Il racconto del Cagliari: che Verona non sia fatale

di Daniele Madau

Il pre-gara

Ranieri in conferenza stampa

“La vita non è imparare che passi la tempesta , ma imparare a ballare sotto la pioggia”. Questa frase, attribuita a Mahatma Gandhi, è stata citata spesso negli ultimi tempi. L’ ha ripetuta Roberto Vecchioni, l’ha declamata con la forza dell’amore disperato Gino Cecchetin. Vorrei scusarmi per averlo nominato in un articolo sportivo, e aver ricordato la terribile vicenda di Giulia: ma lo sport può dare, o non dare, tanto, come insegna la recente vicenda di Acerbi. Le sentenze si rispettano, ma tutti ci siamo idealmente inginocchiati, sabato all’ora di pranzo, insieme ai giocatori del Napoli, fianco a fianco a chiunque abbia subito discriminazioni razziali.

Ranieri ha detto un’altra cosa, vicina all’affermazione di Ghandi: e, riportandola, torniamo in ambito strettamente sportivo, di leggerezza non superficiale. Ha detto, in conferenza stampa pre-gara, la fondamentale Cagliari – Verona di Pasquetta, che ‘dobbiamo ballare’, sino alla fine. Proprio ora che il Cagliari si gioca tutto, proprio ora che si affronta, in una gara decisiva, una squadra fisica che, nonostante un mercato invernale da rivoluzione, ha continuato a lottare, proprio ora che si assapora una ritrovata serenità: proprio ora, bisogna ballare sino alla fine. Ballare la bellezza dello sport; e, farlo, è ricordarne anche i valori: Claudio Ranieri, da uomo di valori qual è, infatti, ha precisato che alla, fine di questo ballo, resterà chi merita. Solo lui.

Noi intanto balleremo lunedì davanti al nostro pubblico che, da giorno di festa di calendario quale sarà quello della gara, affollerà lo stadio per l’ennesimo tutto esaurito. Lui, fino alla fine, proverà a dirigere questa orchestra, sapendo di averne in mano le chiavi del successo: ‘Sì, ma solo per l’età e l’esperienza. Insieme a me, però, tutti contribuiscono, col loro meglio, per raggiungere l’esito sperato’.

Per quanto riguarda i giocatori, questi ‘tutti’ significa tutta la rosa che, in attesa della sfida salvezza, si è allenata interamente.

La sfida salvezza

Cagliari Verona

(1-1)

Cagliari (4-3-2-1 ): Scuffet, Dossena, Nandez (71mo Oristanio),Lapadula, Deiola (71mo Soulemana), Mina, Augello (81mo Azzi), Zappa, Makoumbou (71mo Prati), Shomurodov (46mo Viola), Luvumbo

Hellas Verona (4-2-3-1 ): Montipò, Mitrovic (46mo Lazovic), Noslin (84mo Swidersky), Magnani, Serdar, Davidowicz, Cabal, Duda, Tchautchoua, Folorunsho, Bonazzoli (65mo Suslov)

Arbitro: Daniele Doveri

Reti: 30mo Bonazzoli, 75mo Sulemana

Ammoniti: Duda, 26mo; 90mo Magnani

Spettatori: 16.285

La fatal Verona, la città dell’amore eterno, il tempio della lirica: Verona è tante cose, anche l’avversario per la lotta per la salvezza. Il tempo dà ragione a chi ha scelto lo stadio, anche se lo stadio stesso, a volte, non dà il meglio di sè: dagli spalti non del tutto colmi, infatti, viene violato il minuto di silenzio in commemorazione di Joe Barone.

A bordo campo, la postura di Ranieri è quella del comandante che dispensa una tesa serenità, ossimoro che racchiude l’esperienza e la statura del ‘mister’; in tribuna stampa, alla lettura delle formazioni, sento commentare: ‘Ranieri non si discute’. Questo è lo stato delle cose nei suoi confronti, stato che si è costruito con la sua carriera e col suo stile.

Intanto i rossoblu iniziano a far piovere i loro tipici spioventi dalla difesa, soprattutto sulle fasce, la destra delle quali è territorio di Nandez. Il quale, al 15mo, serve Shomurodov al centro dell’area: la conclusione, però, è smorzata e, debolmente, termina fuori. In precedenza i padroni di casa avevano reclamato un rigore per una caduta in area di Luvumbo sulla sinistra, ma tutto ha taciuto.

La gara, tuttavia, non decolla: il Verona non si fa trovare scoperto sui lanci lunghi del Cagliari ma, contemporaneamente, non riesce a penetrare la retroguardia rossoblu, guidata dal pretoriano Mina, che ha fisico e atteggiamento da fedelissimo veterano del generale, pur essendo l’ultimo arrivato. L’importanza della gara sembra spezzare gambe, fiato e gioco.

Su un improvviso cambio di gioco, però, Noslin riceve palla sulla destra e serve al centro un pallone teso: Bonazzoli sfrutta l’ampio lasciatogli per deviare di tacco e portare in vantaggio l’Hellas. E, così, in un attimo, dal grande nulla alla grande bellezza di un gesto tecnico che sposta l’equilibrio a favore degli scaligeri. E’ il 30mo.

Il Cagliari, però, in tutto questo campionato si è sempre imbattuto in situazioni ostiche, ostacoli, cadute, ammutinamenti nel campo ma se ora è qui a giocarsela, vuol dire che si è sempre rialzato. Così dovrebbe fare nel secondo tempo, perché il primo scivola via lasciando con sè ancora lo stordimento del goal, un po’ di confusione e un po’ di nervosismo. Oltre che un ultimo, innocuo, tiro del Verona.

A inizio ripresa l’esercito sbanda ancora: Lazovic segna, ma oltre la linea di difesa. Bisogna serrare le fila, e il pubblico si fa sentire: lo ha capito. Nel Cagliari è entrato Viola, a cucire il gioco tra centrocampo e attacco, nelle linee centrali, perché la tessitura sulle fasce è l’unica cosa che non è mai mancata: Nandez col tratto marcato, Luvumbu con la fantasia e il colore.

A cavallo del 60mo, solo davanti alla porta, Zappa perde l’attimo del pareggio e, sul contropiede del Verona – ripartenze che l’Hellas sfrutta al meglio -, Scuffet non fa passare il pallone del 2-0. Lo stadio esulta come per un goal ma, i rossoblu, non solo non hanno segnato ma, ad ora, non sono riusciti neanche a tirare in porta.

Al 75mo, nel momento in cui la pressione dei padroni di casa era in continuo aumento di intensità, Sulemana, entrato da pochissimo e posizionato poco fuori l’area, di controbalzo trova l’angolo basso a sinistra e il pareggio. Che dire: goal al primo tiro, che vuol dire cento per cento di percentuale realizzativa.

Negli ultimi dieci minuti si cristallizza la situazione che ha caratterizzato tutta la gara: all’attacco del Cagliari, corrisponde un contrattacco veronese; in uno di questi, Folorunsho sfiora il nuovo vantaggio gialloblu. La tessitura sulla fascia di Luvumbo, invece, porta un tocco di esterno punta, quasi da calcetto, che Montipò, disteso, riesce a respingere. Sono le ultime occasioni di un pareggio giusto, che sa di occasione sciupata: Cagliari e Verona si contenderanno la salvezza sino all’ultima gionata. E che la città dell’amore eterno non sia, per noi, fatale.

