Fabio Concato: il privilegio di scrivere le storie di tutti noi

Fabio Concato sarà il 14 agosto a Berchidda

di Daniele Madau

L’incontro di cui vi scrivo oggi è particolarmento bello, ed emozionante, per me, e per tutti coloro che amano i gioielli della musica italiana: quell’armonia, dolcezza e riflessione che leniscono i giorni più duri e accompagnano i giorni migliori, laddove la musica si sublima e trascende se stessa per fondersi con la nostra anima, le nostre paure e i nostri desideri. In occasione del concerto del 14 agosto a Berchidda, per il festival di Paolo Fresu ‘Time in Jazz’, ho raggiunto al telefono, da Milano, Fabio Concato, che ringrazio per avermi come aperto degli scrigni, quello dei ricordi, quello della sua Sardegna, quello dell’origine delle canzoni e non solo…

Fabio, di nuovo in Sardegna. Sardegna che ti ha ispirato brani come ‘Ciao amore’ e ‘La nave’, che parlano del periodo da te vissuto nella nostra isola e che non testimoniano un bel momento, dato che eri militare di leva. Però, possiamo dire, che da quella situazione difficile siano nate cose belle, come le canzoni e, per ‘Ciao amore’, anche una presa di posizione antimilitarista, tipica della figura del cantautore, per come appare nell’immaginario.

Io ho fatto la leva da grande, nel 1977, perché studiavo medicina all’università e, così, non ho fatto bene né l’una né l’altra…Sì, non è stato un bel periodo, a lanciare bombette o a fingere di sparare con la mitragliatrice – se ci penso, ora, fa anche un po’ ridere – a fare tutto ciò per cui sono negato, in una caserma isolata come quella di Macomer, con ufficiali frustrati e con qualche episodio di nonnismo. Mi avevano promesso che, dopo i due mesi di ‘Car’, mi avrebbero mandato a Milano e, invece, mi hanno mandato a Elmas, con la promessa che, essendo iscritto in Medicina, sarei andato nell’infermeria, anche se non sapevo fare nemmeno un’iniezione. Invece mi assegnarono al bar del circolo sottoufficiali dell’Aeronautica, con orari pazzeschi: una volta saputolo, ho avuto una sorta di mancamento… Però, anche da quella esperienza, sono nate delle cose belle, buone riflessioni, ho incontrato buone persone; anche le canzoni, certo. Nel 1994-95 ho scritto ‘Ciao amore’, uscita, poi, l’anno dopo, che, una volta conclusa, ho guardato con grande soddisfazione: perché era una cosa buona nata da ciò che mi aveva fatto male e di cui dovevo riparlare, per risolverla e darle una spiegazione. E l’antimilitarismo, certo: anche se io ero già, lo sono sempre stato, antimilitarista, lo ho nel dna. Ho sempre pensato fosse più efficace svolgere il servizio civile piuttosto che avere la sensazione di perdere un anno della propria vita: ecco perché quel periodo è stato, comunque, una sofferenza. ‘La nave’ racconta del mio amore di allora, di origine maddalenina, che mi accompagna a Genova per prendere, appunto, la nave verso la Sardegna, e io avvertivo tutte le mie ansie…Per gli ultimi due mesi poi, quando ero bello scoppiato, sono stato, finalmente, mandato a Milano ma, devo dire che, di quei sessanta giorni, non ricordo niente, mentre degli altri ho, non dico nostalgia, ma anche ricordi belli. A Bosa in treno, la sconvolgente bellezza del territorio, le persone care…

Il tuo ultimo singolo, ‘L’umarell’, è disponibile gratuitamente, rispecchiando quanto in passato hai fatto con le tue donazioni. Il brano è scritto in milanese, fatto che testimonia il tuo interesse per la cultura della tua città. Questo ti accomuna al novero degli artisti sardi che, direi, da Maria Carta in poi, hanno scoperto il desiderio di esprimersi nella nostra lingua.

Ho sempre avuto attenzione per la mia città, per la mia lingua. La canzone, però, nasce dal drammatico periodo che abbiamo vissuto e durante il quale la Lombardia- la zona più devastata del mondo, in proporzione- è stata colpita così a fondo. Durante i giorni di chiusura ho pensato che, data la fortuna, e il privilegio, che abbiamo noi cantautori di poter scrivere su delle note ciò che abbiamo in mente, dovevo scrivere, per far nascere qualcosa di bello anche da quei giorni. E’ nata così, questa canzone, anche perchè avevo una statuetta, un ‘umarell’ , un omino, sopra il pianoforte che mi guardava- immagina che livello di stato mentale avevo raggiunto! – e mi spingeva a scrivere. E proprio perché noi lombardi siamo stati particolarmente colpiti, mi è venuta di scriverla in milanese: il milanese non è molto parlato- neanche io lo parlo spesso, ho dovuto anche riscoprire certi suoni ed espressioni- e, perciò, stiamo perdendo la storia e la memoria della città. Ecco, anche, perché, una volta concluso il brano, ho pensato di citare Enzino, Enzo Jannaci, genio del tragicomico per eccellenza, autore di una sensibilità e di una capacità narrativa unica, che ti fa sorridere e riflettere. Sono felice di aver scritto il brano, è stato autoterapeutico, mi ha fatto sentire meglio. Ora, è fruibile per tutti, al di là del vendere o non vendere: fortunatamente, ho superato tanti anni fa il problema del vendere o no. Mi ha permesso di vincere ‘L’Amobrogino d’oro’ nella mia città ma, mi sembra, piaccia anche a Genova, a Napoli, a Palermo. E’ un privilegio scrivere storie in cui la gente si possa identificare, apprezzando il tuo talento, e il tuo cuore: anzi, prima il cuore, poi il talento.

La tua produzione entra nel novero dei cantautori che ha segnato la storia della canzone italiana. Qualche tempo fa ho potuto discutere, con piacere, con Francesco Baccini, che ha scelto di defilarsi rispetto all’attuale sistema di produzione musicale sperimentando altre strade, sulla figura e sul futuro del patrimonio dei cantautori: quale sarà il loro posto?

