Il racconto del Cagliari. 0-4 col Napoli: splendori e miserie del calcio

di Daniele Madau

Conferenza stampa di presentazione

C’è aria di cambiamento ad Asseminello, come si nota dai lavori in corso all’ingresso, scenografie del passaggio dei calciatori alla fine dell’allenamento, nelle loro belle macchine: beata gioventù; del resto, anche i gladiatori dell’antica Roma erano vere e proprie star.

Innanzitutto il nome corretto del centro ora è ‘Crai Center’ (ahi, l’inglese imperante…), secondariamente re Davide Nicola, al contrario del ‘Mister and commander’ Ranieri – di cui erano proverbiali le risposte quasi lapidarie -, parla molto, e si prodiga in spiegazioni tecniche.

I concetti che emergono sono quelli della difficoltà della gara e della forza dell’avversario, insieme alla necessità di cercare, comunque, di imporre il proprio gioco: è su questo che sta lavorando, da luglio, Nicola.

Il mister, poi, confida di esser ben a conoscenza di quanto, questa gara, sia storicamente sentita da tutto l’ambiente e si dichiara rispettoso della storia del club. Le tensioni vissute durante la partita saranno, purtroppo, conferma di questa rivalità, che trascende i confini sportivi per diventare miseria.

In chiusura di conferenza, l’evento inaspettato e piacevole di una disputa lessicale: ‘Per vincere – dice il tecnico – ci vorrà…trovate un termine sardo per tradurre cazzima o garra

A maggioranza la sala stampa vota balentìa, pur con tutti i distinguo del caso.

La gara

Unipol Domus, IV giornata di Seria A CAGLIARI-NAPOLI 0-4

Marcatori: 18′ Di Lorenzo (N), 66′ Kvaratskhelia (N), 70′ Lukaku (N), 93′ Buongiorno (N)

CAGLIARI (3-5-2): Scuffet 5; Zappa 5,5; Mina 6,5; Luperto 5,5; Azzi 5,5 (59′ Zortea 6), Deiola 5 (46′ Adopo 5,5), Marin 6 (78′ Makoumbou sv), Gaetano 5,5; (59′ Mutandwa 6), Augello 6; Luvumbo 6,5, Piccoli 5,5 (78′ Pavoletti sv). All. Nicola 5,5.

NAPOLI (3-4-2-1): Meret 7,5; Di Lorenzo 7, Rrahmani 6,5, Buongiorno 6,5; Mazzocchi 6, Anguissa 7, Lobotka 6 (74′ Gilmour sv), Spinazzola 6 (63′ Olivera 6); Politano 7 (81′ Neres 6,5), Kvaratskhelia 7 (74′ McTominay sv); Lukaku 7,5 (74′ Simeone sv). All. Conte 7.

Arbitro: La Penna

Ammoniti: Lobotka (N), Lukaku (N), Mina (C)

Espulsi: nessuno

Spettatori: 15.500

Galeano (‘Splendori e miserie del gioco del calcio’), e tanti altri scrittori, hanno letterarizzato il calcio, innalzandolo a sublimazione della vita, più che a una sua metafora. Quando vedi le porte sul terreno verde, però, non puoi non pensare alla insensata durezza della vita stessa, perché senti il cuore che sobbalza alla realizzazione del fatto che, il giorno prima, un bambino di 9 anni, Gioele, è stato schiacciato da una piccola porta, di un piccolo campo di periferia a Sassari, non verde ma color asfalto.

Intanto si ricorda Cesare Poli, del Cagliari dello scudetto: quella sì, vera sublimazione di una vita isolana. Poi si inizia.

Il primo tempo è diviso in due da uno spartiacque, un qualcosa che emerge dal passato: la violenza e la tensione, causate- al 25′- da un reciproco lancio di fumogeni da parte delle tifoserie. Mentre i bambini della ‘Curva Futura’, dopo un primo smarrimento, cercano di far sentire nuovamente le loro squillanti voci, vengono sommersi dai petardi. Splendori e miserie. Poco prima di questa follia, al 18′ , il goal del Napoli, avanti alla prima conclusione a rete. Su appoggio di Lukaku, Di Lorenzo calcia del limite dell’area. La sfortunata deviazione di Mina è decisiva per battere Scuffet.

I rossoblù, per tutta la prima frazione, non riscono a imporre, come da auspicio, il proprio gioco e sembrano, come in passato, prediligere le ripartenze, per sfruttare Luvumbo: proprio la punta sarda risulta tra i migliori della prima parte, insieme a Lukaku, Kvara e Mina. Il primo tempo, tuttavia, si conclude con un grande intervento del portiere azzurro Meret che devia un colpo di testa di Piccoli su calcio d’angolo di Augello.

Fumogeni e petardi durante il primo tempo di Cagliari – Napoli (foto Mediaset)

Il secondo tempo ha ancora come colonna sonora i petardi, mentre in tribuna tifosi del Cagliari e del Napoli convivono tranquillamente, come in un anticipo di Paradiso: splendori e miserie del calcio.

Il Cagliari, intanto, riesce a conquistare campo, facendo arretrare i partenopei: con un po’ più di fortuna e precisione, che si devono accompagnare alla balentìa, il paraggio sarebbe potuto essere realtà: prima una doppia occasione, con Meret che si esalta sul colpo di testa di Luperto e Luvumbo che sulla ribattuta calcia a lato. Poi, al 55′ , conto ancora aperto di Marin con la traversa, con la palla che colpisce il legno da trenta metri, dopo la deviazione, ancora una volta decisiva, di Meret.

Ma il tramonto infuocato di Cagliari mette in rilievo, invece del paraggio, la statura degli avversari, che si avvalgono di veri campioni: al 66′ Kvaratskhelia, su imbucata di Lukaku, si invola verso Scuffet e non sbaglia; al 70′ è invece Kvaratskhelia che, dopo un madornale errore di Scuffet, porge l’assist al colpo da biliardo di Lukaku.

Nel vortice delle sostituzioni, pensi che una qualche amicizia sportiva tra i padroni e gli ospiti sembra essere impossibile, se l’ex Simeone viene sonoramente fischiato all’ingresso senza un apparente motivo, se non quello di essere ex ed essere del Napoli. O forse ci sarà, tanti sono i motivi della storica rivalità…

Mentre si spera nel goal della bandiera dei rossoblù, al 93′ arriva la quarta rete degli ospiti firmata da Buongiorno, che segna con un colpo di testa su assist di Neres.

