Quando l’emergenza sarà passata, vedo un futuro di opportunità

La deputata Romina Mura

Con questa intervista con la deputata Romina Mura, inauguro un breve ciclo di articoli di riflessione con cui esamino i contesti istituzionali della crisi: dialoghiamo sulla situazione a livello nazionale, presente e futura, con l’onorevole Mura e, nei prossimi giorni, il contesto europeo grazie all’europarlamentare Pietro Bartolo.

di Daniele Madau

Questa, sia dal punto di vista sanitario che politico, è una settimana cruciale: ieri le informative alle Camere, oggi la discussione generale sul decreto Cura Italia, domani appuntamento con il Consiglio Europeo e voto di fiducia in aula per il Cura Italia stesso. Ci si appresterà inoltre a votare, la settimana prossima, il documento del Consiglio dei Ministri per il via libera al deficit aggiuntivo necessario a coprire la terza tranche delle misure anti crisi. Il tutto mentre si pensa alla “fase 2”. Come si presenta la maggioranza a questi giorni cruciali?

Il momento è difficile per tutti, certamente per noi maggioranza -così esposta- ma per tutta la classe dirigente. Il Parlamento sta lavorando con grande sforzo, a distanza, mentre avvertiamo tutti il desiderio di essere lì, fisicamente, nella commissioni, dove si svolge gran parte del lavoro. Nella maggioranza, appunto, il Partito Democratico sta compiendo tutto il possibile, grazie anche al suo capogruppo; coi Cinque Stelle, c’ è una dialettica costante: buona con coloro, i più sensibili, che si trovano nelle istituzioni. Tutto ciò nonostante siamo incessantemente attaccati: questo grazie anche a Conte; il mio giudizio su di lui è, ora, positivo, dopo un primo momento in cui sono stata anche critica.

Tra i punti nevralgici della dialettica nella maggioranza c’è il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità): sembra un dibattito tutto italiano, negli altri Stati non si mette neanche in discussione l’utilità dei 37 miliardi

Concordo sull’assoluta necessità di attingere al Mes. Spero che Conte si presenti agli appuntamenti europei non indebolito e possa ottenere quanto più possibile.E’ necessario, quindi, che i Cinque Stelle mostrino intelligenza e concordino sul fatto che la vicenda della Grecia riguardava un’altra situazione. L’Italia, a causa di tagli ventennali, è tra gli Stati europei che, in rapporto al Pil, investe meno in sanità e questo ha creato dei divari inaccettabili tra regione e regione. Anche il dramma della Lombardia è dovuto a una gestione meno pubblica, fatto che non si è verificato nel Veneto. I 37 miliardi servirebbero per intervenire seriamente e appianare le disparità.

Ultimamente , nella tua attività parlamentare, si è occupata anche dell’ex Alcoa di Portovesme, nel Sulcis: una vicenda che era passata in secondo piano

L’ex Alcoa vive una situazione molto particolare. Eravamo arrivata a buon punto nella trattativa tra lo Stato e i nuovi acquirenti: ora, però, la procedura è ferma perché non si sono ancora definiti tutti i parametri dell’accordo, come il prezzo dell’energia. Gli operai, quindi, ricevono un sussidio che, causa il meccanismo che prevede che l’importo si riduca a ogni deroga, equivale oggi a circa 500 euro. Questa è una cifra troppo bassa che non permette una vita dignitosa. Ho portato avanti, quindi, un’interrogazione parlamentare alla ministra Catalfo per proporre di inserire, tra i nuovi provvedimenti legati all’epidemia, una norma per equiparare il sussidio almeno al reddito di cittadinanza.

Restiamo in Sardegna: lei è sindaca di uno tra i borghi più belli dell’isola, Sadali. Due terzi dei nostri paesi, fortunatamente, sono risultati immuni dal contagio. La Sardegna può fare da apri pista alla “fase 2”?

Certamente e questa potremmo viverla come una grande opportunità, a partire dalla nostra insularità che, per una volta, è stata un fattore positivo, avendoci, in qualche modo, preservato. Poi, non solo in Sardegna ma in tutta Italia, dovremmo ripartire dal quel grande patrimonio che sono i nostri borghi. Sono i valori dei nostri borghi, quali il rispetto delle regole e delle persone, che non hanno permesso al contagio di diffondersi eccessivamente e, come anche proposto dall’architetto Boeri, da lì dovremmo ripartire, valorizzando, come mai è stato fatto prima, le nostre realtà più piccole.

Tutti ci ricordiamo il clima politico- assai teso – prima dell’emergenza. Che politica vede una volta passata questa crisi?

Io vedo un periodo di grandi opportunità, in cui colmare, finalmente, alcune lacune nei diritti e rivedere lo stato sociale, il welfare. Penso alle donne: hanno dovuto sopportare, e lo dovranno ancora, il peso più rilevante di questa crisi sanitaria. Le donne lavoratrici che hanno dovuto chiedere i congedi parentali per stare coi loro bimbi. Le mamme in generale e le insegnanti che si stanno misurando con la nuova esperienza della scuola a distanza. Le donne che lavorano in sanità. Insomma, questi due mesi ci consegnano una missione. Mettere in campo nuovi strumenti per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle donne. Valorizzare le loro energie, le loro competenze, le loro caratteristiche. Non dimentichiamoci che le donne si sono rivelati più resistenti al virus Sars-CoV-2. E allora ripartiamo dalle e con le donne.

Ritornando ai provvedimenti legislativi, e concludendo con una riflessione generale, è soddisfatta di quanto fatto o si poteva osare di più?

Si può sempre osare di più e ci proveremo, quando dovremo votare i 50 miliardi in deficit per i provvedimenti del, cosiddetto, “Decreto Aprile”. Ricordo, quando abbiamo votato i primi 25 miliardi di sforamento, lo stato d’animo che avevo, preoccupato, e ora parliamo del doppio. Però lo Stato ha davvero pensato a tutti: avremo il “Decreto liquidità” e il “Reddito di emergenza”. Vorrei sottolineare, però, un fatto particolarmente importante: durante questa crisi, siamo riusciuti a far ottenere una compensazione anche agli autonomi e alle “partite iva”, fatto mai accaduto. Siamo riusciti, così, a muovere i primi passi per il superamento di quella dialettica che vedeva scontrarsi lavoro pubblico e dipendente e autonomi: sono entrambi pilastri del tessuto sociale italiano ed entrambi vanno sostenuti.

Quando Thomas Mann disse: Attenzione, Europa!

di Daniele Madau

Se l’umanesimo europeo è diventato incapace di una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di se stessa in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un’espressione storica e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo (Attenzione, Europa!)

Così si esprimeva Thomas Mann, in quel momento di rinascita che era la prima alba dopo la seconda guerra mondiale.

Che bel sostantivo Rinascita: nella mia regione, la Sardegna, assume un significato storico particolare ma questa è un’altra storia, troppo lunga da seguire…

Rinascere è l’atto più bello che una persona possa sperimentare, molto di più che nascere: quando si nasce, infatti, non si ha memoria né dolore; quando si rinasce si ritrova qualcosa della vita di cui si ha ricordo felice, si sperimenta la sconfitta del dolore.

Tutto questo è molto umano, e tutto ciò che è umano ha a che fare con l’umanesimo, di cui ha scritto anche Mann. Due mila anni prima, però, così si esprimeva Terenzio, “Homo sum, nihil humanum alienum a me puto”: “Sono un uomo, niente di tutto ciò che è umano reputo lontano da me”.

L’umanesimo deve essere alla base di un’idea politica ed economica: questo siginfica la modernità, dalla rivoluzione francese in poi. Dirlo dal basso del nostro debito pubblico significa, certamente, far arrivare una voce flebilissima agli Stati che vivono nell’alto delle loro vette di benessere; eppure è la ragione a dirlo. Questo è il momento dell’oscurità e del dolore; nella rinascita, nell’alba, si dovranno intravedere i confini di una nuova Europa.Deve essere così, è già successo, lo chiede la storia, e la storia lo ha già mostrato.

Il vero paradiso, la vera utopia è sognare l’umanità che si tende la mano anche senza drammi come le pandemie. Uno di quegli stati nell’alto delle vette è la Germania: abbiamo iniziato con Mann, chiudiamo con Brecht: beata l’Europa che non avrà bisogno di drammi per unirsi.

L’Europa ai tempi del corona virus: dal giuridico “in solido” alla solidarietà

di Daniele Madau

Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi: del MOVIMENTO PERL’EUROPA LIBERA ED UNITA.

In questo modo si esprimeva Altiero Spinelli, nel suo Manifesto di Ventotene, nel 1941. Ricordato, nei giorni scorsi, dalla Presidente Von der Leyne, Spinelli incarna, al contempo, le fondamenta e la meta dell’Europa, la ragione e l’atto, nel senso del compimento.

Sicuramente è ora, anche oggi, di opere nuove, perché il momento è propizio: è il momento degli ideali, della solidarietà, della lotta comune, qualcosa di cui, se non fosse che scaturiscono da una tragedia, si sentiva la mancanza, come di una parte preziosa della nostra esistenza comune.

Date queste premesse, si può forse tentare di approfondire l’ambito economico del discorso, pur essendo qualcosa di molto complesso e settoriale.

L’Italia ha sempre, negli ultimi anni, avuto il benestare da parte dell’Europa al suo Documento Economico e Finanziario, pur con precisazioni, raccomandazioni, clausole di salvaguradia. Ha sempre versato quanto dovuto, non ha mai manifestato -tranne un breve, recente, momento- tendenze isolazioniste o autoritarie. E’ stata in prima linea nella gestione dei flussi migratori: le hanno chiesto scusa e l’hanno lodata.

Considerato questo, la richiesta dei bond europei non appare fuori luogo: lo sembrano, invece, le spiegazioni delle parti avverse, pur rassicurate su una non condivisione del debito pregresso.

Davvero può essere, la via del Coronabond, una nuova via spinelliana: legarsi in solido in ambito economico, fara sì che tutti avvertano sempre maggiore responsabilità gli uni verso gli altri, e se quel giuridico in solido diventerà solidarietà allora l’Europa potrà, a ben diritto, rivendicare verso l’Italia il suo appoggio, e non, com ora, giudicarla da lontano.

E allora, finalmente, l’Italia non avrà più scuse nel cercare di diventare sempre più europea.

Storia di uno scrittore che volle farsi cantore

di Daniele Madau

Mi inserisco subito tra tutti quelli che, in queste ore, stanno scrivendo, ricordando, tessendo le lodi e gli elogi di Luis Sepùlveda: è inevitabile, e giusto, direi.

C’è del letterario nella sua tragica morte, del sudamericano: ricorda Marquez, il colera, e quanti tutti hanno raccontato di contagi. Non sappiamo niente, giustamente, degli ultimi suoi giorni: di sicuro, ci saranno state sofferenze, in un atto così spontaneo ed essenziale come respirare, data la natura del virus. Possiamo solo immaginare e credere che i suoi sogni, la sua voglia di sperare, l’abbiano soccorso.

Era uno di quegli autori che, sempre, avevo in mente di riprendere, e di conoscere sempre di più: così accogliente, così diverso da gran parte della letteratura impegnata, e arrabbiata, che ci circonda, soprattutto in Italia. Le sue pagine sono uno schiaffo di saggezza, di fiducia, di delicatezza, oltre che di impegno vero, rispetto agli autori trenta – quarantenni così feriti, complicati, polemici, ombrosi.

Con lui, con le sue favole che, nel loro antropomorfismo animale, riprendevano la moralità antica per adattarla alla sensibilità e alle necessità moderne, con i suoi racconti da cantore omerico, ho riscoperto la lettura, dopo tanto tempo.

In lui ho ritrovato la voce, pacata, e autorevole perchè di chi ha sperimentato la gioia, della sapienza che conosce il vero motore del mondo, e cioè dei sogni e delle utopie.

Un intellettuale impegnato, seguace di Allende, che stava ventre a terra e andava piano come le sue lumache e che, con la sua scrittura e i suoi desideri, voleva volare o nuotare come le sue gabbianelle e balene.

Era rassicurante, per me, Sepulveda; ma non credo, così, di sminuirlo: soprattutto oggi, la sua è la più importante delle cure.

Ora si deve dire la verità

di Daniele Madau

Ci sono momenti in cui è un dovere dire la verità, con il fine più grande di, quando possibile, correggere, risvegliare gli animi, far cambiare qualcosa.

La verità è qualcosa che si impone da sé, prima o poi, in modalità e tempi a noi sconosciuti: per educare a prepararsi al momento in cui si sarebbe manifestata, la saggezza popolare, la mitologia, la religione hanno elaborato immagini e narrazioni indimenticabili, come la cicala e la formica, Cassandra, le parabole evangeliche.

Paradossalmente, queste immagini e narrazioni indimenticabili sembrano essere state dimenticate dalla società contemporanea, precisamente dalla società italiana, così fragile, così smemorata, così poco attenta al proprio benessere.

Quando è chiamata alle urne, infatti, sembra considerare la saggezza poco meno di niente, ultima tra i requisiti richiesti agli eletti, al contrario di arroganza, capacità di mentire, presenzialismo. La verità è questa, lo dico sull’onda della rabbia, senza timore di venire smentito.

Filosoficamente la verità, a esempio da Platone, è identificata con la scienza, in greco episteme, che etimologicamente significa “colei che sta in piedi da sola”, perché resiste alla verifica dell’esistenza.

La verità, allora, è che tutto ciò che noi, sessanta milioni di italiani, subiamo in questi mesi è il necessario frutto di scelte politiche che hanno, in maniera stupida – il contrario di saggia, appunto – tagliato le risorse della sanità e della scuola, i polmoni di una società, incentivato i condoni, non ricercato e punito gli evasori fiscali. E questo doveva avvenire, prima o poi, perché la verità non può non manifestarsi.

Diciamola, la cruda e dolorosa verità: certe vite si potevano salvare. Al di là della insensata retorica che, ancora a fine febbraio, portava a dire che eravamo pronti ad affrontare l’epidemia, che il nostro sistema sanitario, nella sua eccellenza, avrebbe retto senza troppi patemi.

Ancora a marzo, i nostri responsabili politici, erano convinti che ne saremo usciti prima degli altri: quante volte l’abbiamo sentito?

Bene, ora sappiamo che non è così: la Germania riaprirà le scuole il quattro maggio, la Francia l’undici; noi, forse, neache a settembre.

C’è una drammatica ridicolaggine in questo, un doloroso sentimento, pirandelliano, del contrario, da cui deriva un malinconico umorismo, nel notare che si sta avverando l’opposto.

Eppure, eppure, tutti noi lo sappiamo fin da bambini quanto conta la previdenza, la saggezza della cicala: me lo insegnavano i miei genitori.

Forse gran parte dei nostri responsabili, da anni a questa parte, non hanno avuto genitori che li ascoltavano, parlavano con loro e raccontavano di questi valori. Forse non hanno mai neanche ascoltato la celebre frase, attribuita a volte a Clarke a volte a De Gasperi: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”.

Erano, perciò, da comprendere e, magari, compatire. Non da votare.

Le forze politiche e la retorica della guerra


di Daniele Madau

Ha ragione un mio caro amico: a me che continuavo a scrivere di questo periodo come di un periodo di guerra – come tanti altri – mi ha parlato, invece, di una retorica di guerra inappropriata.

La sua è, spesso, una voce controcorrente, i miei sentimenti, invece, sono in genere comuni alla maggioranza.

Ha ragione perché, se fossimo davvero in guerra, le forze politiche troverebbero necessariamente un terreno comune su cui dialogare e, soprattutto, lavorare; se fossimo davvero in guerra, non ci sarebbe tempo per attaccarsi ma quel poco di tempo che l’azione deve riservare alle parole sarebbe speso per informare e confortare la popolazione.

La nostra costituzione è nata grazie all’apporto di sensibilità diversissime, che corrispondevano praticamente a tutto lo spettro possibile delle posizioni politiche: è stato un miracolo, dato dalla volontà e dalla maturità di non dividersi nel momento in cui si realizzava il futuro.

Ora non abbiamo il privilegio di assistere a questo miracolo: sarebbe un toccasana, un vero aiuto nell’isolamento, grazie a cui tutti noi potremmo avere l’orgoglio, e non la frustrazione, nel rinunciare alle nostre abitudini.

La responsabilità, per forza di cosa, è maggiormente dell’opposizione che dovrebbe avere il grande moto sacrificio di rinunciare alla lotta in nome della vera finalità della politica, il benessere di tutti noi, sperando che, a posizioni invertite, la maggioranza avrebbe fatto lo stesso.

Non tira aria, però; non sembra che questo miracolo possa riaccadere: evidentemente non siamo in guerra, o meglio, lo siamo ma le forze politiche non sembrano averne piena coscienza.

Giorno di esistenza, non solo di vita


di Daniele Madau

Quando ero piccolo, come tutti, credo, amavo maggiormente il Natale rispetto alla Pasqua: non penso ci sia bisogno di spiegare il motivo, sarà uguale a quello di ognuno.

Da qualche anno, invece, il giorno di Pasqua è per me il giorno in cui, ogni anno, scelgo l’esistenza. Provo a spiegarmi meglio perché, usando espressioni così generali, c’è il rischio di non essere compreso, oltre che di essere banale.

Tutti noi abbiamo un’identità che è frutto della nostra educazione, dell’ambiente in cui siamo cresciuti, del tempo in cui viviamo, delle ferite e delle gioie che abbiamo avuto e delle persone incontrate durante i nostri anni. Davanti a questo noi possiamo vivere o, per esprimermi con le parole del teologo Vito Mancuso, esitere, etimologicamente pormi fuori, stare fuori, ascoltarmi. E come il vento sento stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien
…purtroppo devo continuare con le mie parole e non con quelle di Leopardi e scrivere che, quando exsisto e mi ascolto mi sovvien la forza di continuare, di non essere quelle ferite, di assecondare quel moto che dal sepolcro porta alla nuova vita: che può anche essere umile – perché si legge che Gesù mangiò dei pesci, risorto, coi discepoli – ma che asseconda il principio del crescere, del germogliare, del risanare che davanti ai nostri occhi si squaderna in questi giorni di luce e primavera.

A volte questo ascoltarsi porta a una sensibilità estrema, addirittura ad aver paura (ove per poco il cor non si spaura), a volte si pensa che viva meglio – viva ma non esista – chi, per le condizioni in cui è cresciuto, è abituato a non ascoltarsi e ad avere come cardine dei suoi giorni l’impulso. Eppure in questo giorno, che è uno dei pochi durante l’anno in cui ci scambiamo gli auguri, io auguro di trovare quel momento di esistenza, in cui ci ascoltiamo e troviamo in noi quel dna di pace, sete di abbracci e di luce che è quello che ci manca, e la cui speranza ci fa resistere, in questi giorni di – parola che sarebbe annoverata come poetica da Leopardi – lontananza.

Se un libro è come il pane

di Michele Serrala Repubblica 10 aprile 2020

La riapertura delle librerie avviene tra qualche polemica (secondo qualche acuto censore sarebbe solo “una posa culturale”, ovviamente dei radical chic, che come è noto sono al potere) e le legittime perplessità dei librai stessi, contenti di ricominciare da una parte, in apprensione per la loro salute da quell’altra.

Ci sono già troppi epidemiologi in attività perché ci si possa permettere di valutare il rischio sanitario di una libreria rispetto a quello di un ferramenta o una panetteria o una tabaccheria o una macelleria o un lavasecco, per non dire dei bar con bravi barman, tutte botteghe che frequentavo, frequento e sarò felice di poter rifrequentare con equanime devozione e gratitudine. Devo ammettere, però, che vedere il libro nel paniere dei beni primari – di questo stiamo parlando, no? – mi rende felice e mi procura sollievo. Ha un valore simbolico, come si usa dire, così evidente che davvero non vale la pena stare a disquisire sulle intenzioni recondite di una misura dal significato lampante: la cultura è come il pane, e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, a dispetto di ogni sua mutazione tecnologica o merceologica.

Spetta ai librai – e solo a loro – capire come e quando, con quali misure di sicurezza, con quale esposizione al rischio commerciale e a quello virale, riaprire i battenti. Possiamo solo immaginare che le piccole librerie avranno il vantaggio di poter controllare il traffico umano con molta più facilità, quelle grandi dovranno penare non poco per capire il da farsi, e magari ispirarsi alle politiche di autotutela dei supermercati (la Feltrinelli e la Mondadori telefonino a Esselunga e Coop per chiedere consiglio). Il rischio zero, questo lo stiamo capendo, non esiste in natura. Esiste, quella sì, la minimizzazione del rischio, che va perseguita ad ogni costo, e con tenace puntiglio.

Le librerie, tra l’altro, sono abbastanza abituate alla lesina: dei clienti e delle vendite. Non è un assalto ai forni, quello che attende le librerie italiane. E’ un centellinato ritorno a casa della minoranza di italiani bisognosi di leggere un risvolto di copertina. Con qualche inattesa new entry, magari: così come tutti cercavano un cane come pretesto per uscire di casa almeno per qualche minuto, forse qualcuno sentirà un impellente bisogno di entrare in una libreria, giungla fin qui sconosciuta, alla ricerca di qualche titolo pop (ricette? romanzetto sexy? saga dei vampiri?) che giustifichi presso le autorità l’uscita di casa.

Il libro, va detto in sua gloria, è un oggetto molto più popolare di quanto si vociferi. Ce ne sono anche di trucidi, di brutti, di sciocchi, c’è un libro per ogni tasca e per ogni testa. L’idea del libro come feticcio per gli eruditi è appena appena un alibi per giustificare l’ignoranza, che invece è una zavorra, una malattia, una deficienza della quale bisogna che ognuno cerchi di liberarsi in fretta, se non vuole nuocere gravemente al proprio sistema immunitario.

Dopo le librerie, piano piano, adelante con juicio, pezzin pezzetto, un centimetro al giorno, toccherà, nei mesi e negli anni, anche ai cinema e ai teatri ai musei alle mostre eccetera, che sono utili all’umore, allo sguardo, alla mente, parte del metabolismo degli individui e delle società. Lo ha detto benissimo Stefano Massini ieri l’altro, nel suo intelligente siparietto in tivù. Anche lì, si rassicurino gli astuti smascheratori della congiura degli intellettuali: l’arte è talmente popolare che le file davanti ai musei, ai palazzi storici, ai luoghi insigni – gente di tutti i paesi che si fiata addosso – vanno considerati un rischio sanitario tanto quanto gli stadi pieni, i concerti rock, i matrimoni di camorra con centinaia di cugini e cognati e affiliati. L’uomo è promiscuo, ed è promiscua anche la cultura. Le librerie, nel quadro chiassoso e massificato della cultura contemporanea, sono una specie di convento, un luogo di meditazione, dunque il più facile dei segmenti da riaprire e rigovernare.

Si confida nella saggezza e nella prudenza dei librai. Il resto è francamente una polemica per soli snob. Noi che scriviamo libri e li leggiamo, siamo pop da tutta la vita

Una notte di 29 anni fa

di Luchino Chessa

In un momento così drammatico della nostra vita, in cui ogni giorno
apprendiamo di un numero così impressionante di malati e di morti per
la pandemia da coronavirus, con le Istituzioni impegnate in una
difficilissima lotta per contenere l’infezione e fare tornare il
Paese alla normalità, noi familiari delle vittime della più grande
tragedia della marina mercantile italiana dal dopoguerra, in punta di
piedi, abbiamo l’obbligo di ricordare i nostri cari deceduti 29 anni
fa in occasione della annuale ricorrenza del 10 aprile.
Pur essendo trascorsi molti anni da quella terribile notte del 10
aprile 1991, sentiamo ancora vivo il dolore che non potrà placarsi
sino a quando non verrà fatta giustizia e fino a quando i responsabili
di questa strage non saranno identificati e non saranno chiamati a
rispondere delle loro condotte. La strage del Moby Prince ha
comportato la perdita di 140 persone, passeggeri e membri
dell’equipaggio del Moby Prince, deceduti dopo ore di sofferenza e di
agonia, in attesa di soccorsi mai arrivati e che hanno potuto contare
solo su se stessi e sul tentativo degli uomini dell’equipaggio di
mettere in sicurezza i passeggeri del traghetto, come confermato dalla
Commissione parlamentare di inchiesta.
Oggi, per la prima volta, noi familiari commemoriamo i nostri morti
ciascuno dalla propria casa e dalla propria città, ma uniti
spiritualmente e con il cuore a tutti gli altri familiari delle
vittime. Siamo uniti dalla volontà e dalla speranza di avere
giustizia, perchè non intendiamo rassegnarci nè alla mancanza di
giustizia nè alla perdita della memoria su quanto acceduto quella
tragica notte. Per questo siamo fiduciosi nel lavoro della Procura di
Livorno, che ha riaperto le indagini dopo il deposito della relazione
da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta, così come
speriamo che l’esito della causa civile da noi promossa nei confronti
del Ministero dei Trasporti e della Difesa, la cui prima udienza di
terrà il prossimo 5 giugno, potrà finalmente riconoscere e dichiarare
anche in sede giudiziaria le gravi responsabilità della Capitaneria di
Porto di Livorno.
Oggi affidiamo la nostra testimonianza ed il nostro ricordo alle
Istituzioni dello Stato affinchè si facciamo interpreti, con il loro
intervento, della nostra ferma volontà di non dimenticare e di non
abbandonare la ricerca della verità sulla strage del Moby Prince.

Luchino Chessa, presidente Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime
Moby Prince Onlus
Loris Rispoli, presidente Comitato 140 Familiari Vittime Moby Prince

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