E’ molto difficile rispondere, provo a limitarmi ai fatti: se tra quarant’anni si cantassero ancora gli artisti di oggi, avranno avuto ragione. Tuttavia, è come se mancassero gli autori, quelli veri. Nell’album ‘Non smetto di ascoltarti’ ho ripreso alcuni classici del rapertorio italiano e mi sono accorto della modernità di canzoni che hanno cinquant’anni, perché c’è musica, melodia, armonia: questi sono elementi che, nella canzone, nella musica popolare, non possono mancare. Non puoi mettere un battito, un ritmo soltanto e sopra delle parole, per quanto intelligenti possano essere, acute. Questo mi fa chiedere se certi brani arrivino solo alla generazione per cui sono state pensate o a tutti: senza armonia, le cose si fermano, anche se, sopratttuo nel rap, a volte il messaggio c’è, e anche molto forte. ‘Domenica bestiale’, lo dico senza nessun sentimento di megalomania, ha quarant’anni e ancora me la sento in radio, sembra resista agli urti del tempo: e così, penso, ci sono anch’io, nel mio piccolo, dopo quarant’anni. Certamente, poi, è cambiato il modo di fare e ascoltare la musica, è cambiato il mercato: è molto difficile rifletterci ma, semplicemente, mi viene da dire che manchi la musica. Qual è la ragione di certi fenomeni, avere più visualizzazioni? Io non credo basti, la musica dovrebbe essere un’altra cosa; però, è così, quindi ne prendo atto.

Come sarà il concerto? Ti immagino con la tua solita presenza, chitarra, gambe accavallate….

Eh no, questa volta sarà diversa, io non suonerò, suoneranno, e di brutto, i ‘Paolo di Sabatino Trio’ , con la lora passionalità, soprattutto di Paolo, cubana, argentina, latina, e ci divertiremo tanto. Suonare a Berchidda, al festival di Palo Fresu – dove c’è musica buona -, sarà bellissimo, non come a Macomer a fare il ‘Car'(ride…). Le canzoni saranno quelle di quarant’anni di repertorio, reinterpretate in modo originale ma senza violenza, con alcune ‘chicche’, come una versione particolarissima di ‘Ti muovi sempre’.

Alla trasmissione ‘Via dei matti’ hai fatto commuovere Stefano Bollani, eseguendo insieme a lui ‘E’ festa’: devo dire che, più o meno, fa lo stesso effetto anche a me. Vorrei farti un elenco delle canzoni che porto con me, che mi accompagnano nei miei giorni e, magari, mi dici se c’è anche la tua, di canzone, quella a cui sei più legato: ‘Mi innamoro davvero’, ‘Prendi la luna’, ‘Ti ricordo ancora’, – così delicata e con tematiche così moderne -‘Ti muovi sempre’, ‘Buona notte a te’, ‘Speriamo che piova’, ‘Voilà’, ‘Ciao ninìn’…

Sì, mi ha un po’ stupito anche se lui, oltre a essere un marziano, un genio della divulgazione- come testimonia la geniale trasmissione- è molto sensibile. Son molto legato a ‘Gigi’, che parla di mio padre: più invecchio, più la amo, mi rappresenta come nessun’altra. Io ho già sette anni in più rispetto a quelli che aveva mio padre quando morì e, così, mi fa ancora più effetto cantarla da sette anni a questa parte: è la mia piccola, grande, opera. C’è il ricordo piacevole e rasserenante, anche se lui non era esattamente in questo modo: era discretamente complicato ma mi è piaciuto descriverlo così. Ho aspettato tre anni per scriverla, e meno male che che è trascorso quel tempo, ho potuto crearla con un’atmosfera non tragica. Poi, certo, c’è anche ‘Fiore di maggio’, con quello di cui racconta, l’ispirazione che la fece nascere…’Ti ricordo ancora’ – con la storia di due bambini delle elementari che, con naturalezza e innocenza, affrontano la loro affettività- mi pose all’attenzione delle comunità omossessuali, che mi ringraziavano perché – anche se non condividevo con loro l’essere omosessuale- finalmente, si parlava di loro e, così, si sentivano ascoltati.

Torniamo, per la chiusura, alla Sardegna…

Ho dei ricordi di amore e stima profonda, che mi arriva sulla pelle, da parte dei sardi, in generale. Poi, non è facile descrivere alcune immagini della Sardegna che mi porto dentro: direi ‘luce’, è luce, la Sardegna. E poi, mi viene in mente Santa Margherita di Pula, Bosa, che è vicino a Macomer, ma, soprattutto, l’affetto così forte della gente, da Sassari a Cagliari.

La scuola non diventi terreno di scontro ideologico

di Francesca Ricci

Con il Consiglio dei Ministri di ieri, è diventato ufficiale l’obbligo, dal primo settembre, di ‘certificazione verde’ per il personale scolastico. Volentieri ricevo e pubblico una riflessione e un’analisi di Francesca -che ringrazio- insegnante di scuola secondaria di secondo grado, su quest’obbligo comparato con le altre necessità, a volte priorità, della scuola

“Dal primo settembre, docenti e personale della scuola potranno lavorare soltanto se dimostreranno d’essere immunizzati, guariti dal Covid-19 o negativi al tampone.”

“Il mancato rispetto delle disposizioni è considerato assenza ingiustificata e a decorrere dal quinto giorno di assenza il rapporto di lavoro è sospeso e non sono dovuti la retribuzione, né altro compenso o emolumento”

Così riporta un articolo del Corriere della Sera uscito oggi 6 agosto.

Onde evitare d’essere fraintesa, io insegno nella scuola secondaria di II grado e sono vaccinata da maggio, quindi non ho nessun interesse personale a criticare il green pass o i vaccini anti-covid, però in questa scelta del Governo ci sono diversi punti critici che sembra non siano stati presi in considerazione dalla cosiddetta “cabina di regìa”.

Partiamo da quello che secondo me dovrebbe essere un principio fondante di qualsiasi norma che riguarda i lavoratori in generale, non solo il mondo della scuola: se si promulga una Legge che pone dei vincoli per l’accesso ad un luogo di lavoro, i lavoratori interessati devono essere messi nelle condizioni di poter ottenere nei termini previsti da suddetta Legge i requisiti richiesti.

I lavoratori della scuola, docenti e personale ATA, non sono stati vaccinati come categoria lavorativa, come è successo per esempio per personale sanitario, forze dell’ordine e forze armate, anzi, la loro vaccinazione è stata interrotta a fine marzo – primi di aprile, quindi una domanda sorge spontanea: come può lo Stato pretendere che tutto il personale della scuola sia vaccinato, se non ha fatto nulla per realizzare tale obiettivo?

E questa è la prima critica!

La seconda critica viene invece da un ragionamento sui dati, aimè, alquanto lacunosi.

La Uil Scuola il 4 agosto denunciava il fatto che in realtà non ci siano dati certi né sul numero dei vaccinati tra il personale scolastico, né su quanto la scuola sia stata effettivamente luogo di contagio nel corso delle diverse ondate epidemiologiche.

Un articolo de La Tecnica della Scuola, datato 27 luglio 2021, fa riferimento ad un 85% di personale scolastico vaccinato, sottolineando come il dato non corrisponda alla realtà, in quanto gli insegnanti e il personale ATA non sono stati registrati come tali nel momento in cui sono stati vaccinati.