Buona Pasqua, di Pace ?

di Marco Marini, studioso di storia e geopolitica mediorientale

Questa volta le riflessioni le esprimo in prima persona. Chi mi conosce sa qual è il mio interessamento per tutto ciò che riguarda il Medio e Vicino Oriente. Abbraccia tutti gli aspetti di quelle culture, dalla Religione alla lingua, dalle vicende storiche alla Bibbia, ai viaggi e cosi’ via. Forse un po’ dispersivo, come mi faceva
notare un amico. Sarà, ma ho potuto conoscere tante persone che mi hanno insegnato e guidato verso scelte che mi hanno avvicinato ad altre persone. Ho studiato sia la lingua araba che quella ebraica, servite giusto per capire qualche mio interlocutore incontrato in Europa o in Nord Africa oppure in Terra Santa.
Chiamatela come volete, Palestina, Terra Santa, Israele. Qui spesso vieni salutato con la parola “PACE” , che in questi anni mi risulta un po’ blasfema. La mia “passione” si è affievolita in questi anni. Ho smesso di entusiasmarmi per i giochi di parole tipici della lingua ebraica, ricca di acronimi o per il fascino che suscitano le parole del Profeta scritte nel Sacro Corano. Perché ho notato che in quei luoghi le storie le
sanno raccontare bene. Quando si cerca di studiare la Bibbia, il libro più letto e stampato al mondo, ci accorgiamo che quella cattolica è diversa da quella anglicana o protestante, per non parlare di quella ebraica, tradotta dall’aramaico all’ebraico e da li’ al greco e al latino. Ricordo che un monaco buddista mi spiegò il senso delle parole “carne e sangue” dell’ultima cenai Cristo, un po’ diversa da quella che ho imparato al Catechismo. O alla vocalizzazione univoca del Sacro Corano, cioè la segnatura delle vocali, nella
scrittura del testo, mancante normalmente negli scritti in lingua araba; nel sacro testo il significato deve essere unico. Ma l’uomo ha sempre interpretato personalmente questi testi. Perdonate la banalità, ma come affermano certi atei, nel nome di Dio sono stati perpetrati i più efferati delitti contro l’umanità. Nella Bibbia si parla per esempio del Diluvio Universale, si cerca di studiare quando questo sia avvenuto, non è
importante ma l’evento è citato in altri testi quali l’epopea di Gilgamesh, che appartiene alla letteratura sumera, divinità o eroe religioso. Possiamo ritenere quindi che il disastro naturale si avvenuto, in quanto citato da altre fonti. Ma per il resto ? Alcuni studiosi europei hanno cercato tracce nella storia ed archeologia di personaggi o fatti citati nel Sacro Libro, ed hanno incontrato qualche difficoltà. Per esempio
ci sono più tracce della presenza di Re Davide che non del figlio Salomone. Ricordo che qualche anno fa durante i massacri perpetrati in Algeria, durante la guerra civile degli anni novanta,dove, prima dei macellai dell’ISIS, venivano sterminati interi villaggi, a qualche “rappresentante” dell’AIS (Armata Islamica di Salvezza)e della GIA (Gruppi Islamici Armati), prudentemente rifugiati all’estero, si chiedeva se era giusto
sgozzare anche i bambini e questi tranquillamente rispondevano che in qualche modo erano colpevoli. A tal proposito si scopri’ anni dopo la pacificazioni in quella martoriata terra, che alcuni speculatori francesi avevano qualche interesse nella lottizzazione di quei villaggi distrutti ed abbandonati dalla popolazione.
Chiesi anch’io ad un amico arabo di trovare nelle sure (capitoli) del Sacro Corano qualche riferimento a questa situazione, chiaramente non la trovò perché non esiste. I bambini, sacri per tutte le religioni, in quanto prosecutori delle tradizioni religiose e non. Sono le principali vittime di questi luoghi. A cominciare
dalla cosiddetta “Strage degli Innocenti” perpetrata, secondo il racconto evangelico di Matteo, da Erode il Grande per cercare di uccidere il “Re dei Giudei”. Episodio storico dubbio, non citato da Flavio Giuseppe, fonte principale della storia giudaica. O dell’Angelo della Morte che attraversò l’antico Egitto e che colpi’ i figli degli egiziani a partire dal Faraone perché non permise agli ebrei di lasciare quel paese nonostante la
richiesta di Mosè. (da qui’ Pasqua, Pesach in ebraico, che ricoda il passaggio del Mar Rosso da parte del “Popolo Eletto”). Fino ad arrivare alla Shoah, dove le prime vittime furono proprio i bambini. Nel racconto biblico Giacobbe, figlio di Isacco, figlio a sua volta di Abramo e Sara, che prese il nome di Israele, datogli da Dio, (significa lottò con Dio e vinse), poco prima di morire volle incontrare non il figlio ma i nipoti. Questa storia per dare importanza alla progenie, discendenza della stirpe. Oggi osserviamo ancora una volta una strage di innocenti, che non si è mai fermata in questi 76 anni dalla creazione dello Stato di Israele. Dalla ‘ Ma’alot ‘ ,una strage di bambini ebrei nel 1968, a tutti i figli palestinesi uccisi nelle varie guerre svolte senza pietà con un dispiego di mezzi che porta il numero delle vittime recenti dal 7 ottobre dello scorso anno ad un numero
totale di morti superiore a quelli degli ultimi vent’anni. Ho già scritto che Israele adotta il principio biblico del restituire il male subito moltiplicandolo per “70 volte 7”. Si pensi che il famoso “occhio per occhio, dente per dente” spesso si risolveva con un indennizzo alla vittima e non necessariamente ad un dannofisico per il colpevole, anzi sembra proprio che questo principio non venisse quasi mai applicato. Un altro
amico mi disse che questi popoli , secondo la Bibbia, non troveranno mai la pace se non fino alla distruzione di uno dei due, in questo caso ci si riferisce al popolo ebraico. Troppo profetico ? Non saprei ma questa realtà sembra dargli ragione. Ma dove sono quei movimenti pacifisti che vedevamo in Israele (Pace Ora, Peace Now, Shalon Achav), ora sfilano per le strade di Tel Aviv perché Netanyahu vuole modificare i poteri
della Corte Suprema di Israele. Ma per i Palestinesi ? Dove sono i pacifisti ?, perché no gridano a gran voce di applicare la risoluzione degli accordi di Oslo? Perché non permettere la creazione di uno Stato Palestinese credibile, autonomo ed economicamente forte? Perché gli israeliani non lo vogliono e tengono
in cattività un intero popolo nella più grande prigione del mondo? Questa situazione ha rinfocolato l’antisemitismo in tutto il mondo, anche se il mondo disattento non si è accorto delle violenze subite tutti i giorni dagli ebrei nel mondo, dalla civile Europa (Francia, Belgio e Germania) al Sud America. Cosa c’entrano
gli ebrei a Buenos Aires con i fatti del Vicino Oriente? Forse la risposta la trovo nella mia emeroteca dove un articolo di un settimanale del 1973 cita “La Sinagoga di Roma, retroguardia di Israele”. Ecco questo rappresenta Israele per gli ebrei del mondo, una speranza anche laica, un’ideale, un qualcosa in cui ci si può
riconoscere e che ti protegge in ogni parte del mondo. Anche se nella sua storia questo paese ha sbagliato molte volte e che il Mossad, efficiente vero, ma non ha poi protetto gli israeliani e gli ebrei nel mondo, basta vedere quello che è successo il 7 ottobre 2023. O forse il primo ministro israeliano sapeva ed ha taciuto per sbarazzarsi una volta per tutte dei capi militari di Hamas? Questo ce lo dirà la storia in futuro.
Personalmente ho molti dubbi sulla risoluzione immediata di un conflitto quasi secolare tra israeliani e palestinesi. Visitando il Tempio a Roma, la nostra guida, una signora ebrea di Roma, ci disse che la Palestina non esisteva al tempo dei romani e che il nome le venne attribuito proprio dagli occupanti. La parola ricorda la Philistina, i filistei, ricordiamo Davide e Golia?. Perché affermare questo ? Alla presentazione di
un libro a Cagliari un giornalista israeliano, ma italiano di nascita, rispondendo ad un intervento di un signore molto emozionato, o forse straniero (palestinese?) disse che ormai gli ebrei erano in medi oriente e ci sarebbero restati anche se avessero dovuto bombardare qualche città araba (?!?). Un altro ebreo disse
che lui non poteva perdonare il male subito e che solo il Signore poteva farlo, bella assunzione di responsabilità verso gli altri e la Pace. Anche Liliana Segre trova difficile perdonare la Shoah, ma cerca un dialogo col mondo anche avverso a lei. Spero che nessuno mi accusi di antisemitismo, vista la mia conoscenza della Shoah e le mie relazioni sull’argomento svolte in vari incontri. Antisemitismo che è nato
col cristianesimo, ricordo. Oggi dopo il 7 ottobre tutto è più difficile, ma la speranza è sempre dietro l’angolo come ci ha dimostrato la Guerra del Kippur del 1973. Israele è stata ridimensionata dalla sua strapotenza del 1967, ed il compianto Presidente egiziano Sadat è volato a Tel Aviv per fare la pace coi suoi vecchi avversari, cosi come fece poi la Giordania, e gli accordi di Camp David e di Oslo fino ai cosdidetti
Accordi di Abramo dell’agosto 2020, dove Israele ha normalizzato i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti ed Bahrein (ma secondo me oltre agli U.S.A, dietro c’è anche l’Arabia Saudita, perché Israele conduce una guerra sotterranea con l’Iran, tradizionale nemica di Riyad). Speranza che dobbiamo sostenere, con tutte le
forze senza pregiudizi e odio verso questi due popoli, nostri fratelli per aspetti comuni più di quanto possa sembrare. E come si salutano gli ebrei durante la loro Pasqua diciamo “L’anno prossimo a Gerusalemme”, un saluto di pace e appunto di speranza. Buona Pasqua !

