Non è semplice scrivere dell’attuale situazione politica, con le problematiche che sono nate in seno al governo – serpi in seno? -, dopo la puntata di ieri, lunedì 4, di ‘Report’. Il programma di Sigfrido Ranucci era interamente dedicato alle commistioni tra Stato e criminalità, mostrando un legame che appare sempre più profondo e letale.
Sentire ancora una volta dalla voce di mafiosi i nomi di Dell’Utri e Berlusconi indicati come loro interlocutori a più livelli, sino al più alto; vedere la Repubblica Italiana debole e inerme nelle mani di Licio Gelli e di apparati deviati; percepire il vuoto in cui erano stati abbandonati -vittime pronte al macello – Falcone e Borsellino; avvertire il pericolo in cui la democrazia era precipitata in quei primi anni novanta. Tutto questo banchetto delle anime più nere sulla vita di cittadini inconsapevoli, ha dato un senso di nauseabonda tristezza che ha lasciato spazio al ‘fresco profumo della legalità’, per usare le parole di Borsellino, solo dopo aver riflettuto sul fatto che la Repubblica, però, ha vinto. Sul fatto che ora abbiamo un Presidente della Repubblica, appunto, che ha tenuto in braccio il fratello appena ucciso dalla convergenza degli interessi di criminalità organizzata e destra estrema e sul fatto che la giustizia , pur con il suo tortuoso percorso, ha potuto condannare alcune di quelle anime, come Dell’Utri, nel processo per ‘Concorso esterno in associazione mafiosa’.
Com’è stato possibile tutto ciò? La domanda è di vertiginosa difficoltà e una risposta è impossibile se non in termini generali, termini che ci possono riportare, con un pindarico volo, all’attualità.
Può esserci una debolezza intrinseca nella nostra democrazia parlamentare? O non si possono imputare colpe a un sistema ma solo agli uomini che ne fanno parte? Per la Corte Costituzionale “in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”. In nome della rappresentatività, dunque, garantita dai nostri parlamentari, ogni altro valore diventa subalterno. Nella puntata di ieri di ‘Report’ si è ricordato che, se non fosse stato ucciso Borsellino, il parlamento era pronto a bloccare il 41/bis, in nome del garantismo. Allora, il punto basilare, come spesso ricorda Massimo Cacciari, può essere la scelta dei parlamentari? In una repubblica fatta di persone poco istruite che, per un periodo, sono andate a votare con una legge che prevedeva i ‘listini bloccati’, cioè persone nominate dai partiti?
Anche oggi la stabilità è messa in un piano assai subalterno dalle nostre forze politiche.Eppure la programmazione, la lungimiranza, il senso di fiducia, che la stabilità permette sono condizioni irrinunciabili per una quotidianitò degna di cittadini.
Il punto è che stabilità e rappresentatività possono coesistere: ce lo insegna la Germania, che, come gran parte degli stati del centro – est europeo, è una repubblica parlamentare. Non sembrano saperlo, però, i principali attori della nostra recente storia politica e della stretta attualità. Ancora una volta, infatti, e in un periodo drammatico, il nostro governo è sul baratro di una crisi, non ancora, tuttavia (e fortunatamente), conclamata.
In un governo, seppur nato di fretta e non da programmatiche alleanze elettorali garantite, a esempio, dal doppio turno alla francese, le rivendicazioni, anche se – o soprattutto se – giuste, come alcune di quelle avanzate da Renzi, devono far parte della normale dialettica politica, che non sempre l’opinione pubblica deve sapere nei termini a cui quotidianamente assistiamo.
Certo, Renzi, giustamente, ha bisogno della visibilità ma questa visibilità è malata, nel momento in cui mina la stabilità, a cui i cittadini – in questo momento -anelano.
La politica deve essere questo: gestione illuminata del presente e programmazione del futuro: sembrava che la pademia avesse portato un po’ di serietà nella classe politica e fiducia verso la classe politica. Ormai, però, sembra una speranza morta troppo presto.
Don Patriciello è colui che, da solo con la forza del Vangelo, ha affrontato il dramma dei roghi tossici in Campania, nella cosiddetta ‘Terra dei fuochi’: roghi criminali, frutto di connivenze tra politici, industriali e malavita, che come principali vittime hanno colpito i bambini. Un dramma che ancora continua sotto gli occhi di tutti. Con lui abbiamo guardato prima al 2020 e poi al 2021, con, però, la speranza che non muore
Una prima domanda imprescindibile: come sta la ‘Terra dei fuochi’ e il sud in generale?
Da 150 anni la questione del sud è irrisolta, c’è poco da fare. Ogni giorno, ci scontriamo con questo, penso solo alle linee ferroviarie, che usiamo quotidianamente così diverse dal nord. Nella ‘Terra dei fuochi’ abbiamo fatto piccole cose ma i problemi che stanno alla base non sono stati risolti. Noi abbiamo denunciato i roghi dei rifiuti industriali in regime di evasione fiscale ma la Regione Campania ha cancellato la commissione apposita sui fuochi. Ci troviamo, ora, con l’assurdità di un commissario nominato dal governo e la commissione che, invece, è stata soppressa della Regione. Il problema è serio e non si vuole affrontare nella sua complessità, con il lavoro nero, l’evasione, la camorra, i politici corrotti.
Se pensiamo al 2020, abbiamo ben presente l’immagine del Covid: tanto altro, però, c’è stato. Nella tua terra, a Caivano, a esempio, mi viene in mente Maria Paola, speronata in scooter e uccisa dal fratello che non approvava il suo orientamento sessuale. Come guardare con gli occhi di fede all’anno trascorso? Purtroppo di problemi gravi e sciagure la storia dell’umanità ne è piena e anche questo 2020 ne è stato pieno. Alcuni drammi sono vicini a noi, altri sembra che ci tocchino di meno. Noi siamo cristiani e per tutti noi, per me prete della ‘terra dei fuochi’, la speranza è un obbligo. Noi siamo condannati a sperare, dando a questo verbo l’accezione più bella che ci possa essere. La pandemia ci è caduta addosso senza preavviso ma la speranza, di cui ho parlato prima, che avverto è di uscirne migliori, di avere imparato qualcosa: se dovessimo ritornare a essere quello che eravamo prima saremmo di nuovo come coloro che pensano di essere sani in un mondo malato, come disse papa Francesco, in solitudine, a San Pietro a marzo. Adesso stanno arrivando i vaccini e quindi si apre una luce: dobbiamo allora vivere questo tempo nella certezza che nessuno si salva da solo, perché ogni uomo è mio fratello. Non c’è spazio, quindi, per i negazionisti, proprio ora che abbiamo la cura, il vaccino, a disposizione.
Il 2020 è stato l’anno della ‘Fratelli tutti’: puoi presentare un tuo commento?
Con l’enciclica Papa Francesco ha mostrato il volto misericordioso, e non solo giusto, di Dio, che spalanca le braccia e abbraccia il mondo. La Chiesa è questo, andare incontro ai lontani, come nelle parabole evangeliche, come lo straniero che scende da Gerusalemme a Gerico o in San Matteo in cui, parlando del giudizio finale, il Signore dice chiaramente: ‘Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere’. Non dice, però, io bevo in chi aveva la pelle bianca, no, ‘qualsiasi cosa avete fatto all’ultimo dei miei fratelli’: questo è il cristianesimo. La proposta cristiana, però, è come un sasso lanciato nel mare: i cerchi concentrici si allargano e piano piano svaniscono. Alcuni, quindi, sono toccati di più, altri meno ma, sempre, mette al primo posto la persona umana, la dignità. Al primo posto, prima dell’identità sessuale –tornando a Maria Paola – prima del colore della pelle, prima della religione. La persona umana prima di tutto. Questo ci insegna Francesco, così come essere in relazione con tutti, con il creato, con il mio Dio, con me stesso, con i fratelli, con i fratelli dell’Amazzonia, che non vedrò mai, con chi non accoglie il vangelo, con i non cattolici, con chi ha difficoltà a credere. Con tutti c’è da lavorare insieme.
Come dovrà essere il cristiano del 2021? E la Chiesa, per essere all’altezza delle nuove sfide?
Il cristiano è sempre uguale: è l’uomo dello stupore – come davanti alla culla a Natale -, di cui che sa guardare all’altro come a un mistero. Quando abbiamo consumato tutto dell’altro, avvertiamo un vuoto nel cuore. Solo guardando a chi ci sta vicino con stupore, non avvertiremo mai malessere e disillusione. La sfida è l’umiltà dell’uomo davanti al creato, a cui dobbiamo guardare con questo senso di mistero, e che lo dovrà portare a custodire il creato, a non saccheggiarlo, a contemplarlo, appunto, con stupore. Così come guardiamo al mistero di un Dio fatto bambino. Abbiamo, poi, le grandi sfide della Chiesa verso chi svende la propria e l’altrui dignità: penso alla pedofilia, ai 56 milioni di aborti nel mondo, al traffico di organi. Sono cose che lasciano stupefatti eppure è lì che dobbiamo entrare, con il dialogo, con grazia, seguendo sempre il vangelo e arrivando dove c’è più bisogno, ai bambini – i prediletti dal Signore-, alle donne, alle persone più bistrattate, ai paesi poveri, dove le donne sono costrette a vendere anche se stesse, il proprio ventre – con ‘l’utero in affitto’ – per la voracità dei ricchi.
In basso, Gessica Notaro oggi. In alto, il cuore mostrato prima di entrare in sala operatoria.
di Daniele Madau
Abbiamo in mente il suo cuore, formato con le dita mentre entrava, come tante volte, in sala operatoria: era il gesto di chi lotta con la dolcezza di donna. Come si era promessa, ha vinto e ora il suo aggressore è stato sconfitto non con le armi della viltà – proprie del suo gesto – ma con quelle della giustizia. Quindici anni, cinque mesi e venti giorni: questa è la condanna, definitiva, per Edson Tavares, colui che ha sfregiato con l’acido, non accettando la loro separazione, la modella , showgirl e cantante Gessica Notaro. La sentenza soddisfa il desiderio di giustizia che tutti noi abbiamo provato insieme a Gessica, avendola accompagnata nella sua lotta e nel suo invincibile desiderio di rialzarsi e di vincere.
Eppure resta ancora un senso di sgomento per il gesto di quest’uomo, che -in base a quanto emerso dal processo e dalle parole della vittima- non ha mai mostrato pentimento, privandosi dell’unico gesto che avrebbe potuto riscattarlo e ridargli una dignità umana.
Quindici anni: un tempo nullo rispetto al dolore arreccato, forse un tempo congruo perché la società si faccia carico anche della miseria di quest’uomo, perché possa trovare nei meandri del suo animo gli spiragli del pentimento. Solo in questo caso, avrà anche in dono il perdono di Gessica. Lo ha detto Gessica stessa, nella nostra breve conversazione:
Qual è la prima cosa che vorrebbe dire a tutta l’opinione pubblica, ora che la sentenza è stata pronunciata
Alle donne, vorrei dire di denunciare, di non aspettare, di avere coraggio, di non perdere un minuto.
Nel mio insegnamento noto come a scuola sia difficile parlare di educazione all’affettività, ancora riservata completamente alle famiglie. Cosa direbbe come messaggio più importante, da questo punto di vista, a una classe di adolescenti?
Io vado spessissimo nelle classi, è una attività a cui mi dedico. Però non parlo io, sono loro a farmi domande e quella che emerge di più è la domanda sul perdono: ho perdonato? No, non ci può essere perdono senza pentimento.
La sua è una vita ricca. Anche se sembra quasi una bestemmia, sembra abbia trovato nuova forza dall’aggressione subita.
Sì, sicuramente, l’ho sempre detto, non l’ho mai negato. Sono molto più forte di prima, ho trovato dentro di me qualcosa che prima non sapevo di avere. Tantissime risorse, spirituali, che non avrei mai trovato altrimenti.
La parità di genere in Italia, un cammino ancora lungo?
C’è una sensibilità nuova; significa che si sono fatti tantissimi passi avanti, prima inimmaginabili.
A proposito della sua attività artistica, così ricca, può parlarci dei suoi progetti:
Ho pubblicato la canzone ‘Gracias a la Vida’ e ho tanto che bolle in pentola ma che, per ora, non posso anticipare.
Lei ha affermato di aver subito tanto dal suo ex compagno Tavares prima di agire. Come mai una donna come lei, conosciuta, apprezzata, piena di vita, non lo ha fatto prima? Può provare a parlarne?
Io ero dipendente affettivamente, non capivo. La dipendenza affettiva è una delle più difficili da vincere, come è stato dimostrato anche scientificamente. Finché ero dentro questa situazione non riuscivo a sottrarmi a un abile manipolatore, uno capace di far sì che tu possa pensare sia l’uomo della tua vita. Finché ero dipendente, ho accettato tutto.
Sono sempre stato affascinato dalla sordità di Beethoven – che gli ha permesso di immaginare nuove armonie -, dalla cecità di Copernico – grazie alla quale ha potuto guardare oltre -, dalla mancanza di corrispondenza d’affetti di Leopardi – nella quale ha potuto scrivere alcuni dei più bei versi d’amore – , dalla veggenza degli aedi e dei rapsodi greci, che, impersonificati nella loro totalità nella figura dell’errante e non vedente Omero, potevano cantare le verità ispirate dalle muse.
