Da Capaci a Via D’Amelio, Giovanni e Paolo: l’amicizia più forte di ogni diversità. Il ricordo di Maria Falcone

Giovanni e, la sorella, Maria Falcone

di Daniele Madau

Pochi incontri-anche se a distanza- toccano il cuore come questo con Maria Falcone, la sorella di Giovanni: a pochi giorni dall’ anniversario di via D’Amelio, intraprendiamo con lei un breve percorso di riflessione, che si chiuderà il 19 luglio, con il ricordo di Paolo Borsellino ed Emanuela Loi. Lei, professoressa, che, dopo Capaci, dedica tutta se stessa alla legalità e al ricordo di Giovanni; lei che ne porta l’immagine intima e familiare; lei che, custodendo i ricordi della lotta di Giovanni, ci aiuta nella riflessione, a ricominciare da capo: da Giovanni Falcone colui che, prima di tutti, aveva capito cos’era ‘Cosa Nostra‘

Prof.ssa Falcone, l’estate italiana è attraversata dal ricordo di eventi dolorosi, che hanno lasciato una cicatrice profondissima nell’anima di tutti noi. Dal 23 maggio, Capaci, al 19 luglio di via D’Amelio, che ci prepariamo a ricordare, fino al 3 settembre, con l’uccisione del generale Dalla Chiesa. A loro, e agli altri che hanno offerto la propria vita per la nostra, dobbiamo la vittoria contro la mafia stragista. Ricordo le parole di Giovanni: ‘La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine’. Si è già realizzata questa sua profezia?

Realizzata no di certo, la fine della mafia, in assoluto, non c’è ancora. Però sono stati fatti passi molto importanti, perché i maggiori latitanti, i capi di ‘cosa nostra’, sono o morti o in carcere: ne resta libero soltanto uno, Messina Denaro. La mafia si è quindi indebolita tantissimo, anche grazie alla ribellione della società civile che ha portato lo Stato e le istituzioni a intraprendere una lotta degna di uno stato democratico. Posso, quindi, con sicurezza dire che siamo avanti nell’aver trovato i capi di ‘cosa nostra’, nell’averli messi in carcere, però siamo lontani dal poter gridare vittoria.

Giovanni Falcone ha dato tutto a noi italiani: quanto c’è di Giovanni nell’Italia di oggi?

Giovanni è il frutto di un’educazione post-guerra; lui era nato nel ’39 e la sua educazione ha fatto riferimento ai valori di quel tempo, soprattutto a quelli di una democrazia recuperata dopo il ventennio fascista. Questa democrazia per Giovanni è stata qualcosa di prezioso da tutelare e da salvare. Come magistrato ha cercato di fare appieno il suo dovere ed, essendosi imbattuto in ‘cosa nostra’ e nella lotta alla mafia, ha fatto sì che il suo lavoro potesse indebolire questa organizzazione che -secondo lui-poteva mettere in pericolo la democrazia del nostro Paese. Sicuramente noi tutti dobbiamo tanto al suo lavoro, alla sua abnegazione, al suo amore per le istituzioni e al suo desiderio di proteggerla, la democrazia.

Ci sono, poi, tante frasi di Giovanni che sono entrate a far parte del nostro patrimonio, come quella, celebre, sulla paura: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’

Devo dirle che questa è una frase che ho sentito ripetere tante volte a Giovanni: anche nelle cose più semplici, le sue risposte sanno sempre di filosofia. Non sono mai banali, sono frutto di un pensiero profondo. Come tutti gli uomini, aveva le sue paure ma conviveva con loro e non si faceva vincere ma continuava a svolgere il suo lavoro. Ricordo con grande dolore, ancora, il periodo dopo l’attentato dell’ Addaura, che fece percepire a Giovanni la sensazione che le cose si stessero concludendo e che per lui si avvicinava quello che tante volte aveva temuto: anche in quel momento tremendo, passati i primi giorni, lui riuscì a scrollarsi di dosso la paura e a continuare a lavorare e a cercare di fare il massimo di quello che poteva fare in quelle condizioni.

Ci può spiegare il metodo professionale di suo fratello? Le sue intuizioni e la sua professionalità che ne hanno fatto un modello in tutto il mondo? Potrebbe anche raccontarcelo nella sua quotidianità e familiarità? Era un ‘uomo normale’ e un ‘eroe solo’ come nei titoli dei suoi libri con Zingales e Francesca Barra?

Sicuramente era un uomo normale come tutti noi anche se – mi secca dirlo, perché sono la sorella (sorride) – dotato di una particolare intelligenza: devo dire che sentirlo parlare era un piacere e, quasi, un provilegio. Però, tutto quello che ha fatto non è solo il frutto della sua intelligenza ma è il frutto di tutto il lavoro che lui ha messo nel migliorarsi e nel raggiungere determinati scopi: questo era impressionante, la sua determinazione. Lo dimostrò da piccolo, a scuola, e poi andando avanti negli anni, al liceo, all’università, nello sport. In lui c’era sempre, latente, la domanda: ‘Cosa posso fare per migliorarmi’? ‘Cosa posso fare per raggiungere quel determinato scopo?’ Ricordo come il suo compagno di doppio in canotaggio, che praticava da giovane, mi raccontava di quando, terminata la gara magari con un insuccesso, Giovanni gli chiedesse: ‘Dove abbiamo sbagliato, cosa dobbiamo correggere, cosa possiamo fare per migliorare?’. Ecco questo voler raggiungere la meta a costo di qualsiasi sacrificio lo riportò poi, soprattutto, nella sua attività di magistrato.

Nei giorni della commemorazione di Capaci, la trasmissione Atlantide ha portato nuove rivelazioni sulla figura di Contrada: se la sente di commentarle?

Ci sono tante voci in riferimento sia all’attentato dell’Addaura sia a possibili legami dietro la strage di Capaci. Chiaramente io sono una persona che, come voleva Giovanni, non dirà mai qualcosa che sia contraria o in opposizione a quello che è stato svelato dalle indagini della magistratura. Le quali hanno, sicuramente, dato la possibilità di conoscere a fondo gli esecutori materiali dell’uccisione; poi ci sono tutte le altre ipotesi che, fino a quando non saranno provate, io non potrò mai appoggiare nel dire che ci sia stata una collusione. Per quanto riguarda, però, la figura di Contrada, posso dire, insieme a tanti altri colleghi, come Giovanni diffidasse di lui. Io ricordo di averglielo chiesto una volta ma lui, con la sua solita maniera, non mi rispose ma mi fece soltanto una mezza smorfia.

Qual è la sua visione sulle nuove misure contenute nel decreto ‘Ripartenza’, in riferimento alla procedura semplificata per gli appalti e ai reati di danno erariale e dell’abuso d’ufficio?

