Lo stato della democrazia in Italia, alla luce dei risultati

di Daniele Madau

Ogni sessione elettorale e referendaria è un momento di analisi e riflessione, in quanto testimonia lo stato del rapporto dei cittadini con le istituzioni, i partiti e i movimenti politici. Con un’espressione frequente e colorita, le giornate elettorali e referendarie monitorano la ‘salute’ della democrazia.

Analizzando, in primis, il dato dell’affluenza, gli analisti ne hanno rimarcato con soddisfazione il valore, avendo temuto numeri più bassi. Il 50% , di per sé, è, tuttavia, un valore molto basso, di fronte a materie referendarie costituzionali e, nelle regioni interessate, davanti all’elezione di un’amministrazione così prossima come quella regionale. Si deve rimarcare, nuovamente, l’assenza di un diffuso desiderio di partecipazione politica, sentimento così presente sino agli anni ’80 e, sicuramente, uno degli aspetti più preziosi di quel periodo che si dovrebbero recuperare. Del resto, se l’istruzione, il benessere, l’occupazione non si diffondono, lo stesso varrà per la partecipazione politica. Da questo punto di vista, il quadro clinico della democrazia, per continuare con la metafora sanitaria, non appare del tutto positivo.

La vittoria del ‘Sì’ presenta infiniti argomenti: partirei dal fatto che Di Maio non ha commesso l’errore di eccessiva personalizzazione di Renzi del 2016 così che i cittadini, complice anche l’appoggio trasversale degli altri partiti, si sono sentiti più liberi di ricondurre il referendum non a un preciso partito o personaggio ma al quesito in sé. Da un punto di vista strettamente costituzionale-tra l’altro- questo quesito era più correttto di quello di quattro anni fa – che cumulava più riforme -, in quanto più circoscritto e preciso, come prevede la Costituzione.

Non riterrei il voto come una vittoria ‘populista’ ma come un timido segnale, per riprendere le argomentazioni iniziali, di desiderio di partecipazione attiva che, chiaramente, agisce su un dato macroscopico e immediatamente percepito, sulla pelle della quotidianità, dai cittadini: l’enorme discrepanza tra i quasi mille parlamentari e la ricaduta del loro lavoro in termini di benessere e progresso della Nazione.

E’ chiaro, in un’analisi direi sociale che, laddove questo benessere e progresso manchino, i cittadini agiscano ‘punendo’, in un corretta dinamica di premi e punizioni, chi ha lavorato male.

Alla futura classe politica il compito, finora sempre disatteso, di una seria riflessione da cui scaturiscano serie azioni, di rinnovamento e rilancio, anche grazie ai fondi europei in arrivo.

Tra le forze della coalizione di governo, spetterà ai Cinque Stelle vegliare maggiormente sull’operato della futura classe politica e sullo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, perché è nel suo DNA: questo anche se il movimento esce fortemente indebilito dal voto delle regionali. Potrà essere però, questa, la via per una sua risalita, alla quale dovrà contribuire una improrogabile riorganizzazione interna.

Al PD che ha, invece, dignitosamente retto in ogni regione e vinto dove doveva vincere, spetterà essere l’anima più riformatrice e sociale, con un occhio privilegiato per immigrati, scuola, sanità, emergenze sociali; in attesa, anch’esso, di creare un nuovo, e rispondente ai tempi, legame con la base.

Sicuramente, ed è il dato più importante, il governo potrà lavorare con maggiore serenità, senza sollecitazioni di rimpasto o elezioni anticipate: per l’Italia, che è abituata, al contrario, a una destabilizzante perenne campagna elettorale, un’occasione forse unica, una congiuntura favorevole da non perdere, per non sprecare i germogli che faticosamente sembrano nascere da quest’emergenza sanitaria.

L’Italia unita, per un giorno, dalla scuola

di Daniele Madau

Abbiamo celebrato ieri la riapertura di gran parte delle scuole – anche se a cavallo di questa e la prossima settimana quasi tutte richiuderanno per le giornate elettorali e referendarie -attorno alle quali si è creata una rigenerante coesione nazionale.

L’importanza delle scuola – affermazione che di per sè non avrebbe bisogno di spiegazioni ed esplicitazioni, tanto è evidente e fondante la nostra società e i nostri valori – è stata ribadita da tutti, dal Presidente della Repubblica Mattarella, a tutte le forze politiche, a tutti i sociologi, pedagogisti, psicologi, analisti, giornalisti.

Tutta questa attenzione non può che rinfrancare, motivare, responsabilizzare e, forse, anche onorare coloro che, come me, lavorano nella scuola.

Forse è la prima volta, da quindici anni- periodo in cui ho cominciato a insegnare – in cui tutta l’opinione pubblica ha dedicato così ampio spazio alla realtà scolastica. Prima di questa ormai lungo periodo di crisi, infatti, negli ultimi decenni, abbiamo cavalcato-seguendo i capricci della società – l’atteggiamento, irrazionale in entrambi i casi, secondo cui la scuola o aveva sempre ragione (ho fatto in tempo a conoscerlo quando sedevo nei banchi) o ha sempre torto (lo sto conoscendo ora). Questa schizofrenia bene spiega, e corrisponde, quella della società italiana.

Mentre mi preparo anche io, con tutte le aspettative, la gioia e i timori del caso, al rientro in classe, non posso non pensare già a quando la quotidianità riporterà la scuola al posto e al ruolo che l’Italia, sotto la guida della classe politica, le ha assegnato.

