Che tu abbia un corpo

di Daniele Madau

Nel XVIII secolo, il giurista inglese Blackstone fu il primo a citare l’impiego del principio giuridico dell’habeacorpus già nel 1305. Tale principio è garanzia dell’irrevocabilita’ dei diritti fondamentali – dovuti dal fatto di possedere un corpo- di coloro che sono in stato di detenzione. È la base della giurisdizione moderna e delle democrazie.

Nasce nel periodo e nell’ambito delle monarchie, di cui vuole limitare il potere, perché non diventi assoluto. Il potere assoluto è solo quello delle leggi, a cui si sottoposero coscientemente, pena la vita, anche Socrate e Gesù.

Tale principio fu un ponte verso l’umanesimo e la modernità in generale ed è talmente fondante da essere sempre oggetto di riflessione,  anche ai giorni nostri.

È nel patrimonio politico del centro destra il concetto di sicurezza, per cui tutti noi rinunciamo a una parte delle libertà personali,  per vivere in serenità e, appunto, sicurezza.

Anche questo concetto, però,  non deve diventare assoluto e ledere libertà e diritti personali fondamentali,  quali quelli dell’integrità psicofisica della nostra persona. Lo Stato, lungi dal promulgare leggi che possano ledere tali diritti dovrebbe essere garante di queste libertà fondamentali: e, questo, soprattutto con le forze dell’ordine.  Noi non dobbiamo temere le forze dell’ordine, dobbiamo avvertirle sempre come custodi dei nostri diritti fondamentali, dalla nostra parte.

I ministri, etimologicamente servitori, e il potere politico in genere, ha il dovere, perciò, di mostrare equità nell’indicare, promuovere e valorizzare il rispetto verso l’autorità e le forze dell’ordine, così come quello di pretendere dalle stesse il mantenimento del principio dell’habeas corpus.

I decreti sicurezza, la nuova normativa del codice della strada, il linguaggio -che sia quello di Meloni, Salvini o dei carabinieri che inseguivano Ramy – per non parlare, poi, di comportamenti criminali passati come quelli contro Stefano Cucchi, nascondono- chi più,  chiaramente,  chi meno- il rischio, sempre presente, che quel principio fondamentale sia disatteso: sarebbe un rischio grave, da non sottovalutare.

Tutto questo non giustifica le violenze delle proteste di Roma, anzi: chi lotta per i diritti lo dovrebbe sempre fare pacificamente,  con la forza delle leggi, sul principio dell‘ habeas corpus. Tali inaccettabili violenze, tuttavia, le avrei definite ‘gravissime’ e non ‘ignobili’, termine violento della malavita.

Anzi, avrei sottoscritto – e presentato ai contestatori-  quanto detto dal padre di Ramy: ‘non accettiamo le violenze, vogliamo solo giustizia’

La promozione del rispetto, anche nel 2025

di Oleandro Iannone

L’enciclopedia Treccani ha indicato come parola dell’anno del 2024 ‘rispetto’ e, il 2025, non può che cominciare con una riflessione su un tema così rilevante e delicato, a partire dalla stretta attualità. ‘La Riflessione ‘ non ha mai avuto timore a schierarsi per il rispetto dei diritti della persona e a favorire il dialogo e la presentazione di punti di vista diversi, nell’ottica di un arricchimento reciproco e costante. Oleandro Iannone, in questo editoriale, torna su tematiche care: il rispetto, i diritti e i concetti di patriarcato, così presenti nel dibattito attuale, a cui vuole dare un contributo. Nello stile del nostro giornale, di rispetto di ogni posizione possa portare alla riflessione: come da titolo, e missione, della nostra testata.

Quando veniamo a conoscenza di un atto di oppressione non possiamo diventare complici non riconoscendo l’esistenza e il funzionamento del sistema che fa prosperare questi atti.

Il 2025 si apre con un’aggressione omofoba avvenuta a Roma, proprio durante la notte del 31.

 Stephano e matteo stavano andando a festeggiare il capodanno, ma per la strada si sono ritrovati vittime di insulti omofobi, scagliati da un gruppo di giovani ragazzi dal balcone di un palazzo. La coppia ha ignorato gli insulti, però durante il rientro, passando per la stessa strada, ha ricevuto dagli stessi ragazzi insulti ancora più pesanti e la minaccia: “adesso scendo e vi meno”, ha detto uno dei giovani ragazzi del gruppo. Matteo, a quel punto, risponde: “nessuno vuole litigare, non roviniamoci la serata”. Ma il gruppo li raggiunge. Inizia il pestaggio. Stephano cade a terra. Lo prendono a calci e a pugni e gli sputano addosso, mentre gli insulti continuano. Matteo vuole difendere Stephano: urla al gruppo che stava filmando e che avrebbe consegnato tutto alla polizia,alcuni ragazzi scappano, sotto minaccia dei rimanenti Matteo si vede costretto a cancellare il video. Questi poi se ne vanno. I residenti scendono per intervenire, ma ormai il pestaggio era già avvenuto.

Matteo prova a chiamare un’ambulanza, la polizia, ma nessuno “può” soccorrerli, si recano autonomamente al pronto soccorso, dove Stephano riceve una prognosi di 25 giorni. Quando Stephano viene intervistato, condivide la paura di poter incontrare nuovamente quei ragazzi, e dice di non riuscire a superare lo choc: quella notte poteva rimanere là, per terra, e non alzarsi più. Ciò che più gli fa male è accorgersi che, dopo l’aggressione, sta inconsciamente allontanando il suo ragazzo. Afferma che nessuno deve avere paura di amare. 

