Tempo di memorie

di Daniele Madau

La memoria è parte costitutiva di ognuno di noi, è una di quelle basi, di quegli elementi ultimi e inscindibili su cui costruiamo la nostra vita e la nostra persona. Allargando, la nostra società il nostro Stato.

Fare memoria di noi per capirci e capire. ‘Memoria’ è una delle parole più usate dal Presidente Mattarella, soprattutto in riferimento al nostro futuro e all’Europa.

Oggi ricordiamo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’abominio nazifascista contro uomini , donne, ragazzi innocenti e inermi.

Il 10 aprile saranno trent’anni dalla più grande strage della marineria civile repubblicana italiana, quella del ‘Moby Prince’.

Dovere di un sito di riflessione, anche piccolissimo, come questo, è aiutare la costruzione della nostra memoria; perciò pubblico, di seguito, i due messaggi affidati alla stampa in ricordo di queste stragi, del Presidente della Camera Fico e di Luchino Chessa e Nicola Rossetti, presidenti dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e dell’Associazione 140.

Dichiarazione del Presidente Fico nel 77° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

‘Era il 24 marzo 1944 quando si consumò uno dei più gravi crimini commessi dai nazifascisti nel nostro Paese. 335 persone furono trasportate alle Fosse Ardeatine dove vennero trucidate con un colpo di pistola alla nuca, portando così a compimento lo scellerato piano di terrorizzare la popolazione civile. Dell’avvenuta fucilazione si seppe solo dallo scarno comunicato tedesco diffuso alla stampa il giorno seguente, senza però che venisse indicato il luogo, il numero e i nomi delle vittime, che poterono essere identificate solo dopo la fine della guerra. Ancora oggi, a distanza di settantasette anni dall’orrendo massacro di innocenti, il ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine suscita in tutti noi orrore e sgomento. E ci richiama a ripudiare ogni forma di violenza e di intolleranza e ad apprezzare pienamente e a difendere i valori della libertà, della giustizia e dello stato di diritto cui è ispirata la nostra Costituzione. È quindi una necessità civica, oltre che un dovere morale, ricordare come pagine tragiche come questa abbiano segnato la nostra storia. E coltivarne la memoria affinché sia sempre alta l’attenzione contro il pericolo di nuove e sempre possibili degenerazioni violente e autoritarie. L’esperienza ci insegna, infatti, che libertà, eguaglianza e giustizia non sono acquisite per sempre e vanno difese e promosse ogni giorno’.

Dichiarazione dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e della Associazione 140:

‘ All’attenzione dei Capigruppo del Senato e della Camera della Repubblica

Illustrissimi Senatori e Deputati Illustrissime Senatrici e Deputate,

il prossimo 10 aprile cadrà il trentennale della strage del Moby Prince. Avremmo voluto commemorare in presenza questo anniversario ma la pandemia del COVID-19 non ce lo permetterà. Più di questo, tuttavia, coltiviamo il desiderio di arrivare a questo anniversario con maggiori certezze sull’impegno del Parlamento nell’accertare la verità su questa vicenda che segna le nostre vite da trenta lunghi anni.

La sentenza della sezione Civile del Tribunale di Firenze del 2 novembre scorso, che ha rigettato la nostra istanza contro i Ministeri dei Trasporti e della Difesa, è stato un duro colpo per noi familiari. Avevamo riposto in quell’ istanza molte speranze per mettere alle corde chi, quella notte maledetta, nulla abbia fatto per mettere in sicurezza il porto di Livorno e per dare soccorso a 140 persone morte dopo atroci sofferenze.

Il coro di protesta sollevato dai familiari delle vittime aveva trovato sponda in un congruo numero di senatori e deputati sensibili alla vicenda, con la conseguenza di alcune interrogazioni parlamentari e di alcune proposte di legge per l’istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta capace di proseguire l’ottimo lavoro fatto da quella presente nella precedente legislatura e guidata dal senatore Silvio Lai. Una Commissione che lavorò ininterrottamente per due anni, giungendo ad una relazione finale che ha ribaltato le risultanze delle passate inchieste e dei passati processi.

Molto ha fatto la Commissione, ma molto c’è ancora da fare, anche alla luce di nuovi scenari emersi, che sono sempre più inquietanti. Traffico di armi, criminalità organizzata, coinvolgimento della Marina Militare richiedono nuovi accertamenti e nuove indagini, che possono supportare il lavoro della Procura di Livorno impegnata in una inchiesta delicata da ormai tre anni.

Riteniamo sia il momento di lasciare da parte le differenze ideologiche e partitiche, perché tutti insieme possiate coagulare le vostre proposte di legge di istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta in una unica proposta che interessi i due rami del parlamento, ovvero una bicamerale, da costituire quanto prima.

La fretta che vi mettiamo deriva dal fatto che non è possibile attendere oltre, poiché chi alterò a suo tempo le carte e lavorò e ancora lavora per una verità di comodo, sicuramente continua indisturbato nel tentativo di modifica la verità. E permetterci anche di ricordarvi che in 30 anni un certo numero di noi familiari si è spento senza avere avuto il diritto di sapere perché i propri cari sono morti.

