Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo

di Giada Piras

Giovane studentessa universitaria – e convinta antifascista- già l’anno scorso Giada ha curato l’editoriale per il 25 aprile. La nostra riflessione, con lei, continua anche quest’anno.

Oggi è il 25 Aprile, data in cui venne proclamata la festa di liberazione del suolo italiano dalle forze nazi-fasciste. Esattamente oggi, l’Italia, festeggia il suo 76esimo anniversario come paese libero da una dittatura opprimente.

A tale proposito, tutto questo dovrebbe spingerci a ragionare su diversi aspetti, primo fra tutti: il sacrificio.

Proviamo a pensare a cosa sia veramente successo, perché il 25 Aprile può sembrare solo una data che si sente di sfuggita, un giorno di vacanza per i ragazzi che frequentano la scuola, ma dietro c’è molto di più. Milioni di vite troncate, vittime di quella che fu la dittatura fascista, a partire dagli omicidi come quello di Giacomo Matteotti, assassinato il 10 Giugno 1924 da cinque membri della “polizia politica” che, dopo averlo rapito e accoltellato a morte, lo abbandonarono nelle campagne di Roma. Ecco, Matteotti non fu né la prima né l’ultima vittima di quello che potremmo considerare l’eccidio messo in pratica dalla dittatura fascista.

Dopo di lui, infatti, avremo una vera e propria escalation di violenze di ogni tipo: invasioni, pestaggi, incarcerazioni e fucilazioni ormai erano la normalità per il regime che, in tempo record, prese il potere sulla penisola.

Arriveremo al 1943, anno in cui il generale Pietro Badoglio (in seguito alla caduta del fascismo), firmerà l’armistizio di Cassibile, fatto che da lì a poco, getterà l’Italia in balia degli eventi.

L’esercito era allo sbando e da qui cominciarono a formarsi i primi gruppi di quelli che venivano chiamati “ribelli”.

Antonio Gramsci si esprimeva così riguardo al scegliere una parte da cui stare, all’essere partigiani:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Chi erano i “ribelli”?

I “ribelli”, chiamati più comunemente “partigiani” possono essere definiti come i protagonisti della resistenza italiana, quell’evento che vede uomini e donne di tutte le età, dai bambini agli anziani, ribellarsi alla presa di potere da parte delle truppe tedesche e dello stato fantoccio della repubblica di Salò antecedente alla firma dell’armistizio.

Nelle formazioni partigiane avevamo ogni sfaccettatura d’Italia.

Lo studente universitario stanco del regime fascista che rifiutava di presentarsi alla chiamata alle armi, il parroco del paese, avevamo i comunisti, gli anarchici, i liberali… Tutte persone diverse tra loro ma con l’unico obiettivo di rendere l’Italia libera da ogni sopruso. Quello che stupisce da questo punto di vista, è come tutte queste differenze siano state abbattute da un ideale talmente forte da far sì che ogni differenza di partito, ogni differenza di etnia, di età, non fosse un problema. E’ questo lo spirito che ci ha portati al 25 Aprile, lo spirito che ci ha resi liberi, che ha fatto nascere la Repubblica e che ha portato alla nascita della nostra costituzione, così poco tenuta in considerazione ma così tanto voluta e sudata, tanto che Piero Calamandrei, noto politico italiano, disse:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furoni impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.”

Con questa piccola premessa che vuole spiegare a grandi linee tutto il sacrificio che ha portato il popolo italiano al 25 Aprile, volevo condividere con voi una domanda che mi pongo spesso.

Solitamente, nell’ultimo periodo soprattutto, tante persone si sentono “nostalgiche” riguardo il periodo fascista, senza saperne (il più delle volte), quello che ha portato all’Italia. Tutto ciò porta ad una domanda: perché l’Italia deve ancora fare i conti con quello che, ormai, è lo “spettro” del fascismo?

La Germania ad esempio ripudia ogni forma di nazismo, mentre nell’Italia odierna possiamo trovare dei calendari con la foto di Benito Mussolini in bella mostra in vendita nelle edicole.

Il fascismo insomma, continua a essere una realtà presente nella vita di tutti i giorni, partendo dalla xenofobia devastante che si è diffusa in larga scala negli ultimi anni. Si parla della politica, del potere mediatico che alcuni esponenti esercitano sul popolo, attanagliandolo con il più comune dei sentimenti umani: la paura, forti del fatto che spesso e volentieri dalla storia nessuno ne impara gli errori, per quanto possa essere recente.

Siamo in un’era dove sono in atto dei processi di migrazione di massa, che a differenza di come parecchie persone pensano, non è un complotto atto a distruggere la vita degli italiani, ma bensì possiamo notare quanto il pianeta si stia sviluppando in maniera differente e non equa da uno stato all’altro. Ci si dimentica troppo spesso gli ideali che hanno portato l’Italia ad essere un paese libero da ogni forma di dittatura.

E’ un fatto: Chiunque ami l’Italia, non ama il fascismo. Stiamo parlando di un’ideologia che portata avanti ha distrutto il nostro paese, e non solo. Ha distrutto milioni di vite rendendosi fautore della guerra tra italiani.

Proprio l’altra sera il giornalista Gad Lerner ha presentato in diretta televisiva un progetto svolto insieme all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) riguardante le testimonianze di quelli che ormai possiamo considerare “gli ultimi partigiani”.

Racconta, tra le tante storie raccolte, quella di Aldo Costantini, carabiniere veneto che, mandato in Piemonte per un rastrellamento, con la sua squadra si rifiuta di sparare sui partigiani, poiché al momento del giuramento da carabinieri, ebbero giurato di non sparare sugli italiani. Vennero quindi arrestati e chiusi nel carcere militare di Torino. Un commando partigiano li salverà prima della deportazione e da lì comincia la loro storia tra le file della resistenza.

