ‘ il paese che amo’ l’Italia, con una ‘captatio benevolentiae’ introduttiva alla sua dichiarazione di presentarsi alle successive elezioni politiche, faceva irruzione nelle nostre case. La figura di Berlusconi e il suo operato politico sono state oggetto di analisi in molteplici campi: brevemente, qui, analizzeremo solo l’aspetto comunicativo della politica: se ne avverte l’urgenza, in quanto la comunicazione politica ha intrapreso strade difficilmente immaginabili anche dai più pessimisti osservatori. Ho in mente il sindaco di Terni Bandecchi che, in maniera spregiudicata oltre che volgare oltre che offensiva oltre che maleducata, continua la sua attività politica. Non si contano più gli attacchi alle opposizioni, non si contano più le espressioni violente. Cosa vuol dimostrare Bandecchi? Anzi, mi sembra doveroso chiedermi come si permetta, Bandecchi. Infatti, come possiamo permettere che, in una città italiana, un sindaco si esprima in questi termini? Tranne le opportune, se non minime e indispensabili, repliche di alcuni politici, di alcuni giornalisti e di parte dell’opinione pubblica, subito dopo i suoi alti ed educativi interventi, torna il silenzio complice. Tutto perdona, tutto accetta la popolazione italiana; anzi, siamo più sinceri: tutto perdoniamo e tutto accettiamo. In nome di cosa? Come è possibile che, da un rappresentante dell’istituzioni, non ci sentiamo sviliti, umiliati, offesi, oltre che non rappresentati, da chi afferma, sapendo di cogliere nel segno della nostra insipienza, di essere spontaneo e popolare. A questi modi, poi, aggiunge anche una certa violenza fisica in fin dei conti, anche quella, accettata. Chiediamocelo, se abbiamo un po’ di amor proprio, interroghiamoci: come siamo arrivati a questo? Come si può permettere questo agire, serenamente non condannato socialmente, a una persona che, aggiungo oltre a quanto già scritto, sventola i suoi successi economici con irrisione e, per questo, può affermare che andrà presto al posto del Presidente del Consiglio? Una cosa conseguenza dell’altra, quindi. Senza timore, senza cultura, senza intelligenza emotiva, ma anche senza intelligenza in senso stretto. Sconterà tutto questo alle prossime elezioni? Forse è più onesto pensare che ne trarrà giovamento. Non c’è niente di più dannoso, non c’è niente di più pericoloso dell’auto svilimento, che deriva dall’accettare il fatto che gli altri ci possano considerare come oggetto cosciente delle loro bassezze, come pacifiche vittime di una loro presunta forza, non come cittadini. Umiliati oppressi e offesi, soprattutto nella parte più a rischio di discriminazioni, quali le donne e i meno abbienti. Vorrei parlare direttamente a Bandecchi, ma non vorrei dargli troppo importanza. Vorrei davvero aspettare che la vita gli facesse capire la sua ignoranza ma la vita non è un’entità astratta: la vita va dove vogliamo noi, soprattutto in forza dell’essere cittadini con i nostri diritti. Gran parte di quello che sta accadendo nella comunicazione politica, e quindi nella politica in senso stretto, è proprio dovuto al rapporto di forza tra comunicazione e agire politico, col secondo subordinato al primo. Ritornando a trenta anni fa, forse la comunicazione peggiore nasce da quella videocassetta, da quella ‘discesa in campo’, da quelle parole così suadenti, così misurate ma forse così poco sentite di Berlusconi. Perché, poi, son seguite offese contro gli avversari politici, gli omosessuali, contro le donne, che nell’oscurità delle ville utilizzava (verbo usato dal suo avvocato) per il proprio piacimento. Prima della celeberrima discesa in campo, esisteva la cosiddetta prima Repubblica: 50 anni di dolorosa alternanza, tra trionfi e cadute, alta e bassa politica, nobili gesti e oscuri tradimenti, in cui però i partiti raramente si insultavano: al massimo combattevano con la nobile arte della parola. Pensiamo che, al contrario del parlamento inglese- in cui le postazioni dei membri sono contrapposte faccia a faccia- il nostro Parlamento è fatto ad anfiteatro, curvo, circolare, proprio per dare l’idea visiva della non contrapposizione, nonostante tutto. E nonostante il dominio della comunicazione, nonostante l’imperativo di vincere a discapito dell’avversario, che esiste da sempre, da quando esiste la politica stessa, bisogna sforzarsi di continuare a credere che il vero uomo politico lavora per il bene dei cittadini. Facendo questo potrà essere sconfitto nel corso della sua attività ma, quando il tempo lo permetterà, sarà sempre ricordato come un benefattore. Ricordato, ricordare. Ripartiamo da qui, da come abbiamo iniziato, ricordando. È sempre bello presentare l’etimologia di un verbo: ‘ricordare’, cioè riportare al cuore (cor, cordis in latino). Dovrei chiudere riportando al cuore una persona che è stata poco considerata, pur essendoci stato qualche giorno fa un suo anniversario, l’anniversario della sua uccisione da parte delle Brigate Rosse: Guido Rossa, operaio in fabbrica. La fabbrica, il possibile terreno fertile delle Brigate Rosse e dei terroristi stessi, che hanno trovato in lui un ostacolo. Per questo ha pagato con la vita. Queste sono parole sue e, quindi, poco consumate, perché poco è stato ricordato; perciò ancora più belle da tenere nel cuore e quindi da ricordare: ‘La vita vale se ci sono gli altri, giù in mezzo agli uomini, a lottare con loro’. Guido Rossa, operaio, ucciso dalle BR il 24 gennaio 1979

Grazie. Con te la nostra storia è diventata mito

di Daniele Madau

Quando si studia un mito, nel suo senso profondo oltre il solo aspetto narrativo, si analizzano i valori simbolici e si ricercano eventuali origine storiche. Dal mito alla storia, alla quotidianità.