Se non cambierà qualcosa- quel qualcosa che già dovrebbe germogliare negli animi dei responsabili politici come seme di vita e futuro dopo i mesi in cui l’epidemia imperversava con i numeri da bollettino di guerra-quella schizofrenia sarà l’immagine esteriore della generale patologia italiana: a voce si gorgheggia sull’imprescindibilità della scuola, nei fatti la si calpesta, la si svilisce, la si amputa.

Qualcosa si inizia già a vedere quando si sente dire: ‘Abbiamo fatto più di ogni altro, in Europa, per la scuola’. Se è vero, forse lo si è fatto ora, per recuperare affannosamente quanto non fatto – parliamo di quasi il minimo- in passato.

La schizofrenia era quella di formare dei ragazzi non per dar loro e all’Italia un futuro ma per lasciarli partire; chiamandoli poi, con una definizione plasticamente brutta, ‘cervelli in fuga’.

La schizofrenia era quella, poi, che portava i ragazzi- i quali, svegli, vedevano quanto fosse tutto un corto circuito – ad abbandonare quella scuola (l’Italia ha un altissimo tasso di abbandono) che non dava lavoro.

La schizofrenia era quella che permetteva ai baroni universitari di fare delle aule universitarie – quelle che dovrebbero essere un terreno giovane di libero pensiero, condivisione e confronto -un feudo.

Perché nessun Ministro dell’Istruzione – e nessun Primo Ministro- a mia memoria (da Luigi Berlinguer con Romano Prodi in poi), ha mai lottato per cambiare e ricomporre questa schizofrenia? Ricordo chi, forse anche contro il proprio volere, supinamente appoggiava tagli irrazionali e profondissimi. Chi andava contro i prof. precari che volevano che si valorizzasse la loro esperianza. Chi non ha trovato di meglio che gettare la spugna con gran dignità. Chi ha serenamente dimenticato la tradizione italiana per una acutissima riforma basata sulle tre ‘I’ di Impresa, Informatica, Internet. Provate voi ad abbinare a ogni definizione i loro corrispondenti: Fioramonti, Gelmini, Moratti, Giannini. Ci sono poi quelli che, semplicemente, neanche ci ricordiamo, leggeri come il rumore delle ombre che svaniscono.

Arriveranno i fondi europei del ‘Recovery Found’; il ministro Gualtieri è al lavoro per il piano di ripartizione e utilizzo. L’intitolazione che gli organi europei hanno dato al fondo, però, è ‘Next generation found’, ‘Fondo per la prossima generazione’, intitolazione che in Italia non viene mai pronunciata: vogliamo leggerci una rimozione inconscia ma rivelatrice? La tentazione è forte, sorretta dallo sdegno. Lasciamo spazio, però, a quel germoglio: oggi, mentre i telegiornali aprono ancora con la scuola, come se, davvero , fosse la cosa più importante.

Il referendum del 20 e 21 settembre: dialogo sulla legge di riforma col costituzionalista Gianmario Demuro

Il costituzionalista Gianmario Demuro

Mancano dieci giorni al referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari: è più che mai opportuno, quindi, alimentare un sereno dibattito sulle varie posizioni. Con Gianmario Demuro, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Cagliari ed ex assessore alle Riforme della Regione Sardegna nella giunta del presidente PD Pigliaru, da cui si dimise dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 2016- di cui aveva sostenuto le ragioni del Sì- analizziamo alcuni aspetti tecnici e la sua personale posizione.

di Daniele Madau

Professor Demuro, può esporci il contesto politico in cui è nato il referendum confermativo, il suo fine e come mai si è reso necessario? Il contesto in cui nasce – la mia, in questo caso, è una risposta da analista politico – è quello delle riforme previste e proposte dal Movimento Cinque Stelle; questo non significa che altre forze politiche, negli ultimi quarant’anni, non abbiano fatto proposte di riduzione dei parlamentari. Erano sempre, però, proposte inserite in un contesto più ampio. Per cui, sia nel 2006 che nel 2016, vi era una proposta più ampia di riforma della costituzione che, poi, non è stata confermata dal corpo elettorale. Questa, per come la vedo io, in una analisi personale, è una riforma dei cinque stelle, una sorta di battaglia -legittima- di una delle componenti della coalizione. Tant’è che questa proposta ha fatto anche parte dell’accordo di governo che ha portato alla formazione dell’attuale esecutivo; era uno dei pezzi, diaciamo, che componevano il progetto di riforme da realizzare. Per cui, dal punto di vista della storia parlamentare, il Partito Democratico ha avuto inizialmente delle perplessità: questo è il contesto in cui è sorto. Si è reso necessario, poi, semplicemente perché è stato richiesto: la Costituzione prevede che, per le riforme costituzionali che non siano approvate da almeno i due terzi degli aventi diritto, un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali, possano richiedere un referendum consultivo. Questo è quello che è accaduto: c’è stata una richiesta da parte delle minoranze -diciamo così- di indire un referendum. Se non fosse successo così, semplicemente, entro tre mesi la riforma costituzionale sarebbe entrata in vigore.

