L’imperfezione dell’uomo: così bella, così grande, così propria di tutti noi

Mia Martini ed Ezio Bosso

di Daniele Madau

Bellezza e dolore, essendo due vette del sentire umano, spesso germogliano e crescono insieme, intrecciate come i rampicanti.

Se penso a Mia Martini ed Ezio Bosso, che in questi giorni abbiamo ricordato e salutato, non posso non pensare alla bellezza, nonostante il dolore, e nel dolore.

Durante i giorni di più duri dell’epidemia, di eclissi di quasi ogni attività umana e di amputazione, necessaria, delle libertà, Ezio Bosso ha detto che “la musica, però, è necessaria, è come respirare”. A una prima lettura, può sembrare un’affermazione da intellettuale, da élite ristretta e colta, dedita al superfluo e dall’accesa sensibilità decadente. Subito, però, pensando a chi l’ha pronunciata, alla sua vita, al suo dolore, appunto, e alla sua lotta, questa prima sensazione comincia, o dovrebbe cominciare, a cedere il posto ad altro. Pensare all’arte non è un momento d’ozio: è uno dei più alti momenti di dignità dell’uomo, che riflette su di sè. Se Primo Levi ha mantenuto la sua umanità nel campo di concentramento – lo dice lui stesso – è grazie a Dante, precisamente al canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse: “Lo maggior corno della fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando…”.

Bisognerebbe domandarlo a un adolescente, se la musica è come respirare: per me era così e, forse, in qugli anni mi ha salvato la vita.

Eppoi, l’arte musicale, costruita sulla perfezione e l’armonia, guidata dalla bacchetta di Ezio Bosso, o sorta dal suo pianoforte, innestata nel suo dolore e nel suo corpo straziato, sembrava piegarsi al dolore e alla sofferenza: per diventare più bella, però. Perché l’imperfezione è più bella della perfezione, lo sappiamo: è nel non finito che si eleva la libertà, la volontà e la forza dell’uomo, più forte di tutto.

Italo Svevo lo sapeva bene: l’inetto Zeno era, alla fine, più sano di chi si credeva tale.

Come Alex Zanardi, Bebe Vio e tutte le persone interessate da qualche disabilità, cioè tutti noi, Bosso ha mostrato quanto l’imperfezione sia il contesto in cui ci muoviamo ma, proprio per questo, sta all’uomo piegare l’arte a sua serva, sua ancella, per raggiungere la più profonda bellezza della vita.

E l’ha mostrato, Bosso, al mondo che aveva isolato Mia Martini, il mondo che si sentiva sano- per citare nuovamente Svevo -, che aveva isolato la voce femminile più bella della musica italiano, più bella di Mina, perchè più sofferente, appunto. Proviamo vergogna per quel mondo, assaporiamo invece la bellezza pensando a Mia Martini: chi ha vinto, allora, tra i due?

Così come proviamo vergogna quando la nostra società risulta inadeguata davanti alla grandezza di Ezio Bosso o qualsiasi altra persona con difficoltà fisiche: davanti ai marciapiedi sconnessi, alle barriere architettoniche, alle possibilità vietate, tocchiamo l’apice opposto della bellezza, la meschinità. Lì sì che dovrebbe vedersi la perfezione, la maestria delle strutture e delle opere civili, che dovrebbero essere pronte a servire l’imperfezione dell’uomo: così bella, così grande, così propria di tutti noi.

L’umanità, tutta intera

di Daniele Madau

E’ il momento di notizie belle, ora che la primavera irrompe con ferma dolcezza nelle nostre case ancora socchiuse per le ultime misure di contenimento; ora che, almeno in Italia, i numeri del contagio continuano a diminuire, ore che Silvia Romano è a casa. Non è semplice abituarsi alle belle notizie, a volte sembrano non far parte dell’esistenza della specie umana, soprattutto quando non sono le piccole o grandi notizie belle della nostra intimità o quotidianità ma quelle che riguardano tutti noi, insieme.

Da poco ho scoperto che esiste l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, composto dai vari capi religiosi che ha promosso per oggi una giornata di digiuno, preghiera e invocazione per il bene dell’umanità, affinché cessi , finalmente, la pandemia.

Il solo pensare all’umanità tutta insieme fa bene, immaginarla tutta in un luogo, con uno sforzo di fantasia, a sentire il calore e respiro dell’altro è un esercizo che si potrebbe fare spesso, soprattutto con il primo tepore mattutino della primavera. Oppure dopo che si sente un parlamentare a Montecitorio dire idiozie su una ragazza rapita. Si fa un respiro profondo, si chiudono gli occhi e si pensa alla bella immagine dell’umanità: e, così, dovrebbe passare il fastidio delle ridicolaggini. Proviamoci, l’esercizio andrà fatto spesso, visto l’alto numero di certi interventi in parlamento.

…E mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano

di Marco Salis

Come avvenuto con l’intervista all’europarlamentare Bartolo, “La Riflessione” allarga nuovamente il suo sguardo al contesto europeo, in un’ottica di analisi delle diverse procedure e misure di lotta all’emergenza. Il confronto e il respiro più ampio possibile di diverse realtà sono, infatti, alla base del sito. Marco Salis, residente da anni a Lione, analizza il crescendo del rapporto dei francese con la pandemia, dall’iniziale convinzione che riguardasse solo l’Italia alla consapevolezza della reale dimensione.

Tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, mentre nel nostro Paese il numero dei contagi e dei decessi per COVID-19 aumentava vertiginosamente cogliendo impreparata sia la popolazione che il personale sanitario, e mentre i nostri governanti si trovavano nell’urgenza di comprendere e decidere, i nostri ‘cugini d’oltralpe’ osservavano.

Osservavano inizialmente con un misto di curiosità, dispiacere, e talvolta anche di (più o meno) velata ironia nei nostri confronti. I principali quotidiani nazionali, con Le Monde in testa, documentavano con regolarità e titoli d’impatto in prima pagina il bollettino della ‘guerra’ che si andava combattendo poco distante, con il conteggio dei deceduti e dei contagiati. Documentavano spesso con i toni sensazionalistici di un certo giornalismo, ma senza disporre degli elementi necessari a decifrare una situazione che sembrava inizialmente non riguardare il loro popolo.

I discorsi in ufficio, per strada e sui social riflettevano questo sentimento. Come molti italiani nella prima fase, anche i francesi si meravigliavano di come una semplice ‘influenza’ (tale sembrava essere) potesse creare tanto scompiglio. Tanti ne imputavano le conseguenze all’età avanzata e alla fragilità di una fetta consistente della nostra popolazione; altri, altrettanto poco informati, all’inadeguatezza del sistema sanitario lombardo, che rappresenta invece un’eccellenza.

Il governo, ancora alle prese con il grattacapo dei gilets jaunes, con la riforma delle pensioni e l’organizzazione delle elezioni municipali il cui primo turno era fissato al 15 marzo, non si pronunciava pubblicamente in merito. Con la consapevolezza di oggi, posso immaginare che l’attenzione fosse rivolta all’Italia per tentare di apprendere velocemente dalla nostra esperienza e formulare una strategia di contenimento, come poi è avvenuto. I tempi e le modalità di questa reazione, però, sono stati e sono tuttora oggetto di critiche vivaci da parte di un popolo che, storicamente e culturalmente, non è abituato ad accettare sommessamente e senza polemiche ciò che non condivide.

Più di uno scivolone è stato imputato, e non a torto, alla gestione della crisi targata Macron. Citerò solo alcuni dei fatti più eclatanti.

Ad allarme ormai suonato, le autorità non hanno annullato la partita di Champions League Lyon – Juventus, che si è giocata regolarmente a porte aperte il 26 febbraio, con migliaia di tifosi italiani che quei giorni hanno circolato liberamente nella capitale dei ‘Galli’.

In seguito, l’episodio forse più sconcertante: dopo giorni di profonda inquietudine in seguito alla prima ondata di contagi e alle prime vittime (dichiarate), e dopo un primo tardivo discorso di Macron alla nazione il 12 marzo, le elezioni del 15 marzo si tengono regolarmente e con misure di sicurezza molto blande. Solo il giorno dopo il presidente della Repubblica francese rivolge ai cittadini un secondo discorso in cui annuncia misure più stringenti che ricalcano quelle comunicate da Conte diversi giorni prima e che limita gli spostamenti all’essenziale, disponendo anche la chiusura delle frontiere. «  Nous sommes en guerre », ripete con enfasi più volte. Ma è un po’ come chiudere la proverbiale stalla quando i buoi sono scappati.

Come in Italia, anche in Francia si sente improvvisamente il peso di anni di tagli alle risorse del sistema sanitario. Le mascherine, che dovevano essere tempestivamente messe a disposizione del personale medico e successivamente della popolazione, sono una promessa non mantenuta : scarseggiano negli ospedali, e i cittadini dovranno aspettare fino a maggio per poterle acquistare in farmacia. Le misure di sostegno alle imprese e ai lavoratori autonomi sono poca cosa rispetto alle reali necessità, oltre che di non facile accesso. Il controllo del rispetto delle regole e le relative sanzioni durano solo un paio di settimane, e dall’11 maggio la Francia già comincia il déconfinement.

Avremo bisogno di una buona dose di fortuna.

Silvia Romano e la disumanizzazione del diverso

Silvia Romano assediata dai giornalisti
di Roberto Zuddas

La caratteristica di “La Riflessione”, nome parlante, è il suo voler riflettere, scoprire quel momento, così ricco, in cui, prima di parlare o scrivere, ragioniamo e pensiamo su cosa e come esprimerci. Seguendo Dante, è un non “sottomettere la ragione al talento”. A volte, però, questa riflessione deve essere veloce, tagliente ed efficace: un ammiccamento al lettore più profondo e sensibile, come una strizzata d’occhio, un occhiolino. Queste tipologie di articoli faranno parte della nuova rubrica, che inauguriamo oggi con Roberto Zuddas: “L’occhiolino”, appunto.

Dietro i vergognosi e indegni attacchi alla cooperante italiana liberata qualche giorno fa, vedo varie e perverse linee di pensiero, in primis l’intolleranza verso le donne e le altre confessioni religiose. Ma anche, più in generale, un meccanismo distorto secondo il quale un “diverso” – che ha adottato una scelta di vita non in linea con quelle comunemente dettate dai criteri soggettivi di una parte – non sia più una persona agli occhi di questi haters. A “beneficio” di chi non avesse avuto modo di leggere questa galleria degli orrori, menziono solamente quelli che lamentavano il mancato rispetto del distanziamento sociale all’arrivo di Silvia in Italia e che lei avesse addirittura abbracciato la mamma e il papà, mentre loro non vedono i genitori da mesi. Ovviamente ho letto commenti molto, molto peggiori, che risparmio a tutti. Questa incapacità di empatizzare verso un essere umano che ha subito un anno e mezzo di prigionia in una terra straniera è indice del fatto che la ragazza, agli occhi dei suoi detrattori, abbia perso gli attributi umani per diventare un’icona, emblema di ciò che non va nella società. Icona di emancipazione, cosmopolitismo, tolleranza, solidarietà, prerogative sbagliate laddove ne esistano altre capziosamente poste come alternative: sicurezza dei cittadini, risorse per le aziende e per chi ha perso il lavoro, aiuti alle famiglie e via discorrendo. Se fosse una persona in carne e ossa non si permetterebbero, sono invece legittimati ad attaccare a testa bassa perché non lo è più.

Per una cultura dell’antimafia la grandezza di Peppino Impastato

Peppino Impastato

A quaranta due anni dall’uccisione, Giovanni ricorda Peppino: uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia mai conosciuto, oltre che suo fratello. Non solo suo, credo che Peppino sia tra quei pochissimi che tutti consideriamo nostri fratelli.

di Daniele Madau

Chiamo Giovanni Impastato perché mi sembra che il 9 maggio, anniversario della morte di entrambi, i telegiornali non gli abbiano riservato lo stesso spazio dedicato a Moro: non voglio certo sminuire lo statista democristiano, anzi, tutti e due dovrebbero avere un posto d’onore nel pantheon laico della nostra cultura. Cultura, proprio questa parola bellissima sarà la protagonista della nostra chiacchierata, dopo che Giovanni mi ha tranquillizzato sul fatto che, anche se non approfondito, lo spazio nei telegiornali Peppino lo ha avuto.

Giuseppe, infatti, ricorda appassionatamente il fratello, è stato uno dei più grandi personaggi che l’Italia abbia conosciuto. Letterato, giornalista, ecologista, politico, intellettuale, ha saputo rompere con la cultura mafiosa e patriarcale, in anticipo su tutto e tutti.

Gli chiedo di approfondire l’aspetto letterario, essendo anche insegnante: “Peppino è stato ucciso troppo presto, avrebbe potuto scrivere di più. Esiste un suo diario, però, che è un documento bellissimo, con alcune poesie. C’è poi un aspetto tutto suo, quello dell’ironia, con la quale combatteva la mafia: penso alla trasmissione radio Onda Pazza a Mafiopoli. Ancora meno conosciuto, però, e più innovativo, è stato il suo impegno ecologista. Alla fine degli anni ’60 il termine ecologia era praticamente sconosciuto, poteva evocare ricette culinarie. Ebbene, Peppino andava in giro con la sua macchina fotografica a immortalare lo scempio ambientale che veniva fatto ai luoghi della Sicilia e poi appendeva tutto in paese. Quando le persone, per timore, non volevano leggere le didascalie, Peppino girava loro intorno, impedendo loro di andar via e ammonendo come ci fosse in ballo la loro salute.

Come si vede nel film i Cento Passi, continua Giovanni, Giuseppe andava sotto casa del sindaco- il palazzo del potere- a rivendicare i diritti e a me vengono i brividi pensando che, cinquant’anni dopo, Greta ha fatto lo stesso, con il suo manifesto sotto il palazzo del potere, per difendere l’ambiente.”

Ci soffermiamo proprio sui Cento Passi, e su come la figura di Peppino, come tutte quelle dei grandi, abbia attraversato fasi diverse nei confronti dell’opinione pubblica: “Giuseppe militava nell’estrema sinistra e, subito dopo la sua morte, solo i suoi compagni gli sono stati vicino, hanno lottato per lui e per il suo ideale. Né i giornalisti, né la scuola, né i compaesani, nessuno, tranne loro, hanno mostrato interesse e amore per la verità. Col passare del tempo e le mutate condizioni anche la loro vicinanza è naturalmente scemata ma, certamente anche grazie al film di Giordana, la figura di Peppino è diventata di tutti, soprattutto dei più giovani, degli studenti, che ora sono i nostri interlocutori privilegiati. Io giro centinaia di scuole oggi, e vivo momenti molto belli.”

Bisogna parlare dell’attualità, purtroppo, in cui la lotta alla mafia è ancora in primo piano, essendo acceso il dibattito sulla scarcerazione dei condannati per mafia per l’emergenza sanitaria: ” Io ritengo che i mafiosi debbano avere garantito il diritto alla salute, come tutti, ma non in questo modo, non con la scarcerazione. C’è bisogno di una riforma carceraria degna di questo nome come ritengo fermamente che sia ora di smetterla di trattare la mafia con procedure d’emergenza. E’ ora che si lavori finalmente con la prevenzione e non con decreti vari. Ma non c’è la volontà. Allora dobbiamo smettere di dire come la mafia sia l’anti Stato ma avere il coraggio di affermare come sia dentro lo Stato. Negli appalti, nei lavori pubblici, nelle amministrazioni. Abbiamo sentenze che lo confermano”. La prevenzione con la cultura, così come fece Peppino, col desiderio di verità, come Peppino: “sì, come lui, perché, anche se posso sembrare di parte, dobbiamo imitarlo. Era un giovane, non un eroe irraggiungibile di cui avere in camera l’immagine.” No, non l’eroe, ma il nostro fratello: ed essendo nostro fratello, Giovanni, tutti noi siamo di parte.