Con te abbiamo vissuto, sentendocene partecipi, l’avventura contraria: dalla quotidianità, dalla storia, al mito.

A mio parere, sbaglia chi relega il calcio, e lo sport, a eventi marginali, per il popolo o, al contrario, per i privilegiati: lo è forse la poesia? Lo è forse la letteratura, lo è forse l’arte? E poi il popolo siamo noi, che ci avviciniamo all’arte come elemento essenziale e misterioso di bellezza della vita che, in fin dei conti, ci eleva e ci fa andare oltre il tempo. Anche quando quell’arte è lo sport. Quanto, il mondo classico, ha cantato, glorificato, mitizzato lo sport, gli ‘agoni’ ? Cito solo un autore, Pindaro, che noi ricordiamo quando citiamo il ‘volo pindarico’. Tu, tra i pochissimi della storia dello sport moderno, hai avuto questo privilegio, di passare realmente- nessuno, dallo sportivo più semplice allo studioso più serio, oserebbe affermare il contrario – dalla storia al mito.

Non volendolo, lo so; o forse con l’aspirazione di ricercare quei beni che rendono immortali, ma solo perché ci si crede: non il vello d’oro, quindi, o il Santo Graal, ma la coerenza e il rispetto. Qui sta l’immortalità, nel ricercare il più alto valore dei mortali. Non, quindi, il senso di riscatto da problematiche economico sociali infantili di Maradona, Messi, Tyson, Cassius Clay, Pelé, Agassi. Non una ricerca della perfezione maniacale come Coppi, Senna, Borg, ma – come si insegna ai ragazzi, anche a quelli che hanno frequentato e frequentano la tua scuola calcio- lo sport come strumento per crescere e per far intravedere orizzonti nuovi, più grandi. Storceranno il naso gli antropologi o gli studiosi che non condividono l’idea delle tue imprese come il riscatto di un popolo: i sardi sono, infatti, ancora più poveri, meno numerosi e meno rilevanti di altri. Ma il riscatto dipende dal popolo stesso: tu hai semplicemente indicato la via. Non hai vissuto i lutti adolescenziali come motivo per un frenetico desiderio di rivalsa contro le ingiustizie della vita; ma li hai interiorizzati e superati con la compostezza e la dignità quotidiana che, quando scendevi in campo, si aggiungevano al coraggio, alla tempra di condottiero naturale e al talento, da subito maturo, di chi ha già sofferto. Questo era il tuo ambito, il tuo posto, la tua vita. E la tua gente: i sardi, che hanno mitizzato, tra i giganti di Monte Prama, sportivi come pugilatori e arcieri, ma solo dopo la morte. Prima ne rispettavano le virtù, come con te. La tua Itaca era qui, in Sardegna, con noi e, tu, il nostro vero Ulisse. Forse di più: perché Ulisse non perse mai il desiderio di viaggiare e tu, invece, che non volevi viaggiare verso la Sardegna, l’hai scelta come approdo definitivo per non partire più, sino all’ultimo battito del cuore. Non so perché ho scritto direttamente a te: non era previsto e, come sempre, temo di aver scritto cose complicate. Ma è venuto spontaneo, naturale, dal cuore.

Il racconto del Cagliari. Conferenza stampa di Ranieri in vista della partita col Frosinone: ‘Dobbiamo continuare a lottare’. Con una certezza: il ‘mister’.

di Daniele Madau

Ranieri in conferenza stampa

La conferenza stampa è sempre un bel momento, soprattutto quando la giornata è tiepida, quasi primaverile, anche se le previsioni preannunciano pioggia a breve.

Non è un bel periodo per la Sardegna, terreno di scontro di interessi politici che hanno a che fare col più antico partito italiano, il Psd’az, da sempre rapprentato dai quattro mori, di origine catalana. Ma qui si parla di calcio, e i quattro mori significano il Cagliari.

E allora si sente ancora l’entusiasmo della vittoria col Bologna e dei tre risultati utili consecutivi. Ranieri, più che mai una guida sicura, si fregia anche del titolo di ‘padre’, assegnatogli dell’eroe dell’ultima gara, Petagna: ‘ma io sono un padre comprensivo, si, ma finché lavorano sodo’.

In più, Ranieri presenta metafore classiche come ‘la barca in mezzo alla tempesta’ e cioè la squadra che attraversa il campionato.

Una delle tappe è la sfida di domenica con il Frosinone che,anche quando è in svantaggio, attacca sempre e ha spirito propositivo. Servirà tutta l’attenzione e l’aggressività necessaria,quindi, per tentare il sorpasso in classifica: il Frosinone è, infatti, lì, a un punto, mentre prima dell’epica (sempre in termini classici…) sfida dell’andata, era avanti di 9: ‘Ma- commenta il mister- è acqua passata.

Avanti con la prossima attraversata e col prossimo porto, dunque, quello di Frosinone e con, ancora di più, una grande certezza: quella di Ranieri, non master and commander ma father and commander.

Il racconto del Cagliari: nella sfida tra rossoblù, oggi i colori di ‘Casteddu’ hanno brillato di più

di Daniele Madau

Nella gara di questo pomeriggio all’Unipol Domus, la squadra di Ranieri vince per 2-1 contro il Bologna, centrando un’importantissima vittoria.

I colori di Cagliari e del Cagliari sono il rosso e il blu, che rimandano al rosso del Piemonte e all’azzurro dei Savoia e sembra che costituiscano la bandiera della città dal 1847, anno della ‘perfetta fusione’. Perciò, anche sentimentalmente, è difficile incontrare squadre rossoblù, com’è il Bologna, che tra l’altro è la vera rivelazione del campionato. È stata una settimana rossoblu, se si pensa anche a ‘Faber’ Fabrizio De André, morto l’11 gennaio di 25 anni fa, grande appassionato del Genoa, ricordato proiettando la sua immagine sullo schermo dello stadio dei grifoni. Il Bologna però, in una Unipol Domus come sempre esaurita e con la curva Futura questa volta risonante delle voci dei bambini della primaria, al rientro dalle vacanze, si presenta con solo le strisce trasversali in rossoblù e il resto in bianco, e si spera possa davvero andare in bianco. Prima dell’ingresso delle squadre ecco l’inno Tifo Cagliari e bo’ – con questo bo’ davvero molto cagliaritano, per non dire casteddaio- ad accompagnare l’inizio della partita, che è equilibrato e giocato soprattutto a centrocampo. Il Cagliari ha grandi problemi a causa delle assenze in attacco ma riesce ad avere una buona occasione all’ inizio con Viola, mentre il Bologna mette subito in mostra il talento di Orsolini che, sulla fascia destra, prova a trovare l’angolo lontano con un ‘tiro a giro”. Poi, la scivolata sfortunata di Augello gli permette di battere Scuffet in uscita sul primo palo. Dopo un’altra occasione di Orsolini dalla stessa posizione, fermata da Scuffet, il Cagliari, che non ha arretrato, in perfetto stile di gioco di Ranieri pareggia: lancio col contagiri dal centro della difesa per Petagna, che aggira il portiere e porta il Cagliari sull’1-1. Lo stadio accompagna nell’ esultanza Petagna, che si è sbloccato, oltre ad aver fatto, come sempre, da perno dell’attacco, da boa e oggi da centravanti. Finisce il primo tempo e, dalla mia postazione un po’ defilata (anche oggi qualche problema con gli accrediti: non mi trovo proprio nella zona della stampa, ma questo a considerare le cose con positività e spirito, per così dire, francescano può essere un vantaggio, perché si può vivere maggiormente lo stadio e guardare tutte le persone che ti sono a fianco) vedo la mascotte del Cagliari, che non conoscevo. È il pulcino rosa di fenicottero Pully, che si avvicina alla Tribuna Futura tra l’entusiasmo dei bambini. E assisto a un altro rosa: quello del tramonto che scende in questa meravigliosa Città del Sole che è Cagliari in un pomeriggio tiepido. Per il secondo tempo, Azzi, come prevedibile, sostituisce Augello e pensi che i pericoli portati da Orsolini siano finiti. Invece il primo tiro è proprio di Orsolini, sempre da posizione defilata. Azzi, a poco a poco, si prende la fascia sinistra e, proprio da sinistra, ancora Petagna, che si avvia a diventare protagonista della gara, batte l’angolo da cui, dopo una ribattuta della difesa e un nuovo cross, scaturisce un autogol di Calafiori che porta il Cagliari in vantaggio. I rossoblù di casa crescono, adesso, in sicurezza e padronanza del gioco; tuttavia c’è ancora da soffrire, manco a dirlo a causa di Orsolini dalla sua posizione preferita e, più o meno della stessa posizione, per un compagno che, a causa della mia defilatezza (vedere sopra…) non riesco a riconoscere: scusate…Precarietà che mi impedisce di vedere anche chi, all’89°, spedisce alto dal centro dell’area cagliaritana, per l’ultima azione rilevante della gara. Dopo cinque minuti trascorsi in difesa, infatti, con una prestazione ordinata, coriacea e autorevole, e nonostante le difficoltà di formazione, il Cagliari centra una importantissima vittoria. Grazie alla quale i rossoblù di casa superano nuovamente il Verona, in questa altalena avvincente e pericolosa, e si tengono ancora fuori dalle ultime tre posizioni della classifica. Nella sfida tra rossoblù, quelli di Casteddu, questa volta, hanno brillato di più.

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