Via dalla pazza classe. Educare per vivere: intervista con Eraldo Affinati

di Daniele Madau

Eraldo Affinati è uno dei più importanti e amati scrittori italiani -è stato finalista al Premio Strega e al Premio Campiello -, è critico letterario – ha curato edizioni critiche di Milo De Angelis e Mario Rigoni Stern- ma, soprattutto, credo di poter dire, è un insegnante, un insegnante speciale: ha, infatti, fondato la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati, di cui ci parlerà lui stesso. Con Eraldo, come si fa semplicemente chiamare e si firma, ho potuto discutere di scuola e di questo momento così difficile, aggiungendo, così, una voce autorevole alla riflessione avviata col precedente articolo.

Come state portando avanti, tu e tua moglie, la scuola Penny Wirton, in questo momento?

Le lezioni della Penny Wirton a Roma, Milano, Senigallia e tante altre sedi sparse per l’Italia (prima dell’interruzione erano 47), in questo momento di emergenza avvengono mediante video-chiamate al cellulare.Nel nostro sito, www.iquadernidellapennywirton.it, raccontiamo l’esperienza dei volontari. Raggiungiamo i ragazzi immigrati nei centri di pronta accoglienza. Facciamo resoconti giornalieri. E’ una cosa nuova che potrebbe aprire orizzonti inaspettati. Sempre nella speranza di tornare a riabbracciarci quando sarà possibile.

Come pensi dovrebbero comportarsi la scuola pubblica e i docenti?

La prima azione da realizzare dovrebbe essere quella di garantire a tutti l’accesso alle tecnologie digitali necessarie per fare didattica on line. In molte parti del Paese purtroppo ciò non sta avvenendo. E’ tuttavia innegabile che la grande maggioranza dei docenti sta affrontando questa sfida con forza e coraggio, insomma ci sta mettendo la testa e il cuore.

Come, invece, i ragazzi?

I ragazzi stanno subendo il danno maggiore perché non possono elaborare come dovrebbero il trauma delle mancate relazioni sociali. Ma hanno la capacità di ripartire. Molti di loro sapranno ricavare nella ferita di oggi le energie da usare domani.

Nel momento della rinascita e del nuovo anno scolastico, come dovrà essere cambiata la scuola?

La pandemia ci aiuta a scoprire gli ingranaggi, mostrando una comune fragilità. Professori e studenti possono paradossalmente trovare adesso, nella condizione straordinaria che sono costretti a vivere, un’autenticità di rapporto superiore a quella del passato ordinario. Quando tutto tornerà come prima, dovremo ricordare ciò che oggi ci manca. Questo non potrà che migliorare la qualità scolastica.

Quale libro consiglieresti – e che io assegnerò, a questo punto, su tuo…suggerimento – ai ragazzi per questi giorni?

Visto che ci avviciniamo al 25 aprile, direi Una questione privata di Beppe Fenoglio. Però, Daniele, dovrai essere bravo a presentare ai tuoi studenti questo romanzo spiegando loro che si tratta di un capolavoro d’amore, d’amicizia e d’avventura. Dovrai “contagiarli” di passione partecipativa. Senza obbligarli alla lettura. Se ne trovassi soltanto uno che restasse colpito dalla prosa fenogliana, potresti essere soddisfatto.

Pensi che la figura del docente uscirà rafforzata, agli occhi della società, dopo questo momento? Credi abbia bisogno di essere rafforzata e di avere una nuova credibilità? 

Penso che le famiglie, magari non tutte, ma alcune sì, si stanno rendendo conto in questi giorni, scrutando i loro figli seduti sul computer, di cosa significa insegnare. Spero che questo possa servire in futuro. Perché se il professore non ha il sostegno sociale, rischia di fallire.

Un tuo libro che mi sta particolarmente a cuore è “Peregrin d’amore”, nel quale racconti l’Italia letteraria: che Italia vedi, e hai visto, in questi tempi così difficili? Come la racconteresti?

E’ una bella Italia quella che, in prevalenza, vedo crescere adesso: come se la malattia  ci stesse fortificando. Si sta formando un sentimento corale al quale i partiti non hanno ancora avuto accesso, un patriottismo che viene dal basso, figlio dell’emozione nata dai morti, finora privo di strumentalizzazioni. Ma temo che presto qualcuno potrà calpestarlo. E invece dovremmo conservarlo come un moto interiore prezioso. Oggi siamo tutti assetati di relazioni umane. Cosa c’è di più bello?

Ci puoi parlare del tuo ultimo libro, del 2019, “Via dalla pazza classe” e della tua attività alla Penny Wirton? 

Via dalla pazza classe. Educare per vivere è un libro autobiografico e collettivo: la storia delle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, ma anche un piccolo autoritratto: Eraldo da bambino, al tempo in cui non gli piaceva andare a scuola. Forse per questo adesso quando vedo quelli che sono com’ero io allora, mi viene voglia di aiutarli.

La scuola e la cura della società

di Daniele Madau

Anche la mia generazione sta vivendo, dunque, la sua guerra; in realtà, ne ha già passata una, di cui porta ancora lo stigma nella vita di ognuno: quella di essere stata la prima, dopo tanto tempo, ad avere condizioni di vita peggiori dei propri genitori. La mia – quarantenni- è stata la generazione che ha visto i baroni spadroneggiare spavaldi e impuniti nelle università, ha visto l’ascensore sociale bloccarsi, i diritti perdersi come polvere nel vento, lo stato sociale affievolirsi in maniera quasi ineluttabile. Tutto questo, ancora prima della crisi del 2009, che ha estremizzato quanto di malato esisteva già. E ancora, i presìdi culturali e sociali sparire lasciando nella civitas un deserto a cui, in molti tra noi, hanno risposto con l’individualismo, con la fuga all’estero o col rifugio nella famiglia d’origine a oltranza. Fatto questo, però, siamo stai chiamati bamboccioni o cervelli in fuga, sempre e comunque etichettati. In questa temperie, ho trovato il desiderio e la forza di intraprendere il percorso, lungo e, non esagero, molto difficile, per diventare insegnante e, come tale, ora affronto questi giorni così nuovi, complessi, terribili.

Eccola, allora, per noi quarantenni la nostra guerra, quella che con fierezza e responsabilità dobbiamo vivere per poterla raccontare ai figli e ai nipoti: il timore del virus e l’isolamento, la distanza forzata e le restrizioni, mentre i medici, gli infermieri, la protezione civile- i nostri paladini- la combattono in prima linea, questa guerra.

Come tutti, ho pensato molto a loro in questi giorni: li ho immaginati nel loro essere in bilico tra il desiderio di essere presenti, dando compimento alla loro vocazione e alla loro professionalità, e l’umana paura del contagio.

Ho paragonato la loro misura alla mia misura, il loro vivere la professione e professionalità, in queste settimane di vita col contagio, con il mio vivere l’essere insegnante.

E sono giunto all’unica conclusione possibile e, cioè, che non possono essere paragonabili nella loro rilevanza davanti al virus.

Loro hanno, giustamente, il posto preminente, in cui rischiano – e hanno addirittura perso – la vita; a loro devono continuare ad arrivare i nostri applausi, le nostre trepidazioni, i nostri ringraziamenti, le nostre preghiere, la nostra partecipazione, le nostre attenzioni.

Insieme agli italiani ho dedicato loro tutto questo, quotidianamente. Giorno dopo giorno, poi, è sorta anche un’ulteriore riflessione nella quale ho usato la figura del medico e dell’infermiere per focalizzare meglio la figura dell’insegnante e del suo apparire agli occhi dell’opinione pubblica.

Sino a qualche decennio fa le due figure, medico e insegnante, godevano di un prestigio simile, autorevole, oserei dire insindacabile. Questa corrispondenza è venuta meno quando, prima di correggersi negli ultimi tempi, il sistema di accesso alla figura professionale dell’insegnante è diventata particolarmente accessibile – anche come, fatto verificato personalmente, ripiego -laddove il percorso per diventare medico ha mantenuto le sue caratteristiche in lunghezza e complessità.

Aggiungerei a questo il fatto che il corpo medico è riuscito a far pesare maggiormente la sua rilevanza nelle rivendicazioni, anche a livello salariale, mentre il corpo docente, pur dotato di un apparato sindacale consolidato e presente, ha spesso rinunciato alle proprie, anche legittime, aspirazioni sull’altare delle diciotto ore settimanali.

In ultimo, come non pensare a quanto i percorsi di studi, l’amore per la cultura, la legittima aspirazione a crearsi una posizione corrispondente ai propri desideri tramite l’impegno e l’applicazione, le regole, siano stati frustrati da un sistema che ha calpestato chi elargiva e promuoveva tutto questo, la scuola?

Eppure, e così inizio la pars construens dopo quella destruens, l’emergenza educativa in questo momento è, evidentemente, grave, dato l’offuscarsi delle figure d’autorità e delle realtà educanti nella società.

Eppure la scuola corre sempre di bocca in bocca a ministri, giornalisti, intellettuali, soprattutto nei giorni di questa emergenza, in cui si è scoperta la didattica a distanza.

In questo periodo di lontananza fisica dai nostri studenti, noi docenti dobbiamo riflettere, e, se non possiamo essere a fianco ai malati e non contiamo morti tra le nostre fila come purtroppo capita a medici e infermieri, dobbiamo, però, riconoscerci lo spirito di totale dedizione al lavoro, che si è concretizzato in una adesione entusiastica a ogni modalità ci consentisse di portarlo avanti.

Anche noi, ora, stiamo avendo -più che mai – a cuore la cura dei ragazzi, il loro benessere, il loro diritto all’istruzione: e questo, se non può competere con la cura fisica del virus, la completa, però, contribuendo alla tenuta sociale e inalando il respiro fresco della cultura, vitale soprattutto per le future generazioni.

Tutto questo ci è riconosciuto, ora – perché abbiamo bisogno di riconoscenza – ma, soprattutto, dovrà alimentare il nostro sentimento di rivendicazione, positiva e legittima, che dovrà esserci dopo. Quando, passata l’emergenza che tutto confonde e travolge, le nuove tecnologie dovranno diventare patrimonio scontato e comune: un diritto. Gli stipendi dovranno andare oltre il livello di sopravvivenza e risicata dignità, gli edifici scolastici sopra quello di risicata agibilità, se non in deroga.

Lo stato ci pensi oggi, anche se le priorità sono altre, ma con la scuola, lo sappiamo, non si guarda all’immediato ma si costruisce e si sogna il futuro.

Da 29 anni non dimentichiamo il Moby Prince

di Luchino Chessa

Il prossimo 10 aprile cadrà l’anniversario della strage del Moby
Prince, accaduta 29 anni fa. A differenza degli altri anni, i
familiari delle vittime, gli amministratori dei Comuni, delle Province
e delle Regioni che hanno avuto il loro tributo di sangue in quella
maledetta notte del 10 aprile 1991, rappresentanti di altre
associazioni di stragi, cittadini comuni che hanno sempre dato il loro
sostengo con la presenza, non potranno essere vicini e commemorare i
nostri cari. La grande emergenza legata alla pandemia del Sar-Cov-2,
con la drammaticità dei malati e dei morti che si sta portando dietro,
ha comportato ovviamente l’annullamento di ogni cerimonia pubblica.
In un momento così difficile e denso di preoccupazioni per il futuro,
il sostegno ed il conforto delle Istituzioni sono per i cittadini
essenziali e noi, familiari delle vittime della strage del Moby
Prince, ne siamo ben consapevoli.
Pensiamo ai nostri cari morti dopo atroci sofferenze, ma in questo
momento dobbiamo pensare ai tanti morti che si stanno aggiungendo ogni
giorno a causa della pandemia e ci stringiamo nel dolore dei loro
familiari. Pensiamo a tutti gli operatori sanitari in prima linea
morti sul lavoro come i membri dell’equipaggio del Moby Prince.
Dopo un lungo periodo di solitudine e sconforto, negli ultimi anni
abbiamo scoperto la solidarietà e l’attenzione delle Istituzioni che
hanno contribuito a darci la forza per continuare nella difficile ed
estenuante ricerca della verità su quanto accaduto quella tragica notte.
Quest’anno, per la prima volta, ciascuno di noi affronterà da solo il
peso ed il dolore della memoria e non potrà neppure condividere
interrogativi e speranze sull’esito del lavoro che, finalmente, la
Magistratura ha riavviato a seguito del deposito dell’importante
Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta istituita nella
precedente Legislatura, le cui conclusioni hanno messo fortemente in
discussione, per non dire smentito, l’esito dei processi penali.
E’ per questo motivo che ci rivolgiamo alle più alte Cariche dello
Stato affinché Siate interpreti della nostra richiesta di non
dimenticare le persone che hanno perso la vita a bordo del traghetto
Moby Prince la sera del 10 aprile 1991 e della volontà dei familiari e
delle Istituzioni di perseguire nella ricerca della verità, e ciò,
attraverso un Vostro diretto intervento sugli organi di informazione.
5 Aprile 2020

Luchino Chessa, Presidente Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime
Moby Prince Onlus
Angelo Chessa, Presidente Onorario Associazione 10 Aprile-Familiari
Vittime Moby Prince Onlus
Loris Rispoli, Presidente Comitato 140 Familiari Vittime Moby Prince

L’importanza della riflessione- Luigi Pirandello, L’umorismo

Ebbene (…) da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

David Grossman: “Dopo la peste torneremo a essere umani”

È più grande di noi, l’epidemia, e in un certo senso non riusciamo a concepirla. È più forte di qualsiasi nemico in carne e ossa che abbiamo mai affrontato, di qualsiasi supereroe che abbiamo mai immaginato o visto nei film. Talvolta un pensiero agghiacciante si insinua in cuore: questa, forse, è una guerra che perderemo. Dalla quale usciremo sconfitti a livello mondiale. Come ai tempi dell’influenza “spagnola”. Subito però respingiamo una tale eventualità. Perché mai dovremmo uscirne sconfitti? Siamo nel XXI secolo! Siamo sofisticati, computerizzati, equipaggiati con uno stuolo di armi, vaccinati, protetti dagli antibiotici…

Eppure qualcosa ci dice che stavolta le regole del gioco sono diverse al punto che, al momento, di regole non ce ne sono proprio. A ogni ora contiamo con orrore i malati e i morti in ogni angolo del globo mentre il nemico che abbiamo di fronte non mostra segni di stanchezza o di cedimento nel mietere vittime. Nell’usare i nostri corpi per riprodursi.

C’è un che di minaccioso nella mancanza di volto di questa epidemia, nella sua aggressiva invisibilità. Sembra voler aspirare in sé tutto il nostro essere, che all’improvviso ci appare fragile e indifeso. Anche l’infinità di parole spesa negli ultimi mesi non è riuscita a rendere questo contagio un po’ più comprensibile e prevedibile.

«Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo», scrive Albert Camus nel suo libro La peste, «pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare… pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro…?».

Lo sappiamo: una certa percentuale della popolazione sarà infettata dal virus. Una certa percentuale morirà. Negli Stati Uniti si parla di oltre un milione di probabili decessi. La morte è tangibile. Chi può, rimuove questo pensiero. Ma chi possiede una fervida immaginazione — come l’autore di queste righe, per esempio. E quindi le sue parole vanno prese con un pizzico di scetticismo — è vittima di visioni e scenari che si moltiplicano a una velocità non inferiore a quella della diffusione del virus. Quasi ogni persona che incontro proietta su di me le diverse possibilità del suo futuro nella roulette dell’epidemia. E della mia vita senza di lui, o lei. E della sua senza di me. Ogni incontro, ogni conversazione, potrebbe essere l’ultima.

Il cerchio si stringe: sulle prime hanno proclamato «cancelliamo i voli». Poi hanno chiuso i bar, i teatri, gli impianti sportivi, i musei, gli asili, le scuole, le università. L’umanità spegne i suoi lampioni, uno dopo l’altro.

Improvvisamente nelle nostre vite è in atto un dramma di proporzioni bibliche. «E il Signore mandò una mortalità nel popolo» (Esodo, 32, 35). E la mandò in tutto il mondo. Ognuno di noi è parte di questo dramma. Nessuno ne è esente. Nessuno è meno coinvolto degli altri. Da un lato, a causa della natura dell’ecatombe, i morti che non conosciamo non sono che un numero, persone anonime, senza volto. Dall’altro, osservando i nostri cari, avvertiamo quanto ogni essere umano racchiuda in sé un’intera, insostituibile civiltà. L’unicità di ciascuno irrompe con un grido improvviso e, come l’amore ci porta a scegliere un’unica persona fra le tante che transitano nella nostra vita, così fa la coscienza della morte.

E sia benedetto l’umorismo, il miglior modo di affrontare tutto questo. Quando riusciamo a ridere del Covid-19 proclamiamo, di fatto, che non siamo completamente paralizzati. Che abbiamo ancora libertà di movimento. Che continuiamo a combattere e non siamo vittime indifese (in realtà lo siamo, ma abbiamo trovato un modo di aggirare questa orribile consapevolezza, e persino di riderne).

Per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente potrà finalmente uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.

La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il tempo — e non il denaro — è la risorsa più preziosa. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno — per poco, probabilmente, ma ci faranno un pensierino — perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.

Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci. Ci sarà forse anche chi, per la prima volta, si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare e a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo.

Il ricorso all’immaginazione nell’attuale baratro di disperazione e di paura ha una forza tutta sua. Ci permette di vedere non solo scenari catastrofici ma di mantenere una certa libertà mentale. In tempi facili alla paralisi è una specie di ancora che, dal baratro della disperazione in cui ci troviamo, lanciamo verso il futuro, trascinandoci poi verso di essa. La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e di ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza.

Potrebbero scoprirsi, per esempio, gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci (perché diavolo abbiamo accumulato così tanta roba? Perché abbiamo seppellito la nostra vita sotto montagne di oggetti che non vogliamo?).

Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. Facciamo parte del medesimo tessuto umano, labile al contagio come stiamo scoprendo, e il bene di ciascuno di noi è, alla fin fine, quello di tutti. Il bene del globo su cui viviamo è anche il nostro, ed è determinante per il nostro benessere, la purezza del nostro respiro, il futuro dei nostri figli.

E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia. Nel darci la sensazione che gente dagli interessi fin troppo palesi ci manipoli, facendoci il lavaggio del cervello e derubandoci del nostro denaro. Non parlo dei mezzi di comunicazione di massa seri, coraggiosi, incisivi, inquisitori, ma di quelli che da tempo hanno trasformato le masse in gregge, e talvolta in teppaglia.

Questi scenari si avvereranno? Chi lo sa. Semmai dovessero, temo che si dileguerebbero rapidamente e le cose tornerebbero a essere come prima. Prima dell’epidemia. Prima del diluvio. È difficilissimo indovinare cosa succederà fino a quel momento. Ma faremmo meglio a continuare a farci domande, come se questo fosse una medicina, fino a che non troveremo un vaccino efficace contro il flagello.

Da “La Repubblica” del 20/03/2020Traduzione di Alessandra Shomroni
L’ultimo libro di David Grossman è 
La vita gioca con me, pubblicato da Mondadori

“Come colti da peste antica”-Luciano Morandini

Come colti da peste antica
Cadono uomini per le strade
Nei campi figure bocconi
In povere piazze assolate
Nelle città popolose
E’ il prezzo pagato a una storia
Di morbi a lungo ignorati
Paralizzata in muta angoscia
E’ ora la scienza tardiva
Davanti al mostro che ròtea occhi
Colmi di febbre bruciante

(da Fabula notturna, 1996)

La saggezza, secondo Michel Onfray

«Saper morire significa saper vivere», scrive Michel Onfray (nella foto) , che nel nuovo libro Saggezza si rifà agli antichi Romani

Il «Parmenide»? Inutile. La «Metafisica» di Aristotele? Inutile. Le «Enneadi» di Plotino? Inutili. Michel Onfray chiude la sua trilogia — dopo «Cosmo» e «Decadenza» — con un testo che smonta la filosofia greca (i professionisti della filosofia) a favore di quella romana (i professionisti della vita)

Nel 79 dopo Cristo il comandante della flotta romana Plinio il Vecchio si trovava a Capo Miseno quando il Vesuvio cominciò a eruttare. Plinio si avvicinò per capire che cosa stesse succedendo e, quando intuì le dimensioni della catastrofe che avrebbe inghiottito Pompei, non si lasciò prendere dal panico. Anzi, cercò di dare l’esempio: fece un bagno caldo, consumò con calma la cena, si rese presentabile agli amici. «Saper morire significa saper vivere», scrive Michel Onfray, che nel nuovo libro Saggezza si rifà agli antichi Romani — in polemica con i Greci — per indicare come vivere «ai piedi di un vulcano».

Caro Michel Onfray, nella sua carriera lei ha già dato prova di coraggio intellettuale. Dopo essersela presa, tra gli altri, con Freud, Sartre e il cristianesimo, nell’ultima opera loda i Romani e si sceglie un altro bersaglio di alto livello: la filosofia greca. C’è in lei il bisogno, o il piacere, di smontare i miti? Perché?

«Mi sono scoperto, in effetti, un tropismo per la demistificazione. Non mi sono pensato così dall’inizio, ma è così che ho cominciato …  Quel che, con Il ventre dei filosofi (titolo dell’editore, il mio era Diogene cannibale), poteva passare per un libro divertente sui rapporti tra la cucina e i filosofi: era in effetti un invito a voltare la pagina filosofica idealista in base alla quale le idee piovono dal cielo, mentre con quel libro affermavo, da seguace di Nietzsche quale già ero, che le idee si sprigionano e salgono dal basso, da un corpo materiale animato da uno slancio vitale. Molto presto — tra i dieci e i quindici anni — ho intuito in modo confuso che il cattolicesimo era una finzione costruita in modo sottile. Mi sono allora riproposto di indagare il suo essere fittizio. Da allora ho sempre mantenuto questa direzione».

In che cosa la filosofia greca, a differenza della romana, la delude?

«È una filosofia da filosofi o da professori di filosofia: una filosofia che si può insegnare dall’alto della cattedra senza mai viverla, senza che produca mai alcun effetto nella propria vita. Ma a che serve una filosofia che non possa mai essere vissuta? Come imparare a nuotare sui libri e su uno sgabello senza mai tuffarsi in acqua. Il Parmenide di Platone, la Metafisica di Aristotele o le Enneadi di Plotino sono libri che servono per passare gli esami e ottenere diplomi di filosofia: ma come vivere secondo Parmenide? O sulla base della Metafisica di Aristotele?».

Qual è invece per lei il grande merito di Roma da un punto di vista filosofico?

«Il genio romano consiste nell’avere scartato la filosofia destinata ai filosofi professionisti che brillavano per i loro sofismi o le retoriche formali. Tutte cose che avevano il potere di innervosire all’estremo i Romani, che ci vedevano, a ragione, una palestra di errore e mistificazione. Del resto quando i primi filosofi greci hanno fatto il viaggio a Roma, i Romani li hanno invitati a ritornare in fretta a casa… I Romani non volevano una filosofia per filosofi, ma per tutti. Non volevano formare sofisti o retori, abbindolatori pericolosi, ma cittadini. Per farlo respingevano ogni teoria pura a vantaggio di racconti edificanti, di storie raccontate affinché servissero da esempio pratico, da linea di azione. L’aratro di Cincinnato, la lotta dei Gracchi, il suicidio di Seneca, le palpebre cucite di Regolo servivano a raccontare cose essenziali: il gusto del bene pubblico, la determinazione serena di fronte alla morte, il coraggio davanti al nemico, e tante altre storie destinate a costruire uomini in grado di affrontare la vita in piedi. Analizzo una trentina di queste storie in questo libro».

«Saggezza» si apre con la reazione controllata di Plinio il Vecchio all’eruzione del Vesuvio. Il massimo del «cool», potremmo dire oggi. Lo stile qui è talmente importante da diventare sostanza?

«Non le sarà sfuggito che questo racconto in compagnia di Plinio il Vecchio è un’allegoria: il vulcano che minaccia di ricoprire ogni cosa di fuoco e ceneri è la nostra civiltà giudaico-cristiana che va verso l’esplosione … Ho parlato nel dettaglio di questo sfaldamento nelle seicento pagine di Decadenza e questo libro, Saggezza, vi fa seguito al fine di rispondere alla domanda: se il vulcano sta per annientarci, come vivere nel frattempo?».

All’opposto del nobile sangue freddo di Plinio, Sant’Agostino fa la figura di un insopportabile piagnone. Qual è la sua colpa? Forse riassume in sé l’atteggiamento cristiano verso l’esistenza, che lei critica?

«Agostino si trova a cavallo tra un mondo che sta crollando, il paganesimo, e il mondo che sta per rimpiazzarlo, il cristianesimo. Lui stesso ha vissuto nella carne il nichilismo di una vita pagana — le donne, il vino, le serate, la depressione — e la redenzione nella vita cristiana dopo la conversione a Milano. L’agostinismo ha fornito il corpo dottrinale del cristianesimo degli inizi. Ma, in effetti, la lettura delle Confessioni lo mostra piangere di continuo. Siamo lontani dal modello romano della padronanza di sé. Quest’arte di piangere per un nonnulla segna la nostra epoca, nella quale i piagnucolosi trionfano».

Abbiamo imparato a considerare il gladiatore come una delle prove del carattere primitivo di Roma, e l’avvento del cristianesimo come un progresso sul cammino della civiltà. Lei invece riabilita la figura del gladiatore.

«È perché avete imparato quel che il cristianesimo ha detto del gladiatore e non quel che il gladiatore era davvero! Ma non si preoccupi, è così per quasi tutti… I cristiani hanno voluto presentare la Roma pagana come una Roma barbara. A questo scopo hanno fatto della gladiatura una istituzione inumana emblematica, basti guardare le critiche di Tertulliano per esempio. Ma invece, dal suo inizio religioso alla fine, passando per i momenti di gloria, quelli dell’Impero, la gladiatura è una scuola di saggezza che fa spettacolo delle virtù nelle quali crede: il coraggio, il valore, la bravura, l ’eleganza. Sa per esempio che tutti i combattimenti erano arbitrati? Ma ha mai visto un arbitro nell’arena guardando un film peplum al cinema o alla televisione? Sono i padri della Chiesa e i peplum che hanno dato dei gladiatori questa immagine sbagliata».

Qual è il pensatore romano che considera più utile oggi?

«Difficile scegliere, ma opterei per Seneca, anche se è ingiusto per Cicerone… Le Lettere a Lucilio sono in effetti un apice di saggezza che mescola epicureismo romano e stoicismo imperiale. Vi si apprende a vivere, amare d’amore e amicizia, e come usare il denaro, i beni, il potere, gli onori; come invecchiare, soffrire, morire, e questo in relazione con l’ordine del mondo, il che permette di puntare al sublime nella vita quotidiana».

«Saggezza» arriva dopo «Cosmo» e «Decadenza» e conclude così la trilogia. Ma la sua enciclopedia del mondo non finisce qui. Quali saranno le prossime tappe?

«È vero, mi faccio sommergere dal mio argomento… Ci sarà in effetti una seconda trilogia. Anima riaffermerà che esiste una natura umana e che il nichilismo della nostra epoca si fonda sulla negazione di essa. Seguirà poi Nichilismo che si interrogherà sulla fine dell’uomo e l’avvento del post-umano. Per finire, Estetica affronterà la questione dell’arte, seguendo le linee di forza delle metamorfosi di uno stesso istinto vitale che si dispiega dall’inizio dell’umanità».

La lettura, 3 novembre 2019

Discorso alla nazione di Mattarella: “Grazie ai cittadini per i sacrifici”

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un video messaggio alla nazione. L’argomento non poteva che essere il Coronavirus: “Il governo – cui la Costituzione affida il compito e gli strumenti per decidere – ha stabilito ieri una serie di indicazioni di comportamento quotidiano, suggerite da scienziati ed esperti di valore. Sono semplici ma importanti per evitare il rischio di allargare la diffusione del contagio. Desidero invitare tutti a osservare attentamente queste indicazioni: anche se possono modificare temporaneamente qualche nostra abitudine di vita“.

Il Capo dello Stato ha quindi proseguito: “Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento“.

Lo stanno facendo con grande serietà i nostri concittadini delle zone cosiddette rosse. Li ringrazio per il modo con cui stanno affrontando i sacrifici cui sono sottoposti. Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime. Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione“.

Mattarella aggiunge: “Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento“.

Quindi ancora: “L’Italia sta attraversando un momento particolarmente impegnativo. Lo sta affrontando doverosamente con piena trasparenza e completezza di informazione nei confronti della pubblica opinione. L’insidia di un nuovo virus che sta colpendo via via tanti paesi del mondo provoca preoccupazione. Questo è comprensibile e richiede a tutti senso di responsabilità, ma dobbiamo assolutamente evitare stati di ansia immotivati e spesso controproducenti“.

Infine il presidente della Repubblica: “Siamo un grande Paese moderno, abbiamo un eccellente sistema sanitario nazionale che sta operando con efficacia e con la generosa abnegazione del suo personale, a tutti i livelli professionali. Supereremo la condizione di questi giorni. Anche attraverso la necessaria adozione di misure straordinarie per sostenere l’opera dei sanitari impegnati costantemente da giorni e giorni: misure per l’immissione di nuovo personale da affiancare loro e per assicurare l’effettiva disponibilità di attrezzature e di materiali, verificandola in tutte le sedi ospedaliere

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