Sul sito noipartigiani.it possiamo osservare centinaia di testimonianze da chi la resistenza l’ha vissuta in prima persona, vivendone gli orrori che solo una guerra può portare, ma anche la gioia della liberazione. Un progetto prezioso ed innovativo, che porta le storie della resistenza sul web (avvicinandole inevitabilmente a quello che è il mondo dei giovani), raccolte in un portale a cui tutti possiamo avere accesso e che soprattutto rimarrà, con le testimonianze di donne e uomini della resistenza, un documento prezioso, utile a ricordare le stragi e il dolore che vi sono dietro a questa data che noi italiani dovremmo sentire far parte di noi.

Le grida d’aiuto tra le persone sorde

Ciro e Beppe Grillo

di Alessia F.

Alessia è una ragazza poco più giovane di Ciro Grillo, una studentessa – di una mia classe, che ringrazio – attenta alle tematiche femminili, con uno stile e una penna bella e delicata. Le ho chiesto il suo punto di vista sul video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro.

È difficile trovare la voce per parlare, quando si è circondati da una folla di persone sorde, il cui udito va e viene, si nasconde, come se giocasse a nascondino ogni volta che un grido d’aiuto  squarcia l’aria, e restasse allo scoperto ogni volta che parole leggere volano tra quelle teste basse  per la codardia e la vergogna. Più difficile ancora però è dare voce ai propri incubi, riflesso  notturno di una storia dell’orrore davvero accaduta, vederli uditi dal mondo intero e poi vederli  derisi e manipolati dai più sciocchi degli interpreti, che riescono a rendere verità disumane e  scomode, bugie leggere e felici. Bugie non in grado di sconfiggere l’incubo, ma capaci di  annientare la speranza che da esso ci si possa salvare. È difficile trovare il coraggio per dire che  si è stati violentati se nessuno ascolta e le parole si perdono tra l’indifferenza della gente, ma  ancora più difficile è dirlo a chi ascolta e non ti crede. Non ci sono né vittime né colpevoli, solo  donne bramose di visibilità. Donne che dicono bugie, che inventano storielle poco credibili. Donne  che non ridono più, non piangono più, non mangiano e se potessero smetterebbero persino di  respirare. Donne che camminano eleganti per le strade, ma in realtà non hanno gambe, non  hanno corpo. Donne che non hanno più un corpo perché un uomo glielo ha strappato via. Donne  senza corpo e senza più vitalità nelle loro anime che per il mondo raccontano bugie. È il caso di  S.J. una ragazza all’epoca di soli diciannovenne anni, che in due anni ha visto l’Italia ridicolizzare il  suo dolore e i suoi “assassini” vagare liberi per le strade, indisturbati. È successo durante l’estate  del 2019 in Costa Smeralda (Sardegna). Dopo essere stata con i suoi amici nella famosa  discoteca del “Billionaire”, S.J. andò nella villetta di un suo amico, Ciro Grillo, a Porto Cervo  insieme ad altri tre ragazzi e un’altra ragazza salvata fortunatamente dalla sua stanchezza, che la  portò a sistemarsi nella sua stanza per poter riposare. S.J non andò a dormire, decise di restare  con i suoi amici e di continuare a divertirsi come una normale ragazza di 19 anni. I quattro ragazzi  avevano però una diversa concezione di divertimento. Per loro significava prendere S.J. per i  capelli, costringerla a bere un litro di vodka, e abusare di lei, a turno, come fosse un nuovo gioco  da provare, per cinque o sei volte, in bagno, poi nella doccia, nella camera da letto e nel  soggiorno. Il giorno seguente, cercando di cancellare dalla propria mente quello che le era  successo, andò a fare kitesurf, tenne aggiornato il proprio profilo Instagram con delle “storie” e  continuò la sua vacanza. Dopo otto giorni ritrovò la sua voce e denunciò, con lo stesso coraggio  che dovrebbero avere tutte le donne. Un fatto comune, non molto diverso da quello di tante  ragazze, a cui al massimo si sarebbe dedicato un paragrafo di giornale, ma che è passato sotto i  riflettori a causa dell’unico nome citato nel testo: Ciro Grillo, figlio diciannovenne del politico  italiano Beppe Grillo, accusato di essere, insieme ai suoi amici, uno stupratore. A distanza di due  anni e mezzi dal fatto ancora nessuno è stato condannato dalla Procura di Tempio Pausania che  sta seguendo il caso. Alcune foto, video e messaggi proverebbero che la ragazza era  consenziente nell’ interpretazione di certi avvocati, per altri invece non sono altro che prove  schiaccianti della loro orrenda colpa. E proprio pochi giorni prima della decisione fatidica che la  procura prenderà a breve, indecisa se archiviare il caso o rinviare a giudizio i quattro indagati,  Beppe Grillo rompe il suo silenzio e pubblica un video sui suoi social a difesa del figlio. Nelle  immagini vediamo un padre, non più un politico, che lotta con tutte le sue forze per salvare la  reputazione e la vita del figlio, senza pensare però a quell’altra vita che è stata strappata via dal  suo amato Ciro e dai suoi amici per soddisfare uno spregevole istinto sessuale. Le parole dure  usate dal politico hanno fatto il giro del web e sono state sottoposte all’attenzione dei più grandi  telegiornali. Molti personaggi importanti si sono espressi potendo utilizzare solo parole di  disgusto. Quanto può essere forte l’amore cieco di un padre per un figlio anche davanti a un  crimine così disumano? Grillo ci da una dimostrazione.  

Paonazzo dalla rabbia e con un tono di volte troppo alto, urla in preda alla rabbia queste parole:”  Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale insieme ad altri 3 ragazzi… io voglio  chiedere, voglio chiedervi, voglio chiedere veramente perché un gruppo di stupratori seriali  compreso mio figlio non sono stati arrestati? La legge dice che gli stupratori vengono presi e  vengono messi in galera e interrogati in galera o ai domiciliari. Sono lasciati liberi da due anni,  perché? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portati io in galera a calci nel culo.  Perché? Perché vi siete resi conto che non è vero niente che c’è stato lo stupro, non c’entrano  niente. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf, e dopo 8  giorni fa una denuncia, vi è sembrato strano. È strano». Parla poi di un video che testimonia il  consenso della ragazza nei rapporti sessuali e conclude con una frase ad effetto, che mostra tutta  la disperazione di un genitore:” Se dovete arrestare mio figlio che non ha fatto niente, allora  arrestate anche me, perché ci vado io in galera». Sono parole dure che fanno riflettere. Portano i  nostri pensieri sulla vittima e ci fanno domandare se le parole di una donna uccisa nell’anima  saranno mai ascoltate e capite davvero. Si fa leva sugli otto giorni passati prima della denuncia.  La domanda che sorge spontanea è chiara: ha Beppe Grillo, o chiunque sostenga questa tesi, 

idea di cosa significhi essere stuprati? Hanno idea di cosa significhi vedere il proprio corpo  rubato, violato in tutti i modi possibili e poi buttato via come un oggetto? Hanno idea di cosa  significhi svegliarsi la mattina seguente e guardarsi allo specchio? Non si vede la propria  immagine, ma solo una pelle sporca che neanche l’acqua potrà pulire e si prega di essere un  serpente per poter fare la muta e liberarsi della sensazione di quelle sudice mani che non  conoscono limiti. Ci si sente in colpa e ci si chiede se in fondo la colpa non sia la propria. Si vuole  dimenticare l’accaduto e si prova ad andare avanti con la propria vita, ma ormai quella vita è stata  spezzata. Ci vuole tempo per elaborare e tempo per trovare il coraggio di indicare i colpevoli,  soprattutto se si sa che la propria situazione si trasformerà in una guerra per la giustizia. Otto,  dieci, venti giorni, potranno passare persino anni e la testimonianza della vittima sarà sempre  valida e una tale dimostrazione l’abbiamo avuta anche gli anni passati con il movimento “me too”  nato tra le attrici di Hollywood vittime di violenza che dopo anni hanno dato voce ai loro stupri,  facendo condannare importanti personaggi famosi.  

Non ci possono essere dunque altre interpretazioni e nulla può scusare le parole rabbiose di  Beppe Grillo, che nell’intento di difendere il figlio ha commesso un crimine peggiore: ha zittito  un’altra voce femminile. Solo su una cosa bisogna dargli ragione, chiede perché un gruppo di  stupratori seriali, compreso suo figlio, non siano stati arrestati. Non possiamo che ripetere la sua  domanda: perché?

Una gigante tra i nani

Ursula Von Der Leyen lasciata in piedi

di Daniele Madau

‘I diritti umani non sono negoziabili’ . Basterebbe questa affermazione, pronunciata dopo aver ricevuto quel gesto maleducato e rozzo – si potrebbe chiamare anche troglodita -, per misurare la differenza tra la classe, l’eleganza, la grandezza di Ursula Von Der Leyen, da una parte, e Charles Michel e Recep Tayyip Erdogan dall’altra. Scandite al microfono in casa del musulmano più influente del mondo (secondo una graduatoria stilata nel 2019 dal “Royal Islamic Strategic Studies Centre”), responsabile di un processo di arresto e arretramento della democrazia in Turchia, qulle parole, diventate sacre, indicano ciò che noi europei vogliamo essere e ciò che, per ora, ci divide da Erdogan e da quelli come lui. Tra i quali, purtroppo, pare anche esserci il Presidente del Consiglio Euopeo Charles Michel. Sì perché in quel gesto maleducato e rozzo – e che ormai conosciamo tutti, avendo visto la Presidente lasciata in piedi davanti agli altri due seduti – forse la colpa maggiore, se è lecito fare una classifica, è di Michel. Ha guardato Ursula dall’alto in basso come Erdogan, senza neanche contemplare lontanamente l’idea di alzarsi, cederle il posto, fare una rimostranza, sedersi con lei sul divano, chiedere un’altra sedia: qualsiasi cosa, purché dimostrasse l’attenzione a colei che era in missione con lui, oltre che, gerarchicamente, con un titolo maggiore del suo. Stiamo parlando del Presidente del Consiglio Europero, che dovrebbe tutelare, difendere, diffonddere, ma prima ancora conoscere, i valori fondativi dell’Unione, quali l’uguaglianza e la parità. Non parliamo di Erdogan, negazionista del genocidio armeno, violento nei confronti della sua stessa corte costituzionale – che ha minacciato più volte – , protettore degli omofobi. Nel 2015 Erdoğan, avendo il pontefice ricordato lo sterminio armeno (1,5 milioni le vittime), così si rivolse a Francesco: «Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini». Poi, Ursula ha pronunciato quelle parole, proprio lì dove sono disattese e avversate, e ha fatto capire semplicemente chi fosse: una gigante in mezzo ai nani. Lo sapevamo già, però: da quando manifestò subito la sua vicinanza all’Italia nel primo periodo della pandemia, a quando si battè per il ‘Recovery Plan’ . Cosa consigliare, invece, a quei due uomini, apparsi nani? Non so, la situazione sembra grave. Forse di studiare la lirica cortese e il ‘Dolce stil novo ‘, con la loro altissima idea della donna. Forse, più semplicemente, di provare un po’ di vergogna e interrogarsi sulla loro idea di parità; ma anche di studiare la propria cultura e storia perché, forse, Erdogan, il ‘sultano’, non sa che esisteva anche la forma femminile del titolo: Sultane, riservato alle mogli legittime e alle figlie dei Sultani. Tutto il mondo li sta irriverendo: se lo sono meritati, speriamo imparino. Noi ci teniamo la lirica cortese, il ‘Dolce stil novo’ e Ursula, una gigante.