Il dibattito, come è giusto che sia, in questi giorni è molto vivo. Uno degli argomenti, di chi si schiera a favore del Sì è che la riduzione riallineerebbe i numeri del parlamento italiano a quello delle altre grandi democrazie: condivide questa visione? I giuristi, anche se non sono dei fisici, pensano di essere degli scienziati e la nostra scienza della comparazione si chiama Diritto Comparato: nel caso del Diritto Comparato Costituzionale possiamo comparare, diciamo così, dei vari livelli di democraticità. Faccio un esempio un po’ paradossale: io non conto i numeri dell’assemblea del popolo della Cina perché non è quello il bench mark – il segno distintivo – che mi fa capire quale sia il livello di democrazia della Cina, perchè so già che la Cina non è un paese democratico. Non è, quindi, tanto il numero rispetto alla rappresentanza che, secondo me, si deve prendere in considerazione, anche se accade. La mia opinione è che ogni paese, da questo punto di vista, ha delle caratteristiche tutte diverse: noi non possiamo comparare sistemi bicamerali che sono completamente diversi. L’Italia, da questo punto di vista, ha un sistema bicamerale per cui Senato e Camera svolgono esattamente le stesse funzioni; ma, per esempio, può essere comparabile con il Regno Unito dove la Camera dei Lords ha una origine di tipo non elettivo con un Senato elettivo? Si può comparare il Bundesrat che, in Germania, è una vera e propria camera dei lander per una effettiva rappresentanza regionale con un Senato che è, sì, eletto su base regionale ma non prevede una vera e propria rappresentanza regionale?Oppure, ancora, nel senato americano vi sono cento senatori per un paese molto grande: ebbene, le sembra democratica la regola, settecentesca, per cui il Delaware che, praticamente, è un paesino abbia gli stessi senatori della California? Io, sinceramente, di fronte a tutti questi paradossi, non condivido il ragionamento del tot abitanti tot rappresentanti in astratto. Condivido, invece, dal punto di vista territoriale che, se una regione è meno popolata di un’altra, abbia meno rappresentanti, come sistema di equilibrio. Pensi al Parlamento Europeo: c’è Malta così come c’è la Germania. Per cui io ragionerei su una proporzionalizzazione della rappresentanza: ora un taglio lineare taglia semplicemente, appunto, i numeri e questi numeri devono essere ridistribuiti; e, allora, se io voglio ridistribuire, non mi interessa un calcolo in astratto, mi interessa un calcolo proporzionato alle dimensioni reali del Paese.

Un’altra posizione che emerge- anche nella sinistra che, adesso, si è schierata ufficialmente per il Sì – è quella che afferma come sarebbe meglio abbandonare questa riforma per concentrarsi, invece, sul monocameralismo. Su questo tema, cosa ne pensa? Il monocameralismo è un’antica battaglia della sinistra dai tempi, mi vien da dire, della Rivoluzione Francese e fu proposta anche dall’assemblea costituente. Io proverei a rovesciare la sua domanda, se non si offende: il monocameralismo, per carità, è una scelta; io sarei, però, per un bicameralismo differenziato e cioè una camera -anche ridotta di numero: non mi interessa, come detto, il ragionamento sui soli numeri -che, come prevedeva la riforma del 2016, pur tra tanti difetti, la quale rappresentasse le autonomie. Questo è un dibattito che possiamo far risalire al Risorgimento, a Cattaneo, e che riguarda il fatto se vogliamo o no rappresentare al centro la democrazia regionale o locale. Su questo, nella sinistra, a parte la posizione di Luciano Violante, non c’è stato alcun pronunciamento. Quindi, ricapitoliamo: o il sistema è monocamerale, e le regioni sono dei departements , alla francese, ma se invece pensiamo che le autonomie regionali debbano essere al centro, dobbiamo trovare una sintesi: guardi che anche questa vicenda sanitaria ha mostrato l’importanza della realtà locale.

Da un punto di vista tecnico-scientifico, può spiegare ai lettori i pro e i contro della riforma? In realtà, è difficile considerarla una riforma, è un taglio lineare, o poco più. Da un punto di vista scientifico faccio fatica perché noi, costituzionalisti, ci siamo pronunciati, in più di duecento, contro: esiste un documento che mostra come, dal punto di vista dei risultati, sia poca cosa. Un po’ di risparmio e un numero ridotto che dovrebbe portare una maggior qualità della democrazia: è tutto, però, indimostrabile. Di per sé è una di quelle riforme inutili o quasi. Al contrario, è presente il rischio di bassa rappresentanza e di concentrazione nelle mani dei partiti. Io vedo, in conclusione, più pericoli che opportunità. Con la riforma del bicameralismo, sarebbe stata anche opportuna la riduzione dei parlamentari. Il Senato, nella mente del costituente, doveva essere quello delle autonomie. Invece, così, avremo piccole camere che fanno le stesse cose. Due camere, con meno persone, che fanno le stesse cose: penso alla dichiarazione di Parisi che si è chiesto quando mai si sia vista un’assemblea di lavoratori che decida di fare lo stesso quantitativo di lavoro con meno persone.

Può ora, in conclusione, dopo averla già anticipata in maniera anche approfondita, presentare ulteriormente la sua posizione? La mia è una posizione pubblica, derivante anche da quanto, appunto, capitato nel 2016. Ho firmato il manifesto di cui si è parlato, insieme a numerosissimi costituzionalisti, che presenta tutti i pericoli della riforma. La posizione, quindi, che ribadisco è per il No: il problema non è il numero ma l’esercizio della funzione. In ultimo, poi, credo che la politica debba elevarsi al di sopra delle pulsioni, le quali, evidenemente, hanno generato questo tentativo di riforma.

In cima al mondo, a piedi scalzi

Abebe Bikila a Roma, durante la maratona

di Daniele Madau

Da quando Fidippide, emerodromo ateniese (e cioè messaggero addestrato a percorrere lunghe distanze in breve tempo), suscitò la scintilla da cui scaturì la maratona, questi 42 km. sono il simobolo della constante e affannosa corsa della vita e della giornata di gloria, di vittoria, che, ognuno di noi, sperimenta almeno una volta nella sua vita. Sessant’anni fa, alla maratona delle olimpiadi di Roma il 10 settembre 1960, Abebe Bikila questa giornata di gloria la percorse interamente e la raggiunse scalzo: in accordo con il suo allenatore -certo (almeno così si disse) – ma con una bellissima valenza simbolica, da povertà francescana che si unisce all’umiltà africana (Abebe era figlio di un pastore, nel continente africano) che fa davvero sognare. L’uomo – sostengono gli specialisti – è nato per stare scalzo, in quanto il piede è l’organo sensitivo propriocettivo per eccellenza: capace, cioè, di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio anche senza il supporto della vista. Una volta indossate le scarpe sembra davvero che, spesso, l’uomo abbia perso la sua posizione.

Uomini e no:il nostro mondo in due fotografie

di Daniele Madau

Willy è la nostra innocenza perduta in un’indifferenza di fronte ai veri valori che ora, forse, trema davanti alla naturalezza del suo sorriso. Willy è la vergogna che non proviamo quando tolleriamo un latente razzismo dentro di noi e crediamo sia giusto che prima vengano gli italiani. Prima vengono gli uomini, è banale il solo ripeterlo. Willy è il giardino incantato di un sorriso che resterà vivo contro il vuoto abissale disegnato nei muscoli e nello sguardo matto di irrazionale violenza di questi non uomini, figli, però, della nostra cultura. Willy è il coraggio umile e puro di difendere un amico, eternato in una trasformormazione in una stella, come nel catasterismo della mitologia greca. Willy è il mondo che dovremo cercare di costruire in un cammino semplice, lastricato di comunità, affetti, educazione: dove fioriscono gli uomini.

L’arte cinematografica che salva dalla fragilità: incontro col regista Enrico Pau, nei giorni di Venezia

di Daniele Madau

Enrico Pau è uno dei registi più importanti della scuola sarda, insieme, tra gli altri, a Cabiddu, Mereu, Marcias. Lo sguardo al passato e ai momenti di passaggio caratterizza la sua arte. Con lui, nella settimana del Festival di Venezia, parliamo del suo cinema e dei grandi maestri. Partiamo, però, dalla scuola, dove ha passato trent’anni della sua vita.

Come hai vissuto, Enrico, il periodo della didattica a distanza e cosa dovrà caratterizzare la ripartenza della scuola? A dire il vero, non so se potrò cominciare il nuovo anno scolastico, perché ancora non so se andrò in pensione. Tuttavia, sarò sempre un professore, sarò sempre legato a questo lavoro che ha occupato trent’anni della mia vita. Com’è naturale, non eravamo pronti a questo tipo di attività. Io, poi, insegno in una scuola di frontiera, dove non tutti gli alunni avevano la possibilità di una connessione. E’ stato, quindi, molto complicato ed avventuroso ma, proprio per questo, la situazione ha avuto degli elementi molto interessanti. Credo che mi abbia anche aiutato a cementare il mio rapporto con i ragazzi. Da questo punto di vista spero sia un’esperienza irripetibile anche se, al contraio, presumo si dovrà tornare a usare strumenti per i quali non siamo stati formati e che, perciò, dovranno diventare bagaglio delle competenze dei professori: darebbero una quantità enorme di opportunità in più per lavorare con i ragazzi. Bisogna solamente avere chiaro quanto potremo investire,in termini economici, in questo processo di cambiamento tecnologico che reputo imminente.

Il Festival di Venezia ha segnato la ripartenza, con un certo orgoglio italiano, delle rassegne d’arte cinematografica: era una priorità, in questo periodo così complesso? Io credo che si sia fatto bene a celebrare il festival, dove stanno rispettando tutti i protocolli di sicurezza. Avendo vissuto io l’esperienza di Venezia, nel 2017 con il cortometraggio l’Ultimo Miracolo, per la Settimana Internazionale della Critica- realizzato con il centro di formazione al cinema dell’Università di Cagliari e con la soddisfazione enorme, tra l’altro, di essere stato lì con gli studenti -conosco quella meravigliosa confusione di gente che arriva da ogni parte del mondo ma, immagino, ora sia tutto molto più contenuto. Nello stesso tempo però, come testimonia la mia produttrice-che sta lavorando in Irlanda -, conosco come sia duro fare cinema oggi, in queste condizioni. Usati tutti gli accorgimenti, io credo sia giusto procedere e non rinunciare più, a esempio, a Cannes, fatto molto doloroso. Per tornare, un attimo, all’esperienza di Venezia, vorrei sottolineare l’importanza del centro di formazione creato dall’Università di Cagliari, dove hanno insegnato tanti registi sardi, come Salvatore Mereu e Peter Marcias, che mettono nelle condizioni i ragazzi, anche se con piccole produzioni, di lavorare direttamente sul set e a me di condividere le esperienze e confrontarmi.

Hai citato il regista, nostro conterraneo, Peter Marcias, che è, appunto, a Venezia per le Giornate degli Autori, con il “Il tempo delle donne”, documentario su Nilde Iotti. E’ un bel periodo, questo, per il cinema italiano che, quest’anno, è davvero ben rappresentato a Venezia Il cinema italiano è da anni che dà segnali estremamente positivi e importanti, con un gruppo di registi molto talentuosi, tra i quali mi piace citare particolarmente Pietro Marcello e Alice Rohrwacher, e poi Garrone, Sorrentino, il nostro conterraneo Salvatore Mereu. Io penso che sia giusto che Venezia dia visibilità al nostro cinema e dia la possibilità di raggiungere un pubblico il più ampio possibile, internazionale.