Non conosco bene le nuove disposizioni, credo, però, che sia importantissimo che ci sia assoluta trasparenza e non ci si affidi alle, cosidette, ‘teste di legno’ che, dietro, nascondono esponenti della mafia. Credo che nessun provvedimento che faccia riferimento all’emergenza sanitaria e a quella economica in cui ci troviamo debba dismettere la normativa antimafia.

Nella mia stanza da ragazzo, avevo appesa quella foto così, fortunatamente, celebre in cui Giovanni si guarda, e sorride, con Paolo Borsellino: erano i miei modelli. Ci avviciniamo all’anniversario di Via D’Amelio: ci può regalare un ricordo della loro amicizia?

Io non ho grandi ricordi del rapporto di Giovanni con Paolo: ognuno di noi aveva le sue amicizie e noi condividevamo gli spazi della famiglia, Natale e le visite settimanali. Io posso ricordare che Giovanni parlava spesso di incontri e cene con Paolo nella sua villa a Carini. Però del loro rapporto ne parlano soprattutto i colleghi, come Guarnotta e Ayala: di quegli anni a Palermo, infatti, Giovanni ne visse la maggior parte nel bunker: questa era la sua vita. Ciò che ho potuto ricavare, però, dopo la morte di Giovanni, anche attraverso i racconti di Agnese Borsellino – di cui ero molto amica e che ora, purtroppo, non c’è più – era questa grande intesa che c’era tra due uomini che pur essendo diversi di idee politiche, di carattere, di formazione religiosa – Giovanni era laico, fortemente illuminista, raziocinante anche nella semplicità delle cose di ogni giorno, mentre molto più religioso Paolo, uomo di destra -, nonostante queste diversità che poteva renderli concretamente distanti, erano uniti nel loro lavoro e amici nel vero senso della parola. Tanto è vero che Giovanni, dopo l’intervista di Paolo a ‘La Repubblica’ che scatenò l’inferno a livello nazionale, in cui affermava come Meli stesse distruggendo il pool antimafia, si innervosì, perché sapeva le conseguenze che sarebbero nate da quelle parole dette a un giornalista e perché lui istituzionalmente non le approvava; quando, però, capì che Borsellino avrebbe potuto avere dei problemi e che sarebbe stato chiamato al Consglio Superiore e avrebbe rischiato un provvedimento disciplinare, allora scrisse quella bellissima lettera, che io ricordo ancora di aver letto, piangendo, in televisione, in cui affermava che si sarebbe dimesso e allonatanato da Palermo, dando, così, ragione e appoggio a Paolo. Questo servì a far capire come stessero le cose lì, a Palermo, tanto è vero che, poi, ci fu l’intervento decisivo di Cossiga. Questa era la vera amicizia: essere sempre insieme nell’unico intento di lavorare per lo Stato e di difendersi vicendevolmente.

Come ha vissuto quest’anno la ricorrenza di Capaci, senza la presenza gioiosa dei ragazzi sulla ‘Nave della legalità’?

Sicuramente l’ho vissuta con tristezza perché quella è una giornata che ci riempie il cuore di speranza, perché i giovani sono il riconoscimento che le cose possono cambiare, e che il domani sia migliore dell’oggi e del ieri: il non vederli, quindi, è stato triste. Però li ho sempre sentiti vicino perché ho fatto, con le scuole, degli incontri via Skype e, devo dire, che li vedo sempre interessati e attenti. Poi, è stato un anno particolare, un anno in cui dovevamo pensare ai tanti morti di questo tremendo virus e, soprattutto, dovevamo pensare a tutti quegli eroi di ogni giorno che hanno saputo sacrificarsi, come nuovi e moderni eroi laici, sull’altare del compimento del loro dovere, così come Giovanni e Paolo. Questa comunanza d’intenti tra uomini talmente diversi -come infermieri, medici, poliziotti, ragazzi del supermercato, ragazzi che portavano il cibo a domicilio- è stata una diversità unita da un’unica cosa: il compimento del proprio dovere. Il poter ricordare, quindi, queste persone è servito a farci capire che quest’anno dovevamo pensare, ricordare e meditare sul fatto che siamo uno Stato democratico e mettere al primo posto i valori della democrazia.

“Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Gridavano così i giovani di Palermo dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la mia esperienza da insegnante mi sento di dire che le idee di Giovanni hanno tanto spazio nelle gambe dei giovani: è così anche per la sua esperienza, l’Italia può sperare, nei suoi giovani?

Io credo che non si possa pensare allo stereotipo di ragazzi perfetti o, al contrario, di giovani disillusi, disincanti e senza determinati valori: sono estremi che non accarezzo mai e di cui non mi fido tanto. Io mi fido soltanto del fatto che Giovanni e Paolo possano essere degli esempi: lo vedo da ciò che, spesso, mi dicono gli studenti: ‘Se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi’. Questo è, soprattutto, quello che mi fa andare avanti.

Il coraggio e la paura ai tempi della pandemia. Dialogo con Vito Mancuso

Il filosofo e teologo Vito Mancuso

di Daniele Madau

La pandemia, che ancora assedia ogni parte del mondo, nella sua valenza sociale e simbolica, oltre che sanitaria, ha suscitato riflessioni ed approfondimenti ermeneutici, volti a consolare l’uomo e a indicargli possibili vie di comprensione e, se l’autore le vede, maturazione. Dopo Corrado Augias, incontriamo il teologo e filosofo, apprezzato saggista, Vito Mancuso: nel suo ultimo lavoro, ‘Il coraggio e la paura’, edito da Garzanti, analizza questi due stati dell’anima di ognuno di noi, che sono risaltati in modo particolare in questi mesi di pandemia.

Il saggio ‘Il coraggio e la paura’ è nato come riflessione immediata dopo il primo manifestarsi, e le prime misure di contrasto, del Corona virus, davanti a uno stato d’animo così umano, come la paura. Si può già fare un bilancio di come l’umanità, almeno quella che ha potuto osservare, sia cambiata a contatto con una realtà comunque epocale e simbolica, come una pandemia?

Posso rispondere di no, che non sia possibile fare un bilancio: ne siamo ancora proprio dentro. Io sono convinto che possiamo essere effettivamente al cospetto di qualcosa che segna una frattura profonda nelle società e nella psiche degli esseri umani. Perciò per parlarne approfondiamente occorre aspettare: se uno pensasse di guradarsi attorno per vedere una società diversa sbaglierebbe e dimostrerebbe un’incapacità di visione a largo spettro. Invece, è il momento di rendersi conto che questa frattura interessa tutto il mondo, soprattutto nelle sue potenze dominanti, la Cina, all’inizio, gli Stati Uniti, il paese più importante dell’America Latina, il Brasile, gli altri paesi del Sud America, l’India. In Europa, Italia, Germania, Francia, Spagna. Si va quindi insidiando, e insediando, nella psiche degli esseri umani un’instabilità che, poi, le generazioni future dimostreranno epocale. Chi è troppo vicino agli eventi non è nelle condizioni di giudicare. Ecco, più che esprimere la mia convinzione, la mia tesi -ancora indimostrabile – che la pandemia, a livello mondiale, mostri la fragilità del sistema economico e, soprattutto, la fragilità del sistema psichico degli esseri umani, di più, in questo momento, non posso fare.