La regolarizzazione dei migranti: numeri e prospettive della proposta della ministra Bellanova

di Daniele Madau e Ahmed Naciri

Concordo con Ahmed Naciri, amico oltre che mediatore culturale, collaboratore della prefettura, presidente della Rete Sarda della Collaborazione Internazionale, che per questo caso, e in genere nella vita, bisogna prima leggere i documenti e poi presentare le proprie idee e interpretazioni.

Iniziamo, quindi, con la bozza del primo articolo della proposta della ministra, che mi legge Ahmed, che parla solo di regolarizzazione nei settori dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura, per un totale di sole 240.000 persone, rispetto alle 600.000 di cui si parla. Tra l’altro, si indica chiaramente che spetterà al datore di lavoro la presentazione della domanda al fine di instaurare un rapporto di lavoro subordinato per la durata massima di un anno. Ciò detto, siamo ben distanti,quindi, dal concetto di sanatoria ma, appunto, siamo all’interno di un procedimento di regolarizzazione.

Regolarizzazione tramite il permesso di soggiorno che ora, in base alla Convenzione di Ginevra, è subordinato a regole stringenti -quali il provenire da determinati paesi dell’Africa, come l’Eritrea – ed è di difficile acquisizione.

“Ma i 58 paesi africani si stanno tutti scannando, quindi io non capisco come si possa affermare che chi proviene da un altro paese non possa essere definito rifugiato. Un migrante, ora, arriva, quindi, da noi, cerca di comportarsi bene, parla l’italiano, cerca di inseririsi nel contesto sociale ma non può essere regolarizzato. Io dico sempre che un italiano dovrebbe, al contrario, porsi in questa situazione e provare come si sentirebbe”.

Concordiamo ancora, sul fatto che sia una proposta di buon senso, anche se forse non ancora sufficiente ” piuttosto di niente meglio piuttosto”- così si dice in Lombardia- ma servirebbe più coraggio. Ripenso allo ius soli e allo ius culturae, occasioni perse, senza le quali non possiamo dare la cittadinanza a chi ha frequentato le nostre scuole.

“Purtroppo il tema dei migranti difficilmente porta i voti, anzi, al contrario, si è portati a seguire la massa, come stanno facendo i cinque stelle: di sicuro anche loro pensano sia di buon senso la proposta della ministra ma, come direbbe Manzoni, ‘Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune’ “.

Una giusta presa di posizione

di Daniele Madau

La presa di posizione della ministra Bellanova sulla regolarizzazione dei lavoratori in nero, compresi gli immigrati, sembra lungimirante e di buon senso, da più punti di vista, economico, sociale, etico. Componenti della sua maggioranza hanno manifestato dissenso, causando velati scenari di dimissioni. La riflessione di domani, a questo proposito, presentarà un’intervista per approfondire il progetto della ministra: interlocutore sarà Ahmed Naciri, mediatore culturale e sindacalista.

A titolo indicativo, di presentazione della complessa tematica e di introduzione all’intervista di domani, presento una sola delle tante problematiche che gli immigrati non in regola devono affrontare, tratta dal sito integrazionemigranti.gov.it e riguardante una rapporto di MSF sulla campagne lucane: “Più di un paziente su due aveva riscontrato problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Sul totale delle persone assistite, solo il 43% era in possesso di una tes-sera sanitaria in corso di validità mentre il 27% aveva una tessera sanitaria scaduta, il 28% dichiarava di non aver mai avuto una tessera sanitaria né un codice STP e solo il 2% era in possesso di un codice STP , mentre il 28% dichiara-va di non aver mai avuto alcun tipo di accesso (si intende sia l’iscrizione al servizio sanitario che l’assegnazione di un codice STP) [cfr. Fig.4]. Sul totale delle persone assistite dallo staff medico, il 20% è stato riferito all’operatrice sociale per orientamento ai servizi socio-sanitari” . Medici senza frontiere: Rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane”

“Il bene fatto non bisogna dirlo”: storia di Gino Bartali


A vent’anni dalla morte di Gino Bartali, ricevo, e volentieri pubblico, un ricordo del campione – benefattore silenzioso – scritto da chi ha voluto omaggiarlo e restare altrettanto nascosto

A Gino

Credo che a voler ricordare degnamente una persona sia possibile farlo non solo attraverso il sentimento personale e affettivo dei parenti e amici stretti che hanno condiviso con lui il tempo della sua vita ma anche tanti altri che hanno potuto conoscere  le sue qualità umane. Nel caso di Gino Bartali si sono conosciute prima le sue doti sportive ciclistiche che lo hanno portato alla ribalta e poi, ma dopo tempo, le sue qualità morali, il suo altruismo, la sua testimonianza cristiana. Si Cristiana. Molti forse non sanno ancora, nell’ anno 2020, a distanza di 20 anni dalla sua morte, che Lui oltre che ad essere un grande campione di ciclismo fu testimone autentico nella sua vita.

Mi scuso se preferisco ricordarlo più per questo aspetto della sua vita ma con questo non voglio assolutamente sminuire la grandezza del suo impegno sportivo che amo tantissimo.

Parlo così perché vedo in lui l’uomo che ha saputo attraversare il suo tempo con una fede incrollabile, con un altruismo e una particolare propensione alla sobrietà, aspetto che molti di noi dovrebbero prendere ad esempio. Gli Ebrei che attraverso di lui poterono salvarsi e i loro figli non lo hanno dimenticato, al contrario nel 2013, nel Giardino dei Giusti del Museo di Yad Vashem a Gerusalemme, venne piantato un albero di carrubo in memoria di Gino Bartali, proclamato “Giusto tra le nazioni”.

Esemplare è quanto ha fatto. Vorrei ricordarlo in breve. Salvò numerosissime vite, incurante del pericolo a cui esponeva la sua vita. La sua semplicità d’animo autentica, la sua sobrietà portarono a far si che nessuno, nemmeno i familiari, erano al corrente di questo suo mirabile atto di carità. Lui diceva: “Il bene fatto non bisogna dirlo, se viene detto non ha più valore. Di fronte a Dio non valgono i soldi guadagnati, né le medaglie attaccate sulle maglie sportive, ma solo quelle che si attaccano sull’anima, quelle conquistate facendo opere buone, che ho sempre cercato di fare”. Per questo non voleva che si dicesse niente delle continue opere di carità che faceva.

Gino Bartali ci lascia un ricordo dolcissimo, quello di un uomo semplice, padre di famiglia, di un grande campione che non ha cavalcato la sua notorietà per mettersi in mostra, per fare vita mondana ma per mettersi in silenzio al servizio degli altri. E’ quello che ognuno di noi potrebbe fare.

Morì il 5 maggio 2000, serenamente, nel suo letto come aveva sempre richiesto nelle sue preghiere a Santa Teresina avvolto nell’abito bianco dei Terziari Carmelitani, nel cui Ordine Secolare entrò all’età di 22 anni  il 14 febbraio 1937 col nome di Frà Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino con rito solenne. Il 4 dicembre 1938 Gino Bartali fece la professione definitiva.

Quanto scritto spero possa spingere ognuno di noi ad approfondire quanto di bello lui ci ha lasciato e a portarlo nei nostri cuori come esempio vero di vita vera dedicata agli altri.

Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia

di Daniele Madau

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni sondaggi, riferiti al gradimento dei politici e alle intenzioni di voto: essi assumono un particolare rilievo, dato che arrivano alla fine della dura fase 1. Subito è stato notato come Conte, che pure ha un gradimento del 65% circa, sia distante in maniera un po’ imbarazzante dai suoi omologhi europei. Quasi tutti gli altri poi, tranne Zaia – ormai considerato un caso e atteso al varco come possibile spodestatore di Salvini -sono sotto il cinquanta per cento. Eppure abbiamo avuto i decreti ‘cura Italia’ e ora ‘aprile’. Ci saranno 400 miliardi per le imprese e il reddito di emergergenza. L’anno scorso poi, richiesti dalla maggioranza degli elettori, sono arrivati il reddito di cittadinanza e quota cento. Sembra che il popolismo non sia popolare oltre lo strettissimo giro delle elezioni o che l’appettito degli italiani non abbia mai fine. Chiaramente la questione potrebbe essere risolta solo con la quantità dei libri della biblioteca di Borges ma io vorrei soffermarmi sull’appettito degli italiani. Non voglio sembrare irriverente, stiamo appena discostandoci da una tragedia, infatti il discorso è generale e valido in ogni tempo. Credo che l’elettorato italiano, quindi noi tutti, compreso me che scrivo, sia infantile, nel senso che pretende, quasi senza responsabilità. In questi duri giorni ho parlato con imprenditori non impeccabili da un punto di vista morale (tasse, contributi, eccettera…), volere molto di più dallo Stato e famiglie che si lamentavano perché non sapevano dove tenere i figli durante la chiusura della scuola, come se questa fosse un servizio di accudimento dei figli in assenza dei genitori, e non un luogo educativo e di cultura. Davvero, mi sembrano lamentele di bambini: ci vuole sempre un ragionamento un po’ rigoroso e sincero prima di parlare. Non a caso, non siamo noi ad aver sentito: ‘Non chiedetevi cosa può fare l’Italia per voi ma voi per l’Italia’, purtroppo…