Lo stesso Leopardi, del resto, nel suo Zibaldone aveva scritto bellissime righe dedicate alla teoria del piacere, svelandoci come la lontananza, un ostacolo che impedisse una visione piena, un solo filo di luce acceso dietro una stanza, fossero latori di un piacere più grande di quello che potrebbe darci una fruizione completa: questo perché solo una visione incompleta può dar vita all’immaginazione.
A dar retta ai poeti, allora – e dovremmo farlo, ogni tanto – siamo nella situazione più bella per poter vivere qualcosa di nuovo, appagante, poetico. Un Natale in cui dobbiamo lasciare le briglie sciolte alla nostra capacità, e volontà, di colmare queste inedite distanze, di trovare vie nuove e, soprattutto, significati più profondi.
Quali sono questi significati più profondi che, assediati dalla pandemia e dalle notizie di morti, potremmo ricercare? E’ , allo stesso tempo, molto difficile e molto semplice indicarli. Molto difficile perché tale è il cuore di ognuno di noi e poi perché si corre il rischio di scadere nella banalità. Certe volte, però, la banalità è bella e diventa semplicità. Diventa semplicità quando, approfittando dello spirito del Natale – per dirla con Dickens – che, al suo cuore, presenta un’umile nascita di un bambino di due pellegrini tra pecore e pastori, ci prepariamo ad accontentarci dei nostri conviventi e riscoprire la ricchezza di vita che c’è nelle nostre case. Quando, magari, pensando ai nostri cari anziani, ci prepariamo a non farli sentire soli, nonostante le restrizioni. E non solo i nostri, anche qualche anziano che non conosciamo, scoprendo la possibilità del volontariato. Quando proveremo a far capire ai nostri figli che un regalo, un dono, è davvero tale quando è così prezioso da essere una piccola cosa ma di grande significato per chi lo dà e per chi lo riceve. Quando avremo il coraggio di sperimentare che rinunciare a qualcosa rende grandi, maturi, soprattutto per quei privilegiati – la gran parte di noi – che ne hanno tante altre.
Ecco, dopo aver sentito un noto politico dire – tra le sue decine di lamentele quotidiane – che con le restrizioni ci ruberanno il Natale, io ho fatto queste riflessioni scontate, forse, ma vere. Credo che sia un’occasione unica: non rubateci, anzi, non rubiamoci il, vero, Natale.
di Laura Monferdini (viadelcampo29rosso – casa dei cantautori genovesi)
In occasione della ‘ Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ‘ , ho pensato ai più bei versi che, per me, siano mai stati scritti per le donne. ‘Via del campo’, di Fabrizio De André, è una delle vette. Ho chiesto, allora, a Laura Monferdini, responsabile dei contenuti museali di “viadelcampo29rosso- casa dei cantautori genovesi”, che ringrazio molto, che ha conosciuto Fabrizio e che ha al suo attivo collaborazioni con le più prestigiose riviste italiane di musica e cultura, di parlarci di Fabrizio e del suo sguardo di poesia e rispetto sulle donne.
Fabrizio De André ed Alessandro Gennari nel loro libro “Un destino ridicolo” affermano che “La bellezza di una donna è uno scandalo insostenibile per chi sopravvive incatenato al mondo. C’è chi non sopporta questa luce e tenta di estinguerla con la violenza.” Parole che ci arrivano oggi in tutta la loro forza; la condanna esecrabile di un bisogno ancestrale di predomio di alcuni uomini sulle loro compagne. Sempre Fabrizio durante il suo bellissimo tour teatrale 1992/’93 dal titolo “Uomini e donne”, così si espresse a proprosito della condizione femminile: “Per una mia difficoltà nel comprendere e nel riuscire ad intravvedere comportamenti simili fra uomini e donne, ho sempre pensato alla donna come emblema del sacrificio e tra questi tre punti mi sembrano fondamentali: il sacrificio della maternità, una “malattia” che il maschio non conosce e che dura ben più di 9 mesi, quello della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione secondo il mio parere e un altro tipo di sacrificio, che in alcuni paesi può diventare un “tabu”, quello delle verginità…” Il valore ed il rispetto della femminilità e della sua essenza profonda è sempre stato uno dei temi fondamentali della poetica di Faber e soprattutto una sua battaglia personale per i diritti delle donne. Il rispetto dell’uomo Fabrizio e un’eterna dichiarazione d’amore e di rispetto per la libertà individuale di ciascuno.
Domani è la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne‘
‘Da che ti vidi pria, di qual mia seria cura ultimo obbietto non fosti tu? quanto del giorno è scorso, ch’io di te non pensassi? ai sogni miei la tua sovrana imago quante volte mancò? Bella qual sogno, angelica sembianza, nella terrena stanza, nell’alte vie dell’universo intero, che chiedo io mai, che spero altro che gli occhi tuoi veder piú vago? altro piú dolce aver che il tuo pensiero? ‘ (Leopardi, Il pensiero dominante)
Domani, 25 novembre, è la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne’ e, se da un lato è un dovere civico e morale parlarne e scriverne, dall’altro non è stato semplice scegliere come iniziare a trattare una tematica così delicata e grave.
Ho pensato, allora, di iniziare con quelli che reputo i più bei versi scritti per una donna: ho scelto così il Leopardi del ‘Ciclo di Aspasia’ e dell’amore per Fanny Targioni Tozzetti – che mi accompagnano dall’anno della maturità- pur così sfumati; fino all’ultimo, ero indeciso, con Dante e la sua Beatrice che gli viene in soccorso mentre si trova nella selva, come gli racconta Virgilio (Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: “O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana, l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che volt’è per paura) e la ‘bambina con le labbra color rugiada’ di Via del Campo di De André.
Con la possente delicatezza di tutti questi versi pensavo, infatti, che oltre a rendere un omaggio a tutte le donne avrei permesso alla cultura di trionfare anche in questo caso, di vincere sulle tenebre dell’ignoranza che produce violenza e non fa vedere la bellezza, che ingentilisce ed eleva l’animo, come ci insegna l’amor cortese. Nelle classi in cui insegno, infatti, la giornata coincide con le spiegazioni sulla lirica provenzale e il codice dell’amore cortese, che ci insegnano come la donna – il cui termine viene dal latino domina ‘padrona’ -fosse la padrona dell’animo dell’amato, che, grazie a questo amore, diventava nobile non per le ricchezze ma per l’elevatezza dell’animo stesso. La donna era la dispensatrice di ogni virtù e l’uomo era benignamente soggiogato al servizio, come quello che si doveva al signore feudale, ma d’amore.