Per questo Vi chiediamo di incardinare le proposte maturate e pervenire quanto prima da un testo unico da far approvare dal Parlamento.

Il 10 aprile è prossimo a venire e sarebbe bellissimo per noi familiari avere un segnale di unità di tutti coloro che in parlamento vogliono la verità e la giustizia per la strage del Moby Prince.

Certi della vostra sensibilità a riguardo porgiamo,

Cordiali saluti

Luchino Chessa, presidente Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus

Nicola Rossetti, vicepresidente Associazione 140 ‘

Oggi e sempre Sanremo: incontro con Ernesto Assante, tra il ‘Premio Tenco’ e il Festival della Canzone Italiana

di Daniele Madau

Ernesto Assante è giornalista di Repubblica e uno dei critici musicali italiani più importanti e seguiti, dalla sterminata bibliografia. Con lui abbiamo dialogato su Sanremo e sulla canzone italiana, tra passato e presente.

Partirei dalla analisi delle classifiche certificate degli streaming e dei download che, nella settimana passata, hanno visto le prime posizioni tutte occupate dai protagonisti di Sanremo: con lo sguardo di critico musicale, puoi dire che è un successo meritato?

Io direi di sì. Le classifiche testimoniano il successo degli artisti di Sanremo sia presso i giovani – come certificato dagli streaming-, sia presso un pubblico più tradizionale -come testimoniato dalla classifica FMI -, che analizza le vendite dei dischi, del supporto, a cui sono legate le persone più adulte. Il Festival di quest’anno ha offerto tanto , e tanto di buono, per gusti musicali differenti e, quindi, in questo momento il mercato corrisponde a un quadro generale buono, che si è rispecchiato in Sanremo.

Quale sarebbe stato il tuo podio?

Basandomi esclusivamente sui gusti personali, e non con un approccio critico, le canzoni che, ora, ascolto con più piacere, sono ‘Fiamme negli occhi’ dei Coma_cose, ‘Momento perfetto’ di Ghemon, che trovo deliziosa, molto bella; la terza è più complicata da scegliere: piacendomene tante, cambia di giorno in giorno. Trovo però, pur essendosi classificata molto in basso al Festival, un bel pezzo di grande impatto, che meriterebbe maggiore attenzione, ‘Ora’ di Aiello.

Sanremo, quest’anno, ha visto anche la consacrazione di Achille Lauro e dei suoi ‘quadri’ così scenografici mentre, contemporaneamente, si celebravano i cinquant’anni da 4/3/’43 di Lucio Dalla, testimone di un Festival in bianco e nero in cui protagoniste esclusive erano le canzoni. Questa eccessiva scenografia fa male alla musica?

Che piaccia o meno, credo sia impossibile immaginare oggi la musica senza la parte visiva. La musica, oggi, tutta, la si vede, non la si sente solatanto. Anche chi decide di non avere un ‘look’, di non muoversi davanti al microfono, sta facendo una scelta di immagine precisa, vuol comunicare un approccio diverso dagli altri. A me, personalmente, di quelli che ballano interessa poco ma è, ormai, un fatto imprescindibile. Faccio un esempio: Fulminacci, che si è presentato sul palco soltanto con la chitarra, si è presentato come cantautore; mentre Gazzè, che è un cantautore che non ha mai messo a lato la parte teatrale, è logico e importante che presenti anche il suo aspetto teatrale. Quindi trovo che entrambe le scelte siano giuste, a seconda dell’idea che l’artista vuole dare di se stesso. Achille Lauro fa un’operazione a 360 gradi: l’ha fatta tutte le volte che è andato sul palco di Sanremo ma anche nei suoi concerti, lui è sempre così, non ha fatto niente di diverso da quanto faceva vedere nei suoi concerti.

L’esempio di Fulminacci e Gazzè mi permette di collegarmi alla domanda successiva. Se esiste un ideale, un archetipo di ‘canzone italiana’ che da Nilla Pizzi e Modugno, passando proprio dal cantautorato degli anni ’60-’70, arriva sino a oggi, questo modello è aiutato o no dalla grande attenzione avuta dal Festival di quest’anno nei confronti delle nuove generazioni?

A mio parere quell’ideale non è mai esistito, perché la canzone è di per sé impura. Celentano, che noi consideriamo tra i più grandi, ha fatto di tutto: rock’roll, funky, disco, generi assolutamente non nazionali. Questo vale anche per i cantautori: De Gregori ama Dylan, moltissimo, Tenco e Bindi amavano i francesi. Poi c’è anche chi guarda al passato e le nuove piattaforme permettono anche questo: avere a disposizione cinquanta milioni di brani, di tutti i tempi, fatto mai successo prima. Partendo da questo presupposto e, cioè, che quel tipo di melodia italiana esisteva quando il mondo era nazionale, cosicchè noi ascoltavamo solo la nostra musica perché quella degli altri paesi non ci arrivava, la radio non la trasmetteva e i dischi arrivavano con difficoltà, avevamo un radicamento in un certo tipo di musica. Ora ascoltiamo tutto e sempre, così da avere una cultura non limitata e provinciale ma aperta a ogni stimolo, compreso qualcosa di, in effetti, tipicamente italiano: penso agli ‘Extraliscio’. C’è tutto e tutto insieme. Il dare spazio ai giovani, poi, aiuta la musica italiana: c’è, infatti, un’unica, vera, cosa che ci unisce al nostro repertorio, e cioè che non cantiamo in inglese ma usiamo la nostra lingua, l’italiano, contrariamente a tutto il resto del mondo.

Pensando ancora a Sanremo, sei più sostenitore del Premio Tenco o del Festival della canzone italiana?

Negli anni passati ti avrei risposto, senza alcun dubbio, del Premio Tenco, perché dava spazio a generi, suoni, artisti che non avevano spazio in televisione, nelle radio e che non sarebbero stati mai premiati né di cui si sarebbe sottolineato il valore, quello legato alla canzone d’autore. Devo dire, però, che negli ultimi due – tre anni, e in particolare quest’anno, Sanremo è molto migliorato. Ti continuo a dire, quindi, il Premio Tenco ma anche Sanremo non è male, perché ha dato spazio a musica nuova, giovane e interessante che, altrimenti, il grande pubblico non avrebbe mai visto. Su un terreno più pop, quindi, non legato alla canzone d’autore, ha svolto la stessa funzione del Tenco, far arrivare al grande pubblico delle musiche che, altrimenti, non avrebbe sentito.

Lasciamo Sanremo ma continuiamo il viaggio nella canzone italiana. Pensando all’intervista, ho ripreso in mano il volume ‘Trentatre dischi senza i quali non è possibile vivere’: l’unico italiano presente è ‘Le Nuvole’ di De André. Io, forse, avrei scelto ‘Creuza de ma’: su cosa avete basato -con Gino Castaldo- la vostra scelta?

‘Creua de ma’ è un disco, musicalmente, meraviglioso, non c’è alcun dubbio ma ‘Le Nuvole’è un disco più completo, che mette insieme tutto De André mentre ‘Creuza de ma’ è un pezzo di De André, è una parte, non ‘il’ tutto. Al contrario, ‘Le Nuvole’ presenta ‘il tutto’ : c’è anche quello che c’è in ‘Creuza de ma’ ma c’è anche la sua storia di cantautore, la parte musicale, la poesia, la politica: c’è tutto. E’ un disco che racconta Fabrizio nella maniera più completa, e quindi più bella, possibile: album assolutamente indimenticabile.

La rivista ‘Rolling stones’ ha indicato come il più bell’album italiano di sempre ‘Bollicine’ di Vasco Rossi: sei d’accordo?

No, e non credo di sbagliare. Se penso a Battisti, De Gregori, De André, Battiato, Dalla , Pino Daniele, Fossati, penso che abbiano creato album migliori di quello. Potrebbe entrare in un rosa di venti ma, di certo, non come primo.

Su cosa stai lavorando in questo periodo?

Ho terminato ieri le correzioni di un lavoro su Freddy Mercury e ora mi appresto – sono in contatto col figlio – a progettare un lavoro su Pino Daniele.

Come sta andando il tuo nuovo libro su Lucio Dalla?

Benissimo, è quarto nella classifica generale e, notizie freschissime, è già in ristampa e ha visto acquistati i diritti per realizzare un film: sembra davvero che avrà una lunga vita!

Festival di Sanremo: materia di sogni

di Daniele Madau

Sanremo è un luogo donato alla terra per sognare. Il suo contesto geografico, i suoi luoghi di cultura e d’evasione – il teatro, il casinò- e la loro storia, il Festival della Canzone e il festival contro il Festival della Canzone, e cioè il Premio Tenco. Per gli amanti e gli appassionati, è un luogo simbolo, feticcio e di pellegrinaggio, anche solo televisivo.

Il Festival doveva esserci; però lo sognavo – appunto – diverso. Lo sognavo sobrio, senza il rutilante palco e l’accecante scenografia, in solidarietà con il bianco dei nostri ospedali. Senza le ripetute, e ormai esauste, scenette da villaggio vacanze di Fiorello e Amdeus: un po’ più elegante, perché è il luogo sacro dell’arte della canzone italiana, ed empatico con tutti gli altri teatri d’Italia chiusi, a cui avrebbe potutto stringersi, davvero, in gemellaggio.

E le canzoni? Beh, non sono proprio di mio gusto ma questa è la nuova generazione italiana, a cui prestare fiducia, orecchio e cuore; e, magari, presentare qualche maestro, anche di testi: tra parolacce e frasi un po’ imbarazzanti, ce ne sarebbe bisogno.

Ottimo Ibrahimovic che, con accanto Amadeus, aveva il ‘fisique du role’ per il ruolo comico del gigante con il nano.

Tuttto passa, anche questo Festival: però, che bello che esista, come omaggio alla musica. E come materia di sogni: chi di noi non ha sognato di stare lì, con un suo testo, sul palco.

Sardegna mia, isola bianca. Ode alle isole

di Daniele Madau

La Sardegna è la prima zona bianca d’Italia; fatto che, dai prossimi giorni, permetterà di riscoprire, come all’alba di una nuova era o civiltà, nuovi gesti di vita.

‘Sententia est consequentia rerum’: la decisione è conseguenza delle cose perché, anche se a tutti noi sardi -compreso a me stesso-piace pensare che il merito sia nostro (e forse in parte lo è), dobbiamo, invece, intimamente gioire di essere isola.

E’ l’essere isola che lo ha permesso. Non c’è immaginario geografico, nella storia letteraria, mitologica o filosofica, che abbia suscitato più fascino delle isole, spesso localizzazione del paradiso stesso. E tra queste la Sardegna, da Platone a De André.

Potremmo bene, adesso, usare parole di rivalsa contro chiunque, per come era stata trattata da ricettacolo di virus d’alto bordo l’estate passsata dopo che, già, i suoi confini marini l’avevano protetta in primavera.

Non lo faremo: andiamo oltre, lasciamo parlare i fatti, che, sono anche ‘consequentia nominum’, conseguenza dei nomi. ‘Isola bianca’, infatti, è già presente, evidentemente e suggestivamente come presagio, in un toponimo del porto di Olbia.

E noi, sardi, che possiamo forse ora iniziare un cammino di riconciliazione con la nostra storia insulare, ricordiamo di avere davanti agli occhi, sotto i piedi e tra le mani qualcosa di prezioso: la vita nostra e degli altri – che ora qui in Sardegna è più sicura- e l’isola, da molti, ma quasi mai da noi, vista come Paradiso.

Renzi, Draghi e la schizofrenia della politica

Il governo Draghi in una foto del ‘Corriere della Sera’

di Daniele Madau

Gli ‘occhiolini’ sono articoli veloci, ammiccanti e diretti come una strizzata d’occhio

Renzi aveva disfatto il primo governo Conte per non dare pieni poteri alla Lega e ora abbiamo un governo con tre ministri della Lega. Non solo, abbiamo ministri della Lega e del Movimento 5 stelle, come, appunto, nel Conte primo che, poi, è stato fatto cadere. Non solo, abbiamo ministri del Pd e dei 5 Stelle insieme come nel Conte bis, che è stato fatto cadere. Abbiamo, dunque, vissuto tutto questo, tutti questi giri di cerimoniale istituzionale con una pandemia in scenografia, per rivedere tutti insieme quelli che, a due a due o in piccoli gruppi, non sono riusciti a governare. Potremmo continuare all’infinito con queste amabili facezie -che, di sicuro, riavvicineranno tanti italiani alla partecipazione politica- ricordando, a esempio, come Renzi rispose a chi criticava il patto del Nazareno: ‘Chi ora critica i miei accordi con Berlusconi, ci ha fatto insieme un governo’. Ora il governo con Forza Italia l’ha fortemente, e infine raggiunto, inseguito lui, con una tenacia quasi commovente, commozione che si accompagnava, però, a spontanei pensieri sulla schizofrenia – politica, sia chiaro -della mente che ha partorito questo suo, auto-osannato, capolavoro politico. Brunetta nuovamente alla Pubblica Amministrazione, l’artefice dell’ottimale situazione in cui si trova la pubblica istruzione ora, Gelmini, nuovamente ministra: c’è qualcosa che non va ma, sicuramente, sono io che non capisco. Anzi, risaltano proprio agli occhi le cose positive: ministri che ritornano, partiti che tornano insieme, orologi che vanno nuovamente insietro. Sì, la politica italiana è l’unica che riesce a fare i viaggi nel tempo: non avanti, però, indietro, nel tempo.

Lettera aperta al prossimo Ministro dell’Istruzione

di Daniele Madau

Gent.ma Ministra, Gent. Ministro

credo sia importante che Lei, apprestandosi ad affrontare questo gravoso e bellissimo impegno, abbia la disposizione d’animo di ascoltare noi insegnanti. Sembrerà superfluo scriverlo ma coloro che conoscono meglio il nostro mestiere siamo noi. Coloro che, per così tante ore al giorno e per tanti giorni l’anno, vedono i ragazzi, respirano la stessa aria e vivono le stesse attività con loro, siamo noi. In questi mesi di didattica a distanza gli studenti, e le famiglie, hanno avuto a disposizione i nostri indirizzi di posta elettronica e, spesso, i nostri numeri di telefono, per ogni necessità, con una disponibilità che abbracciava l’intera giornata. Non era dovuto, non era cercato per ottenere una qualche visibilità o clamore eppure così è stato, senza nessun riscontro in termini di carriera – che per noi non esiste – o di compensi contrattualizzati.

La disponibilità viene, forse, naturale, quando si tratta di ciò che per sua natura è fragile, come la giovinezza o l’adolescenza, e quando ti riconosci partecipe della costruzione del futuro; ma, proprio perché attori e protagonisti -come gli studenti, le famiglie, tutti coloro che rendono vivo quotidianamente il grande palcoscenico della vita che è la scuola – noi insegnanti e professori vorremmo avere parola quando si parla, e si decide, sulla scuola.

Ascoltiamo volentieri la voce di psicologi, sindacalisti, giornalisti, dei colleghi professori universitari, di politici, sociologi e curatori di siti sulla scuola ma troppo spesso non viene richiesta, e non sentiamo, la nostra.

Non ricordo, a memoria mia, una memoria di trent’anni, un Ministro che abbia avuto l’umiltà, così preziosa, di chiedere ai professori consigli o, più semplicemente, di far capire loro che li avrebbe tutelati, capiti, valorizzati. Almeno non palesemente e, questo, è un caso in cui sarebbe opportuno mostrare chiaramente da che parte si sta. Sarebbe bello, per una volta, sarebbe un segno di maturità per l’Italia. Eppure ‘ministro’, e non solo quello dell’Istruzione, vuol dire ‘servitore’, come titolo di nobiltà, non di miseria: ‘Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini’, sentenziava lo zio Eliseo in ‘La vita è bella’.

Anche noi siamo, o dovremmo essere, servi, o in altri termini, strumenti, della bellezza, degli ideali, della cultura, dell’educazione, del bene, del bello, del rispetto, della poesia, dei valori, della nostra lingua, della legalità, della Costituzione, dell’Unione Europea, della cittadinanza, delle diversità, della storia. Pensi quante cose, pensi quale missione. Eppure si può fare: però, riparta da noi, ci ascolti, ci valorizzi, ci dia fiducia. Ci dia degli spazi educativi adeguati, affinché, nei locali scolastici, la bellezza non sia solo negli occhi e nei sogni dei giovani ma tangibile, come promessa di futuro. Lavoriamo insieme, per ridare a noi un’autorevolezza che renda vera l’esperienza viva dell’educazione affinché – prendendo in prestito quanto detto dal collega e scrittore Eraldo Affinati – nelle aule non si faccia finta di insegnare e non si faccia finta di ascoltare. È forse superfluo ricordare le parole, comunque luminose come un faro, di Nelson Mandela e di Malala, che conoscerà sicuramente: l’istruzione, l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo; un insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo. Scrivendo dalla Sardegna, però, Antonio Gramsci, sì, vorrei citarlo, nel suo fermo, ma dolce, invito agli studenti: studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Faccia in modo che il nostro Paese diventi il luogo che mostri ai ragazzi, e a noi, di aver bisogno della nostra intelligenza. Potremmo, allora, essere strumento anche della rinascita della cultura, che ha unito il nostro Paese molto prima che la politica. Allora, con la pandemia finalmente alle spalle, l’Italia nascerà in un nuovo futuro: inizi da noi, inizi, davvero, dalla scuola.

Un dizionario per i segreti del Quirinale e della crisi

Gli interni del Quirinale

di Daniele Madau

Il Palazzo del Quirinale è dal 1870 la residenza ufficiale del Re d’Italia e dal 1946 del Presidente della Repubblica; è certamente, inoltre, uno dei simboli dello Stato.

Costruito a partire dal 1573 come residenza estiva dei papi, perché in posizione più salubre rispetto ai palazzi vaticani, divenne di fatto la residenza del pontefice nella sua qualità di sovrano, complementare a quella del Vaticano, che costituiva la sede del papa vescovo di Roma.

E’ un palazzo meravigliso, che si può visitare gratuitamente con tanto di guida e se, quando lo si visita, la bandiera della Repubblica non è ammainata, vuol dire che il Presidente è in sede.

In questo periodo è come se, in qualche modo, fossimo tutti suoi ospiti: durante le crisi di governo, infatti, ci siamo abituati a sbirciarne i luoghi, i segreti, i corridoi, le sale (come quella delle Feste, dove in questa crisi si danno le comunicazione alla stampa), cercando, contemporaneamente, di capire anche qualcosa del lessico della crisi: così distante da noi mentre ci tocca così direttamente, dato che ne va della quotidianità di ognuno di noi, mai come ora. La politica è la nostra stessa vita, è l’aria che respiriamo e tutti dovremmo interessarcene e avere gli strumenti per parteciparvi. Credo che questa sia una grande verità. Vediamo allora qualcosa delle parole di questa crisi, che, magari, spesso sentiamo ma che lasciamo in un angolo della mente come qualcosa di esotico, lontano, forse inutile, di sicuro non per noi. Il mucchio da cui scegliere è enorme: possiamo partire, facendoci aiutare anche dalle preziose informazioni del sito di Skytg24, da voto di fiducia . L’ art. 94 della Costituzione dice che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. L’esito negativo di un voto di fiducia, o l’approvazione di una mozione di sfiducia, con cui si mette in discussione un governo, revoca il rapporto fiduciario che lega Governo e Parlamento e costringe il Governo a presentare le dimissioni aprendo così una crisi di governo parlamentare. Generalmente però le crisi di governo non vengono causate da una mancata fiducia quanto dalla rottura degli accordi tra partiti costituenti la maggioranza e il Governo. Ed è esattamente quello che è appena successo. La rottura dell’accordo tra Italia Viva e gli altri partiti ha portato Conte a dare le dimissioni perché non aveva più una maggioranza solida, ampia e riconoscibile. Il Presidente della Repubblica, allora, unico arbitro della crisi, avvia le consultazioni con i partiti.

In realtà, secondo l’articolo 92, che disciplina la formazione del governo, “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Invece, nella prassi, la nascita di un esecutivo passa attraverso la fase preparatoria delle consultazioni. In questa fase il capo dello Stato, attraverso una serie di incontri con i principali attori politici, cerca di individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza alla Camera e al Senato. Questo meccanismo viene attivato anche ogni volta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica.

L’ordine delle consultazioni è disciplinato da una sorta di galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In genere gli incontri previsti sono quelli con i Presidenti delle Camere, gli ex Presidenti della Repubblica (in questo caso Giorgio Napolitano) e le delegazioni politiche. Queste sono formate dai capigruppo parlamentari che potranno decidere di avere al proprio fianco anche il leader del partito e i rappresentanti delle coalizioni. Tutti vengono ricevuti nello Studio alla Vetrata al Quirinale. Le delegazioni entrano dalla Sala del Bronzino, all’uscita passano di fronte alle telecamere- in questi giorni nella ‘Sala delle feste’ – e, se vogliono, rilasciano dichiarazioni.

Le consultazioni durano un minimo di due giorni (anche se in un caso si sono chiuse in 24 ore) e se alla fine del primo giro non si arriva all’individuazione di una maggioranza, si può procedere ad altri giri di consultazioni (in genere fino ad un massimo di 3) o, come in questo caso, all’indicazione di un “esploratore” – che di norma è proprio uno dei presidenti del Parlamento – che compie i suoi sondaggi tra i partiti per verificare se è possibile indicare una maggioranza che sostenga un governo. Se e quando si troverà una maggioranza solida, questa esprime anche un candidato premier.

Il presidente della Repubblica, una volta individuata una maggioranza parlamentare, convoca la personalità indicata dalle forze politiche come in grado di trovare i voti necessari per ottenere la fiducia, e gli conferisce l’incarico, che può essere pieno o con alcune condizioni (in quel caso si parla di pre-incarico). L’incaricato può accettare subito o accettare l’incarico con riserva, ovvero prendersi alcuni giorni per avviare un confronto con le forze politiche e solo dopo tale confronto sciogliere la riserva. Sciolta questa, si riparte sperando, questa volta, di arrivare al 2023.

Serietà nella classe politica: una speranza morta troppo presto

di Daniele Madau

Non è semplice scrivere dell’attuale situazione politica, con le problematiche che sono nate in seno al governo – serpi in seno? -, dopo la puntata di ieri, lunedì 4, di ‘Report’. Il programma di Sigfrido Ranucci era interamente dedicato alle commistioni tra Stato e criminalità, mostrando un legame che appare sempre più profondo e letale.

Sentire ancora una volta dalla voce di mafiosi i nomi di Dell’Utri e Berlusconi indicati come loro interlocutori a più livelli, sino al più alto; vedere la Repubblica Italiana debole e inerme nelle mani di Licio Gelli e di apparati deviati; percepire il vuoto in cui erano stati abbandonati -vittime pronte al macello – Falcone e Borsellino; avvertire il pericolo in cui la democrazia era precipitata in quei primi anni novanta. Tutto questo banchetto delle anime più nere sulla vita di cittadini inconsapevoli, ha dato un senso di nauseabonda tristezza che ha lasciato spazio al ‘fresco profumo della legalità’, per usare le parole di Borsellino, solo dopo aver riflettuto sul fatto che la Repubblica, però, ha vinto. Sul fatto che ora abbiamo un Presidente della Repubblica, appunto, che ha tenuto in braccio il fratello appena ucciso dalla convergenza degli interessi di criminalità organizzata e destra estrema e sul fatto che la giustizia , pur con il suo tortuoso percorso, ha potuto condannare alcune di quelle anime, come Dell’Utri, nel processo per ‘Concorso esterno in associazione mafiosa’.

Com’è stato possibile tutto ciò? La domanda è di vertiginosa difficoltà e una risposta è impossibile se non in termini generali, termini che ci possono riportare, con un pindarico volo, all’attualità.

Può esserci una debolezza intrinseca nella nostra democrazia parlamentare? O non si possono imputare colpe a un sistema ma solo agli uomini che ne fanno parte? Per la Corte Costituzionale “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”. In nome della rappresentatività, dunque, garantita dai nostri parlamentari, ogni altro valore diventa subalterno. Nella puntata di ieri di ‘Report’ si è ricordato che, se non fosse stato ucciso Borsellino, il parlamento era pronto a bloccare il 41/bis, in nome del garantismo. Allora, il punto basilare, come spesso ricorda Massimo Cacciari, può essere la scelta dei parlamentari? In una repubblica fatta di persone poco istruite che, per un periodo, sono andate a votare con una legge che prevedeva i ‘listini bloccati’, cioè persone nominate dai partiti?

Anche oggi la stabilità è messa in un piano assai subalterno dalle nostre forze politiche.Eppure la programmazione, la lungimiranza, il senso di fiducia, che la stabilità permette sono condizioni irrinunciabili per una quotidianitò degna di cittadini.

Il punto è che stabilità e rappresentatività possono coesistere: ce lo insegna la Germania, che, come gran parte degli stati del centro – est europeo, è una repubblica parlamentare. Non sembrano saperlo, però, i principali attori della nostra recente storia politica e della stretta attualità. Ancora una volta, infatti, e in un periodo drammatico, il nostro governo è sul baratro di una crisi, non ancora, tuttavia (e fortunatamente), conclamata.

In un governo, seppur nato di fretta e non da programmatiche alleanze elettorali garantite, a esempio, dal doppio turno alla francese, le rivendicazioni, anche se – o soprattutto se – giuste, come alcune di quelle avanzate da Renzi, devono far parte della normale dialettica politica, che non sempre l’opinione pubblica deve sapere nei termini a cui quotidianamente assistiamo.

Certo, Renzi, giustamente, ha bisogno della visibilità ma questa visibilità è malata, nel momento in cui mina la stabilità, a cui i cittadini – in questo momento -anelano.

La politica deve essere questo: gestione illuminata del presente e programmazione del futuro: sembrava che la pademia avesse portato un po’ di serietà nella classe politica e fiducia verso la classe politica. Ormai, però, sembra una speranza morta troppo presto.

Per il 2021 siamo condannati a sperare, dando al verbo ‘condannare’ l’accezione più bella. Incontro con Don Maurizio Patriciello

Don Maurizio Patriciello

di Daniele Madau

Don Patriciello è colui che, da solo con la forza del Vangelo, ha affrontato il dramma dei roghi tossici in Campania, nella cosiddetta ‘Terra dei fuochi’: roghi criminali, frutto di connivenze tra politici, industriali e malavita, che come principali vittime hanno colpito i bambini. Un dramma che ancora continua sotto gli occhi di tutti. Con lui abbiamo guardato prima al 2020 e poi al 2021, con, però, la speranza che non muore

Una prima domanda imprescindibile: come sta la ‘Terra dei fuochi’ e il sud in generale?

Da 150 anni la questione del sud è irrisolta, c’è poco da fare. Ogni giorno, ci scontriamo con questo, penso solo alle linee ferroviarie, che usiamo quotidianamente così diverse dal nord. Nella ‘Terra dei fuochi’ abbiamo fatto piccole cose ma i problemi che stanno alla base non sono stati risolti. Noi abbiamo denunciato i roghi dei rifiuti industriali in regime di evasione fiscale ma la Regione Campania ha cancellato la commissione apposita sui fuochi. Ci troviamo, ora, con l’assurdità di un commissario nominato dal governo e la commissione che, invece, è stata soppressa della Regione. Il problema è serio e non si vuole affrontare nella sua complessità, con il lavoro nero, l’evasione, la camorra, i politici corrotti.

Se pensiamo al 2020, abbiamo ben presente l’immagine del Covid: tanto altro, però, c’è stato. Nella tua terra, a Caivano, a esempio, mi viene in mente Maria Paola, speronata in scooter e uccisa dal fratello che non approvava il suo orientamento sessuale. Come guardare con gli occhi di fede all’anno trascorso? Purtroppo di problemi gravi e sciagure la storia dell’umanità ne è piena e anche questo 2020 ne è stato pieno. Alcuni drammi sono vicini a noi, altri sembra che ci tocchino di meno. Noi siamo cristiani e per tutti noi, per me prete della ‘terra dei fuochi’, la speranza è un obbligo. Noi siamo condannati a sperare, dando a questo verbo l’accezione più bella che ci possa essere. La pandemia ci è caduta addosso senza preavviso ma la speranza, di cui ho parlato prima, che avverto è di uscirne migliori, di avere imparato qualcosa: se dovessimo ritornare a essere quello che eravamo prima saremmo di nuovo come coloro che pensano di essere sani in un mondo malato, come disse papa Francesco, in solitudine, a San Pietro a marzo. Adesso stanno arrivando i vaccini e quindi si apre una luce: dobbiamo allora vivere questo tempo nella certezza che nessuno si salva da solo, perché ogni uomo è mio fratello. Non c’è spazio, quindi, per i negazionisti, proprio ora che abbiamo la cura, il vaccino, a disposizione.

Il 2020 è stato l’anno della ‘Fratelli tutti’: puoi presentare un tuo commento?

Con l’enciclica Papa Francesco ha mostrato il volto misericordioso, e non solo giusto, di Dio, che spalanca le braccia e abbraccia il mondo. La Chiesa è questo, andare incontro ai lontani, come nelle parabole evangeliche, come lo straniero che scende da Gerusalemme a Gerico o in San Matteo in cui, parlando del giudizio finale, il Signore dice chiaramente: ‘Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere’. Non dice, però, io bevo in chi aveva la pelle bianca, no, ‘qualsiasi cosa avete fatto all’ultimo dei miei fratelli’: questo è il cristianesimo. La proposta cristiana, però, è come un sasso lanciato nel mare: i cerchi concentrici si allargano e piano piano svaniscono. Alcuni, quindi, sono toccati di più, altri meno ma, sempre, mette al primo posto la persona umana, la dignità. Al primo posto, prima dell’identità sessuale –tornando a Maria Paola – prima del colore della pelle, prima della religione. La persona umana prima di tutto. Questo ci insegna Francesco, così come essere in relazione con tutti, con il creato, con il mio Dio, con me stesso, con i fratelli, con i fratelli dell’Amazzonia, che non vedrò mai, con chi non accoglie il vangelo, con i non cattolici, con chi ha difficoltà a credere. Con tutti c’è da lavorare insieme.

Come dovrà essere il cristiano del 2021? E la Chiesa, per essere all’altezza delle nuove sfide?

Il cristiano è sempre uguale: è l’uomo dello stupore – come davanti alla culla a Natale -, di cui che sa guardare all’altro come a un mistero. Quando abbiamo consumato tutto dell’altro, avvertiamo un vuoto nel cuore. Solo guardando a chi ci sta vicino con stupore, non avvertiremo mai malessere e disillusione. La sfida è l’umiltà dell’uomo davanti al creato, a cui dobbiamo guardare con questo senso di mistero, e che lo dovrà portare a custodire il creato, a non saccheggiarlo, a contemplarlo, appunto, con stupore. Così come guardiamo al mistero di un Dio fatto bambino. Abbiamo, poi, le grandi sfide della Chiesa verso chi svende la propria e l’altrui dignità: penso alla pedofilia, ai 56 milioni di aborti nel mondo, al traffico di organi. Sono cose che lasciano stupefatti eppure è lì che dobbiamo entrare, con il dialogo, con grazia, seguendo sempre il vangelo e arrivando dove c’è più bisogno, ai bambini – i prediletti dal Signore-, alle donne, alle persone più bistrattate, ai paesi poveri, dove le donne sono costrette a vendere anche se stesse, il proprio ventre – con ‘l’utero in affitto’ – per la voracità dei ricchi.

La dolcezza e il coraggio. Intervista con Gessica Notaro

In basso, Gessica Notaro oggi. In alto, il cuore mostrato prima di entrare in sala operatoria.

di Daniele Madau

Abbiamo in mente il suo cuore, formato con le dita mentre entrava, come tante volte, in sala operatoria: era il gesto di chi lotta con la dolcezza di donna. Come si era promessa, ha vinto e ora il suo aggressore è stato sconfitto non con le armi della viltà – proprie del suo gesto – ma con quelle della giustizia. Quindici anni, cinque mesi e venti giorni: questa è la condanna, definitiva, per Edson Tavares, colui che ha sfregiato con l’acido, non accettando la loro separazione, la modella , showgirl e cantante Gessica Notaro. La sentenza soddisfa il desiderio di giustizia che tutti noi abbiamo provato insieme a Gessica, avendola accompagnata nella sua lotta e nel suo invincibile desiderio di rialzarsi e di vincere.

Eppure resta ancora un senso di sgomento per il gesto di quest’uomo, che -in base a quanto emerso dal processo e dalle parole della vittima- non ha mai mostrato pentimento, privandosi dell’unico gesto che avrebbe potuto riscattarlo e ridargli una dignità umana.

Quindici anni: un tempo nullo rispetto al dolore arreccato, forse un tempo congruo perché la società si faccia carico anche della miseria di quest’uomo, perché possa trovare nei meandri del suo animo gli spiragli del pentimento. Solo in questo caso, avrà anche in dono il perdono di Gessica. Lo ha detto Gessica stessa, nella nostra breve conversazione:

Qual è la prima cosa che vorrebbe dire a tutta l’opinione pubblica, ora che la sentenza è stata pronunciata

Alle donne, vorrei dire di denunciare, di non aspettare, di avere coraggio, di non perdere un minuto.

Nel mio insegnamento noto come a scuola sia difficile parlare di educazione all’affettività, ancora riservata completamente alle famiglie. Cosa direbbe come messaggio più importante, da questo punto di vista, a una classe di adolescenti?

Io vado spessissimo nelle classi, è una attività a cui mi dedico. Però non parlo io, sono loro a farmi domande e quella che emerge di più è la domanda sul perdono: ho perdonato? No, non ci può essere perdono senza pentimento.

La sua è una vita ricca. Anche se sembra quasi una bestemmia, sembra abbia trovato nuova forza dall’aggressione subita.

Sì, sicuramente, l’ho sempre detto, non l’ho mai negato. Sono molto più forte di prima, ho trovato dentro di me qualcosa che prima non sapevo di avere. Tantissime risorse, spirituali, che non avrei mai trovato altrimenti.

La parità di genere in Italia, un cammino ancora lungo?

C’è una sensibilità nuova; significa che si sono fatti tantissimi passi avanti, prima inimmaginabili.

A proposito della sua attività artistica, così ricca, può parlarci dei suoi progetti:

Ho pubblicato la canzone ‘Gracias a la Vida’ e ho tanto che bolle in pentola ma che, per ora, non posso anticipare.

Lei ha affermato di aver subito tanto dal suo ex compagno Tavares prima di agire. Come mai una donna come lei, conosciuta, apprezzata, piena di vita, non lo ha fatto prima? Può provare a parlarne?

Io ero dipendente affettivamente, non capivo. La dipendenza affettiva è una delle più difficili da vincere, come è stato dimostrato anche scientificamente. Finché ero dentro questa situazione non riuscivo a sottrarmi a un abile manipolatore, uno capace di far sì che tu possa pensare sia l’uomo della tua vita. Finché ero dipendente, ho accettato tutto.

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