‘Il paradiso per me: tutti insieme, bengalesi, egiziani, tunisini,albanesi, donne e uomini, adulti e bambini’. Incontro con Eraldo Affinati, in occasione delle ultime sue pubblicazioni

di Daniele Madau

Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e critico letterario, è nato nel 1956 a Roma dove vive e lavora. Insieme alla moglie, Anna Luce Lenzi, ha fondato la “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati. Finalista al premio Strega e autore impegnato, ha studiato a fondo Mario Rigoni Stern e Milo De Angelis. Ha fatto conoscere al pubblico un autore dimenticato come Silvio D’Arzo. Il 22 settembre sono stati pubblicati per la Mondadori, ‘I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo’, con Marco Gatto e, per la Einaudi, ‘Gec dell’avventura’, in cui ha la possibilità di ‘chiudere un cerchio’: scrivere, al posto dell’autore che ha tanto studiato, il finale di un suo romanzo incompiuto.

Eraldo, grazie, come sempre, della tua disponibilità. Il 22 settembre sono stati pubblicati due volumi che ti vedono, questa volta, come coautore. Il primo è  I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo, con Marco Gatto, insegnante con cui condividi l’esperienza della Penny Wirton. Il secondo è Gec dell’avventura, a cura di Alberto Sebastaini,  in cui hai avuto la possibilità di scrivere il finale della narrazione incompiuta di Silvio D’Arzo.  Come sempre, riesci a unire prolificità e profondità. Partirei, dunque, dal primo titolo che si trasforma in un’accorata riflessione sulle ultime possibilità di resistenza civile, in un mondo che sembra dominato da odio e nazionalismi e che relega in una posizione subordinata e afona gli intellettuali, direi, ‘militanti’.  Tu dici che questa resistenza è praticabile soprattutto a scuola, luogo che è la tua e la mia vita: è una lettura corretta? Puoi spiegarci perché la scuola? 

Credo che la scuola rappresenti oggi un presidio etico fondamentale: certo, si tratta di una postazione in larga parte compromessa dalla crisi delle principali agenzie educative, tuttavia sarebbe difficile negarle la centralità dovuta: lo stiamo vedendo in questa terribile pandemia. E’ come se il cuore nevralgico del Paese pulsi nell’aula scolastica dove adulti e giovani si incontrano fuori dagli ambienti familiari. A scuola si consegna il testimone della tradizione, si formano i futuri cittadini, si elabora un’idea del passato e del futuro. In particolare è a scuola che si svolge il lavoro umano di confronto fra persone, indispensabile per favorire la crescita delle generazioni venture. Ecco perché il razzismo rappresenta sempre una sconfitta di tutti: significa che noi adulti non siamo riusciti a promuovere il rispetto del nostro prossimo.

“I meccanismi dell’odio”, è anche un viaggio intellettuale attraverso grandi pensatori, da don Lorenzo Milani a Philip Roth, da Toni Morrison a Pierre Bourdieu: puoi regalarci qualcuno dei loro insegnamenti, lasciando i restanti al piacere della scoperta dei lettori?

Con Marco Gatto, amico e sodale, fra i soci fondatori della Penny Wirton, ci siamo rivolti ai maestri ideali da cui ricavare alimento. Ogni nostro ragionamento lo abbiamo passato al vaglio dei pensatori sui quali ci siamo formati. Nel mio caso Don Milani assume un ruolo decisivo: reso ancora più attuale dalle disuguaglienze odierne. Molte delle riflessioni del priore di Barbiana (importanza cruciale del linguaggio, necessità di una riformulazione degli spazi e dei modi del fare scuola, rilancio di un cristianesimo militante che assume il peso dell’altro) potrebbero esserci utili ancora oggi, in ottica planetaria.

Siamo ancora nel mezzo della pandemia. Il papa, nella recentissima enciclica ‘Fratelli tutti’, che so hai letto, l’ha definita ‘gemito del mondo’: anche nel saggio occupa una parte importante, come ne avete trattato?

La frase compresa nella quarta di copertina dei ‘Meccanismi dell’odio’ sembra anticipare l’ultima enciclica di Papa Francesco: ‘Il razzismo avvelena i pozzi e inaridisce le fonti perché impedisce di riconoscere la fratellanza. E invece noi siamo legati da una radice comune: tocchi la nervatura e fai vibrare tutta la pianta’. In ‘Fratelli tutti’ il Papa riassume quasi per intero i temi del suo pontificato. I due incontri che fanno da sfondo all’enciclica (quello medievale del poverello di Assisi con il sultano Malik in Egitto e quello dello stesso Bergoglio con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dabi) spiegano in quale direzione: superamento della cultura dei muri, integrazione creativa dei migranti, superamento dell’aggressività sociale favorita anche dall’uso sbagliato dei social, negazione dei gruppi chiusi, sono soltanto alcuni degli spunti da cui dovremmo ripartire.

Credo che la tua figura di scrittore sia unica nel panorama letterario italiano: alla parte teorica e di riflessione, caratterizzata anche dalla tua fede, unisci quella di ‘militanza’, nella scuola per stranieri ‘Penny Wirton’ e nei tuoi ‘pellegrinaggi’ come ad Auschwitz. Ti ritieni ‘militante’, magari erede di coloro che reputiamo ‘militanti’ per eccellenza, Pasolini, Sciascia, Don Milani?

Lo scenario rispetto a quei tempi appare totalmente cambiato. Oggi l’intellettuale che partecipa al dibattito mediatico rischia di trasformarsi in una caricatura; chi si astiene torna a chiudersi nella turris eburnea. Ecco perché l’esperienza diventa imprescindibile: solo così possiamo dare legittimità e valore alle nostre parole. Pe quanto mi riguarda, sin dal mio primo libro su Tolstoj (“Veglia d’armi”, 1992) ho sempre sentito un nesso fra l’attitudine pedagogica e quella letteraria.

A tutto questo, si aggiunge il tuo essere critico letterario, in cui rientra la tua grande conoscenza di Silvio D’Arzo. Hai avuto la possibilità di scrivere il finale apocrifo di ‘Gec dell’avventura’ , un romanzo per ragazzi in cui un piccolo ragazzino, scappato di casa nell’Inghilterra del settecento, si troverà a decidere se salvare la madre. Hai detto: «Ho accettato l’invito con l’incoscienza e l’ingenuità del capitano coraggioso». Puoi raccontarci perché ‘incoscienza e ingenuità’? Potresti spiegarci, anche, il tuo amore per i racconti per l’infanzia? In Italia hanno sempre rischiato di essere considerati letteratura inferiore, non credi?