Parlando della tua arte, io ritrovo come temetica ricorrente il riscatto umano: penso ad “Accabadora”, dove la protagonista si affranca, tramite l’amore, da un compito che le era stato imposto dalla comunità. Ti sembra corretta come visione? Singolarmente , questi film, hanno anche questo elemento. Però, a esempio, in Accabadora, c’è lo sguardo rivolto al nostro passato e in un periodo così difficile, quale quello dei bombardamenti, il desiderio di raccontare la mia città, Cagliari. Il film è anche un omaggio alla mia famiglia, che ha vissuto quel tragico avvenimento. C’è poi l’attenzione per personaggi che vivono momenti di cambiamento o di crisi, che stanno mutando il loro stato d’animo; in ultimo, mi interssa moltissimo l’aspetto geografico, dei luoghi, della natura, della città, delle periferie dove i fatti avvengono, ciò che circonda l’attività umana o la comprende o la contiene. Questa relazione tra il corpo umano e il corpo della città per me è importante, o la relazione tra il corpo umano e la natura, come, a esempio, in Accabadora,dove lo sfondo della natura presentava elementi misteriosi.

Il 2020 segna i cento anni dalla nascita di Fellini e i sessanta dalla “Dolce vita”. Ci puoi raccontare Fellini? Mi viene in mente la scena della Ricotta di Pasolini in cui Orson Welles – alla domanda: “Cosa pensa del cinema di Fellini”? -risponde: “Egli danza”. Egli danza. Bellissimo. Ecco, rubo questa definizione di Pasolini, che fa ripetere, in realtà, due volte a Orson Welles la risposta: “Egli danza, egli danza”. E’ un cinema impalpabile quello di Fellini che si colloca in una dimensione che non è né reale e neanche immaginaria. Ha creato veramente un universo parallelo, così visionario, usando, tra l’altro, la tecnica cinematografica nelle sue forme più raffinate, più invidiabili e irriproducibili. Ci son registi, come Sorrentino, che cercano di imitare certe strutture felliniane ma è complicato perché in Fellini c’era soprattutto istinto, che scaturiva da qualcosa che aveva dentro, un mondo passato popolato da ballerine senza speranza di un varietà decadente, comici che non fanno ridere, di orchestrine che suonano musiche malinconiche. Un’umanità dolente e poetica, un cinema immaginifico, totale e, quindi, irriproducibile. Non può essere neanche un esempio perché è inimitabile e, perciò, uno non può neanche dire di averlo dentro. Io ho un legame fortissimo con registi come Bergman e Dreyer ma, benché ami follemente il cinema felliniano e, a esempio, essendo io stato in gioventù un clown-personaggio così caro a Fellini – lui rimane per me intangibile, in una dimensione unica. Non è l’unico regista italiano ad avere questo privilegio, ce ne sono altri con forme e strutture diverse, come Michelangelo Antonioni: ecco loro, per bravura, si collocano in una dimensione altra, come Mozart; sono persone che nascono, probabilmente, perché devono raccontare il loro mondo, qualsiasi esso sia.

Prima di lasciarci, quattro domande per ritornare alla tua arte: quale film hai maggiormente mostrato ai ragazzi della scuola? Quale è la tua idea di arte cinematografica? Il tuo prossimo lavoro? E , irrinunciabile, un tuo pronostico per Venezia? Il prossimo mio film sarà un noir e per ora non posso dire altro. Su Venezia non posso azzardare pronostici: mi sarebbe piaciuto molto se Salvatore Mereu fosse in concorso, per provare l’emozione dell’attesa per un possibile premio. In passato, ai miei studenti ho fatto vedere moltissime volte “Uccellacci e uccellini”, di Pasolini. Però ormai i ragazzi son cambiati, c’è stata una mutazione e, ora, i ragazzi non hanno più pazienza. Da quando c’è internet, chiaramente, i film o hanno una struttura che li costringe a una sorta di relazione con lo schermo oppure li annoiano. L’arte per me- non essendo nato in una famiglia di intellettuali, anche se dai miei genitori ho avuto il regalo dell’amore per la cultura -è darsi il regalo di un’ancora di salvezza; salvezza, dal momento in cui ho scoperto il teatro, dalla mia fragilità adolescenziale, trovando così, dentro di me, il coraggio di raccontarmi, attraverso il cinema.

Ma nudda si po’ fâ nudda in Gaddura che no lu énini a sapi int’un’ora

di Daniele Madau

“Non basta incidere su una pietra il nome Costa Smeralda per cancellare la memoria di Monti di Mola. Costa Smeralda è nome d’acqua e viene dal mare, dice di un colore e di un approdo. Monti di Mola è voce che risuona nell’oralità del tempo, rimbalza sulla cresta delle rocce, sprofonda nell’abisso della valle, s’interra nelle radici dell’olivastro. E’ nome di terra, nato dalla qualità della pietra con cui si facevano le mole per macinare il grano e per affilare le lame dei coltelli”.

Sapevo che per parlare della Costa Smeralda – Monti di Mola, quando era solo terra di lavoro, più bella delle altre, però – o meglio, per esprimere il mio stato d’animo a riguardo della crisi sanitaria, le parole più adatte sarebbero state quelle dell’antropologo Bachisio Bandinu, che alla nascita di Porto Cervo e dei suoi corollari ha dedicato tanta parte della sua produzione: precisamente del suo romanzo L’amore del figlio meraviglioso .

Come il corona virus, anche il principe Aga Khan era venuto dal mare, con la sua visionarietà dovuta all’avere la mente libera, al non dover portare al pascolo le greggi e le mandrie, proprio come nella Grecia antica, dove tutto il lavoro manuale ricadeva sugli schiavi, e solo i liberi cittadini potevano dedicarsi alla cultura e alla politica.

Del resto, anche in Lombardia, in Italia, il virus è arrivato da fuori, da lontano: tutti noi, quindi, abbiamo potuto sperimentare il senso di violazione, di aggressione dell’intimità da parte di un agente alieno, esogeno, contro il quale non ci siamo potuti, o non abbiamo voluto, difenderci.

Si potrebbe pensare allora, potremmo pensare noi, sardi, che ora sia più forte l’empatia col Veneto, la Lombardia, l’Emilia, le regioni che maggiormante hanno sofferto nell’ondata epidemica di inizio primavera. Ma non ce n’era bisogno: l’empatia – spesso -sembriamo averla maggiormente verso gli altri che tra di noi, caratterizzati come male unidos dagli spagnoli, sia che l’avesse detto Carlo V che monsignor Antonio Parragues de Castillejo.

Eppure c’è una differenza tra i casi del nord e quello della Costa Smeralda; anzi, a ben vedere, due.

Non si vuole negare la sofferenza per quanto accaduto nelle altre regioni – non sarei degno di scrivere neanche una riga, nel caso-ma esprimere il disagio nel sentire ancora della Sardegna masticata nella bocca dell’informazione come del lontano pseudo – esotico in cui si annida un lato oscuro, diverso, non assimilabile dal resto d’Italia. Ancora. Come in tutto il novecento.

Non solo; questa volta, in più, c’è il fattore lusso e sbruffonaggine, ignoranza e imprenditoria d’assalto, che da ammaliatore e conquistatore del granito e della macchia mediterranea dei paesaggi galluresi, è diventato esportatore d’infezione. Sembra che solo in questo la Sardegna sia diventata esportatrice.

Non si vuole fare, ora, un’analisi politica: per quella serve la lucidità. Solo dare possibilità, ripeto, al disagio di manifestarsi, così da renderlo, forse, catartico.

Disagio, perché, al di là di tutto, dei soldi e dei posti di lavoro (sono cosciente della forza, e forse gravità, di quello che scrivo ma, se servirà, si potrà argomentare meglio), il “Sottovento”, il “Billionaire” e gli altri, sono una cicatrice, un grumo di sangue nero che il maestrale gallurese non è riuscito a cancellare e, forse, mai lo farà.

E’ questo il disagio: si parla di Sardegna ma, è chiaro, Sardegna non è. Non lo è nei nomi, nelle attività vagheggiate e realizzate, nelle relizzazioni architettoniche, nell’approccio ai rapporti umani e alla natura. Io non so se l’epidemia da noi si sarebbe mai diffusa senza i locali di Briatore e degli altri imprenditori, so solo che quella non è la mia Sardegna, né quella di Fabrizio De André (di cui avrete riconosciuto i versi prestati al titolo: ‘Niente si può fare in Gallura, che non si sappia entro un’ora’. Parlava dell’amore scandaloso tra un’asina e un uomo. Anche se puro, il potere lo impedì. Anche lì, purezza perduta) , né quella dei protagonisti del romanzo di Bandinu.

Nel rimarcare il massimo rispetto e vicinanza umana ai lombardi, e a tutti gli altri, credo che solo noi sardi avremmo potuto vagheggiare sulla Gallura. Non l’abbiamo fatto, nostra culpa: paghiamo ancora il peccato originale dell’aver accolto, nuovi Montezuma, il principe ismaelita. Ma, come scrisse un altro autore, il più importante della storia delle letterature universali, ‘Non le farà sì bella sepultura, la vipera che Melanesi accampa, com’avria fatto il gallo di Gallura’(La vipera che costituisce lo stemma dei Milanesi non ornerà il suo sepolcro così bene, come avrebbe fatto il gallo di Gallura, Purgatorio, canto VIII)

Per i ragazzi di Minsk

di Daniele Madau

Una splendida mattina d’agosto, seduto, con l’aria condizionata alla temperatura giusta – né troppo freddo né troppo caldo – ad ascoltare musica cantautorale di stretta ortodossia intellettuale e a provare a scrivere. Non si potrebbe chiedere di meglio, almeno per chi scrive. Ma scrivere dei ragazzi di Minsk è un’altra cosa: è qualcosa che ti scombussola lo stomaco, ti fa sentire quel sapore di nausea -benvenuta anche se di sapore disgustoso e causa di mal di testa- che ti riporta a terra dopo un’ubriacatura di privilegi.

La foto che ho scelto, credo, diventerà un’icona, sulla pelle di quel ragazzo, come quelle di Tienamen o del Vietnam. Perché è la tragica plasticità del dolore che deriva dalle dittature -ancora presenti, anche se spesso non ci pensiamo o non lo sappiamo -, a scolpire inconsciamente crocifissi o pietà, giovani, come giovani sono i Gesù e le Marie di certe ‘Pietà’. Sì, come la Maria della Pietà di Michelangelo, più giovane del suo figlio, che dovrebbe qui reggere quel ragazzo e invece, al suo posto, ci sono due militari che lo fanno strisciare. E la libertà in Bielorussia, dopo le elezioni farsa che hanno eletto nuovamente Lukashenko, è tutta nella fuga della candidata dell’opposizione Tikhanovskaja, mentre Putin ed Erdogan apprezzano: la libertà di fuggire. Eppure c’è chi lotta, chi prende le botte, chi perde sangue, chi grida alla vera libertà: i ragazzi. Sempre e comunque, come in ogni tempo. Vorrei fare qualcosa per i ragazzi di Minsk: una preghiera, una poesia, dedicare loro la bellezza dell’agosto sardo. Vorrei fare qualcosa ma non posso essere lì, la vita ha scelto diversamente e forse non avrei avuto il coraggio e avrei applaudito al dittatore, da vigliacco. Spesso penso ai ragazzi italiani: negli ultimi decenni hanno rubato loro il lavoro, il futuro, hanno devastato loro la scuola e le università, hanno infangato la politica e le istituzioni, eppure non ricordo moti di libertà e indignazione, se non la silenziosa protesta della dolorosa emigrazione. Addomesticare, narcotizzare, addormentare i ragazzi è difficile, sono stati bravi i nostri governatori, con l’aiuto di tutti noi adulti. Stando così le cose, non è davvero roseo il futuro italiano, ma questo lo sappiamo bene. Ciò che forse non sappiamo bene è che le dittature, in Europa, non sono un ricordo del passato: quei militari vestiti da robot, braccio armato, e forse inconsapevole, della didattura ce lo ricordano. Lo dobbiamo ai ragazzi di Minsk, non dimentichiamolo e risvegliamo i nostri, di ragazzi. La lotta è di chi ha il cuore giovane, gli ideali vivi e il futuro davanti.

‘La possibilità di avere un proprio futuro’:la nuova emigrazione in Italia e l’attualità sociopolitica nell’incontro con Luigi Manconi

Luigi Manconi

di Daniele Madau

Non potrebbe esistere interlocutore migliore per la rubrica ‘Incontri’, per parlare della stretta attualità sociopolitica in termini di diritti umani, che, così lontana dalle innocenti evasioni estive, ci interpella quotidianamente, del professor Luigi Manconi. Per inverare quanto appena affermato, ecco una sintesi delle sue recenti attività, soprattutto come parlamentare: da senatore, nell’ottobre e dicembre 2017 lancia l’iniziativa di uno sciopero della fame per l’approvazione della legge dello ‘ius soli’. Nel 2018 il presidente del Consiglio dei ministri Gentiloni lo nomina coordinatore dell’UNAR, l’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni, istituito all’interno del Dipartimento per le pari opportunità. Ha promosso l’associazione “Italia-razzismo” ed è presidente di “A buon diritto Onlus”,dedicati ai luoghi e alle procedure di privazione della libertà e al rapporto tra immigrazione straniera e società italiana. Alla sue spalle ha, poi, una lunga carriera di studioso dei fenomeni politici e sociologici.

Assistiamo a una nuova ondata migratoria, di prevalenza principalmente tunisina, dalle caratteristiche soprattutto economiche: qual è la sua posizione davanti a questo fenomeno, anche in riferimento alle prese di posizioni del premier Conte e del ministro Di Maio?

Indubbiamente il principale fattore che determina il flusso dalla Tunisia è economico-sociale, dal momento che la Tunisia presenta un regime politico tra i più aperti e meno autoritari, uno tra quelli dove maggiore è la vitalità delle regole democratiche. Questo, però, non può rispondere a tutte le domande e i bisogni che quella popolazione evidentemente afferma e avverte come talmente urgenti e ineludibili da determinare il viaggio per mare. In termini generali questa è un’indicazione utile a comprendere come è molto difficile sezionare i flussi migratori e qualificarli in maniera rigida, con etichette specifiche. I flussi migratori sono l’esito sempre di fattori diversi, dove l’uno può essere solo più potente dell’altro risultando, perciò, difficile che sia un unico elemento a determinare quel movimento di esseri umani. Sarebbe, quindi, più giusto parlare di una situzione in cui, nel caso della Tunisia, prevalgono elementi legati a una crisi economica molto dura che, però, non esauriscono gli altri. A partire proprio dalla Tunisia, nel continente africano ci sono tantissimi giovani tra i quali, oltre alla disoccupazione, alla povertà e alla marginalità, gioca un ruolo importante la voglia di libertà, di democrazia, di conoscenza, di esperienza del mondo. Da decenni, chi studia le migrazioni sa che a fuggire sono gli elementi che, all’interno di una situzione di miseria, comunque sono maggiormente privilegiati, cioè coloro che hanno più risorse intellettuali, conoscenza delle lingue, risorse messe da parte: questo costituisce un settore delle migrazioni attivo e vivace, che chiede al proprio progetto migratorio non solo la possibilità di scappare da un presente orribile ma anche la possibilità di avere un futuro apprezzabile.

Recentemente il governo, attraverso un decreto, ha imposto la doppia preferenza di genere nelle prossime elezioni in Puglia: immagino condivida

Com’è noto questi, quale quello relativo alle preferenze, come quello, per altro verso, relativo alle quote rosa, sono meccanismi difensivi, che, in altri termini, possono essere definiti fattori di agevolazione. Sono, cioè, elementi risarcitori: si dà per certo che ci sia una posizione di partenza svantaggiata e dunque si realizzano condizioni che consentano di superare l’handicap iniziale. Senza che, quindi, in questo si possa immaginare risieda la soluzione, sono tuttavia strumenti utili: difensivi ma utili.

Può spiegarci le motivazioni che, recentemente, l’hanno spinta a firmare il documento contro il progetto del ‘Museo del fascismo’?

Ovviamente, in astratto, un museo sul fascismo non è necessariamente da respingere. Le ragioni, però, di questa realizzazione sono da ricercarsi obbligatoriamente nella mozione che proponeva il consiglio comunale di Roma per l’approvazione di questo progetto. Quelle motivazioni erano francamente, per un verso, bizzarre per l’altro verso, sgangherate: voglio ricordare, per capire, che l’intento del museo era, tra l’altro, di, letteralmente, ‘attrarre curiosi e appassionati’, cioè due categorie che non sono definibili sociologicamente ma che sono, per così dire, accumulate insieme alle altre, magari gli studiosi. Il rischio, perciò, è evidentemente che il museo si trasformi in un santuario e reliquiario della nostalgia. Dato che questi sono pericoli reali, compito di chi vuole realizare un progetto del genere è quello di conoscere questi rischi e operare per evitarli, laddove si aveva la sensazione, invece, di una mozione frutto di sottocultura e grossolanità, priva di qualunque prspettiva e pensiero, dove venivano affastellate cose diverse e, per giunta, dette malamente.

Vorrei con lei, ora, entrare nel merito dell’autorizzazione del Senato a procedere contro Salvini, per realti di abuso in atti d’ufficio e sequestro plurimo aggravato

La richiesta a cui doveva rispondere il Senato è una richiesta molto semplice: non è un giudizio nel merito sui comportamenti di Salvini, non spetta questo al Senato e al parlamento . Il Senato, in realtà, ha valutato se siano esistite ragioni sufficienti affinché un menbro del parlamento venisse sottoposto a processo; ancor più precisamente bisognava decidere se la richiesta della magistratura era offuscata o condizionata da una volontà di persecuzione o basata su quei fatti che la magistratura stessa ritiene degni di essere valutati dal punto di vista giudiziario. Detto ciò, a mio avviso, la decisione è stata correttissima.

Abbiamo appena ricordato i quarant’anni della strage di Bologna: le ultime indagini ci indirizzano verso Licio Gelli, indicato come il finanziatore. Lei ha studiato, con posizioni precise e autonome, il fenomeno del terrorismo italiano: qual è la sua posizione attuale?

Seguo la vicenda come ne seguo altre simili, quindi non mi sento di entrare, a fondo, nel merito. Posso dire che, purtroppo, su questa materia così dolente e incandescente si sono giocate, e si giocano, troppe partite. Ultimamente si è cercato di individuare una pista palestinese che, nelle intenzioni di che la gestisce nell’informazione e nella politica, sarebbe destinata a offrire un’altra verità. Io non lo credo, perché mi sembrano più illazioni che indizi, non dico prove, quelle che vengono portate. Certamente, nel corso di quarant’anni, non tutte le indagini hanno rivelato di essere state condotte con la massima serietà e col massimo rigore. A me è capitato, effettivamente, e non me ne pento, di aver sollevato qualche dubbio sulla responsabilità di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: quelle perplessità, rispetto alla loro colpevolezza, nel tempo non sono state, a mio avviso, smentite rispetto alla loro responsabilità. Non penso che quanto adesso è stato detto sulla necessità di levare il segreto di Stato sia decisivo: il segreto di Stato già è stato tolto e, del resto, in termini generali, credo che il segreto di Stato sia un orpello inutile e uno strascico del passato. Va da sè, quindi, che sono favorevole alla conoscenza di tutti gli atti e incondizionatamente favorevole a che, quanto resterebbe coperto dal segreto, qualora vi siano ancora informazioni e documenti coperti da tale segreto, venga alla luce. Non ho, però, quella gran fiducia che molti dichiarano di avere.A quarant’anni di distanza è molto difficile che ci sia qualcosa di inesplorato, qualcosa da scoprire, testimoni inascoltati che adesso potrebbero dire cose determinanti e nuove . Paghiamo il tragico scotto di una fase torva del nostro Stato e delle sue istituzioni e apparati che purtroppo credo che non sia possibile avere un risarcimento in termini di verità. L’unico risarcimento possibile è quell’impegno che ciascuno di noi può prendere a non consentire che quella fase della vita nazionale si ripeta e che lo Stato centrale , gli apparati, le strutture, gli uomini possano ripetere gli errori fatti e, ahi noi, anche i crimini commessi.

La mafia non ha vinto: non ci ha tolto il sorriso di Emanuela

di Daniele Madau e Concita De Gregorio

Alla vigilia del 19 luglio di tre anni fa – in occasione del 25mo anniversario della strage-sono andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa in via D’Amelio: era nata a Sestu, provincia di Cagliari, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramento.  Con lei sono morti nella strage Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. A quell’incontro aveva dedicato spazio Concita De Gregorio, su ‘Repubblica’, a cui avevo scritto, ricordando Emanuela così:

“Potrei parlarti di tante cose, della scuola, dei ragazzi ma scrivo invece per ricordare Emanuela Loi. Penso molto a lei. Ha un posto privilegiato nel mio cuore, non solo perché mia conterranea. Nei giorni scorsi sono andato a trovare sua sorella Claudia, ne ho scritto per il mio giornale”, dice Daniele che invia il racconto del loro incontro. E’ un resoconto lungo e bello di cui sono costretta a pubblicare solo qualche passaggio. La conclusione – il sorriso, arma invincibile – è quella.

“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”. Su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto. Emanuela faceva da scorta a obiettivi sensibilissimi – diciamolo brutalmente, con le parole di Borsellino stesso: a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento. Avrebbe dovuto farlo in Sardegna, ma di addestrarsi non ha avuto il tempo.

“I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie. Ripartì. Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia. Il sabato 18 non chiamò, a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto. Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore. Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: Claudia mi rivela che non vuole pensarci. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte dello Stato che non si dimentica mai di Emanuela. Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio. Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia di nome Emanuela, nata nel ’92.

Con Claudia e Enrico ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più.  La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.

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