La coppia ha scelto di sporgere denuncia. Le istituzioni locali hanno promesso interventi immediati. Nel mentre c’è stato un presidio, molto partecipato, il 4 gennaio in zona Malatesta, a Roma, in cui erano presenti anche Stephano e Matteo.

Lo stesso giorno del presidio avviene un’altra aggressione omofoba sempre a Roma.

Nel 2024 l’Italia è stata tra i 9 Paesi dei 27 dell’Unione Europea che non hanno firmato la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità LGBTQIA+, preparata in occasione della giornata internazionale contro l’omobilesbotransfobia. La ministra della natalità e della famiglia Roccella afferma a riguardo che non sarebbe stato firmato nulla che riguardi la negazione dell’identità maschile e femminile, e che la sinistra usa l’omofobia per arrivare al “gender”. Sempre durante lo scorso anno fu annunciata, dalla ministra dell’Università e della Ricerca Bernini, un’ispezione negli atenei di Sassari e Roma Tre , perché secondo il deputato della Lega Rossano Sasso, sarebbero state diffuse, da parte di chi insegna, “l’ideologia gender” e le “teorie queer” tra gli studenti.

Come si può riflettere su questi avvenimenti per capire le dinamiche dell’aggressione subita da Stephano e Matteo? Bisogna analizzare i meccanismi che collegano ruoli di genere e omobilesbotransfobia: chi sente necessario difendere il binarismo di genere agirebbe contro l’omofobia?

La società in cui viviamo si struttura come un patriarcato, ovvero un sistema sociale in cui viene associato valore maggiore al concetto di “uomo” rispetto a quello di “donna”. Nella società patriarcale alle persone viene assegnato un genere fin dalla nascita: “maschio” o “femmina”, escludendo l’esistenza delle persone intersex. In base a ciò si costruiscono norme sociali che considerano appropriate certe caratteristiche rispetto ad altre per i “maschi” e per le “femmine”. Il patriarcato, infatti, per perpetuarsi, caratterizza il genere in maniera rigida: gli elementi che vengono associati al genere maschile non possono essere associati al genere femminile e viceversa. Questo crea il fenomeno del binarismo di genere.

Il genere maschile nel patriarcato è definibile come soggetto, quello femminile come oggetto. In questo modo si costruisce una gerarchia dove il maschile domina il femminile. La mascolinità patriarcale si afferma mantenendo in uno stato di subordinazione la femminilità. Opprimendo quindi coloro che sono definite “donne” ma anche gli “uomini sbagliati”che non si conformano al modo patriarcale di essere uomini. Per questo la mascolinità patriarcale prevede la violenza verso le coppie gay: l’uomo che rompe la rigidità di genere è un pericolo per il patriarcato, quindi l’uomo patriarcale per difendere il sistema che gli conferisce autorità non può concepire e sopportare un modo di essere diverso dal suo. Lo stesso meccanismo usato per difendere il patriarcato è osservabile nella violenza sulle donne: una donna che non rispetta il modo patriarcale di essere donna è pericolosa per il sistema e va depotenziata con ogni mezzo possibile, come testimonia l’elevatissimo numero di femminicidi nel nostro paese.

Partecipando ai ruoli di genere rigidi tipici del modello patriarcale tutte le persone possono essere complici del sistema, allo stesso tempo subendoli tutte le persone possono essere vittime. Nel patriarcato il genere è il modo in cui le gerarchie sociali si perpetuano. Uscire da ogni forma di binarismo, che sia quello su cui si struttura il genere, il sesso o l’orientamento sessuoaffettivo, permetterebbe di uscire dall’oppressione patriarcale e,di conseguenza, impedirebbe l’avvenimento delle aggressioni omofobe come quelle recentemente avvenute e garantirebbe alla popolazione LGBTQIA+ di poter vivere in una società più sicura.

Il nuovo anno e il sogno dell’umanità

di Daniele Madau

L’editoriale di auguri di ‘La Riflessione ‘

Come augurare ai lettori di ‘La Riflessione’ il buon anno? Semplicemente, nel nostro stile, con una riflessione.

Non esiste data più solenne, più simbolica, più sacra dell’inizio dell’anno, in ogni parte e in ogni cultura del mondo. E ogni parte e ogni cultura del mondo hanno qualcosa in comune: già questo è il primo dato su cui riflettere e, forse, il più rilevante.

Siamo tutti uomini e donne, simili nella carne e nel sangue, nell’anima, nel cuore e nella mente. E tutti desideriamo le stesse cose, aneliamo tutti alla speranza che ogni nuovo anno ci riporti a quella età dell’oro, a quel tempo paradisiaco il cui ricordo è iscritto nella nostra memoria collettiva di abitanti del pianeta terra.

Questo ci svelano i miti, le religioni e le culture, che ci conoscono meglio di noi stessi, che penetrano il segreto d’ogni uomo e di ogni donna apparsi dall’inizio dei tempi.

La pace è ciò che caratterizzava quell’età dell’oro che, ognuno, si augura di ritrovare a ogni anno, a ogni – per chi segue il calendario solare inaugurato da Gregorio XIII- gennaio.

Gennaio deriva dal dio romano Giano, il deus deorum.

Giano presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte (ancora oggi, in sardo, la porta è ianna), i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l’inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell’umanità, della civiltà, delle istituzioni.

Nella sua riforma del calendario, Numa dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d’inverno, gennaio,  che, con Giulio Cesare, divenne il primo dell’anno.

Una delle caratteristiche più singolari di Giano sta nella sua rappresentazione come di un dio bicefalo, da cui l’appellativo di Giano bifronte: perché,  essendo sempre sul limite, guarda indietro e avanti; rappresenta i nostri buoni propositi d’inizio anno, il nostro prezioso riflettere su noi stessi.

