La regolarizzazione dei migranti: numeri e prospettive della proposta della ministra Bellanova

di Daniele Madau e Ahmed Naciri

Concordo con Ahmed Naciri, amico oltre che mediatore culturale, collaboratore della prefettura, presidente della Rete Sarda della Collaborazione Internazionale, che per questo caso, e in genere nella vita, bisogna prima leggere i documenti e poi presentare le proprie idee e interpretazioni.

Iniziamo, quindi, con la bozza del primo articolo della proposta della ministra, che mi legge Ahmed, che parla solo di regolarizzazione nei settori dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura, per un totale di sole 240.000 persone, rispetto alle 600.000 di cui si parla. Tra l’altro, si indica chiaramente che spetterà al datore di lavoro la presentazione della domanda al fine di instaurare un rapporto di lavoro subordinato per la durata massima di un anno. Ciò detto, siamo ben distanti,quindi, dal concetto di sanatoria ma, appunto, siamo all’interno di un procedimento di regolarizzazione.

Regolarizzazione tramite il permesso di soggiorno che ora, in base alla Convenzione di Ginevra, è subordinato a regole stringenti -quali il provenire da determinati paesi dell’Africa, come l’Eritrea – ed è di difficile acquisizione.

“Ma i 58 paesi africani si stanno tutti scannando, quindi io non capisco come si possa affermare che chi proviene da un altro paese non possa essere definito rifugiato. Un migrante, ora, arriva, quindi, da noi, cerca di comportarsi bene, parla l’italiano, cerca di inseririsi nel contesto sociale ma non può essere regolarizzato. Io dico sempre che un italiano dovrebbe, al contrario, porsi in questa situazione e provare come si sentirebbe”.

Concordiamo ancora, sul fatto che sia una proposta di buon senso, anche se forse non ancora sufficiente ” piuttosto di niente meglio piuttosto”- così si dice in Lombardia- ma servirebbe più coraggio. Ripenso allo ius soli e allo ius culturae, occasioni perse, senza le quali non possiamo dare la cittadinanza a chi ha frequentato le nostre scuole.

“Purtroppo il tema dei migranti difficilmente porta i voti, anzi, al contrario, si è portati a seguire la massa, come stanno facendo i cinque stelle: di sicuro anche loro pensano sia di buon senso la proposta della ministra ma, come direbbe Manzoni, ‘Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune’ “.

Una giusta presa di posizione

di Daniele Madau

La presa di posizione della ministra Bellanova sulla regolarizzazione dei lavoratori in nero, compresi gli immigrati, sembra lungimirante e di buon senso, da più punti di vista, economico, sociale, etico. Componenti della sua maggioranza hanno manifestato dissenso, causando velati scenari di dimissioni. La riflessione di domani, a questo proposito, presentarà un’intervista per approfondire il progetto della ministra: interlocutore sarà Ahmed Naciri, mediatore culturale e sindacalista.

A titolo indicativo, di presentazione della complessa tematica e di introduzione all’intervista di domani, presento una sola delle tante problematiche che gli immigrati non in regola devono affrontare, tratta dal sito integrazionemigranti.gov.it e riguardante una rapporto di MSF sulla campagne lucane: “Più di un paziente su due aveva riscontrato problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Sul totale delle persone assistite, solo il 43% era in possesso di una tes-sera sanitaria in corso di validità mentre il 27% aveva una tessera sanitaria scaduta, il 28% dichiarava di non aver mai avuto una tessera sanitaria né un codice STP e solo il 2% era in possesso di un codice STP , mentre il 28% dichiara-va di non aver mai avuto alcun tipo di accesso (si intende sia l’iscrizione al servizio sanitario che l’assegnazione di un codice STP) [cfr. Fig.4]. Sul totale delle persone assistite dallo staff medico, il 20% è stato riferito all’operatrice sociale per orientamento ai servizi socio-sanitari” . Medici senza frontiere: Rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane”

“Il bene fatto non bisogna dirlo”: storia di Gino Bartali


A vent’anni dalla morte di Gino Bartali, ricevo, e volentieri pubblico, un ricordo del campione – benefattore silenzioso – scritto da chi ha voluto omaggiarlo e restare altrettanto nascosto

A Gino

Credo che a voler ricordare degnamente una persona sia possibile farlo non solo attraverso il sentimento personale e affettivo dei parenti e amici stretti che hanno condiviso con lui il tempo della sua vita ma anche tanti altri che hanno potuto conoscere  le sue qualità umane. Nel caso di Gino Bartali si sono conosciute prima le sue doti sportive ciclistiche che lo hanno portato alla ribalta e poi, ma dopo tempo, le sue qualità morali, il suo altruismo, la sua testimonianza cristiana. Si Cristiana. Molti forse non sanno ancora, nell’ anno 2020, a distanza di 20 anni dalla sua morte, che Lui oltre che ad essere un grande campione di ciclismo fu testimone autentico nella sua vita.

Mi scuso se preferisco ricordarlo più per questo aspetto della sua vita ma con questo non voglio assolutamente sminuire la grandezza del suo impegno sportivo che amo tantissimo.

Parlo così perché vedo in lui l’uomo che ha saputo attraversare il suo tempo con una fede incrollabile, con un altruismo e una particolare propensione alla sobrietà, aspetto che molti di noi dovrebbero prendere ad esempio. Gli Ebrei che attraverso di lui poterono salvarsi e i loro figli non lo hanno dimenticato, al contrario nel 2013, nel Giardino dei Giusti del Museo di Yad Vashem a Gerusalemme, venne piantato un albero di carrubo in memoria di Gino Bartali, proclamato “Giusto tra le nazioni”.

Esemplare è quanto ha fatto. Vorrei ricordarlo in breve. Salvò numerosissime vite, incurante del pericolo a cui esponeva la sua vita. La sua semplicità d’animo autentica, la sua sobrietà portarono a far si che nessuno, nemmeno i familiari, erano al corrente di questo suo mirabile atto di carità. Lui diceva: “Il bene fatto non bisogna dirlo, se viene detto non ha più valore. Di fronte a Dio non valgono i soldi guadagnati, né le medaglie attaccate sulle maglie sportive, ma solo quelle che si attaccano sull’anima, quelle conquistate facendo opere buone, che ho sempre cercato di fare”. Per questo non voleva che si dicesse niente delle continue opere di carità che faceva.

Gino Bartali ci lascia un ricordo dolcissimo, quello di un uomo semplice, padre di famiglia, di un grande campione che non ha cavalcato la sua notorietà per mettersi in mostra, per fare vita mondana ma per mettersi in silenzio al servizio degli altri. E’ quello che ognuno di noi potrebbe fare.

Morì il 5 maggio 2000, serenamente, nel suo letto come aveva sempre richiesto nelle sue preghiere a Santa Teresina avvolto nell’abito bianco dei Terziari Carmelitani, nel cui Ordine Secolare entrò all’età di 22 anni  il 14 febbraio 1937 col nome di Frà Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino con rito solenne. Il 4 dicembre 1938 Gino Bartali fece la professione definitiva.

Quanto scritto spero possa spingere ognuno di noi ad approfondire quanto di bello lui ci ha lasciato e a portarlo nei nostri cuori come esempio vero di vita vera dedicata agli altri.

Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia

di Daniele Madau

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni sondaggi, riferiti al gradimento dei politici e alle intenzioni di voto: essi assumono un particolare rilievo, dato che arrivano alla fine della dura fase 1. Subito è stato notato come Conte, che pure ha un gradimento del 65% circa, sia distante in maniera un po’ imbarazzante dai suoi omologhi europei. Quasi tutti gli altri poi, tranne Zaia – ormai considerato un caso e atteso al varco come possibile spodestatore di Salvini -sono sotto il cinquanta per cento. Eppure abbiamo avuto i decreti ‘cura Italia’ e ora ‘aprile’. Ci saranno 400 miliardi per le imprese e il reddito di emergergenza. L’anno scorso poi, richiesti dalla maggioranza degli elettori, sono arrivati il reddito di cittadinanza e quota cento. Sembra che il popolismo non sia popolare oltre lo strettissimo giro delle elezioni o che l’appettito degli italiani non abbia mai fine. Chiaramente la questione potrebbe essere risolta solo con la quantità dei libri della biblioteca di Borges ma io vorrei soffermarmi sull’appettito degli italiani. Non voglio sembrare irriverente, stiamo appena discostandoci da una tragedia, infatti il discorso è generale e valido in ogni tempo. Credo che l’elettorato italiano, quindi noi tutti, compreso me che scrivo, sia infantile, nel senso che pretende, quasi senza responsabilità. In questi duri giorni ho parlato con imprenditori non impeccabili da un punto di vista morale (tasse, contributi, eccettera…), volere molto di più dallo Stato e famiglie che si lamentavano perché non sapevano dove tenere i figli durante la chiusura della scuola, come se questa fosse un servizio di accudimento dei figli in assenza dei genitori, e non un luogo educativo e di cultura. Davvero, mi sembrano lamentele di bambini: ci vuole sempre un ragionamento un po’ rigoroso e sincero prima di parlare. Non a caso, non siamo noi ad aver sentito: ‘Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia’, purtroppo…

Noi, al contrario, siamo la nazione più malinconicamente redarguirta dai poeti “Ahi, serva Italia” , “Italia mia, benché il parlar sia indarno”, “O patria mia, vedo le mura e gli archi”.

E quante immagini di aperta derisione abbiamo visto, in questi mesi, venire dall’estero, come, a esempio, dall’Olanda?

Eppure, tutti noi, nello stesso tempo, dobbiamo essere fieri dell’alta tempra morale -non minore della Cina- che ci ha permesso di guardare negli occhi questa pandemia. Allora, allora, torniamo sempre lì, a come saremo poi, tra poco, vaccinati e liberi di scegliere come vivere. Ci sono autori, come Eco, che amavano le liste, tanto da scrivere “Vertigine della lista”: questo amore rientra in quello che gli antichi avevano per i canoni e gli elenchi. Allora, ricollegandomi anche all’articolo del 3 maggio sulle parole della fase 2, ecco una brevissima lista, personale, di cosa gli italiani dovrebbero fare tra poco, all’uscita da questa breve parentesi, per poter poi chiedere allo Stato e avere con lui un rapporto più maturo e stabile: queste parole sembrano tratte dall’analisi di un rapporto di coppia e, forse, credo che il paragone non sia neanche tanto sbagliato.

  1. Pagare le tasse 2. Avere cura del paesaggio 3. Denunciare tutte le illegalità …(continua)

Le parole della “fase 2”

di Daniele Madau

Da lunedì, tutti pronti a ritrovare i nostri affetti e congiunti e le pratiche di sempre, forse da portare avanti con un cuore un po’ più leggero: mascherina, distanza, mani lavate. Ma qualcos’altro dovrà essere nuovo, il cuore, e le parole, attraverso cui lo mostriamo alla gente: grazie, scusa, permesso, prego. Ci sarà bisogno, infatti, di una sensibilità nuova, per vincere la sgradevole sensazione -che tutti abbiamo provato le poche volte in cui,in questi mesi, siamo usciti, di essere guardati e trattati come portatori di contagio e malattia. Al contrario, la gentilezza sarà il valore aggiunto; quella gentilezza, solidarietà, che si ritrova all’uscita dai momenti difficili e che dà tutto un altro senso a ogni nostro giorno. Non è difficile – Madre Teresa avrebbe parlato di “cammino semplice” -, basta allenarsi: si è in fila al supermercato e, se ci si avvicina troppo a un’ altra persona, basta sorridere e dire ‘scusi’. La delicatezza della parola, allora, agirà, in primo luogo, anche su di noi. Ricordate? Papa Francesco le aveva indicate come le parole per l’armonia famigliare: permesso, grazie, scusa. Io ho aggiunto anche ‘prego’ perché, rispondendo a un ‘grazie’ si instaura un processo davvero virtuoso. E se qualcuno che leggerà vorrà indicare le sue parole della fase 2, ben venga, sarebbe bello le indicasse nei commenti. Pronti, quindi, a usarle nuovamente questa semplici parole: mi perdonerete la metafora forse fuori luogo ma si è sempre detto che la gentilezza è contagiosa, e allora…