Quanto sarebbe bello se nelle trasmissioni televisive, nei giornali, in internet, nei social, nelle radio, dappertutto, si parlasse di questo. Un vero sogno.
Ho pensato, poi, che forse neanche la cultura avrebbe potuto squarciare un nero così profondo. Ho in mente persone, diciamo, colte che non hanno mostrato certamente rispetto così come umili e semplici uomini che hanno amato e rispettato profondamente le loro mogli e le loro figlie.
Non, non è solo questione di cibo nozionistico del cervello – che pure aiuta ad ampliare ed arricchire il proprio mondo – è anche, e soprattutto, questione di nutrimento del cuore. Del cuore di una società, quella italiana. Che ancora oggi ha il marchio d’infamia di un femminicidio ogni tre giorni, per parlare solo di quelli dichiarati.
Questo cuore della società è composto da parti, cuori, più piccoli, quelli di tutti noi: delle famiglie, che devono vivere e insegnare il rispetto e la valorizzazione reciproca, della scuola, che ha davanti a sé ragazzi pronti, per la loro età, a ricevere ogni richiamo di bene. Dei giornalisti e dei media, che devono valorizzare un linguaggio rispettoso e un’immagine mai banalizzata della donna, dei politici, che devono favorire norme per un’effettiva parità, degli uomini e delle donne tutte che devono creare quel cordone di difesa e tutela, affinché nessuna si senta sola e non compresa.
Tutti: se mancasse una sola parte, ci sarebbe sempre una percentuale di rischio. Ebbene, non è così difficile, è il cammino semplice del cuore: se uno cresce in una famiglia in cui si respira il rispetto, potrà forse crescere come uomo violento?
Però, a volte, come sembra difficile la semplicità! Non è forse una assurdità il fatto che una donna, per una stessa mansione, possa essere retribuita meno di un uomo? Non va forse contro – oltre a chiari principi di diritto e cosituzionalità – il semplice buon senso?
Sappiamo quanto è grande il cuore di una donna, di una madre: lo vediamo ogni giorno, lo vediamo dai volti bruciati e sfregiati che vanno comunque avanti, denunciano, non smettono di combattere. Pensiamo quanto potrebbero fare e dare, riempirsi di gioia, in una società che le valorizzi. Come sempre, è tutto nelle nostre mani, nelle nostre volontà: vigliacco e criminale non è solo il violento, non è solo il connivente e l’omertoso; è anche colui che non ha il coraggio di costruire questa società semplice.
Nella foto di Fabio Leidi, la copertina dell’ultimo libro di Roberto Vecchioni
di Daniele Madau
Roberto Vecchioni è uno dei padri storici della canzone d’autore in Italia. È stato professore di greco e latino per molti anni e attualmente insegna ‘Forme di poesia in musica’ all’Università di Pavia. È l’unico artista ad aver vinto il Premio Tenco (1983), il Festivalbar (1992), il Festival di Sanremo (2011) e il Premio Mia Martini della critica (2011). Si è anche dedicato alla letteratura e alla saggistica tanto da essere annoverato, nel 2013, tra i finalisti del Premio Nobel per la Letteratura. In occasione della pubblicazione, per Einaudi, dell’ultimo libro ‘Lezioni di volo e di atterraggio’, ho potuto riflettere con Roberto Vecchioni, che ha aperto il suo cuore, sull’educazione, la scuola, la fede: ne pubblico, qui, un estratto. L’intervista integrale sarà pubblicata sul numero di dicembre della rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia ‘Francesco Volto Secolare’.
Nell’ultimo suo libro credo che la parola più presente sia ‘verità’, verso la quale vuole condurre i ragazzi: per lei qual è la verità?
Esiste nell’uomo, da sempre, una verità, una via retta da seguire. Non esistono solo apparenze, inganni, fantasmi della vita, dell’esistenza. C’è dentro di noi, perché qualcuno ce l’ha messa, un’indicazione per scartare lo scartabile, che è tanto purtroppo, il superfluo, e tenere il nòcciolo, il senso, il cuore della questione. La quale questione si interpreta in poche parole: la prima è sicuramente questa, la verità, la più alta; d’altronde è anche un po’ platonica questa visione. Poi c’è il bene, il bello.
Se penso a un messaggio che, a parere mio, ha caratterizzato la sua produzione musicale e letteraria (musica e letteratura unite, a esempio, nel suo penultimo libro, che conteneva anche il CD ‘Canzoni per i figli’ ) è, per dirla con Thoreau ‘succhiare il midollo della vita’ e per dirla con parole sue ‘Imparare a volare, se non potrò correre e nemmeno camminare’. Ci può essere vita vera senza educare i ragazzi? Da dove arriva questa ‘poetica dell’educazione’? E’ stata una vita spesa bene quella dedicata all’educazione?
E’ stata la cosa più bella della mia vita, dopo i figli , ma quello è un altro campo. Dal punto di vista spirituale, non c’è stato teatro, palco, non c’è stata letteratura, studio, romanzo che mi abbia dato più forza, più gioia che poter stare davanti a dei ragazzi e farli innamorare di alcune cose dell’uomo e del mondo. Insegnare è la cosa più alta e più bella che possa capitare a un uomo, soprattutto se lo fai facendo vedere che sei così innamorato delle cose che dici da far innamorare loro per forza e questo è fondamentale per l’educazione, perché educare significa ‘tirar fuori’e quindi ‘tirar fuori’ dalla mediocrità, dalla nullità dall’insensatezza del mondo e far vedere cose più alte ma non perché son migliori ma perché sono quelle che contano e non quelle che non contano. Ed è una corazza questa che dai ai ragazzi, una forza incredibile perché nella vita le avversità sono tantissime e quindi assolutamente la cultura, la fede –bisogna aver fede in qualcosa – ti salvano, ti liberano, sono apotropaiche, sono liberatrici, anche nei momenti peggiori della vita.
Una buona parte del libro è dedicata a Fabrizio De André, un artista che ha avuto con la fede un rapporto di costante ricerca, come mi sembra sia anche per lei: la fede è una buona ispiratrice per l’arte?