Giano regnò su Roma, in un tempo caratterizzato da onestà, abbondanza, pace. In tempo di pace, successivamente,  il tempio di Giano veniva chiuso, perché non c’era più bisogno del suo soccorso durante le guerre.

Dal 1968, da Paolo VI, per il mondo cristiano il primo gennaio è la giornata mondiale della pace, oltre che la solennità di Maria, madre di Dio, che guida l’umanità alla pace, accogliendo il saluto dell’angelo : ‘Non temere…’

Nei calendari lunari, il sentimento è il medesimo. In Cina, Il primo giorno del nuovo anno è dedicato all’accoglienza e al benvenuto delle divinità benigne del Cielo e della Terra.

 Dal 2 al 4 ottobre si ha l’inizio del mese di Tishrei, secondo il calendario lunare ebraico, che apre un periodo di riflessione, pentimento e rinnovamento spirituale, che culmina nel solenne Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione.

Nella religione dei Nativi Americani, le divinità erano gli “spiriti”, presenti dappertutto in natura. E tra alcune nazioni, il primo mese del calendario lunare si chiamava proprio ‘La luna degli spiriti’.

Allora, un proposito immenso quanto a noi vicino, irrealizzabile quanto necessario, sembra interrogare ogni cuore: che ognuno di noi contribuisca, per la sua parte, a realizzare il sogno di tutta l’umanità. La pace.

Il racconto del Cagliari: si è dato tutto, ma quel tutto sembra pochissimo.

di Daniele Madau

Foto della detentrice dei diritti Ansa

Unipol Domus, 18ma giornata/ CAGLIARI – INTER 0-3 (0-0)

CAGLIARI (4-3-2-1): Scuffet; Zappa, Mina (46′ Wieteska), Luperto, Obert (59′ Marin); Zortea, Gaetano (59′ Pavoletti), Augello; Adopo, Makoumbou (72′ Viola); Piccoli (84′ Felici).  . All.Nicola.

INTER(3-5-2): Sommer; Bisseck, De Vrij, Bastoni; Dumfries, Barella (73′ Zielinski), Calhanoglu (79′ Asllani), Mkhitaryan (79′ Frattesi), Dimarco (73′ Carlos Augusto); Thuram (79′ Taremi), Lautaro. All. Inzaghi.

ARBITRO: Daniele Doveri (Roma 1).

GOL: 54′ Bastoni (I), 70′ Lautaro (I), 78′ rig. Calhanoglu (I).

ASSIST: 54′ e 70′ Barella (I).

SPETTATORI: 16.500- Tutto esaurito

Non è semplice scrivere di Cagliari- Inter dopo aver visto, trasmesso un paio di sere fa in tv, il film ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’. Su Riva. Sul Cagliari dello scudetto. Sulla Sardegna. Ma, soprattutto,  su un mondo che non c’è più e di cui, forse, son rimasti solo i retaggi peggiori, anche nel calcio.

Ho iniziato a scrivere al 70mo, quando Barella,  il grande ex, esce, fischiato: forse negli epici anni ’70 non sarebbe successo, perché i campioni si rispettavano o, forse, perché un giovane campione sardo non avrebbe lasciato Cagliari.

Si era sul 2-0, reti, nella prima parte del secondo tempo, di Bastoni e Lautaro, il redivivo. Poco dopo, il 3-0, su rigore di Chalanoglu. La sensazione è quella di un qualcosa di atteso e inevitabile,  nonostante si viva di speranze e di nostalgie di miracoli, spesso visti dagli spettatori durante la carriera di re Davide Nicola, che ha un passato taumaturgico.

In questa tiepida notte tra Natale e Capodanno,  tuttavia, tutto è prosaico per noi sardi in riva allo stagno di Molentargius: la poesia è in tribuna, dove siede Zola, e il desiderio di riscatto dall’Inter degli industriali, che solo per il gusto di non vedere Riva alla Juve aveva comprato il Cagliari con sprezzante sfoggio di denaro,  resta strozzato in gola.

Appeso a un primo tempo coraggioso, ordinato e benaugurante; agonizzante, però,  davanti ai primi colpi di classe degli avversari,  che potevano permettersi di sbagliare da un metro dalla linea di porta con Lautaro: ‘matador’ che, come scritto, poco dopo avrebbe ritrovato il goal dopo un mese e mezzo.

Sino alla resa finale, inevitabile, data la sproporzione in campo.

Come ripartire? Forse dal mercato,  che deve colmare lacune in ogni reparto. Dal carattere, perché ci ricordavamo un Cagliari abituato a lottare sino alla fine. Dall’allenatore? Ai dirigenti cagliaritani l’ardua sentenza.

Finisce tra i fischi, con la sensazione di aver dato tutto e che quel tutto sia pochissimo. Si contesta. Sarebbe successo nei tempi epici, quelli che ora vediamo solo nei film? Forse no ma, se ora siamo ancora qui,  è grazie a ciò che abbiamo costruito allora. È tempo di prosa e fango: torneranno i prati, tornerà la poesia?