Scendono i titoli di coda, accompagnati dai ricordi di una musica brutta, inascoltabile: i petardi, le tensioni, i tifosi partenopei che urlano di pecore e Serie B. Ancora le pecore?Incredibile. E insieme a tutto questo, i numeri che si fanno duri: 0-4, 1 punto in tre partite in casa, un solo goal all’attivo, 6 subiti; penultima posizione con due punti, ottenuti nelle prime due giornate e seguiti da due sconfitte

Ma poi senti che i bambini, anche sullo 0-4, non hanno smesso di incitare: miserie e splendori del calcio.

Quando il calendario iniziava a settembre. Buon anno a tutti

di Daniele Madau

Il calendario bizantino, seguendo quello agricolo, iniziava a settembre: tradizione che è continuata in Sardegna, come dimostra il nome in sardo di Cabudanni (caput anni) per il nono mese dell’anno.

Mentre la raccolta del grano si conclude e le giornate si accorciano, anticipando i colori dell’autunno e accompagnate da un vento che porta profumi più freschi, il tempo del lavoro e della fatica- il tempo della nostra quotidianità- bussa inesorabile, a sostituire il tempo del riposo, della festa, della condivisione,  della compagnia. Ed è proprio quest’ultimo, ricordiamolo, il tempo sacro mentre quello del lavoro, antropologicamente, è tempo di condanna, di espiazione, di fatica che nobilita ed eleva.

Di nuovo a faticare, quindi, in attesa del nuovo tempo della pace e del riposo. E allora, che sia un anno in cui ognuno di noi possa di nuovo credere in qualcosa che, oggettivamente, ci sarà, arriverà: ma con attese diverse. Il futuro.

Sant’Agostino e Petrarca percepivano il tempo come stato dell’anima, curvandolo su noi stessi, non rendendolo più assoluto: prima di Einstein l’hanno inteso come relativo. Relativo a me, al mio cuore e alla mia anima.

La percezione di futuro di un precario è diversa da quella di un amministratore delegato. Quella di un novantenne da quella di un quindicenne. Quella della Svezia da quella della Palestina.

E l’Italia? L’Italia… dipende da noi e da chi deleghiamo a governarci.

Si apre il nuovo anno scolastico mentre si chiude quello con meno nascite in assoluto: come riuscire a percepire il futuro?

Il debito pubblico continua ad aumentare, così come i prezzi e i costi della nostra quotidianità e ferialita’, del tempo della fatica.

Eppure, noi dobbiamo credere nel futuro, perché siamo uomini e donne e, senza speranza, la nostra anima si appassisce come le foglie. Anzi, dobbiamo credere nel diritto alla felicità, come da emendamento alla Costituzione americana.

E allora, crediamo anche nella scuola che spalanca le porte e fa squillare le campanelle in questi giorni, crediamo nella cultura e nel merito. Di più, pretendiamo il merito, il rispetto delle leggi, la gentilezza, la disponibilità. Pretendiamo che si paghino le tasse, con la gradualità e proporzionalità che la nostra Costituzione prevede. Perché è da qui che poi, come il grano prima del nuovo anno agricolo, cresceranno ospedali, infrastrutture, scuole, sicurezza, lavoro e, quindi, figli e futuro.  Tutto tornerebbe, come nella ciclicità sacra del tempo. ‘Siamo noi questo piatto di grano’ canta De Gregori in ‘La storia’.

Ma possiamo andare oltre, possiamo toccare territori inesplorati, ucronie. In questi giorni esce il libro di Carrère ‘Ucronia’, appunto. Letteralmente significa ‘tempo che non esiste’ : nel testo l’autore si chiede cosa sarebbe successo se Napoleone non fosse stato sconfitto o Pilato non avesse condannato Gesù.

Cosa succederebbe se tutti pagassero le tasse, se scegliessimo- andando tutti a votare- con accuratezza i nostri governatori, se tutti usassero una coscienza civica, se tutti rispettassero l’ambiente? La risposta la sappiamo: più servizi, più opportunità,  più futuro. Una ucronia che dipende solo da noi

Alzati e combatti

di Erika M.*

‘La Riflessione’ , da sempre, ha ritenuto essere una sua finalità prioritaria quella di sensibilizzare, e di far riflettere, sulle violenze di genere e di dare voce e spazio a testimonianze che possano spingere le vittime alla consapevolezza, alla ribellione e alla denuncia. Riceviamo volentieri e pubblichiamo, quindi, la testimonianza di Erika sul suo passato e sul suo impegno