Il lavoro come espressione di dignità e generatore di valore

Il lavoro come restituzione della dignità dell’uomo. Una teoria per una nuova via di uguaglianza, nella giornata dei lavoratori

(Tratto da “Introduzione all’economia Umanistica”, Ibiskos 2015)

di Marco Desogus

In occasione della festa dei lavoratori, si offre un breve punto di vista che principia dal piano filosofico. Pare infatti occorrente muovere e – allo stesso tempo – ricondurre la riflessione in termini di dignitas dell’Uomo e declinare questo concetto all’interno dell’idea dell’agire dell’Uomo e segnatamente nel lavoro che egli compie; il piano sarà evidentemente non già semantico, ma ontologico. Non è casuale, peraltro, la scelta linguistica del latino per introdurre il parlare di dignità: il termine è infatti traducibile con “eccellenza”, qualità che veniva attribuita all’essere umano rispetto al resto del circostante. La dicotomia che tuttavia occorre superare è legata al sostrato che determina la riferita attribuzione, ovvero se essa sia connaturata nell’Uomo in quanto parte integrale dell’ente stesso – e dunque impiantata nel nascente ipso facto e dissolvibile con la morte dell’individuo – oppure sia un’assegnazione in costante divenire, raggiungibile attraverso manifestazioni tangibili di virtù e finanche riducibile o perdibile per demeriti. Questo stimolo è porto da Hoffmann, filosofo del diritto, che, nel rappresentare le ricadute della questione sul mondo contemporaneo, ripercorre la storia del pensiero a riguardo. 

Nell’alveo della cultura ellenica antica, la dignità assumeva, al pari della gloria, carattere di conquista, e non tutti gli uomini si dimostravano idonei a raggiungerla: essi infatti, per natura, nient’altro rappresentavano che un ingranaggio del cosmo immantinente e non tutti riuscivano ad elevarsi a siffatto rango, più prossimo al divino, proprio dell’agire nell’oggettivazione delle idee. In altre parole, non era la mera dotazione della ragione a conferire la dignità, ma l’opera che dalla stessa ne risultava.

In epoca latina, ancora in Seneca e come per Cicerone, sebbene già si percepisse che l’eccellenza era propriamente umana e che tale qualità differenziasse gli uomini dal resto degli esseri, rimane la concezione della conferibilità onorifica della medesima attraverso il valore degli atti compiuti; è però con Boezio che emerge un più innovativo e illuminato pensiero, in gran parte debitore della cultura cristiana, atto ad innalzare il concetto di dignità dalla semplicistica nozione di ‘incarico’ ad una sua assolutizzazione ed elevazione, nella raggiungibilità – per quanto ancora transitoria – al campo della morale. 

Nel medioevo – ancorché con argomentazioni creazionistiche – si supera finalmente l’approccio ad una dignità contingente e si giunge all’umanistica concezione di intrinsecità e pregnanza della stessa nell’Uomo, uguale dote di tutti gli uomini in quanto immagini e somiglianze del divino: se anche l’apologesi può apparire fragile, la portata filosofica di questa idea supererà i confini medioevali e confluirà pesantemente sul pensiero moderno – in tale direzione, ad esempio, le riflessioni di Bacone e Cartesio, anch’esse ancora fortemente legate alla genesi divina – e fino alla concezione illuministica di dignità quale carattere innato e peculiare dell’Uomo, ineluttabile ed ineludibile.

È poi Kant che compie il più importante approfondimento sulla questione e offre un orientamento definitorio della dignità umana. Secondo il filosofo tedesco la dignità non rappresenta già una caratteristica più o meno endogena, ma coincide imprescindibilmente con l’essere umano: “nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità […] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità […]. L’umanità [l’essere Uomo] è essa stessa una dignità: l’Uomo non può essere trattato dall’Uomo (da un altro Uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine. In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti” (Kant). 

Verso ogni singolo uomo, posto all’interno del proprio esistere secolare nel luogo socio-relazionale, non si potrà dunque mai prescindere dal suo rappresentarsi teleologico: egli è infatti, in virtù della eccellenza che incarna, sempre scopo di se stesso e dell’umanità e mai potrà essere strumentale nel contingente. “L’Uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’Uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse” (Kant). In particolare, appare significativo quanto interessante il passaggio in cui Kant, a proposito della dignità, scrive: “un valore che non ha nessun prezzo, nessun equivalente con il quale si possa scambiare l’oggetto dell’estimazione (aestimii)”. Concetto quest’ultimo ripreso e condiviso (ex multis) da Max Scheler, che sulla stessa linea, definendo la dignità, la esplicita come “il valore in sé […] della persona, che non può essere derivato da nient’altro”e, ancora: “ogni tentativo di misurare il valore della persona secondo l’incremento che essa può arrecare a un mondo di beni reali (siano pure beni “sacri”), o secondo il contributo del suo volere e del suo fare, quali mezzi, al raggiungimento di uno scopo (sia pure uno scopo ultimo sacro, immanente all’accadere cosmico) si oppone alla legge di priorità secondo la quale i valori della persona sono i più alti possibili”. Attraverso la sua opera, Scheler propone preziosi chiarimenti atti al superamento delle confusioni tra bene e valore, laddove solo quest’ultimo è proprio della dignità umana, in quanto non riproducibile e mai riconducibile ad un’esperienza empirica. 

Il ragionamento kantiano sulla dignità va altresì a riflettersi quale formazione basale all’interno delle proposizioni – anche di matrice giuspositiva – che riconoscono universalmente i diritti dell’Uomo, conciliando, all’interno dei testi, gli assiomi del diritto naturale e le necessità neocostituzionaliste ed ermeneutico giuridiche, nonché e soprattutto la difesa che queste ultime scuole strutturano sulla “differenza di giustizia” tra prescrizioni e principi e che anzi subordinano le prime ai secondi, diventando esse stesse forza coercitiva del giusnaturalismo medesimo. Così, infatti, recita l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo adottata dall’assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”; la stessa altresì dispone perentoriamente che le nazioni firmatarie debbano assicurare il riconoscimento e l’osservanza di detti principi. 