Un po’ di Natale, per conoscerlo meglio

di Daniele Madau

il ‘Tondo Doni’ di Michelangelo
Jasmine, 10 anni, salvata in mare dopo due giorni alla deriva

Quando si dice – per sottolineare il paradosso – che Gesù non è nato né il 25 dicembre né nell’anno zero, si dice la verità: in effetti, poche informazioni precise si possono avere di un evento accaduto in un paese sperduto di una remota parte del mondo, allora non ancora del tutto sottomesso a Roma. Stiamo davvero parlando di una delle ‘periferie’ che, come accade ancora oggi, non aveva né storici ufficiali né uffici stampa. Inoltre, stiamo parlando di un’umile coppia di genitori, che non apparteneva a nessuno dei ceti privilegiati. La data del 25 dicembre, allora, è frutto di ciò che viene chiamato ‘sincretismo religioso’, definizione che indica l’appropriazione da parte di una religione di elementi propri di altri credi: nell’antica Roma il 25 dicembre veniva festeggiato Mitra, il dio del sole invincibile (sol invictus). Quando però l’imperatore Costantino, intorno al 330 d.C., si convertì al cristianesimo, il 25 dicembre si incominciò a festeggiare non più il “Natalis solis” ma il “Natalis Christi”. Siamo subito dopo il solstizio d’inverno, in cui il sole si riappropria, piano piano, del suo potere sulle tenebre e l’oscurità: se pensiamo alle mille luci del nostro Natale, allora, possiamo capire quale significato di speranza e di vita si celi dietro questa simbologia di luci che, per la tradizione cristiana, è incarnata in un bambino nato povero, in una periferia. Per quanto riguarda la data, gli studiosi generalmente indicano la nascita di Gesù tra il 7 e il 4 a.C. Secondo la maggior parte degli storici, infatti, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato, e vi sono anche oggi, ripetute proposte di altre date.

La datazione tradizionale risale al monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo. Questa datazione si discosta, comunque, solo di uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II-III secolo. Stiamo parlando, dunque, di una tradizione davvero millenaria, bimillenaria, sulla quale non è opportuno ragionare di date, a meno che non lo si faccia di professione o non si abbiano curiosità erudite. Lo stesso discorso vale per il racconto della Natività che, dopo gli elementi forniti da Matteo e Luca – gli evangelisti della Natività stessa -, si è arricchito dei dettagli dei vangeli apocrifi, ricchi di particolari perché nati proprio per sopperire a quella mancanza. Mancanza comprensibile, dato che i testi più antichi del Nuovo Testamento risalgono a circa il 50 d.C. e in cui non vi era traccia di bue, asino e del numero dei magi. Circa millecento anni dopo, San Francesco, poco prima di morire, realizzò a Greccio il primo presepe della storia, per rivivere la povertà in cui nacque Gesù.

In quei testi si parlava, per la prima volta in ambito religioso, di un Dio che diventava uomo, nascendo da una ragazza ebrea e non perdendo nulla della sua divinità. Erano già esistite divinità che avevano assunto forma umana, ed esisteva già il monoteismo. Ma nessuno aveva mai parlato dell’unico Dio che, nascendo da una donna, come tutti noi, condividesse la condizione umana.

E allora, forse, si può aspettare il Natale riflettendo su questo: che la nascita è qualcosa che ci accomuna tutti e tutti rende vicini e fratelli, vicini e sorelle. Laicamente, tutti siamo nati e venuti al mondo, col pianto e avvertendo il freddo, come già cantava Leopardi. Dopo aver riflettuto su questo, sarebbe bello il silenzio, un altro dei simboli del Natale: il silenzio di un cielo d’inverno, limpido e terso, in cui le luci delle stelle risaltano di più.

Qust’anno, il 24 dicembre – domani – si aprirà la porta santa del giubileo a San Pietro, esattamente 725 anni dopo la prima apertura, quella di Bonifacio VIII che, venendo incontro alle innumerevoli richieste e alla forti pressioni dei pellegrini i quali – non potendo più recarsi a Gerusalemme – andavano a Roma, concesse un anno di remissione dei peccati e di estinzione di ogni pena. Il giubileo ha radici nell’Antico Testamento, dove il libro del Levitico (25:8-13) descrive un periodo di liberazione e grazia, celebrato ogni 50 anni. In quel tempo, che si apriva al suono di un corno di capra (yobel), i debiti venivano cancellati, gli schiavi liberati e le terre restituite ai proprietari originari.

Il 26 dicembre, però, si aprirà anche una porta santa in carcere, il luogo in cui i debiti si pagano per poter ritornare liberi ed essere accolti nuovamente dalla società, rinnovati.

E’ un’altra immagine simbolica e forte, di ogni nostro debito, errore, colpa o senso di colpa, che non dovrebbe mai avere l’ultima parola. Neanche la colpa terribile, di una società intera, di aver lasciato una bambina di 10 anni -Jasmine – in balìa del mare d’inverno per due interi giorni, prima di essere salvata dai soccorritori delle Ong. E’ una nuova Natività, questa, perché Jasmine si è salvata e ha avuto accanto un uomo e una donna che l’hanno accudita, in una sacra famiglia più bella di quella di Michelangelo. Che bel Natale, quello in cui una bambina migrante, salvatasi miracolosamente, è un nuovo segno di speranza.

Oltre il silenzio

di una ragazza che sa che non smetterà mai di lottare

E’ passato quasi un mese dal 25 novembre ma le luci non devono abbassarsi sulle violenze, fisiche e psicologiche, che ancora un numero inaccettabile di donne subisce. Per questo – come sempre ha fatto, con orgoglio, ‘La Riflessione’ – riceviamo e pubblichiamo volentieri questa testimonianza di una giovane donna, che sa che non smetterà mai di lottare.