Tempo di memorie

di Daniele Madau

La memoria è parte costitutiva di ognuno di noi, è una di quelle basi, di quegli elementi ultimi e inscindibili su cui costruiamo la nostra vita e la nostra persona. Allargando, la nostra società il nostro Stato.

Fare memoria di noi per capirci e capire. ‘Memoria’ è una delle parole più usate dal Presidente Mattarella, soprattutto in riferimento al nostro futuro e all’Europa.

Oggi ricordiamo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’abominio nazifascista contro uomini , donne, ragazzi innocenti e inermi.

Il 10 aprile saranno trent’anni dalla più grande strage della marineria civile repubblicana italiana, quella del ‘Moby Prince’.

Dovere di un sito di riflessione, anche piccolissimo, come questo, è aiutare la costruzione della nostra memoria; perciò pubblico, di seguito, i due messaggi affidati alla stampa in ricordo di queste stragi, del Presidente della Camera Fico e di Luchino Chessa e Nicola Rossetti, presidenti dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e dell’Associazione 140.

Dichiarazione del Presidente Fico nel 77° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

‘Era il 24 marzo 1944 quando si consumò uno dei più gravi crimini commessi dai nazifascisti nel nostro Paese. 335 persone furono trasportate alle Fosse Ardeatine dove vennero trucidate con un colpo di pistola alla nuca, portando così a compimento lo scellerato piano di terrorizzare la popolazione civile. Dell’avvenuta fucilazione si seppe solo dallo scarno comunicato tedesco diffuso alla stampa il giorno seguente, senza però che venisse indicato il luogo, il numero e i nomi delle vittime, che poterono essere identificate solo dopo la fine della guerra. Ancora oggi, a distanza di settantasette anni dall’orrendo massacro di innocenti, il ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine suscita in tutti noi orrore e sgomento. E ci richiama a ripudiare ogni forma di violenza e di intolleranza e ad apprezzare pienamente e a difendere i valori della libertà, della giustizia e dello stato di diritto cui è ispirata la nostra Costituzione. È quindi una necessità civica, oltre che un dovere morale, ricordare come pagine tragiche come questa abbiano segnato la nostra storia. E coltivarne la memoria affinché sia sempre alta l’attenzione contro il pericolo di nuove e sempre possibili degenerazioni violente e autoritarie. L’esperienza ci insegna, infatti, che libertà, eguaglianza e giustizia non sono acquisite per sempre e vanno difese e promosse ogni giorno’.

Dichiarazione dell’ Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus e della Associazione 140:

‘ All’attenzione dei Capigruppo del Senato e della Camera della Repubblica

Illustrissimi Senatori e Deputati Illustrissime Senatrici e Deputate,

il prossimo 10 aprile cadrà il trentennale della strage del Moby Prince. Avremmo voluto commemorare in presenza questo anniversario ma la pandemia del COVID-19 non ce lo permetterà. Più di questo, tuttavia, coltiviamo il desiderio di arrivare a questo anniversario con maggiori certezze sull’impegno del Parlamento nell’accertare la verità su questa vicenda che segna le nostre vite da trenta lunghi anni.

La sentenza della sezione Civile del Tribunale di Firenze del 2 novembre scorso, che ha rigettato la nostra istanza contro i Ministeri dei Trasporti e della Difesa, è stato un duro colpo per noi familiari. Avevamo riposto in quell’ istanza molte speranze per mettere alle corde chi, quella notte maledetta, nulla abbia fatto per mettere in sicurezza il porto di Livorno e per dare soccorso a 140 persone morte dopo atroci sofferenze.

Il coro di protesta sollevato dai familiari delle vittime aveva trovato sponda in un congruo numero di senatori e deputati sensibili alla vicenda, con la conseguenza di alcune interrogazioni parlamentari e di alcune proposte di legge per l’istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta capace di proseguire l’ottimo lavoro fatto da quella presente nella precedente legislatura e guidata dal senatore Silvio Lai. Una Commissione che lavorò ininterrottamente per due anni, giungendo ad una relazione finale che ha ribaltato le risultanze delle passate inchieste e dei passati processi.

Molto ha fatto la Commissione, ma molto c’è ancora da fare, anche alla luce di nuovi scenari emersi, che sono sempre più inquietanti. Traffico di armi, criminalità organizzata, coinvolgimento della Marina Militare richiedono nuovi accertamenti e nuove indagini, che possono supportare il lavoro della Procura di Livorno impegnata in una inchiesta delicata da ormai tre anni.

Riteniamo sia il momento di lasciare da parte le differenze ideologiche e partitiche, perché tutti insieme possiate coagulare le vostre proposte di legge di istituzione di una nuova commissione parlamentare di inchiesta in una unica proposta che interessi i due rami del parlamento, ovvero una bicamerale, da costituire quanto prima.

La fretta che vi mettiamo deriva dal fatto che non è possibile attendere oltre, poiché chi alterò a suo tempo le carte e lavorò e ancora lavora per una verità di comodo, sicuramente continua indisturbato nel tentativo di modifica la verità. E permetterci anche di ricordarvi che in 30 anni un certo numero di noi familiari si è spento senza avere avuto il diritto di sapere perché i propri cari sono morti.