L’ulteriore passaggio logico muove, in primis, proprio dall’accoglimento del piano di idee che Kant in particolare esplica, ossia della dignità come “valore interiore assoluto”, di provvisione incondizionata per il fatto stesso dell’“esserci” uomini: è proprio ciò, si riferisce, che pone “l’Uomo al di sopra di qualunque prezzo” e, in quanto appartenente al mondo sensibile, “non può essere considerato come mezzo”. Da qui, l’ulteriore passo concettuale che ammette la forte correlazione tra tale cognizione di dignità e la connotazione sociale generale dell’Uomo, segnatamente declinata, all’interno della stessa, nel lavoro che egli svolge. In particolare ci si propone di comprendere quale sia la giusta valorizzazione da attribuire al lavoro effettuato da ciascun individuo, capendo se essa sia davvero legata all’astrazione marxiana del medesimo e dunque peculiare al valore di ciascuna tipologia di beni prodotti, ovvero se (anche) essa sia intrinseca eccellenza dell’essere umano, in qualunque mansione produttiva sia esso impegnato, ed elemento omogeneamente funzionale alla determinazione del valore di ogni bene (e non viceversa).

Gli economisti classici, attraverso un approccio prevalentemente euristico, hanno affrontato il tema da un punto di vista fenomenologico, tuttavia con l’obiettivo primario di carpire la composizione del valore partendo dall’osservazione delle merci in quanto reputate compiute e perfette formazioni dello stesso: “la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci e la merce singola si presenta come sua forma elementare […] finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano […] l’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi” (Marx).

Marx, in effetti, coglie pienamente l’uguaglianza che dovrebbe essere riconosciuta a qualunque lavoro umano: “il lavoro che forma la sostanza dei valori è lavoro umano eguale, dispendio della medesima forza lavorativa umana. La forza lavorativa complessiva della società che si presenta nei valori del mondo delle merci, vale qui come unica e identica forza-lavoro umana, benché consista di innumerevoli forze-lavoro individuali. Ognuna di queste forze-lavoro individuali è una forza-lavoro umana identica alle altre, in quanto possiede il carattere di una forza-lavoro sociale media e in quanto opera come tale forza-lavoro sociale media, e dunque abbisogna, nella produzione di una merce, soltanto del tempo di lavoro necessario” (Marx).

Il passaggio all’idea neoclassica sul valore delle merci, precipuamente attraverso il pensiero di Walras, conduce ad un impianto teorico del tutto scevro dal presupposto dimensionale: muovendo dal valore d’uso, inteso non già come base per la produzione e costituzione dei parametri di scambio, ma come fondamento per la definizione della relatività dei prezzi, si giunge ad un’immagine esasperata, dove non è neppure importante definire l’entità del prodotto processato, non essendo in effetti esso reputato (ancora) un valore.

Approfondendo ulteriormente, si arriva incontrovertibilmente a ché sia il lavoro all’origine del valore e il suo stesso esserne principio creatore: esso deve essere riportato alla sua unica natura possibile di ente assoluto ed eccellente, anche in quanto restituzione – prima ancora che generazione nell’oggettivazione – dell’opera dell’Uomo alla società. In tale ottica, il pagamento dei salari determina pur sempre il necessario veicolo numerico di misura monetaria del lavoro, tuttavia il prodotto economico, qualunque esso sia, andrebbe ad incarnare immantinente – come incarna – il valore più alto, quello dell’azione dell’Uomo entro lo stesso, non già artificiosamente conformato, ma ripristinato nella giusta omogeneizzazione intrinseca alla propria natura: esso non dovrebbe (e non sarebbe dovuto) essere sottoposto a confronto di prezzo nelle dimensioni contingenti di scambio. È nell’attuale scenario, anzi, che – almeno nel piano delle idee – il lavoro umano sembra assumere connotati simili ad una merce: esso viene infatti a tutti gli effetti subordinato ad un’attività di differenziazione nella misurazione del proprio valore, prestabilita su una base qualitativa legata al settore (appunto) merceologico in cui viene conferito; si considera, invece, che nell’attribuzione di analoga forma-valore (monetaria) alle merci – atta a permetterne la commensurabilità – che consegue al pagamento dei salari tramite la moneta, dovrebbe essere ben riverberata questa caratteristica di “assolutezza” fattoriale e sociale del lavoro dell’Uomo.

La libertà di essere legati gli uni agli altri

di Daniele Madau

Quando un concetto è molto complesso, può essere utile andare a scoprire la sua etimologia, scavando così nel tempo sino a raggiungere il significato che, nel remoto passato, hanno attribuito a quel concetto: si trovano così sfumature nuove e illuminanti e, soprattutto, la verità di quel termine, o almeno quella che gli hanno attribuito al momento della coniazione.

Durante la recente, breve, polemica tra la Conferenza Episcopale Italiana e il governo, sulla possibilità di rendere nuovamente possibile la celebrazione della messa coi fedeli, non si è potuto fare a meno di riflettere sul rapporto tra lo Stato e la Chiesa, tra la religione e la politica, il sentimento e la ragione, il cielo e la terra.

Visto che il tema è forse uno dei più complessi che si possano presentare, torniamo allora all’etimologia di religione: il termine è legato al verbo latino “lego”, da cui “legame”. “Religio” è quindi un rilegare insieme, come le pagine di un libro. Già l’immagine è di per sè bellissima, ma il merito è degli antichi, non nostra che la riscopriamo. Il legame è, chiaramente, verticale -con Dio- e orizzontale – con i fratelli- fratelli che, come noi, vivono in una società, nello Stato.

Dante scriveva che il fine della Chiesa era la nostra salvezza, la felicità eterna, e il corrispondente speculare in terra era l’impero, a cui era delegato il compito di procurare agli uomini il benessere in vita. Due facce di un’unica medaglia, anche se, mentre lo scriveva, Dante vedeva (e lo scriveva proprio perché vedeva il contrario) le lotte tra guelfi e ghibellini.

La storia infatti, lo sappiamo, ha voluto scherzare e ha visto quasi sempre la Chiesa e lo Stato combattersi piuttosto che collaborare insieme ai due fini citati sopra.

Ho scritto quasi sempre e non sempre, perché, ogni tanto, è successo: penso a quando le monarchie illuminate chiedevano agli ordini religiosi di arrivare ai più poveri, o a quando alla Chiesa è stata delegata l’istruzione.

Noi, oggi, abbiamo la possibilità di assistere a uno di questi momenti, grazie a papa Francesco: se, infatti, a inizio articolo ho parlato di breve polemica, è grazie a lui, che è subito arrivato a parlare di obbedienza alle regole.

A tutti arriva immediatamente il buon senso di queste parole ma, in realtà, sono parole storiche, nessun papa era mai arrivato a tanto, liberamente, nei confronti di direttive statali.

Proprio nel fatto che l’abbia fatto liberamente, senza essere costretto (penso a chi, come Bonifacio VIII, era stato costretto con la forza a gesti di sottomissione), sta la sua grandezza e la sua bellezza. Perchè è nella libertà il mistero del sentire religioso: non a caso, prima del Padre Nostro, il sacerdote invita a recitarlo “con la libertà dei figli di Dio”.

Ecco allora il bel paradosso: il segreto della religione sta nel vivere nella libertà i suoi legami; legami che sono strettissimi con lo stato, perché ambedue dovrebbero portare l’uomo alla felicità.

Questa volta, allora, la ricerca etimologica ci ha portato al paradosso e, forse, a una ulteriore complicazione: ma sono, credo, il paradosso e la complicazione più belli che ci siano.

Parlare di ‘Sa die de sa Sardigna’ con Gino Marielli dei Tazenda: “Oggi e nel futuro dovremmo essere una famiglia”

Gigi Camedda, Nicola Nite, Gino Marielli: i Tazenda

Oggi è ‘Sa die de sa Sardigna’, la Festa del popolo sardo: festa di valori, cultura, memoria e futuro. Con chi parlarne se non con Gino Marielli – che ringrazio per la gentilezza che sempre mi dimostra -autore dei testi dei Tazenda?

di Daniele Madau

Gino Marielli, i tuoi testi per i Tazenda, fanno ormai parte del patrimonio letterario sardo: sulle tue spalle e degli altri componenti, pesa, anche come onore, però, il fatto di aver incarnato l’immagine della Sardegna fuori dai suoi confini. Del resto le vostre scelte non sono mai state provinciali: avete cantato in logudorese, italiano, inglese, spagnolo e in altre lingue. Anche pensando ai fatti del 1794, quale deve essere lo spirito e il significato da attribuire a ‘Sa die de sa Sardigna’ oggi, affinché non sia una celebrazione puramente esteriore e provinciale? Vorrei partire dal 25 aprile, festa della Liberazione che, quest’anno, è stata vista come liberazione anche dalla pandemia, in un’ottica di speranza. Vorrei, quindi, anche per la celebrazione di oggi, attualizzare, in quanto è chiaro che non si possa applicare il metodo Stanislavskij e come io non possa provare gli stessi sentimenti che ha provato Angioy. Oggi vorrei una Sardegna vittoriosa, di una vittoria basata sulla consepevolezza che i sardi sono, se non il popolo più bello, di sicuro belli e uniti, a dispetto di come ci vedevano gli spagnoli. Da un punto di vista politico c’è ancora tanto da fare ma, per altri aspetti, lo siamo già, uniti. Vorrei una Sardegna cosciente delle proprie potenzialità, in ambito turistico e culturale, che, su queste risorse, riesca a diventare famiglia, da oggi per tutto il resto dell’anno e per il futuro a venire.

Quali valori incarna il concetto, seppur assai generico, di sardità ed esiste questo concetto? Incarna valori e concetti immateriali, come quelli che vengono in mente anche solo vedendo uno scozzese, coi suoi segni identitari come il kilt e le cornamuse. Pensiamo alle musiche, i costumi e le danze degli aborigeni, degli indiani d’america o all’arte cinese. Noi abbiamo danze, costumi e musiche limpidi, che si riconoscono subito. Il concetto di appartenere a un popolo o lo hai o non lo hai: noi lo abbiamo, è un dato di fatto, non dovremmo neanche porci la domanda. Le arti, così bistrattate in questo periodo a vantaggio di un livello tutto economico, hanno la loro rivalsa nel sapere suggerire poesia, come accade guardando un ballerino russo sulle rive del Don, e nel saper, appunto, incarnare i valori di un popolo.

Passando a visioni meno astratte ma più gravi, lo spopolamento, l’emigrazione giovanile, con il conseguente pericolo di desertificazione materiale e culturale, mettono a rischio il concetto stesso di sardità: come immaginare il futuro della Sardegna? Gli spostamenti, a volte, avvengono naturalmente, nella casualità, come un vento della natura. Pensiamo ai Rom, che hanno la loro origine non nei balcani ma nel Rajasthan da dove, 1200 anni fa, sono usciti e hanno iniziato a camminare. Diversa è stata la nostra emigrazione negli anni ’50 e ’60, spinta dalla necessità. Questo mi intristisce, quando una persona costretta lascia, in lacrime perché non vorrebbe, la sua terra e va in cerca di lavoro. Non mi dispiace, invece, quando un ragazzo va via, seguendo un sogno o un’idea e lancia il cuore oltre l’oceano. Io, che sono esterofilo, da giovane, ho vissuto in Inghilterra e sarei potuto restare lì, me la sarei certamente cavata. Poi, però, come nell’Alchimista di Coelho, ho trovato il mio tesoro vicino, in Sardegna. Quando sento, però, i desideri e i sogni di mio figlio, che immagina di seguire il viaggio dei delfini in Nuova Zelanda e di scoprire, lì, un mondo nuovo, non posso non avvertire lo slancio e sognare con lui. Lo spopolamento, con la globalizzazione, è stato un evento col sapore e il profumo dell’ineluttabilità. Sapevamo che, concentrando ricchezze in un determinato modo, le realtà più piccole ne avrebbero sofferto. Penso anche alle migliaia di lingue che scompaiono, coi loro modi di dire, le loro rappresentazioni della emozioni, privando l’umanità di infinite sfumature. Però penso che si possa trovare il modo di far rivivere quei luoghi spopolati, che possono diventare un set di un film o una scenografia di un concerto. Non è bello da dire se si pensa alle persone che ci vivono o, a esempio nel Sulcis, a chi con fatica ci ha lavorato; ma quanto risalta, ora, la bellezza delle miniere diventate un parco minerario? Credo, quindi, che le realtà più piccole, il microcosmo schiacciato dal macrocosmo, o scompaiono o diventano qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo.