Una frase che sento spesso è: “La vita mica è così facile”.
Lo sento spesso da uomini e donne che magari vivono un momento difficile o che stanno vivendo dei piccoli attimi di sconforto, come se tutti gli altri non avessero problemi da risolvere.
Di sicuro a tutte queste persone posso solo dire che in realtà ognuno di noi porta una croce bella pesante: la differenza sta nel modo di portarla avendo forza e coraggio.
La mia vita mi ha dato diversi calci in bocca e altre volte è sembrata più un altalena che non si fermava mai, andando così veloce che mi sentivo male, pronta per vomitare.
Ma la prima lezione l’ho ricevuta da piccola quando mio padre non faceva altro che picchiare mia madre.
Ricordo ancora il giorno in cui mi spaccò la testa perché avevo deciso di fermarlo.
Non potevo continuare a guardare mio padre che picchiava mia madre incinta della mia sorellina.
Dal mio angolo dietro la porta ricordo di come prima aveva iniziato con mia madre, di come aveva buttato a terra mia nonna che aveva cercato di fermarlo e la vidi cadere sotto i suoi pugni. Avevo 5 anni, avevo paura di quella figura che sovrastava mia madre, ma sapevo che lì c’era anche la mia sorellina ancora non nata.
Mi buttai su di lui e cercai di bloccargli le gambe, sentì che mi prendeva di peso e mi tirava via, nel farlo sbattei la testa nello spigolo del tavolo di marmo e fu lì che si fermò.
Ricordo poco del dopo, ma ricordo bene che finalmente mia madre poteva denunciarlo e mandarlo via.
Quel mostro era un maresciallo dei carabinieri, per nostra disgrazia in Sicilia si pensava che un carabiniere poteva fare quello che voleva, anche i suoi colleghi sapevano ma nessuno disse mai nulla.
Ma quando toccò a me non fu protetto più da nessuno, picchiare una bambina era inconcepibile e finalmente mia madre potè mandar via quel mostro.
Un mostro le cui uniche parole che mi risuonano ancora sono: “Io non ti ho mai voluta e nemmeno ti voglio bene”.
Mio padre, o meglio colui che mi ha dato solo metà DNA, per me non è stato altro che un mostro, l’uomo nero che tormentava mia madre e che ha tormentato spesso i miei incubi. Un Freddy Krugher che entrava nei miei incubi terrorizzandomi.
Da quel momento in poi la vita cambiò, ma come spesso capita ci sono storie che si ripetono.
Noi esseri umani siamo un esempio di come la storia piuttosto che insegnarci a non commettere gli stessi errori spesso invece ci spinga a  ricommetterli.
A 18 anni decisi di andare a studiare a Pavia, due anni dopo conobbi quello che divenne il mio compagno. Dopo un anno di fidanzamento, durante il quale sembrava essere il principe azzurro, mi chiese di andare a vivere insieme e accettai: forse se fossi stata più attenta mi sarei accorta di alcuni segnali o semplicemente volevo essere amata.
Poco dopo la convivenza ebbe iniziò il mio incubo, un nuovo Freddy Krugher.
Non cominciò subito e forse per questo sperai che non continuasse.
Il primo schiaffo mi fece girare la testa, semplicemente stavo ridendo con dei suoi amici e decisi di fumare, ricordo ancora di come mi distrusse ogni sigaretta davanti a loro e quando mi alzai perché non volevo dargli l’ultima sigaretta mi arrivo uno schiaffo così forte che non sentivo altro che un ronzio.
In quell’ istante mi disse subito scusa, che era stato un momento, ma ciò che mi lasciava senza parole e bloccata era che nessuno dei presenti disse qualcosa. Mi sedetti, non riuscivo a parlare, sentivo solo una gran rabbia. Non potevo credere che ciò che era successo a mia madre stesse succedendo a me.
Ero sbagliata? Cosa avevo fatto? Perché non reagivo? Erano le domande che mi tormentavano.
Quello fu il primo di altri schiaffi; uno degli episodi che mi porterò a vita fu quello di uno schiaffo così forte che sentivo il sapore di ferro in bocca, mi disse “Scusa non volevo ma perché continui a farmi arrabbiare? Lo sai che certe cose mi fanno innervosire. Se tu smetti non ti alzerò mai più un dito”
Restai ferma e feci un cenno con il capo, ormai i lividi c’erano, e la mia paura di dire qualcosa di sbagliato cresceva dentro di me, al punto di dire scusa per qualsiasi cosa anche se mi alzava solo la voce.
Mi sentivo così inerme, sola, abbandonata, e l’unico conforto era quello della cagnolina che avevo preso anche se lui non voleva, lei è stata la mia salvezza.
Ma il momento di rottura, il momento in cui ritrovai la forza che avevo avuto da piccola fu il giorno in cui rientrando da lavoro lo trovai a letto con una mia collega di Università.
Presi tutto e li buttai fuori, ebbi il tempo di prendere le chiavi per richiudere la porta ma non vi riuscì, con una spinta era riuscito a rientrare.
Fu in quel momento che pensai che era finita per me, 15 soli secondi e tutto cambiò.
I miei 15 secondi mi permisero di non avere più paura. Gli dissi di andarsene e lo spinsi contro la porta per farlo uscire, ed è lì che ricordo il pugno alla pancia e la mia piccola cucciola che si era messa in mezzo per difendermi.
Era come rivedere me da piccola mi rialzai e difesi me e lei. Il calcio sulla coscia mi buttò nuovamente a terra per un attimo pensavo che si fosse rotta, quando non mi rialzai lui scappò, penso che avesse capito ciò che aveva fatto ma finalmente era fuori dalla mia vita.
Ad oggi dopo 14 anni e dopo appositi controlli quel giorno fu il giorno in cui persi il 30% della sensibilità della mia gamba, ma la mia piccola pulce mi aiutò a camminare, mangiare, e riprendere in mano la mia vita.
Adesso collaboro come volontaria per donne che vengono maltrattate o che rischiano la loro vita, e dopo i due master in Criminologia penale e Neuropsicologia ho iniziato ad aiutare donne e bambini che vivono quello che ho vissuto io.
Diventare una volontaria, aiutare chi ne ha bisogno è diventato il mio obiettivo soprattutto perché adesso sono finalmente forte.

THE PRIDE TO BE CURVY

Quante donne si guardano allo specchio e non vedono altro che un corpo in cui non si sentono al loro agio arrivando quasi ad odiarlo?
Sono tante, questa è la verità, ed io ero così, o meglio lo sono stata, arrivando a guardarmi e al non riconoscermi in quel corpo.
Chi mi vede nelle foto, o chi mi segue su Instagram, non sa come faccia a sentirmi a mio agio anche se la mia taglia non è una 40.
Sarò sincera: sono ben lontana da quella taglia e adesso ci rido anche su: mi vien chiesto come io mi senta a mio agio con un corpo formoso e con le mie curve morbide; dico così perché c’è chi mi ha detto che dovrei dimagrire in quanto non sono formosa ma grassa.
Ed ecco che, come spesso capita, c’è chi crede di poter scrivere tutto quello che vuole basandosi su quelli che si possono reputare “aspetti standard e giusti”.
Il mio non è un inno all’essere in sovrappeso, ma è un inno alla gioia di accettare il proprio corpo seguendo un regime alimentare più sano con attività fisica, stando bene attenti a quello che sto scrivendo: c’è chi, leggendo questo articolo, potrebbe fraintendermi.
Ciò che porto avanti negli ultimi anni è un pensiero che possa aiutare noi donne nel guardarci allo specchio senza arrivare a pensare che il proprio corpo faccia schifo.
Anche io ho iniziato ad odiarmi, non sapevo più come fare ad accettarmi, e da lì a poco ho intrapreso una strada molto più comune di quello che si possa pensare… quella della bulimia. E da quel momento un mostro iniziò a mangiarmi da dentro: credo che sia la parola giusta da usare.
Ero riuscita a dimagrire, ero diventata quella a cui tanto aspiravo, ma questo mi è costato molto di più di quello che si possa pensare.
Il cibo per me era diventato il mio nemico, non avevo potere o controllo, e l’unica cosa da fare era buttare via quel nemico da dentro il mio corpo.
Solo quando capii che la gola mi bruciava così tanto da non poter più inghiottire nemmeno l’acqua, quello è stato il momento in cui ho capito di dover chiedere aiuto.
Ad oggi non sono magra, né un peso forma, sono quella che sono: una donna che ha capito che la bellezza non è essere magre ma essere in normopeso, una donna in salute, che si guarda allo specchio e riesce a piacersi un po’ di più.
Dal momento che ho capito questo, molte cose sono cambiate.
Sicuramente il mio rapporto cibo-corpo-specchio è ancora altalenante, ma sicuramente ci sto mettendo tutta me stessa nel fare in modo di non cadere in quel buco.
Perché siamo sincere, c’è chi combatte contro l’alcool o contro le droghe, ma anche i disturbi alimentari come la bulimia e l’anoressia sono delle dipendenze con cui combattere per non ricascarci.
Forse è per questo che ho iniziato il mio percorso da modella curvy e sto portando avanti il pensiero del body positivity.

Ma voglio anche che si possa spiegare bene cosa significa modella curvy.
Noi Curvy siamo quelle donne che non si sentono obbligate a portare taglie estreme come una 38 o una 40, ma donne che portano la 48 o la 50 con fierezza e orgoglio. Noi donne che siamo riuscite a far parte del mondo della moda e sentirci belle come non mai.
Essere una donna Curvy non è così facile, perché si diventa anche portavoce di quello che si avvicina non solo ad una filosofia ma anche una responsabilità che riguarda l’approccio positivo con il proprio corpo e ad una maggiore consapevolezza del proprio corpo.
Ciò che vorrei far comprendere è che l’aspetto fisico non è l’unica cosa che conta… Il mio obiettivo è quello di far capire alle donne che vestono le taglie forti che la bellezza non appartiene soltanto a chi ha un corpo magro e snello.
Quando parlo di curvy o body positive è quello di comunicare alle donne di amarsi anche se hanno qualche chilo in più, donne che finalmente riescono a rappresentare la bellezza vera e autentica, quella di chi ha un corpo normale e non perfetto.
La chiave per consentire tutto ciò è mettere in risalto ogni forma e curva che si possiede, gli aspetti che rendono uniche e speciali ogni donna. Non nascondete le lentiggini, i nei o le parti del corpo più formose, ma al contrario dovete metterli in risalto senza alcuna vergogna.
Siate sempre fiere di Voi. Fiere di ogni vostro aspetto, anche quando verrà il giorno in cui vi sentirete a disagio, guardatevi allo specchio e siate fiere di ogni vostra smagliatura, del chiletto in più sui fianchi.
Ricordatevi: la bellezza non si pesa su una bilancia, su un paio di pantaloni che entrano o no. La vera bellezza sta nelle nostre forme tonde, spigolose, o quadrate, ed è quello di Amarsi e prendersi cura di sé stesse.
Questo significa essere belle ed è questa che va considerata come la bellezza di una vera Donna.

*Le generalità, a conoscenza della redazione, vengono omesse nel rispetto della privacy e secondo la normativa vigente

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‘Ho partecipato al festival della bellezza’: incontro col professore che ha passato la sua estate tra i bambini della Tanzania

di Daniele Madau

Giuseppe Lillus, tra i bambini, in Tanzania

Si sta avvicinando il rientro nelle aule e, come sempre, in questo momento la scuola è sulla bocca di tutti: lo ‘ius scholae’ , l’inclusione dei bambini stranieri, le difficoltà nel reperire i docenti supplenti e i dirigenti scolastici, e le stesse aule che son sempre più vuote, a causa dell’ ‘inverno demografico’. Noi abbiamo deciso di inaugurare il nuovo anno scolastico con un incontro e con un racconto che racchiude i bambini, l’inclusione e, forse, anche lo ‘ius scholae’ – inteso come capacità della cultura di unire mondi, e cittadinanze, lontane. Ma, in più, fa riflettere sul senso dell’uso del nostro tempo, quello dell’estate che stiamo lasciando, a volte così sprecato.

Ci sono vari modi di passare un’estate: dai più tradizionali ai più trasgressivi. Io non so a quale categoria ascrivere quello di cui ci parlerà Giuseppe, l’interlocutore del nostro incontro di oggi: forse, potremmo semplicemente definirlo ‘bello’.

E, infatti, ci racconta subito di aver partecipato al ‘festival della bellezza’: con le scenografie naturali della culla dell’umanità,  l’Africa, i colori degli abiti della domenica alla messa dei fedeli della Tanzania, i sorrisi e l’affetto senza riserve dei bambini.

Giuseppe Lillus è un insegnante di sostegno, neo immesso in ruolo, e ha scelto di dedicare parte della sua estate a una missione, quella di don Carlo Rotondo, della diocesi di Cagliari, volta a portare supporto, strutture (compreso il campo da calcio a undici, col sostegno del Cagliari Calcio) e aiuto alla popolazione dello Stato sud orientale del continente africano.

‘Conoscevo l’attività di don Carlo tramite l’associazione Amici della missione e, quest’anno, ho deciso di partire: alla mia domanda su come potessi aiutare o come mi dovessi preparare, don Carlo ha risposto: devi solo portare te stesso. E così è stato, e ho ricevuto molto di più di quanto immaginassi: qualcosa di travolgente e indimenticabile; non doni, infatti, tanto quanto ricevi, che è molto di più’, inizia a raccontare Giuseppe.

Credo che poche cose possano far riflettere – scopo del nostro giornale – come la scelta di lasciare il mondo occidentale coi suoi privilegi – nel periodo in cui più ci si dedica all’oblio e alla rilassatezza- per andare verso un mondo che l’Occidente ha sfruttato e sfregiato; andare non a dimenticare e a riposarsi, quindi, ma a cercare un incontro e, forse, un altro tipo di riposo.

  ‘Tutto nasce dal mio cammino di fede, che alimenta il mio quotidiano; sarei voluto già partire in passato, in Amazzonia, nella missione di un altro sacerdote sardo, Don Gabriele Casu ma, alla fine, ho dovuto rinunciare. Questo, nel 2024, è stato il momento giusto, questa era la mia chiamata: e, nemmeno per un attimo, ho pensato di rinunciare. Sarei dovuto partire solo, senza conoscere bene l’inglese, per non parlare dello swahili: questo, in effetti, mi intimoriva un po’. Ma ho pensato ‘Bwana’ – in africano significa ‘Signore’- e, affidandomi a Lui, mi son buttato. E, così, ho trovato un compagno di viaggio, un seminarista sardo, con cui ho superato lo ‘stargate’ e sono arrivato nella dimensione africana. Prima a Dar El salaam e, poi, l’avventura vera e propria, sino al villaggio di Pawaga. Mi son subito sentito accolto e circondato di attenzioni, anche nelle piccole cose: pur essendo un ‘musungu’, infatti, un uomo bianco, sono stato subito considerato uno di loro, e, questa, è una loro caratteristica, che noi, forse, stiamo perdendo. Così come mi ha sorpreso la loro capacità di includere: quando i bambini giocavano, avevano sempre un’attenzione particolare per i loro compagni particolari, down o con una disabilità intellettuale o fisica. Questo, per il mio lavoro, è stato di grande aiuto ‘ .

Ma altre cose stiamo perdendo o non abbiamo ancora trovato. Allora mettiamo in chiaro le cose e smontiamo qualche pregiudizio. La Tanzania è una repubblica,  la cui presidente è donna: una modernità assoluta,  e sorprendente. Dal racconto di Giuseppe emerge, poi, una serenità di vita dovuta a un approccio sereno alla vita stessa, che rende noi poveri, almeno da un punto di vista relazionale. Da questo lato, paradossalmente- ma non tanto – la speranza è che la Tanzania si occidentalizzi il più tardi possibile, e non perda la sua gioia, la sua serenità e la sua semplicità.

Semplicità che poi, però,  diventa vera povertà di infrastrutture, servizi e risorse. Ecco, allora, la missione.

‘Io partecipavo alla vita missionaria, ogni giorno, in modo diverso. A volte stavo coi bambini, a scuola o durante le visite mediche, a volte nel consultorio, dove possono recarsi donne di ogni religione: cattoliche, mussulmane, animiste. Si agisce sia da un punto di vista strutturale sia culturale: vorremmo far sì, infatti, che gli abitanti acquisiscano competenze, per realizzare i propri progetti. I momenti più belli, però,  sono stati quando abbiamo visitato gli ammalati: vedere come ti accoglievano, lusingati perché tu ti eri degnato di andare da loro, è qualcosa che non dimenticherò’.

Il racconto prosegue, e diventa come un quadro: i cieli stellati, il fiume che scorre a Pawaga, che dà vita al villaggio; la savana, coi suoi tramonti, le sue albe e i suoi baobab: da leggenda, alberi superbi che hanno perso la chioma.

E i balli, la musica, gli animali delle riserve, i sorrisi e l’amore incondizionato dei bambini: ‘il festival della bellezza’, capace – secondo Giuseppe – di sanare le ferite dell’umanità moderna e occidentale: ‘Consiglierei a tutti un’esperienza rigenerante in Africa anche se, poi, è difficile rientrare e sopportare la nostalgia, il ‘mal d’Africa’, il senso di distacco dal vero paradiso’.

È strano, mentre scrivo, provo anch’io nostalgia di questo mondo, pur non essendoci stato: è uno degli effetti di questa meravigliosa esperienza,  e di questo racconto.

Penso a un aneddoto di Giuseppe sui masai, i pastori africani: se si accorgevano che stavi scattando una foto, si spostavano, perché pensano che le foto rubino l’anima. E noi, sempre dietro, a perderci l’anima, alle immagini, alle apparenze, alle schiavitù social.

Allora, prima di perdere definitivamente l’anima penso che anche io,  prima o poi, dovrò andare. E Giuseppe? Forse anche lui tornerà: ‘Ho scoperto, con immensa gioia, che potrei contribuire,  da un punto di vista professionale,  e non solo da volontario, allo sviluppo del sistema d’istruzione. Non nego che mi piacerebbe dedicarmi a questo’

E a chi non piacerebbe? Il cielo stellato, le persone semplici, il sorriso dei bambini a scuola. Un paradiso, in cui ritrovare l’anima.

P.S. : ‘Dany, sarebbe bello concludere l’articolo con una frase come Mungu ni upendo(Dio é amore) ‘. Ecco fatto, Giuseppe: sì, penso anche io che sarebbe bello…

Il racconto del Cagliari. Cagliari-Como 1-1: ci sarà da soffrire?

di Daniele Madau

Serie A, II giornata- Unipol Domus, 18.30/ Cagliari- Como: 1-1 (42.mo Piccoli; 54mo Cutrone)

CAGLIARI (3-5-2): Scuffet; Zappa, Mina (Palomino 66mo), Luperto; Azzi, Deiola, Prati (59mo Adopo), Marin, Augello (Obert 80mo); Piccoli (Pavoletti 80mo), Luvumbo (Lapadula 66mo). All. Nicola. 

A disposizione: Iliev, Sherri, Hatzidiakos, Adopo, Lapadula, Viola, Jankto, Wieteska, Palomino, Pereiro, Pavoletti, Obert, Mutandwa, Felici.

COMO (4-4-2): Reina; Iovine, Dossena (88mo Goldaniga, Barba, Moreno; Strefezza, Braunoder, Mazzitelli, Da Cunha (Paz 58mo); Cutrone, Belotti (Cerri 58mo). All. Fabregas.

A disposizione: Audero, Vigorito, Sala, Goldaniga, Gabrielloni, Al-Tameemi, Fadera, Cerri, Sergi Roberto, Perrone, Engelhardt, Nico Paz.

ARBITRO: Marco Di Bello della sezione di Brindisi

1^ ASSISTENTE: Scarpa

2^ ASSISTENTE: Cipriani

4^ UOMO: Bonacina

Spettatori: 16.365

Ammoniti: 42mo Moreno;

Dicevamo, nello scorso racconto, di re Davide,  sovrano, guerriero,  condottiero, seduttore biblico, autore, secondo la tradizione, di gran parte dei Salmi.

Superfluo ricordare come il racconto più noto che lo vede protagonista riguardi la disfida con il gigante Golia, alla fine soccombente.

Ora succede che davanti al nostro re Davide Nicola, giunga Fabregas, gigante non di stazza ma di storia, da calciatore professionista, tra Barcellona e Arsenal; allenatore subito bravo e fortunato, avendo trovato, in riva al Lago di Como – tra le vie coi nomi  dei protagonisti dei ‘Promessi Sposi’- una società ricca e ambiziosa, capace di portare, in campagna acquisti, un ex-Real come Varane: infortunatosi, però,  dopo soli venti secondi dal suo esordio e oggi, quindi, assente. Scherzi della storia.

La disfida tra i due eroi, Davide e Fabregas, assume i colori e la carne dei ventidue in campo, con i rossoblu’ ordinati nell’elastico 3 5 2/ 4 4 2 e capaci, nella prima mezz’ora,  di un netto predominio , spinti dalle folate in arrivo dalle fasce e dalla solita intraprendenza di Luvumbu, a cui va ascritta la prima vera occasione intorno al quindicesimo: movimento a rientrare con tiro, deviato in angolo dall’eterno Reina, sul primo palo. Ah, se Luvumbo fosse meno fumoso, meno lamentoso e più concreto! Ma non è lecito chiedere troppo e, del resto,  c’è sempre tempo…

Chiude il quadro un efficace lavoro di Marin e Prati,a sancire una superiorità che, al 35mo, porta ad un’azione di Azzi praticamente identica a quella di Luvumbo, soltanto,  finita a lato. Non pervenuto il Como che, pure, è la stessa squadra che in precampionato ha battuto nettamente l’esercito di re Davide.

Così, è quasi consequenziale l’1-0 del Cagliari, con un’azione corale, forse stile tiki-taka di fabregasiana memoria: Augello,Prati,Luperto e colpo di testa, da vero opportunista,  di Piccoli che, a sua volta, aveva ricevuto un assist di testa dall’ex-Empoli, fedelissimo del re.

L’inizio del secondo tempo, come da copione, vede la reazione dei comaschi: Cutrone prima tenta il ‘tiro a giro’ poi, su assist dell’ex ingrato Dossena, sotto porta devia in rete sotto la traversa: difesa colpevole.

Il centrocampo del Cagliari si inceppa, e bisogna tornare sulle fasce, da cui, a destra, Azzi serve Zappa che, al contrario di Cutrone, non è pronto sotto porta.

Le sostituzioni – con ovazione per Lapadula- sembrano non cambiare le sorti dei rossoblu’, col Como, a tratti, arrembante e impertinente.

Con Lapadula aumentano, però, le veritcalizzazioni e, in una di queste, per poco Reina non subisce un autogol, di quelli classici,  clamorosi.

Arriva l’assalto finale, sempre affidato, in gran parte, alle verticalizzazioni per Lapadula, sino ai 6 minuti di recupero.

Il Como però, ormai, ha il pieno controllo. L’ex Cerri – tra i fischi dei suoi vecchi tifosi- svirgola davanti a Scuffet, da dove aveva segnato Cutrone e, subito dopo, spostato più al centro, non riesce a trovare la deviazione vincente.

Si chiude con un po’ di sofferenza e, così,  il pareggio arriva come una liberazione. Anticipo della sofferenza del campionato? Se così fosse, nessun problema: ci siamo abituati.

La testimonianza di Agnese Moro e Franco Bonisoli: aprire una nuova via nel deserto

di Daniele Madau

Non è semplice scrivere un articolo di questa natura, di questo tenore: perché bisogna scrivere della bellezza, della forza della vita, della capacità del bene di irrigare, e seminare, i terreni dei cuori aridi e abbandonati, e renderli nuovamente fertili, dal raccolto abbondante oltre misura. Come parlare di un miracolo, dell’inspiegabile o irrazionale; e poi, misurarsi con sé stessi, col proprio coraggio e con quanto si è disposti a credere al bene e alle nuove forme di giustizia: perché se uno tocca con mano quello che possono creare, allora deve comportarsi di conseguenza, e mettere in gioco- per il bene – anche la propria vita.

Sabato 24 agosto, nella comunità di recupero ‘Il Samaritano’, ad Arborea in provincia di Oristano, si è tenuto uno degli ultimi incontri del festival letterario ‘Propagazioni’: con Pino Tilocca, hanno dialogato Agnese Moro e Franco Bonisoli.

Agnese Moro e Franco Bonisoli sono la figlia di Aldo Moro, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, e il membro della direzione strategica e del comitato esecutivo delle stesse BR, che, nell’agguato di via Fani, fa parte del gruppo di fuoco, travestito da aviere e armato di un mitra.

Agnese Moro e Franco Bonisoli – prima in silenzio, poi davanti a tutta l’Italia- dopo 22 anni di carcere di Franco, hanno deciso  di dialogare, ascoltarsi, incontrare il perdono e, poi, l’affetto, in un percorso di ‘giustizia riparativa’, che, a vari livelli – come testimoniato dagli approfondimenti del nostro giornale- sta trovando accoglienza in Italia.

Alla fine di questo percorso, c’è l’amicizia, come dono di rinascita, come vera riparazione dalla follia di cui si è avuto coscienza: e il simbolo esteriore e tangibile di questo ristoro e di questa resurrezione sono i sorrisi e le battute che si scambiano, le parole che ci condividono, che nascono da una forte consapevolezza del male visto e vissuto, e dall’irreparabile che ne è  scaturito.

‘Nessuno mi restituirà mio padre e la mia giovinezza’; ma, a queste parole di Agnese, ne succedono subito altre, diverse e opposte, come a neutralizzarle o a chiarirle meglio. Chiama Franco Bonisoli e Adriana Faranda – anch’essa ex brigatista- ‘i miei cari’ . Afferma, convinta, che, dopo i 22 anni di carcere, Franco non doveva più niente a nessuno, tanto meno a lei. Poi, i momenti più intensi: quasi grida che del dolore di un carcerato non se ne fa niente e che, tutto ciò che desidera, è che si applichi il dettame della Costituzione sul reinserimento sociale di un condannato.

Franco non riesce a parlare bene: l’emozione glielo impedisce. Piange durante tutti gli interventi e, per questo, il silenzio, anche di queste righe, sarebbe la scelta migliore.

Anche lui, però,  ha un momento in cui parla in maniera più concitata: quando afferma di esser iniziato a cambiare quando ha percepito un’ umanità nuova intorno a lui, presentata da parole nuove: quelle del cappellano del carcere e del cardinal Martini, che lo chiamavano ‘fratello’. Prima, la durezza del carcere, aveva solo rafforzato le sue convinzioni e la sua, di durezza.

Ecco il chiavistello, ecco l’arcano svelato che, in realtà,  è sempre sotto i nostri occhi: quando la società,  lo Stato e le persone, che li compongono, hanno la forza, l’autorevolezza e il coraggio di cercare vie nuove, una via nuova si apre. È il senso intrinseco delle vita, che vuole crescere.

Di tante nuove vie qualcuna si perderà nuovamente; ma sarà sempre la logica della vita, che prevede sempre un margine, data la fragilità dei nostri cuori.

Quando l’incontro finisce, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di assolutamente nuovo, dovuto forse all’ eccezionalità dei due protagonisti, capace di far provare un senso di crescita, maturazione e di respiro del cuore. Un senso di gioia. Una cosa rara, sempre, ma soprattutto in un periodo come questo, di solitudini e privazioni di speranza.

Anche questo, allora, è uno degli effetti della ‘giustizia riparativa’, quello di coinvolgere tutti e, in tutti, far passare il filo d’oro del Kintsugi, quello dorato che ripara le crepe.

Cosa sarebbe successo se, al contrario, tutto fosse rimasto in carcere, dietro le sbarre, consumato dal, e nel, dolore?

Mai voltarsi dall’altra parte

di Cristiana Meloni

Stefania Secci, di origini cagliaritane, si dichiara una divulgatrice di raggi di sole e di speranza, per tutte le persone vittime di violenza. Ha un organizzazione di volontariato, di cui è madrina, chiamata “Faro giuridico”. Da ottobre dello scorso anno, ha intrapreso anche la carriera di giornalista, con l’ambizione di specializzarsi nel giornalismo investigativo, alimentata dal suo profondo desiderio di portare alla luce la verità e dare voce a chi non ce l’ha. Attivista instancabile, si batte ogni giorno contro la violenza di genere, una piaga sociale che troppo spesso viene sottovalutata. Grazie alla sua denuncia, lo scorso 26 Luglio, è stato arrestato il titolare della MIA Models Italian Academy di Corneliano d’Alba (Cuneo), Paolo Ferrante, accusato di aver violentato ben cinque modelle. Questo atto di denuncia non solo ha dato giustizia alle vittime, ma ha anche acceso una luce su un ambiente dove spesso il silenzio prevale.

Cristiana Meloni, per la redazione di “La riflessione politica”, ha avuto il piacere di intervistare Stefania. Una donna coraggiosa, umile e d’ispirazione, che ha saputo trasformare la sua dolorosa esperienza personale in una missione di aiuto agli altri. Come redazione, ci impegniamo a offrire uno spazio – o meglio, una voce – a storie come questa, che non devono mai rimanere circoscritte alla sola vittima, ma riguardare tutti noi. Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, e grazie al coraggio di Stefania, oggi possiamo fare la nostra. È una battaglia che io ho combatto da sempre. Sono le prime parole di un’intervista coinvolgente. Mi batto contro la violenza di genere ma ci sono delle tematiche nelle quali è necessario soffermarsi sempre di più. Io condanno la violenza in ogni sua forma, da quella fisica a quella psicologica. Tuttavia, quello di cui si parla costantemente, ogni giorno, è la violenza sulle donne. E questo è agghiacciante!

Quali pensi siano le cause principali della violenza contro le donne nella nostra società, in base a ciò che purtroppo hai subito?

Ho accertato personalmente che una delle cause scatenanti della violenza è la mancanza di empatia. La nostra società ne è carente! Sono convinta che, se le persone fossero più empatiche e avessero un canale comunicativo aperto verso il prossimo, molti episodi di violenza, sia fisica che psicologica, non esisterebbero. La violenza psicologica, ad esempio, pur non lasciando segni visibili all’esterno, lascia cicatrici profonde. Anche io ho vissuto molte situazioni di violenza psicologica nel passato, e quelle esperienze mi hanno lasciato cicatrici che conosco bene. Dall’esterno magari non si vedono, ma io le porto con me ogni giorno.

Questo mi ha sempre portato a chiedermi: perché le persone arrivano a essere così cattive e meschine? La risposta a cui arrivo sempre è la mancanza di empatia. Credo che questa carenza abbia radici profonde in una struttura fondamentale che ognuno di noi dovrebbe avere sin dalla nascita: la famiglia. Oggi, purtroppo, molti giovani tendono a essere violenti, sia nel pensiero che nelle azioni, perché in famiglia hanno normalizzato questo comportamento. Pensano, erroneamente, che “sia normale” agire in questo modo.

Pensiamo a uno degli ultimi fatti di cronaca avvenuti alla stazione Termini di Roma: dei ragazzini di 13 anni hanno aggredito una capotreno con un coltello, a calci e pugni, solo perché non avevano il biglietto. Azioni compiute per motivi futili! Questa violenza non riguarda solo i giovani, ma anche i ragazzi più grandi, che spesso perpetuano la violenza domestica contro le proprie compagne, arrivando in alcuni casi al femminicidio.

Da questo di vista, hai trovato nel tuo cammino delle persone empatiche o ti sei sentita sola?

Ho tanti aneddoti da raccontare. Dai 13 ai 18 anni, sono stata vittima di bullismo pesante, discriminazione e violenza psicologica. In quel periodo, ero circondata da adulti cattivi e insensibili; l’unico sostegno empatico che avevo proveniva dalla mia famiglia, da mia madre e mio padre. Tutto il resto sembrava non esistere. Crescendo, alcune di quelle situazioni sono svanite perché sono diventata una donna adulta e consapevole. Ho trasformato il mio istinto da “crocerossina” in una forza per aiutare gli altri e, facendo questo lavoro, ho scoperto che le persone empatiche ci sono, eccome. Ci sono persone buone, perché c’è sempre una luce in mezzo alla melma! Questo è un messaggio che dobbiamo sempre far emergere per evitare di cadere nell’abisso del male.

Quando si verificano situazioni negative, specialmente in ambito di violenza, c’è sempre una parte di persone che, anche se non direttamente coinvolte, sentono il bisogno di agire. Gli si smuove la coscienza e cercano di proteggere le vittime. Quindi, sì! Ci sono sempre persone buone, “angeli” come li chiamo io, disposte ad aiutare il prossimo. Anche nelle situazioni peggiori possono accadere cose belle, e sono felice di vedere che, grazie ai social e alla maggiore informazione, stiamo riuscendo a smuovere più coscienze rispetto a prima. Anche noi giovani, e in particolare noi giovani donne, non vogliamo più stare in silenzio. Cerchiamo di attivare un meccanismo di difesa non solo per noi stesse, ma per tutte, anche per chi non conosciamo. E questo è bellissimo!