Ora, non avendo altri dati a disposizione partirò comunque da questo per la mia riflessione.

85% di vaccinati vuol dire 15% di non vaccinati, l’opinione pubblica e, ho paura, anche il Governo, identificano questo 15% con i no-vax, ma all’interno di questo in realtà, oltre ai no-vax, ci sono le persone che non si possono vaccinare per problemi di salute e i colleghi che per fascia d’età non hanno avuto accesso alla vaccinazione fino a giugno, e che devono aspettare il loro turno insieme a tutti gli altri under 40 che vogliono fare il vaccino.

Per fare un esempio, la Regione Autonoma della Sardegna la settimana scorsa ha bloccato le prenotazioni dei vaccini perché si è arrivati ad ottobre, e prima di accettare nuove prenotazioni bisogna fare i conti con le scorte vaccinali. Come potrà un insegnante sardo di 35 anni fare entrambe le dosi di vaccino entro il primo settembre, se non ha una corsia preferenziale per vaccinarsi?

Ma più ancora mi preme sottolineare la situazione di chi non può vaccinarsi e che sembra non esistere per le nostre istituzioni. A queste persone, ad agosto, e lo voglio sottolineare, perché il nostro Sistema Sanitario prevede che non ci si possa ammalare ad agosto, viene chiesto di fornire un certificato di non “vaccinabilità” emesso da una struttura pubblica, che non vuol dire gratuita, ma solo che il medico deve far parte del Sistema Sanitario Nazionale (la visita immunologica intramoenia, l’unica fattibile prima del 2022 varia dai 130€ ai 180€) entro il primo settembre.

Sempre per rimanere in Sardegna, la prima visita immunologica disponibile è a fine settembre e solo a pagamento.

Quindi, chi è in attesa di scoprire se può o non può fare il vaccino, cosa deve fare? … Spendere 17€ ogni due giorni per fare il tampone in una farmacia abilitata che gli rinnova il green pass?

La risposta a tale domanda, posta dai sindacati al governo, non è ancora pervenuta!

Terza critica: qual è l’utilità del green pass a scuola?

Ripeto, io sono pro vaccino e pro green pass, ma se nell’anno scolastico 2019/2020 c’erano 835.000 docenti per 8 milioni di studenti (fonte Scuola 24 ……) e di questi 835.000: l’85% è vaccinato, un TOT si sta per vaccinare e un altro TOT non può vaccinarsi, quanti sono i docenti no-vax da “stanare”?

Perché di questo si tratta. Il dibattito si è così cristallizzato tra pro-vax e no-vax da dimenticarsi di tutti gli altri. Ma davvero il problema sono i 220.000 non vaccinati del personale scolastico (Fonte: La tecnica della scuola) a fronte di 9 milioni di studenti non vaccinati?

Personale che, tra l’altro, usa correttamente i dispositivi di sicurezza e può mantenere facilmente il distanziamento, cose quasi impossibili nei gradi inferiori di istruzione e abbastanza complicate da far rispettare anche nella secondaria di II grado.

Forse prima di istituire il green pass nelle scuole, si sarebbe dovuto procedere con la messa in sicurezza degli edifici scolastici dotandoli di sistemi di purificazione dell’aria, prevedendo un numero massimo di alunni per aula che permetta un effettivo distanziamento (ci sono 15.000 edifici scolastici chiusi, quindi sicuramente non è questione di spazi), istituendo una corsia preferenziale per la vaccinazione di personale scolastico e alunni delle superiori e soprattutto prevedendo una normativa ad hoc per chi non si può vaccinare che non aggravi situazioni già complicate per la loro natura.

In conclusione, pur essendo favorevole al vaccino e al green pass, non posso che valutare questo provvedimento, come la gran parte dei provvedimenti che riguardano la scuola, del tutto incoerente sia nelle tempistiche che nelle modalità di attuazione, incongruente con la reale situazione della Scuola Italiana, che non è stata analizzata e studiata come si sarebbe dovuto fare, eppure il tempo c’è stato da aprile ad oggi per approntare un vero “Piano Scuola” che tenesse conto di tutte le variabili del caso. Ma in Italia si sa la scuola va per improvvisazione, tanto poi dirigenti, docenti e ATA trovano il modo di far quadrare tutto e chi se ne importa se nel mentre, i più fragili sono costretti a chiudersi in casa e a spendere centinaia di euro solo perché il “sistema” non li ha previsti. E meno male che la Scuola Italiana è esempio di inclusione del mondo!

Diario di un inferno

di Salvatore Cubeddu

Diario dei giorni in cui, impotenti, abbiamo assistito all’incenerimento di alcune parti tra le più belle de patrimonio naturalistico sardo. E di una follia che ha tutte le caratteristiche di avere origine umana

26  luglio 2021, lunedì, ore 10,17.

Da tre giorni siamo nel gran caldo, con la Sardegna al centro dell’alta tensione proveniente dal Sahara, che ha portato la temperatura nelle nostre zone interne dai 35° a più di 40° lungo la linea che la dimezza longitudinalmente, in corrispondenza dell’Oristanese. Da una settimana il fuoco si è installato nel Guicier, ai piedi orientali del Montiferru, finchè non è arrivato l’incidente lunogo la strada provinciale che costeggia il Pabarile di Bonarcado che ha causato il disastro degli ultimi due giorni, sabato 23 e domenica 24 luglio. E’ il 23 di primo pomeriggio, quando l’automobile del campagnolo (pastore? vignaiolo?) percorre la strada con il motore surriscaldato che, a contatto con l’erba secca, appicca il fuoco all’erba che ne è a contatto e poi a se stesso. E’ iniziato il vento di scirocco,  colpisce direttamente da est il pendio del Montiferru, alimentando questo incendio ed estendendolo a tutto il Pabarile (terre comuni e private, pascoli e orti di olivo e di ciliegeti). Accorrono i bonarcadesi, squadre organizzate e volontari, e il fuoco viene domato dopo avere danneggiato alcune decine di ettari di territorio. Il fuoco ripartirà il mattino seguente, nonostante i controllori avessero garantito del suo totale spegnimento. Ma, allora: qualcuno è andato a riattizzarlo? Credo che non si saprà mai.