Io credo che sia inconscia una certa ispirazione religiosa nel cuore degli artisti; magari non ammettono di essere fideisti ma lo sono dentro, anche a loro insaputa e, in effetti, Fabrizio era così. Nel suo ‘Non al denaro, né all’amore, né al cielo’ e poi, soprattutto, nella ‘Buona Novella’. In quest’ultimo, in realtà, nega la divinità di Cristo – che è un’eresia, ovviamente –però ugualmente il messaggio della ‘Buona Novella’ è di una straordinaria potenza spirituale, incredibile, anche se lui nega questa capacità di Dio di mettersi al servizio degli uomini, incarnarsi e morire. Lo nega ma in fin dei conti, assolutamente, ce l’ha dentro. Quando racconta i dieci comandamenti – nel ‘Testamento di Tito’- e perché sono tutti un po’ sballati, diciamo così, perché per qualcuno sono sballati, è volutamente provocatorio ma io sono perfettamente convinto di una cosa: se per un artista una cosa è indifferente, non ne parla. Se, invece, una cosa lo colpisce, ne parla. E, quindi, De André è colpito dalla cristianità, se no non avrebbe fatto un disco così, anche, magari, in parte, negativo, ma è colpito tanto da interessarsene, lui vuol sapere. E’ lo stesso concetto di Leopardi nell’ ‘Infinito’ e in altre poesie sue: se gli fosse stato indifferente il mondo, non avrebbe così tanto dolore addosso. Lui, Leopardi, ha tanto dolore addosso perché il mondo non gli è indifferente, lo vorrebbe amare e, invece, non riesce. Quindi è una cosa tipica dell’artista questa di buttarsi dentro a una cosa che non comprende del tutto ma che lo farebbe felice. Questo è, in parte, il mondo di De André, che poi era un mondo contro il potere, un mondo assolutamente in linea col vangelo, da questo punto di vista, contro tutti i poteri che schiacciano i deboli e anche i colpevoli, perché bisogna vedere cosa è la colpa. Lui, in quella canzone che abbiamo citato prima, dice che, in realtà, la colpa non esiste perché –ricordo una bella metafora che mi raccontò un giorno – il peccato è come la perla di un’ostrica, cioè qualcosa che tu crei per difenderti da qualcosa, che può essere la moglie che ti tradisce, la fame che ti fa rubare e allora la colpa diventa questa perla. C’è, quindi, un’assoluta pietà per tutti gli uomini, anche quelli che sbagliano, che hanno un momento di errore nella loro vita, che può rovinare la loro vita, e, invece, non deve rovinargliela. Pensiamo al vangelo di Giovanni –perché solo lì lo troviamo – quando vediamo Cristo in croce con i ladroni: non è che Gesù chiede cosa abbia fatto, il ladro, nella vita, gli dice semplicemente ‘tu sarai, con me, in paradiso’. Non gli chiede nulla, per il fatto, solo, che si sia voltato per dirgli ‘ricordati di me’per Cristo è tutto, è già una confessione.
Il testo integrale nel numero di dicembre di ‘Francesco Volto Secolare’, la rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia
In occasione della pubblicazione del suo nuovo saggio, in cui si segue Enea da Troia al Lazio, abbiamo incontrato, per la nostra riflessione, Giulio Guidorizzi.
Prof. Guidorizzi, in questo nuovo momento drammatico per l’Italia e per il mondo, la cultura come deve essere vista, in senso lato, un bene irrinunciabile o una rinuncia necessaria?
Niente può farci rinunciare alla cultura; anzi, nei momenti drammatici è l’unico strumento che ci permettere di non rinunciare alla nostra umanità. Ci consente di fare un passo indietro dalle nostre paure e di vedere le cose secondo una prospettiva superiore. La cultura è il vaccino della mente.
Il suo nuovo saggio, ‘Enea, lo straniero’ (Einaudi ET), pone l’accento su una condizione, lo straniero che, insieme al suo essere pio, pone l’eroe da una parte come archetipo universale dell’uomo al di là del tempo e dello spazio, dall’altra come riferimento per un’analisi non pregiudizievole di due tematiche molto divisive, quali il migrante e la libertà di espressione in campo religioso, così attuale dopo le ultime stragi. Come ci può guidare Enea, nel percorso sul suo parere personale su questi argomenti?
Per quale ragione i Romani scelsero come eroe fondatore uno straniero, e Virgilio lo pose al centro del suo poema? Certo, Augusto volle che fosse saltato il progenitore della sua gente; ma Enea anche prima di lui era stato adottato come eroe della stirpe latina: anche Ennio due secoli prima di Augusto lo aveva inserito nel suo poema nazionale, gli Annales. Il significato di questo si lega al senso più profondo della storia romana: includere. Come disse verso la fine dell’impero il poeta Rutilio Namaziano, rivolgendosi a Roma, “tu hai fatto una patria sola da genti diverse”. Ci sono stati imperatori e intellettuali che venivano da terre lontane e il millennio di Roma è stato celebrato con grandi feste da un imperatore che si chiamava Filippo l’Arabo, ed era nato sulle rive dell’Eufrate. L’idea di Roma come entità sovranazionale è durata a lungo, anche quando l’impero romano era scomparso. Non si sono arroccati sui loro sette colli, i Romani. Certo, spirito di conquista e volontà di potere furono le molle del loro espandersi; ma quando parliamo di imperialismo, per Roma, non dobbiamo dimenticare anche l’aspetto della condivisione. Virgilio stesso non era un romano di sangue puro: Marone era un nome etrusco; e Nerone era un nome sabino. Guardiamo gli scrittori e intellettuali: Agostino era un berbero romanizzato, Apuleio veniva da Madaura, nell’attuale Algeria.
Il 2021 è anche ‘anno dantesco’: Dante pone Enea tra gli spiriti magni, al contrario di altri, tra i quali, Ulisse: Enea è un magnanimo?
Dante non conosceva direttamente l’Odissea: se no forse anche lui sarebbe rimasto affascinato da questa figura e non lo avrebbe messo tra le fiamme. Affascinato in effetti lo fu, altrimenti non avrebbe scritto per lui alcuni dei più bei versi della poesia mondiale. La differenza è che Ulisse vuole tornare alla sua patria e alla sua famiglia e ci torna da solo, Enea vuole una nuova patria e la cerca assieme al suo popolo. Per quello rinuncia anche all’amore.
La scuola, in questo periodo, è sempre in prima pagina e, in gran parte, in regime di didattica a distanza: quanto sta perdendo, in questo dramma?
Vedo molti insegnanti soffrire molto per questa situazione; e siccome ho un figlio che sta frequentando la scuola superiore, vedo attraverso di lui quanto manca la didattica in presenza. Questi ragazzi sono stati derubati non di uno ma di due anni d’istruzione, perché la didattica distanza è solo un pallido, e inoltre faticoso, surrogato. Che fare? C’è di mezzo il futuro di una generazione.
Sui suoi libri di testo hanno studiato generazioni di studenti, puoi spiegare quale idea di didattica la guida?
Quando, tanti anni fa, ho iniziato a scrivere libri per le scuole sono stato guidato da un’idea: rendere quanto più piacevole la materia, trasmettere l’entusiasmo. Per fare questo bisogna essere chiari, avvincenti, e aperti a idee nuove. La letteratura scolastica è anch’essa una forma di letteratura.
Enea è anche il simbolo della tradizione cioè, letteralmente, colui che ‘consegna’ i valori di un mondo a un altro mondo: io penso che per i giovani sia un messaggio fondamentale, sul quale si fonda la costruzione della loro personalità. Conoscere i valori appena trascorsi per rielaborarli: è d’accordo sulla valenza pedagogica della trasmissione dei valori passati ?
Assolutamente. Noi siamo fatti del nostro passato, sia come individui che come società. Questo non vuol dire, intendiamoci, essere chiusi al futuro, anzi: ma noi avremo un futuro in quanto ricordiamo il passato. Dobbiamo sapere quali sono le nostre radici: dimenticarle significherebbe soffrire di una forma di Alzheimer culturale.
Vorrei soffermarmi, ora, sulla tematica del mecenatismo, in cui è fiorito Virgilio. Per me è uno dei grande assenti della contemporaneità che, irrimediabilmente, è, così, più povera. È d’accordo? E a cosa riconduce, se è d’accordo, questa mancanza?
A volte penso che con lo stipendio di un solo giocatore di calcio si potrebbero finanziare migliaia di borse di studio, o di attività culturali e sociali. Sembra che il nostro mondo sia preda di una grande sbornia collettiva: vogliamo provare a dare una risistemata alla scala dei valori, o preferiamo vivere in una specie di isola dei famosi collettiva? Poi ci pensa un piccolissimo frammento di materia, un virus, a riportarci davanti al dramma di vivere. Io mi auguro che il futuro non sia un carnevale della stupidità, un trionfo della banalità e della volgarità.
Un’ultima domanda: i suoi saggi di approfondimento e divulgazione sono molteplici, eppure ci sarà una tematica, del mondo classico, per lei più cara: può condividerla con noi?
Io credo che il mondo classico, e in particolare i suoi miti, contenga ciò che ci serve per capire noi stessi: basta saperlo cercare e troveremo tutto, tutto ciò che un essere umano può trovare per dare risposte alla sua vita. Per questo mi sono principalmente interessato al mito: perché mito significa racconto, ma anche parola, e sapere dare parole alle emozioni e alle passioni che vogliamo conoscere. In generale, io penso che in un libro o in una ricerca tu non debba mettere quello che sai, ma quello che sei. E ad essere quello che sei, almeno per me, il mito può contribuire in modo decisivo.
Sono 5,5 milioni gli italiani nel mondo, +76,6% in 15 anni, cresciuti nel più assoluto silenzio
In queste ultime settimane si è nuovamente dedicato spazio di riflessione- quel poco che ci lascia la costante attenzione all’emergenza sanitaria – ai migranti, grazie a eventi che, finalmente, li studiano tramite approcci non convenzionali e pregiudizievoli. Tra questi possiamo citare la pubblicazione di due saggi su Enea, il ‘profugo per volere del fato’ (uno di Andrea Marcolongo e l’altro di Giulio Guidorizzi) e la pubblicazione del rapporto Caritas – Migrantes . La pubblicazione dei libri permette di accostarci alla figura di Enea – troiano e progenitore di Roma, tramite tra il mondo greco e quello romano, ‘pio’ perché docile al disegno degli dei, così poco conoscuto nella sua torre d’avorio della classicità – e di coglierne gli insegnamenti, vibrando per le sue avventure, che solo un grande personaggio del patrimonio culturale mondiale può dispensare. Il rapporto, invece, ci deve far riflettere sull’apocalisse giovanile, sul genocidio – mi scuso per l’imagine forte – di futuro che l’Italia, nel più insensato e incomprensibile silenzio, ha vissuto e sta vivendo. Negli ultimi 15 anni gli italiani nel mondo hanno raggiunto la cifra di 5,5 milioni, con un aumento del 76,6%”, un incremento pari a quello registrato nel secondo dopoguerra.
Nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni. Le donne sono passate dal 46,2% sul totale degli iscritti nel 2006 al 48,0% del 2020. Una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni).
Nel 2018, il 29,4% di chi lascia l’Italia è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%) mostrando come a crescere sempre più sia la componente dei diplomati alla ricerca all’estero di lavori generici.
In questa riflessione non vorrei soffermarmi , però, sul titolo di studio, quanto sull’insipienza e cecità di una classe dirigente incapace di leggere, interpretare e, quindi, gestire i fenomeni migratori. Non mi soffermerò sugli immigrati -tematica altrettanto complessa e, come si può capire, importante; mi soffermarò solo sugli emigrati. Quindici anni fa, nel 2005, stavamo per assistere alla staffetta Berlusconi-Prodi-Berlusconi in governi che sotto gli occhi vedevano il fallimento dei nostri ascensori sociali, del nostro stato sociale, del nostro sistema scolastico-universitario, senza pensare alcunché di strategico. Ai nostri studenti che investivano nello studio – e ai quali si propinava il miraggio della ‘meritocrazia’ – concretamente si ponevano davanti consiglieri regionali quali igieniste dentali o figli, ‘trota’, di politici, tra l’altro separatisti. Tutto questo senza un moto di ribellione giusta, quella attuata per farsi sentire, senza una reazione se non quella silenziosa dell’abbandono dei propri luoghi. Che non capiti mai più dipende da noi, da quanto pretenderemo dai nostri politici: ricordiamo che alcuni di loro, mentre i nostri ragazzi speravano in un futuro che quegli stessi politici rubavano, vivevano di vitalizi.
Il direttore di ‘Famiglia Cristiana’ Don Antonio Rizzolo
di Daniele Madau
In occasione della pubblicazione dell’enciclica di papa Francesco ‘Fratelli tutti’ , abbiamo chiesto un commento a don Antonio Rizzolo, direttore di ‘Famiglia Cristiana’, lo storico settimanale che, ancora oggi, risulta essere la rivista di informazione più venduta in Italia. Il diaologo, poi, si è rivolto verso l’attualità della Chiesa e dell’Italia, con i loro drammi ma senza dimenticare la speranza.
Don Rizzolo, in questo nuovo momento drammatico per l’Italia e il mondo intero, la Chiesa, che pur vive essa stessa al suo interno momenti e situazioni complesse e delicate, si propone comunque come autorità morale per tutti grazie alla figura di papa Francesco. Nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ il papa riprende nuovamente parole e insegnamenti di San Francesco per proporre al mondo, oltre la pandemia, un ideale di vita: la fraternità e l’amicizia sociale. I commentatori cristiani hanno ritrovato le tematiche care al pontefice, i laici, quali a esempio Cacciari, hanno sottolineato i tratti ‘illuministici’:può presentarci quali sono, a suo parere, gli aspetti nuovi e più rilevanti della nuova enciclica?