L’unico obbligo è il rispetto

di Elena L.

‘La Riflessione’ continua a incontrare e a dare voce agli studenti, soprattutto quando ciò su cui si parla è la scuola. A riflettere sulla scelta di un istituto superiore del Milanese di chiudere in occasione della fine del Ramadan è Elena, maturanda del Liceo Classico Siotto di Cagliari

Recentemente si è aperto un dibattito sulla scelta di una scuola del Milanese, di aggiungere un giorno di chiusura dell’istituto in occasione della fine del Ramadan. Diverse sono le opinioni in merito: chi crede che sia una scelta azzardata, che va contro la nostra cultura; chi, invece, lo ritiene un modo per ampliare l’inclusione di tutti i ragazzi all’interno dell’ambiente scolastico.

E’ stato detto che questa decisione possa portare avanti la, cosidetta, ‘islamizzazione del Paese’ : probabilmente non è stato compreso da tutti il valore di questa azione. L’inclusione culturale e religiosa all’interno delle istituzioni scolastiche, infatti, dovrebbe essere un obbligo. In tanti Paesi europei tutto ciò accade, purtroppo non nel nostro.

L’Italia sembra portare avanti una mentalità mirata a conservare i vecchi valori della tradizione, non vedendo che ciò non porta beneficio. La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui tutti possono avere le stesse possibilità, anche non condividendo la stessa cultura, tradizione o religione: l’unico obbligo è il rispetto. Il tempo trascorso all’interno della scuola deve essere usato per condividere pensieri, tradizioni, nozioni e momenti comuni: la scuola di Milano ha compreso appieno il modo per farlo.

La scuola italiana si dichiara laica ma, guardando con attenzione, quasi tutte le festività sono legate alla religione cattolica: un giorno in più di vacanza dedicato a una religione differente ha veramente un effetto così influente sulla nostra tradizione?

Gli approfondimenti di ‘LA RIFLESSIONE’: diritto alla salute e disuguaglianze territoriali

di Daniele Madau e Marta Anastasi

La Revisione Periodica Universale è un processo in cui il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu esamina ogni Stato su come questo adempie i suoi obblighi ed impegni relativamente ai diritti umani, che si dispiega durante quattro anni. Insieme a Franciscans International, la ONG – con sede all’Onu- dei francescani nel mondo, ‘La Riflessione’ ha messo sotto esame il rispetto del diritto alla salute, e alla vita, in Italia. Con questo lavoro – reso possibile dal contributo di Marta Anastasi e dai dati del ‘Corriere della Sera’- inauguriamo la sezione ‘Approfondimenti’

PREMESSA

L’art. 32 della Costituzione Italiana riconosce il diritto alla salute quale diritto fondamentale di ciascun individuo e della collettività, garantendo la gratuità delle cure agli indigenti. Il diritto alla salute è, pertanto, un diritto individuale inviolabile e assoluto di rilievo per l’intera comunità.

Dalla Costituzione in poi, lo Stato Italiano si è impegnato adottando nel tempo normative specifiche per adempiere il mandato costituzionale. Il 1978, in particolare, segna un passaggio importante in quanto, con la promulagazione della Legge n. 833/1978, viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Esso costituisce l’istituzione fondamentale per la garanzia delle diritto universale alla salute in Italia ed è rappresentato dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione.

Ad oggi, dopo la riforma del titolo V della Costituzione (art. 117 Cost.), le competenze in materia sanitaria sono state ridisegnate, stabilendo che, a livello centrale, sia lo Stato ad avere la competenza esclusiva per la profilassi internazionale e a determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti sul territorio nazionale”, mentre, a livello periferico, ciascuna Regione italiana deve assicurare i servizi di assistenza sanitaria e ospedaliera. Dal 2001, pertanto, l’assistenza sanitaria pubblica in Italia si fonda su accordi specifici tra lo Stato e le Regioni. In ambito sanitario, il concetto di livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali è declinato nel concetto di Livello essenziale di assistenza (successivamente: LEA).

I LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA

I Lea costituiscono le prestazioni che lo Stato italiano è tenuto ad assicurare a tutti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. L’elencazione dei Lea è stabilita e aggiornata periodicamente da atti del Governo e comprendono principalmente tre macro-livelli assistenziali:

1) Area prevenzione: servizi volti a garantire il diritto alla salute, inteso non solo come cura delle malattie ma anche come misura di prevenzione dalle stesse a livello collettivo ed individuale;

2) Area distrettuale: servizi socio-sanitari diffusi ovunque nel territorio;

3) Area ospedaliera: servizi di assistenza di pronto soccorso ed ospedaliera.

Le Regioni devono garantire prestazioni dei LEA gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket e, in presenza di fondi aggiuntivi, possono provvedere a garantire anche prestazioni ulteriori. Preme al riguardo segnalare che l’Italia presenta nel suo complesso storiche e stratificate differenze socio-economiche tali da non permettere una uniforme distribuzione delle risorse economiche e, per l’effetto, della uniforme garanzia dei LEA.

L’osservatorio indipendente GIMBE ha monitorato lo stato di adempimento dei LEA su tutto il territorio nazionale rilevando profonde disuguaglianze tra le regioni italiane del nord e del sud:

L’emergenza sanitaria mondiale dovuta alla pandemia da Covid 19 ha poi accentuato queste disuguaglianze con un complessivo discapito per il diritto alla salute dei cittadini di molte zone del paese, specialmente al Sud, dove il livello di spesa procapite per la sanità è in media ben più bassa rispetto al Nord.

Se guardiamo poi ai dati del monitoraggio sui LEA del Ministero della Salute per gli anni 2017-2020 si pone alla nostra evidenza una diretta conseguenzialità tra la spesa sanitaria delle Regioni ed i livelli di efficacia e qualità delle prestazioni fornite.

Quale indicatore degli effetti di questo stato di cose, si segnala, a titolo di esempio, il dato sulla mortalità infantile, rilevato da Istat. Nel 2021, entro il primo anno di vita, ogni 1000 bambini nati vivi, si sono registrati rispettivamente 1,8 decessi in Toscana, 3,9 in Sicilia ed in Calabria 4,1. Il dato dei decessi infantili mette in evidenza  per l’appunto come le regioni del sud superano ed in taluni casi, come quest’ultimo che deriva dal raffronto tra Toscana e Calabria, raddoppiano rispetto al nord. Tale circostanza è segno di una riduzione dei presidi socio-sanitari e di prossimità sul territorio fondamentali per sostenere la salute e il benessere materno-infantile.

Nella successiva tabella si rileva come, sempre a titolo esemplificativo, la Calabria, rispetto ai tre parametri dei LEA sulla presenza di servizi di prevenzione, distrettuali/territoriali e ospedaliera sia molto al di sotto della sufficienza. Tale dato non può che avere conseguenze sulla salute generale della popolazione che tra nord e sud differenziare la propria condizione dispetto all’aspettativa di vita e alla necessità di doversi spostare anche molto lontano dalla propria regione per raggiungere cure adeguate (c.d. mobilità sanitaria).

Le criticità più forti, categorizzate in base all’area di osservazione specifica per i LEA e la cui soluzione potrebbe consentire un miglioramento della condizione esposta sono:

1) AREA PREVENZIONE: carenza strutturale di personale che diventa cronica nel sud- italia

Secondo un’analisi fornita dal principale quotidiano italiano, ‘Il Corriere della Sera’, dal 2015 al 2022, in Italia, si sono persi 15.000 figure professionali mediche, a causa del mancato ‘tourn over’ e dell’adeguata sostituzione di personale pensionato. I nuovi laureati, inoltre, preferiscono specializzazioni più appetibili dal punto di vista della libera professione e presidi sanitari più prestigiosi, localizzati nelle grandi città. Un’ulteriore criticità riguarda i tempi di attesa per le visite specialistiche che, in teoria, dovrebbero essere regolati rigidamente per garantire tempi certi di prestazione. Secondo il Corriere della Sera di novembre 2023 ‘ I tempi di attesa, infatti, monitorati dalle Regioni prendono in considerazione il numero di giorni che trascorrono dalla chiamata del paziente al call center (Cup) per prenotare alla data dell’appuntamento. Se però gli rispondono che in quel momento non c’è posto e lo invitano a ritelefonare dopo una settimana o due, la data che farà fede è quella della seconda chiamata, nella quale l’operatore fisserà effettivamente l’appuntamento. Della prima richiesta del paziente non resta traccia, anche se in realtà la sua attesa è iniziata da allora. In questo modo però tutti i tempi di prenotazione risultano più brevi. La prova che il meccanismo è diffuso la troviamo nei dati di Agenas che contano, e per la prima volta, quanto tempo trascorre da quando io ho in mano la ricetta del medico a quando telefono al Cup per prendere l’appuntamento. Solo il 18% lo fa il giorno stesso o il giorno dopo, se deve fare l’esame in 72 ore; il 41% se deve farlo in 10 giorni; il 51% se deve farlo entro 60. É paradossale: prima devo avere un esame o una visita, più tardi chiamo. Non può succedere davvero così. È ragionevole pensare che io la telefonata al Cup la faccio subito, ma solo al 18% viene dato l’appuntamento, e infatti ne rimane traccia. A tutti gli altri viene detto di richiamare perché non c’è posto. Se ne deduce che di quell’82% una parte non farà la visita nei tempi previsti, e un’altra parte si rivolgerà alla Sanità a pagamento. L’Osservatorio sui consumi privati in Sanità (Cergas-Bocconi) stima che su 100 esami 21 sono a pagamento; e 41 su 100 visite mediche.
L’altro problema è che i dati comunicati dalle Regioni si riferiscono solo alle telefonate fatte al call center che, nella realtà, spesso intercetta solo una parte delle richieste (non quelle, per esempio, fatte agli sportelli). Ciò emerge andando a vedere il numero di prenotazioni fatte per mille abitanti: è realistico che nell’Asl di Roma 1 e Rieti nella settimana tra il 22 e il 26 maggio solo 30 pazienti abbiano avuto bisogno di prenotare una Tac entro 10 giorni oppure che nell’Asl di Oristano solo 2 avessero bisogno di una risonanza magnetica sempre entro 10 giorni? Lo stesso vale per le visite: possibile che in tutto il Piemonte solo in 376 abbiano bisogno di una visita cardiologica? In Emilia-Romagna, che può essere considerata una Regione benchmark le prenotazioni sono intorno a 1 per 1.000 abitanti. Dove ci sono percentuali inferiori vuol dire che i dati non intercettano le vere richieste dei cittadini. E quindi come si risolve questa piaga se i direttori generali mascherano la realtà?’

Le scelte dei cittadini

2) AREA DISTRETTUALE: chiusura dei presidi sanitari più piccoli nelle zone interne del paese

Nelle zone disagiate di tutta la penisola, ma soprattutto al Sud, il diritto alla salute viene messo in discussione dalla  chiusura di piccoli presidi sanitari sul territorio. Occorre stabilire politiche in grado di garantire presidi sul territorio più prossimi alle persone, specialmente con riguardo alla popolazione anziana ed ai bambini. Nello specifico occorre conciliare, da un lato, l’esigenza di prossimità delle cure e della prevenzione per la popolazione e, da altro lato, la garanzia di standard adeguati di qualità e sicurezza.
Tale aspetto si lega alla scarsità di medici nelle zone c.d. disagiate dove i concorsi vanno per lo più deserti. Tale fenomeno ha una valenza nazionale e vede coinvolto non solo, benché in prevalenza, il sud e le isole ma anche città come Venezia, reputata sede disagiata, o le zone sismiche del paese.

Emblematico il caso della Sardegna; così ha denunciato, nel novembre 2021, Gino Cadeddu, Rsu dell’Ats Sardegna:  «La situazione è disastrosa –, la struttura della Regione che gestisce il sistema sanitario nell’isola -. Visite agli esterni, negli ospedali non se ne possono fare. Tutto è delegato al privato che però non riesce a sopperire a tutte le richieste. E come se non bastasse stanno andando in pensione molti specialisti e manca il personale. Abbiamo liste d’attesa di almeno tre mesi per interventi che non siano d’urgenza».

A essere colpite sono soprattutto le zone più povere e più isolate. Nel Nuorese e in Ogliastra mancano persino i medici di base. Il sindaco di Ussassai, comune di cinquecento abitanti, ha chiesto aiuto a Emergency. Anche l’ospedale San Francesco, a Nuoro, è fortemente ridimensionato. Tutti i reparti funzionavano benissimo e alcuni, come la cardiologia, erano strutture di eccellenza. Poi sono arrivati i tagli e ora alcuni reparti quasi non esistono più, come oculistica e geriatria. I medici trasferiti in altri ospedali non vengono sostituiti. A Oristano molti reparti dell’ospedale San Martino sono in difficoltà per mancanza di personale e in provincia rischiano la chiusura gli ospedali di Isili, Ghilarza e Muravera>>.

3) AREA OSPEDALIERA: mancanza di medici di base e di infermieri a fronte di un numero di medici e di risorse spese non in linea con la media Ocse.

I divari territoriali sono, così, aumentati in un contesto di generalizzata debolezza del Sistema Sanitario che, nel confronto europeo, risulta sottodimensionato per stanziamento di risorse pubbliche (6,6 % del Pil contro il 9 di Germania e Francia), a fronte di un contributo privato comparativamente elevato (24%, il doppio di Francia e Germania). Il numero di medici per abitante, invece, risulta in linea con la media europea, ma specializzato, principalmente, in settori come medicina estetica, dermatologia, oculistica, più gratificanti dal punto di vista economico.

Le principali conseguenze di tutto questo sono:

1) povertà sanitaria

Una rilevante condizione di povertà sanitaria in cui cinque regioni del Sud risultano inadempienti dal punto di vista dei Lea (livelli essenziali di assistenza) con la conseguenza che 1,6 milioni di famiglie italiane risultano in povertà sanitaria e di cui 700 mila al Sud. Proprio al Sud, la speranza di vita è minore di 1,5 anni, in un contesto indicato come l’area del Paese con le peggiori condizioni di salute e dove la prevenzione viene praticata in una percentuale sensibilmente minore rispetto al resto d’Italia.

2) mobilità sanitaria

La fuga dal Sud per ricevere assistenza in strutture sanitarie del Centro e del Nord, soprattutto per le patologie più gravi, tende, così, ad aumentare esponenzialmente. Nel 2022 dei 629 mila migranti sanitari, il 44 % era residente in una regione del Mezzogiorno. Il 22% dei malati oncologici del Sud, poi, si è spostato, per ricevere le cure, verso il Centro e il Settentrione.

3) maggiore mortalità nel sud italia per malattie oncologiche.

Quanto appena descritto, va analizzato insieme al dato sul tasso di mortalità oncologica al Sud, pari al 9,6 per 10 mila abitanti, rispetto all’8 del Nord.

RICHIESTE ALLO STATO ITALIANO

  • Allineamento rispetto alla media Ocse della spesa sanitaria
  • Incentivare la presenza di medici nelle zone perferiche e/o svantaggiate
  • Portare a compimento quanto previsto dal Pnrr
  • Attenzione alla autonomia differenziata (Svimez-Sole 24 ore)

Al fine di tutelare il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione e reso effettivo dalla creazione del Servizio Sanitario Nazionale, risulta innanzitutto imprescindibile aumentare la spesa sanitaria, allineandola alla media Ocse. Ciò fatto, si dovrebbe incentivare la presenza di personale medico in zone periferiche e disagiate, garantendone la presenza mirata con gratificazioni retributive che, comunque, dovrebbero riguardare tutto il reparto sanitario. Questa capillare presenza di strutture sanitarie, risulta uno dei punti del PNNR – tramite le Case della Comunità e le Case della Salute – ridimensionato rispetto al piano originario. Visti i dati elencati precedentemente, sarebbe necessario, al contrario, uno sforzo per fornire, il più possibile e in maniera omogenea, tutto il territorio italiano di presidi sanitari, secondo quanto insegna anche il drammatico periodo della pandemia da Covid -19.

Da questo punto di vista, non si possono negare i rischi della ‘autonomia differenziata’ la quale sembra aver la potenzialità di favorire le regioni più ricche le quali, avendo maggior forza attrattiva per il personale e maggior risorse finanziarie, possono da subito garantire maggiori prestazioni e, quindi, richiedere maggiori fondi, secondo una spirale che potrebbe escludere le regioni più disagiate.

E’, invece, compito della Repubblica evitare questa stortura e garantire il diritto alla Salute, e quindi alla vita, in ogni sua zona e intervenire per proteggere i più deboli laddove, come al Sud, questo diritto viene, indubbiamente, messo in crisi, se non negato totalmente.


Il racconto del Cagliari: con un po’ di sofferenza, si festeggia di più

di Daniele Madau

I festeggiamenti dopo la vittoria

Promesso, questa volta sarò più preciso, essendo proprio in tribuna stampa e con un bello schermo davanti: del resto, la prima vera sfida salvezza, per non chiamarla ‘spareggio’, lo richiede.

Partiamo, quindi, dalle formazioni:

Cagliari(4-4-1-1): Scuffet, Dossena,Nandez (64° Viola), Lapadula (64° Oristanio), Deiola, Jankto (64° Azzi), Mina, Augello (76° Wieteska), Zappa, Makoumbou, Gaetano (46° Shomurodov)

Salernitana (3-5-2): Ochoa, Bradaric, Weissman (64° Simy), Fazio, Coulibaly (73° Gomis), Kastnos, Maggiore, Tchaouna, Manolas (46°Pirola), Zanoli (73°Sambia), Candreva

Arbitro: Fourneau

Ammoniti: Augello, Kastanos

Spettatori: 16.118

Reti (4 – 2):  Lapadula, Gaetano, Shomurodov, Kastanos, Maggiore, Shomurodov

Lo stadio è sempre pieno, la percentuale di riempimento, da inizio campionato, è una delle più alte della Serie A; il tifo sempre caldo: uno di quegli aspetti che fa commuovere il nostro ‘mister and commander’, Ranieri.

E’ anche la gara di un ex particolare, Liverani: scommessa non vinta di Giulini, colui che ha aperto le porte al grande rientro dell’allenatore romano. Al contrario, l’ex primavera rossoblu, Liverani, ha accettato davvero una sfida ardua, facendosi, forse, convincere dal carisma di Sabatini.

Quanto sia importante la fiducia che si è creata nella ciurma intorno al nostro ‘commander’, dopo la resa dei conti con la Lazio, si capisce subito con l’approccio alla gara dei rossoblù, di carattere. Al 14° lancio di Zappa, Lapadula scarta Ochoa e porta in vantaggio i rossoblu. Al 19° Jankto sbaglia solo davanti alla porta, ma era in fuorigioco.

La Salernitana soffre il gioco del Cagliari, quello tipico di Ranieri, e cioè i lanci lunghi, soprattutto dalle fasce, verso Lapadula o verso i centrocampisti che si inseriscono negli spazi lasciati liberi.

L’atmosfera anche in tribuna stampa è serena, si scherza, tutto sembra filare liscio – mentre anche la gara ha un momento di stanca, a metà primo tempo, dopo le scintille inizili – e sembra un sabato pomeriggio di vacanza, dopo una settimana di lavoro, allietato dai cori dei bambini della ‘Curva Futura’.

Il Cagliari insiste, con incursioni soprattutto dalle fasce, dando l’impressione di aver ben in pugno la gara e di giocare con la mente libera, provando, anche, a concedere qualcosa di più al gioco. E’ la prima volta che capita, in questo campionato.

Al 37°, goal annullato per fuorigioco a Gaetano che, comunque, dimostra ancora le sue qualità: visione di gioco, tocco di palla, personalità. Tutte qualità confermate nel secondo goal, un meraviglioso contropiede voluto con forza da Nandez e finalizzato con un dribbling a rientrare dal trequartista del Napoli. Alle qualità di prima, dunque, dobbiamo aggiungere proprio il dribbling. A Cagliari sta rinascendo.

Il secondo tempo, inizia come un sogno: al 51°, anticipo di Augello per un nuovo contropiede – delizia del menù dello chef Ranieri -, tocco per Shomurodov e palla sotto le braccia di un –ca va sans dir – non impeccabile Ochoa.

Di seguito, però, la prima prima parata di Scuffet, da minimo sindacale, su un debole tiro da dentro l’area e il, bel, goal di Kastanos, di prima rasoterra su cross da sinistra.

Ma il sogno sembra trasformarsi in un incubo: al 58°, angolo di Zanoli e testa di Maggiore che, questa volta, scivola tra i guanti di un non impeccabile –ca va sans dir -Scuffet.

Al 76°, dopo il sogno e l’incubo, è ora di ritornare coi piedi per terra e di andare a prendersi la salvezza: Mina – d’imperio – recupera palla nella propria aerea, lancio lungo, da prassi, per Shomurodov che, in giornata di grazia, vince due rimpalli e deposita in rete.

Il dopo è solo una lunga attesa prima di poter dire: è finita. E dirlo dopo un po’ di sofferenza, ha più sapore.

Prima di chiudere, azzardo un pronostico nefasto per i nostri avversari di oggi: potrebbe essere stata l’ultima partita di Liverani.

E con questo, mentre allo stadio si festeggia con saltelli liberatori, credo di aver detto tutto. Del resto, avevo promesso che, oggi, sarei stato preciso.

Quando si deve ricorrere alla violenza, soprattutto contro studenti minorenni, la sconfitta è da entrambe le parti

di Dario R.

Come sempre, ‘La Riflessione’ è lieta di ospitare le riflessioni degli studenti e delle studentesse: in questo caso più che mai, dato che Dario, di una seconda del Liceo Classico ‘Siotto’ di Cagliari, ha presentato i fatti e le sue considerazioni sulle manifestazioni studentesche di Pisa e Firenze

I fatti gravissimi avvenuti a Pisa il 23 febbraio 2024, sono i seguenti. Dopo gli
scontri nel corteo tra manifestanti delle superiori e polizia, in favore della
Palestina, sono finiti in ospedale 15 studenti (11 minorenni), a seguito delle
manganellate ricevute dagli agenti in tenuta antisommossa. Si va da
contusioni a trauma cranici lievi, fino a fratture alle mani. Un 17enne è
rimasto ricoverato per un giorno in osservazione. Segnalati anche due i feriti
tra le forze dell’ordine.
L’inchiesta dovrà stabilire se ci sono responsabilità da parte degli agenti, e se
sono presenti queste, individuare chi tra gli agenti in servizio quel giorno ha
utilizzato il manganello. Le domande che tutto il paese si pone sono molte, tra
cui: era legittimo farlo? E soprattutto, ci sono stati abusi di potere? Queste
domande portano inevitabilmente alla ricerca di un colpevole preciso, che ci fa
arrivare alla domanda più discussa: chi ha dato effettivamente l’ordine della
carica? Ricostruendo i fatti, in strada, quella mattina, era stata inviata una
squadra del reparto mobile da Firenze, di solito composta da 10 operatori, ma
in quel caso formata da 7 agenti più l’autista che resta sul mezzo. Quando nel
corteo la tensione è salita, l’altra squadra di polizia che era sempre in centro
ma non in prossimità di piazza dei Cavalieri, dove gli studenti volevano
arrivare, è stata dirottata dove si era creata maggiore tensione. Quattordici
agenti in tutto, ai quali si devono aggiungere, parlando di presenze e non di
responsabilità, i dirigenti del servizio, i due funzionari della questura, il
personale di Digos e della Polizia Scientifica. In totale, più di 20. Il compito
della magistratura in questi giorni sarà quello di chiarire chi e se, tra loro, ha
compiuto reati. Compito non poco difficile, in quanto tra l’abuso di potere e il
compito di mantenere l’ordine pubblico, in una situazione, così tesa corre un filo
sottile.
I fatti hanno scosso l’intero paese, accendendo la polemica e suscitando
l’attenzione dell’opinione pubblica. Come spesso si è già detto, sia stato reato
o meno, quando si deve ricorrere alla violenza, soprattutto contro studenti
minorenni, la sconfitta è da entrambe le parti. È impensabile che in un paese
evoluto e democratico come l’Italia, si debba ancora arrivare all’uso della forza
per ripristinare l’ordine pubblico. La polemica poi si è infiammata anche in
seguito a fatti analoghi avvenuti a Firenze, spostando l’attenzione mediatica
sull’introduzione dei codici identificativi sui caschi dei poliziotti in tenuta antisommossa,
che diventerebbero gli unici modi che le questure avrebbero per riconoscere
l’indentitá degli agenti accusati, resi irriconoscibili dalle tenute.
I fatti sono stati talmente risonanti nell’opinione pubblica da arrivare fino al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica, che si esprime solo in casi eccezionali, ha rilasciato queste dichiarazioni, con cui concludo:
”Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno,
trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui
manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo,
la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.

I grandi, e le piccole cose

di Daniele Madau

Un ricordo personale di Ernesto Assante

Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, insieme a quella per l’insegnamento. Forse l’ordine è sbagliato, dovrei invertire i termini. Perché, anche nella vita, l’ordine è quello: il lavoro e il dopolavoro, il tempo e il passatempo. Così, dopo l’odissea omerica che mi ha portato dal precariato alla stabilità, nella dolce – ma non troppo- Itaca dello studio quotidiano, ho provato a riprendere in mano, letteralmente, il desiderio di scrivere. Non so se per superbia o per sana aspirazione, quando ho voluto parlare di qualcosa ho sempre cercato di avere come interlocutori i migliori di quel qualcosa. Immaginatevi le porte in faccia. Ma quando volevo scrivere di musica, potevo chiamare anche Ernesto Assante. E dopo Sanremo, potevo sempre chiamare Ernesto. E se solo avevo bisogno di parlare di qualcosa di bello – come Battisti o il panorama musicale attuale – dopo una giornata difficile, potevo chiamare Ernesto.

Lui, magari, era impegnato a scrivere un libro su Dalla, Freddie Mercury o su Battisti stesso: basta guardare il suo curriculum per capire quali fossero i suoi interessi, i suoi impegni e le sue iniziative. Però rispondeva, ti ascoltava e discuteva con te. Ti faceva i complimenti e ti ringraziava. E’ anche intervenuto alla presentazione di un mio libro, con una telefonata: a distanza, ma c’era.

I grandi, è inutile, si vedono dalle piccole cose. Dal fatto che ti rispondano subito a una email e non prevedono figure intermedie. I grandi si vedono perchè, amando la vita e i loro mestiere, sono naturalmente accoglienti e sanno confrontarsi con chi condivide la loro passione. E’ vero, i grandi, purtroppo, lasciano anche un vuoto proporzionale a loro. Grande. Però sarà sempre grande anche la loro compagnia, il loro ricordo, il loro essere stati grandi soprattutto nelle piccole cose.

Elezione del Presidente della Regione e del XVII Consiglio regionale della Sardegna 25 febbraio 2024: la maratona dello scrutinio e l’attesa. E la prima presidente della storia dell’autonomia

di Marco Marini


Domenica 25 febbraio 2024, si sono svolte le elezioni del Presidente della Regione e del Consiglio Regionale. Abbiamo sentito un Presidente di seggio, dove abbiamo votato, e abbiamo chiesto come gli sembrasse l’affluenza al voto. Alle ore 12:00, affermava, aveva votato il 16% circa degli iscritti alla sua Sezione. Ha espresso la convinzione che il dato si potesse estendere alle altre sezioni. Riteneva che molti elettori si sarebbero presentati nel pomeriggio, magari dopo la partita di calcio Cagliari-Napoli. Oggi, due
giorni dopo le elezioni, sappiamo che il numero dei votanti si è attestato al 52,4 %. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere i politici, sia regionali che nazionali. Permetteteci un confronto numerico col
seguente schema: Votazione del 2019 Votazione del 2024
Numero elettori 1.470.404 1.447.753
% votanti 53,78% 52,4%
Voti non validi 3,65% ======
Quindi gli aventi diritto al voto, in questa compagine elettorale, si sono ridotti di 22.651 unità. La media della popolazione dei Comuni della Sardegna si attesta su 4.211 abitanti (dati ISTAT 2022). Come se fossero “scomparsi” in cinque anni, i cittadini di, p.e., Porto Torres (21.202) o Sestu (20.811) o Monserrato 18.968 (dati al 01/01/2023). Questo è dovuto in parte alla popolazione sarda che invecchia velocemente, diciamo
cosi’, e lo possiamo notare tutti i giorni girando per la nostra Isola. Comuni che si spopolano con la emigrazione che in questi anni è ripresa con regolarità, soprattutto giovanile. Permetteteci un appunto, abbiamo sentito che i ragazzi sardi che si laureano fuori dell’Isola potrebbero tornare per portare la loro esperienza e permettere un risveglio socio-economico. Un concetto che andrebbe chiarito con esempi
concreti, visto che se in “Continente” chiudono l’ILVA di Taranto, creata a fine del XIX secolo, e sembra che per Portovesme ormai sia decretato il De Profundis, ci spieghi la politica come risolvere il problema del lavoro nell’isola. Romina Mura, candidata per Progetto Sardegna di Soru, invita a fare una riflessione a freddo, fra qualche giorno, sull’astensionismo. Un sondaggio recente, prevedeva la percentuale dei votanti
intorno al 40%. Questo non è avvenuto, ma i dati sopra indicati evidenziano un ulteriore calo rispetto al 2019. La candidata invita la Regione a trovare strumenti di coinvolgimento dei cittadini sulle iniziative politiche. Non solo in occasione delle elezioni. Al momento dello spoglio, che abbiamo seguendo in diretta,
alle ore 13:00, in tutte le sedi dei comitati elettorali, c’è un clima di attesa e prudenza. Lo spoglio va a rilento perché le schede dai seggi passano ai Comuni e poi al CED della Regione. Allora i giornalisti recuperano i dati forniti dai Comuni delle città principali (CA-SS-NU-OR e Olbia) e dai rappresentanti di lista.
La cautela è dovuta al ricordo delle elezioni regionali di cinque anni fa, dove gli exit poll davano un testa a testa tra Massimo Zedda, candidato del centrosinistra e Christian Solinas per il centrodestra. La mattina dopo Solinas vinse le elezioni con un netto distacco dall’altro candidato. C’è un interesse nazionale su queste elezioni. Ognuno legge i risultati in maniera contrastante, come capita spesso in queste occasioni. Il
Governo che nel momento di questa scelta degli elettori, regge l’Italia, quasi sempre afferma che il risultato non influenzerà l’andamento della sua opera di governo del paese. In genere ma lo diciamo solo per dato statistico, quando un governo nazionale ha un “colore” lo stesso si ritrova nel governo locale. Almeno questa è la vulgata popolare. Queste le regole previste per le elezioni del Presidente e del Consiglio
Regionale della Sardegna. Un unico turno, sbarramento, vince chi prende un solo voto in più, è prevista la doppia preferenza di genere ed è consentito il voto disgiunto.
Da assegnare ci sono 60 seggi, dopo la sforbiciata di dieci anni fa che ne aveva cancellato 20: sono 59 più il secondo classificato tra i candidati presidente, norma che nel 2014 non consentì a Michela Murgia, nonostante i 70mila voti e il 10% delle preferenze personali, di entrare nell’Aula di via Roma. Otto le circoscrizioni elettorali: Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Nuoro, Ogliastra, Olbia-Tempio,
Oristano e Sassari. Il totale delle circoscrizioni forma il collegio unico regionale ai fini del calcolo dei voti attribuiti ai candidati alla carica di presidente e dell’attribuzione e del riparto dei seggi fra le coalizioni e i gruppi di liste. Nella ripartizione territoriale, che rispecchia la popolazione, Cagliari è sempre la più rappresentata con 20 consiglieri, seguita da Sassari con 12. Nuoro, Oristano e la Gallura ne avranno 6 per ciascuna, 4 saranno gli eletti nel Sulcis, 3 nel Medio Campidano e 2 in Ogliastra. Al voto era possibile esprimere la preferenza per una lista e per un candidato presidente non collegati fra loro (voto disgiunto) e per la seconda volta nell’isola è stata prevista la possibilità di esprimere due preferenze purché siano destinate a candidati di genere diverso. Per essere eletto, al candidato presidente basta la maggioranza, anche relativa, delle preferenze. Alle liste collegate al vincitore sarà assegnato un premio di maggioranza calibrato: il 60% dei seggi nel caso il presidente eletto abbia ottenuto una percentuale di preferenze superiore al 40%, il 55% dei seggi nel caso abbia ottenuto una percentuale di preferenze compresa fra il 25% e il 40%, nessuno sotto il 25%. La legge prevede anche una soglia di sbarramento: il 10% per le coalizioni e il 5% per le liste sciolte. La legge prevedeva che se lo spoglio non si fosse chiuso entro le 19, infatti, schede e registri sarebbero stati chiusi nuovamente all’interno delle buste sigillate e trasportate ai rispettivi uffici elettorali circoscrizionali per il conteggio delle schede e la trasmissione dei verbali alla Corte d’appello di Cagliari, anche se allo stato attuale sembra che ciò non avverrà e si proseguirà ad oltranza. Alle ore 16:30 del 26/02/24, scrutinate 565 sezioni su 1844, testa a testa Todde-Truzzu rispettivamente 44,3% e 46,7%, Soru 8,1% e Lucia Chessa all’0,9%. Sembra ora che le varie dichiarazioni dei due schieramenti si mantengano su posizioni caute, mancano ancora i dati delle grandi città quali Sassari e Cagliari e questo ha creato qualche malumore, ma tanto prima o poi verranno elaborati e comunicati anche loro. Effettivamente stamane c’era molta euforia, poi ridimensionata nel cosiddetto Campo Largo della Todde (PD-5 Stelle), ma anche nella compagine di Truzzu, sempre stamane, qualcuno addebitava il risultato, momentaneamente negativo, al quinquennio appena trascorso gestito da Solinas, come a dire, la colpa non è nostra ma dei nostri alleati (?), povero Christian scaricato dai suoi colleghi di coalizione! Anche a livello nazionale si segue con interesse l’evolversi delle elezioni in Sardegna. L’Onorevole Gasparri è passato dal pessimismo alla prudenza nelle sue dichiarazioni. Se lo fa lui allora lo possono fare anche politici di non lunga esperienza quale la sua. Se vincesse la Todde sarebbe il/la prima Presidente donna della nostra Regione, questa vittoria potrebbe creare qualche malumore nel Governo Meloni. Truzzu infatti è stato proposto (imposto?) dalla Meloni mentre Solinas era favorito da Salvini. Vedremo nelle prossime ore. Il testa a testa è importante perché qualche mese fa nessuno, soprattutto nei media nazionali, considerava possibile un risultato simile. La Destra vinceva dappertutto. Il commento ora più comune, sia nei media locali che nelle reti TV nazionali, è che la Sardegna fa notizia anche per la sua inefficienza nel fornire i risultati delle elezioni. L’interesse per i risultati delle elezioni sarde, sembra che “attiri” i politici di Roma, ultimamente più rivolti alle prossime elezioni regionali dell’Abruzzo e altre regioni. Nel pomeriggio è circolata la notizia secondo cui sia la Schlein che Conte stanno raggiungendo Cagliari, insieme, per seguire di persona lo spoglio delle schede. Dopo questa giornata che ha visto dati altalenanti, ecco i risultati definitivi:

Sezioni scrutinate: 1822 su 1844. Ultimo Aggiornamento: 27.02.2024 07:50

Candidati Voti %

Alessandra Todde 330.619 45,30%

Paolo Truzzu 327.695 45,00%

Renato Soru 63.021 8,70%

Lucia Chessa 7.147 1,00%

A questo punto le ultime schede verranno contate presso la Corte di Appello di Cagliari.

Alessandra Todde è la nuova Presidente della Regione Sardegna

    Il racconto del Cagliari: come una vittoria, nonostante tutto

    di Daniele Madau

    Cagliari-Napoli 1-1

    Marcatori: 21′ s.t Osimhen (N), 90′ s.t +6 Luvumbo (C)

    Assist: 21′ s.t Raspadori (N), 90′ s.t +6 Dossena (C)

    Cagliari (4-2-3-1): Scuffet; Nandez, Mina, Dossena, Augello (31′ s.t Oristanio; Deiola, Makoumbou; Gaetano (16′ s.t Viola), Jankto (16′ s.t Zappa), Luvumbo; Lapadula (16′ s.t Pavoletti(31′ s.t Petagna)). All. Ranieri

    Napoli (4-3-3): Meret; Olivera, Juan Jesus, Rrhamani, Mazzocchi (40′ s.t Ostigard); Zielinski (34′ s.t Cajuste), Lobotka, Anguissa; Kvaratskhelia, (28′ s.t Politano) Osimhen (40′ s.t Simeone), Raspadori (34′ s.t Lindstrom). All. Calzona

    Ancora una volta, quasi all’ultimo respiro. Non una vittoria ma il valore è lo stesso perché,  se la classifica indica i freddi numeri,  l’atteggiamento in campo indica un’altra classifica che, per forza,alla fine, dovrà coincidere con quella dei freddi punti.

    Abbiamo rischiato di perderlo, il ‘mister and commander’ , che esulta, alla fine, rabbiosamente e indica ai suoi che manca ancora un minuto, per provare a vincere.

    In settimana ha raccontato che si era dimesso e che, i suoi, si erano opposti, pronti a lottare per salvarsi.

    E questo si è visto, in una Unipol Domus che vive le partite col Napoli come diverse, partite in cui prendersi la più bella delle rivincite sportive, non dimenticando ciò che è stato, riannodando i fili del tempo.

    E il tempo rimanda a quello spareggio a Napoli, in cui ci trattarono in maniera disumana e in cui, sportivamente parlando, perdemmo la serie A. Da allora inimicizia fu, rivalità storica, Troiani contro Greci, Capuleti e Montecchi, Romani e Cartaginesi. Con eroi di goal all’ultimo secondo, Daniele Conti e, ora, Luvumbu. All’ultimo minuto, dopo un primo tempo di dominio e una ripresa di sbandamento ma senza capitolare. In una partita in cui Mina, Nandez e Dossena hanno duellato all’altezza di Kvareskelia, Osimemhen e Raspadori, in cui Augello fa il cavaliere armato alla leggera dell’ala ma cade e subisce l’affondo con il goal del vantaggio del Napoli. Da lì i rossoblu arretrano, vedono lo spettro della sconfitta e il tempo che scorre. Ma quanto scelto insieme nello spogliatoio dopo l’ultima partita in casa, di lottare sino alla fine, non permette di cedere le armi .

    E alla fine il goal arriva. Quello del pareggio. E il tempo torna indietro, prima dell’inimicizia, il tempo della pace. Tempo che, in fin dei conti, evita al Napoli una sconfitta. Chissà, perché la rabbia e la forza c’erano ancora. Quella che mostra Ranieri in conferenza stampa, quella che dovranno avere i rossoblu sino alla fine.

    E chissà come avranno preso il pareggio quei ragazzi napoletani, a fianco a me, che mi distraevano chiedendo, quasi ammirati, se fossi giornalista, e mi hanno fatto perdere il goal. Spero bene, perché il pareggio ha riportato la pace e spento l’inimicizia. E speriamo che così rimanga, con ognuno il suo: noi in A, loro il più lontano possibile in Champions.

    “Se mi uccidono non fermatevi, se ciò accadesse, significa che siamo più forti del male”

    (Aleksej Anatol’evič Naval’nyj,  Butyn , 4 giugno 1976 –  Charp , 16 febbraio 2024)