Il pregiudizio di matrice crociana sulla letteratura per ragazzi pesa ancora, è vero. Ma sarebbe bastato un libro come Pinocchio a vanificarlo. Silvio D’Arzo è stato l’autore su cui mi sono laureato. Grazie a lui ho anche conosciuto mia moglie, Anna Luce Lenzi, studiosa darziana fra le più importanti, insieme alla quale abbiamo fondato la Penny Wirton, prendendo spunto dal titolo del più importante racconto per ragazzi dello scrittore reggiano. Quando Mauro Bersani, responsabile Einaudi, mi ha proposto di scrivere il finale di Gec, uno fra i testi di D’Arzo ritrovati nel fondo della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, mi è sembrato che un cerchio ideale si cominciasse a chiudere. Ho accettato l’invito con incoscienza e ingenuità perché non era facile confrontarsi con un testo così originale, seppure incompiuto. Ma non potevo rinunciare, in considerazione del legame che sento di avere con questo scrittore.

Eraldo, nel 2021 ricorreranno i sette secoli dalla morte di Dante, ricordati già dal presidente Mattarella. Mi rendo conto della generalità della domanda ma in che modo e in quali termini vorresti ricordarlo?

A Dante, padre della lingua italiana, dedicai un racconto compreso in ‘Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia’, ambientato proprio nel luogo della sua morte, sottolineando in particolare un aspetto: l’esperienza del limite. Collocando all’Inferno la figura di Ulisse, Dante ci insegna il valore paradossale della libertà. Questo è, secondo me, uno dei punti essenziali della sua visione poetica.

Eraldo, l’esperimento, con tutte le difficoltà, della Penny Wirton può essere allegoria del mondo come dovrebbe essere? In cui ci si prende cura di chi abbiamo di fronte, a prescindere da qualunque luogo arrivi e in che condizione sia? Anche questo può essere il messaggio del saggio ‘I meccanismi dell’odio’: è una lettura corretta?

“Sì, non solo è corretta. Mi sembra corrispondere in pieno allo spirito che ci anima. Recentemente abbiamo accompagnato alcuni nostri studenti al Circo Massimo di Roma per tenere una lezione all’aperto, nel rispetto delle regole imposte dal Covid. Vederli tutti riuniti insieme a noi in quel grande spazio, bengalesi, egiziani, tunisini, albanesi, congolesi, capoverdiani, donne e uomini, adulti e bambini, finalmente in presenza, dopo tanti mesi a distanza, è stato bellissimo. Qualcuno ha pensato: sarà questo il Paradiso?”

Andrea Morricone dirige il padre Ennio: il dono di rendere l’umile alto

di Daniele Madau

Andrea Morricone – figlio dell’indimenticabile maestro -ha diretto l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico di Cagliari, trascinando la città nell’ omaggio al padre Ennio. La musica di Ennio Morricone, ormai, è un patrimonio classico e universale, come già aveva affermato Quentin Tarantino consegnandogli l’Oscar del 2016

Essendo Andrea Morricone compositore lui stesso, era naturale e necessario il suo omaggio al padre Ennio a pochi mesi dalla sua scomparsa. E bene ha fatto la Fondazione del Teatro Lirico di Cagliari a inserirlo tempestivamente nel programma dell’estate 2020 ‘Classicalparco’, che, con il concerto ‘Morricone dirige Morricone’ , ha chiuso la stagione nell’Arena all’aperto del Parco della Musica.

Ennio Morricone, vincitore di due Oscar, è ormai parte, tra le più riconosciute e riconoscibili nel mondo, nobile e preziosa dell’arte e della cultura italiana. In lui si riconoscono, oltre alla bellezza delle composizioni, la profondità dell’impegno civile, che ne aumenta la statura.

Nel momento in cui si assiste a un omaggio a un artista, scomparso dopo una lunghissima carriera, e si vive il periodo in cui l’artista stesso viene consegnato alla storia della musica, è giusto interrogarsi sulla sua eredità. Tra gli infiniti aspetti della sua produzione, vorrei soffermarmi sulla sua capacità di unire l’umile e l’alto, il classico al quotidiano, il popolare alla musica ‘colta’. Nessuno può mettere in dubbio l’appartenenza di parte delle compisizioni di Morricone alla musica alta, eppure, quella stessa musica, accompagna la nostra quotidianità, ha fatto da colonna sonora a film diversi per stile e genere ed è di facile accostamento.

Quando, nel 2016, Quentin Tarantino gli consegnò l’Oscar per le musiche del suo ‘The Hateful Eight’, disse che lo stava consegnando a un compositore che, per lui, aveva la stessa dignità di Mozart e Beethoven: e, in effetti, ieri ascoltando la colonna sonora di ‘Vittime di guerra’ si avvertivano echi di Bach.

Questo saper avvicinare ciò che è comune e di tutti per renderlo ‘alto’ è un dono. Viene in mente il bellissimo appellattivo di Dante a Maria nel XXXIII del Paradiso: ‘Umile e alta più che creatura’.

Una conferma di questo, nella serata di ieri (anticipata da quella del 25, interrotta, però, dalla pioggia), si è avuta guardando il pubblico, di tutte le età e, per quanto si può affidare alla vista, tipologie.

Come nella serata del 25, gli spettatori hanno sancito con applausi convinti il successo della serata, che diventava quasi un trionfo in occasione dell’esibizione della soprano Vittoriana De Amicis dell’ Estasi dell’oro, l’indimenticabile brano che accompagna le parti finali di ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’.

In una serata in cui, quasi miracolosamente, il vento ha dato un po’ di riposo dopo aver imperversato per tutta la giornata, e che -quindi – ha disturbato solo in minima parte l’acustica , si sono susseguite le musiche divise in modo sapiente. A un inizio di forte impatto – caratterizzato dai brani più celebri come quelli per ‘Gli intoccabili’ e del sodalizio con Sergio Leone – è seguita una parte dedicata al cinema d’impegno, con, a esempio, le dissonanze di ‘La classe operaia va in Paradiso’, sino al crescendo lirico ed epico di ‘Queimada’ e ‘Mission’.

Si è conclusa, così, nel modo migliore l’estate cagliaritana, e per modo migliore si intende seguire quanto affermava Hans Georg Gadamer e cioè che “La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.” A questo ha contribuito Ennio Morricone, a questo suo figlio Andrea.

I nuovi scenari istituzionali alla luce dei risultati referendari: dialogo col Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida

di Daniele Madau

La settimana che si chiude è stata caratterizzata dagli esiti del referendum costituzionale i quali dovranno dar vita, per necessità intrinseche e in base a quanto affermano i pariti della maggiornaza, a nuovi scenari istituzionali. Li analizziamo con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, che ringraziamo della preziosa disponibilità

Prof. Onida, dal punto di vista del rapporto dei cittadini con le istituzioni, come analizza l’esito del referendum? Le sembra sia prevalso, dato il settanta per cento del ‘Sì’, un desiderio di rinnovamento, se non di rottura, o la buona percentuale di affluenza testimonia, piuttosto, un attaccamento dei cittadini alla materia costituzionale e al funzionamento delle istituzioni? Positiva l’affluenza alle urne, ancorché poco superiore al 50%, anche tenendo conto che pure l’affluenza al voto per le regionali non è stata così elevata. E’ un dato ormai costante nel nostro Paese un certo “disamore” al voto, in contrasto con l’altissima affluenza nelle consultazioni dei primi decenni della Repubblica: segnale pericoloso di distacco dei cittadini dalla politica, piuttosto che di indifferenza fra le diverse proposte politiche in campo. La prevalenza del “sì” credo rifletta non tanto o non solo, di per sé, una richiesta di rinnovamento, quanto la disponibilità degli elettori ad avallare decisioni del Parlamento e delle forze politiche, specie se fra loro concordi, su singole modifiche costituzionali (non su vasti, complessi, controversi e divisivi disegni di riforma). E’ bene che la Costituzione e le sue modifiche continuino a rappresentare un terreno riconosciuto come comune e non il luogo di scontri al calor bianco fra forze politiche.

Quale scenario si apre, ora, per le istituzioni parlamentari e quale auspicherebbe lei? Lo scenario che si apre non è tanto relativo al merito delle questioni costituzionali in campo, quanto a possibili prospettive di riforme e aggiustamenti, anche a livello di regolamenti parlamentari e di prassi, nonché di regole interne e di prassi dei partiti, che traggano occasione da questa circostanza  per provare a migliorare l’efficienza del sistema parlamentare, sempre in un quadro di largo consenso. Quindi nessuna “fuga” verso forme di antiparlamentarismo, ma riflessioni più approfondite e sforzi innovativi mirati sui modi per rendere migliore e più efficiente il funzionamento del sistema, nella fedeltà alle ispirazioni di fondo della Costituzione. Nell’immediato, potrebbero anzitutto aprirsi prospettive di altri piccoli “ritocchi” al quadro costituzionale e regolamentare relativamente al Parlamento. Qualche esempio?  Non mi pare opportuno eliminare il criterio della “base regionale” per l’elezione del Senato, che anzi risponde all’idea di fondo di una presenza delle Regioni anche al centro. Nemmeno sarebbe da rivedere il peso numerico dei delegati regionali  nell’assemblea che elegge il Presidente della Repubblica: tre per Regione, indipendentemente dalla popolazione regionale, sono il minimo per assicurare una equilibrata rappresentanza di maggioranze e minoranze regionali, e il peso proporzionalmente cresciuto rispetto ai parlamentari direttamente eletti rafforza l’idea che la base elettorale del Presidente – rappresentante dell’unità nazionale – deve essere ampia  e comprendere non solo il Parlamento ma anche l’articolazione regionale della Repubblica.Opportuna invece sarebbe la equiparazione dei requisiti di elettorato attivo e passivo fra le due assemblee, fin quando il Senato resta eletto direttamente, eliminando le differenze dovute a residui dell’antica e antistorica idea di un Senato come “Camera degli anziani”. Quanto alle modalità di funzionamento delle assemblee, vedrei l’opportunità di aumentare le occasioni e gli strumenti di collaborazione fra le due Camere nell’attività legislativa, ad esempio utilizzando di più Commissioni bicamerali o eventualmente accrescendo le deliberazioni affidate al Parlamento in seduta comune. E poi rivedere le norme regolamentari su durata e modi di svolgimento dei dibattiti parlamentari, anche scoraggiando la moltiplicazione di emendamenti frutto di pratiche ostruzionistiche non eccezionali, o volti a promuovere interessi particolaristici, a scapito della chiarezza e del ruolo generale e regolatorio delle leggi: e correggendo la tendenza in atto ad abusare della decretazione d’urgenza da parte del Governo. Se poi si dovesse affrontare più a fondo il tema di una revisione del bicameralismo “paritario”, questo richiederebbe interventi più ampi, per i quali non vedo ancora orientamenti consolidati e concordi. Si tratterebbe sostanzialmente di differenziare le due Camere nelle funzioni, riservando alla sola Camera dei deputati la funzione di esprimere le maggioranze di governo, dando o negando la fiducia necessaria al Governo per nascere e restare in attività (anche eventualmente configurando forme di “sfiducia costruttiva”), e regolando la collaborazione fra le due Camere in materia di legislazione.  In questo caso si potrebbe portare a compimento l’idea del Senato come “Camera delle Regioni” rivedendone anche le modalità di formazione. Questo è però un tema di fondo che non appare ancora maturo nel dibattito fra le forze politiche.

A vantaggio dei lettori, affinché ottengano un’informazione più approfondita e puntuale, potrebbe riassumere le sue posizioni in favore del ‘Sì’? La posizione che ho espresso a favore del “sì” nel referendum del 20 settembre si fondava essenzialmente nella considerazione che eravamo chiamati a confermare o meno una deliberazione votata quattro volte dalle due Camere, l’ultima volta (alla Camera) quasi all’unanimità e con l’accordo praticamente di tutte le forze politiche parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Per opporsi ad una simile decisone si sarebbero dovute individuate delle solide ragioni di merito, che nella specie secondo me non c’erano proprio.

Professore, lei è stato Presidente della Corte Costituzionale: in riferimento ai possibili assetti istituzionali (bicameralismo perfetto, bicameralismo differenziato, monocameralismo) e alla legge elettorale, quali ritiene più efficaci, rappresentative e adatte all’attuale contesto socio-politico italiano? Ho già detto qualcosa nella risposta n. 2 per quanto riguarda riforme costituzionali. La legge elettorale è un altro tema, che anch’esso dovrebbe essere affrontato con atteggiamenti il più possibile concordi fra le forze politiche, non avendo riguardo solo agli interessi contingenti di ciascuna di esse, ma alla ricerca di un giusto equilibrio fra il principio di rappresentatività (anche delle diverse minoranze) e il principio di “governabilità”, evitando cioè l’eccessiva frammentazione politica e favorendo la possibilità che si formino in Parlamento maggioranze stabili e il più possibile coese, tenendo conto del sistema politico oggi in atto nel Paese, anche se per nulla stabilmente consolidato. 

Lo stato della democrazia in Italia, alla luce dei risultati

di Daniele Madau

Ogni sessione elettorale e referendaria è un momento di analisi e riflessione, in quanto testimonia lo stato del rapporto dei cittadini con le istituzioni, i partiti e i movimenti politici. Con un’espressione frequente e colorita, le giornate elettorali e referendarie monitorano la ‘salute’ della democrazia.

Analizzando, in primis, il dato dell’affluenza, gli analisti ne hanno rimarcato con soddisfazione il valore, avendo temuto numeri più bassi. Il 50% , di per sé, è, tuttavia, un valore molto basso, di fronte a materie referendarie costituzionali e, nelle regioni interessate, davanti all’elezione di un’amministrazione così prossima come quella regionale. Si deve rimarcare, nuovamente, l’assenza di un diffuso desiderio di partecipazione politica, sentimento così presente sino agli anni ’80 e, sicuramente, uno degli aspetti più preziosi di quel periodo che si dovrebbero recuperare. Del resto, se l’istruzione, il benessere, l’occupazione non si diffondono, lo stesso varrà per la partecipazione politica. Da questo punto di vista, il quadro clinico della democrazia, per continuare con la metafora sanitaria, non appare del tutto positivo.

La vittoria del ‘Sì’ presenta infiniti argomenti: partirei dal fatto che Di Maio non ha commesso l’errore di eccessiva personalizzazione di Renzi del 2016 così che i cittadini, complice anche l’appoggio trasversale degli altri partiti, si sono sentiti più liberi di ricondurre il referendum non a un preciso partito o personaggio ma al quesito in sé. Da un punto di vista strettamente costituzionale-tra l’altro- questo quesito era più correttto di quello di quattro anni fa – che cumulava più riforme -, in quanto più circoscritto e preciso, come prevede la Costituzione.

Non riterrei il voto come una vittoria ‘populista’ ma come un timido segnale, per riprendere le argomentazioni iniziali, di desiderio di partecipazione attiva che, chiaramente, agisce su un dato macroscopico e immediatamente percepito, sulla pelle della quotidianità, dai cittadini: l’enorme discrepanza tra i quasi mille parlamentari e la ricaduta del loro lavoro in termini di benessere e progresso della Nazione.

E’ chiaro, in un’analisi direi sociale che, laddove questo benessere e progresso manchino, i cittadini agiscano ‘punendo’, in un corretta dinamica di premi e punizioni, chi ha lavorato male.

Alla futura classe politica il compito, finora sempre disatteso, di una seria riflessione da cui scaturiscano serie azioni, di rinnovamento e rilancio, anche grazie ai fondi europei in arrivo.

Tra le forze della coalizione di governo, spetterà ai Cinque Stelle vegliare maggiormente sull’operato della futura classe politica e sullo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, perché è nel suo DNA: questo anche se il movimento esce fortemente indebilito dal voto delle regionali. Potrà essere però, questa, la via per una sua risalita, alla quale dovrà contribuire una improrogabile riorganizzazione interna.

Al PD che ha, invece, dignitosamente retto in ogni regione e vinto dove doveva vincere, spetterà essere l’anima più riformatrice e sociale, con un occhio privilegiato per immigrati, scuola, sanità, emergenze sociali; in attesa, anch’esso, di creare un nuovo, e rispondente ai tempi, legame con la base.

Sicuramente, ed è il dato più importante, il governo potrà lavorare con maggiore serenità, senza sollecitazioni di rimpasto o elezioni anticipate: per l’Italia, che è abituata, al contrario, a una destabilizzante perenne campagna elettorale, un’occasione forse unica, una congiuntura favorevole da non perdere, per non sprecare i germogli che faticosamente sembrano nascere da quest’emergenza sanitaria.

L’Italia unita, per un giorno, dalla scuola

di Daniele Madau

Abbiamo celebrato ieri la riapertura di gran parte delle scuole – anche se a cavallo di questa e la prossima settimana quasi tutte richiuderanno per le giornate elettorali e referendarie -attorno alle quali si è creata una rigenerante coesione nazionale.

L’importanza delle scuola – affermazione che di per sè non avrebbe bisogno di spiegazioni ed esplicitazioni, tanto è evidente e fondante la nostra società e i nostri valori – è stata ribadita da tutti, dal Presidente della Repubblica Mattarella, a tutte le forze politiche, a tutti i sociologi, pedagogisti, psicologi, analisti, giornalisti.

Tutta questa attenzione non può che rinfrancare, motivare, responsabilizzare e, forse, anche onorare coloro che, come me, lavorano nella scuola.

Forse è la prima volta, da quindici anni- periodo in cui ho cominciato a insegnare – in cui tutta l’opinione pubblica ha dedicato così ampio spazio alla realtà scolastica. Prima di questa ormai lungo periodo di crisi, infatti, negli ultimi decenni, abbiamo cavalcato-seguendo i capricci della società – l’atteggiamento, irrazionale in entrambi i casi, secondo cui la scuola o aveva sempre ragione (ho fatto in tempo a conoscerlo quando sedevo nei banchi) o ha sempre torto (lo sto conoscendo ora). Questa schizofrenia bene spiega, e corrisponde, quella della società italiana.

Mentre mi preparo anche io, con tutte le aspettative, la gioia e i timori del caso, al rientro in classe, non posso non pensare già a quando la quotidianità riporterà la scuola al posto e al ruolo che l’Italia, sotto la guida della classe politica, le ha assegnato.

Se non cambierà qualcosa- quel qualcosa che già dovrebbe germogliare negli animi dei responsabili politici come seme di vita e futuro dopo i mesi in cui l’epidemia imperversava con i numeri da bollettino di guerra-quella schizofrenia sarà l’immagine esteriore della generale patologia italiana: a voce si gorgheggia sull’imprescindibilità della scuola, nei fatti la si calpesta, la si svilisce, la si amputa.

Qualcosa si inizia già a vedere quando si sente dire: ‘Abbiamo fatto più di ogni altro, in Europa, per la scuola’. Se è vero, forse lo si è fatto ora, per recuperare affannosamente quanto non fatto – parliamo di quasi il minimo- in passato.

La schizofrenia era quella di formare dei ragazzi non per dar loro e all’Italia un futuro ma per lasciarli partire; chiamandoli poi, con una definizione plasticamente brutta, ‘cervelli in fuga’.

La schizofrenia era quella, poi, che portava i ragazzi- i quali, svegli, vedevano quanto fosse tutto un corto circuito – ad abbandonare quella scuola (l’Italia ha un altissimo tasso di abbandono) che non dava lavoro.

La schizofrenia era quella che permetteva ai baroni universitari di fare delle aule universitarie – quelle che dovrebbero essere un terreno giovane di libero pensiero, condivisione e confronto -un feudo.

Perché nessun Ministro dell’Istruzione – e nessun Primo Ministro- a mia memoria (da Luigi Berlinguer con Romano Prodi in poi), ha mai lottato per cambiare e ricomporre questa schizofrenia? Ricordo chi, forse anche contro il proprio volere, supinamente appoggiava tagli irrazionali e profondissimi. Chi andava contro i prof. precari che volevano che si valorizzasse la loro esperianza. Chi non ha trovato di meglio che gettare la spugna con gran dignità. Chi ha serenamente dimenticato la tradizione italiana per una acutissima riforma basata sulle tre ‘I’ di Impresa, Informatica, Internet. Provate voi ad abbinare a ogni definizione i loro corrispondenti: Fioramonti, Gelmini, Moratti, Giannini. Ci sono poi quelli che, semplicemente, neanche ci ricordiamo, leggeri come il rumore delle ombre che svaniscono.

Arriveranno i fondi europei del ‘Recovery Found’; il ministro Gualtieri è al lavoro per il piano di ripartizione e utilizzo. L’intitolazione che gli organi europei hanno dato al fondo, però, è ‘Next generation found’, ‘Fondo per la prossima generazione’, intitolazione che in Italia non viene mai pronunciata: vogliamo leggerci una rimozione inconscia ma rivelatrice? La tentazione è forte, sorretta dallo sdegno. Lasciamo spazio, però, a quel germoglio: oggi, mentre i telegiornali aprono ancora con la scuola, come se, davvero , fosse la cosa più importante.

Il referendum del 20 e 21 settembre: dialogo sulla legge di riforma col costituzionalista Gianmario Demuro

Il costituzionalista Gianmario Demuro

Mancano dieci giorni al referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari: è più che mai opportuno, quindi, alimentare un sereno dibattito sulle varie posizioni. Con Gianmario Demuro, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Cagliari ed ex assessore alle Riforme della Regione Sardegna nella giunta del presidente PD Pigliaru, da cui si dimise dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 2016- di cui aveva sostenuto le ragioni del Sì- analizziamo alcuni aspetti tecnici e la sua personale posizione.

di Daniele Madau

Professor Demuro, può esporci il contesto politico in cui è nato il referendum confermativo, il suo fine e come mai si è reso necessario? Il contesto in cui nasce – la mia, in questo caso, è una risposta da analista politico – è quello delle riforme previste e proposte dal Movimento Cinque Stelle; questo non significa che altre forze politiche, negli ultimi quarant’anni, non abbiano fatto proposte di riduzione dei parlamentari. Erano sempre, però, proposte inserite in un contesto più ampio. Per cui, sia nel 2006 che nel 2016, vi era una proposta più ampia di riforma della costituzione che, poi, non è stata confermata dal corpo elettorale. Questa, per come la vedo io, in una analisi personale, è una riforma dei cinque stelle, una sorta di battaglia -legittima- di una delle componenti della coalizione. Tant’è che questa proposta ha fatto anche parte dell’accordo di governo che ha portato alla formazione dell’attuale esecutivo; era uno dei pezzi, diaciamo, che componevano il progetto di riforme da realizzare. Per cui, dal punto di vista della storia parlamentare, il Partito Democratico ha avuto inizialmente delle perplessità: questo è il contesto in cui è sorto. Si è reso necessario, poi, semplicemente perché è stato richiesto: la Costituzione prevede che, per le riforme costituzionali che non siano approvate da almeno i due terzi degli aventi diritto, un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali, possano richiedere un referendum consultivo. Questo è quello che è accaduto: c’è stata una richiesta da parte delle minoranze -diciamo così- di indire un referendum. Se non fosse successo così, semplicemente, entro tre mesi la riforma costituzionale sarebbe entrata in vigore.

Il dibattito, come è giusto che sia, in questi giorni è molto vivo. Uno degli argomenti, di chi si schiera a favore del Sì è che la riduzione riallineerebbe i numeri del parlamento italiano a quello delle altre grandi democrazie: condivide questa visione? I giuristi, anche se non sono dei fisici, pensano di essere degli scienziati e la nostra scienza della comparazione si chiama Diritto Comparato: nel caso del Diritto Comparato Costituzionale possiamo comparare, diciamo così, dei vari livelli di democraticità. Faccio un esempio un po’ paradossale: io non conto i numeri dell’assemblea del popolo della Cina perché non è quello il bench mark – il segno distintivo – che mi fa capire quale sia il livello di democrazia della Cina, perchè so già che la Cina non è un paese democratico. Non è, quindi, tanto il numero rispetto alla rappresentanza che, secondo me, si deve prendere in considerazione, anche se accade. La mia opinione è che ogni paese, da questo punto di vista, ha delle caratteristiche tutte diverse: noi non possiamo comparare sistemi bicamerali che sono completamente diversi. L’Italia, da questo punto di vista, ha un sistema bicamerale per cui Senato e Camera svolgono esattamente le stesse funzioni; ma, per esempio, può essere comparabile con il Regno Unito dove la Camera dei Lords ha una origine di tipo non elettivo con un Senato elettivo? Si può comparare il Bundesrat che, in Germania, è una vera e propria camera dei lander per una effettiva rappresentanza regionale con un Senato che è, sì, eletto su base regionale ma non prevede una vera e propria rappresentanza regionale?Oppure, ancora, nel senato americano vi sono cento senatori per un paese molto grande: ebbene, le sembra democratica la regola, settecentesca, per cui il Delaware che, praticamente, è un paesino abbia gli stessi senatori della California? Io, sinceramente, di fronte a tutti questi paradossi, non condivido il ragionamento del tot abitanti tot rappresentanti in astratto. Condivido, invece, dal punto di vista territoriale che, se una regione è meno popolata di un’altra, abbia meno rappresentanti, come sistema di equilibrio. Pensi al Parlamento Europeo: c’è Malta così come c’è la Germania. Per cui io ragionerei su una proporzionalizzazione della rappresentanza: ora un taglio lineare taglia semplicemente, appunto, i numeri e questi numeri devono essere ridistribuiti; e, allora, se io voglio ridistribuire, non mi interessa un calcolo in astratto, mi interessa un calcolo proporzionato alle dimensioni reali del Paese.

Un’altra posizione che emerge- anche nella sinistra che, adesso, si è schierata ufficialmente per il Sì – è quella che afferma come sarebbe meglio abbandonare questa riforma per concentrarsi, invece, sul monocameralismo. Su questo tema, cosa ne pensa? Il monocameralismo è un’antica battaglia della sinistra dai tempi, mi vien da dire, della Rivoluzione Francese e fu proposta anche dall’assemblea costituente. Io proverei a rovesciare la sua domanda, se non si offende: il monocameralismo, per carità, è una scelta; io sarei, però, per un bicameralismo differenziato e cioè una camera -anche ridotta di numero: non mi interessa, come detto, il ragionamento sui soli numeri -che, come prevedeva la riforma del 2016, pur tra tanti difetti, la quale rappresentasse le autonomie. Questo è un dibattito che possiamo far risalire al Risorgimento, a Cattaneo, e che riguarda il fatto se vogliamo o no rappresentare al centro la democrazia regionale o locale. Su questo, nella sinistra, a parte la posizione di Luciano Violante, non c’è stato alcun pronunciamento. Quindi, ricapitoliamo: o il sistema è monocamerale, e le regioni sono dei departements , alla francese, ma se invece pensiamo che le autonomie regionali debbano essere al centro, dobbiamo trovare una sintesi: guardi che anche questa vicenda sanitaria ha mostrato l’importanza della realtà locale.

Da un punto di vista tecnico-scientifico, può spiegare ai lettori i pro e i contro della riforma? In realtà, è difficile considerarla una riforma, è un taglio lineare, o poco più. Da un punto di vista scientifico faccio fatica perché noi, costituzionalisti, ci siamo pronunciati, in più di duecento, contro: esiste un documento che mostra come, dal punto di vista dei risultati, sia poca cosa. Un po’ di risparmio e un numero ridotto che dovrebbe portare una maggior qualità della democrazia: è tutto, però, indimostrabile. Di per sé è una di quelle riforme inutili o quasi. Al contrario, è presente il rischio di bassa rappresentanza e di concentrazione nelle mani dei partiti. Io vedo, in conclusione, più pericoli che opportunità. Con la riforma del bicameralismo, sarebbe stata anche opportuna la riduzione dei parlamentari. Il Senato, nella mente del costituente, doveva essere quello delle autonomie. Invece, così, avremo piccole camere che fanno le stesse cose. Due camere, con meno persone, che fanno le stesse cose: penso alla dichiarazione di Parisi che si è chiesto quando mai si sia vista un’assemblea di lavoratori che decida di fare lo stesso quantitativo di lavoro con meno persone.

Può ora, in conclusione, dopo averla già anticipata in maniera anche approfondita, presentare ulteriormente la sua posizione? La mia è una posizione pubblica, derivante anche da quanto, appunto, capitato nel 2016. Ho firmato il manifesto di cui si è parlato, insieme a numerosissimi costituzionalisti, che presenta tutti i pericoli della riforma. La posizione, quindi, che ribadisco è per il No: il problema non è il numero ma l’esercizio della funzione. In ultimo, poi, credo che la politica debba elevarsi al di sopra delle pulsioni, le quali, evidenemente, hanno generato questo tentativo di riforma.

In cima al mondo, a piedi scalzi

Abebe Bikila a Roma, durante la maratona

di Daniele Madau

Da quando Fidippide, emerodromo ateniese (e cioè messaggero addestrato a percorrere lunghe distanze in breve tempo), suscitò la scintilla da cui scaturì la maratona, questi 42 km. sono il simobolo della constante e affannosa corsa della vita e della giornata di gloria, di vittoria, che, ognuno di noi, sperimenta almeno una volta nella sua vita. Sessant’anni fa, alla maratona delle olimpiadi di Roma il 10 settembre 1960, Abebe Bikila questa giornata di gloria la percorse interamente e la raggiunse scalzo: in accordo con il suo allenatore -certo (almeno così si disse) – ma con una bellissima valenza simbolica, da povertà francescana che si unisce all’umiltà africana (Abebe era figlio di un pastore, nel continente africano) che fa davvero sognare. L’uomo – sostengono gli specialisti – è nato per stare scalzo, in quanto il piede è l’organo sensitivo propriocettivo per eccellenza: capace, cioè, di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio anche senza il supporto della vista. Una volta indossate le scarpe sembra davvero che, spesso, l’uomo abbia perso la sua posizione.

Uomini e no:il nostro mondo in due fotografie

di Daniele Madau

Willy è la nostra innocenza perduta in un’indifferenza di fronte ai veri valori che ora, forse, trema davanti alla naturalezza del suo sorriso. Willy è la vergogna che non proviamo quando tolleriamo un latente razzismo dentro di noi e crediamo sia giusto che prima vengano gli italiani. Prima vengono gli uomini, è banale il solo ripeterlo. Willy è il giardino incantato di un sorriso che resterà vivo contro il vuoto abissale disegnato nei muscoli e nello sguardo matto di irrazionale violenza di questi non uomini, figli, però, della nostra cultura. Willy è il coraggio umile e puro di difendere un amico, eternato in una trasformormazione in una stella, come nel catasterismo della mitologia greca. Willy è il mondo che dovremo cercare di costruire in un cammino semplice, lastricato di comunità, affetti, educazione: dove fioriscono gli uomini.

L’arte cinematografica che salva dalla fragilità: incontro col regista Enrico Pau, nei giorni di Venezia

di Daniele Madau

Enrico Pau è uno dei registi più importanti della scuola sarda, insieme, tra gli altri, a Cabiddu, Mereu, Marcias. Lo sguardo al passato e ai momenti di passaggio caratterizza la sua arte. Con lui, nella settimana del Festival di Venezia, parliamo del suo cinema e dei grandi maestri. Partiamo, però, dalla scuola, dove ha passato trent’anni della sua vita.