Per questo Vi chiediamo di incardinare le proposte maturate e pervenire quanto prima da un testo unico da far approvare dal Parlamento.

Il 10 aprile è prossimo a venire e sarebbe bellissimo per noi familiari avere un segnale di unità di tutti coloro che in parlamento vogliono la verità e la giustizia per la strage del Moby Prince.

Certi della vostra sensibilità a riguardo porgiamo,

Cordiali saluti

Luchino Chessa, presidente Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince Onlus

Nicola Rossetti, vicepresidente Associazione 140 ‘

Oggi e sempre Sanremo: incontro con Ernesto Assante, tra il ‘Premio Tenco’ e il Festival della Canzone Italiana

di Daniele Madau

Ernesto Assante è giornalista di Repubblica e uno dei critici musicali italiani più importanti e seguiti, dalla sterminata bibliografia. Con lui abbiamo dialogato su Sanremo e sulla canzone italiana, tra passato e presente.

Partirei dalla analisi delle classifiche certificate degli streaming e dei download che, nella settimana passata, hanno visto le prime posizioni tutte occupate dai protagonisti di Sanremo: con lo sguardo di critico musicale, puoi dire che è un successo meritato?

Io direi di sì. Le classifiche testimoniano il successo degli artisti di Sanremo sia presso i giovani – come certificato dagli streaming-, sia presso un pubblico più tradizionale -come testimoniato dalla classifica FMI -, che analizza le vendite dei dischi, del supporto, a cui sono legate le persone più adulte. Il Festival di quest’anno ha offerto tanto , e tanto di buono, per gusti musicali differenti e, quindi, in questo momento il mercato corrisponde a un quadro generale buono, che si è rispecchiato in Sanremo.

Quale sarebbe stato il tuo podio?

Basandomi esclusivamente sui gusti personali, e non con un approccio critico, le canzoni che, ora, ascolto con più piacere, sono ‘Fiamme negli occhi’ dei Coma_cose, ‘Momento perfetto’ di Ghemon, che trovo deliziosa, molto bella; la terza è più complicata da scegliere: piacendomene tante, cambia di giorno in giorno. Trovo però, pur essendosi classificata molto in basso al Festival, un bel pezzo di grande impatto, che meriterebbe maggiore attenzione, ‘Ora’ di Aiello.

Sanremo, quest’anno, ha visto anche la consacrazione di Achille Lauro e dei suoi ‘quadri’ così scenografici mentre, contemporaneamente, si celebravano i cinquant’anni da 4/3/’43 di Lucio Dalla, testimone di un Festival in bianco e nero in cui protagoniste esclusive erano le canzoni. Questa eccessiva scenografia fa male alla musica?

Che piaccia o meno, credo sia impossibile immaginare oggi la musica senza la parte visiva. La musica, oggi, tutta, la si vede, non la si sente solatanto. Anche chi decide di non avere un ‘look’, di non muoversi davanti al microfono, sta facendo una scelta di immagine precisa, vuol comunicare un approccio diverso dagli altri. A me, personalmente, di quelli che ballano interessa poco ma è, ormai, un fatto imprescindibile. Faccio un esempio: Fulminacci, che si è presentato sul palco soltanto con la chitarra, si è presentato come cantautore; mentre Gazzè, che è un cantautore che non ha mai messo a lato la parte teatrale, è logico e importante che presenti anche il suo aspetto teatrale. Quindi trovo che entrambe le scelte siano giuste, a seconda dell’idea che l’artista vuole dare di se stesso. Achille Lauro fa un’operazione a 360 gradi: l’ha fatta tutte le volte che è andato sul palco di Sanremo ma anche nei suoi concerti, lui è sempre così, non ha fatto niente di diverso da quanto faceva vedere nei suoi concerti.

L’esempio di Fulminacci e Gazzè mi permette di collegarmi alla domanda successiva. Se esiste un ideale, un archetipo di ‘canzone italiana’ che da Nilla Pizzi e Modugno, passando proprio dal cantautorato degli anni ’60-’70, arriva sino a oggi, questo modello è aiutato o no dalla grande attenzione avuta dal Festival di quest’anno nei confronti delle nuove generazioni?

A mio parere quell’ideale non è mai esistito, perché la canzone è di per sé impura. Celentano, che noi consideriamo tra i più grandi, ha fatto di tutto: rock’roll, funky, disco, generi assolutamente non nazionali. Questo vale anche per i cantautori: De Gregori ama Dylan, moltissimo, Tenco e Bindi amavano i francesi. Poi c’è anche chi guarda al passato e le nuove piattaforme permettono anche questo: avere a disposizione cinquanta milioni di brani, di tutti i tempi, fatto mai successo prima. Partendo da questo presupposto e, cioè, che quel tipo di melodia italiana esisteva quando il mondo era nazionale, cosicchè noi ascoltavamo solo la nostra musica perché quella degli altri paesi non ci arrivava, la radio non la trasmetteva e i dischi arrivavano con difficoltà, avevamo un radicamento in un certo tipo di musica. Ora ascoltiamo tutto e sempre, così da avere una cultura non limitata e provinciale ma aperta a ogni stimolo, compreso qualcosa di, in effetti, tipicamente italiano: penso agli ‘Extraliscio’. C’è tutto e tutto insieme. Il dare spazio ai giovani, poi, aiuta la musica italiana: c’è, infatti, un’unica, vera, cosa che ci unisce al nostro repertorio, e cioè che non cantiamo in inglese ma usiamo la nostra lingua, l’italiano, contrariamente a tutto il resto del mondo.

Pensando ancora a Sanremo, sei più sostenitore del Premio Tenco o del Festival della canzone italiana?

Negli anni passati ti avrei risposto, senza alcun dubbio, del Premio Tenco, perché dava spazio a generi, suoni, artisti che non avevano spazio in televisione, nelle radio e che non sarebbero stati mai premiati né di cui si sarebbe sottolineato il valore, quello legato alla canzone d’autore. Devo dire, però, che negli ultimi due – tre anni, e in particolare quest’anno, Sanremo è molto migliorato. Ti continuo a dire, quindi, il Premio Tenco ma anche Sanremo non è male, perché ha dato spazio a musica nuova, giovane e interessante che, altrimenti, il grande pubblico non avrebbe mai visto. Su un terreno più pop, quindi, non legato alla canzone d’autore, ha svolto la stessa funzione del Tenco, far arrivare al grande pubblico delle musiche che, altrimenti, non avrebbe sentito.

Lasciamo Sanremo ma continuiamo il viaggio nella canzone italiana. Pensando all’intervista, ho ripreso in mano il volume ‘Trentatre dischi senza i quali non è possibile vivere’: l’unico italiano presente è ‘Le Nuvole’ di De André. Io, forse, avrei scelto ‘Creuza de ma’: su cosa avete basato -con Gino Castaldo- la vostra scelta?

‘Creua de ma’ è un disco, musicalmente, meraviglioso, non c’è alcun dubbio ma ‘Le Nuvole’è un disco più completo, che mette insieme tutto De André mentre ‘Creuza de ma’ è un pezzo di De André, è una parte, non ‘il’ tutto. Al contrario, ‘Le Nuvole’ presenta ‘il tutto’ : c’è anche quello che c’è in ‘Creuza de ma’ ma c’è anche la sua storia di cantautore, la parte musicale, la poesia, la politica: c’è tutto. E’ un disco che racconta Fabrizio nella maniera più completa, e quindi più bella, possibile: album assolutamente indimenticabile.

La rivista ‘Rolling stones’ ha indicato come il più bell’album italiano di sempre ‘Bollicine’ di Vasco Rossi: sei d’accordo?

No, e non credo di sbagliare. Se penso a Battisti, De Gregori, De André, Battiato, Dalla , Pino Daniele, Fossati, penso che abbiano creato album migliori di quello. Potrebbe entrare in un rosa di venti ma, di certo, non come primo.

Su cosa stai lavorando in questo periodo?

Ho terminato ieri le correzioni di un lavoro su Freddy Mercury e ora mi appresto – sono in contatto col figlio – a progettare un lavoro su Pino Daniele.

Come sta andando il tuo nuovo libro su Lucio Dalla?

Benissimo, è quarto nella classifica generale e, notizie freschissime, è già in ristampa e ha visto acquistati i diritti per realizzare un film: sembra davvero che avrà una lunga vita!

Festival di Sanremo: materia di sogni

di Daniele Madau

Sanremo è un luogo donato alla terra per sognare. Il suo contesto geografico, i suoi luoghi di cultura e d’evasione – il teatro, il casinò- e la loro storia, il Festival della Canzone e il festival contro il Festival della Canzone, e cioè il Premio Tenco. Per gli amanti e gli appassionati, è un luogo simbolo, feticcio e di pellegrinaggio, anche solo televisivo.

Il Festival doveva esserci; però lo sognavo – appunto – diverso. Lo sognavo sobrio, senza il rutilante palco e l’accecante scenografia, in solidarietà con il bianco dei nostri ospedali. Senza le ripetute, e ormai esauste, scenette da villaggio vacanze di Fiorello e Amdeus: un po’ più elegante, perché è il luogo sacro dell’arte della canzone italiana, ed empatico con tutti gli altri teatri d’Italia chiusi, a cui avrebbe potutto stringersi, davvero, in gemellaggio.

E le canzoni? Beh, non sono proprio di mio gusto ma questa è la nuova generazione italiana, a cui prestare fiducia, orecchio e cuore; e, magari, presentare qualche maestro, anche di testi: tra parolacce e frasi un po’ imbarazzanti, ce ne sarebbe bisogno.

Ottimo Ibrahimovic che, con accanto Amadeus, aveva il ‘fisique du role’ per il ruolo comico del gigante con il nano.

Tuttto passa, anche questo Festival: però, che bello che esista, come omaggio alla musica. E come materia di sogni: chi di noi non ha sognato di stare lì, con un suo testo, sul palco.

Sardegna mia, isola bianca. Ode alle isole

di Daniele Madau

La Sardegna è la prima zona bianca d’Italia; fatto che, dai prossimi giorni, permetterà di riscoprire, come all’alba di una nuova era o civiltà, nuovi gesti di vita.

‘Sententia est consequentia rerum’: la decisione è conseguenza delle cose perché, anche se a tutti noi sardi -compreso a me stesso-piace pensare che il merito sia nostro (e forse in parte lo è), dobbiamo, invece, intimamente gioire di essere isola.

E’ l’essere isola che lo ha permesso. Non c’è immaginario geografico, nella storia letteraria, mitologica o filosofica, che abbia suscitato più fascino delle isole, spesso localizzazione del paradiso stesso. E tra queste la Sardegna, da Platone a De André.

Potremmo bene, adesso, usare parole di rivalsa contro chiunque, per come era stata trattata da ricettacolo di virus d’alto bordo l’estate passsata dopo che, già, i suoi confini marini l’avevano protetta in primavera.

Non lo faremo: andiamo oltre, lasciamo parlare i fatti, che, sono anche ‘consequentia nominum’, conseguenza dei nomi. ‘Isola bianca’, infatti, è già presente, evidentemente e suggestivamente come presagio, in un toponimo del porto di Olbia.

E noi, sardi, che possiamo forse ora iniziare un cammino di riconciliazione con la nostra storia insulare, ricordiamo di avere davanti agli occhi, sotto i piedi e tra le mani qualcosa di prezioso: la vita nostra e degli altri – che ora qui in Sardegna è più sicura- e l’isola, da molti, ma quasi mai da noi, vista come Paradiso.

Renzi, Draghi e la schizofrenia della politica

Il governo Draghi in una foto del ‘Corriere della Sera’

di Daniele Madau

Gli ‘occhiolini’ sono articoli veloci, ammiccanti e diretti come una strizzata d’occhio

Renzi aveva disfatto il primo governo Conte per non dare pieni poteri alla Lega e ora abbiamo un governo con tre ministri della Lega. Non solo, abbiamo ministri della Lega e del Movimento 5 stelle, come, appunto, nel Conte primo che, poi, è stato fatto cadere. Non solo, abbiamo ministri del Pd e dei 5 Stelle insieme come nel Conte bis, che è stato fatto cadere. Abbiamo, dunque, vissuto tutto questo, tutti questi giri di cerimoniale istituzionale con una pandemia in scenografia, per rivedere tutti insieme quelli che, a due a due o in piccoli gruppi, non sono riusciti a governare. Potremmo continuare all’infinito con queste amabili facezie -che, di sicuro, riavvicineranno tanti italiani alla partecipazione politica- ricordando, a esempio, come Renzi rispose a chi criticava il patto del Nazareno: ‘Chi ora critica i miei accordi con Berlusconi, ci ha fatto insieme un governo’. Ora il governo con Forza Italia l’ha fortemente, e infine raggiunto, inseguito lui, con una tenacia quasi commovente, commozione che si accompagnava, però, a spontanei pensieri sulla schizofrenia – politica, sia chiaro -della mente che ha partorito questo suo, auto-osannato, capolavoro politico. Brunetta nuovamente alla Pubblica Amministrazione, l’artefice dell’ottimale situazione in cui si trova la pubblica istruzione ora, Gelmini, nuovamente ministra: c’è qualcosa che non va ma, sicuramente, sono io che non capisco. Anzi, risaltano proprio agli occhi le cose positive: ministri che ritornano, partiti che tornano insieme, orologi che vanno nuovamente insietro. Sì, la politica italiana è l’unica che riesce a fare i viaggi nel tempo: non avanti, però, indietro, nel tempo.

Lettera aperta al prossimo Ministro dell’Istruzione

di Daniele Madau

Gent.ma Ministra, Gent. Ministro

credo sia importante che Lei, apprestandosi ad affrontare questo gravoso e bellissimo impegno, abbia la disposizione d’animo di ascoltare noi insegnanti. Sembrerà superfluo scriverlo ma coloro che conoscono meglio il nostro mestiere siamo noi. Coloro che, per così tante ore al giorno e per tanti giorni l’anno, vedono i ragazzi, respirano la stessa aria e vivono le stesse attività con loro, siamo noi. In questi mesi di didattica a distanza gli studenti, e le famiglie, hanno avuto a disposizione i nostri indirizzi di posta elettronica e, spesso, i nostri numeri di telefono, per ogni necessità, con una disponibilità che abbracciava l’intera giornata. Non era dovuto, non era cercato per ottenere una qualche visibilità o clamore eppure così è stato, senza nessun riscontro in termini di carriera – che per noi non esiste – o di compensi contrattualizzati.

La disponibilità viene, forse, naturale, quando si tratta di ciò che per sua natura è fragile, come la giovinezza o l’adolescenza, e quando ti riconosci partecipe della costruzione del futuro; ma, proprio perché attori e protagonisti -come gli studenti, le famiglie, tutti coloro che rendono vivo quotidianamente il grande palcoscenico della vita che è la scuola – noi insegnanti e professori vorremmo avere parola quando si parla, e si decide, sulla scuola.

Ascoltiamo volentieri la voce di psicologi, sindacalisti, giornalisti, dei colleghi professori universitari, di politici, sociologi e curatori di siti sulla scuola ma troppo spesso non viene richiesta, e non sentiamo, la nostra.

Non ricordo, a memoria mia, una memoria di trent’anni, un Ministro che abbia avuto l’umiltà, così preziosa, di chiedere ai professori consigli o, più semplicemente, di far capire loro che li avrebbe tutelati, capiti, valorizzati. Almeno non palesemente e, questo, è un caso in cui sarebbe opportuno mostrare chiaramente da che parte si sta. Sarebbe bello, per una volta, sarebbe un segno di maturità per l’Italia. Eppure ‘ministro’, e non solo quello dell’Istruzione, vuol dire ‘servitore’, come titolo di nobiltà, non di miseria: ‘Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore; Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini’, sentenziava lo zio Eliseo in ‘La vita è bella’.