    di Marco Marini*

    Permettetemi un ricordo personale. La mia conoscenza della Russia / Unione Sovietica è avvenuta attraverso gli autori classici (Čechov, Dostoevskij, Pasternak fino ad arrivare a Solženicyn il quale svelò al mondo la realtà dei Gulag sovietici). Poi nel lontano 1987, ci recammo con la famiglia a visitare sia Mosca che Leningrado (oggi rinominata San Pietroburgo). Andai con parenti che tutto erano, tranne simpatizzanti del regime sovietico.
    Erano gli anni della ‘Glasnost’  (trasparenza) e della ‘Perestrojka’ (ristrutturazione sociale), volute dal presidente Michail Sergeevič Gorbačëv, penultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991. Di li’ a poco l’impero sovietico si sarebbe disciolto e nel 1989, a novembre, con la caduta del muro di Berlino, crollava definitivamente la cosiddetta ‘CORTINA DI FERRO’. O almeno cosi’ si pensava o si sperava. Per rimanere al viaggio, ci piaceva cogliere, da osservatori diciamo, neutrali, certi aspetti di quei posti e di quel popolo. Vedevamo passare gruppi di giovani in divisa militare, appartenenti ai vari collegi dove, perlomeno, veniva garantita loro una minestra. Ma quello che ci colpì furono le fattezze fisiche di questi giovani. Dal classico caucasico (biondo con occhi azzurri, dovuto alle varie invasioni scandinave che interessarono la Russia nei secoli) a veri e propri mongoli con fisionomie più simili ai cinesi che non agli europei. Questo era facilmente comprensibile, osservando la cartina geografica della Russia. Il più grande paese del mondo che va dall’Europa all’oceano pacifico. E che un tempo possedeva l’Alaska venduta agli americani. Nel nostro viaggio notammo pochi riferimenti alla gloriosa guerra di liberazione contro l’invasore nazi-fascista, piuttosto trovammo a Mosca la piazza Borodino che ricordava la sconfitta di Napoleone nel 1812, mentre cercava di invadere la Russia. Come si nota la Storia non insegnò nulla ai nuovi invasori durante il secondo conflitto mondiale (il Generale Inverno e la rasputiza che con ildisgelo primaverile trasformava le strade ghiacciate in fiumi di fango). Nei negozi, se si comprava qualcosa e ritornavi negli stessi per cercare qualche altro ricordo del viaggio, si notavano i banchi vuoti, non riempiti da altra merce. Non ci avevano tediati con storie di propaganda, anche perché la loro vita modesta era sotto i nostri occhi. Ci dicevano che c’erano palazzi, come quello della Scienza che con le sue 75.000 stanze, per poterle visitare tutte ci volevano almeno due anni! Poi visitammo Leningrado (San Pietroburgo) città costruita anche da architetti italiani e francesi. Tra i tanti monumenti, visitammo il Museo dell’Ermitage, che contiene anche opere italiane con autori che vanno dal Canova al Caravaggio fino a Michelangelo. Vi erano due file: una per gli stranieri ed una per i russi.

    Ci ha colpito la pazienza della gente, a cui venivano messe a disposizione queste opere
    d’arte di importanza mondiale. Ma soprattutto ci ha emozionato il monumento ai
    venticinque milioni di caduti russi durante il secondo conflitto mondiale. Molti dei quali civili (8 milioni di militari e 17 milioni di civili!). Poi il resto lo fece Stalin (dopo la fine dell’Unione Sovietica, con la possibilità dell’accesso agli archivi segreti, si stimano quasi 3 milioni di morti sotto il regime staliniano). Questo cosa c’entra con Navalny ? Il quadro cerca di illustrare, sommariamente, le condizioni della Russia alla fine dell’Unione Sovietica.
    Un’economia che nessun piano quinquennale aveva risollevato, se non chiedendo alla
    popolazione dei grossi sacrifici. Con un occidente americano che in parte finanziò la stessa Unione Sovietica ( il Canada fornì per decenni il grano che cercava di sfamare la popolazione) e che, con la legge ‘AFFITTI & PRESTITI (Lend-Lease Act)’ , fornì i mezzi militari per contrastare in Europa l’avanzata nazi-fascista, con le conseguenze delle vittime di cui sopra. L’avanzata si fermò in Germania e per anni i Russi si stanzionarono a Vienna. Per intenderci, Vienna – Bolzano 592 km. Lo slancio russo si fermò lì per rispettare gli accordi con gli Alleati. Alla Russia interessava creare degli stati cuscinetto che l’avrebbe protetta da una eventuale invasione da occidente. Con la conseguenza di favorire regimi comunisti che poco lasciavano alla libertà di espressione o economica. Mosca stabiliva che cosa si dovesse produrre e quale nazione dovesse produrla (Polonia cantieri navali, Cecoslovacchia auto e aerei etc). Ma con l’avvento del Papa, polacco, Giovanni Paolo II al soglio pontificio le cose cambiarono. Vennero finanziati nell’est europeo i movimenti che chiedevano più libertà (Solidarnosc in Polonia). Nel 1929 venne creato a Roma il Collegio Russicum che avrebbe dovuto studiare, dal punto di vista cattolico, la cultura e la spiritualità russe.
    Ma in epoca recente venne “adoperato” come testa d’ariete per cercare di indebolire il
    regime sovietico dall’interno. In realtà, sembra che l’Unione Sovietica abbia inserito
    nell’organico del Collegio una loro “spia”, un domenicano, che ebbe una parte attiva
    nell’attentato al Pontefice del 13 maggio 1981. Insomma i russi non si potevano fidare
    neppure dei preti ! Il 26 dicembre 1991 si decretò la fine dell’Unione Sovietica. Il primo
    Presidente della nuova Federazione Russa fu Boris Eltsin, che avviò un processo di
    riforma sociale, aprendo la Russia ad una economia di mercato. Le privatizzazioni degli
    enti statali passarono però ad individui legati al governo. Quindi, senza trovare
    giustificazioni a Putin, i cosiddetti “oligarchi” del regime, non sono nati con lui. E neppure gli si può attribuire il metodo di contrasto all’opposizione politica ed ai media contrari al nuovo “regime”. Anzi fu proprio con Eltsin che cominciarono le morti o gli “incidenti” strani ai giornalisti, ai cineoperatori, soprattutto durante il conflitto ceceno nel 1994. Quindi i giornalisti cominciarono ad essere uccisi già dagli anni novanta. L’opinione pubblica internazionale cominciò ad interessarsi al fenomeno solo dopo l’uccisione di Anna Politkovskaja, nel 2006. Questi assassinii spesso sono rimasti senza colpevoli. Si registrano poco più di 200 morti tra gli operatori dell’informazione in Russia, di cui più di 100 solo sotto i governi Putin. E questo senza dimenticare le testate giornalistiche o radiofoniche chiuse per volere dei vari Presidenti della Russia. Oggi, come abbiamo visto nella guerra russo-ucraina, ormai esiste solo la versione di regime nel racconto dei fatti.
    Questo senza voler affermare che tutto ciò che viene diffuso sia falso, ma perlomeno certe notizie lasciano perplessi, anche perché è stata spiegata una cortina di silenzio sul
    conflitto. Ne più ne meno come facevano i regimi dittatoriali nel passato. E come qualcuno compie ancora oggi non solo in Corea del Nord ma anche nella civile Europa. Navalny, è stato un personaggio controverso, forte oppositore di Putin: ha creato la Fondazione per la lotta alla corruzione (FBK) che, attraverso youtube, informava la popolazione delle indagini per corruzione dei vari personaggi vicini a Putin (Lavrov, ministero degli esteri, l’ex moglie stessa di Putin, e altri). Il 55% dei russi crede ai fondi segreti che Putin nasconde all’estero e che possiede un palazzo segreto intestato ad un suo amico. L’FBK fu sciolta nel 2021 a causa, oltre che per problemi economici, anche per contatti con J.W.T. Ford indicato dai servizi segreti russi come spia dell ‘MI6 inglese. Navalny, da posizioni nazionalistiche, che Amnesty International ha considerato quale incitamento all’odio, privandolo della designazione di “prigioniero di coscienza” nel 2021, si è dichiarato favorevole ai matrimoni omosessuali. Non è stato un SANTO, ma una persona normale che ha messo al centro della sua politica l’uomo con le proprie esigenze fondamentali a partire dalla libertà. Nel 2014 in una intervista televisiva auspicava una maggiore integrazione tra la Federazione Russa e l’Ucraina, anche se riconosceva dei vantaggi per l’Ucraina in una fusione con l’Unione Europea. Venne ricoverato nell’agosto 2020 per avvelenamento da un prodotto nervino, anche se nella cartella clinica non vennero trovati elementi che portassero a quel prodotto. Dopo una condanna, sospesa nel 2021, a tre anni e sei mesi, Navalny è stato
    condannato a 9 anni di carcere, dal tribunale di Mosca, in una colonia penale di carcere
    severo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato questa una condanna
    motivata politicamente. Il 4 agosto 2023 arriva la condanna definitiva a 19 anni, a fronte
    dei precedenti 9 anni. Dalla quale non ne uscirà più vivo. Muore il 16 febbraio scorso.
    Sembra proprio che il governo Putin non abbia evitato di creare un martire. Vedremo ora
    cosa succederà all’interno del vasto paese. Il sospetto è che l’indignazione possa
    interessare più gli altri paese europei e occidentali in genere, che la Russia. E dopo qualche protesta che si registra a Mosca e dintorni, ritornerà l’oblio sull’opposizione a
    Putin. Ne più ne meno di quello che è successo alla povera Anna Politkovskaja.

    *Marco Marini è editorialista di ‘La Riflessione’, studioso di storia e geopolitica mediorientale

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