Come hai vissuto, Enrico, il periodo della didattica a distanza e cosa dovrà caratterizzare la ripartenza della scuola? A dire il vero, non so se potrò cominciare il nuovo anno scolastico, perché ancora non so se andrò in pensione. Tuttavia, sarò sempre un professore, sarò sempre legato a questo lavoro che ha occupato trent’anni della mia vita. Com’è naturale, non eravamo pronti a questo tipo di attività. Io, poi, insegno in una scuola di frontiera, dove non tutti gli alunni avevano la possibilità di una connessione. E’ stato, quindi, molto complicato ed avventuroso ma, proprio per questo, la situazione ha avuto degli elementi molto interessanti. Credo che mi abbia anche aiutato a cementare il mio rapporto con i ragazzi. Da questo punto di vista spero sia un’esperienza irripetibile anche se, al contraio, presumo si dovrà tornare a usare strumenti per i quali non siamo stati formati e che, perciò, dovranno diventare bagaglio delle competenze dei professori: darebbero una quantità enorme di opportunità in più per lavorare con i ragazzi. Bisogna solamente avere chiaro quanto potremo investire,in termini economici, in questo processo di cambiamento tecnologico che reputo imminente.

Il Festival di Venezia ha segnato la ripartenza, con un certo orgoglio italiano, delle rassegne d’arte cinematografica: era una priorità, in questo periodo così complesso? Io credo che si sia fatto bene a celebrare il festival, dove stanno rispettando tutti i protocolli di sicurezza. Avendo vissuto io l’esperienza di Venezia, nel 2017 con il cortometraggio l’Ultimo Miracolo, per la Settimana Internazionale della Critica- realizzato con il centro di formazione al cinema dell’Università di Cagliari e con la soddisfazione enorme, tra l’altro, di essere stato lì con gli studenti -conosco quella meravigliosa confusione di gente che arriva da ogni parte del mondo ma, immagino, ora sia tutto molto più contenuto. Nello stesso tempo però, come testimonia la mia produttrice-che sta lavorando in Irlanda -, conosco come sia duro fare cinema oggi, in queste condizioni. Usati tutti gli accorgimenti, io credo sia giusto procedere e non rinunciare più, a esempio, a Cannes, fatto molto doloroso. Per tornare, un attimo, all’esperienza di Venezia, vorrei sottolineare l’importanza del centro di formazione creato dall’Università di Cagliari, dove hanno insegnato tanti registi sardi, come Salvatore Mereu e Peter Marcias, che mettono nelle condizioni i ragazzi, anche se con piccole produzioni, di lavorare direttamente sul set e a me di condividere le esperienze e confrontarmi.

Hai citato il regista, nostro conterraneo, Peter Marcias, che è, appunto, a Venezia per le Giornate degli Autori, con il “Il tempo delle donne”, documentario su Nilde Iotti. E’ un bel periodo, questo, per il cinema italiano che, quest’anno, è davvero ben rappresentato a Venezia Il cinema italiano è da anni che dà segnali estremamente positivi e importanti, con un gruppo di registi molto talentuosi, tra i quali mi piace citare particolarmente Pietro Marcello e Alice Rohrwacher, e poi Garrone, Sorrentino, il nostro conterraneo Salvatore Mereu. Io penso che sia giusto che Venezia dia visibilità al nostro cinema e dia la possibilità di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, internazionale.

Parlando della tua arte, io ritrovo come temetica ricorrente il riscatto umano: penso ad “Accabadora”, dove la protagonista si affranca, tramite l’amore, da un compito che le era stato imposto dalla comunità. Ti sembra corretta come visione? Singolarmente , questi film, hanno anche questo elemento. Però, a esempio, in Accabadora, c’è lo sguardo rivolto al nostro passato e in un periodo così difficile, quale quello dei bombardamenti, il desiderio di raccontare la mia città, Cagliari. Il film è anche un omaggio alla mia famiglia, che ha vissuto quel tragico avvenimento. C’è poi l’attenzione per personaggi che vivono momenti di cambiamento o di crisi, che stanno mutando il loro stato d’animo; in ultimo, mi interssa moltissimo l’aspetto geografico, dei luoghi, della natura, della città, delle periferie dove i fatti avvengono, ciò che circonda l’attività umana o la comprende o la contiene. Questa relazione tra il corpo umano e il corpo della città per me è importante, o la relazione tra il corpo umano e la natura, come, a esempio, in Accabadora,dove lo sfondo della natura presentava elementi misteriosi.

Il 2020 segna i cento anni dalla nascita di Fellini e i sessanta dalla “Dolce vita”. Ci puoi raccontare Fellini? Mi viene in mente la scena della Ricotta di Pasolini in cui Orson Welles – alla domanda: “Cosa pensa del cinema di Fellini”? -risponde: “Egli danza”. Egli danza. Bellissimo. Ecco, rubo questa definizione di Pasolini, che fa ripetere, in realtà, due volte a Orson Welles la risposta: “Egli danza, egli danza”. E’ un cinema impalpabile quello di Fellini che si colloca in una dimensione che non è né reale e neanche immaginaria. Ha creato veramente un universo parallelo, così visionario, usando, tra l’altro, la tecnica cinematografica nelle sue forme più raffinate, più invidiabili e irriproducibili. Ci son registi, come Sorrentino, che cercano di imitare certe strutture felliniane ma è complicato perché in Fellini c’era soprattutto istinto, che scaturiva da qualcosa che aveva dentro, un mondo passato popolato da ballerine senza speranza di un varietà decadente, comici che non fanno ridere, di orchestrine che suonano musiche malinconiche. Un’umanità dolente e poetica, un cinema immaginifico, totale e, quindi, irriproducibile. Non può essere neanche un esempio perché è inimitabile e, perciò, uno non può neanche dire di averlo dentro. Io ho un legame fortissimo con registi come Bergman e Dreyer ma, benché ami follemente il cinema felliniano e, a esempio, essendo io stato in gioventù un clown-personaggio così caro a Fellini – lui rimane per me intangibile, in una dimensione unica. Non è l’unico regista italiano ad avere questo privilegio, ce ne sono altri con forme e strutture diverse, come Michelangelo Antonioni: ecco loro, per bravura, si collocano in una dimensione altra, come Mozart; sono persone che nascono, probabilmente, perché devono raccontare il loro mondo, qualsiasi esso sia.