Noi, al contrario, siamo la nazione più malinconicamente redarguirta dai poeti “Ahi, serva Italia” , “Italia mia, benché il parlar sia indarno”, “O patria mia, vedo le mura e gli archi”.

E quante immagini di aperta derisione abbiamo visto, in questi mesi, venire dall’estero, come, a esempio, dall’Olanda?

Eppure, tutti noi, nello stesso tempo, dobbiamo essere fieri dell’alta tempra morale -non minore della Cina- che ci ha permesso di guardare negli occhi questa pandemia. Allora, allora, torniamo sempre lì, a come saremo poi, tra poco, vaccinati e liberi di scegliere come vivere. Ci sono autori, come Eco, che amavano le liste, tanto da scrivere “Vertigine della lista”: questo amore rientra in quello che gli antichi avevano per i canoni e gli elenchi. Allora, ricollegandomi anche all’articolo del 3 maggio sulle parole della fase 2, ecco una brevissima lista, personale, di cosa gli italiani dovrebbero fare tra poco, all’uscita da questa breve parentesi, per poter poi chiedere allo Stato e avere con lui un rapporto più maturo e stabile: queste parole sembrano tratte dall’analisi di un rapporto di coppia e, forse, credo che il paragone non sia neanche tanto sbagliato.

  1. Pagare le tasse 2. Avere cura del paesaggio 3. Denunciare tutte le illegalità …(continua)

Le parole della “fase 2”

di Daniele Madau

Da lunedì, tutti pronti a ritrovare i nostri affetti e congiunti e le pratiche di sempre, forse da portare avanti con un cuore un po’ più leggero: mascherina, distanza, mani lavate. Ma qualcos’altro dovrà essere nuovo, il cuore, e le parole, attraverso cui lo mostriamo alla gente: grazie, scusa, permesso, prego. Ci sarà bisogno, infatti, di una sensibilità nuova, per vincere la sgradevole sensazione -che tutti abbiamo provato le poche volte in cui,in questi mesi, siamo usciti, di essere guardati e trattati come portatori di contagio e malattia. Al contrario, la gentilezza sarà il valore aggiunto; quella gentilezza, solidarietà, che si ritrova all’uscita dai momenti difficili e che dà tutto un altro senso a ogni nostro giorno. Non è difficile – Madre Teresa avrebbe parlato di “cammino semplice” -, basta allenarsi: si è in fila al supermercato e, se ci si avvicina troppo a un’ altra persona, basta sorridere e dire ‘scusi’. La delicatezza della parola, allora, agirà, in primo luogo, anche su di noi. Ricordate? Papa Francesco le aveva indicate come le parole per l’armonia famigliare: permesso, grazie, scusa. Io ho aggiunto anche ‘prego’ perché, rispondendo a un ‘grazie’ si instaura un processo davvero virtuoso. E se qualcuno che leggerà vorrà indicare le sue parole della fase 2, ben venga, sarebbe bello le indicasse nei commenti. Pronti, quindi, a usarle nuovamente questa semplici parole: mi perdonerete la metafora forse fuori luogo ma si è sempre detto che la gentilezza è contagiosa, e allora…

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