Il saggio, molto denso -come sempre- , riprende anche parte degli argomenti trattati dal precedente ‘La forza di essere migliori’, ne cito alcuni: l’uomo come corpo, psiche e spirito, il coraggio – fortezza come virtù cardinale principale, la coscienza morale come forma più alta del sé: per lei che può già vantare uno studio monografico sul suo pensiero (Essentials of Catholic Radicalism. An Introduction to the Lay Theology of Vito Mancuso), sono questi gli ambiti di riflessione attuali? La metafisica è messa momentaneamente da parte?

Io ritengo centrale la questione antropica, in questo momento: cioè comprendere chi siamo e -se esiste- qual è il nostro specifico. Naturalmente si può parlare dell’uomo in prospettiva unicamente fisica oppure ne si può parlare facendo capire che la fisica, da sola, non basta a comprendere la particolarità di noi umani. Io, quindi, non mi interesso di metafisica direttamente: sempre meno sento che il nostro tempo richiede argomentazioni metafisiche o anche teologiche dirette, che si propongono per sé. Sempre più, invece, avverto che il bisogno reale di questo tempo è quello di riflettere sulla nostra essenza e natura; e, facendolo in maniera approfondita, si capisce che, come ho detto prima, la fisica da sola non basta a capire l’essere umano. Il mistero della coscienza, a esempio, su cui io ho riflettuto, è appunto tale da farci comprendere che nel momento in cui essa diventa coscienza morale avverte di essere al cospetto di valori, di idealità che la semplice dimensione fisica non può capire. Ecco, allora, la metafisica analizzata in maniera indiretta, tramite uno scavo della dimensione antropologica.

Sul coraggio: cosa avrà spinto e cosa hanno ricevuto in cambio, a livello di riflessione del saggio, i medici, gli infermieri e tutti coloro che non sono arretrati davanti al virus?

Hanno ricevuto, immagino, quello che capita a chi fa il proprio dovere fino in fondo, soprattutto quando il proprio dovere è esigente e richiede, appunto, coraggio. Si è ricolmi di un senso di soddisfazione profonda, quella di chi sente che è stato fedele a sé e ai propri ideali anche quando questo richiedeva fatica, rischio, pericolo. Perchè, vede, accade spesso che uno rientri in se stesso e senta motivi di disagio, un senso di vergogna o – viceversa- si senta un senso di rallegramento per il lavoro compiuto: come quando, in campagna, uno si mette a togliere le erbacce e, poi, alza la testa sul vigneto e lo vede pulito. La stessa cosa vale per il nostro giardino interiore, quando abbiamo lavorato per tenerlo pulito, perchè lo abbiamo potuto scavare e arare. Le persone che hanno fatto il loro dovere, quindi, guardano e sono guardati in quel modo che nutre positivamente; viceversa chi ha commesso vigliaccherie è nutrito col junk food, ‘cibo spazzatura’, come si usa dire. Uno, quindi, può essere nutrito dalla coscienza propria o da quella altrui o, al contrario, essere denutrito.

Sulla paura: ha citato Falcone in esergo, con una delle sue più drammaticamente celebri, e belle, citazioni: ‘L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza’ . In cosa reputa vera questa citazione?

Si può vedere il video dell’intervista in cui pronunciò quella frase: ed è commovente, di un’autenticità disarmante. Quello sguardo di chi sa che ha paura e che, tuttavia, non vuol farsi vincere da questa paura. Non vuole fare l’eroe, non ha quello sguardo gelido di chi pensa di essere superiore a tutti. Ha uno sguardo caldo, come lo è il calore vitale, e la vita è fatta di paura: per se stessi, per gli altri, per le persone care. La paura è inevitabile, tuttavia può essere vinta. E questo è il coraggio. Il coraggio, come dice il nome stesso, è l’azione del cuore che vince le paure della mente, che capta segnali di pericolo e produce l’emozione primaria della paura; e il cuore fa il suo mestiere e trova la forza per vincerle, sapendo -però- che quella paura esiste. Quindi non è temerarietà – che non contempla la paura – ma coraggio, che esiste proprio in quanto esiste la paura. Tra l’altro bisogna considerare che, a volte, la paura bisogna non vincerla ma farla vincere. Noi non siamo nati per vincere sempre e vivere significa, a volte, perdere, arrendersi: ‘Resistenza e resa’ ha scritto Bonhoeffer. Il coraggio, quindi, non è la risposta a tutto, sempre: a volte si deve perdere e rientrare alla base, perché non rientrare alla base significherebbe essere temerari e incoscienti, e finire male.

Sulla paura: se, per i motivi che lei elenca, una persona non devesse provare paura, di cosa si priverebbe? In fin dei conti, per noi moderni, così anestetizzati, è confortante l’apprendere che la paura, almeno nelle sue forme meno estreme, è connaturata a noi e foriera di aspetti positivi

Io penso che nessuno, se è serio con se stesso, possa affermare di non aver mai provato paura. Sarebbe analfabetismo psichico, di uno che non sa leggere la vita di sé, degli altri, del proprio paese, del proprio pianeta. Se una persona vive in relazione non può non avere a cuore la situazione, a esempio, ecologica, dell’inquinamento globale, dell’Amazzonia. Privata di questo senso della realtà, una persona non è compiuta, ha una patologia, fa parte di quelle eccezioni patologiche che vanno trattate come tali. Una persona normale, però, di qualunque orientamento politico, religioso e così via, che vive, non può non rendersi conto dei segnali di pericolo, strutturali alla vita.

Le ultime pagine vertono sul futuro e sono un inno alla speranza e alla capacità dell’uomo di indirizzare lo spazio di libertà, presente nello spirito di ognuno di noi, verso le virtù morali: su cosa si basa questa visione positiva? Cosa dovrebbe mettere in atto la società per aiutare questa libertà? O, se così facesse, non sarebbe più propriamente ‘libertà’?

La speranza, alla fine, si base su un sentimento di ottimismo di fondo. La speranza è cieca, se ci fosse un fondamento individuabile come tale non ci sarebbe nemmeno speranza ma un’attesa sicura di qualcosa che si compie. Invece, come diceva Eschilo, esistono le ‘cieche speranze’ basate su come sono andate le cose. Pur con tutti i malanni, gli eventi terribili, gli orrori della natura e della storia, il tantissimo dolore, tuttavia sostengo che il bilancio sia più positivo che negativo. Perché ci siamo, perché l’universo ha prodotto la vita, perché il cammino cosmico, nella sua imprevedibilità, ha prodotto la vita, il cuore, il fenomeno umano: questo dimostra un orientamento positivo, come lo ha avuto la storia stessa dell’umanità che, pur non essendo un cammino progressivo, mostra una dialettica che ha portato all’aumento della conoscenza, della consapevolezza, della capacità degli umani di parlarsi, di comprendersi, di abbattere barriere. La speranza deriva da un atteggiamento irrazionale -cioè non frutto di un ragionamento stringente e meta-razionale ma non è contro la ragione. La speranza è, in fin dei conti, plausibile e, vorrei aggiungere, più produttiva, performativa. Se mi rivolgo agli essere umani con cinismo e disperazione, otterrò cinismo e disperazione. La positività, invece, otterrà positività, favorendo il cambiamento verso il meglio. Per le altre domande, il termine che mi si è subito acceso nella mente è educazione: la libertà è un processo, noi non nasciamo liberi ma dobbiamo essere educati alla libertà, tramite il primo momento di libertà che si chiama liberazione. Se tu vieni educato non ti viene tolto niente ma, al contrario, chi è stato educato alle buone maniere, con educazione nel senso inglese ‘education’ e latino ‘educatio’, come conoscenza, come formazione totale, è libero ancora di più. Se uno sa le cose è più libero non è meno libero. Si nasce ignoranti e,se si viene educati , si acquisiscono gli strumenti per avere consapevolezza. La scuola non deve essere solo il luogo dell’istruzione ma dell’educazione, e questo genererebbe libertà.

Un’ultima domanda, che si lega a quella precedente, al ruolo della società. L’idea del filosofo a capo, o a servizio, della società, in politica, ha sempre avuto spazio nella riflessione e, a volte, anche nella pratica, filosofica: come filosofo, reputerebbe possibile e interessante una sua esperienza politica?

Non mi ha mai sfiorato né mi piacerebbe. Sono due atteggiamenti diversi, due formae mentis, due vocazioni diverse. Il filosofo, se è tale, ama toni pacati, la riflessione, la solitudine, lo studio, parlare possibilmente senza tesi precostituite ma cercando il dialogo, non solo la confutazione degli altri ma anche di sé, nella ricerca incessante del vero. Non teme di essere in minoranza, anzi, per certi aspetti teme di essere in maggioranza, a partire da Pitagora che diceva ai suoi di non seguire la via principale. Il filosofo non ama la folla, a partire la Platone in poi, la modalità di cui si parla delle masse è molto critico. Non è un caso che Socrate sia stato condannato a morte a maggioranza da ben due votazione dell’assemblea dell’Atene democratica. Il politico, se si presenta così, non ottiene il consenso. Lui deve parlare al popolo, sollecitare attenzione, ottenere consenso. In passato, forse, il politico poteva avere qualche tratto del filosofo; ora, invece, venuta meno l’intermediazione dei grandi partiti, essendo immediato il contatto politico-folla, la figura del filosofo è quanto mai distante dal politico.

Ennio Morricone: la bellezza della melodia, la spiritualità e la musica come esperienza di vita. Dialogo col compositore Cristian Carrara

di Daniele Madau

Tutto il mondo piange e ricorda Ennio Morricone, artigiano di emozioni che ha saputo vestire la nostra quotidianità con la sua musica, impreziosendo i nostri ricordi. Lo ricordiamo con Cristian Carrara, direttore artistico della Fondazione Pergolesi Spontini, compositore di musica sinfonica e cameristica, ma anche di opere destinate al teatro musicale e alla televisione, considerato tra i più originali della sua generazione.

Può spiegarci, da compositore, la musica di Ennio Morricone e presentarci quella che, secondo lei, era la sua idea di musica? Lei ha la stessa idea?

Ennio Morricone era un artista completo, e lo possiamo capire dalla sua produzione: la musica per il cinema – la più conosciuta – la musica cosiddetta “assoluta”, la musica leggera, le canzoni. Caratteristica fondamentale della sua musica, a mio avviso, è l’estrema cantabilità, tipicamente italiana. L’idea della cantabilità non deve, però, portare a sminuire la sua musica, che sapeva essere alta e, proprio perché caratterizzata dalla cantabilità, popolare insieme. Questa attenzione alla melodia, e la sua facilità a scriverne di memorabili, si inserisce pienamente nella tradizione italiana, quella di cui fanno parte Vivaldi, Rossini, Verdi e Puccini. Ennio Morricone stesso, inoltre, ripeteva spesso che la sua musica era frutto di un lavoro artigianale, meticoloso, costante; quasi a voler ridimensionare l’idea dell’ispirazione, “che viene da non si sa dove”, come unica via per scrivere musica. Il lavoro del compositore, contrariamente a quanto si possa pensare, è un lavoro umile, quotidiano, simile, proprio, a quello dell’artigiano. In ultimo, la sua musica credo fosse molto legata alla sua esperienza di vita: pensiamo al suo rapporto con la moglie, così lungo e forte, che ha avuto una ricaduta importante nella sua produzione. Trovo questo modo di vivere l’esperienza del compositore, estremamente condivisibile.

Anche lei, come Morricone, ha scritto musiche per la narrazione, anche se prevalentemente per il teatro musicale.

Ho scritto prevalentemente musica per il teatro musicale, opera lirica, che è qualcosa di diverso rispetto alla musica per il cinema, anche se, in qualche modo hanno entrambe una forte valenza narrativa. La musica per il cinema, a cui si sono avvicinati nel ‘900 grandissimi compositori “classici” come Prokofiev, Vaughan Williams o William Walton, ha come fine primo quello di valorizzare, dando profondità psicologica ed emotiva, la narrazione descritta dalle immagini. E’ un lavoro complesso, non inferiore alle altre composizioni musicali. Una grande colonna sonora, come quelle di Morricone, riuscirà a far ricordare la sua musica più del film stesso, a vivere al di là del successo del film per cui è stata scritta, a diventare musica a sé stante. Ma nasce al servizio dell’immagine, e per questo è concepita. Nella opere liriche, invece, la narrazione, con i suoi tempi e le sue modalità, è totalmente affidata alla musica. Il compositore, nello scrivere, immagina come si svilupperà la vicenda attraverso la partitura. E’ lui che sviluppa (mettendo in musica le parole del libretto) che, in qualche modo, sviluppa la drammaturgia musicale del suo lavoro.

Ennio Morricone è stato Accademico di Santa Cecilia, un’istituzione che ha eseguito alcune delle musiche che lei ha composto

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a Roma, ha eseguito, tanto tempo fa, una mia musica giovanile, e devo ammettere che, come per tutte le prime volte – come per il Maggio Fiorentino e la Berliner Hall, è stato molto emozionante. Un’emozione a cui si unisce, per quanto mi riguarda, anche una certa paura puerile, quella cioè che nelle parti orchestrali, o in partitura, vi siano refusi, note sbagliate, piccoli errori che, se non si correggono subito, rischiano di alterare il risultato che avevi in mente. In una prima esecuzione si svela la musica per come l’hai scritta e puoi verificare se quanto hai scritto corrisponde a quello che effettivamente volevi comunicare. Ennio Morricone, però, è stato un accademico di Santa Cecilia, e cioè un membro dell’Accademia eletto dagli altri Accademici per la sua carriera e la sua rilevanza. Una cosa molto diversa dalla mia, più piccola, esperienza.  

La fede è qualcosa che vi accomuna anche se, nella sua produzione, vi sono titoli che rimandano espressamente al tema religioso, mentre di Morricone ho in mente solo sue dichiarazioni e non titoli di chiara matrice religiosa

Anche Ennio Morricone ha scritto composizioni espressamente religiose, penso alla ‘Missa papae Francisci’; però, io trovo si possa rintracciare una sua “visione” spirituale anche nella sua musica “applicata”. Come dicevo prima, la musica che scrivi è diretta conseguenza dall’esperienza di vita che hai. Del resto, la fede ha tratti simili all’atto creativo: sgorga, in qualche modo, dalla propria interiorità. Io non ho mai scritto musica propriamente sacra – come una messa o un requiem – però la mia musica ne è imperniata in quanto esperienza di riflessione e meditazione. Penso a ‘Machpelah’ ( termine ebraico che indica “la coppia” e che identifica la Tomba dei Patriarchi ad Hebron) che mi ha permesso di riflettere sull’amore, o a ‘Liber Mundi’: il ‘Libro del Mondo’ è la Bibbia; o, ancora, a ‘Luci danzanti nella notte’, sulla tragedia dell’olocausto.

Qual è la sua composizione di Morricone preferita?

Certamente può venire in mente la colonna sonora di ‘Mission’, però io direi le musiche per ‘Canone inverso’ e ‘La leggenda del pianista sull’oceano’.

Qual è la funzione della musica nel valorizzare e interpretare il presente? Come si deve essere per essere contemporanei e, in futuro, classici?

Saper interpretare il presente significa portare sé stessi, la propria esperienza di vita nel mondo e cioè essere autentici. La ricerca di una corrispondenza autentica tra ciò che si scrive e ciò che si è. In questo consiste, a mio avviso, una parte importante della qualità della musica di Morricone.

Berlusconi, e i berlusconiani

di Daniele Madau

Come parlare di una figura così ingombrante, complessa, stratificata e divisiva come Berlusconi? Seppur il Berlusconi dall’aria più mite e riflessiva – forse dono dell’età – di questi tempi? E se questo non bastasse, come unire la riflessione sull’ex premier a quella sulla, a volte folle, giustizia italiana, soprattutto quella che emerge anche dalle quasi adolescenziali – ma non per questo meno gravi- chat di Luca Palamara?

Per questo, non ne scriverò ma scriverò di una categoria, a mio parere, meno complessa e sfuggente: i berlusconiani per lavoro, politici e giornalisti.

Il fatto che, in un audio, un giudice abbia parlato di una guida dall’alto per pilotare la sentenza sull’evasione fiscale del 2013 verso la condanna di Berlusconi è oggettivamente grave e rientrerebbe in quel tragico vizio italiano del depistaggio e dell’inquinamento.

Ho visto, però, parlamentari di Forza Italia esporre in parlamento striscioni in cui si chiedeva ‘verità e giustizia per Berlusconi’, richiamando la lotta per Giulio Regeni; ho sentito, poi, giornalisti del Tg5 parlare di ‘menti raffinatissime’, usando parole di Falcone, che si riferiva a un attentato contro se stesso.

La logica è la stessa che ha portato ai ‘gilet azzurri’ o a slogan come ‘prima gli italiani’ e mostra una carenza di fantasia e di iniziativa. Però è chiaro come i rimandi, in questo caso, siano fuori luogo, se non di cattivo gusto.

Come ogni cosa riguardante Berlusconi, tutto deve eseere esagerato, ipertrofico, smisurato: ma se lui, ora, sembra più mite e saggio, non sempre lo sono i berlusconiani.

Epidemie e futuro.Dialogo con Corrado Augias sul suo ‘Breviario per un presente confuso’

Corrado Augias

di Daniele Madau

Per la casa editrice Einaudi è appena stato pubblicato “Breviario per un confuso presente”, di Corrado Augias. Un testo che vuole fare memoria e riflettere per leggere il presente – afflitto dall’ultima crisi, quella sanitaria del Covid -19 – e fare spazio al futuro, affondando le radici nei classici dell’Occidente. Ne parlo con l’autore stesso, inaugurando la sezione “Incontri”: una delle sezioni di punta di “La Riflessione”.

Mi sembra d’obbligo partire dall’epidemia- cui lei dedica interamente il capitolo III ma che aleggia in tutto il saggio – e al valore simbolico che ha avuto in ogni tempo, e che i vari autori ( Sofocle, Boccaccio, Lucrezio, Defoe, London, Camus, Saramago e Freud) hanno letterariamente svelato: non le sembra tuttavia, ed è cronaca di questi giorni, che il ‘Sapiens’ di oggi (a lui si riferisce Corrado Augias nel saggio) forse non sappia più neanche cogliere il valore simbolico di un evento del genere? Come se non avesse più le coordinate o le strutture mentali per saperlo far proprio e metabolizzare? Sembra che si sia già dimenticato tutto, a parte gli eventi solenni e ufficiali come la cerimonia di ieri a Bergamo col presidente Mattarella.

Non saprei dire: gli italiani durante il periodo di confinamento più duro si sono comportati benissimo, con senso del dovere. Forse questo atteggiamento è nato da un valore simbolico che non si è perso: quello della paura, che è un sentimento fortissimo. La paura del buio, della morte, del dolore, della malattia ci ha accompagnato in ogni tempo ed, evidentemente, questa valenza ancestrale non si è persa neanche in questa occasione.

L’idea di Dio, su cui ha molto riflettuto in tutta la sua attività intellettuale, è molto presente e, più avanti, toccheremo meglio l’argomento. Ora le chiedo, però, se anche il titolo – con il ‘Breviario’- sia un’allusione alla sacralità del riflettere, come, mi sembra, che emerga dalle pagine del saggio.