Prima di tutto premetto che, come anche espresso da poco dal nostro editorialista Andrea Riccardi, oltre che da me stesso sulla rivista ‘Credere’, avverto il timore che a causa degli scandali e di tutte le altre questioni l’enciclica venga messa troppo presto in secondo piano mentre credo che sia importante e significativa, soprattutto nel contesto difficile in cui ci troviamo a livello mondiale, con l’aggravarsi della pandemia. Per quanto riguarda gli aspetti più rilevanti, partirei dal più generale: l’aspetto francescano. A parte il luogo in cui è stata firmata – Assisi – possiamo dire che quest’ultima enciclica fa riferimento esplicito a San Francesco già dal titolo, quindi il Santo Patrono d’Italia viene messo in evidenza come esempio per la Chiesa di oggi, come nell’enciclica precedente. Anche nell’esortazione apostolica programmatica, l’ Evangelii Gaudium, c’è un sapore francescano, come se papa Bergoglio avesse ricevuto lo stesso invito del poverello a riparare la Chiesa di Dio con un recupero della capacità di parlare al mondo di oggi. Il secondo elemento è la dimensione popolare della fede, che non è soltanto interna alla comunità cristiana ma si apre a tutta l’umanità. Il tema della fraternità e dell’amicizia sociale che è proprio dell’enciclica è una rappresentazione di questo e fa eco a quello che papa Francesco ha fatto dall’inizio salutando la folla in piazza San Pietro il giorno dell’elezione con il suo: ‘Fratelli e sorelle, buona sera!’. Il terzo elemento che vedo è il collegamento molto stretto con la precedente enciclica ‘Laudato sii’: la cura del creato forma un tutt’uno con la fraternità. Il papa parlava di ecologia integrale che non significa solo salvaguardia della natura ma anche l’attenzione a tutti i popoli, soprattutto gli ultimi e i poveri, che subiscono le conseguenze dell’indebito sfuttamento delle risorse naturali.La fraternità è l’altra faccia dell’ecologia integrale e dello sviluppo integrale e vuol dire attenzione a chi è sofferente, come l’uomo che nella parabola è soccorso dal buon samaritano. Altri aspetti, velocemente: il tema della concretezza, caratteristica di papa Francesco e di questa enciclica. Non soltanto dà uno sguardo alla situazione del mondo e dà delle indicazioni ma anche offre degli spunti per delle buone prassi cosicchè il mondo trovi pace. E poi, anche come paolino, vorrei mettere in rilievo l’attenzione per i mezzi di comunicazione. In un certo modo se ne parla in senso negativo -come forma di individualismo di ostacolo alle relazioni – però afferma anche come possano aiutarci a farci sentire più prossimi gli uni agli altri. L’ultima cosa, sul tema della fraternità, che non è solo un argomento ma viene presentata come il fondamento stesso dell’evangelizzazione, cioè la testimonianza che il mondo attende dai credenti.
È innegabile l’attenzione perenne dedicata da papa Francesco alle tematiche ambientali e della sostenibilità, al di là dei credo. Da poco, a esempio, ‘Repubblica’ ha pubblicato un dialogo di Francesco col fondatore, ateo, dello ‘slow food’ Petrini. Crede che il pontefice abbia avuto un’influenza indiretta sulla recente assegnazione del premio Nobel per la pace alla Fao? Come giudica questa assegnazione?
Sono un po’ dubbioso sul fatto che la figura del papa abbia influito direttamente o indirettamente, però certamente Francesco ha contribuito a questo clima di interesse per gli aspetti concreti delle persone, compresa la fame nel mondo, come testimoniato da molteplici discorsi tenuti proprio alla Fao. A mio parere, nonostante possa sembrare a prima vista una scelta istituzionale per evitare di premiare un personaggio che magari possa essere anche oggetto di critica da parte di qualcuno, mi sembra, considerando il contesto, una scelta adeguata. Nel 2019, 690 milioni di persone hanno sofferto la fame, con aumento di 10 milioni rispetto al 2018. A causa della pandemia, si prevede che altre 130 milioni ne sofriranno: in questo senso l’assegnazione è significativa e in sintonia, di riflesso, con la concretezza mostrata nell’enciclica e con la necessità dell’ecologia integrale e dell’attenzione agli ultimi.
Tornando alle tematiche dell’enciclica, tra le tante ed egualmente importanti, mi ha colpito quella della ‘gentilezza’:scorrendo tra gli articoli del sito della sua rivista, mi sono imbattuto in uno che affermava la necessità di una fede che vada oltre quella tradizionale e, del resto, la gentilezza è qualcosa che si richiede a ogni essere umano. La Chiesa di oggi deve essere ‘gentile’? E in che senso?
Penso che questa idea di superamento della fede tradizionale sia vera per certi versi ma non del tutto, nel senso di un reale e secolare collegamento diretto tra fede cristiana e autoritarismo. Il papa, parlando della ‘gentilezza’ nell’enciclica cita espressamente il capitolo 5 della lettera paolina ai Galati, in cui si trova questa parola generalmente tradotta con ‘benevolenza’ ma che più correttamente – dal greco ‘krestotes’ – dovrebbe essere tradotta proprio con ‘gentilezza’ dei gesti e nell’uso delle parole. Ebbene nella lettera paolina ‘gentilezza’, unito a tanti altri termini, è una delle caratteristiche del cristiano che si lascia guidare dallo Spirito Santo e, unita a tante altre qualità, forma il ‘frutto dello Spirito’ . Credo che, allora, sia un segno distintivo della fede di oggi e di sempre e, anzi, che questa fede -che non è una dottrina ma accoglienza dello Spirito Santo- non può che manifestarsi in questo modo. Non è, perciò, una novità, vista l’origine paolina: la Chiesa, quindi, deve essere gentile oggi? Certo, sarebbe sempre dovuto esserlo perché è un tratto del cristiano guidato dallo Spirito, oltre che un valore umano: del resto noi sappiamo che essere discepoli del Gesù mite e umile di cuore ci renda pienamente umani e se, a volte, non capita è perché non viviamo la nostra fede, ma viviamo, sempre per citare San Paolo, inimicizie e discordie.
Restando sulla sua rivista- da lei diretta dal 2016- , storica e ancora così presente nelle famiglie italiane, ci può presentare la linea editoriale e gli obiettivi della sua direzione?
La mia direzione si è posta in continuità con gli obiettivi della direzione precedente e che sono sempre stati portati avanti: innanzittutto annunciare il vangelo nella cultura della comunicazione. Come affermava il nostro fondatore don Alberione, però, questo non significa parlare sempre e solo della fede ma parlare di tutto cristianamente, come esplicitato nel sottotitolo di ‘Famiglia Cristiana’: i fatti mai separati dai valori. Il secondo punto è la sintonia con il magistero del papa, in ossequio al nostro quarto voto che è quello di fedeltà alla pastorale del papa. Oggi è più che mai il papa a dettarci l’agenda, soprattutto in riferimento alle grandi questioni sociali. Nel messaggio della Giornata Mondiale della Comunicazione del 2017, il papa ha parlato della ‘logica della buona notizia’ che significa uno stile comunicativo che non sia disposto a concedere al male un ruolo da protagonista ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni. Nel mio piano editoriale questo trova grande spazio, attraverso un approccio propositivo e responsabile, con cui non ci limitiamo a portare dati, ma apriamo la porta alla speranza, offrendo possibili soluzioni. Tutto questo per cercare di rimanare una voce autorevole credibile nel panorama dell’informazione italiana, senza sensazionalismo e notizie gridate ma che offra uno sguardo obiettivo invitando ciascuno a fare la propria parte nella società. Credo che il messaggio cristiano, infatti, offra una chiave di lettura privilegiato per osservare la realtà e per offrire la speranza, essendo in maniera pura al servizio dei lettori.
Lei risponde anche alle lettere dei lettori, in cui questi si confidano e le chiedono consigli. Queste lettere testimoniano le nuove necessità dei fedeli: quali sono le più frequenti?
Le domande che ricevo, a cui cerco di rispondere sempre con un atteggiamento paterno (la rubrca si chiama ‘Colloqui col Padre), sono uno specchio della società: i temi sono tantissimi. Principalmente la preoccupazioni per i genitori, e i nonni, per i loro figli: per il lavoro, per i valori che mancano, per possibili cadute. L’altro tema, direi sotterraneo, è il tema della solitudine. Questa realtà, in un mondo così connesso, mi fa sempre molto pensare. Una solitudine che si vive anche in famiglia e, in questo caso, è più drammatica, segnata da mancanza di dialogo e dal fallimanto della famiglia come la immaginiamo. Ci sono poi situazioni scabrose, inconfessabili in altro modo, come quella citata nella domanda o chi si sente angosciata per aver avuto il desiderio di abortire. Ci sono, poi, altre tre tematiche che cito velocemente: la vita nella parrocchia, i temi sociali (dipendenze di vario genere, lavoro, immigrazione) e questioni di dinamiche familiare, come incomprensioni e situazioni di lontananza dai propri cari.
Don Rizzolo, mi rendo conto della complessità della domanda, ma quali sono gli ambiti di azione più importanti per la Chiesa di oggi e come deve agire in questi ambiti?
Ci sarebbe, ovviamente, tantissimo da dire. All’interno di se stessa la Chiesa dovrebbe prestare attenzione ai fedeli che, a esempio, frequentano i santuari mariani, che spesso sono prede di persone senza scrupoli e che invece devono essere sostenuti affinché la loro fede rimanga equilibrata e possa maturare alla luce della parola di Dio. All’esterno, c’è bisogno di attenzione ai giovani, sempre più indifferenti e colpiti dagli scandali. Per loro c’è bisogno di testimonianza di gioia. Altri due aspetti sono la realtà delle parrocchie, in estrema difficoltà, che devono diventare una comunità di fedeli in cui tutti siano coinvolti. E qui troviamo il grande tema dei laici e del ruolo delle donne: tutti siamo Chiesa e tutti dobbiamo sentirci partecipi, soprattutto le donne, che devono diventare protagoniste. Infine, la Chiesa deve essere, a sua volta, attiva protagonista nelle tematiche sociali indicate da papa Francesco, su cui dobbiamo far sentire, con forza, la nostra voce.
Vorrei porle ora tre domande delicate: si sente di commentare il caso Becciu? E andando a un livello più politico, cosa pensa della nuova linea della Cei di silenzio e non intervento sugli aspetti, appunto, socio- politici dell’attualità italiana? A lei, invece, chiedo una riflessione sulla stretta attualità: in previsione di possibili nuove misure di confinamento, in cui davanti a un’emergenza sanitaria si chiede di rinunciare a libertà personali, può presentarci –nei limiti del possibile- la posizione dell’etica cristiana nei confronti del rapporto tra libertà e responsabilità?
Come detto prima, fermo restando che la posizione della CEI non è univoca, con attenzione e moderazione dobbiamo far sentire la nostra voce, altrimenti noi cristiani rischiamo di rimanere senza voce: papa Francesco, con la sua mitezza e il suo equilibrio, è un esempio anche da questo punto di vista. Sul caso Becciu, dico solo che son dispiaciuto: per lui e la Chiesa. Auspico chiarezza, mentre rifletto sul fatto che bisogna sostenere il papa in quest’opera di pulizia, in una realtà di lotte di potere e di difficili dinamiche economiche e finanziarie. Di questi scandali qualcuno gode, e del resto la Chiesa è fatta di uomini con i loro evidenti limiti: noi , però, non ci dobbiamo far abbattere ma dobbiamo sempre trovare la forza di reagire. Infine, per l’emergenza pandemica e il rapporto tra libertà e responsabilità, posso dire che non esiste l’una senza l’altra, sono due facce della stessa medaglia. L’uomo si caratterizza per la libertà ma, come disse Manuel Munier, poter scegliere se morire di colera o di peste non vuol dire essere liberi: essere liberi vuol dire, invece, come scegliere il bene e di essere migliore. Non ciò che sconfina nella prevaricazione è libertà ma la scelta del bene, l’amore ed è qui che si inserisce la responsabilità, che è il modo in cui percorrere la strada dell’amore. Se vogliamo salvaguardare la nostra salute, non per forza ma per amore dell’altro, dobbiamo percorrere la via della responsabilità.
Come detto in precedenza, ‘Famiglia Cristiana’ fa parte della storia d’Italia. Secondo lei cosa rappresenta oggi per i lettori? E cosa vorrebbe rappresentasse?
Come settimanale d’informazione, ‘Famiglia Cristiana’ è ancora il più venduto in Italia, di cui effettivamente ha fatto una parte della storia dell’editoria. Noi abbiamo una lunga tradizione di fiducia che non è venuta meno, nonostante la crisi dell’editoria, e continuaiamo a essere una realtà per certi versi unica al mondo. Ci consideriamo un’oasi felice in un contesto di falsi scoop e molti lettori cercano in quest’oasi nutrimento per la loro vita e possibilità di dialogo e confronto, oltre che notizie di loro interesse. Altre persone hanno pregiudizi, perché tratti in inganno dal titolo: allora vorrei che per i suoi lettori continuasse a essere questa oasi felice di finestra sul mondo e, per gli altri, fosse una miniera di approfondimenti, consigli, rubriche interessanti.