Anche noi siamo, o dovremmo essere, servi, o in altri termini, strumenti, della bellezza, degli ideali, della cultura, dell’educazione, del bene, del bello, del rispetto, della poesia, dei valori, della nostra lingua, della legalità, della Costituzione, dell’Unione Europea, della cittadinanza, delle diversità, della storia. Pensi quante cose, pensi quale missione. Eppure si può fare: però, riparta da noi, ci ascolti, ci valorizzi, ci dia fiducia. Ci dia degli spazi educativi adeguati, affinché, nei locali scolastici, la bellezza non sia solo negli occhi e nei sogni dei giovani ma tangibile, come promessa di futuro. Lavoriamo insieme, per ridare a noi un’autorevolezza che renda vera l’esperienza viva dell’educazione affinché – prendendo in prestito quanto detto dal collega e scrittore Eraldo Affinati – nelle aule non si faccia finta di insegnare e non si faccia finta di ascoltare. È forse superfluo ricordare le parole, comunque luminose come un faro, di Nelson Mandela e di Malala, che conoscerà sicuramente: l’istruzione, l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo; un insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo. Scrivendo dalla Sardegna, però, Antonio Gramsci, sì, vorrei citarlo, nel suo fermo, ma dolce, invito agli studenti: studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Faccia in modo che il nostro Paese diventi il luogo che mostri ai ragazzi, e a noi, di aver bisogno della nostra intelligenza. Potremmo, allora, essere strumento anche della rinascita della cultura, che ha unito il nostro Paese molto prima che la politica. Allora, con la pandemia finalmente alle spalle, l’Italia nascerà in un nuovo futuro: inizi da noi, inizi, davvero, dalla scuola.

Un dizionario per i segreti del Quirinale e della crisi

Gli interni del Quirinale

di Daniele Madau

Il Palazzo del Quirinale è dal 1870 la residenza ufficiale del Re d’Italia e dal 1946 del Presidente della Repubblica; è certamente, inoltre, uno dei simboli dello Stato.

Costruito a partire dal 1573 come residenza estiva dei papi, perché in posizione più salubre rispetto ai palazzi vaticani, divenne di fatto la residenza del pontefice nella sua qualità di sovrano, complementare a quella del Vaticano, che costituiva la sede del papa vescovo di Roma.

E’ un palazzo meravigliso, che si può visitare gratuitamente con tanto di guida e se, quando lo si visita, la bandiera della Repubblica non è ammainata, vuol dire che il Presidente è in sede.

In questo periodo è come se, in qualche modo, fossimo tutti suoi ospiti: durante le crisi di governo, infatti, ci siamo abituati a sbirciarne i luoghi, i segreti, i corridoi, le sale (come quella delle Feste, dove in questa crisi si danno le comunicazione alla stampa), cercando, contemporaneamente, di capire anche qualcosa del lessico della crisi: così distante da noi mentre ci tocca così direttamente, dato che ne va della quotidianità di ognuno di noi, mai come ora. La politica è la nostra stessa vita, è l’aria che respiriamo e tutti dovremmo interessarcene e avere gli strumenti per parteciparvi. Credo che questa sia una grande verità. Vediamo allora qualcosa delle parole di questa crisi, che, magari, spesso sentiamo ma che lasciamo in un angolo della mente come qualcosa di esotico, lontano, forse inutile, di sicuro non per noi. Il mucchio da cui scegliere è enorme: possiamo partire, facendoci aiutare anche dalle preziose informazioni del sito di Skytg24, da voto di fiducia . L’ art. 94 della Costituzione dice che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. L’esito negativo di un voto di fiducia, o l’approvazione di una mozione di sfiducia, con cui si mette in discussione un governo, revoca il rapporto fiduciario che lega Governo e Parlamento e costringe il Governo a presentare le dimissioni aprendo così una crisi di governo parlamentare. Generalmente però le crisi di governo non vengono causate da una mancata fiducia quanto dalla rottura degli accordi tra partiti costituenti la maggioranza e il Governo. Ed è esattamente quello che è appena successo. La rottura dell’accordo tra Italia Viva e gli altri partiti ha portato Conte a dare le dimissioni perché non aveva più una maggioranza solida, ampia e riconoscibile. Il Presidente della Repubblica, allora, unico arbitro della crisi, avvia le consultazioni con i partiti.

In realtà, secondo l’articolo 92, che disciplina la formazione del governo, “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Invece, nella prassi, la nascita di un esecutivo passa attraverso la fase preparatoria delle consultazioni. In questa fase il capo dello Stato, attraverso una serie di incontri con i principali attori politici, cerca di individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza alla Camera e al Senato. Questo meccanismo viene attivato anche ogni volta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica.

L’ordine delle consultazioni è disciplinato da una sorta di galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In genere gli incontri previsti sono quelli con i Presidenti delle Camere, gli ex Presidenti della Repubblica (in questo caso Giorgio Napolitano) e le delegazioni politiche. Queste sono formate dai capigruppo parlamentari che potranno decidere di avere al proprio fianco anche il leader del partito e i rappresentanti delle coalizioni. Tutti vengono ricevuti nello Studio alla Vetrata al Quirinale. Le delegazioni entrano dalla Sala del Bronzino, all’uscita passano di fronte alle telecamere- in questi giorni nella ‘Sala delle feste’ – e, se vogliono, rilasciano dichiarazioni.

Le consultazioni durano un minimo di due giorni (anche se in un caso si sono chiuse in 24 ore) e se alla fine del primo giro non si arriva all’individuazione di una maggioranza, si può procedere ad altri giri di consultazioni (in genere fino ad un massimo di 3) o, come in questo caso, all’indicazione di un “esploratore” – che di norma è proprio uno dei presidenti del Parlamento – che compie i suoi sondaggi tra i partiti per verificare se è possibile indicare una maggioranza che sostenga un governo. Se e quando si troverà una maggioranza solida, questa esprime anche un candidato premier.

Il presidente della Repubblica, una volta individuata una maggioranza parlamentare, convoca la personalità indicata dalle forze politiche come in grado di trovare i voti necessari per ottenere la fiducia, e gli conferisce l’incarico, che può essere pieno o con alcune condizioni (in quel caso si parla di pre-incarico). L’incaricato può accettare subito o accettare l’incarico con riserva, ovvero prendersi alcuni giorni per avviare un confronto con le forze politiche e solo dopo tale confronto sciogliere la riserva. Sciolta questa, si riparte sperando, questa volta, di arrivare al 2023.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora