La testimonianza di Agnese Moro e Franco Bonisoli: aprire una nuova via nel deserto

di Daniele Madau

Non è semplice scrivere un articolo di questa natura, di questo tenore: perché bisogna scrivere della bellezza, della forza della vita, della capacità del bene di irrigare, e seminare, i terreni dei cuori aridi e abbandonati, e renderli nuovamente fertili, dal raccolto abbondante oltre misura. Come parlare di un miracolo, dell’inspiegabile o irrazionale; e poi, misurarsi con sé stessi, col proprio coraggio e con quanto si è disposti a credere al bene e alle nuove forme di giustizia: perché se uno tocca con mano quello che possono creare, allora deve comportarsi di conseguenza, e mettere in gioco- per il bene – anche la propria vita.

Sabato 24 agosto, nella comunità di recupero ‘Il Samaritano’, ad Arborea in provincia di Oristano, si è tenuto uno degli ultimi incontri del festival letterario ‘Propagazioni’: con Pino Tilocca, hanno dialogato Agnese Moro e Franco Bonisoli.

Agnese Moro e Franco Bonisoli sono la figlia di Aldo Moro, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, e il membro della direzione strategica e del comitato esecutivo delle stesse BR, che, nell’agguato di via Fani, fa parte del gruppo di fuoco, travestito da aviere e armato di un mitra.

Agnese Moro e Franco Bonisoli – prima in silenzio, poi davanti a tutta l’Italia- dopo 22 anni di carcere di Franco, hanno deciso  di dialogare, ascoltarsi, incontrare il perdono e, poi, l’affetto, in un percorso di ‘giustizia riparativa’, che, a vari livelli – come testimoniato dagli approfondimenti del nostro giornale- sta trovando accoglienza in Italia.

Alla fine di questo percorso, c’è l’amicizia, come dono di rinascita, come vera riparazione dalla follia di cui si è avuto coscienza: e il simbolo esteriore e tangibile di questo ristoro e di questa resurrezione sono i sorrisi e le battute che si scambiano, le parole che ci condividono, che nascono da una forte consapevolezza del male visto e vissuto, e dall’irreparabile che ne è  scaturito.

‘Nessuno mi restituirà mio padre e la mia giovinezza’; ma, a queste parole di Agnese, ne succedono subito altre, diverse e opposte, come a neutralizzarle o a chiarirle meglio. Chiama Franco Bonisoli e Adriana Faranda – anch’essa ex brigatista- ‘i miei cari’ . Afferma, convinta, che, dopo i 22 anni di carcere, Franco non doveva più niente a nessuno, tanto meno a lei. Poi, i momenti più intensi: quasi grida che del dolore di un carcerato non se ne fa niente e che, tutto ciò che desidera, è che si applichi il dettame della Costituzione sul reinserimento sociale di un condannato.

Franco non riesce a parlare bene: l’emozione glielo impedisce. Piange durante tutti gli interventi e, per questo, il silenzio, anche di queste righe, sarebbe la scelta migliore.

Anche lui, però,  ha un momento in cui parla in maniera più concitata: quando afferma di esser iniziato a cambiare quando ha percepito un’ umanità nuova intorno a lui, presentata da parole nuove: quelle del cappellano del carcere e del cardinal Martini, che lo chiamavano ‘fratello’. Prima, la durezza del carcere, aveva solo rafforzato le sue convinzioni e la sua, di durezza.

Ecco il chiavistello, ecco l’arcano svelato che, in realtà,  è sempre sotto i nostri occhi: quando la società,  lo Stato e le persone, che li compongono, hanno la forza, l’autorevolezza e il coraggio di cercare vie nuove, una via nuova si apre. È il senso intrinseco delle vita, che vuole crescere.

Di tante nuove vie qualcuna si perderà nuovamente; ma sarà sempre la logica della vita, che prevede sempre un margine, data la fragilità dei nostri cuori.

Quando l’incontro finisce, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di assolutamente nuovo, dovuto forse all’ eccezionalità dei due protagonisti, capace di far provare un senso di crescita, maturazione e di respiro del cuore. Un senso di gioia. Una cosa rara, sempre, ma soprattutto in un periodo come questo, di solitudini e privazioni di speranza.

Anche questo, allora, è uno degli effetti della ‘giustizia riparativa’, quello di coinvolgere tutti e, in tutti, far passare il filo d’oro del Kintsugi, quello dorato che ripara le crepe.

Cosa sarebbe successo se, al contrario, tutto fosse rimasto in carcere, dietro le sbarre, consumato dal, e nel, dolore?

Mai voltarsi dall’altra parte

di Cristiana Meloni

Stefania Secci, di origini cagliaritane, si dichiara una divulgatrice di raggi di sole e di speranza, per tutte le persone vittime di violenza. Ha un organizzazione di volontariato, di cui è madrina, chiamata “Faro giuridico”. Da ottobre dello scorso anno, ha intrapreso anche la carriera di giornalista, con l’ambizione di specializzarsi nel giornalismo investigativo, alimentata dal suo profondo desiderio di portare alla luce la verità e dare voce a chi non ce l’ha. Attivista instancabile, si batte ogni giorno contro la violenza di genere, una piaga sociale che troppo spesso viene sottovalutata. Grazie alla sua denuncia, lo scorso 26 Luglio, è stato arrestato il titolare della MIA Models Italian Academy di Corneliano d’Alba (Cuneo), Paolo Ferrante, accusato di aver violentato ben cinque modelle. Questo atto di denuncia non solo ha dato giustizia alle vittime, ma ha anche acceso una luce su un ambiente dove spesso il silenzio prevale.

Cristiana Meloni, per la redazione di “La riflessione politica”, ha avuto il piacere di intervistare Stefania. Una donna coraggiosa, umile e d’ispirazione, che ha saputo trasformare la sua dolorosa esperienza personale in una missione di aiuto agli altri. Come redazione, ci impegniamo a offrire uno spazio – o meglio, una voce – a storie come questa, che non devono mai rimanere circoscritte alla sola vittima, ma riguardare tutti noi. Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, e grazie al coraggio di Stefania, oggi possiamo fare la nostra. È una battaglia che io ho combatto da sempre. Sono le prime parole di un’intervista coinvolgente. Mi batto contro la violenza di genere ma ci sono delle tematiche nelle quali è necessario soffermarsi sempre di più. Io condanno la violenza in ogni sua forma, da quella fisica a quella psicologica. Tuttavia, quello di cui si parla costantemente, ogni giorno, è la violenza sulle donne. E questo è agghiacciante!

Quali pensi siano le cause principali della violenza contro le donne nella nostra società, in base a ciò che purtroppo hai subito?

Ho accertato personalmente che una delle cause scatenanti della violenza è la mancanza di empatia. La nostra società ne è carente! Sono convinta che, se le persone fossero più empatiche e avessero un canale comunicativo aperto verso il prossimo, molti episodi di violenza, sia fisica che psicologica, non esisterebbero. La violenza psicologica, ad esempio, pur non lasciando segni visibili all’esterno, lascia cicatrici profonde. Anche io ho vissuto molte situazioni di violenza psicologica nel passato, e quelle esperienze mi hanno lasciato cicatrici che conosco bene. Dall’esterno magari non si vedono, ma io le porto con me ogni giorno.

Questo mi ha sempre portato a chiedermi: perché le persone arrivano a essere così cattive e meschine? La risposta a cui arrivo sempre è la mancanza di empatia. Credo che questa carenza abbia radici profonde in una struttura fondamentale che ognuno di noi dovrebbe avere sin dalla nascita: la famiglia. Oggi, purtroppo, molti giovani tendono a essere violenti, sia nel pensiero che nelle azioni, perché in famiglia hanno normalizzato questo comportamento. Pensano, erroneamente, che “sia normale” agire in questo modo.