Sono donna, credo che questo lo vediate tutti, ma sapete anche cos’è normale che io senta, subisca, veda in quanto donna? Io so com’è la mente di un uomo, so cos’è normale che succeda a una donna in famiglia. Nessuno ne parla, si sa da sempre, i fratelli e i padri sono gelosi, cercano di tenere le loro figlie in delle teche di vetro, lontane dagli uomini sbagliati, da quello che si sa essere un mondo sbagliato per noi donne. Tante volte mi vestivo bene, volevo solo sentirmi bella ma ogni volta venivo messa in ridicolo: “Ma dove credi di andare vestita così?”. Oppure ricevevo minacce: “Tu non ti vesti così, non ci pensare nemmeno. La gente che ti vede per strada cosa penserà?”. Per tanto tempo l’ho vista come una cosa fatta contro di me, forse i miei fratelli o mio padre non mi trovavano bella ed ero davvero ridicola. Col tempo ho iniziato a nascondermi, non mi truccavo mai, indossavo abiti che mi lasciavano indefinita, camminavo per strada a testa bassa con il timore di poter essere giudicata. Guardavo la bellezza come un pericolo: ‘se mi mettessi quel vestito corto la gente cosa penserebbe? Se mi fossi messa quel rossetto mi avrebbero guardato con disgusto?’ Ma col tempo ho capito, i miei fratelli hanno sempre guardato le belle ragazze ma sapevano anche i rischi che quelle ragazze correvano, sapevano qual’era il prezzo della consapevolezza di essere belle e il desiderio di essere viste, di essere libere in un mondo che conosce solo figlie rinchiuse e madri terrorizzate. Senza accorgermene ero stata rinchiusa in una gabbia mascherata da vestiti larghi e commenti denigratori, ero stata rinchiusa per gelosia e desiderio di possesso, una cosa che per il semplice fatto di essere donna è normale. Ho conosciuto altre ragazze che come me erano state messe in gabbia dalle loro famiglie, una di queste si chiamava Federica. Federica vive a Cagliari con la sua famiglia ed è la sorella maggiore di tre, è una brava ragazza, prende voti alti e ascolta sempre i suoi genitori. Il tempo passa e Federica diventa una bella ragazza, qualche ragazzo le fa la corte e le chiede di uscire, il padre di Federica non glielo permette, alza la voce e diche che Federica deve stare a casa a badare ai suoi fratelli. Federica obbedisce anche se non lo trova giusto, tuttavia il suo sguardo rimane puntato sulla finestra, vuole uscire. Federica insiste, dice che questo ragazzo che ha conosciuto le piace tanto e ci tiene ad uscire, il padre alza sempre di più la voce e senza neanche pensarci tira uno schiaffo sul bel visino di Federica. Lei cade a terra e coi suoi occhi pieni di lacrime guarda suo padre, perché lo aveva fatto?. Federica si accarezza la guancia, da quel giorno inizia a vivere una vita segreta, che la sua famiglia non conosce, esce la sera sgattaiolando dalla finestra e va a dormire sognando il giorno in cui se ne potrà andare. Quel giorno finalmente arriva, suo padre non è d’accordo ma ormai può già assaporare la libertà e non lo ascolta, si fa aiutare dalle sue amiche per prendere le sue cose e va via di casa. Certe notti le passa ripensando a quanto suo padre le avesse fatto del male, rinchiudendola in casa e soffocando le sue necessità con le urla o le mani, suo padre con la scusa di proteggerla la stava soffocando con le sbarre di una cella che la schiacciavano ogni giorno di più. Il tempo cura ogni ferita e adesso Federica è laureata in medicina e fa l’anestesista, da poco è diventata anche mamma di una bambina. Federica non è più una ragazza, ma ricorda il peso di essere nata donna in un mondo come il nostro, vede negli occhi di sua figlia la possibilità di cambiare, di darle quella libertà e spensieratezza che lei non ha mai avuto. Insegna a sua figlia di non spaventarsi mai davanti alle urla di un uomo, che la sua bellezza deve essere mostrata come un quadro in un museo e non rinchiusa come dei soldi in cassaforte. La sua libertà non deve essere commentata o discussa da nessuno. Certi uomini la temeranno, altri la guarderanno con disprezzo, ci sarà anche chi la guarderà con amore e desiderio, una sola cosa non cambierà, nessuno tra questi la avrà in possesso come un trofeo o un animale da circo, non sarà costretta a concedersi a nessuno se non lo vorrà, non sarà una brava moglie ma una grande donna. Federica ha insegnato tanto a sua figlia, lo so bene, perché sono io sua figlia. Come mia madre vivrò la mia vita libera, non lascerò più che nessun uomo mi metta dentro quella gabbia, ad oggi vado dove voglio e mi vesto come più mi piace, certi mi guardano storto e mi criticano bisbigliando ingiurie alle mie spalle. Ma che le offese siano alle mie spalle o mi vengano urlate in piena faccia, mi vedrete ancora con quella gonna e quei tacchi. Se per il fatto di essere libera sono una poco di buono, una pazza o poco raccomandabile allora vi do ragione, sono matta da legare, sono la donna meno affidabile di tutte e sono forse la donna che vale meno. Eppure sarò sempre libera, sarò sobria e appariscente, sarò libera di amare un uomo per tutta la vita, sarò libera di amarne cento. Se un giorno un uomo mi ucciderà perché sono libera sappiate che io non guarderò i giornali, non ascolterò i media o cosa dice la gente, anche il mio corpo privo di anima saprà che io non ho sbagliato amando. Ricordatevi che avrò lottato fino alla fine, e anche se arriverò ad avere tutti i capelli bianchi io non sarò una vittima, vivrò in un mondo di uomini e donne liberi, non in un mondo di padri, fratelli, cugini, mariti, amici che calpestano le donne e le rinchiudono. Uscirò sempre da quella gabbia a costo di rovinarmi lo smalto, di squarciarmi gli abiti e tagliarmi le mie bianche mani, e farei lo stesso per liberare ogni madre, figlia, sorella, cugina, amica. Perché non vivremo più zittite e messe da parte, ci alzeremo ogni volta e faremo sentire la nostra voce, prima di essere mogli siamo donne.

Il racconto del Cagliari: tra Davide e Golia, questa volta passa la dea Atalanta.  E corre verso lo scudetto.

di Daniele Madau

Carnesecchi vola su Piccoli- foto Eurosport

XVI giornata, Unipol Domus/CAGLIARI-ATALANTA 0-1

Cagliari (4-3-2-1): Sherri 6; Zappa 6, Mina 7, Luperto 6.5, Augello 6 (71’ Obert); Makoumbou 6 (77’ R. Marin), Adopo 6, Deiola 6.5 (71’ Gaetano); Zortea 5.5(77’ Pavoletti), Luvumbo 5.5 (52’ Felici); Piccoli 6. All.: Nicola.

Atalanta (3-4-2-1): Carnesecchi; Kossounou, Hien (46’ Djimsiti), Kolasinac; Bellanova, Pasalic (64’ Samardzic), Ederson (64’ Zaniolo), Ruggeri; Brescianini (46’ De Roon), De Ketelaere; Retegui (46’ Lookman). All.: Gasperini.

Arbitro: Luca Pairetto di Nichelino.

Gol: 66’ Zaniolo (A).

Assist: Bellanova (A, 0-1).

Note – Recupero: 2+4. Ammoniti: Luperto, De Roon, Augello, Zaniolo, Obert, Kolasinac.

Nella sfida tra la dea Atalanta e il re Davide, poteva finire pari o, addirittura, poteva vincere il piccolo Davide, in una variante della sfida contro Golia. Ma se è vero – come ha detto Fonseca- che giocare col Cagliari è più difficile che giocare contro il Real Madrid, l’Atalanta -pur avendo vinto, mentre aveva perso proprio con il Real Madrid tre giorni fa,- questa vittoria l’ha sudata. I bergamaschi, infatti, sono sembrati meno propositivi, meno oppressivi e meno dinamici del solito, pur tenendo sempre la squadra alta; mentre i rossoblu, soprattutto nel primo tempo e nell’arrembante finale di partita, hanno occupato bene la metà campo avversaria, tenendo stretti i reparti e a volte anche provando a verticalizzare e a sorprendere alle spalle gli avversari. Per entrambe le squadre le occasioni si sono avute nel primo tempo, inaugurate da Brescianini e poi, in serie, tutte per i padroni di casa che, in tre circostanze di seguito, hanno tirato addosso al portiere da distanza molto ravvicinata; oppure è il portiere che è stato particolarmente bravo a chiudere la porta: punti di vista. Quando, invece, puoi inserire dalla panchina  Zaniolo e Lookman, non è più questione di punti di vista ma di risorse che solo una squadra che lotta per lo scudetto può tenere nella riserva aurea della panchina. Il primo, infatti, segna di piatto su traversone dalla destra, su l’unica vera disattenzione della difesa; il secondo, sull’altra fascia, semina il panico e i suoi avversari come in una discesa di supergigante e con il suo classico tiro a rientrare sul primo palo quel palo lo colpisce, per poi vedere il pallone percorrere la linea di porta e uscire. Escono allo scoperto tutti i tifosi lombardi presenti in tribuna, che è sempre un bel melting pot, un crogiuolo di provenienza  diverse e tifo diverso, dato che dietro di me i più accaniti tifosi sembrano proprio di origine napoletana, e tifano Cagliari, nonostante la tradizionale rivalità tra i rossoblu’ e i partenopei. Ci sono anche tanti bambini tifosi del dell’Atalanta che, mentre tifano i loro beniamini, guardano alla curva Futura, piena di bambini delle elementari che tifano il Cagliari e, si vede, che vorrebbero stare con loro: sarebbe bello, sarebbe davvero un bell’ esperimento vedere le due piccole tifoserie insieme, mentre i quattro minuti di recupero svaniscono e l’Atalanta ha la certezza di restare in testa alla classifica e conquista la dodicesima vittoria: per dire, ne ha sei in più della Juve. E, se, come si dice sempre, lo scudetto passa anche per queste vittorie un po’ sporche, furbe e poco meritate, la dea – o, meglio, l’eroina- Atalanta quest’anno potrebbe davvero concludere la sua corsa non con un matrimonio col suo pretendente ma con uno scudetto

L’Italia siamo, ancora, tutti noi

di Daniele Madau

Ho conosciuto persone che, anche mettendo in conto di spendere di più, compravano macchine Fiat per aiutare l’economia italiana. E ho sentito dire – in realtà, lo sento ancora – quanto sia forte il ‘made in Italy’ e quanto sia ammirata l’eccellenza italiana.

Ma il punto di partenza è sbagliato, perché solo in parte stiamo parlando di Italia: stiamo parlando del colosso dell’automobile ‘Stellantis’, il cui amministratore delegato – Tavares – si è appena dimesso.

Di Stellantis, insieme a marchi come Jeep, Opel e Chrysler, è parte integrante proprio la FIat che, all’interno del gruppo, ha portato il bagaglio di storia, conoscenze e operai delle fabbriche italiane, il suo mercato, i suoi dirigenti.

Tra questi i più conosciuti, oltre al dimissionario Tavares, Jhon Elkan e colui che, in vita, aveva guidato la prima transizione in FCA, Segio Marchionne.

Jhon Elkan si è appena rifiutato – per l’ennesima volta – di andare a riferire in Parlamento, cuore della Repubblica Italiana. Marchionne aveva portato avanti la decisione di spostare le sedi fiscali e giuridiche di FCA fuori dall’Italia, per questioni di tasse, burocrazia, costi, internazionalizzazione, quotazioni in borsa. A lui plaudeva Renzi che, dovendo scegliere tra Marchionne e il sindacato, affermava sicuro: ‘Sto con Marchionne senza se e senza ma’. Non si sono sentire reazioni di Renzi ora che, con le dimissioni di Tavares a seguito di un 2024 dai numeri pessimi per Stellantis, la crisi dell’automobile in Italia è conclamata, con conseguente ricaduta sull’occupazione. La notizia, terribile, è pero che la crisi è mondiale. Solo la Cina e Tesla sono pronti alla transizione elettriche. E’ un confronto interessante, perché abbiamo il comunismo reale contro il più grande imprenditore privato. Come sempre, la verità potrebbe stare nel mezzo. Tra l’enorme lavoro operaio poco tutelato e poco pagato della Cina e l’imprenditoria futurista che vuole governare lo Stato per depotenziarlo- a cui si aggrappa già la nuova amministrazione Trump – bisognerebbe scegliere una forte industria guidata dallo Stato.

E’ successo? Sì, sino a poco tempo fa, sino agli inizi degli anni ’90, prima delle privatizzazioni, prima della globalizzazione, prima della smantellazione della presenza dello Stato nel tessuto sociale quotidiano.

I nostri nonni o i nostri genitori lavoravano all’Enel, all’Agip, alle Fs, alle Poste, nelle banche, nelle forze armate, nell’impego strettamente pubblico o nelle grandi aziende, venivano formati, assistiti – con dopolavori, colonie, premi produzione, incentivi, pensioni anticipate, asili – creavano una famiglia e contribuivano al benessere. Erano gli effetti di una congiuntura favorevole tra piano Marshall, grandi industriali come Mattei e Olivetti, ricostruzione post-belliche, presenza dei grandi partiti come DC e PCI – e dei sindacati – che spingevano e lottavano tra loro per aumentare il benessere e il consenso, anche a costo del bilancio statale. C’era, poi, una grande coscienza collettiva, dovuta alla voglia di informarsi, studiare, crescere, che portava alla consapevolezza di quanto fosse importante il proprio lavoro e il proprio contributo.

Alle spalle di tutto c’era, però, lo Stato. E’ lo Stato che ha pensato i piani di rinascita, l’Iri, le casse per il Mezzogiorno: con tutti i difetti, ma c’erano. Una volta andato via lo Stato – e di fronte alla modernità e all’internazionalizzazione della globalizzazione – le grandi industrie hanno mantenuto quasi solo il loro volto dedito ai ‘dividendi’. Le due anime della società – Stato e aziende – si sono scisse, in maniera dolorosa e – sembra – irreversibile. Non so quale sia il segreto di grandi aziende come Barilla, Luxottica, Ferrero, Tod’s : vedo in loro, però, sapienza artigianale, industriale e di marketing, lungimiranza. In Armani, invece -purtroppo – vedo ancora poca attenzione all’ambiente e alla salute delle modelle, ma in nessuna mi sembra di vedere il desiderio di far crescere l’Italia. Del resto, non esiste un piano industriale, non esiste un salario minimo e, paradosso dei paradossi per un Paese con un alto tasso di occupazione, non esistono più i centri per l’impiego, laddove prima avevamo gli uffici di collocamento.

Nella sfida della globalizzazione non vincono coloro che cedono al mercato industriale la gestione della nostro lavoro; può sembrare non immediatamente riscontrabile ma è ancora vero il contrario: Stati -modello come Svezia, Danimanrca, Norvegia, Finlandia sono Paesi con uno fortissimo stato sociale e con una industrializzazione ridotta. Istruzione, qualità della vita, rispetto dell’ambiente e della famiglia sono le stelle polari. E queste, anche se va contro il pensiero del capitalismo meno illuminato, le dà ancora lo Stato. E, non dimentichiamocelo, lo Stato, l’Italia, siamo ancora tutti noi, che -magari – abbiamo creduto nel comprare prodotti italiani: commercianti, artigiani, liberi professionisti, impegati nel pubblico e nel privato, pensionati. Operai. Tutti noi.

Se i social sono il ‘mezzo’, il fine qual è?

di Daniele Madau

Riflettiamo sull’uso dei social, prendendola con un po’ di filosofia

La notizia della decisione del governo australiano di vietare – pena sanzioni milionarie – l’uso dei social sotto i 16 anni, avrebbe dovuto suscitare una discussione generale, soprattutto in Italia. Bisognerebbe subito sottolineare come, giustamente, in Australia sia intervenuta la politica a regolamentare questa materia così delicata per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. In Italia tutto è, come spesso accade, demandato alle famiglie e alla scuola che, ormai, barcollano sotto il peso solitario della responsabilità. A ben guardare, in più c’è un’ aggravante: nel nostro Paese non solo la politica non regola la materia, non solo la utilizza eccessivamente  (si può ben dire che ormai la politica ‘è’ social) ma ne é suddita e schiava. Evito gli esempi, li abbiamo in mente. Sui social, la mia è una posizione estrema, forse estremista, addirittura apocalittica, per usare un’ espressione di Umberto Eco, ma credo che abbia un fondo di verità. La domanda è semplice, diretta, basilare ma non superficiale, scontata ma non inutile: quali vantaggi hanno portato alla società i ‘social media’? Come sempre per capire un argomento può essere utile un’indagine etimologica: ‘media’ plurale del neutro latino ‘medium’- significa ‘mezzo’ sia nel senso ‘che sta in mezzo’ sia come ‘strumento’. La successiva domanda è naturale: se sono il mezzo, il fine qual è? E, soprattutto, se sono il mezzo non devono diventare il fine.