No, non è presente questa allusione. Io avrei voluto intitolare il saggio ‘Breviario laico’ ma l’editore Einaudi non l’ha ritenuto oppurtuno in quando poteva far sentire esclusa una parte di potenziali lettori, quella dei credenti. Breviario, quindi, non in riferimento al libretto di preghiere dei sacerdoti ma all’agilità del saggio: brevi capitoli, brevi riflessioni.

Il saggio, come sempre, è ricchissimo: questa volta, forse, ancora di più, dato che presenta ‘riflessioni, note, citazioni, resoconti’. Lo sfondo è l’occidente ma una parte notevole è dedicata all’Italia; ricordo una sua diatriba con Canfora sul ruolo dell’Europa: il suo breviario prevede, inderogabilmente, un futuro dell’Italia in Europa.

Certamente, io ne sono profondamente convinto. Più precisamente vedo come solo un futuro sovranazionale, ipernazionale, possa permettere all’Europa tutta di reggere il confronto con Usa, Cina e Russia. Nessuno da solo, compresa la Germania, può farcela. Soprattutto noi, che ancora ci gettiamo addosso gli asti su vari questioni, come quella meridionale, che attribuiamo alla rapacità dei Savoia, mentre Renan afferma come una nazione debba anche saper dimenticare aspetti del proprio passato, soprattutto i rancori;noi ancora vestiti della maschera di Pulcinella e Arlecchino, con la nostra identità incerta, le nostre differenze diffuse e sparse in una penisola troppo lunga, con un passato di dominati che è andato dalla fine dell’impero romano alla fine del 1800, soprattutto alla mercè di Francia e Spagna. Eppure anch’esse, oggi, hanno le loro divisioni: in fin dei conti, non siamo tanto diversi.

Torniamo per un attimo alla religione, che occupa una parte rilevante nel suo saggio, con particolare attenzione alla figura di San Francesco. L’Italia sta perdendo la sua fede e sta conoscendo la laicità, però questa laicità non sembra stia portando quella ‘religione civile’ che, ad esempio, contraddistingue gli stati del nord. Come mai?

E’ una domanda molto difficile che richiederebbe una lunga riflessione che io, alla mia età, forse non ho le forza per fare… Veda, lei ha parlato di laicità, ma quella di oggi non è laicità bensi nullità. La laicità è un valore laddove prevede conquiste di modernità, lotte, ideali: i ragazzi di oggi, che incontro spesso nelle scuole, invece, non sembrano voler andare oltre il mero successo materiale. L’anticlericalismo di fine ‘800 e inizio ‘900, a esempio, era una passione, quello che vedo oggi invece è il nulla, appunto la nullità. Non si crea un romanzo, un film, un’opera d’arte che proponga una riflessione su Dio e questo crea un vuoto che lascia spazio solo al nulla.

Una parte della storia della televisione è legata a lei: tra i tanti ricordi, penso alle sue interviste con Falcone. Il saggio non prende in considerazione il futuro dei media, possiamo rifletterci ora?

Il futuro della televisione è già ora, grazie a Netflix e ai vari contenitori che presentano prodotti, soprattutto serie storiche, di notevole livello, che ti fanno avvertire il distacco da quelle che produceva la Rai: di sicuro con buone intenzioni ma del tutto inattendibili. Al di fuori di questo, ora come ora, la televisione ha poca attrativa su di me.

Quando la Storia china il capo davanti ai sogni di un uomo

Invictus di Clint Eastwood

di Daniele Madau

Il 24 giugno 1995 la Storia china il capo davanti ai sogni di pace di uomo, Nelson Mandela. Il capitano della sua anima – secondo la poesia che recitava a se stesso in prigione – e dei guerrieri arcobaleno, i ragazzi della nazionale di rugby, vede il Sudafrica vincere, davanti ai balli bagnati di lacrime di gioia della sua gente, la coppa del mondo, battendo l’invincibile Nuova Zelanda in finale. E lo vede superare l’apartheid, gli odi, le distanze, le differenze. Per poco tempo, è vero, ma quel poco tempo è il paradigma e il fine di tutti noi che, leggendo questa storia come una favola, riprendiamo a credere nell’umanità. Non c’è bisogno di scrivere altro: bisogna solo rileggere, riguardare, ricercare tutto di quella vicenda, anche aiutandosi con l’Invictus di Matt Damon, Morgan Freeman e Clint Eastwod. “Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso”: diceva- e ci credeva – Nelson Mandela. “Su la testa, lo sentite?Ascoltate il vostro paese! Ora tocca a noi, è il nostro destino!”, rispondeva il capitano. Non è stata una favola, è successo davvero.

Un libro, un quaderno, un insegnante, uno studente

di Daniele Madau

Stanno giungendo a termini i colloqui – che hanno avuto l’ampia valenza di esame in toto – della maturità e, così, si chiudono le porte delle aule di quest’anno così problematico, in cui la scuola ha dovuto riscoprire la sua identità e le sue valenze. Sono stato commissario e ho assistito agli stessi patimenti, alle stesse gioie e ho respirato la stessa aria di momento fondante la vita dei ragazzi degli anni scorsi, e questo mi ha tranquillizzato. Che bella la scuola, è l’unico luogo in cui ancora si parla di futuro e di educazione, di cultura, di Costituzione con una onesta speranza, che scaturisce dai sogni dei ragazzi, da realizzare, e dai desideri degli insegnanti che questi sogni si realizzino. Nonostante tutto, questo è ciò che vedo ogni giorno, che ci si creda o no.

A riportarmi nello scoramento, sono giunte le linee guida per il nuovo anno scolastico: frequenza scolastica in turni differenziati, organizzazione della classe in più gruppi di studio, formati anche da alunni di diverse classi ed età. Scuola anche al sabato, dove non già prevista, su delibera degli organi collegiali. Misure da emergenza, è chiaro. Ed è proprio questo che disturba – anzi inficia e sporca – la scenografia dei muri scolastici su cui va in scena il futuro dei ragazzi: l’emergenza. Non ho mai conosciuto – da quindici anni – un momento, un anno, un periodo, in cui la scuola non fosse in emergenza. In affanno in perenne deroga a tutto, sulle spalle dei dirigenti, degli insegnanti, del personale amministravivo, degli studenti: di ogni Atlante che si caricava – e si carica- il cielo dell’educazione, delle cultura, dello studio, del rispetto. Supplenti che arrivano e vanno via loro magrado, regole di reclutamento che cambiano in continuazione come canne al vento dei politici di turno, i quali, arrivato al timone del comando, sembrano sempre dimostrare un inspiegabile e malcelato astio verso i protagonisti e agli attori della scuola. Ricordiamoli, i nomi: Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli, Bussetti, Azzolina, con i sottosegretari di sorta. Ebbene, un percorso, un progetto, una Weltanschauung – una visione di vita- non c’è stata, nè si è intravista in controluce o in embrione. Questo affanno, questo respiro corto, questo claudicante percorrere i sentieri del non futuro quasi distopico, cozzano coi ciò che ho raccontato nelle prime righe. Cozzano ma non trionfano: laddove c’è l’emergenza – anche perenne- si risponde con risorse speciali, strordinarie, quelle che, ricordandoci di Malala, derivano da un libro, un quaderno, un insegnante, uno studente.

Il nuovo anno partirà in emergenza, forse solo un poco diversa dalle altre passate ma il primo insegnamento, il primo imperativo, il nostro primo dovere, ancora, sarà quello di portare i ragazzi a pensare di non doversi accontentare dell’emergenza.

Quando, finalmente, saremo cittadini

di Daniele Madau

Questi sono i giorni del solstizio d’estate; i giorni, forse, più amati da tutti noi, in tutta la nostra vita: da quando, ragazzi, ne vivevamo fino all’ultima scintilla di luce in fondo al cielo sino a quando, adulti, portiamo al mare per la prima volta nell’anno i nostri figli e ci riposiamo, all’aria aperta, dalla fatica del lavoro. Questa estate, poi, dovrebbe avere un sapore, una valenza speciali, come di un ritorno alla vita dopo un incubo.

Eppure, ogni estate, in Italia, ha un sentiero lastricato di epigrafi, pietre d’inciampo, monumenti di ammonimento che non ci lasciano tranquilli, e non devono farlo.Ha un fondo di verità l’idea che ‘la mafia uccide solo d’estate’, quando le città si svuotano, abbandonate nell’umano desiderio di riposo e serenità, prestando il fianco alle mani insanguinate delle criminalità e degli oscuri mandanti.

Si inizia in primavera, il 23 maggio, con la strage di Capaci e poco dopo, il 28, con Piazza della Loggia. A giugno, il 22 – oggi – con Emanuela Orlandi, il 27 con Ustica. Il 19 luglio, Via d’Amelio, Il 2 agosto la stazione di Bologna, il 3 l’Italicus. E un po’ prima, tra aprile e maggio, con Aldo Moro e la Moby Prince, nel momento in cui fiorisce la primavera.

Un calendario civile, in cui la nostra civiltà ne esce, però, sconfitta. La civiltà è formata dai cives, i cittadini, che già a Roma erano tutelati da diritti inalienabili, alcuni dei quali confluiti poi nel cittadino come riconosciuto dalle rivoluzioni del 1700.

Ebbene noi, con quel sentimento misto di rabbia e consapevolezza, dobbiamo ammettere che, quotidianamente, non viviamo come cittadini. Noi che non sappiamo la verità sulle morte di centinaia di nostri connazionali, che dobbiamo assistere a processi che parlano di stragi e depistaggi di Stato e, fatto che crea un dolore più lancinante, per questo non ci sentiamo tutelati e al sicuro.

Se assistiamo a tentennamenti imbarazzanti, se non umilianti, sul nostro Giulio Regeni è normale non provare sicurezza, pensando che al suo posto sarebbe potuto esserci qualunque altro dei nostri ragazzi. Il fatto, ironicamente tragico, è che noi -timidamente-pretendiamo dall’Egitto ciò che non abbiamo dato ai cittadini italiani: la verità, i colpevoli e i mandanti sulle stragi che costellano le nostre estati, e non solo. E così facendo, li priviamo della dignità stessa dei cives, i quali dovrebbero vivere nella sicurezza e nella verità.

Da più di trentacinque anni ascoltiamo le più svariate ipotesi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983 a quindici anni – nella Città del Vaticano, è vero, ma come si possono fare distinzioni in un caso come questo? -eppure Pietro Orlandi, il fratello, sembra solo, come si sentivano soli Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Forse perché l’Italia, assuefatta e assopita da decenni di scandali scivolati , prima o poi, via, lascia soli i combattenti, preferendo l’oblio nei litorali estivi. Io provo a scrivere alcuni dei filoni seguiti dagli investigatori nel caso Orlandi, per generare un sussulto di coscienza, prima che il sole estivo ci inebri:padre Amorth e il pentito Vincenzo Calcara, a esempio, sono convinti che Emanule sia morta durante un festino a base di droga e sesso e sia sepolta in Vaticano con altre presunte giovani vittime. Antonio Mancini,un pentito della banda della Magliana, in un’intervista ha dichiarato che la Orlandi fu rapita dalla Banda per ottenere la restituzione del denaro investito nello IOR attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato da Rosario Priore, un giudice .

Vivere in uno Stato che permette queste zone d’ombra, queste connivenze, queste insicurezze non è degno. Lo Stato, però, siamo noi e noi i cittadini che ne costruiamo i valori, le speranze, le energie. Pensiamo a una quotidianità in cui, alle bellezze del nostro patrimonio, potessimo aggiungere i valori della sicurezza e del dirittto alla verità di ogni italiano: ebbene, dipende da noi, dalla nostra sete di verità, dal nostro costruire la civiltà.

In chiusura, la speranza, quella che inaliamo con la cultura. Così, nel Simposio si immagina la migliore delle civiltà, quella composta da innamorati, in cui si dà la vita per ogni membro della polis: ‘oh, se ci potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell’altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d’altronde, abbandonare la persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c’è nessun uomo tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano.’

Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo

di Roberto Zuddas

Qualche giorno fa John Ridley – autore della sceneggiatura per la quale ha vinto il premio Oscar nel 2014 di “12 anni schiavo” – ha scritto una lettera al Los Angeles Times (https://www.latimes.com/opinion/story/2020-06-08/hbo-max-racism-gone-with-the-wind-movie), nella quale chiede a HBO di valutare la rimozione di “Via col vento” dalla loro piattaforma di film in streaming.
Pur ammettendo che spesso i film sono uno spaccato di un momento storico e che per questo riflettono le opinioni, a volte offensive, della cultura predominante sulle minoranze, per Ridley “Via col vento” rappresenta un caso a parte, che glorifica gli stati del sud prima della guerra di secessione, che in larga parte ignora gli orrori
della schiavitù e non lo fa solo in momenti del film nei quali immortala alcuni dei più dolorosi stereotipi sulle persone di colore.
In seguito a questa lettera, HBO decide effettivamente di rimuovere il film riportando che “rappresenta alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che sfortunatamente sono stati comuni nella società americana” e che “queste rappresentazioni erano sbagliate allora come lo sono oggi”. La conclusione è che “tenere questo titolo senza
una spiegazione e una presa di distanza sarebbe da irresponsabili”.
Spenderò pochissime parole per giudicare i tempi e i modi di questa decisione: una mossa ex post per ripararsi dalle polemiche che infiammano gli US in seguito alla morte del povero George Floyd. “Via col vento” è in circolazione da ottant’anni, ci accorgiamo proprio oggi che forse ha dei contenuti controversi? Suvvia.
Tralasciando l’ipocrisia di HBO, mi soffermo sulla spiegazione data, che invece porta il discorso su un piano più sfumato: il film è un prodotto del suo tempo, tempo in cui la sensibilità verso le minoranze etniche era poco sviluppata ed era accettabile mostrare le persone di colore attraverso stereotipi (oggi) ritenuti offensivi.
Oltretutto il film è ambientato ai tempi della guerra di secessione e il punto di vista è quello degli stati confederati dell’epoca per i quali lo schiavismo era la normalità. Oggi però abbiamo la responsabilità di rivedere criticamente questo prodotto.
Il punto importante per me è questo: è giusto prendere le distanze da una rappresentazione artistica perché mostra la realtà dell’epoca in cui è stata realizzata e questa è ritenuta offensiva secondo i canoni di giudizio odierni?
Un cittadino adeguatamente istruito non ha certo bisogno di una spiegazione a latere che gli dica che il razzismo che nel film sembra normale in realtà non lo è. D’altro canto uno favorevole al razzismo potrà mai cambiare idea grazie a questa spiegazione? Infine, un cittadino di colore che si sente insultato dagli stereotipi
razzisti del film, proverebbe meno fastidio se fosse aggiunta un’introduzione che li contestualizza?
Probabilmente non riesco a immedesimarmi appieno nella rabbia e frustrazione di una persona di colore di fronte ad una discriminazione o una rappresentazione offensiva, ma sono più favorevole ad azioni concrete volte a denunciare la piaga del razzismo rispetto a polemiche poco efficaci basate sulla linea di principio, come
quella di qualche anno fa quando ci fu un’edizione degli Oscar in cui nessun film “black” concorreva per i premi più importanti.
Che cosa fa male degli stereotipi razzisti nel film, il fatto che siano razzisti a prescindere da qualsiasi contesto culturale oppure che all’epoca nella quale il film è ambientato fossero talmente normali? Dovremmo dimenticarci che un tempo la società era profondamente razzista e cancellare questo documento storico che ci
ricorda come eravamo perché non vogliamo vedere il razzismo da nessuna parte?

Il senso delle “Storie maledette”

Un’immagine di Gavoi

di Daniele Madau

Domenica scorsa è andata in onda, sulla Rai, una puntata di “Storie maledette”, dedicata a un efferato delitto avvenuto a Gavoi nel 2008. In realtà, è stata dedicata solo a Francesco Rocca, sulla cui intervista era incentrata tutta la puntata: condannato, in via definitiva, per quel delitto, la cui vittima era la moglie, Dina Dore.

Ho discusso animatamente, nei giorni precedenti, con varie persone, sull’opportunità di una realizzazione, e di una messa in onda, di una trasmissione del genere. Con ognuna delle persone mi sono trovato in disaccordo: si meravigliavano che io, in quanto pubblicista, non volessi indagare a fondo i reconditi di una vicenda violenta e complessa e, all’unanimità, gli interlocutori reputavano legittimo un momento in cui una persona, anche se condannata, potesse rivendicare, senza contraddittorio, a milioni di persone la propria innocenza.

Mi rendo conto che quanto appena scritto sia una presentazione capziosa di chi ha già un’idea precisa – nel caso l’impertinenza dell’intervista – e voglia convincerne gli altri.In realtà vorrei davvero riflettere e confrontarmi, anche solo idealmente, con chi leggerà.

Le implicazioni sono molteplici, profonde, direi basilari e fondanti una concezione della vita umana, dei suoi significati e valori. In ordine abbastanza sparso: qual è la finalità di un medium come quello televisivo e di una prima serata? Lasciare spazio alla ricostruzione di parte di una persona che – se pur rivestito interamente e intrinsecamente di tutta la dignità di ogni essere umano-per la giustizia italiana è un omicida, femminicida, uxoricida? Con l’aggravante di aver commissionato il delitto a un minorenne, in presenza della figlia di otto mesi?

La nostra Costituzione ci presenta il percorso carcerario come finalizzato alla rieducazione e al reinserimento del condannato, che preserva in tutto il suo status di persona. Bisognerebbe, però, ammettere il reato e voler intraprendere il percorso di conversione. Da Socrate in poi, è vero, la sola conoscenza del bene permette di compierlo e di evitare il male: e se non lo si conosce, l’uomo diventa ipso facto moralmente non completamente colpevole, in ogni circostanza. In questo caso il mezzo televisivo avrebbe dato risalto a una persona con il fine di portarci a comprendere la fragilità dell’essere umano e a spingerci tutti nella condivisione e comunicazione del bene. Da Gesù Cristo in poi abbiamo la possibilità di contemplare il perdono come il gesto più alto della volontà umana. In questo caso, però, proclamandosi Rocca innocente, si tratterebbe di mantenere la freddezza e di non lasciarsi vincere dal pregiudizio ma di fruire dell’indagine giornalistica.

Il giornalismo, però, deve lasciare spazio a tutti, anche quando, alcuni di questi tutti, sono interessanti solo dal punto di vista dell’indagine del percorso che li porta a gesti così violenti- e cioè da un punto di vista in fin dei conti voyeristico, visto che non si analizza tale percorso per progettarne una riabilitazione, non era quella la sede -come dichiarato dalla conduttrice? Ricordo l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Salvatore Riina e lo stesso amaro gusto di culto della morbosità, portatrice di ascolti, che mi aveva lasciato.

E ancora, è giusto non considerare la reazione che la famiglia della vittima, specialmente la figlia di quattordici anni, poteva avere nell’assitere alla ricostruzione di una vicenda così dolorosa e tragicamente personale?

Tutto questo vortice di domande, per me che scrivo, è aggravato dal contesto del delitto, un borgo della mia regione, la Sardegna: e infatti la trasmissione è iniziata con un, e qui mi sento libero e sicuro, storicamente sgrammaticato e fuori luogo servizio sull’anonima sarda degli anni ’70-’80: qual era il legame e il fine?

Non credo che questa discussione ideale avrà una conclusione univoca; tuttavia, in certi casi, io abbandonerei il vestito e le finalità del giornalista per essere solo uomo e, dunque, io avrei preferito il silenzio, per rispetto di Dina Dore.

E se anche Francesco Rocca fosse innocente, l’avrei intervistato una volta assolto, dopo l’eventuale revisione del processo o, ancora meglio, una volta pentito, nel caso colpevole: così sì, si sarebbero potute mostrare le meravigliose potenzialità dell’animo umano, dall’abisso più profondo, ai gesti più alti.

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