Hai spesso impregnato i tuoi testi di spiritualità: si può avere un’ottica spirituale, o una comprensione spirituale, di questo periodo, che ha avuto momenti dolorosi e drammatici? Sì, si può avere ed è bello pensare che si possano avere strumenti per molteplici interpretazioni. Ci sono teorie oggi, anche se non ancora accreditate scientificamente, attraverso le quali si accosta un dolore o un evento a una problematica o a un lato del carattere. Se, magari, a una persona affetta da alcolismo capitasse di subire un infortunio a una gamba, potrebbe pensare, e utilizzare quel tempo di inattività e sofferenza, a liberarsi dalla malattia. Non è qualcosa di scientifico ma è bello il ragionamento, che porta a reinterpretarsi. Io non credo tanto al libero arbitrio, allo yes, we can americano. Credo, invece, all’abbassare la cresta davanti a qualcosa di grande, e pedalare. Arrivando alla pandemia, chi ha questo stato d’animo disponibile, uscirà da questo periodo migliorato; gli altri, forse, con un ego ancora più arrabbiato.

All’alba del primo giorno dopo il coronavirus, come riprenderà il trentennale viaggio dei Tazenda?

Noi abbiamo sospeso ogni attività dal 4 marzo, poco prima di un concerto a Uri, alla Sagra del carciofo: era un appuntamento bello, dal carattere così, direi, popolare, per tornare a una parte dei discorsi affrontati. Ora, a causa dell’inattività forzata, 25 famiglie non hanno alcun sostentamento e non è una situazione semplice. Il nostro nuovo disco, che doveva uscire a maggio, è pronto, incellofanato, ma senza una adeguata presentazione e valorizzazione non avrebbe avuto senso la distribuzione. Ci stiamo reinventando, con concerti da casa e con la pubblicazione, il 6 maggio, per festeggiare i 60 anni di Gigi Camedda, del nuovo singolo “A nos bìere”. Se potremmo ripartire entro l’anno con tutte le nostre attività, ringrazieremo Dio, o chi per lui; se dovessimo aspettare il nuovo anno, lo ringrazieremo ugualmente.

“Resistere: una necessità dei giovani d’oggi”

di Giada Piras

Cosa c’è di più bello che festeggiare la Liberazione e la Resistenza, facendo parlare i ragazzi? Ecco, allora, la riflessione, i ricordi, e anche la foto simbolo (scattata a Casarsa) di Giada, ventenne, con cui abbiamo condiviso per due anni le aule scolastiche, come prof. e studentessa.

All’alba del 25 Aprile sono sempre un po’ malinconica. Ricordo quando da piccola, durante una grigliata, chiesi a mio nonno che cosa si festeggiasse. Lui, impettito come non mai e con un bicchiere di vino rosso in mano mi disse “Oggi coniglietta, si festeggia la libertà!”.
Per me, il 25 Aprile, per gli anni a venire, sarebbe stata la festa della libertà, con una grigliata nel giardino dei miei nonni e tutti i nostri parenti.


Ricordo anche il giorno che tornai a casa da scuola, tutti i miei compagni parlavano di un giorno di vacanza che non avevo mai sentito. Sì, perché qui i giovani, hanno l’abitudine di proclamare il “Sabato fascista”.

Ne parlai a casa, gli occhi di mio nonno si incupirono, per poi esclamare un “Certo che qui, non si impara proprio niente”. E ad oggi, a soli vent’anni, posso dire che aveva proprio ragione.

Ora noi non possiamo immaginarlo, ci sembra assurdo solo il fatto di dover rimanere in casa pure se per il nostro bene, mentre in quegli anni, il coprifuoco era alle 18, e se qualcuno veniva trovato in giro dopo quell’orario, ne prendeva di santa ragione.

Iniziai a leggere, a scoprire quale fosse il significato di tutto quello che era accaduto. Divorai tanti libri, Italo Calvino, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio… Iniziai a capire perchè mio nonno esordisse con un pugno sul tavolo, ogni qual volta qualcuno dei suoi ospiti pronunciasse la fatidica frase “Sì ma, quando c’era lui…”, per poi mandarli via da casa sua. Capii perchè diceva sempre “Saremo pure poveri, ma almeno non siamo fascisti”, perché con tutta la fierezza del mondo mi raccontava di quando da bambino, dopo che i suoi fratelli più grandi erano partiti per la guerra, i soldati gli chiedevano dove si trovasse il fiume poiché erano pieni di pidocchi, e lui, in tutta risposta, gli indicava una via che portava a chilometri e chilometri di campagne.
Capii, finalmente, perché quando gli chiedevo di parlarmi dei suoi fratelli, dei loro amici e della sua infanzia, me ne parlava con forse troppa amarezza, perché “Dopo tutto, a prescindere da che parte stai, nessuno merita di morire a vent’anni”.

Ed ora, a distanza di anni, mi rendo conto che pochi ormai sanno veramente l’abominio che è stato il fascismo. Quando si parla di 25 Aprile nelle scuole, raramente qualcuno sa cosa sia, a parte “un giorno di vacanza”.
Col passare degli anni, mi appassionai sempre di più alla lettura ed ai racconti riguardanti questa data, alle curiosità.
Il 25 Aprile, viene festeggiato indirettamente ogni giorno se ci pensiamo bene. La Resistenza ha unito tutti. Nessuno ha fatto distinzione tra Nord e Sud, tra Veneto e Siciliano. Se ci si trovava lì, insieme, lo si faceva per un ideale, lo si faceva perché quando si parlava di libertà, erano tutti uguali, ed è questa la cosa che mi affascina più di tutte.
La Resistenza, la si può trovare anche oggi in chi senza paura denuncia le ingiustizie anche sapendo che avrà tanti contro. La si può trovare nelle piccole cose, negli artisti, con una canzone o un disegno. Si può trovare nei giovani che lottano perché viene loro strappato ogni giorno un piccolo pezzo di futuro che può fare la differenza.

Come diceva Maria Cervi (figlia di uno dei sette fratelli Cervi brutalmente assassinati perché antifascisti), “Nessuna conquista è per sempre: c’è sempre qualcuno che è interessato a toglierla. Per cui resistere è non solo un dovere, ma anche una necessità dei giovani d’oggi, altrimenti non si va avanti”.

A maggior ragione noi giovani dobbiamo combattere per far sì che non ci igannino, portandoci via i nostri diritti, il nostro futuro…

Prima di tutte l’istruzione, che ad oggi, è una realtà che pian piano diventa sempre più triste in Italia.
I protagonisti della Resistenza, avevano per la maggior parte poco più di vent’anni, alcuni erano addirittura studenti universitari (come si può leggere nel libro “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello). Il cambiamento parte da noi e se c’è una cosa che questa data ci ha insegnato, è che l’unione fa la forza.
“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi” (Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno)

Buon 25 Aprile a tutti, e come avrebbe detto mio nonno: ‘Viva la libertà! ‘

Avremmo bisogno di maggiore coordinamento e solidarietà tra gli Stati membri

L’eurodeputato e medico di Lampedusa Pietro Bartolo

Dopo il dialogo con l’onorevole Mura, con cui ho discusso del presente e del futuro dell’Italia, in questi giorni così delicati, di Consiglio Europeo, allarghiamo lo sguardo all’Europa con l’eurodeputato Pietro Bartolo, il medico che accoglieva i migranti a Lampedusa

di Daniele Madau

Dopo una prima fase dell’epidemia, in cui l’Italia ha dovuto lottare
da sola, ora che il contagio è diventato pandemia, tutti noi guardiamo
all’Europa, interessata in ogni suo Stato. Sono di queste ore le scuse
della presidente della Commissione Europea che, nonostante le
differenze di posizioni sulle questioni economiche, ci fanno sentire le
istituzioni europee un po’ più vicine: può spiegarci come si sta svolgendo
l’attività dell’Europarlamento in questo contesto e su quali decisioni è
chiamato a esprimersi?

Il Parlamento europeo sta continuando a lavorare anche se a distanza e
in modalità telematica. Tutte le riunioni vengono tenute in
videoconferenza e il voto durante le sessioni plenarie si svolge in
maniera elettronica: ci viene inviata una scheda di voto che noi
stampiamo, compiliamo, firmiamo e inviamo via email. Ovviamente al
momento ci stiamo occupando solo dei dossier più urgenti, in quanto la
modalità di lavoro a distanza rende le procedure più complicate e lente.
Il Parlamento ha già tenuto due plenarie straordinarie a distanza per
votare alcuni provvedimenti urgenti per gestire l’emergenza legata alla
diffusione del coronavirus e il suo impatto a livello economico e sociale.
Durante la plenaria dello scorso 26 marzo abbiamo votato con
procedura di urgenza:
-Un Regolamento che sblocca 8 miliardi dai fondi europei non ancora
utilizzati, con l’obiettivo di promuovere investimenti per 37 miliardi di euro
per affrontare le conseguenze della crisi.

-Un Regolamento che estende il campo d’applicazione del Fondo di
Solidarietà dell’Ue alle emergenze sanitarie.
-Un Regolamento volto a fermare i cosiddetti voli ‘fantasma’ causati
dall’epidemia del SARS-CoV-2.
Un’altra plenaria è stata convocata, sempre a distanza, il 16 e il 17
aprile. In questa occasione abbiamo votato un emendamento al
Regolamento dispositivi medici che ritarda l’applicazione di tale
regolamento in modo che l’industria dei dispositivi medici possa

dedicarsi totalmente alla gestione dell’emergenza. Abbiamo votato
misure specifiche per fornire flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e di
investimento europei e modifiche al Fondo Indigenti in risposta
all’epidemia Covid-19. Inoltre, abbiamo approvato la proposta della
Commissione di attivare, con un bilancio di 2,7 miliardi di euro, lo
strumento di emergenza creato nel 2016 al culmine della crisi migratoria
con lo scopo di fornire sostegno agli Stati membri nell’affrontare l’attuale
situazione di emergenza; e la proposta di aumentare il bilancio dello
strument RescEU di 300 milioni al fine di agevolare la costituzione di
maggiori scorte e aumentare il coordinamento a livello UE sulla
distribuzione delle risorse necessarie ad affrontare l’emergenza.
Il Parlamento ha inoltre votato una risoluzione per mandare un
messaggio chiaro al summit dei capi di stato e di governo del prossimo
23 aprile. Con questa risoluzione, abbiamo chiesto la creazione dei
“Recovery bond”, finanziati dal bilancio dell’Ue, per sostenere la ripresa
economica dopo la fine dell’emergenza. Abbiamo sollecitato un
programma comune di imponenti misure per investimenti produttivi
garantiti a livello europeo, sostenuto il lancio del Fondo per la
disoccupazione (SURE), e chiesto un Fondo di solidarietà di 50 miliardi
per il settore sanitario. In aggiunta, il Parlamento ha chiesto che la
ripresa post-Covid19 tenga conto degli impegni già assunti per la lotta ai
cambiamenti climatici e per la transizione ecologica (Green Deal).
Infine, il Parlamento ha votato due pacchetti di misure proposte dalla
Commissione per contrastare gli effetti negativi della crisi sul settore
della pesca e dell’acquacoltura. Si è trattato di iniziative molto importanti
per il nostro settore che si è trovato in una situazione di crollo verticale
della domanda interna e di blocco delle attività causate dalla pandemia.
In generale, si è trattato principalmente di misure volte a rendere più
flessibile l’attuale Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca
(FEAMP) in modo da sbloccare risorse per contrastare la crisi e dare
sostegno ai pescatori. In particolare è molto importante la possibilità per
il fondo di finanziare compensazioni finanziarie per l’arresto temporaneo,
gli aiuti allo stoccaggio, gli aiuti alle associazioni dei produttori,
procedure semplificate per la gestione dei piani operativi nazionali e la

retroattività di tutte queste misure a partire dal 1 Febbraio. Infine, non
bisogna dimenticare come la Commissione abbia alzato la soglia del de
minimis per il settore ittico da 60.000 a 120.000 Euro. Si tratta, in poche
parole, della soglia entro cui uno stato può aiutare finanziariamente
un’impresa ittica senza dover giustificare la spesa alla Commissione
Europea nell’ambito degli aiuti di stato.

Proprio in riferimento alle questioni economiche, esse stanno
creando grandi divisioni: sembra divisa la maggioranza, in Italia, così
come l’opposizione. Ugualmente sono divisi gli Stati del nord d’Europa
da quelli del sud. Può argomentarci la sua posizione rispetto al Mes, ai,
cosiddetti Coronabond e alle altre forme di aiuti europei?

In queste ore l’Unione europea si gioca molto del suo futuro. La
pandemia, paradossalmente, ha messo sul piedistallo il tema cruciale:
salvare o no la costruzione europea da una preoccupante deriva
nazionalista. Abbiamo un’occasione: da una grande disgrazia ripartire
per consolidare una delle più inedite esperienze comunitarie ed
istituzionali esistenti nel mondo. Il negoziato sulla ripresa economica ha
già portato a importanti decisioni, a partire dalla sospensione dei vincoli
del Patto di stabilità, da parte della Commissione, e che permetterà di
allentare e anche di molto il deficit sulle spese dovute alla crisi del
Covid-19.
L’Unione europea deve mettere in campo un ventaglio di misure che si
fondino sulla partecipazione europea e comunitaria. La crisi va affrontata
insieme. Per esempio, l’utilizzo del Mes, il Meccanismo Europeo di
Stabilità, deve essere senza condizioni e ci potrà garantire circa 37
miliardi da spendere nel settore sanitario, in maniera diretta e indiretta.
Se così sarà, come spero, l’Italia farebbe bene ad utilizzare queste
risorse: sarebbe stupido non usufruirne. Poi bisogna mettere in campo
un pacchetto di oltre 1500 miliardi per avviare una ripresa da una crisi
più grave di quella del 2008 dalla quale non si era ancora del tutto usciti.

La sua storia di impegno, così come le sue iniziative di discussioni
parlamentari in Europa non possono non portarci ad affrontare la
questione migranti: si è appena sopito in Italia il dibattito sulla recente
chiusura dei porti. Può presentarci la sua posizione?

Come ho già detto nei giorni scorsi, i porti non devono essere chiusi
nemmeno in questo momento di emergenza. Non possiamo farci
condizionare dalla paura ma mantenere viva la solidarietà. Dobbiamo
continuare ad agire in modo responsabile. Non possiamo e non
dobbiamo abbandonare le persone in difficoltà nel Mediterraneo, e non
dobbiamo smettere di salvare vite perché non ci sono vite che valgono
più di altre. Non bisogna chiudere i porti ma adoperarsi perché le
persone vengano salvate e accolte, nel pieno rispetto delle misure di
contenimento della pandemia. Bisogna predisporre, come in parte si sta
già facendo, un sistema di controllo sanitario, a terra oppure su mezzi
navali, per la quarantena cui giustamente devono essere sottoposte tutte
le persone che eventualmente sono soccorse in mare e fuori dall’Italia.

Vorrei ora concentrarmi sul suo collegio di elezione, le Isole. Il sud,
grazie alle misure di protezione, ha avuto minori numeri di contagi e la
Sardegna da più parti è stata indicata come possibile capofila della “fase
2”: condividerebbe questa scelta?

Penso che si tratti di decisioni politiche, che devono però essere
sempre guidate dal parere degli scienziati sull’andamento dell’epidemia
nel nostro Paese. Non spetta a me quindi giudicare se il passaggio alla
fase due debba essere fatto in alcune regioni piuttosto che in
altre.Tuttavia, sono convinto che le decisioni che verranno prese
saranno guidate dalla cautela e dai pareri scientifici degli esperti.

Come commenta, oggi, questa sua frase: “Rimango –come
collegio- nelle isole che hanno più bisogno, perché sono quelle più
disagiate e più abbandonate. Sono quelle che hanno forse bisogno di
più rispetto a tutto il resto”? Può presentarci la sua attività a favore delle
Isole, almeno sino al periodo precedente la pandemia? Possotestimoniare la sua presenza in Sardegna per almeno due incontri pubblici, nel 2019, se non ricordo male.

Sono stato in Sardegna nel 2019 durante la campagna elettorale e ho
partecipato a diverse iniziative pubbliche. Ho avuto poi modo di tornare
qualche mese dopo l’elezione nel gennaio del 2020. In quest’ultima
occasione ho partecipato a tre iniziative pubbliche, una a Quartu
Sant’Elena, una a Nuoro e una ad Alghero. Ho avuto la preziosa
opportunità di confrontarmi con i cittadini e con diversi esponenti della
politica regionale che mi hanno presentato le loro istanze e le difficoltà
che la Sardegna sta affrontando. Questa visita è stata l’occasione per
iniziare un dialogo e un lavoro su alcuni dei temi centrali sia per la
Sardegna sia per la Sicilia, quali la questione dell’insularità e delle tariffe
di continuità territoriale. Sono sempre a disposizione dei cittadini dalla
circoscrizione isole e pronto ad affrontare a livello europeo qualunque
problema mi venga segnalato dai territori. Per questo ritengo che sia
fondamentale mantenere un dialogo costante e, passata l’emergenza,
tornerò ogni volta che potrò sia in Sardegna sia in Sicilia per mantenere
questo dialogo e scambio con i cittadini.

Credo che alla sua scelta di presentarsi come candidato
all’Europarlamento, corrisponda un’idea di Europa: può presentare la
sua Europa ideale all’alba di un nuovo giorno, il primo dopo la
pandemia?

La mia idea di Europa rimarrà la stessa, anche il giorno uno dopo la
pandemia: quella di un’Europa veramente unita e solidale. L’Unione
europea negli ultimi anni ha vissuto dei periodi di crisi e debolezza, quasi
sempre dovuti alla mancanza di solidarietà tra gli Stati membri. Lo
abbiamo visto sia per quanto riguarda la migrazione sia durante la crisi
economica. E purtroppo lo abbiamo visto anche durante questa
situazione di emergenza. Avremmo avuto bisogno di maggiore
coordinamento e solidarietà tra gli Stati membri.

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