Pensiamo a uno degli ultimi fatti di cronaca avvenuti alla stazione Termini di Roma: dei ragazzini di 13 anni hanno aggredito una capotreno con un coltello, a calci e pugni, solo perché non avevano il biglietto. Azioni compiute per motivi futili! Questa violenza non riguarda solo i giovani, ma anche i ragazzi più grandi, che spesso perpetuano la violenza domestica contro le proprie compagne, arrivando in alcuni casi al femminicidio.

Da questo di vista, hai trovato nel tuo cammino delle persone empatiche o ti sei sentita sola?

Ho tanti aneddoti da raccontare. Dai 13 ai 18 anni, sono stata vittima di bullismo pesante, discriminazione e violenza psicologica. In quel periodo, ero circondata da adulti cattivi e insensibili; l’unico sostegno empatico che avevo proveniva dalla mia famiglia, da mia madre e mio padre. Tutto il resto sembrava non esistere. Crescendo, alcune di quelle situazioni sono svanite perché sono diventata una donna adulta e consapevole. Ho trasformato il mio istinto da “crocerossina” in una forza per aiutare gli altri e, facendo questo lavoro, ho scoperto che le persone empatiche ci sono, eccome. Ci sono persone buone, perché c’è sempre una luce in mezzo alla melma! Questo è un messaggio che dobbiamo sempre far emergere per evitare di cadere nell’abisso del male.

Quando si verificano situazioni negative, specialmente in ambito di violenza, c’è sempre una parte di persone che, anche se non direttamente coinvolte, sentono il bisogno di agire. Gli si smuove la coscienza e cercano di proteggere le vittime. Quindi, sì! Ci sono sempre persone buone, “angeli” come li chiamo io, disposte ad aiutare il prossimo. Anche nelle situazioni peggiori possono accadere cose belle, e sono felice di vedere che, grazie ai social e alla maggiore informazione, stiamo riuscendo a smuovere più coscienze rispetto a prima. Anche noi giovani, e in particolare noi giovani donne, non vogliamo più stare in silenzio. Cerchiamo di attivare un meccanismo di difesa non solo per noi stesse, ma per tutte, anche per chi non conosciamo. E questo è bellissimo!

Penso, ad esempio, a Giulia Cecchettin. Il 25 novembre, nei giorni in cui è stato ritrovato il suo corpo, mi trovavo a Roma per lavoro. Ricordo che tutte le strade erano bloccate da manifestazioni, non solo femministe o contro la violenza sulle donne (considerata la data), ma soprattutto per Giulia! Quel giorno, tutta l’Italia si è mossa per Giulia.

Stefania, possiamo certamente affermare che, anche tu, sei stata un angelo per tutte le modelle e giovani donne che in te hanno trovato empatia, supporto e soprattutto il coraggio di denunciare. Ognuno di noi affronta la sofferenza, grande o piccola, ma ciò che fa la differenza è cosa si fa di quella sofferenza. Se utilizzata come ponte verso l’altro è una vittoria. Ma se utilizzata per generare altra violenza è una sconfitta. Molti carnefici, infatti, sono stati prima di tutto vittime. Cosa ne pensi?

Mi trovo pienamente d’accordo. Sono una persona molto empatica, persino nei confronti dei carnefici. Ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni e parole, e deve rispondere di ciò che fa. Tuttavia, non posso ignorare il fatto che, quando una persona arriva a compiere gesti estremi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato, sia a livello patologico che psicologico. Non sono una psicologa, una psicoterapeuta né una criminologa, ma è evidente che non si può semplicemente svegliarsi un giorno e decidere di compiere atti terribili come sterminare una famiglia. Questi comportamenti indicano che c’è un problema di fondo che deve essere studiato e contestualizzato. Solo così possiamo sperare di fare prevenzione efficace.

Potresti descriverci l’impatto che la violenza ha sulla vita delle donne, sia a livello personale che comunitario? Molte donne hanno, infatti, paura di denunciare per paura di non essere credute, emarginate o, addirittura, di essere accusate di vittimismo.

Questa è per me una tematica molto cara, che sto cercando di far comprendere a quante più persone possibile: la questione della vittimizzazione secondaria, o meglio, la cosiddetta colpevolizzazione delle vittime. Non riesco a capire perché, quando accadono fatti terribili come lo stupro, ci siano persone che immediatamente incolpano le vittime con il famoso “te la sei cercata”. Non tutte le persone si comportano così, certo, ma resto comunque sconcertata quando, anche nel caso di Paolo Ferrante, ho letto commenti che colpevolizzavano queste povere ragazze con affermazioni simili. C’è spesso un tentativo di far sentire in colpa le vittime, quando in realtà non hanno alcuna colpa!

Una riflessione che faccio da mesi è che, come giovani donne, veniamo spesso cresciute con l’idea che, essendo donne, dobbiamo stare attente a uscire di casa da sole. Quando una ragazza esce da sola, vestita elegantemente e truccata, sembra quasi impensabile che possa tornare sana e salva. I genitori, tendenzialmente, educano le proprie figlie mettendole in guardia, ma pochi sembrano pensare di educare i propri figli maschi a rispettare una donna che incontrano per strada, da sola. Questo dovrebbe essere un automatismo per un uomo, ma purtroppo non lo è, e questo è uno dei motivi che alimentano la violenza. La vittimizzazione secondaria e una mancanza di educazione in famiglia sono entrambe alla radice del problema. Se un figlio maschio cresce senza rispetto, probabilmente non ha ricevuto una formazione adeguata da questo punto di vista. Secondo me, nel 2024 non siamo ancora pronti.

Nel caso specifico di Paolo Ferrante, la maggior parte delle ragazze che ho ascoltato si sono aperte con me perché, con tatto e delicatezza, le ho prese tutte a cuore. Una delle prime cose che mi dicevano, quando chiedevo loro perché non avessero parlato con qualcuno o denunciato subito, era che ciò che le bloccava era il timore di essere giudicate dalla famiglia e di non essere credute se avessero denunciato. Le due ragazze che, anni prima, avevano denunciato in un’altra caserma, erano state derise.

Una delle cose per cui mi batto sempre, soprattutto con le istituzioni, è che quando una vittima di qualsiasi età decide di denunciare una violenza, deve essere accolta, messa in sicurezza e ascoltata. Non dobbiamo essere giudicate, ma ascoltate! Poi sarà la legge a fare il suo corso. Molte di queste ragazze sono giovanissime: ho accolto ragazze di 18, 20, 24 e anche 30 anni, e questo dimostra quanto fosse subdola la manipolazione messa in atto da Ferrante, che trascendeva qualunque esperienza nel campo della moda. Queste donne, quando si sono trovate in situazioni di truffa, raggiro, abuso o violenza sessuale, erano terrorizzate all’idea di andare in una caserma e denunciare, per timore di essere giudicate.

Questa situazione mi ha fatto riflettere profondamente, fin dalle prime indagini tra settembre e ottobre dell’anno scorso: perché queste ragazze non sono state ascoltate? Perché molte di loro non hanno avuto modo di chiedere aiuto? Evidentemente, mancavano supporti fondamentali, e molte di loro erano terrorizzate. Anche io ho provato una rabbia intensa! Ho sempre cercato di mettere in sicurezza tutte le ragazze che venivano intercettate. Un’altra cosa che trovo impensabile è che ci siano voluti dieci anni per fermare questa persona. Ho scoperto, infatti, che molte persone residenti a Gallo (frazione di Alba), dove viveva Paolo Ferrante, avevano notato cose strane (come ragazze che uscivano in lacrime dall’agenzia o che venivano palpeggiate), ma tutti sono rimasti in silenzio. È facile parlare quando una persona è stata arrestata, ma in questi casi c’è sicuramente dell’omertà. Non si comprende che questo silenzio rischia di far passare dalla parte del carnefice, rendendo complici di quei crimini. Se si sa qualcosa, bisogna denunciare! Non credo che riuscirò mai a capire questo silenzio.

Quali sono, secondo te, le misure più efficaci per prevenire e combattere la violenza sulle donne? E come si potrebbe migliorare il supporto alle vittime a livello istituzionale e sociale?

A livello istituzionale, sarebbe necessario organizzare molti più meeting e forum di sensibilizzazione, che mi piacerebbe anche promuovere personalmente. Non dovrebbero però essere limitati solo alle scuole, poiché il problema riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Bisognerebbe quindi utilizzare le piazze pubbliche per organizzare forum interattivi con specialisti e testimonianze di vittime, creando un ambiente che possa informare e smuovere le coscienze. Questo, a mio parere, sarebbe un ottimo punto di partenza.

In secondo luogo, le istituzioni dovrebbero proporre un inasprimento delle pene. Se una persona sa che, commettendo un reato, potrebbe finire ai domiciliari per poi tornare presto a piede libero, non si risolve nulla. Al contrario, se per certi reati si rischiano dai 15 ai 20 anni di carcere, probabilmente si penserà due volte prima di compiere certe azioni. Tuttavia, va riconosciuto che non sarà una pena più severa a cambiare il mondo, ma è probabile che molti di questi gesti possano essere ridotti.

È importante, inoltre, istituire sportelli di ascolto, poiché molte persone che arrivano a compiere gesti violenti, pur non giustificabili, hanno evidenti problemi psicologici. Spesso inviano segnali prima di commettere qualsiasi atto di violenza, e questi segnali devono essere colti e ascoltati. Queste persone devono poter ricevere l’aiuto necessario per evitare di fare del male agli altri.

A livello sociale, serve un intenso lavoro di informazione, un compito che spetta anche a noi. Ognuno di noi deve trovare il modo e il tempo per informare e sensibilizzare, partendo dalla famiglia, che educa il figlio maschio e la figlia femmina ai valori del rispetto, oggi sempre più carente. È essenziale insegnare ai figli a fermarsi e accettare un “no”.

Un’altra iniziativa che ritengo importante è quella che porta avanti la famosa criminologa Roberta Bruzzone, con campagne di sensibilizzazione mirate a far comprendere alle vittime di manipolazione psicologica come uscire da queste situazioni. La violenza, infatti, è anche psicologica, ed è la più subdola, poiché molte persone non si rendono conto di essere vittime. Pensano che ciò che vivono sia normale. Ma una cosa che dico sempre è che non siamo tutti forti: ci sono persone che, a 50 o 60 anni, sono vulnerabili come un adolescente di 16 anni. Bisogna fare un grande lavoro di informazione, collaborazione e sensibilizzazione.

Come viene affrontato, secondo te, nel mondo dei social media il tema della violenza e come si potrebbero utilizzare in maniera costruttiva?

Partiamo dal presupposto che io non sono un’influencer. Prima dell’avvento di Instagram, ero attiva su Facebook e lo utilizzavo come un vero e proprio diario: scrivevo le mie riflessioni per confrontarmi con le persone e discutere dei fatti avvenuti. Ho notato che questo approccio funzionava, contrariamente a quanto si crede comunemente, poiché molte persone vedono i social in modo negativo. Non è sempre così, e io sono la prima a difendere l’educazione all’uso dei social, perché è proprio da qui che nascono fenomeni come il cyberbullismo e comportamenti maleducati, come il body-shaming sotto le foto, gli insulti e il bullismo. Sono i cosiddetti “leoni da tastiera”.

Spesso, anche io sono stata oggetto di questi attacchi, soprattutto perché mi espongo sempre in prima persona per difendere le vittime e schierarmi dalla loro parte. Tuttavia, molte persone continuano a lasciare commenti sgradevoli sotto determinati post. Io sono a favore del dialogo, purché sia educato e civile, anche in presenza di opinioni divergenti. Ciò che non tollero e condanno fermamente è l’odio sul web.

Quando sono approdata su Instagram, l’ho utilizzato come facevo con Facebook, ossia come uno strumento informativo e di sensibilizzazione. Credo che quando i social vengono usati in modo positivo, i messaggi arrivano alle persone giuste, come le vittime di dinamiche negative, che spesso ti contattano perché hanno bisogno di te e del tuo aiuto. Dovremmo tutti essere più gentili sui social, perché non sappiamo chi si cela dietro un profilo. Potrebbe trattarsi di una persona che sta attraversando un momento di fragilità, e basta una parola di troppo per compromettere il suo equilibrio mentale.

Tempo fa, avevo trattato il caso di un giovanissimo ragazzo, Vincent Plicchi, che l’anno scorso si è suicidato a causa di attacchi di cyber odio. Di fronte a questi episodi, ci si chiede: quali problemi ha la nostra società? Questi sono fatti gravissimi.

Il cyberbullismo e l’odio online sono il cancro dei social. Dovremmo invece utilizzare queste piattaforme per diffondere messaggi positivi ed emozioni genuine, attraverso post che, come faccio io, possano aiutare le persone.

Se, in questo momento, avessi davanti una vittima di violenza di ogni tipo che ha paura, cosa le diresti? Quali sono i passi da seguire?

La prima cosa che le direi è: Non avere paura! Non sei sola/o. Da questo momento, ci sono io con te. È fondamentale mettere a proprio agio la vittima, farla sentire al sicuro e farle percepire la nostra vicinanza. Bisogna ascoltare e accogliere ciò che ha da dire, comprendere la sua storia e accompagnarla nella fase più delicata, che è quella della denuncia. La denuncia è infatti il primo passo verso una maggiore sicurezza, sia a livello personale che psicologico.

Un’altra cosa che tutti dovremmo imparare a fare è stare vicino alle persone che portano dentro di sé ferite profonde. Offrire un contatto umano è essenziale, soprattutto perché spesso queste persone sono sole, senza famiglia o amici. Creare un ambiente che le faccia sentire accolte è fondamentale. E, se necessario, aiutarle a trovare specialisti che possano curare le loro ferite interiori e accompagnarle in un percorso di ricostruzione della propria vita.

Capisco che possa sembrare difficile, e che qualcuno possa pensare che sia troppo da affrontare, ma le persone non si aiutano solo con una denuncia – per quanto sia un passo fondamentale – bensì anche con un supporto umano e concreto. Non è facile! È importante che, dall’altra parte, ci sia una persona disposta a tendere una mano. E se non si è in grado di aiutare da soli, bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto. Mai voltarsi dall’altra parte, ma cercare di offrire un aiuto concreto!

Il racconto del Cagliari: calcio di notti di mezza estate

di Daniele Madau

I Giornata di Serie A, Unipol Domus/ Cagliari-Roma 0-0

CAGLIARI (3-5-2): Scuffet; Zappa, Wieteska, Luperto; Azzi, Deiola, Prati (71′ Adopo), Marin, Augello; Piccoli (86′ Lapadula), Luvumbo (71′ Pavoletti). All. Nicola.

Roma (4-3-3): Svilar; Celik, Mancini, Ndicka, Angelino; Cristante, Le Fée (61′ Baldanzi), Pellegrini; Zalewski (69′ Dybala); Dovbyk (90′ Abraham), Soulé (90′ El Shaarawy). All. De Rossi.

Arbitro: Livio Marinelli

Ammoniti: Deiola, Azzi

La cronaca in 6 momenti di Eurosport

4′- PRIMA OCCASIONE CAGLIARI! Wieteska colpisce di testa tutto solo in area di rigore: palla alta di poco

41′- OCCASIONE CAGLIARI! Marin calcia potente con il mancino dal limite dell’area, Svilar risponde presente. Sulla ribattuta Piccoli viene murato da Ndicka

48′- OCCASIONE ROMA! Soule ci prova con il collo esterno di controbalzo: Scuffet devia in calcio d’angolo

55′- OCCASIONISSIMA PER LA ROMA! Pellegrini si ritrova un rigore in movimento dopo il cross di Zalewski e il velo di Dovbyk, ma il suo tiro è troppo centrale e Scuffet para senza patemi

80′- ROMA VICINISSIMA AL GOL CON DOVBYK! L’attaccante si smarca sul secondo palo e riceve il suggerimento di Dybala: colpo di testa imperioso ma traversa piena!

81′- UN ALTRO LEGNO A CAGLIARI! Marin conduce la palla al limite dell’area e libera il destro: Svilar ci mette la mano e allunga la sfera sulla traversa

32 mi di Coppa Italia, Unipol Domus / Cagliari- Carrarese: 3-1 (reti: Piccoli, Pavoletti, Panico, Prati)

CAGLIARI (3-4-2-1): Scuffet; Zappa, Wieteska, Luperto; Deiola, Marin, Azzi, Augello; Luvumbo, Piccoli; Pavoletti.

CARRARESE (3-5-2): Bleve; Coppolaro, Illanes, Imperiale; Zanon, Schiavi, Capezzi, Cicconi, Panico, Zuelli; Panico; Cerri.

Calcio, e caldo, di una notte di mezza estate, con gli ‘agostani’ di città che hanno dimostrato di essere ben contenti di trovare nell’Unipol Domus un rifugio da sera estiva, col Poetto a due passi, e il modo per mostrare l’amore ai rossoblu’. L’attesa si percepiva già dal traffico, particolarmente intenso, per raggiungere lo stadio. Stadio che, del resto, presenta un bel colpo d’occhio. È la prima uscita dell’anno del Cagliari, in una notte di mezza estate d’afa, abbondantemente preannunciata dai media.

Si giocano i 32mi di Coppa Italia e mister Nicola ha confidato, alla vigilia, di essere emozionato e di non vedere l’ora di giocare.

Evidentemente anche i re si emozionano; perché se Ranieri era ‘mister and commander’, Nicola non può che essere ribattezzato, qui, re David, come da sovrano biblico, valoroso guerriero, musicista e poeta, accreditato dalla tradizione quale autore di molti salmi.

L’odore dell’erba arriva sino alla – oggi spaziosa- tribuna stampa e , con lui, si rinfocola il desiderio di sport che brucia dalle Olimpiadi. La serata si presta: il pubblico è in festa, girano attorno a noi bambine dipinte di rossoblu’ e la Carrarese sembra la invitata contro voglia a questo ‘party’ estivo. Il neo acquisto Piccoli si prende gran parte della scena: colpo di testa debole come primo elemento di un trittico che, poi, presenta il goal e la partecipazione al raddoppio di Pavoletti. L’azione del primo goal ricorda il Cagliari di Ranieri, con una verticalizzazione andata a buon fine grazie all’aiuto del portiere avversario, mentre la seconda nasce da calcio piazzato, con il capitano Pavoletti che ‘ruba’ involontariamente la paternità del goal all’ex atalantino.

Il Cagliari sembra giocare con autorevolezza anche a inizio ripresa, in cui le punte del diamante avanzato continuano a brillare particolarmente con Luvumbo, anche se la difesa assiste, forse divertita, a un clamoroso goal sbagliato dalla Carrarese. È il preavviso del goal toscano, che arriva poco dopo con Panico che, in un colpo solo, sulla fascia destra, brucia Augello e Scuffet. Sembra incredibile ma il pubblico pare spazientirsi: ne fa le spese Deiola, per il quale arriva qualche fischio al momento della sostituzione. In effetti il Cagliari sembra sfilacciarsi e perdere l’aggressività precedente, che sembrava il primo tratto del pennello nuovo di re David, ma la volubilita’ dei tifosi in tribuna è impressionante. In curva nord no, lì il tifo è sudore e fede.

Ben presto,però, il pubblico è di nuovo tutto unito: un’acrobazia di Marin e il 3-1 del neoentrato Prati riportano, infatti, il clima della serata a quello di festa di mezza estate. Intanto, risuona ancora il nome di Riva, tra un tripudio di applausi.

La gara si avvia alla fine pensando, più che alla Cremonese- prossima avversaria in Coppa Italia-, che, anche se l’afa ci ricorda che è piena stagione balneare, tra meno di una settimana ci si ritroverà per la prima di campionato, con la Roma. Per il primo esame, quello vero. Quello che un tempo, a scuola, sarebbe stato l’esame di settembre. Ma ora, a scuola come in campionato, gli esami iniziano ad agosto.

De Gregori a Cabras: un usignolo in laguna

di Daniele Madau

De Gregori a Cabras. Immagine ‘Unione Sarda’

“Gli usignoli non fanno altro che produrre musica piacevole di cui noi godiamo. Non mangiano i frutti nei giardini della gente, non fanno il nido nei lettini di mais, non fanno altro che cantare a squarciagola per noi. Per questo è un peccato uccidere un usignolo

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui Giuseppe Fiori narrava la lotta dei pescatori di Cabras, sulla costa occidentale sarda, per l’abbattimento della piramide feudale che li schiacciava in uno stato di arretratezza e miseria. L’inchiesta giornalistica era ‘Baroni in laguna’ – un caposaldo della letteratura di giornalismo – e a me piace pensare che, ai baroni, nella grande, e bella, piazza Stagno di Cabras si siano sostituiti gli usignoli.

Sì, gli usignoli di Harper Lee, quelli che simboleggiano gli uomini innocenti uccisi da altri uomini. Anche se, in realtà, ha più l’aria da satiro, ironico, pingue, quasi gaudente – con il bicchiere e la sigaretta sempre in mano -, e la voce sia più graffiata, bassa e -ormai- incerta, l’usignolo che si è adagiato in riva allo stagno ha, infatti, cantato di ‘Numeri da scaricare’, con riferirimento al ‘ragioniere di Auschwitz’ Oskar Gröning, dei ‘Matti’ e di un fuochista destinato a morire. E l’ha fatto insieme alla ‘Donna cannone’ , a ‘Gambadilegno a Parigi’, agli assassini dell’ Uccisione di Babbo Natale.

Del resto, un satiro si sente a casa sua a Cabras – il cui nome deriva dal sardo arborense “capras” (capre) -e non è neppure un satiro qualunque, è il ‘principe’ dei satiri. Uno che può squadernare ‘Generale’, ‘Rimmel’, ‘La storia’ , ‘La leva calcistica del ’68’ , ‘Sempre e per sempre’, ‘Diamante’ in una sera quasi di famiglia, in cui la poesia si spande nelle case basse dei vicinati del paese lagunare insieme all’odore dello stagno. In cui la serata finisce – proprio come in una sagra – con un valzer in piazza, sulle note, però, di un classico come ‘Buonanotte fiorellino’. Alto e basso, classico e popolare si mischiano e si incarnano sotto il cappellino e gli occhiali di Francesco De Gregori, di colui che ha definito e canonizzato i tratti antonomastici del ‘cantautore’ italiano, di lontana derivazione dylaniana ma di consacrazione tutta legata all’uso ardito del lessico italiano.

Ed è un piacere vederlo passare dallo Stadio Olimpico di Roma al Sinis, con la passione, l’impegno e il piacere di sempre, da professionista vero, che si sa reinventare dopo cinquant’anni di carriera, dopo aver dato, ricevuto, visto tutto. Ammette – mentre, finalmente, spiega le canzoni che tutti i critici hanno provato ad analizzare – che alcuni testi un senso vero e proprio non ce l’hanno. Chiede scusa per certe sue esegesi professorali, ringrazia per gli applausi, omaggia Lucio Dalla e Zucchero, lascia la scena ad Angela Baraldi.

La piazza piena, a volte si lascia coinvolgere a volte trascina, e assiste all’apparizione dell’attore-cantautore nella autoreferenziale ‘Valigia dell’attore’ : Eccomi qua
sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi
e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa e alla luce che taglia il mio viso
.

Quant’è bello il Sinis, questa piazza di Cabras – che non conoscevo -, questa penisola nell’isola sotto le stelle e le note di De Gregori: grazie agli organizzatori, che con coraggio, promuovono il territorio di Michela Murgia, raccontato da Enrico Costa, con quanto di meglio sia esistito ed esiste nella canzone italiana.

Grazie a Francesco che, anche se non ha concesso interviste, mi ha permesso di ballare il valzer, in una notte d’estate, sulle note di una delle canzoni più belle, e con cui sono cresciuto, e con una persona speciale.

Portatrice di vero spirito olimpico

di Oleandro Iannone*

Come anticipato, ‘La Riflessione’ ritorna, in maniera più puntuale e approfondita, sulle discussioni sorte intorno a Imane Khelif, vincitrice della medagli d’oro a Parigi 2024 nel pugilato donne 66kg. Il punto di vista non può che essere quello del rispetto, dell’inclusione, dello sforzo di comprensione, come da tradizione del nostro giornale

“Lo scopo del Movimento Olimpico è contribuire alla costruzione di un mondo pacifico e migliore, tramite l’educazione dei giovani attraverso lo sport, praticato senza discriminazione di qualsiasi tipo e nello spirito Olimpico, che richiede comprensione reciproca, amicizia, solidarietà e fair play” 

Questo proposito, che rappresenta l’essenza dei giochi, e che è riportato sul sito ufficiale delle olimpiadi, purtroppo non viene sempre rispettato.

C’è stato infatti un episodio diventato particolarmente noto, che ha visto protagoniste due pugili: Imane Khelif, algerina, e Angela Carini, italiana. Nell’incontro con l’algerina la pugile italiana si è ritirata dopo 46 secondi, assicurando la vittoria all’avversaria. Angela Carini ha poi affermato di aver ricevuto un pugno al naso che l’ha costretta al ritiro. 

Prima ancora dell’incontro si era diffusa la notizia, rivelatasi falsa e transfobica, che Imane Khelif fosse una donna trans, e che quindi avendo caratteristiche biologiche maschili era ingiusto farla competere con le donne. Questa notizia è stata giustificata ricorrendo a delle analisi non specificate che l’IBA (International Boxing Association) avrebbe condotto sull’atleta algerina e su un’altra atleta, la taiwanese Lin Yu Ting, impedendo loro di continuare a partecipare ai mondiali del 2023. Per l’IOC ( International Olympic Committee) invece le due atlete rispettano perfettamente il regolamento, e infatti entrambe erano presenti anche durante le olimpiadi del 2021. 

La diffusione di notizie false,si sa, è un fenomeno dannoso, in particolare quando a diffondere tali notizie sono persone influenti o addirittura membri delle istituzioni o dei governi. La ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, ha condiviso un post sul suo profilo Facebook dove ha affermato, riferendosi ad Angela Carini, che l’atleta italiana sia stata “vittima di un ideologia che colpisce lei e con lei tutte le donne”, escludendo, in questo modo,

Imane Khelif dall’essere donna anch’essa. Questa presunta “ideologia”, come a molti piace definirla, non colpisce le donne, ma al contrario, mira a colpire una visione patriarcale del mondo: è giusto considerare chi è  favorevole a condurre test invasivi sui corpi delle donne, quando hanno successo, quando sono forti, come qualcuno che vuole difendere i diritti delle donne? Perché una donna non deve essere più considerata tale, anche in assenza di prove, quando raggiunge risultati che invece sarebbero celebrati se al suo posto ci fosse un uomo?  Ciò che invece ha effettivamente impatto sulla parità di genere negli sport è la stigmatizzazione di atlete che praticano sport definiti maschili, gli abusi sessuali a cui le atlete sono esposte, le pressioni sociali su come i corpi delle donne dovrebbero essere e la disparità di guadagno.

La diffusione di questo tipo di notizie hanno alimentato la transfobia, fenomeno che si basa sull’odio per coloro che non si conformano alle aspettative sociali di genere.

Questo fenomeno non colpisce solo le persone trans (ovvero le persone il cui genere non corrisponde a quello assegnato alla nascita) ma anche le persone cis  (ovvero le persone il cui genere corrisponde a quello assegnato alla nascita), proprio perché pone sotto esame chiunque, ma in particolar modo le donne, che non rientri nella visione esclusivamente binaria e sessista di uomo “forte” e di  donna “debole”. Questa visione oltre ad essere misogina è anche scorretta, sia biologicamente che socialmente, dato che né il sesso né il genere sono esclusivamente binari. Però ancora oggi le identità che non rientrano nel binarismo, sia di genere che sessuali, vengono considerate devianze da correggere. Per questo molte persone intersex (ovvero le persone nate con caratteristiche biologiche che non rientrano nella rappresentazione binaria di maschile e femminile) hanno subito alla nascita, soprattutto in passato, interventi chirurgici invasivi, che non sono esenti da conseguenze fisiche e psicologiche, per farle rientrare nella visione binaria del corpo maschile o femminile. Detto ciò, la definizione di persona “intersex”, nonostante l’atleta algerina sia stata definita tale da molti, non è per lei appropriata , dato che non ci sono prove attendibili  a riguardo e dato che  la stessa atleta non si è mai definita “intersex”: ha detto di essere donna, senza aggiungere altro.

Nel caso di Imane Khelif, persona razzializzata, la transfobia è stata sostenuta dal razzismo: le persone l’hanno giudicata perché la sua apparenza e la sua forza non sono in linea con quella della donna bianca ideale. Può darsi che abbia caratteristiche fisiche, oltre che un’ottima preparazione, che la rendono una pugile particolarmente brava. Ma i vantaggi biologici fanno parte degli sport e, negli uomini, vengono celebrati. Come nel caso di Michael Phelps, dotato di proporzioni corporee e capacità polmonari che lo hanno fatto eccellere nel nuoto.

Nonostante l’ondata d’odio nei suoi confronti, Imane Khelif ha continuato a combattere e ha vinto la medaglia d’oro. Ha poi  annunciato che denuncerà per cyber bullismo “chi ha avviato questa campagna misogina, razzista e sessista” e “chi ha alimentato questo linciaggio digitale”.  Il suo coraggio e la sua perseveranza ci dimostrano che è necessario agire contro l’odio e che niente ci deve impedire di costruire un mondo pacifico e migliore. La sua partecipazione alle Olimpiadi è stata criticata, ma proprio lei è stata portatrice del vero spirito olimpico.

*Neodiplomato al Liceo Classico ‘Siotto Pintor’ di Cagliari

Storia e curiosità delle Olimpiadi /3

di Daniele Madau

Mentre va in scena la cerimonia di chiusura, il terzo e ultimo appuntamento con l’approfondimento sui Giochi Olimpici

Dopo la fine delle Olimpiadi antiche, la memoria rimase viva tanto che, dal ‘700 in poi, in tanti modi, si cercò di riproporle. La scoperta delle rovine dell’antica Olimpia, insieme alla sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana(1870-1871), spinsero il barone Pierre De Cubertin a cercare un modo per migliorare la preparazione fisica dei suoi connazionali e per avvicinare – tramite lo sport – le nazioni. Ecco, allora, che nel 1894, per l’anniversario dell’Unione francese degli sport atletici, su sua proposta, si decise di rilanciare le Olimpiadi: fu fondato il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) e si scelse Atene, per omaggiare la Grecia, come sede delle prime Olimpiadi dell’era moderna. Da allora – compresa Parigi 2024 – si son disputate 33 edizioni, conteggiando anche quelle non disputate per motivi bellici, nel 1916, nel 1940 e nel 1944. Nell’edizione che si sta concludendo, ci sono state 32 discipline, 4 delle quali (breakdance, il surf, l’arrampicata e lo skateboard) presenti per la prima volta.

Gli Stati Uniti sono il paese con più medaglie olimpiche in assoluto, poco meno di 3000, mentre l’Italia è al sesto posto, con quasi 800. Proprio quella parigina, per la nostra Nazione, è stata un’edizione indimenticabile: il maggior numero di medaglie, 40 come a Tokyo 2021, ma con due ori in più. Il maggior numero di ori lo abbiamo conquistato a Los Angeles nel 1984: 14.

E ora, ricordiamo i momenti memorabili, parte della nostra memoria comune e della storia mondiale, che hanno avuto le edizioni olimpiche come palcoscenico e scenografia.

A Berlino 1936, appare per la prima volta la fiaccola olimpica: Hitler ha ottenuto i Giochi, fondamentali per manifestare la superiorità ariana della Germania nazista. Ebbene, Owens – atleta nero – vinse quattro medaglie d’oro: i 100 m piani, il salto in lungo, i 200 m piani e la staffetta 4×100 m, dimostrando una sua stupefacente superiorità. Erede di schiavi afroamericani dell’Alabama, non ebbe, però, la meritata ricompensa in patria, dove sembra lavorò come inserviente, senza incidere sull’emarginazione dei neri. Durante i giorni berlinesi,però, successe qualcosa di meravigliosamente olimpico tra lui e Luz Long: a voi – se questi giochi vi hanno lasciato il desiderio di continuare a farvi accompagnare dallo sport – il bellissimo compito di scoprire di cosa si tratti.

A Città del Messico, il 12 ottobre 1968 sarebbero stati inaugurati i diciannovesimi Giochi Olimpici, a ben 2.134 metri di altitudine, in un Paese governato stabilmente dagli anni Trenta dal Partido revolucionario institucional . Da mesi il Messico è scosso dall’ondata contestataria guidata dal Consejo nacional de huelga (Consiglio nazionale di protesta) degli studenti democratici dell’Universidad Autónoma de México (Unam) che intendono portare alla ribalta le loro rivendicazioni sociali: «No queremos Olimpiadas»; non volevano Olimpiadi ma riforme.

Nel pomeriggio del 2 ottobre migliaia di manifestanti coperti dagli striscioni con il volto di Che Guevara confluiscono pacificamente nella grande Plaza de las Tres Culturas, che rappresenta un luogo simbolico per i messicani in quanto riunisce le tre culture del Paese: quella azteca, quella spagnola, quella moderna.

La piazza viene subito circondata da quattro parti da camion e autoblindo. I camion si sono aperti e dei soldati si sono buttati giù sparando.

Lo sappiamo con precisione dalla testimonianza di Oriana Fallaci, che ha seguito le proteste, e sarà operata d’urgenza a seguito delle ferite riportate.

Furono uccisi circa 300 manifestanti ma il presidente del Comitato olimpico internazionale, Avery Brundage, assicurò che le Olimpiadi sono «una vera oasi in un mondo tormentato», garantendo lo svolgimento regolare dal 12 al 17 ottobre dei XIX Giochi Olimpici. Furono i Giochi dei pugni in alto di Smith e Carlos.

Gli anni ’80 furono quelli dei boicottagi: il caso più noto è quello delle Olimpiadi di Mosca del 1980, boicottate in primis dagli Usa e complessivamente da 65 nazioni (tra cui Canada, Israele, Giappone, Cina e Germania Ovest), per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979; l’Urss trionfò nel medagliere, con un record ancora oggi imbattuto di 195 medaglie vinte (di cui 80 d’oro). Mosca mise in atto la propria rappresaglia quattro anni più tardi, con il boicottaggio delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

In totale 14 nazioni del blocco sovietico (tra cui la Germania Est) non parteciparono all’evento sportivo in risposta ai “sentimenti sciovinisti e isteria anti-sovietica” degli Stati Uniti. L’impatto fu, però, limitato: i Giochi di Los Angeles videro la presenza di atleti da 140 Paesi – tra cui la Cina, per la prima volta a un evento olimpico dal 1952 – e furono un successo sul piano del ritorno economico, mentre gli Stati Uniti trionfarono con 83 ori.

A questo proposito, le Olimpiadi Invernali di Pechino 2022 sono state segnate da un boicottaggio particolare degli Stati Uniti, che non ha inviato il personale diplomatico e non gli atleti, in reazione alle violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina ai danni dell’etnia uigura.

Tantissime potrebbero essere le curiosità e le storie da raccontare: perché i Giochi sono un universo nell’universo, una narrazione interminabile che si alimenta di elementi introvabili altrove: pensiamo a Dorando Pietri, Phelps, Carl Lewis, Muhammad Alì, la tragedia di Monaco ’72. Potrei parlare dei cinque cerchi, degli altri simboli, delle città, ma torniamo a Parigi. Forse la ricorderemo per le proposte di matrimonio in diretta, per il coraggio di Nathalie Moellhausen, per la Senna, per le polemiche sulle pugili, per i capi di Stato bagnati, per l’Ultima Cena

Potrei continuare all’infinito, perché stiamo parlando di sport, persone, cuori, emozioni, coraggio; siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, soprattutto alle Olimpiadi: “Citius, Altius, Fortius – Communiter”, “Più veloce, più alto, più forte – Insieme” (Motto ufficiale delle Olimpiadi)

Una questione di sopravvivenza

di Cristiana Meloni

La ‘Riflessione’ ha sempre ritenuto un dovere quello di porre al centro dell’attenzione dei lettori le violenze contro le donne e di genere, al fine di rispondere a una missione civile propria dell’informazione, oltre che di ogni cittadino e di ogni persona, quella di promuovere il rispetto e la legalità. Questo dovere è apparso più urgente negli ultimi giorni, caratterizzati da notizie – le quali rimandano a crimini che ci accompagnano sempre ma dei quali, al contrario, non sempre abbiamo notizie- di violenze verso le donne che hanno interessato ambiti tradizionalmente considerati educativi o di maturazione. Ambienti di lavoro, di sport, scolastici, familiari, ecclesiastici. Questi ultimi hanno avuto come vittime anche ragazzi. Ogni violenza è un crimine e ogni luogo deve poter essere ritenuto sano e rispettoso; e se è vero, e quasi superficiale ricordarlo, che gran parte dei responsabili degli ambienti citati non è violenta, quando questi drammi riguardano, quasi capillarmente, educatori, allenatori, insegnanti, datori di lavoro, sacerdoti, l’interrogativo e l’emergenza acquisiscono una connotazione in più, che ci porta a riflettere su tutta la società e sugli elementi che essa sceglie come adulti responsabili. La strada da percorrere deve essere saldamente basata su alcuni pilastri: l’educazione sul rispetto che parta dai più piccoli, la sensibilizzazione continua, l’intervento delle istituzioni e delle forze dell’ordine non appena arrivi una denuncia con misure adeguate e, non ultima, la necessità di non restare in silenzio e subire, di far fronte comune davanti alle violenze. Come testimonia il coraggio di Stefania Secci.

Nel dizionario della lingua italiana, la necessità è definita come “un’esigenza o un bisogno che deve essere soddisfatto per il benessere o la sopravvivenza”.

E di sopravvivenza si tratta quando si parla di violenza sulle donne e dell’importanza di denunciare.

I dati forniti dall’Istat sono allarmanti: il 31,5% delle donne di età compresa tra 16 e 70 anni – ovvero circa 6 milioni 788 mila – ha subito, nel corso della propria vita, una forma di violenza fisica o sessuale. Di queste, il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subito violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, mentre il 5,4% (1 milione 157 mila) ha vissuto le forme più gravi di violenza sessuale, tra cui lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Percentuali che raccontano storie di vite graffiate e spezzate, di grida soffocate e di paure paralizzanti che cercano inutilmente di nascondere i lividi dietro un velo di fondotinta. Le statistiche rivelano un problema radicato e diffuso che attraversa vari ambiti della vita quotidiana, dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro allo sport, a realtà di vario genere.

Una vera e propria pandemia per la quale sembra non esistere un vaccino risolutivo.

“Ho passato ore al telefono con le altre ragazze, piangevamo insieme. Le ho prese sotto la mia ala, spiegando che solo denunciando avremmo potuto fermare una persona pericolosa. Hanno trovato in me una figura di riferimento e insieme ce l’abbiamo fatta”. Queste le parole della giovane giornalista, attivista e modella cagliaritana, Stefania Secci, che nel mese di luglio ha accusato Paolo Ferrante – titolare della MIA Models Italian Accademy di Corneliano d’Alba (Cuneo) – di violenze sessuali.

“Non è mai colpa delle vittime. Denunciate sempre!”, prosegue la vittima durante le varie interviste delle ultime settimane. Un grido che, ancora una volta, ribadisce la necessità di denunciare, quale primo strumento di sopravvivenza. Il coraggio di Stefania è solo l’ultimo esempio di una lunga lista di donne che, come lei, hanno chiesto giustizia rendendo pubblica una macabra realtà che troppo spesso viene taciuta e giustificata. Tuttavia, vi è un’altra lista di donne – una molto più lunga – che rimane prigioniera della paura. Per molte di loro, infatti, le ritorsioni e le minacce, il timore di non essere credute o di essere stigmatizzate, rappresentano fattori determinanti che impediscono di trovare il coraggio per denunciare.

Ma è fondamentale rompere questo silenzio!

Le istituzioni devono fare di più per proteggere le vittime e garantire a chi denuncia un valido supporto in tutte le fasi. Le campagne di sensibilizzazione devono continuare a promuovere il messaggio che la violenza contro le donne non può essere tollerata e che denunciare è un atto di forza e non di debolezza. È necessario fare tutto il possibile per combattere un male che annienta la dignità e la libertà femminile: oggettificate, denigrate, considerate alla stregua di “strumenti di piacere” da prendere quando e come si vuole per soddisfare un bisogno perverso o sulle quali far prevalere la propria forza. Tutte devono poter alzare la loro voce, come ha fatto Stefania Secci, per dare coraggio e speranza a chiunque viva situazioni simili.

Ciononostante, non si tratta di una questione che riguarda solo le donne. Tutta la società deve essere coinvolta in una lotta che non fa distinzioni di genere ma, unita, combatte tali soprusi e brutalità in nome di una giustizia capace di stare, realmente, dalla parte delle vittime. Ogni denuncia, testimonianza, atto di solidarietà e vicinanza è capace di fare la differenza all’interno di un percorso lungo e difficile, ma necessario per una società in cui le donne possano vivere senza paura. L’impegno deve essere, allora, costante e collettivo, capace di promuovere una cultura del rispetto e della parità. Le istituzioni, la scuola, i media, e ogni singolo cittadino hanno il dovere di contribuire a questo cambiamento, affinché il coraggio di Stefania e di tante altre donne non sia vano.

Storia e curiosità delle Olimpiadi /2.

di Daniele Madau

Continua l’approfondimento sui Giochi Olimpici, una storia che ci lega a un passato di 2800 anni fa

Gli ultimi giorni dei Giochi di Parigi sono stati caraterizzati da gare che hanno suscitato – nel migliore dei casi – riflessioni sull’inclusività e la correttezza delle gare; nel peggiore dei casi, da polemiche. Abbiamo tutti negli occhi le lacrime della pugile Angela Carini, dopo i primi colpi di Imane Khelif. Lasciamo la riflessione approfondita, tipica del nostro giornale, ad un altro momento, per ora ricordiamo solo che l’atleta algerina è donna a tutti gli effetti, caratterizzata dall’essere ‘intersex’ , e cioè da una condizione che provoca una produzione anomala di androgeni (ormoni maschili)- compreso il testosterone- nel corpo femminile. E’, comunque, un bene che ci sia una discussione di questo tenore, segno -positivo- dei tempi. In antichità, infatti, il problema non era assolutamente contemplato. La partecipazione era riservata a greci liberi che potessero vantare antenati greci. La necessità di dedicare molto tempo agli allenamenti comportava che solo i membri delle classi più facoltose potessero prendere in considerazione di partecipare. Venivano esclusi dalla partecipazione gli schiavi, gli stranieri, gli assassini, i sacrileghi e le donne, secondo una mentalità e un uso sociale tipico della Grecia arcaica e classica.

I Giochi, nel corso dei secoli, persero gradualmente importanza con l’aumentare dell’influenza romana in Grecia e con la decadenza della cutura, e del potere, dell’ ellenismo arcaico- classico. Cominciarono e non trovare più spazio i valori aristocratici del passato, dell’eccellenza e dell’agonismo come ricerca della virtù , mentre sorsero problemi di corruzione, di sicurezza e ordine pubblico.

Questo aspetto non è venuto meno, se ripensiamo ai disordini e alla risse tra gli atleti che hanno caratterizzato, pochi giorni fa, il calcio: nell’incontro Argentina- Francia, infatti, vecchie ruggini legate al presunto razzismo dei sudamericani nei confronti dei neri francesi, dopo essere state covate per anni, sono esplose a fine gara.

E’ quasi impossibile, infatti, slegare ogni aspetto extra- sportivo dalla manifestazione: l’utopia, a cui bisogna sempre tendere, è quella di far sì che ogni conflitto, se non resta fuori dal terreno di gara, proprio lì, si riappiani.

L’avvento del cristianesimo, poi, portava ai propri fedeli, e al mondo, un altro tipo di gara. San Paolo, infatti, si esprime così: ‘ Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.  Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione ‘. Questo modo di esprimersi riflette, indirettamente, l’importanza delle gare nel mondo classico, traslandole, chiaramente, su di un altro livello. Proprio in quegli anni Nerone, come auriga, vinse la corsa dei carri dei Giochi Olimpici, con seri dubbi sulla correttezza della gara.

Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero romano, i vescovi e gli scrittori cristiani mostrarono la loro netta avversione per ogni celebrazione pagana e la loro forte repulsione nei confronti dell’agonismo. I Padri della Chiesa in numerosi scritti esortano i cristiani a resistere allla tentazione di partecipare o assistere ai ‘ludi’ agonali: sant’Agostino, a esempio, deprecò con toni aspri gli spettacoli atletici. Fu così che nel 393 d.C., anche in seguito alla strage di Tessalonica, dietro l’influenza del vescovo di Milano, l’imperatore Teodosio li vietò, ponendo fine a una storia durata più di 1 000 anni. Cosa era successo ? Nel 390 Teodosio, imperatore romano, aveva ordinato di massacrare la popolazione di Tessalonica, dopo che questa si era ribellata. I Tessalonicesi avevano infatti ucciso Buterico, il comandante goto della guarnigione romana, per aver arrestato un famoso auriga e vietato i giochi. Teodosio ordinò allora di organizzare una nuova corsa, durante la quale venne dato l’ordine di massacrare la popolazione. Il vescovo Ambrogio gli chiese allora di chiedere pubblicamente perdono, cosa che l’imperatore fece (infatti si era battezzato qualche anno prima, credendo di essere in punto di morte, durante una dura malattia). Teodosio, che aveva già emanato l’editto di Tessalonica (con il quale, nel 380 d.C., il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’impero), da allora inasprì le condizioni per i pagani, attraverso gli editti teodosiani, che chiudevano definitivamente i templi pagani e proibivano ogni forma di culto pagano, equiparando i sacrifici alla lesa maestà. Ad Alessandria i cristiani, guidati dal vescovo Teofilo, ne approfittano per distruggere il Serapeo, parte pubblica della monumentale biblioteca. Allo stesso modo finirono per sempre i giochi olimpici, ritornati, in tempi più vicini a noi, alla fine dell’Ottocento.

2/ Continua…

Storia e curiosità delle Olimpiadi

di Daniele Madau

Da questa settimana, cominciate venerdì 26 – con la sfarzosa cerimonia d’inaugurazione-le XXXIII Olimpiadi dell’era moderna, ‘La Riflessione’, coi suoi ‘Approfondimenti’, inizia una serie di articoli sulla storia e le curiosità olimpiche, affinché i lettori possano avere uno strumento in più per conoscere l’evento che, più di ogni altro, unisce tutta l’umanità.

Ottima è l’acqua,
l’oro come fuoco acceso
nella notte sfolgora sull’esaltante
ricchezza:
se i premi aneli
a cantare, o mio cuore,
astro splendente di giorno
non cercare più caldo
del sole nel vuoto cielo
né gara più alta d’Olimpia celebriamo,
onde l’inno glorioso incorona
con pensieri di poeti: che gridino
il figlio di Kronos, giunti alla ricca

beata dimora di Ierone!

È l’apertura dell’Olimpica I, «il più bello fra tutti i canti», come di essa scriveva Luciano sei secoli dopo la sua composizione. E’ di Pindaro, quello dei ‘voli pindarici’, composto nel 476, per Ierone I, tiranno di Siracusa, che vinse a Olimpia – la sede di agoni più importante e prestigiosa – la gara con il corsiero. Cantava il vincitore del primo concorso olimpico dopo le guerre persiane e risplende in tutta la sua bellezza. Questo è solo un assaggio di cosa rappresentassero, nell’antichità, le Olimpiadi. I primi giochi olimpici si svolsero nel 776 a.C., chiaramente a Olimpia, dove era presente una grande statua in onore di Zeus (nel canto indicato come ‘il figlio di Kronos’) e, all’inizio, dopo un breve periodo in cui era presente solo la corsa, vi si tenevano competizioni di pugilato, lotta e pentathlon. Ecco perchè il plurale. Al singolare, invece, ‘Olimpiade’ indica il periodo di quattro anni che intercorre tra un’edizione e l’altra. Ora, si deve immaginare uno scenario del genere, al quale, forse, non abbiamo mai pensato, di una bellezza difficilmente descrivibile: una zona sacra, con lo stadio di Olimpia e gli edifici religiosi sullo sfondo, un coro danzante, con l’accompagnamento della musica, una folla esultante e il canto – tecnicamente un ‘epinicio’, cioè ‘scritto per la vittoria’- che si eleva. Gli edifici religiosi, tra l’altro, non dobbiamo pensarli bianchi – che è eredità del neoclassicismo – ma coloratissimi e sfarzosi.

Dal 776 a.C. in poi, i Giochi divennero lentamente sempre più importanti in tutta la Grecia antica, diventando anche il punto d’inizio dei loro calendari, raggiungendo l’apice nel VI-V secolo a.C.

Così importanti che, come sappiamo, nei cinque giorni di competizioni, vigeva la tregua olimpica, cioè dalle guerre; questa è stata recentemente chiesta da papa Francesco in occasione dei giochi di Parigi; tuttavia dal 1992 il CIO – Comitato Olimpico Internazionale- in occasione di ogni edizione delle Olimpiadi chiede ufficialmente alla comunità internazionale (con il supporto dell’ Onu) di osservare la tregua olimpica.

(1- Continua…)

Renato Zero si veste da sogno in Sardegna: e a noi, l’illusione di bimbi che giocano agli eroi

di Daniele Madau

‘La Riflessione’ era presente al ritorno in Sardegna di Renato Zero dopo 26 anni. Un grande evento che non ha deluso le attese

Il conto alla rovescia – che precede ogni esibizione di Renato Zero – accompagna sempre verso qualcosa di grande: tre, due, uno…Zero e Renato esce puntuale, dopo 26 anni dall’ultima volta a Cagliari, con uno degli incipit più belli della storia della canzone italiana, quello di ‘La favola mia’: Ogni giorno racconto la favola mia, la racconto ogni giorno chiunque tu sia, e mi vesto di sogno per darti se vuoi, l’illusione di un bimbo che gioca agli eroi. Queste luci impazzite si accendono e tu, cambi faccia ogni sera ma sei sempre tu, sei quell’uomo che viene a cercare l’oblio, la poesia che ti vendo, di cui sono il Dio.

La magia del palco, dell’orchestra, del circo musicale è una grande allegoria, che Fellini, a esempio, amava tantissimo e riproponeva nelle sue pellicole. Per Renato Zero è un carrozzone. L’artista finge di essere quello cantato dalle sue canzoni, e il pubblico finge di credere che ogni parola sia rivolta a lui. E nella finzione la realtà svanisce e si fonde nella rappresentazione sulla scena, ogni barriera crolla e ognuno vive la sua vita più vera proprio perchè quel momento è falso, è solo una rappresentazione. Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. Così Pessoa. Così tutti noi al concerto di Renato Zero, che intitola una sua canzone ‘Svegliatevi poeti’ – proposta all’inizio della seconda parte – e, lui, che sembra prediligere l’essere un Pierrot, innamorato della luna (che campeggia sugli schermi giganti) o Charlie Chaplin.

E’ vero, ha sempre avuto qualcosa dell’uno e dell’altro, degli innamorati di amore puro, senza chiedere niente in cambio. Ma, Renato, è stato anche un ribelle, e perciò un artista nel senso pieno della parola, a cui possono guardare Achille Lauro o Big Mama, riscoprendone le stesse rivendicazioni. Come Vasco Rossi ha rischiato l’isolamento e ora è osannato ma, più di Vasco, può essere ancora in sintonia con le nuove generazioni, perché -prima di loro – ha rivendicato l’essere accettati per quello che si è, per come ci si sente, per i sentimenti che ognuno prova verso le persone che lui sceglie. Senza dover temere il giudizio, per come ci si veste, per quello che si prova, per quello che si è.

Pochi artisti possono permettersi di proporre una scaletta di altissimo livello, senza cedimenti di testo o musica, e anche, a 73 anni, di esibizione scenica (a parte un leggero calo di voce: ma questa è la garanzia che fosse tutto dal vivo): La favola mia, Niente trucco stasera, Cercami, Amico, Inventi, La pace sia con te, Magari, A braccia aperte, Spiagge, Figaro, Svegliatevi poeti, Nei giardini che nessuna sa, Più su, Il cielo, I migliori anni della nostra vita. Oltre al medley, con altri successi. Da lasciare a bocca aperta, vero riassunto di più di cinquant’anni di carriera, sempre un po’ ai margini, mai veramente accettato dalla critica d’élite, forse troppo legata allo schema del cantautorato tradizionale italiano: non credo abbia mai ricevuto un premio Tenco, eppure i suoi testi hanno quella caratteristica rarissima, propria dell’arte vera: la combinazione tra profondità, bellezza e semplicità. L’importante, però, è che abbia toccato tante vite, come testimonia la serata di Pula.

Dalle canzoni in scaletta emerge un messaggio chiaro, che ha attraversato tutta la sua produzione: l’amicizia come forza salvifica e vitale (forse ‘Amico’ è stato il momento più intenso), l’importanza di amare anche senza essere ricambiati, la fede – nonostante tutto – in Dio, non un giudice ma una luce presente negli occhi delle persone che si incontrano ogni giorno, l’antitesi corpo-anima, tutta a favora della seconda, l’importanza della poesia quotidiana come salvezza, il rispetto per ogni vita.

Andare a un concerto Zero è una possibilità che si spera di avere ancora, a dispetto dell’età di Renato, perché offre tutto: spettacolo, bravura e maestria, e un grande messaggio. Proprio per questo ci si augura che la prossima volta ci sia un luogo ancora più grande ad accoglierlo, che tutti – soprattutto quelli più ai margini, cantati nelle sue canzoni – abbiano la possibilità di accedervi e godere dell’arte, come è giusto che sia. L’arte vera, quella che regala poesia e ci fa fingere di essere poeti, mentre lo siamo davvero.

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