Il fuoco riprende, conclude il suo lavoro a Bonarcado ed entra nel limitrofo territorio di Santu Lussurgiu raggiungendo la valle de Sos Molinos, il cui ruscello cade nella bella cascata. La valle diventa il corridoio in cui il caldissimo vento di scirocco fa risalire veloce il fuoco verso i pascoli e le rocce più alte, dove vediamo i ripetitori radio-televisivi, i primi e più importanti di Sardegna. Risalendo, l’incendio lambisce alla propria destra campi boscati che si avvicinano alle prime case a villa, con spazi alberati e a giardino della moderna entrata di Santu Lussurgiu, accovacciata nella bocca de vulcano con l’entrata bassa verso sud-est. La cittadina diventa invivibile, si teme che il fuoco non si limiti a lambire i giardini, l’allarme porta ad incoraggiare gli abitanti a lasciare le case. Inizia il terrore anticipando quanto verrà vissuto da lì a non molte ore a Cuglieri, dopo che l’incendio avrà percorso in discesa l’altro versante del Montiferru coperto da bellissimi boschi che chiunque abbia soggiornato nel Rifugio de La Madonnina ben conosce. I boschi del leccio contengono fonti (la più conosciuta è quella di  Su Mont’e S’otzu) che più giù alimentano i castagneti, prima che i campi coltivati ad olivo abbiano il sopravvento, circondando e rendendo famosa la ‘Culuris nova’, già tanto fiera di sé e dei propri doni naturali. A Cuglieri, capoluogo storico dell’antica curatoria logudoresa del Montiferru, l’incendio lambisce la periferia che si prolunga nella valle, proprio sotto il famoso ex seminario. E’ da Cuglieri che verranno allontanate due centinaia di persone raccolta dai pullman della polizia e spostati prima a Sennariolo e poi a Bosa. Problema che si pongono urgentemente tutti i comuni abitati da tante persone anziane.

Nella piana che si estende ai piedi del paese ci si trova di fronte al mare e neanche la strada in arrivo da Santa Caterina riesce a fare argine al vento che fa volare le scintille (su bigotzi, terribile) scavalcando l’asfalto. Anzi, come se tornasse indietro, i vortici alimentano il fuoco arrivando anche da quel lato fino al mare.

Ma la cavalcata più veloce dell’incendio ha intanto aggirato Sennariolo ed è entrato in Planargia, un altipiano che dal Montiferru porta fino a sprofondare nella valle formata dall’erosione del Temo a Bosa. Scano Montiferro, Magomadas, Tres Nuraghes, Sindia: l’alternarsi dei pascoli delle aziende agricole, degli oliveti e delle vigne ha alimentato o parzialmente interrotto il fuoco che ha trovato argine nel mare di Porto Alabe (la spiaggia di Tres Nuraghes) e nel difficile intervento dell’uomo impegnato a raccogliere l’acqua del mare e del Tirso per tentare di vincere sul fuoco. Quasi impossibile.

Scriviamo il 26 mattina, lunedì. I giornali locali dedicano pagine e pagine al fuoco. Le istituzioni regionali hanno risposto bene e pure lo Stato si è fatto sentire. Urgenza di intervento (11 canadair, rassicurazione agli agricoltori per i danni, incoraggiamento agli amministratori locali  e alle popolazioni). Non si ha notizia di morti né di feriti, probabilmente anche il numero dei capi di bestiame è inferiore a quanto si afferma e si teme. Quanto ai boschi, il leccio si prenderà i suoi dieci anni, mentre il danno agli olivi non meno di una ventina.

Non è finita, siamo ancora sotto scirocco, che ha fatto il suo terribile lavoro arrivando fino alla fossa di Bosa.

Ma se il vento girasse in maestrale e l’incendio non fosse stato messo sotto controllo (quest’oggi), la decina di chilometri di pascoli anneriti che vanno da Cuglieri a Santa Caterina potrebber fornire l’esca per riprendere e mangiarsi il resto dei boschi del Montiferru, cioè le campagne e i boschi comunali di Seneghe fino ai suoi oliveti.

Se, invece, arrivasse il vento di libeccio, il fronte che insiste tra Sindia e Scano Montiferro potrebbe partire all’assalto di boschi di Mqacomer aprendosi la strada verso Campeda e Sa Costera.

La giornata di oggi è campale nella bonifica del fuoco che si annida nelle radici delle piante, che un vento potrebbe nuovamente fare volare.

Come per la pandemia, anche nel caso dei simili incendio l’uomo può fare fino a un certo punto.

Gianmarco e Marcell, i due nostri fratelli

Tamberi e Jacobs, i due ori festeggiano sotto la bandiera dell’Italia

di Daniele Madau

Se lo sport è metafora e paradigma della vita – oltre che terreno di sogni e sudore per chi lo pratica – le Olimpiadi sono la metafora e il paradigma della sport, oltre che la sua sublimazione.

Sono, le Olimpiadi, una delle istituzioni più antiche che le civiltà conoscano e, da sempre, portano un bagaglio e un corollario di valori forse senza pari, con quella somma di significato sportivo ed extrasportivo per cui fanno fermare, e scrivere, la storia nel perimetro dei loro campi, stadi, piscine, piste.

E ieri la storia ha scelto il vestito azzurro dell’Italia: sarà difficile, nelle righe successive, non essere patriottico o partigiano, però questi mesi estivi – ancora così difficili e lontani dalla normalità – stanno illuminando coi colori abbacinanti di un agosto infuocato la rinascita italiana. Sportiva certo ma, per quanto scritto all’inizio, non solo.

Ed è bello quando la storia la fanno due ragazzi: due medaglie d’oro mai avute dall’Italia, di cui i 100metri, la cui medaglia da primo posto è l’oro per eccellenza tra gli ori, forse nemmeno immaginabili. Gianmarco, Tamberi, che, dopo lo sconforto per l’infortunio, si è ripreso con forza virile, entusiamo adolescenziale e speranza giovanile, in un ‘mix’ di freschezza, entusiasmo, forza propri di chi – come lui- guarda e vola in alto non solo metaforicamente. Marcell, Jacobs, che, per incenerire le piste di Tokyo, ha percorso le strade delle periferie – che hanno lasciato in eredità i tatuaggi da voglia di riscatto di ghetto americano -e dell’abbandono.

La loro gioia, ieri, è stata emozionante, travolgente, commovente. Un italiano di El Paso, in Texas, che già ti fa sognare di banche da rapinare e di paesaggi lontani e di indiani, che dice ‘Non vedo l’ora di ascoltare l’inno domani’ , dando, così, una stilettata mortale ai contrari all’italianità a prescindere dalle origini e dal colore della pelle.

Un ragazzo con la barba a metà, per scaramanzia, e la coda in alto, come alcuni attori alti, belli, giovani e forti, che sarebbe potuto essere il tuo fratello minore, o maggiore.

Forse è proprio questa una delle cose più belle: diversamente dai calciatori, che prediligono- per forza di cose- veline, Ferrari e Forte Village, Tamberi e Jacobs sono ancora due finanzieri e hanno il ‘fisique du role’ per essere nostri amici, parenti alla lontana o cugini, vicini, fratelli. E quando vincono i nostri fratelli, è come se vincessimo noi, gioiamo di più.

La mafia e il sorriso di Emanuela

Emanuela Loi uccisa in via d'Amelio
Emanuela Loi

di Daniele Madau

Oggi, 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio, riporto una mia intervista a Claudia Loi, sorella di Emanuela, che era stata pubblicata da Concita De Gregorio su ‘La Repubblica’ il 19 luglio 2017

Grazie a Daniele Madau, che scrive da Cagliari

Daniele è un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia. Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento.  Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.

“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.

“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.

Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più.  La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.

Il significato di una vittoria

La parata di Donnarumma

Ricevo, e pubblico, con molto piacere una riflessione sull’indimenticabile serata di ieri e sullo sport come metafora della vita, della lotta e della speranza. In attesa, sempre, della vittoria.

di Roberto Salis

Ieri è stata una serata per cuori forti, in Italia, in Inghilterra, in Europa, nel mondo intero.

Nello scenario di Wembley, gremito di pubblico festante, al di là dei colori, si è giocata una partita il cui significato va oltre il mero senso dello sport. La rinascita, il ritorno alla vita normale, la gioia delle persone di partecipare, di ritrovarsi, tutto questo ieri si è visto a Wembley. In modo particolare per l’Italia, per l’Inghilterra, ma estendendo il discorso a tutto il mondo, la parola rinascita ha un significato speciale, se pronunciata in questi periodi bui di pandemia, in cui tutto il nostro pianeta ha sofferto e purtroppo continua a soffrire e a combattere duramente. Ma oggi si può essere più ottimisti, oggi abbiamo compreso che possiamo vincere questa battaglia e manifestazioni sportive come quella di ieri a Londra, all’Imperial Stadium di Wembley, possono infondere quella speranza di rinascita, di riscatto, di ritorno alla vita normale che tutti noi uomini desideriamo ormai da lungo tempo. Vedere le persone tutte insieme allo stadio che gridano, incitano, si abbracciano, si disperano, tutte insieme, unite dallo sport, da quel senso di comunità, è stato emozionante. Da questo si deduce che la battaglia contro questo oscuro male si può vincere e la dobbiamo vincere tutti assieme.  Poche ore prima in Sudamerica, in un altro storico scenario, lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, si è giocata Brasile-Argentina, finale della Coppa America, conclusasi con la vittoria dell’Albiceleste. Anche questa finale si è giocata con la presenza di alcuni spettatori. Anche in Sudamerica, come nel resto del mondo, si vuole ritornare alla normalità, ed è giusto per tutti che sia così. Lo sport, tutte le manifestazioni di spettacolo ci possono dare una grossa mano. Nella prospettiva di un futuro migliore per tutta l’umanità.

Il Ddl Zan, la legge di cui, in un paese civile, non ci sarebbe bisogno

di Giada Piras

Giada è una giovane studentessa universitaria di cui, altre volte, ho pubblicato la sua riflessione. Anche questa volta ci pone davanti a una considerazione dura e vera, nella sua essenzialità

Negli ultimi giorni il Ddl Zan è al centro di alcune polemiche provenienti da più parti, sia politiche che provenienti dal mondo civile, ma vediamo in breve cos’è:

Il giorno del 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati approva il disegno di legge numero 2005, che porta il nome del deputato Alessandro Zan (Partito Democratico). Il Ddl Zan viene steso mirando ad attuare delle misure di contrasto e di prevenzione nei confronti della discriminazione e della violenza contro il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità o l’identità di genere di un individuo.

Un disegno di legge che possiamo leggere tutti (lo troviamo semplicemente cercando su google), breve e semplice. Si presenta in un documento di 12 pagine, che punta prima di tutto alla modifica dei seguenti articoli del Codice Penale:

  • 604-bis “Propaganda  e   istigazione   a   delinquere   per   motivi   di discriminazione razziale etnica e religiosa”
  • 604-ter riguardante le aggravanti “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo”

Il Ddl Zan così, non farebbe altro che aggiungere all’articolo la formula “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.” 

Andrebbe inoltre, a modificare quella che è la Legge Mancino, mirata alla condanna di crimini discriminatori, incitamento all’odio e alla violenza per motivi religiosi, razziali, etnici o nazionali, punendo anche l’utilizzo di simboli o emblemi mirati alla discriminazione.

Se approvata la legge inoltre, la giornata del 17 maggio verrà istituita come giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di fare informazione e promozione (anche nelle scuole), riguardo il rispetto e il contrasto dei pregiudizi verso la comunità LGBTQ+. Questa piccola premessa è la punta dell’iceberg su quello che rappresenta il Ddl Zan, che invito a leggere al fine di non cadere vittime delle fake news pubblicate a riguardo.

Ma davvero per questo, bisogna ricorrere ad un disegno di legge?

Pensandoci a fondo, la prima cosa che mi balza in mente è stata: davvero nel ventunesimo secolo esistono ancora delle discriminazioni riguardanti non solo il colore della pelle, ma anche il genere, una situazione di disabilità, una situazione di disagio? Viviamo in un mondo che ci piace definire “civilizzato”, ma che con queste situazioni fa notare tutto il contrario. 

Come possiamo definirci civili, se le discriminazioni sono all’ordine del giorno, tanto da arrivare ad un disegno di legge per poter prevenire questi tipi di soprusi? I pestaggi, le violenze psicologiche, gli omicidi, i suicidi… fa venire la pelle d’oca il fatto che molte persone li giustifichino solo perché reputano qualcuno “diverso”, come se il solo distinguersi, la sola libertà di espressione, ti facesse vincere una condanna a morte. 

Il problema non sta nel Ddl Zan, come potrebbe sembrare visto superficialmente, il problema è radicato nella società, un problema di fondo, grave e difficile da estirpare, alimentato dalla xenofobia e dalla disinformazione che dilaga senza alcun limite. Tutto questo dovrebbe farci riflettere, dovrebbe portarci ad una profonda autoanalisi, a porci una semplice domanda: Perchè? Perché dobbiamo continuare a voltarci dall’altra parte quando si tratta di episodi gravi, solo perché altre centinaia di persone lo fanno? La libertà è un diritto imprescindibile di cui ogni essere umano dovrebbe godere, in quello che è uno Stato basato sui grandi valori della Costituzione.

“La libertà personale è inviolabile” Art.13, Costituzione italiana.

Giovanni Brusca e la sua vittima più fragile: il ‘boss’ esce dal carcere nei giorni in cui ricordiamo il piccolo Giuseppe. Fiducia nel pentimento o assurdità?

di Daniele Madau

Il piccolo Giuseppe Di Matteo

Giovanni Brusca, da oggi, non sarà più un detenuto. Non sarà ancora un uomo libero, perché per quattro anni dovrà essere sottoposto a custodia, e a protezione. Sì, perché è un collaboratore di giustizia. Mi auguro, e mi sforzo di crederci, anche un pentito, pensando a ciò di cui il suo cuore è stato capace.

Questa è la grandezza della democrazia, della Costituzione italiana, del rispetto della dignità di ogni uomo e della fiducia nel suo riscatto e reinserimento sociale?

Questa è la teoria, il modello, l’ideale a cui tendere. I fatti parlano di un uomo che varca le soglie di un carcere di uno Stato ancora non libero, che ancora non schiaccia, con piglio vittorioso, sotto i suoi piedi il drago o il serpente delle mafie e, perciò, non completamente forte e distaccato per poter guardare alla nuova vita di Brusca come a un gesto di matura democrazia.

Ognuno avrà le sue posizioni, ed è giusto che ognuno rifletta su questioni così grandi. L’ultima parola spetta al diritto e alle leggi. Certo, anche le date e le ricorrenze sembrano volerci confondere e smarrire: proprio nei giorni della scarcerazione di Brusca – lo ‘scannacristiani’-, si ricordano i 25 anni della sua vittima più fragile, il piccolo figlio del collaboratore Santino Di Matteo, Giuseppe, a cui ho dedicato l’immagine di questa riflessione.

Così ricorda quell’infanticidio il pentito Spatuzza, da leggere col fiato sospeso (tratto da ‘La Stampa’):

«All’inizio urlava: ‘papa’ mio, amore mio’», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino. «Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone. Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo», ha ricordato. Il bambino era terrorizzato. «Ci chiamò dicendo che doveva andare in bagno – ha continuato Spatuzza – ma non era vero. Aveva solo paura. Allora tornammo indietro per rassicurarlo e gli dicemmo che ci saremmo rivisti all’indomani, invece non lo rivedemmo mai più».

Solo dopo anni Spatuzza saprà da Giovanni Brusca che il bambino era ancora vivo. «Abbiamo ancora la carta», gli disse Brusca. Ma gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido » .

Se davvero ci si può pentire di gesti come questi, allora il nostro credere nella dignità di ogni uomo è un atto di fondata fiducia e speranza. Da custodire, senza le ombre del passato, quando, come disse Paolo Borsellino, le mafie ‘saranno svanite come un incubo’ .

Incontro con la candidata al Nobel per la Pace Luisa Morgantini: ‘La comunità internazionale deve intervenire a Gerusalemme’

di Daniele Madau

Le notizie che arrivano Gerusalemme, dove i palestinesi si sono ribellati ai coloni israeliani, interrogano la nostra capacità di interessarci dei popoli, della pace, della nostra terra. Come pervasi anche noi dal’istinto di aggresività, piuttosto che dalla riflessione, ci schieriamo nettamente da una parte o dall’altra, perdendo un po’ di lucidità. Chiedo, allora, a Luisa Morgantini, il cui racconto ascolto con desiderio di conoscere, anche se, data la sua storia, so che le sue saranno parole di difesa dei palestinesi, senza mai perdere, però, una visione d’insieme. Luisa Morgantini, infatti, da gennaio 2007 è stata eletta Vicepresidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle politiche europee per l’Africa e per i diritti umani. Ha fatto parte delle seguenti Commissioni: per lo sviluppo, per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Affari Costituzionali, Sottocommissione per i diritti dell’uomo. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e fa parte del coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace, un movimento per la non violenza e la pace. Fortemente impegnata per la pace e il riconoscimento di giustizia, diritti e libertà in Palestina, ha fondato ed è attualmente presidente dell’associazione AssoPacePalestina. Ha ricevuto il premio per la pace delle Donne in Nero israeliane e il premio Colombe d’oro per la Pace, di Archivio Disarmo; è tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la Pace.

Da dove vengono, dove sono le radici che hanno generato gli scontri a cui assistiamo in questi giorni?

La causa principale di questa rivolta all’interno di Gerusalemme è l’occupazone militare israeliana della città che perdura dal 1967. Il 12 maggio, tra l’altro, per Israele, è stato il giorno della gloria, cioè il giorno in cui nel ’67 conquistarono Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. Gerusalemme Est, sino ad allora e a partire dall’armistizio del 1949, era stata sostanzialmente data alla Giordania. Dal 1967, quindi, quella che i palestinesi considerano una città conquistata, per Israele ha significato il poter dichiarare Gerusalemme, unica e indivisibile, capitale dello Stato di Israele. Cosa è successo dal 1967 in poi? E’ successo che in quel 22 per cento di territorio destinato ai palestinesi, gli israeliani hanno costruito delle colonie in un numero tale che, dopo gli accordi di Oslo del 1993, in zone che – per la comunità internazionale – dovevano essere palestinesi erano presenti 150.000 coloni, destinati a crescere, andando così contro la convenzione di Ginevra che vieta a un paese che ne conquisti un altro di trasferirvi parte della popolazione.

Ha citato gli ‘accordi di Oslo’: quali furono i termini di questi accordi? E quali furono i principali eventi successivi?

Gli accordi di Oslo sono stati firmati nel 1991, dopo la prima Intifada, iniziata nel 1987. Intifada che presentava Davide contro Golia, essendoci bambini, ragazzini e donne palestinesi che combattevano, appunto, contro l’occupazione militare israeliana in quel 22% di territorio palestinese rimasto dopo la spartizione del 1947 -che assegnava il 54% agli israeliani, il 46 ai Palestinesi e lo status internazionale a Gerusalemme – ma, soprattutto, dopo la conquista del territorio a seguito della guerra del 1948/49, che fu, quella sì, davvero una guerra, in quanto i palestinesi ebbero un esercito, anche se disastrato. Israele arrivò a conquistare un altro 24% del territorio, mentre il restante 22 è rimasto, in realtà, sotto il dominio della Giordania, sotto cui è rimasto, appunto, sino al 1967.Negli accordi di Oslo, però, si è rivelata subito l’asimmetria tra le due parti, a esempio: la Palestina ha riconosciuto lo Stato di Israele nei confini del 1967 mentre Israele non ha riconosciuto la Palestina nel 22% del territorio ma ha riconosciuto semplicemente l’organizzazione della liberazione della Palestina. Si dice sempre che i palestinesi non riconscano Israele ma non è così, loro hanno riconosciuto i confini del 1967, ufficialmente già dalla conferenza di Algeri del 1988, inizio del percorso che ha poi portato agli accordi di Oslo del 1991. Questi accordi, però, si sono rivelati una trappola per i palestinesi, perché hanno diviso quel 22% in zona A, B, C. Nella zona A – delle grandi città-amministrazione e sicurezza sono in mano dei palestinesi; nella zona B, i villagi a ridosso delle grandi città, la sicurezza è riservata ai soldati israeliani; la zona C è, praticamente, tutta in mano agli israeliani che, tradendo gli accordi, non hanno abbandonato queste ultime due zone. In queste territori, i palestinesi vivono reclusi perché, per muoversi da queste zone, devono attraversare dei ‘check point’ israeliani, mentre gli israeliani stessi hanno continuato a costruire e colonizzare. Per cui oggi sono presenti 600000 coloni, anche nella zone di Gerusalemme Est e nella città vecchia, in cui ci sono stati,sì, casi in cui la Chiesa Ortodossa ha venduto effettivamente molte abitazioni ma in altrettanti casi queste sono state prese con la forza, senza alcun diritto. Dopo c’è stato l’assassinio di Rabin da parte di un israeliano fondamentalista, che faceva parte di un gruppo che andava a omaggiare la tomba Baruch Goldstein. Questa personaggio è noto per essere l’autore del massacro di Hebron del 1994, che causò la morte di 29 musulmani palestinesi in preghiera e il ferimento di altri 125. In conseguenza di questo, Hebron è stata divisa in due da Netanyau e la vecchia città di Hebron, praticamente, è stata chiusa ai palestinesi, i cui negozi sono stati chiusi e coloro che vi vivevano mandati via. L’assassinio di Rabin ha mutato la situazione di Israele, perché Peres non ha proseguito sulla via degli accordi di Oslo e, anche a causa di attentati kamikaze palestinesi, ha cominciato a parlare solo della sicurezza di Israele e ci si è dimenticati di Oslo. In verità, anche quando c’era Rabin, si notavano le contraddizioni degli accordi di Oslo che non riconoscevano lo stato di Palestina e non poneva un freno ai coloni. Sempre di più, poi, in Israele le forze fondamentaliste hanno avuto il sopravvento cosicché in questi ultimi anni sono aumentate tantissimo le azioni distruttive di coloni giovani e violenti, come può essere tranquillamente documentato. L’attuale governo ha poi, alimentato, l’attività dei coloni e ha sostenuto che mai ci sarà uno stato di Palestina, fino a proclamare l’annessione della valle del Giordano e di Hebron, annessione che, di fatto , c’è già, dato che gli israeliani possono andare dove desiderano e controllano le frontiere, senza permettere a nessuno di muoversi. Nel 2000, poi, è iniziata la seconda intifada , dal fatto che Sharon è andato sulla spianata delle moschee come forme di provocazione per affermare la sovranità su Israele nonostante l’allora ministro Arfat lo supplicasse di non compiere questo gesto perché, in seguito, niente sarebbe stato più controllabile, come è capitato. Per questa seconda Intifada, bisogna dire che così come ciò che fa Israle coi civili è sbagliato, sbagliò anche la Palestina a inviare i kamikaze a farsi saltare in aria e , da questo punto di vista, la seconda intifada è stata devastante. Un suo effetto fu la costruzione, poi, del muro che, nei proclami di Israele, doveva essere difensivo e che, invece, secondo quanto affermato dalla corte penale dell’Aja, invece di essere costruito entro i confini del 1967, è costruito, passando come un serpente, all’interno dei territori occupati e si annette terra palestinese, quella dei villaggi. Per cui, nel 2005, è nata un grande rivolta popolare non violenta per dire: ‘Il muro non lo vogliamo!’, muro che aveva portato via, praticamente, tutta la terra coltivata che era tutto ciò che restava ai palestinesi, ed era alla base della loro economia. Nel frattempo, infine, ci sono state divisioni all’interno del movimento palestinese, con la nascita di Hamas e i conseguenti conflitti fratricidi a Gaza nel 2006-2007. Tornando agli ‘accordi di Oslo’, da una parte sono stati una trappola per i palestinesi, dall’altra non sono stati applicati. I palestinesi sono stati lasciati soli, occupati da una grande potenza, mentre la comunità internazionale, che doveva imporne il rispetto, non è intervenuta, permettendo palesi violazioni dei diritti umani.

Come commenti la dichiarazione di Biden, secondo la quale ‘Israele ha il diritto di difendersi’ ?

Rispetto alla presidenza di Trump, c’è comunque un’inversione di tendenza, come si può dedurre dalla presenza dell’inviato speciale Hady Amre che conosce bene il Medio Oriente, diversamente da quelli nominati dall’ex presidente. Gli Stati Uniti, però, non sono mai stati e non saranno mai vicini ai palestinesi. Questo fatto, dunque, che Israele si deve difendere sarà legittimo quando cesserà l’occupazione militare e i palestinesi potranno essere liberi. A me sembra di vivere in un mondo alla rovescia: i palestinesi sono diventati i carnefici mentre, quotidianamente, subiscono angherie e soprusi, ragazzini vengono messi in carcere e abusati. Con questo, però, non voglio giustificare Hamas che sicuramente sbaglia a lanciare i suoi razzi, anche se le vittime causate da questi lanci sono nulle rispetto a quelle palestinesi. Palestinesi che non possono avere acqua pulita, non possono commerciare, non hanno libertà alcuna. La difesa di Israele, allora, è quella di lasciare la libertà ai palestinesi in quella terra in cui possono vivere due popoli con due stati, in giustizia e libertà. La difesa non è ammazzare, come hanno fatto nel 2014, duemila palestinesi o bombardare, come in questi giorni, palazzi dove ammazzano forse un dirigente di Hamas soltanto, insieme a bambini e indifesi. Ed è una vergogna che la comunità internazionale, senza sentirsi antisemita nel criticarne le azioni, non dica a Israele: basta! E invece lo Stato di Israele, e non gli israeliani che, come tutti i popoli, sono fatti di gente splendida e gente, invece, intollerante, continua impunemente con l’apartheid nei confronti dei palestinesi, come testimoniano le Nazioni Unite e Amnesty International.

Per chiudere, Luisa, in che occasione il tuo nome è stato fatto per il Premio Nobel per la Pace?

In realtà fu una cosa molto semplice. A seguito della mia attività nel Parlamento Europeo, il governo svizzero decise di indicare mille donne in tutto il mondo per premiare collettivamente, e non solo singolarmente, coloro che si erano distinte per il loro impegno e le loro lotte.

Con Carlo Cottarelli, discuto dei conti italiani

di Daniele Madau

L’incontro di oggi è particolarmente prestigioso, dato che a dialogare con me sull’attualità economica è il direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato nel maggio del 2018, Carlo Cottarelli.

Dottor Cottarelli, grazie della disponibilità. Questi sono giorni particolarmente intensi e rilevanti dal punto di vista economico, tra il Documento di Economia e Finanza e la presentazione del ‘Recovery Plan’ : sul primo, è giò intervenuto spiegando la necessità di impiegare bene i fondi per i lavori pubblici scegliendo con cura gli interventi necessari. Potrebbe approfondire questo aspetto e presentarci un suo parere sul Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza – il piano che utilizzerà, appunto, i fondi del ‘Recovery’, che si sta presentando in questi giorni all’Unione Europea?

Prima di tutto c’è la necessità di farla la spesa perché, in passato, abbiamo stanziato risorse che non sono state utilizzate: per questo è necessaria una riforma delle procedure e una semplificazione dei processi. In linea di principio, poi, tutte le volte che si fanno degli investimenti pubblici, questi dovrebbero essere sottoposti a un’analisi costi-benefici, per riscontrare se ai costi stessi corrispondano dei benefici per la collettività. Laddove questo accada, bisognerebbe procedere con l’esecuzione. In base alle informazioni in mio possesso – che non possono essere ancora approfondite al meglio perché non ho potuto leggere integralmente il Piano: mi rifaccio ai numeri già previsti dalla bozza di gennaio del governo Conte – gli interventi previsti nel Piano stesso non sono stati sottoposti a questo tipo di analisi, fatto che mi lascia perplesso.Il Piano sarà approvato senza alcuna difficoltà dall’Unione Europea, ma i progetti dovranno essere buoni, chiaramente. Dobbiamo notare una cosa, infatti: in termini di rilancio della crescita, qualsiasi investimento, anche un ponte che non va da nessuna parte, crea lavoro: prevede infatti la progettazione, l’utilizzo degli operai e così via. Il vero test sull’utilità di qualcosa è vedere, invece, nel lungo periodo se accrescerà la capacità produttiva del paese. Occorreranno, quindi, anni per vedere se questi investimenti, se questa spesa e questo, di conseguenza, debito, siano stati ‘buoni’ o ‘cattivi’, secondo la, ormai comune, definizione.

Vorrei concentrarmi, ora, su Alitalia, che rischia di essere fortemente ridimensionata e di dire addio per sempre allo status di compagnia di bandiera. L’Europa, però, sembra aver trattato meglio la Klm e Airfrance…

Non essendo un esperto del settore delle compagnie aeree, non posso rispondere in maniera corretta e approfondita sul piano attuale di risanamento; dico solo, però, che una situazione in cui noi, per vent’anni, abbiamo messo dieci miliardi in una compagnia aerea è quanto meno strana e non si capisce come possa essere giustificata. Tutti i paesi del mondo hanno compagnie aeree di bandiera ma non hanno lo Stato dietro che foraggia con dieci, unidici, dodici, tredici miliardi. Non capisco perché, solo noi, dobbiamo presentare questa anomalia.

Puoi presentare a chi legge la funzione e la specificità dell’ Osservatorio sui conti pubblici che lei dirige?

L’Osservatorio deve fare chiarezza in materia di conti pubblici, producendo settimanalmente delle note su diversi aspetti o facendo anche alcuni esperimenti. Nelle settimane scorse, a esempio, abbiamo contattato tutte le prefetture italiane ponendo alcune domande su un tema di loro competenza, ovvero il ricorso al prefetto contro una multa per violazione del codice della strada. Per circa un terzo delle prefetture la risposta è stata rapida e corretta, ma per oltre un terzo non è stato possibile avere una risposta. I risultati delle restanti prefetture sono stati invece di qualità intermedia. Questo esercizio è stato condotto anche come esempio di quello che la pubblica amministrazione dovrebbe fare regolarmente per evidenziare aree di miglioramento nella qualità dei servizi forniti ai cittadini. Nel complesso, sono risultati molto insoddisfacenti che dimostra come la nostra amministrazione abbia poca attenzione per la comunicazione e per i rapporti col pubblico.

Tutti ricordiamo l’estate del 2018 e il suo essere Primo Ministro incaricato. Potrebbe parlarci del suo stato d’animo di quei giorni?

Ricordo la sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo. Ho avvertito, poi, subito, la preoccupazione per un incarico che era certo non facile anche perché, a un certo punto, c’era da affrontare anche una crisi finanziaria e, avendo quasi la certezza che non ci sarebbe stata la fiducia del Parlamento, sarei stato a capo di un governo incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, e quindi avrei dovuto gestire qualcosa di ingestibile- una crisi finanziari – con strumenti ordinari. Dopodiché, la terza sensazione, era quella di aver fatto ciò che era necessario fare, e cioè di rendere possibile un compromesso tra il Presidente Mattarella e i partiti di maggioranza, in modo tale da consentire la creazione di una maggioranza politica, che era, chiaramente, la soluzione migliore, anche perché i mercati finanziari, alla notizia dell’accordo, si erano tranquillizzati.

Il mio mestiere di insegnante mi spinge a chiederle perché si debba investire maggiormente sulla scuola in Italia

E’ chiaro che spendiamo troppo poco per la pubblica istruzione: è stata la forma di spesa pubblica corrente che ha subito maggiori tagli dal 2006, avendo subito riduzioni di più del 10%. E’ un vero problema, perché tanti studi dimostrano che è la forma di spesa pubblica maggiormente correlata alla crescita nel lungo periodo. La spesa nella pubblica istruzione è quindi un vero e proprio investimento. Naturalmente, come sempre, bisogna spendere bene. Siamo particolarmente deboli nell’area degli asili nido e delle università, mentre negli altri ordini abbiamo un problema di retribuzione bassa e di poca formazione degli insegnanti, che non trovano incentivi in scuole poco attrezzate. La spesa dovrebbe essere concentrata su questi aspetti.

Scusi la genericità e l’immediatezza dell’ultima domanda, ma do dove cominciare per sistemare i nostri conti?

Per sistemare i nostri conti ci vuole, in primis, crescita economica; la domanda, quindi, è come crescere rapidamente. Nell’immediato la priorità è il piano dei vaccini, grazie ai quali potremmo tornare senza troppa difficoltà ai dati del 2019. Questo però non basta, avendo avuto in quel periodo una crescita media dello 0% e quindi dovremo aumentare il nostro tasso di crescita. Per far questo, le priorità sono la semplificazione della pubblica amministazione, l’efficentamento della giustizia in generale e giustizia civile in particolare: questi aspetti rendono appettibili gli investimenti privati; ai quali, però, bisogna unire quelli pubblici, e qui torniamo alla domanda iniziale e all’importanza dell’analisi costi-benefici.

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