Prima di lasciarci, quattro domande per ritornare alla tua arte: quale film hai maggiormente mostrato ai ragazzi della scuola? Quale è la tua idea di arte cinematografica? Il tuo prossimo lavoro? E , irrinunciabile, un tuo pronostico per Venezia? Il prossimo mio film sarà un noir e per ora non posso dire altro. Su Venezia non posso azzardare pronostici: mi sarebbe piaciuto molto se Salvatore Mereu fosse in concorso, per provare l’emozione dell’attesa per un possibile premio. In passato, ai miei studenti ho fatto vedere moltissime volte “Uccellacci e uccellini”, di Pasolini. Però ormai i ragazzi son cambiati, c’è stata una mutazione e, ora, i ragazzi non hanno più pazienza. Da quando c’è internet, chiaramente, i film o hanno una struttura che li costringe a una sorta di relazione con lo schermo oppure li annoiano. L’arte per me- non essendo nato in una famiglia di intellettuali, anche se dai miei genitori ho avuto il regalo dell’amore per la cultura -è darsi il regalo di un’ancora di salvezza; salvezza, dal momento in cui ho scoperto il teatro, dalla mia fragilità adolescenziale, trovando così, dentro di me, il coraggio di raccontarmi, attraverso il cinema.

Ma nudda si po’ fâ nudda in Gaddura che no lu énini a sapi int’un’ora

di Daniele Madau

“Non basta incidere su una pietra il nome Costa Smeralda per cancellare la memoria di Monti di Mola. Costa Smeralda è nome d’acqua e viene dal mare, dice di un colore e di un approdo. Monti di Mola è voce che risuona nell’oralità del tempo, rimbalza sulla cresta delle rocce, sprofonda nell’abisso della valle, s’interra nelle radici dell’olivastro. E’ nome di terra, nato dalla qualità della pietra con cui si facevano le mole per macinare il grano e per affilare le lame dei coltelli”.

Sapevo che per parlare della Costa Smeralda – Monti di Mola, quando era solo terra di lavoro, più bella delle altre, però – o meglio, per esprimere il mio stato d’animo a riguardo della crisi sanitaria, le parole più adatte sarebbero state quelle dell’antropologo Bachisio Bandinu, che alla nascita di Porto Cervo e dei suoi corollari ha dedicato tanta parte della sua produzione: precisamente del suo romanzo L’amore del figlio meraviglioso .

Come il corona virus, anche il principe Aga Khan era venuto dal mare, con la sua visionarietà dovuta all’avere la mente libera, al non dover portare al pascolo le greggi e le mandrie, proprio come nella Grecia antica, dove tutto il lavoro manuale ricadeva sugli schiavi, e solo i liberi cittadini potevano dedicarsi alla cultura e alla politica.

Del resto, anche in Lombardia, in Italia, il virus è arrivato da fuori, da lontano: tutti noi, quindi, abbiamo potuto sperimentare il senso di violazione, di aggressione dell’intimità da parte di un agente alieno, esogeno, contro il quale non ci siamo potuti, o non abbiamo voluto, difenderci.

Si potrebbe pensare allora, potremmo pensare noi, sardi, che ora sia più forte l’empatia col Veneto, la Lombardia, l’Emilia, le regioni che maggiormante hanno sofferto nell’ondata epidemica di inizio primavera. Ma non ce n’era bisogno: l’empatia – spesso -sembriamo averla maggiormente verso gli altri che tra di noi, caratterizzati come male unidos dagli spagnoli, sia che l’avesse detto Carlo V che monsignor Antonio Parragues de Castillejo.

Eppure c’è una differenza tra i casi del nord e quello della Costa Smeralda; anzi, a ben vedere, due.

Non si vuole negare la sofferenza per quanto accaduto nelle altre regioni – non sarei degno di scrivere neanche una riga, nel caso-ma esprimere il disagio nel sentire ancora della Sardegna masticata nella bocca dell’informazione come del lontano pseudo – esotico in cui si annida un lato oscuro, diverso, non assimilabile dal resto d’Italia. Ancora. Come in tutto il novecento.

Non solo; questa volta, in più, c’è il fattore lusso e sbruffonaggine, ignoranza e imprenditoria d’assalto, che da ammaliatore e conquistatore del granito e della macchia mediterranea dei paesaggi galluresi, è diventato esportatore d’infezione. Sembra che solo in questo la Sardegna sia diventata esportatrice.

Non si vuole fare, ora, un’analisi politica: per quella serve la lucidità. Solo dare possibilità, ripeto, al disagio di manifestarsi, così da renderlo, forse, catartico.

Disagio, perché, al di là di tutto, dei soldi e dei posti di lavoro (sono cosciente della forza, e forse gravità, di quello che scrivo ma, se servirà, si potrà argomentare meglio), il “Sottovento”, il “Billionaire” e gli altri, sono una cicatrice, un grumo di sangue nero che il maestrale gallurese non è riuscito a cancellare e, forse, mai lo farà.

E’ questo il disagio: si parla di Sardegna ma, è chiaro, Sardegna non è. Non lo è nei nomi, nelle attività vagheggiate e realizzate, nelle relizzazioni architettoniche, nell’approccio ai rapporti umani e alla natura. Io non so se l’epidemia da noi si sarebbe mai diffusa senza i locali di Briatore e degli altri imprenditori, so solo che quella non è la mia Sardegna, né quella di Fabrizio De André (di cui avrete riconosciuto i versi prestati al titolo: ‘Niente si può fare in Gallura, che non si sappia entro un’ora’. Parlava dell’amore scandaloso tra un’asina e un uomo. Anche se puro, il potere lo impedì. Anche lì, purezza perduta) , né quella dei protagonisti del romanzo di Bandinu.

Nel rimarcare il massimo rispetto e vicinanza umana ai lombardi, e a tutti gli altri, credo che solo noi sardi avremmo potuto vagheggiare sulla Gallura. Non l’abbiamo fatto, nostra culpa: paghiamo ancora il peccato originale dell’aver accolto, nuovi Montezuma, il principe ismaelita. Ma, come scrisse un altro autore, il più importante della storia delle letterature universali, ‘Non le farà sì bella sepultura, la vipera che Melanesi accampa, com’avria fatto il gallo di Gallura’(La vipera che costituisce lo stemma dei Milanesi non ornerà il suo sepolcro così bene, come avrebbe fatto il gallo di Gallura, Purgatorio, canto VIII)

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