Forse questo fine può essere l’amplificazione di un contenuto? La socializzazione? Innanzitutto, non si può negare che queste esistessero già: conosciamo la divinità classica Fama, e ‘social’ deriva da ‘societas’, latino. Sappiamo bene, poi, quanto l’idea di comunità esistesse nei nostri quartieri e nei nostri paesi. Siamo stati noi la patria dei comuni medievali. Successivamente, dovrebbe valere sempre l’immagine evangelica dell’albero che si riconosce dai suoi frutti. Quali sono stati i frutti: la creazione dei gruppi dei compagni delle medie? La nascita degli youtuber e degli influencer? L’aver accesso diretto alle vite degli altri? Lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione e, appunto – il termine deriva da ‘forma’ – di  informazione?E tutto questo a che prezzo? Al prezzo di nuove dipendenze, nuovi reati, nuove fragilità, perdite di altre competenze, altri saperi e dell’intermediazione? È lecita,poi, la smisurata ricchezza dei fondatori – proprietari? Come detto, so bene di essere estremo e riconosco alcuni vantaggi, come quello di essere insostituibili in situazioni di emergenza per organizzare un soccorso o diffondere un messaggio. Oppure, a un livello assai più basso, come quello dell’utilità di video tutorial.  Soprattutto tutto ciò può essere il prezzo della modernità e lo scrivo pensando che, io stesso, pubblicherò questo articolo su un social per avere più visibilità; però, lo pubblicherò anche per riflettere: i social che riflettono su se stessi, si chiama meta- riflessione. Sarebbe bello un Socrate che percorresse le nostre strade ponendoci queste domande sui social, ben coscienti del fatto che non li avrebbe usati: del resto, ci vuole un po’ di filosofia per prendere tutto con filosofia. In sua assenza, umilmente ci proviamo noi, e data la risposta sui possibili fini dobbiamo chiederci se questi fini sono buoni. Ce lo dovremmo chiedere in noi ma soprattutto coloro che eleggiamo e paghiamo profumatamente per decidere per noi. Laddove questo non accade, nasce il vero problema, che diventa corto circuito nel momento in cui i politici usano i social compulsivamente. Un corto circuito che nemmeno Socrate, che sapeva di non sapere, avrebbe potuto risolvere e che se non la morte, come nel 399 avanti Cristo, forse gli avrebbe causato una pena per diffamazione, perché zitto, contro certa politica, non sarebbe stato.

La scuola pubblica, vittima di ogni governo

di Daniele Madau

Al netto di ogni trionfalismo da parte del governo in carica- che rientra nel gioco delle parti- l’ enorme divario che ci separa, in termini di benessere e tenore di vita, dai Paesi che fino agli anni Ottanta erano i nostri diretti competitori, Germania Gran Bretagna e Francia – per non parlare degli Stati del nord- , ha tra le altre cause anche la considerazione che si ha, e si è avuto, della scuola negli ultimi decenni. L’ultima riforma organica, tra luci e ombre, è stata quella del governo Renzi, poi smantellata in sede di accordi sindacali. Dopo una miopia sinceramente inquietante, assai poco lungimirante e colpevole, tutti adesso ne paghiamo le colpe. E se la destra, o il centro-destra, al governo ha mantenuto fede alla sua visione antistatale- a volte con tratti ideologici- e imprenditoriale poco attenta al valore anche economico della cultura, commettendo così un clamoroso errore di prospettiva, il centro-sinistra ha tradito Gramsci, il concetto di nobiltà e di elevazione dato dalla cultura anche per i ceti meno abbienti e l’idea dell’istruzione come ascensore sociale, a cui i nostri genitori hanno creduto, perché questo avevano vissuto, e per la quale hanno sostenuto anche ingenti spese. E così mentre gli Stati citati sopra hanno raggiunto un benessere sociale tale da attrarre i nostri giovani in una drammatica emigrazione di massa, soprattutto culturale, i nostri governi sono riusciti a ottenere una incredibile serie di risultati tali da portarci agli ultimi posti di tutte le graduatorie europee riferite ad aspetti positivi della società civile. l’Italia è invecchiata, sta attraversando un inverno demografico e offre stipendi che, unici tra gli altri Stati, sono decresciuti negli ultimi anni. In poche parole non ha speranza. Ha tradito, poi, tutte le componenti della scuola: gli studenti che, una volta concluso il ciclo di studi superiori, ha trovato un’università in preda ai baroni che spesso bloccavano il loro ingresso nel mondo della ricerca; ha tradito gli insegnanti, che non hanno visto valorizzato i loro impegno; anzi, hanno visto perdere il prestigio sociale e aumentare a dismisura le incombenze. Hanno tradito le famiglie, i collaboratori scolastici e i dirigenti: tutti coloro che concorrono a far sì che la scuola sia un ambiente educante. Esemplificativo di questo modo lunare e paradossale di rapportarsi con la scuola, sono alcune uscite di Giorgia Meloni e del ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, eredi del berlusconismo gelminiano, che favoriva le olgettine rispetto ai meritevoli. La presidente del consiglio in un istituto agrario ha affermato: ‘Questo è il vero liceo’ . Le ha fatto eco il ministro che, oltre ad aver aperto le porte a un possibile bonus da 1400 euro per ogni iscritto a un istituto privato, ha affermato che sarebbe andato in ogni terza media per sostenere le iscrizioni agli istituti professionali o tecnici. Ha davvero poco senso, oltre che essere nociva, questa competizione e questa discriminazione del liceo: se non altro per la tradizione che i nostri studi classici hanno avuto e per l’influenza di De Santis e Croce. Soprattutto, però, Meloni e Valditara ignorano il buon senso e l’articolo 147 del codice civile, che indica come i ragazzi debbano essere sostenuti nelle scelte secondo le ‘proprie inclinazioni’: solo questo, solo questa è la luce. Ma qui siamo davanti alle tenebre, quelle dell’ignoranza. E l’ignoranza produce mostri, dei quali la vittima preferita è la scuola. E con essa tutti noi.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora