…E mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano

di Marco Salis

Come avvenuto con l’intervista all’europarlamentare Bartolo, “La Riflessione” allarga nuovamente il suo sguardo al contesto europeo, in un’ottica di analisi delle diverse procedure e misure di lotta all’emergenza. Il confronto e il respiro più ampio possibile di diverse realtà sono, infatti, alla base del sito. Marco Salis, residente da anni a Lione, analizza il crescendo del rapporto dei francese con la pandemia, dall’iniziale convinzione che riguardasse solo l’Italia alla consapevolezza della reale dimensione.

Tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, mentre nel nostro Paese il numero dei contagi e dei decessi per COVID-19 aumentava vertiginosamente cogliendo impreparata sia la popolazione che il personale sanitario, e mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano.

Osservavano inizialmente con un misto di curiosità, dispiacere, e talvolta anche di (più o meno) velata ironia nei nostri confronti. I principali quotidiani nazionali, con Le Monde in testa, documentavano con regolarità e titoli d’impatto in prima pagina il bollettino della ‘guerra’ che si andava combattendo poco distante, con il conteggio dei deceduti e dei contagiati. Documentavano spesso con i toni sensazionalistici di un certo giornalismo, ma senza disporre degli elementi necessari a decifrare una situazione che sembrava inizialmente non riguardare il loro popolo.

I discorsi in ufficio, per strada e sui social riflettevano questo sentimento. Come molti italiani nella prima fase, anche i francesi si meravigliavano di come una semplice ‘influenza’ (tale sembrava essere) potesse creare tanto scompiglio. Tanti ne imputavano le conseguenze all’età avanzata e alla fragilità di una fetta consistente della nostra popolazione; altri, altrettanto poco informati, all’inadeguatezza del sistema sanitario lombardo, che rappresenta invece un’eccellenza.

Il governo, ancora alle prese con il grattacapo dei gilets jaunes, con la riforma delle pensioni e l’organizzazione delle elezioni municipali il cui primo turno era fissato al 15 marzo, non si pronunciava pubblicamente in merito. Con la consapevolezza di oggi, posso immaginare che l’attenzione fosse rivolta all’Italia per tentare di apprendere velocemente dalla nostra esperienza e formulare una strategia di contenimento, come poi è avvenuto. I tempi e le modalità di questa reazione, però, sono stati e sono tuttora oggetto di critiche vivaci da parte di un popolo che, storicamente e culturalmente, non è abituato ad accettare sommessamente e senza polemiche ciò che non condivide.

Più di uno scivolone è stato imputato, e non a torto, alla gestione della crisi targata Macron. Citerò solo alcuni dei fatti più eclatanti.

Ad allarme ormai suonato, le autorità non hanno annullato la partita di Champions League Lyon – Juventus, che si è giocata regolarmente a porte aperte il 26 febbraio, con migliaia di tifosi italiani che quei giorni hanno circolato liberamente nella capitale dei ‘Galli’.

In seguito, l’episodio forse più sconcertante: dopo giorni di profonda inquietudine in seguito alla prima ondata di contagi e alle prime vittime (dichiarate), e dopo un primo tardivo discorso di Macron alla nazione il 12 marzo, le elezioni del 15 marzo si tengono regolarmente e con misure di sicurezza molto blande. Solo il giorno dopo il presidente della Repubblica francese rivolge ai cittadini un secondo discorso in cui annuncia misure più stringenti che ricalcano quelle comunicate da Conte diversi giorni prima e che limita gli spostamenti all’essenziale, disponendo anche la chiusura delle frontiere. «  Nous sommes en guerre », ripete con enfasi più volte. Ma è un po’ come chiudere la proverbiale stalla quando i buoi sono scappati.

Come in Italia, anche in Francia si sente improvvisamente il peso di anni di tagli alle risorse del sistema sanitario. Le mascherine, che dovevano essere tempestivamente messe a disposizione del personale medico e successivamente della popolazione, sono una promessa non mantenuta : scarseggiano negli ospedali, e i cittadini dovranno aspettare fino a maggio per poterle acquistare in farmacia. Le misure di sostegno alle imprese e ai lavoratori autonomi sono poca cosa rispetto alle reali necessità, oltre che di non facile accesso. Il controllo del rispetto delle regole e le relative sanzioni durano solo un paio di settimane, e dall’11 maggio la Francia già comincia il déconfinement.

Avremo bisogno di una buona dose di fortuna.

Silvia Romano e la disumanizzazione del diverso

Silvia Romano assediata dai giornalisti
di Roberto Zuddas

La caratteristica di “La Riflessione”, nome parlante, è il suo voler riflettere, scoprire quel momento, così ricco, in cui, prima di parlare o scrivere, ragioniamo e pensiamo su cosa e come esprimerci. Seguendo Dante, è un non “sottomettere la ragione al talento”. A volte, però, questa riflessione deve essere veloce, tagliente ed efficace: un ammiccamento al lettore più profondo e sensibile, come una strizzata d’occhio, un occhiolino. Queste tipologie di articoli faranno parte della nuova rubrica, che inauguriamo oggi con Roberto Zuddas: “L’occhiolino”, appunto.

Dietro i vergognosi e indegni attacchi alla cooperante italiana liberata qualche giorno fa, vedo varie e perverse linee di pensiero, in primis l’intolleranza verso le donne e le altre confessioni religiose. Ma anche, più in generale, un meccanismo distorto secondo il quale un “diverso” – che ha adottato una scelta di vita non in linea con quelle comunemente dettate dai criteri soggettivi di una parte – non sia più una persona agli occhi di questi haters. A “beneficio” di chi non avesse avuto modo di leggere questa galleria degli orrori, menziono solamente quelli che lamentavano il mancato rispetto del distanziamento sociale all’arrivo di Silvia in Italia e che lei avesse addirittura abbracciato la mamma e il papà, mentre loro non vedono i genitori da mesi. Ovviamente ho letto commenti molto, molto peggiori, che risparmio a tutti. Questa incapacità di empatizzare verso un essere umano che ha subito un anno e mezzo di prigionia in una terra straniera è indice del fatto che la ragazza, agli occhi dei suoi detrattori, abbia perso gli attributi umani per diventare un’icona, emblema di ciò che non va nella società. Icona di emancipazione, cosmopolitismo, tolleranza, solidarietà, prerogative sbagliate laddove ne esistano altre capziosamente poste come alternative: sicurezza dei cittadini, risorse per le aziende e per chi ha perso il lavoro, aiuti alle famiglie e via discorrendo. Se fosse una persona in carne e ossa non si permetterebbero, sono invece legittimati ad attaccare a testa bassa perché non lo è più.

Per una cultura dell’antimafia la grandezza di Peppino Impastato

Peppino Impastato

A quaranta due anni dall’uccisione, Giovanni ricorda Peppino: uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia mai conosciuto, oltre che suo fratello. Non solo suo, credo che Peppino sia tra quei pochissimi che tutti consideriamo nostri fratelli.

di Daniele Madau

Chiamo Giovanni Impastato perché mi sembra che il 9 maggio, anniversario della morte di entrambi, i telegiornali non gli abbiano riservato lo stesso spazio dedicato a Moro: non voglio certo sminuire lo statista democristiano, anzi, tutti e due dovrebbero avere un posto d’onore nel pantheon laico della nostra cultura. Cultura, proprio questa parola bellissima sarà la protagonista della nostra chiacchierata, dopo che Giovanni mi ha tranquillizzato sul fatto che, anche se non approfondito, lo spazio nei telegiornali Peppino lo ha avuto.

Giuseppe, infatti, ricorda appassionatamente il fratello, è stato uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia conosciuto. Letterato, giornalista, ecologista, politico, intellettuale, ha saputo rompere con la cultura mafiosa e patriarcale, in anticipo su tutto e tutti.

Gli chiedo di approfondire l’aspetto letterario, essendo anche insegnante: “Peppino è stato ucciso troppo presto, avrebbe potuto scrivere di più. Esiste un suo diario, però, che è un documento bellissimo, con alcune poesie. C’è poi un aspetto tutto suo, quello dell’ironia, con la quale combatteva la mafia: penso alla trasmissione radio Onda Pazza a Mafiopoli. Ancora meno conosciuto, però, e più innovativo, è stato il suo impegno ecologista. Alla fine degli anni ’60 il termine ecologia era praticamente sconosciuto, poteva evocare ricette culinarie. Ebbene, Peppino andava in giro con la sua macchina fotografica a immortalare lo scempio ambientale che veniva fatto ai luoghi della Sicilia e poi appendeva tutto in paese. Quando le persone, per timore, non volevano leggere le didascalie, Peppino girava loro intorno, impedendo loro di andar via e ammonendo come ci fosse in ballo la loro salute.

Come si vede nel film i Cento Passi, continua Giovanni, Giuseppe andava sotto casa del sindaco- il palazzo del potere- a rivendicare i diritti e a me vengono i brividi pensando che, cinquant’anni dopo, Greta ha fatto lo stesso, con il suo manifesto sotto il palazzo del potere, per difendere l’ambiente.”

Ci soffermiamo proprio sui Cento Passi, e su come la figura di Peppino, come tutte quelle dei grandi, abbia attraversato fasi diverse nei confronti dell’opinione pubblica: “Giuseppe militava nell’estrema sinistra e, subito dopo la sua morte, solo i suoi compagni gli sono stati vicino, hanno lottato per lui e per il suo ideale. Né i giornalisti, né la scuola, né i compaesani, nessuno, tranne loro, hanno mostrato interesse e amore per la verità. Col passare del tempo e le mutate condizioni anche la loro vicinanza è naturalmente scemata ma, certamente anche grazie al film di Giordana, la figura di Peppino è diventata di tutti, soprattutto dei più giovani, degli studenti, che ora sono i nostri interlocutori privilegiati. Io giro centinaia di scuole oggi, e vivo momenti molto belli.”

Bisogna parlare dell’attualità, purtroppo, in cui la lotta alla mafia è ancora in primo piano, essendo acceso il dibattito sulla scarcerazione dei condannati per mafia per l’emergenza sanitaria: ” Io ritengo che i mafiosi debbano avere garantito il diritto alla salute, come tutti, ma non in questo modo, non con la scarcerazione. C’è bisogno di una riforma carceraria degna di questo nome come ritengo fermamente che sia ora di smetterla di trattare la mafia con procedure d’emergenza. E’ ora che si lavori finalmente con la prevenzione e non con decreti vari. Ma non c’è la volontà. Allora dobbiamo smettere di dire come la mafia sia l’anti Stato ma avere il coraggio di affermare come sia dentro lo Stato. Negli appalti, nei lavori pubblici, nelle amministrazioni. Abbiamo sentenze che lo confermano”. La prevenzione con la cultura, così come fece Peppino, col desiderio di verità, come Peppino: “sì, come lui, perché, anche se posso sembrare di parte, dobbiamo imitarlo. Era un giovane, non un eroe irraggiungibile di cui avere in camera l’immagine.” No, non l’eroe, ma il nostro fratello: ed essendo nostro fratello, Giovanni, tutti noi siamo di parte.

La regolarizzazione dei migranti: numeri e prospettive della proposta della ministra Bellanova

di Daniele Madau e Ahmed Naciri

Concordo con Ahmed Naciri, amico oltre che mediatore culturale, collaboratore della prefettura, presidente della Rete Sarda della Collaborazione Internazionale, che per questo caso, e in genere nella vita, bisogna prima leggere i documenti e poi presentare le proprie idee e interpretazioni.

Iniziamo, quindi, con la bozza del primo articolo della proposta della ministra, che mi legge Ahmed, che parla solo di regolarizzazione nei settori dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura, per un totale di sole 240.000 persone, rispetto alle 600.000 di cui si parla. Tra l’altro, si indica chiaramente che spetterà al datore di lavoro la presentazione della domanda al fine di instaurare un rapporto di lavoro subordinato per la durata massima di un anno. Ciò detto, siamo ben distanti,quindi, dal concetto di sanatoria ma, appunto, siamo all’interno di un procedimento di regolarizzazione.

Regolarizzazione tramite il permesso di soggiorno che ora, in base alla Convenzione di Ginevra, è subordinato a regole stringenti -quali il provenire da determinati paesi dell’Africa, come l’Eritrea – ed è di difficile acquisizione.

“Ma i 58 paesi africani si stanno tutti scannando, quindi io non capisco come si possa affermare che chi proviene da un altro paese non possa essere definito rifugiato. Un migrante, ora, arriva, quindi, da noi, cerca di comportarsi bene, parla l’italiano, cerca di inseririsi nel contesto sociale ma non può essere regolarizzato. Io dico sempre che un italiano dovrebbe, al contrario, porsi in questa situazione e provare come si sentirebbe”.

Concordiamo ancora, sul fatto che sia una proposta di buon senso, anche se forse non ancora sufficiente ” piuttosto di niente meglio piuttosto”- così si dice in Lombardia- ma servirebbe più coraggio. Ripenso allo ius soli e allo ius culturae, occasioni perse, senza le quali non possiamo dare la cittadinanza a chi ha frequentato le nostre scuole.

“Purtroppo il tema dei migranti difficilmente porta i voti, anzi, al contrario, si è portati a seguire la massa, come stanno facendo i cinque stelle: di sicuro anche loro pensano sia di buon senso la proposta della ministra ma, come direbbe Manzoni, ‘Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune’ “.

Una giusta presa di posizione

di Daniele Madau

La presa di posizione della ministra Bellanova sulla regolarizzazione dei lavoratori in nero, compresi gli immigrati, sembra lungimirante e di buon senso, da più punti di vista, economico, sociale, etico. Componenti della sua maggioranza hanno manifestato dissenso, causando velati scenari di dimissioni. La riflessione di domani, a questo proposito, presentarà un’intervista per approfondire il progetto della ministra: interlocutore sarà Ahmed Naciri, mediatore culturale e sindacalista.

A titolo indicativo, di presentazione della complessa tematica e di introduzione all’intervista di domani, presento una sola delle tante problematiche che gli immigrati non in regola devono affrontare, tratta dal sito integrazionemigranti.gov.it e riguardante una rapporto di MSF sulla campagne lucane: “Più di un paziente su due aveva riscontrato problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Sul totale delle persone assistite, solo il 43% era in possesso di una tes-sera sanitaria in corso di validità mentre il 27% aveva una tessera sanitaria scaduta, il 28% dichiarava di non aver mai avuto una tessera sanitaria né un codice STP e solo il 2% era in possesso di un codice STP , mentre il 28% dichiara-va di non aver mai avuto alcun tipo di accesso (si intende sia l’iscrizione al servizio sanitario che l’assegnazione di un codice STP) [cfr. Fig.4]. Sul totale delle persone assistite dallo staff medico, il 20% è stato riferito all’operatrice sociale per orientamento ai servizi socio-sanitari” . Medici senza frontiere: Rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane”

“Il bene fatto non bisogna dirlo”: storia di Gino Bartali


A vent’anni dalla morte di Gino Bartali, ricevo, e volentieri pubblico, un ricordo del campione – benefattore silenzioso – scritto da chi ha voluto omaggiarlo e restare altrettanto nascosto

A Gino

Credo che a voler ricordare degnamente una persona sia possibile farlo non solo attraverso il sentimento personale e affettivo dei parenti e amici stretti che hanno condiviso con lui il tempo della sua vita ma anche tanti altri che hanno potuto conoscere  le sue qualità umane. Nel caso di Gino Bartali si sono conosciute prima le sue doti sportive ciclistiche che lo hanno portato alla ribalta e poi, ma dopo tempo, le sue qualità morali, il suo altruismo, la sua testimonianza cristiana. Si Cristiana. Molti forse non sanno ancora, nell’ anno 2020, a distanza di 20 anni dalla sua morte, che Lui oltre che ad essere un grande campione di ciclismo fu testimone autentico nella sua vita.

Mi scuso se preferisco ricordarlo più per questo aspetto della sua vita ma con questo non voglio assolutamente sminuire la grandezza del suo impegno sportivo che amo tantissimo.

Parlo così perché vedo in lui l’uomo che ha saputo attraversare il suo tempo con una fede incrollabile, con un altruismo e una particolare propensione alla sobrietà, aspetto che molti di noi dovrebbero prendere ad esempio. Gli Ebrei che attraverso di lui poterono salvarsi e i loro figli non lo hanno dimenticato, al contrario nel 2013, nel Giardino dei Giusti del Museo di Yad Vashem a Gerusalemme, venne piantato un albero di carrubo in memoria di Gino Bartali, proclamato “Giusto tra le nazioni”.

Esemplare è quanto ha fatto. Vorrei ricordarlo in breve. Salvò numerosissime vite, incurante del pericolo a cui esponeva la sua vita. La sua semplicità d’animo autentica, la sua sobrietà portarono a far si che nessuno, nemmeno i familiari, erano al corrente di questo suo mirabile atto di carità. Lui diceva: “Il bene fatto non bisogna dirlo, se viene detto non ha più valore. Di fronte a Dio non valgono i soldi guadagnati, né le medaglie attaccate sulle maglie sportive, ma solo quelle che si attaccano sull’anima, quelle conquistate facendo opere buone, che ho sempre cercato di fare”. Per questo non voleva che si dicesse niente delle continue opere di carità che faceva.

Gino Bartali ci lascia un ricordo dolcissimo, quello di un uomo semplice, padre di famiglia, di un grande campione che non ha cavalcato la sua notorietà per mettersi in mostra, per fare vita mondana ma per mettersi in silenzio al servizio degli altri. E’ quello che ognuno di noi potrebbe fare.

Morì il 5 maggio 2000, serenamente, nel suo letto come aveva sempre richiesto nelle sue preghiere a Santa Teresina avvolto nell’abito bianco dei Terziari Carmelitani, nel cui Ordine Secolare entrò all’età di 22 anni  il 14 febbraio 1937 col nome di Frà Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino con rito solenne. Il 4 dicembre 1938 Gino Bartali fece la professione definitiva.

Quanto scritto spero possa spingere ognuno di noi ad approfondire quanto di bello lui ci ha lasciato e a portarlo nei nostri cuori come esempio vero di vita vera dedicata agli altri.

Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia

di Daniele Madau

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni sondaggi, riferiti al gradimento dei politici e alle intenzioni di voto: essi assumono un particolare rilievo, dato che arrivano alla fine della dura fase 1. Subito è stato notato come Conte, che pure ha un gradimento del 65% circa, sia distante in maniera un po’ imbarazzante dai suoi omologhi europei. Quasi tutti gli altri poi, tranne Zaia – ormai considerato un caso e atteso al varco come possibile spodestatore di Salvini -sono sotto il cinquanta per cento. Eppure abbiamo avuto i decreti ‘cura Italia’ e ora ‘aprile’. Ci saranno 400 miliardi per le imprese e il reddito di emergergenza. L’anno scorso poi, richiesti dalla maggioranza degli elettori, sono arrivati il reddito di cittadinanza e quota cento. Sembra che il popolismo non sia popolare oltre lo strettissimo giro delle elezioni o che l’appettito degli italiani non abbia mai fine. Chiaramente la questione potrebbe essere risolta solo con la quantità dei libri della biblioteca di Borges ma io vorrei soffermarmi sull’appettito degli italiani. Non voglio sembrare irriverente, stiamo appena discostandoci da una tragedia, infatti il discorso è generale e valido in ogni tempo. Credo che l’elettorato italiano, quindi noi tutti, compreso me che scrivo, sia infantile, nel senso che pretende, quasi senza responsabilità. In questi duri giorni ho parlato con imprenditori non impeccabili da un punto di vista morale (tasse, contributi, eccettera…), volere molto di più dallo Stato e famiglie che si lamentavano perché non sapevano dove tenere i figli durante la chiusura della scuola, come se questa fosse un servizio di accudimento dei figli in assenza dei genitori, e non un luogo educativo e di cultura. Davvero, mi sembrano lamentele di bambini: ci vuole sempre un ragionamento un po’ rigoroso e sincero prima di parlare. Non a caso, non siamo noi ad aver sentito: ‘Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia’, purtroppo…

Noi, al contrario, siamo la nazione più malinconicamente redarguirta dai poeti “Ahi, serva Italia” , “Italia mia, benché il parlar sia indarno”, “O patria mia, vedo le mura e gli archi”.

E quante immagini di aperta derisione abbiamo visto, in questi mesi, venire dall’estero, come, a esempio, dall’Olanda?

Eppure, tutti noi, nello stesso tempo, dobbiamo essere fieri dell’alta tempra morale -non minore della Cina- che ci ha permesso di guardare negli occhi questa pandemia. Allora, allora, torniamo sempre lì, a come saremo poi, tra poco, vaccinati e liberi di scegliere come vivere. Ci sono autori, come Eco, che amavano le liste, tanto da scrivere “Vertigine della lista”: questo amore rientra in quello che gli antichi avevano per i canoni e gli elenchi. Allora, ricollegandomi anche all’articolo del 3 maggio sulle parole della fase 2, ecco una brevissima lista, personale, di cosa gli italiani dovrebbero fare tra poco, all’uscita da questa breve parentesi, per poter poi chiedere allo Stato e avere con lui un rapporto più maturo e stabile: queste parole sembrano tratte dall’analisi di un rapporto di coppia e, forse, credo che il paragone non sia neanche tanto sbagliato.

  1. Pagare le tasse 2. Avere cura del paesaggio 3. Denunciare tutte le illegalità …(continua)

Le parole della “fase 2”

di Daniele Madau

Da lunedì, tutti pronti a ritrovare i nostri affetti e congiunti e le pratiche di sempre, forse da portare avanti con un cuore un po’ più leggero: mascherina, distanza, mani lavate. Ma qualcos’altro dovrà essere nuovo, il cuore, e le parole, attraverso cui lo mostriamo alla gente: grazie, scusa, permesso, prego. Ci sarà bisogno, infatti, di una sensibilità nuova, per vincere la sgradevole sensazione -che tutti abbiamo provato le poche volte in cui,in questi mesi, siamo usciti, di essere guardati e trattati come portatori di contagio e malattia. Al contrario, la gentilezza sarà il valore aggiunto; quella gentilezza, solidarietà, che si ritrova all’uscita dai momenti difficili e che dà tutto un altro senso a ogni nostro giorno. Non è difficile – Madre Teresa avrebbe parlato di “cammino semplice” -, basta allenarsi: si è in fila al supermercato e, se ci si avvicina troppo a un’ altra persona, basta sorridere e dire ‘scusi’. La delicatezza della parola, allora, agirà, in primo luogo, anche su di noi. Ricordate? Papa Francesco le aveva indicate come le parole per l’armonia famigliare: permesso, grazie, scusa. Io ho aggiunto anche ‘prego’ perché, rispondendo a un ‘grazie’ si instaura un processo davvero virtuoso. E se qualcuno che leggerà vorrà indicare le sue parole della fase 2, ben venga, sarebbe bello le indicasse nei commenti. Pronti, quindi, a usarle nuovamente questa semplici parole: mi perdonerete la metafora forse fuori luogo ma si è sempre detto che la gentilezza è contagiosa, e allora…

Il lavoro come espressione di dignità e generatore di valore

Il lavoro come restituzione della dignità dell’uomo. Una teoria per una nuova via di uguaglianza, nella giornata dei lavoratori

(Tratto da “Introduzione all’economia Umanistica”, Ibiskos 2015)

di Marco Desogus

In occasione della festa dei lavoratori, si offre un breve punto di vista che principia dal piano filosofico. Pare infatti occorrente muovere e – allo stesso tempo – ricondurre la riflessione in termini di dignitas dell’Uomo e declinare questo concetto all’interno dell’idea dell’agire dell’Uomo e segnatamente nel lavoro che egli compie; il piano sarà evidentemente non già semantico, ma ontologico. Non è casuale, peraltro, la scelta linguistica del latino per introdurre il parlare di dignità: il termine è infatti traducibile con “eccellenza”, qualità che veniva attribuita all’essere umano rispetto al resto del circostante. La dicotomia che tuttavia occorre superare è legata al sostrato che determina la riferita attribuzione, ovvero se essa sia connaturata nell’Uomo in quanto parte integrale dell’ente stesso – e dunque impiantata nel nascente ipso facto e dissolvibile con la morte dell’individuo – oppure sia un’assegnazione in costante divenire, raggiungibile attraverso manifestazioni tangibili di virtù e finanche riducibile o perdibile per demeriti. Questo stimolo è porto da Hoffmann, filosofo del diritto, che, nel rappresentare le ricadute della questione sul mondo contemporaneo, ripercorre la storia del pensiero a riguardo. 

Nell’alveo della cultura ellenica antica, la dignità assumeva, al pari della gloria, carattere di conquista, e non tutti gli uomini si dimostravano idonei a raggiungerla: essi infatti, per natura, nient’altro rappresentavano che un ingranaggio del cosmo immantinente e non tutti riuscivano ad elevarsi a siffatto rango, più prossimo al divino, proprio dell’agire nell’oggettivazione delle idee. In altre parole, non era la mera dotazione della ragione a conferire la dignità, ma l’opera che dalla stessa ne risultava.

In epoca latina, ancora in Seneca e come per Cicerone, sebbene già si percepisse che l’eccellenza era propriamente umana e che tale qualità differenziasse gli uomini dal resto degli esseri, rimane la concezione della conferibilità onorifica della medesima attraverso il valore degli atti compiuti; è però con Boezio che emerge un più innovativo e illuminato pensiero, in gran parte debitore della cultura cristiana, atto ad innalzare il concetto di dignità dalla semplicistica nozione di ‘incarico’ ad una sua assolutizzazione ed elevazione, nella raggiungibilità – per quanto ancora transitoria – al campo della morale. 

Nel medioevo – ancorché con argomentazioni creazionistiche – si supera finalmente l’approccio ad una dignità contingente e si giunge all’umanistica concezione di intrinsecità e pregnanza della stessa nell’Uomo, uguale dote di tutti gli uomini in quanto immagini e somiglianze del divino: se anche l’apologesi può apparire fragile, la portata filosofica di questa idea supererà i confini medioevali e confluirà pesantemente sul pensiero moderno – in tale direzione, ad esempio, le riflessioni di Bacone e Cartesio, anch’esse ancora fortemente legate alla genesi divina – e fino alla concezione illuministica di dignità quale carattere innato e peculiare dell’Uomo, ineluttabile ed ineludibile.

È poi Kant che compie il più importante approfondimento sulla questione e offre un orientamento definitorio della dignità umana. Secondo il filosofo tedesco la dignità non rappresenta già una caratteristica più o meno endogena, ma coincide imprescindibilmente con l’essere umano: “nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità […] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità […]. L’umanità [l’essere Uomo] è essa stessa una dignità: l’Uomo non può essere trattato dall’Uomo (da un altro Uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine. In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti” (Kant). 

Verso ogni singolo uomo, posto all’interno del proprio esistere secolare nel luogo socio-relazionale, non si potrà dunque mai prescindere dal suo rappresentarsi teleologico: egli è infatti, in virtù della eccellenza che incarna, sempre scopo di se stesso e dell’umanità e mai potrà essere strumentale nel contingente. “L’Uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’Uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse” (Kant). In particolare, appare significativo quanto interessante il passaggio in cui Kant, a proposito della dignità, scrive: “un valore che non ha nessun prezzo, nessun equivalente con il quale si possa scambiare l’oggetto dell’estimazione (aestimii)”. Concetto quest’ultimo ripreso e condiviso (ex multis) da Max Scheler, che sulla stessa linea, definendo la dignità, la esplicita come “il valore in sé […] della persona, che non può essere derivato da nient’altro”e, ancora: “ogni tentativo di misurare il valore della persona secondo l’incremento che essa può arrecare a un mondo di beni reali (siano pure beni “sacri”), o secondo il contributo del suo volere e del suo fare, quali mezzi, al raggiungimento di uno scopo (sia pure uno scopo ultimo sacro, immanente all’accadere cosmico) si oppone alla legge di priorità secondo la quale i valori della persona sono i più alti possibili”. Attraverso la sua opera, Scheler propone preziosi chiarimenti atti al superamento delle confusioni tra bene e valore, laddove solo quest’ultimo è proprio della dignità umana, in quanto non riproducibile e mai riconducibile ad un’esperienza empirica. 

Il ragionamento kantiano sulla dignità va altresì a riflettersi quale formazione basale all’interno delle proposizioni – anche di matrice giuspositiva – che riconoscono universalmente i diritti dell’Uomo, conciliando, all’interno dei testi, gli assiomi del diritto naturale e le necessità neocostituzionaliste ed ermeneutico giuridiche, nonché e soprattutto la difesa che queste ultime scuole strutturano sulla “differenza di giustizia” tra prescrizioni e principi e che anzi subordinano le prime ai secondi, diventando esse stesse forza coercitiva del giusnaturalismo medesimo. Così, infatti, recita l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo adottata dall’assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”; la stessa altresì dispone perentoriamente che le nazioni firmatarie debbano assicurare il riconoscimento e l’osservanza di detti principi. 

L’ulteriore passaggio logico muove, in primis, proprio dall’accoglimento del piano di idee che Kant in particolare esplica, ossia della dignità come “valore interiore assoluto”, di provvisione incondizionata per il fatto stesso dell’“esserci” uomini: è proprio ciò, si riferisce, che pone “l’Uomo al di sopra di qualunque prezzo” e, in quanto appartenente al mondo sensibile, “non può essere considerato come mezzo”. Da qui, l’ulteriore passo concettuale che ammette la forte correlazione tra tale cognizione di dignità e la connotazione sociale generale dell’Uomo, segnatamente declinata, all’interno della stessa, nel lavoro che egli svolge. In particolare ci si propone di comprendere quale sia la giusta valorizzazione da attribuire al lavoro effettuato da ciascun individuo, capendo se essa sia davvero legata all’astrazione marxiana del medesimo e dunque peculiare al valore di ciascuna tipologia di beni prodotti, ovvero se (anche) essa sia intrinseca eccellenza dell’essere umano, in qualunque mansione produttiva sia esso impegnato, ed elemento omogeneamente funzionale alla determinazione del valore di ogni bene (e non viceversa).

Gli economisti classici, attraverso un approccio prevalentemente euristico, hanno affrontato il tema da un punto di vista fenomenologico, tuttavia con l’obiettivo primario di carpire la composizione del valore partendo dall’osservazione delle merci in quanto reputate compiute e perfette formazioni dello stesso: “la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci e la merce singola si presenta come sua forma elementare […] finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano […] l’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi” (Marx).

Marx, in effetti, coglie pienamente l’uguaglianza che dovrebbe essere riconosciuta a qualunque lavoro umano: “il lavoro che forma la sostanza dei valori è lavoro umano eguale, dispendio della medesima forza lavorativa umana. La forza lavorativa complessiva della società che si presenta nei valori del mondo delle merci, vale qui come unica e identica forza-lavoro umana, benché consista di innumerevoli forze-lavoro individuali. Ognuna di queste forze-lavoro individuali è una forza-lavoro umana identica alle altre, in quanto possiede il carattere di una forza-lavoro sociale media e in quanto opera come tale forza-lavoro sociale media, e dunque abbisogna, nella produzione di una merce, soltanto del tempo di lavoro necessario” (Marx).

Il passaggio all’idea neoclassica sul valore delle merci, precipuamente attraverso il pensiero di Walras, conduce ad un impianto teorico del tutto scevro dal presupposto dimensionale: muovendo dal valore d’uso, inteso non già come base per la produzione e costituzione dei parametri di scambio, ma come fondamento per la definizione della relatività dei prezzi, si giunge ad un’immagine esasperata, dove non è neppure importante definire l’entità del prodotto processato, non essendo in effetti esso reputato (ancora) un valore.

Approfondendo ulteriormente, si arriva incontrovertibilmente a ché sia il lavoro all’origine del valore e il suo stesso esserne principio creatore: esso deve essere riportato alla sua unica natura possibile di ente assoluto ed eccellente, anche in quanto restituzione – prima ancora che generazione nell’oggettivazione – dell’opera dell’Uomo alla società. In tale ottica, il pagamento dei salari determina pur sempre il necessario veicolo numerico di misura monetaria del lavoro, tuttavia il prodotto economico, qualunque esso sia, andrebbe ad incarnare immantinente – come incarna – il valore più alto, quello dell’azione dell’Uomo entro lo stesso, non già artificiosamente conformato, ma ripristinato nella giusta omogeneizzazione intrinseca alla propria natura: esso non dovrebbe (e non sarebbe dovuto) essere sottoposto a confronto di prezzo nelle dimensioni contingenti di scambio. È nell’attuale scenario, anzi, che – almeno nel piano delle idee – il lavoro umano sembra assumere connotati simili ad una merce: esso viene infatti a tutti gli effetti subordinato ad un’attività di differenziazione nella misurazione del proprio valore, prestabilita su una base qualitativa legata al settore (appunto) merceologico in cui viene conferito; si considera, invece, che nell’attribuzione di analoga forma-valore (monetaria) alle merci – atta a permetterne la commensurabilità – che consegue al pagamento dei salari tramite la moneta, dovrebbe essere ben riverberata questa caratteristica di “assolutezza” fattoriale e sociale del lavoro dell’Uomo.

La libertà di essere legati gli uni agli altri

di Daniele Madau

Quando un concetto è molto complesso, può essere utile andare a scoprire la sua etimologia, scavando così nel tempo sino a raggiungere il significato che, nel remoto passato, hanno attribuito a quel concetto: si trovano così sfumature nuove e illuminanti e, soprattutto, la verità di quel termine, o almeno quella che gli hanno attribuito al momento della coniazione.

Durante la recente, breve, polemica tra la Conferenza Episcopale Italiana e il governo, sulla possibilità di rendere nuovamente possibile la celebrazione della messa coi fedeli, non si è potuto fare a meno di riflettere sul rapporto tra lo Stato e la Chiesa, tra la religione e la politica, il sentimento e la ragione, il cielo e la terra.

Visto che il tema è forse uno dei più complessi che si possano presentare, torniamo allora all’etimologia di religione: il termine è legato al verbo latino “lego”, da cui “legame”. “Religio” è quindi un rilegare insieme, come le pagine di un libro. Già l’immagine è di per sè bellissima, ma il merito è degli antichi, non nostra che la riscopriamo. Il legame è, chiaramente, verticale -con Dio- e orizzontale – con i fratelli- fratelli che, come noi, vivono in una società, nello Stato.

Dante scriveva che il fine della Chiesa era la nostra salvezza, la felicità eterna, e il corrispondente speculare in terra era l’impero, a cui era delegato il compito di procurare agli uomini il benessere in vita. Due facce di un’unica medaglia, anche se, mentre lo scriveva, Dante vedeva (e lo scriveva proprio perché vedeva il contrario) le lotte tra guelfi e ghibellini.

La storia infatti, lo sappiamo, ha voluto scherzare e ha visto quasi sempre la Chiesa e lo Stato combattersi piuttosto che collaborare insieme ai due fini citati sopra.

Ho scritto quasi sempre e non sempre, perché, ogni tanto, è successo: penso a quando le monarchie illuminate chiedevano agli ordini religiosi di arrivare ai più poveri, o a quando alla Chiesa è stata delegata l’istruzione.

Noi, oggi, abbiamo la possibilità di assistere a uno di questi momenti, grazie a papa Francesco: se, infatti, a inizio articolo ho parlato di breve polemica, è grazie a lui, che è subito arrivato a parlare di obbedienza alle regole.

A tutti arriva immediatamente il buon senso di queste parole ma, in realtà, sono parole storiche, nessun papa era mai arrivato a tanto, liberamente, nei confronti di direttive statali.

Proprio nel fatto che l’abbia fatto liberamente, senza essere costretto (penso a chi, come Bonifacio VIII, era stato costretto con la forza a gesti di sottomissione), sta la sua grandezza e la sua bellezza. Perchè è nella libertà il mistero del sentire religioso: non a caso, prima del Padre Nostro, il sacerdote invita a recitarlo “con la libertà dei figli di Dio”.

Ecco allora il bel paradosso: il segreto della religione sta nel vivere nella libertà i suoi legami; legami che sono strettissimi con lo stato, perché ambedue dovrebbero portare l’uomo alla felicità.

Questa volta, allora, la ricerca etimologica ci ha portato al paradosso e, forse, a una ulteriore complicazione: ma sono, credo, il paradosso e la complicazione più belli che ci siano.

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