Intervista a Claudio Fava, il suo impegno e il ricordo di Giuseppe Fava e Peppino Impastato

Claudio Fava  è un politico, giornalista, sceneggiatore e scrittore. Ha lavorato per le testate dell’ indimenticato Giuseppe, ha sceneggiato I cento passi, e, ora, è presidente della Commissione Antimafia della Regione Sicilia. Ha subito numerose intimidazioni. Inaugurando una nuova testata giornalistica, è parso prezioso un dialogo con lui

In virtù delle sue esperienze al Giornale del Sud e a I Siciliani, secondo lei quali caratteristiche deve avere una nuova testata giornalistica?

Deve avere autonomia, determinazione e curiosità nel cercare la verità. E, soprattutto, deve avere chi ha voglia di perseguire tutto questo, usando moralità e professionalità, il cuore e la testa, a prescindere dal possibile editore.Purtroppo, non è affatto semplice in un contesto come quello attuale, neanche per le testate di grande tradizione e rilevanza.

La sua attività di sceneggiatore è di grande rilievo: non possiamo non citare, a questo proposito, I Cento Passi. Mentre si lavorava alla sceneggiatura e al film in generale, avevate la percezione della ricaduta che avrebbe avuto, a tutti i livelli?

Un po’ sì, perché è tanta la particolarità della figura di Peppino Impastato che tale, di conseguenza, è stata l’accoglienza dell’opinione pubblica e la ricaduta. La sua è stata una grande avventura epica e, al contempo, popolare; una figura in cui tutti si sono potuti identificare, come se fosse un fratello, una sorella , una mamma, un amico.

Ora è in scena il suo monologo teatrale Il mio nome è Caino: c’è qualche legame con I Cento Passi o, comunque, un filo che accomuna le sue opere?

No, sono opere diverse anche se in entrambe io osservo e non indago, in maniera né epigrafica né agiografica. In Il mio nome è Caino presento il mestiere e la banalità del male, dalla parte di chi lo rappresenta , in questo caso con la significativa figura di Caino.

Da un punto di vista politico, pensa che si possa vagheggiare un Partito del Sud che operi per la rinascita del meridione e dell’Italia intera?

No, non sono d’accordo. La grande questione meridionale deve essere presa in carico da tutta la nazione perché è una vicenda nazionale. Così come tutta la nazione è stata causa della grande deresponsabilizzazione che ha permesso lo stato in cui adesso versa il Sud e, soprattutto, la presenza delle organizzazioni mafiose.

A questo proposito, vorrei introdurre la figura di suo padre: al suo funerale non c’era nessun rappresentante delle istituzioni.

Sì ma io lo avvertivo come normale. Si era nel 1984 e non c’era nessuna possibilità che le autorità si schierassero apertamente contro l’organizzazione mafiosa.

Giuseppe era tornato da Roma e aveva scelto di lavorare nella sua Catania…

Sì, era rientrato perché aveva la possibilità di perseguire il suo grande desiderio : dirigere un giornale, Il Giornale del Sud.

Lei ha lavorato in quella redazione: cosa è rimasto del giornalismo nella sua vita?

Il giornalismo è uno stile di vita, è una qualità dello sguardo, è la curiosità, è il dubbio come virtù non come limite.

Giuseppe Fava si è circondato di giovani: come li conquistava?

Pur essendo di un’altra generazione,una generazione ormai seduta nei privilegi acquisiti, ha saputo conquistare i giovani con la sua autorevolezza e non con autorità, con la sua scapigliatura morale, insegnando, come detto, il dubbio come virtù.

Ultimamente si sta rivalutando, e inserendo nel panorama letterario, anche la sua qualità più propriamente, appunto, e squisitamente letteraria.

Sì, ha saputo interpretare, nelle sue opere letterarie, la sua epoca, la sua età; un’età di mezzo, che si rialzava dalle macerie della guerra e stava riappropriandosi dei sogni e delle speranza.

Se le chiedessi di parlarmi di suo padre, magari del lascito più prezioso, cosa risponderebbe?

Ho imparato, con gli anni, che, le parti più preziose, è bene e giusto tenerle per se stessi.

Quella memoria che ci rende italiani

Il discorso del presidente Mattarella a S.Anna di Stazzema in occasione dei 50 anni dal conferimento al paese della medaglia d’oro

Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.

Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.

A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.

Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.

Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.

Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.

Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.

Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.

Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.

Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.

In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.

Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.

Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.

Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.

Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.

Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.  

Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.

Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.

Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.

La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.

Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.

Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.

Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.

Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.

Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.

Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.

La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.

Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.

Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.

Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.

Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.

Sono trascorsi cinquant’anni da quando il Comune di Stazzema venne insignito della Medaglia d’oro al valor militare.

Qui vi è, per la Repubblica, un sacrario della sofferenza e del martirio inflitti dalla barbarie nazista, e un simbolo di quella resistenza all’oppressore che la gente della Versilia e tutto il popolo italiano seppero far prevalere con sacrificio e trasformare in riscossa civile.

A Sant’Anna si è compiuta – come tutti ben sapete – una strage di civili tra le più efferate e sanguinose della seconda guerra mondiale. A questa terra è stata inferta una ferita profondissima, che non potrà mai essere cancellata nella storia nazionale.

Quella mattina del 12 agosto 1944 i militari delle SS entrarono nelle frazioni di Stazzema e iniziarono il rastrellamento di donne, di anziani, di bambini, di sfollati. Si pensava che Stazzema fosse un rifugio sicuro, un riparo sia pur precario, tra le incombenti minacce della guerra e delle rappresaglie. Ma quel giorno non fu concesso riparo, né pietà a tanti figli di Stazzema, a famiglie intere, a malati e invalidi, a chi era scappato e si era rifugiato tra quei casolari. L’ideologia dell’annientamento trovò applicazione contro la popolazione civile, senza il minimo riguardo per ragazzi, per fanciulli, per neonati. Giovani militari al comando di ufficiali aguzzini, indottrinati al culto della razza superiore, sterminarono persone inermi che invocavano pietà.

Non si volle solo uccidere. L’obiettivo era annientare, cancellare l’umanità delle vittime e la coscienza stessa della comunità.

Nella Toscana nord-occidentale molti luoghi divennero teatro di battaglie, di uccisioni, di stragi. I fascisti collaboravano con l’invasore e si facevano suggeritori ed esecutori di rappresaglie. Forno, Pioppeti di Montemagno, Fivizzano, Mezzano sono solo alcune tappe del lungo percorso di sangue che ha attraversato queste bellissime terre e si è poi inoltrato nell’Appennino, fino a giungere a Marzabotto, a Monte Sole.

Sono tante, nella tragicità che le contrassegna, le similitudini tra Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, autentici calvari civili del Continente europeo. Le piccole chiese profanate e violate, con il massacro di quanti vi avevano cercato rifugio, resteranno un simbolo indelebile impresso nella coscienza di ogni uomo libero.

Ma non c’è alcuna ragione di guerra che possa anche soltanto attenuare la disumana crudeltà inflitta alle persone e ai loro corpi straziati, accatastati, e per oltraggio anche arsi nel fuoco.

Nulla potrà mai cancellare il ricordo di Anna Pardini, uccisa a soli 20 giorni tra le braccia della mamma. Nulla potrà eguagliare il dolore di Antonio Tucci che pensava di aver messo al sicuro a Sant’Anna la moglie e gli otto figli, per trovarli invece tra i morti della piazza.

Come la piccola Anna, come la famiglia Tucci, furono centinaia e centinaia i martiri di Stazzema.

In questi ricordi – qui a Sant’Anna di Stazzema – si trova una radice della Repubblica.

Bene fanno gli storici a continuare la ricerca tra i punti che restano ancora da unire in quella tremenda giornata. La consistenza effettiva dei partigiani nella zona, dopo le divisioni interne alla brigata e i ripetuti scontri con i tedeschi nei giorni precedenti. La presenza e le responsabilità di fascisti accanto ai reparti tedeschi che compirono il rastrellamento a Stazzema. L’incursione di sciacalli che provarono a strappare le poche cose di valore a chi era stato da poco ucciso. Oltraggio che si aggiunse all’oltraggio.

Qui, a Sant’Anna di Stazzema, si avverte il significato più profondo del nostro continuare a fare memoria.

Perché la memoria è un dovere. Rappresenta un valore di umanità. Costituisce patrimonio della comunità.

Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memoria.

Dare testimonianza fa parte del nostro dovere di solidarietà. Quelle centinaia di vite spezzate a Stazzema, quella sacralità umana negata e oltraggiata, chiedono di essere sempre onorate da quanti credono che i diritti inviolabili dell’uomo, i valori della pace e della democrazia, l’uguaglianza degli esseri umani, conferiscano alla vita dignità e livello morale.  

Per questo il primo ringraziamento va proprio alla comunità di Stazzema. E la Repubblica le rinnova la sua solidarietà.

Quella Medaglia d’oro di cinquant’anni fa è un segno di riconoscenza per quel che è stato fatto negli anni della ricostruzione e della libertà riconquistata, e per ciò che continuate a fare. Avete reclamato giustizia quando la coltre di dolore e di silenzi impediva di ricomporre per intero le stesse sequenze dell’eccidio. Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito.

Non è stato facile risalire lungo i sentieri della verità. I silenzi e le omissioni lasciano sempre delle ombre. Ma siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà, comprese le folli motivazioni che resero possibile tanto orrore. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia.

La nostra civiltà democratica non è sorta dal nulla. È nata perché chi ha conosciuto l’orrore ha promesso solennemente alle nuove generazioni che mai più quell’orrore si sarebbe ripetuto. Questa promessa è iscritta nella nostra Costituzione, dove i diritti sono legati ai doveri di solidarietà, dove l’uguaglianza non è soltanto un orizzonte ma un impegno incessante a rimuovere gli ostacoli, le discriminazioni, le ingiustizie.

Lo ha sottolineato, con parole efficaci, lo storico Pietro Scoppola: “Una guerra di dimensioni mondiali scaturita dalla volontà di potenza di una nazione che si giudicava superiore a tutte le altre”, mentre – diceva – con la nostra Costituzione “si ribalta nel principio opposto della limitazione della sovranità dello Stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra i popoli”. Quella pace che è evocata qui.

Eppure dobbiamo essere vigili. I mutamenti epocali in atto ci offrono opportunità straordinarie, in ogni campo, ma al tempo stesso provocano paure, disorientamenti, chiusure. Il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi.

Il processo di costruzione europea è stato la proiezione esterna, lo sviluppo coerente dei principi che hanno ispirato la Resistenza e unito il popolo italiano attorno alla sua Carta costituzionale. Nazismo e fascismo, scrisse Thomas Mann, hanno tentato “un furto di Europa”. E scriveva: “L’Europa era il contrario dell’angustia provinciale, dell’egoismo limitato, della rozzezza e incultura del nazionalismo: voleva dire libertà, larghezza, spirito e bontà”. Queste parole di Thomas Mann sono emblematiche, significative.

Noi, insieme agli altri Paesi europei, abbiamo compreso che non si dovevano ripetere gli errori successivi alla Grande Guerra, e che la risposta alla volontà di potenza, all’ideologia del dominio e dello sterminio, agli orrori della guerra doveva collocarsi all’altezza della civiltà d’Europa.

Ed è significativo che in questi luoghi, dove avete, appunto, avuto la forza di erigere un monumento alla memoria e il Parco dedicato alla Pace, si siano vissuti segni di riconciliazione, come la visita del Presidente tedesco Joachim Gauck, del Presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, che si sono inchinati davanti all’ossario delle vittime. Gesti che hanno mostrato, una volta di più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostri popoli.

Nei giorni dello sterminio di Stazzema, Elio Toaff era sfollato a Valdicastello, a pochi chilometri da qui, e si salvò fortunosamente da una rappresaglia nazista. Toaff era solito ripetere che “gli eventi storici acquistano una prospettiva solo a distanza di tempo”.

La prospettiva che è emersa dalla reazione alla ferocia di quell’estate del ’44 e dalla Liberazione è proprio quello dell’unità europea, l’Europa unione di minoranze, casa comune di libertà, uguaglianza e solidarietà, motore di democrazia e di cooperazione. Ripeterlo qui a Sant’Anna di Stazzema non è una liturgia ma un’affermazione impegnativa.

Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Perché, pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta, l’Unione europea rimane il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva.

Sono comparse, da recente, in questi mesi, scritte contro ebrei sui muri e persino su porte di abitazioni. Folli e fanatici assassini hanno colpito cittadini inermi in borghi e quartieri della nostra Europa. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro.

Con la Medaglia d’oro al valor militare assegnata al Comune, ricordiamo oggi le Medaglie d’oro al valor civile di Stazzema. Vittime ed eroi al tempo stesso: don Fiore Menguzzo, don Innocenzo Lazzeri, Genny Babilotti Marsili, Milena Bernabò, Cesira Pardini, la sorella di Anna, che a Coletti riuscì a nascondersi, a salvare un altro bambino e a portar via la sorellina neonata, che purtroppo non sopravvisse.

Sono persone che rappresentano un’intera comunità straziata.

In loro nome continuerà l’impegno per costruire una civiltà più libera e giusta, che rappresenta il nostro orizzonte di speranza e che nessuno potrà mai strappare dalle nostre coscienze di italiani liberi.

Tra un mese, il grande voto

A fine marzo saremo chiamati a esprimerci, col referendum consultivo, sulla diminuzione del numero dei parlamentari, già approvata in parlamento attraverso una legge di riforma costituzionale. Il parlamento che, anche per quanto riguarda se stesso, è autonomo e autocefalo, cioè decide per sé, ha, in effetti, già stabilito che il numero dei suoi membri deve essere ridotto: ora noi, per una volta, dobbiamo decidere di loro. Potremmo chiamarlo privilegio, finalmente, che , però, nelle democrazie è più semplicemente un diritto, parola alla quale noi italiani non siamo molto avvezzi.

Dopo tanto penare, quindi, a fine marzo potremo, quasi come la morte delle raffigurazioni medievali con la falce in mano, amputare il numero dei nostri onorevoli e corrispondere alla sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione. Con quali intenzioni è stata pensata e votata la legge costituzionale? Con intenzioni populiste? Con intenzioni di un risparmio che, alla fine, sarà irrisorio? Con un atteggiamento “di pancia” e ignorante il diritto, altrettanto fondamentale, della rappresentatività? Può darsi. Tutto questo, però, non inficia un provvedimento che, di fondo, a mio parere è giusto. Potrei argomentare questa affermazione con parole mie ma preferisco usare quelle di Nilde Jotti, madre costituente, in una sua intervista di inizio anni ’80: ” Il numero dei parlamentari, è ora che venga ridotto: fu deciso in un periodo in cui mancavano altri organi intermedi, come le regioni e le province. Ora non ha alcun senso”. Lei stessa ci ha chiarito il perché fu decisa una quota così alta di parlamentari ora sta a noi deciderne la sorte. L’importante è che si faccia con coscienza e ci si informi. Partendo dall’ascoltare chi , quei numeri, li aveva decisi.

Pensando a “La Peste” di Camus

La peste è un romanzo di Camus del 1947, dove il contagio è una metafora del Male

“Giunti alla fine della peste, con la miseria e le privazioni, tutti gli uomini avevano
finito col prendere il costume della parte che recitavano ormai da molto tempo, quello
d’emigranti il cui volto, prima, e gli abiti, adesso, esprimevano l’assenza e la patria
lontana. Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più
vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto
dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne
avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma
che, per tutti, era egualmente impossibile. La maggior parte avevano gridato con tutte
le loro forze verso l’assente, il calore d’un corpo, l’affetto o l’abitudine. Alcuni,
sovente senza saperlo, soffrivano di essersi messi fuori dall’amicizia degli uomini, di
non esser più capaci di raggiungerli coi mezzi ordinari dell’amicizia, che sono le
lettere, i treni e i bastimenti. Altri, più rari, come forse Tarrou, avevano desiderato di
unirsi a qualcosa che non potevano definire, ma che gli pareva il solo bene
desiderabile. E in difetto d’un altro nome, lo chiamavano talvolta la pace”.

Ho pensato a queste righe, in giornate in cui ci ritroviamo fragili e impauriti, bombardati da ogni genere di informazioni, perché è sempre salvifico pensare a quando tutto sarà finito e riavremo la pace: se sarà pace vera, tuttavia, quella che permette una nuova vita, dipenderà da quale umanità dimostreremo nei giorni del contagio.

La Sardegna, orfana di Faber

Ottant’anni fa nasceva Fabrizio De André, di cui è stato appena riproposto al cinema un suo concerto della celeberrima tournée con la Pfm. Per ricordarlo, riproponiamo una intervista concessa da Dori Ghezzi qualche anno fa: ed è impossibile non pensare quanto manchi alla Sardegna un cantore innamorato della cultura, dell’ anima, del paesaggio e della lingua sarda come Faber.

di Daniele Madau

Dori Ghezzi, innanzitutto grazie per la sua preziosa disponibilità.
Ricordo il convegno di studi all’Università di Cagliari su Fabrizio, in cui anche lei era presente; nell’introduzione del preside di Lettere, Giulio Paulis, si parlava del diverso approccio alla Sardegna tra voi e i primi “vip” della Costa Smeralda: voi vi eravate lasciati conquistare, non avete conquistato. Come prima domanda, generale, vorrei chiederle cosa vi ha conquistato della nostra terra, la Sardegna. Abbiamo conosciuto la Sardegna in momenti diversi, ancora prima che Fabrizio e io ci incontrassimo. Mi riferisco alla fine degli anni Sessanta: Fabrizio, conquistato, come tanti, dalla bellezza della costa sarda, aveva già casa a Portobello, scelta come rifugio di vacanza. Per quel che mi riguarda, la scintilla è scattata grazie alle persone che mi hanno permesso di conoscerla invitandomi a tenere dei concerti in alcune località fra cui, una delle prime, fu proprio Tempio Pausania.

Zirichiltaggia’, ‘Monti di Mola’ e l’uso del gallurese: ho l’impressione che Fabrizio andasse fino al fondo delle realtà che si trovava a vivere, come, in questo caso, toccando leggende e storie popolari. Può raccontare come sono nate?Sono storie ascoltate dagli abitanti? Zirichiltaggia si rifà alla storia vera di due fratelli, fra loro nemici, ma nostri amici, quindi in questo caso non si tratta di una storia popolare, sebbene alcune di queste possano nascere anche così. Monti di Mola credo che sia invece nata dalla fantasia di Fabrizio.

Anche lei, Dori, ha conosciuto e parlato il gallurese? Magari con Fabrizio? Lo capisco bene, ma non ho mai osato parlarlo, tranne – come quando si imparano le nuove lingue – qualche parolaccia.
Com’è il suo rapporto, Dori, con la Sardegna ora? Le capita di venire, magari all’Agnata? È una terra che mi manca sempre di più perché sempre meno – per i tanti impegni – riesco a raggiungerla.

Ricordiamo anche il concerto gratuito tenuto a Cagliari in occasione della festa di S.Efisio: un omaggio alle tradizioni sarde? Ne avete conosciuto alcune che vi hanno particolarmente colpito? La capacità del popolo sardo di conservare le tradizioni è straordinaria. Penso in particolare alle cantadas, che considero un antico esempio di forme espressive come l’Hip-Hop e il Rap. Dico questo riferendomi all’estemporaneità e alla facilità con cui i versi nascono rispettando la metrica, versi che possono essere poetici, romantici, ma anche di protesta.

L’album l’Indiano, le canzoni Disamistade, Le Nuvole, insieme alle altre già citate: la Sardegna, magari anche nel dolore che vi ha toccato e che tutti conosciamo, ispira poesia? Indubbiamente. A Fabrizio ne ha ispirata tanta, come ha poi espresso anche nei brani qui citati. Anch’io ne sono rimasta molto coinvolta ma senza tradurre le tante suggestioni in versi, né prima né dopo i 18 anni – per riprendere una ormai celebre dichiarazione di Fabrizio, che a sua volta si rifaceva a Benedetto Croce.

Se chiude gli occhi, posso chiederle qual è l’immagine più bella, legata a voi e alla Sardegna, che le viene in mente? La profondità e lo spazio, che non percepisci in nessun altro luogo e che nemmeno il 3D sarebbe in grado di esprimere così bene.

Da presidentessa di una fondazione così ricca di materiale, quali consigli darebbe per la promozione di una lingua e di una cultura come la nostra? È una domanda che mi sottopone a una inevitabile irresponsabile presunzione. Per promuovere e salvaguardare – e questo vale per tutti gli idiomi del mondo – devi amarli, rispettarli e – a mio avviso – riscoprire ciò che nei secoli si è perso.

In ultimo, può dire, se c’è, un termine in sardo che le sembra particolarmente bello o al quale è più legata? Mariposa.

Grazie, un caro abbraccio dalla Sardegna. A chent’annos.

La persona, la Sardegna, l’Europa: intervista a Marco Cappato

A margine della presentazione del suo ultimo libro al Teatro Massimo di Cagliari, abbiamo avuto un lungo colloquio con l’ex parlamentare italiano e europeo, storico esponente radicale, attivista e combattente per i diritti umani

di Daniele Madau

Vorrei partire dalla stretta attualità politica: qual è la sua posizione in riferimento al dibattito sulla prescrizione?

Di per sè il principio della ragionevole durata dei processi è sacrosanto; questo, però si dovrebbe ottenere attraverso l’abolizione di diversi reati, come a esempio alcuni legati alle droghe leggere, che dovrebbero essere legalizzati e, successivamente, amnistiati. I giudici avrebbero così il tempo per dedicarsi interamente ai restanti processi. Bisognerebbe, poi, rivedere l’idea dell’obbligatorietà dell’azione penale.I giudici dovrebbero poter scegliere quale azione obbligatoriamente perseguire, a seconda di vari criteri, aventi come termine di paragone e fine il cittadini.

In riferimento all’incontro al Teatro Massimo di Cagliari, per la presentazione del suo libro “Credere, disobbedire, combattere”, edito dalla Rizzoli, è stato molto partecipato, con la sala occupata in ogni posto. C’è qualcosa, però, che le sembra di non aver detto ai sardi e che vuole dire ora ? La Sardegna, le isole, il sud in generale, sono terre in cui , è inutile sottolinearlo, i diritti sono più difficili. La Sardegna è terra di sacrificio, è stata terra di miniere, terra dell’eccidio di Buggerru del 1906, che ha dato luogo al primo sciopero generale in Italia. Terra in cui si combatte ancora per l’inserimento del principio di insularità in Costituzione. Vuol presentare il suo modo di combattere, le sue regole per una lotta di popolo?

I miei modi di combattere sono conosciuti, e cioè la non violenza, la disobbedienza civile, la resistenza non violenta, spostiamoci allora sui contenuti. Durante l’incontro non ci siamo soffermati proprio sui temi autonomistici che, a mio parere, non devono essere utilitaristici e particolaristici. Non si deve, cioè, mirare a ottenere qualcosa di poca importanza grazie alla momentanea alleanza con questo e quel partito, restando legati al concetto ormai passato di nazionalismo; la tematica autonomistica deve, invece, trovare il suo ambito più adatto e le sue risposte in Europa, in cui la Sardegna deve ambire a essere soggetto e artefice delle sue rivendicazioni.

Appena letto il titolo del libro, con quel rovesciamento del motto fascista, ho pensato all’ I care di Don Milani contro il Me ne frego: possono esserci altri punti di contatto tra l’etica della cultura e dell’educazione di Don Milani e il suo impegno?

 Certo, e precisamente tutto ciò che ruota attorno all’individuo. Dobbiamo andare oltre la falsa opposizione tra la cultura liberale, tutta dedita a soddisfare l’esigenze dell’individuo, e la cultura cattolico-cristiana, attenta al solidarismo e al prossimo. Gli ultimi, gli emerginati, i carcerati, sono ciò che ci accomunano. L’attenzione all’individuo come mattone, base, più che la famiglia – perchè un individuo solo è anche più fragile -, della società.

L’eredità classica che la nostra civiltà ha acquisito, ci tramanda l’immagine di Antigone che muore per aver difeso i valori della persona contro le leggi della città e Socrate che muore volontariamente per non disobbedire alle leggi della città. Perché la disobbedienza ha una valore più alto? Il suo più grande successo – è di questi giorni la pubblicazione della sentenza della sua assoluzione in quanto “aveva recepito la volontà di morire” di Dj Fabo – non può essere proprio quello di aver dimostrato che le leggi erano dalla sua parte?

Certo; in realtà, quando disobbedisco, mi appello, infatti, a leggi più alte, quali possono essere quelle della Costituzione o dei Diritti dell’uomo e del cittadino. Se la consulta, in riferimento a Dj Fabo, si fosse espressa in un altro modo, ne avremmo di sicuro tenuto conto.

 La sua figura di combattente per i diritti- principalmente sul fine vita -ha toccato, commosso e diviso l’Italia, o almeno i più sensibili a queste tematiche. A cosa si ispira nella sua lotta? Chi sono i suoi maestri, a prescindere dal mondo radicale? Dove cerca la forza? Per me, che ammiro la sua determinazione, una fonte di forza sono di sicuro Dio e la fede, per lei?

 Mi viene in mente una frase di Terenzio, autore latino di commedie : «Homo sum, humani nihil a me alienum puto», che significa letteralmente: «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me ». Ciò che capita a chi sta accanto a me, mi riguarda. Non posso pensare di vivere la mia felicità se intorno a me c’è chi sta male. Questo è ciò che mi spinge. Anche le neuroscienze, grazie alla scoperta dei neuroni-specchio, dimostrano quanto siamo legati agli altri. Questo me lo hanno insegnato Pannella, Danilo Dolci, Aldo Capitini, Martin Luther King, Ghandi.

Quali sono, nel mondo, le figure che reputa oggi autorevoli in ambito morale? Inserirebbe Papa Francesco?

Ritengo importante le posizioni di papa Francesco verso le tematiche ambientali; infatti io ritengo autorevoli in ambito morale alcune persone forse non troppo conosciute, come i capi indios che difendono l’Amazzonia, tra i quali Homero Gomez, che difendeva le farfalle nel suo santuario, ucciso dai narcos. Anche Greta Thumberg, a parte il fatto che possa diventare una icona da strumentalizzare, con i suoi venerdì davanti alla scuola ha fatto qualcosa di incredibile per l’ambiente. In un altro ambito ho ammirato molto Eduard Snowden, per il suo disvelamento dell’uso che viene fatto dei nostri dati.

 Da anticlericale (come si è definito durante la presentazione del libro) quale merito, tuttavia, attribuisce alla Chiesa o al messaggio di Gesù, e quale colpa principale?

 Innanzittutto anticlericale solo in quanto antipotere ecclesiastico. Infatti, per me, la Chiesa ha fatto tanto per gli emrginati, storicamente, ma ha trovato un ostacolo in sè proprio nel momento in cui è diventata potere, a tutti i livelli, e ha voluto decidere sulla società

Pensiamo al futuro: quali i problemi più urgenti per l’Italia da inserire, con un termine ormai abusato, nella prossima agenda di governo? 

I problemi più urgenti riguardano una corretta informazione politica, che deve essere messa a disposizione dei cittadini,, la giustizia, nei termini sopra discussi, e la grande questione ambientale.

Un suo commento sulla Brexit , da assiduo dell’europarlamento

Io mi auguro un futuro prossimo in cui i cittadini britannici possano di nuovo avere parola per cambiare idea. Quando questo averrà, però, dovranno essere capitate due cose: innanzittutto non dovranno esserci strumentalizzazioni e manipolazioni da parte dell’informazione e della politica ma, soprattutto, anche grazie alla nuova commissione europea, l’Europa dovrà essere cambiata e aver risolto alcuni dei gravi problemi che la bloccano, per non dare nessun alibi agli antieuropeisti.

 Per un nuovo umanesimo, a cui si devono dedicare tutte le persone di buona volontà: una via che unisca l’eredità, e il presente, radicali e la Chiesa: quale può essere?

Pur con tutte le differenze che ci sono e con gli ambiti che ristano diversi – penso alle questioni genetiche e agli ambiti di ricerca, si deve ripartire insieme dall’individuo e dai diritti umani. Mi viene in mente la grande questione libica. Di sicuro potremmo essere uniti nella lotta per un’affermazione dei diritti umani in Libia – con conseguente chiusura di tutti i campi di detenzione – prerequisito fondamentale per una risoluzione definitiva della questione e per l’inizio di un periodo duraturo di pace. Insieme si può combattere per i diritti usando le armi, citate in precedenza, della non violenza le quali, oltre a essere migliori in sè, sono risultate, nella storia, le più efficaci.

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