Penso, ad esempio, a Giulia Cecchettin. Il 25 novembre, nei giorni in cui è stato ritrovato il suo corpo, mi trovavo a Roma per lavoro. Ricordo che tutte le strade erano bloccate da manifestazioni, non solo femministe o contro la violenza sulle donne (considerata la data), ma soprattutto per Giulia! Quel giorno, tutta l’Italia si è mossa per Giulia.

Stefania, possiamo certamente affermare che, anche tu, sei stata un angelo per tutte le modelle e giovani donne che in te hanno trovato empatia, supporto e soprattutto il coraggio di denunciare. Ognuno di noi affronta la sofferenza, grande o piccola, ma ciò che fa la differenza è cosa si fa di quella sofferenza. Se utilizzata come ponte verso l’altro è una vittoria. Ma se utilizzata per generare altra violenza è una sconfitta. Molti carnefici, infatti, sono stati prima di tutto vittime. Cosa ne pensi?

Mi trovo pienamente d’accordo. Sono una persona molto empatica, persino nei confronti dei carnefici. Ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni e parole, e deve rispondere di ciò che fa. Tuttavia, non posso ignorare il fatto che, quando una persona arriva a compiere gesti estremi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato, sia a livello patologico che psicologico. Non sono una psicologa, una psicoterapeuta né una criminologa, ma è evidente che non si può semplicemente svegliarsi un giorno e decidere di compiere atti terribili come sterminare una famiglia. Questi comportamenti indicano che c’è un problema di fondo che deve essere studiato e contestualizzato. Solo così possiamo sperare di fare prevenzione efficace.

Potresti descriverci l’impatto che la violenza ha sulla vita delle donne, sia a livello personale che comunitario? Molte donne hanno, infatti, paura di denunciare per paura di non essere credute, emarginate o, addirittura, di essere accusate di vittimismo.

Questa è per me una tematica molto cara, che sto cercando di far comprendere a quante più persone possibile: la questione della vittimizzazione secondaria, o meglio, la cosiddetta colpevolizzazione delle vittime. Non riesco a capire perché, quando accadono fatti terribili come lo stupro, ci siano persone che immediatamente incolpano le vittime con il famoso “te la sei cercata”. Non tutte le persone si comportano così, certo, ma resto comunque sconcertata quando, anche nel caso di Paolo Ferrante, ho letto commenti che colpevolizzavano queste povere ragazze con affermazioni simili. C’è spesso un tentativo di far sentire in colpa le vittime, quando in realtà non hanno alcuna colpa!

Una riflessione che faccio da mesi è che, come giovani donne, veniamo spesso cresciute con l’idea che, essendo donne, dobbiamo stare attente a uscire di casa da sole. Quando una ragazza esce da sola, vestita elegantemente e truccata, sembra quasi impensabile che possa tornare sana e salva. I genitori, tendenzialmente, educano le proprie figlie mettendole in guardia, ma pochi sembrano pensare di educare i propri figli maschi a rispettare una donna che incontrano per strada, da sola. Questo dovrebbe essere un automatismo per un uomo, ma purtroppo non lo è, e questo è uno dei motivi che alimentano la violenza. La vittimizzazione secondaria e una mancanza di educazione in famiglia sono entrambe alla radice del problema. Se un figlio maschio cresce senza rispetto, probabilmente non ha ricevuto una formazione adeguata da questo punto di vista. Secondo me, nel 2024 non siamo ancora pronti.

Nel caso specifico di Paolo Ferrante, la maggior parte delle ragazze che ho ascoltato si sono aperte con me perché, con tatto e delicatezza, le ho prese tutte a cuore. Una delle prime cose che mi dicevano, quando chiedevo loro perché non avessero parlato con qualcuno o denunciato subito, era che ciò che le bloccava era il timore di essere giudicate dalla famiglia e di non essere credute se avessero denunciato. Le due ragazze che, anni prima, avevano denunciato in un’altra caserma, erano state derise.

Una delle cose per cui mi batto sempre, soprattutto con le istituzioni, è che quando una vittima di qualsiasi età decide di denunciare una violenza, deve essere accolta, messa in sicurezza e ascoltata. Non dobbiamo essere giudicate, ma ascoltate! Poi sarà la legge a fare il suo corso. Molte di queste ragazze sono giovanissime: ho accolto ragazze di 18, 20, 24 e anche 30 anni, e questo dimostra quanto fosse subdola la manipolazione messa in atto da Ferrante, che trascendeva qualunque esperienza nel campo della moda. Queste donne, quando si sono trovate in situazioni di truffa, raggiro, abuso o violenza sessuale, erano terrorizzate all’idea di andare in una caserma e denunciare, per timore di essere giudicate.

Questa situazione mi ha fatto riflettere profondamente, fin dalle prime indagini tra settembre e ottobre dell’anno scorso: perché queste ragazze non sono state ascoltate? Perché molte di loro non hanno avuto modo di chiedere aiuto? Evidentemente, mancavano supporti fondamentali, e molte di loro erano terrorizzate. Anche io ho provato una rabbia intensa! Ho sempre cercato di mettere in sicurezza tutte le ragazze che venivano intercettate. Un’altra cosa che trovo impensabile è che ci siano voluti dieci anni per fermare questa persona. Ho scoperto, infatti, che molte persone residenti a Gallo (frazione di Alba), dove viveva Paolo Ferrante, avevano notato cose strane (come ragazze che uscivano in lacrime dall’agenzia o che venivano palpeggiate), ma tutti sono rimasti in silenzio. È facile parlare quando una persona è stata arrestata, ma in questi casi c’è sicuramente dell’omertà. Non si comprende che questo silenzio rischia di far passare dalla parte del carnefice, rendendo complici di quei crimini. Se si sa qualcosa, bisogna denunciare! Non credo che riuscirò mai a capire questo silenzio.

Quali sono, secondo te, le misure più efficaci per prevenire e combattere la violenza sulle donne? E come si potrebbe migliorare il supporto alle vittime a livello istituzionale e sociale?

A livello istituzionale, sarebbe necessario organizzare molti più meeting e forum di sensibilizzazione, che mi piacerebbe anche promuovere personalmente. Non dovrebbero però essere limitati solo alle scuole, poiché il problema riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Bisognerebbe quindi utilizzare le piazze pubbliche per organizzare forum interattivi con specialisti e testimonianze di vittime, creando un ambiente che possa informare e smuovere le coscienze. Questo, a mio parere, sarebbe un ottimo punto di partenza.

In secondo luogo, le istituzioni dovrebbero proporre un inasprimento delle pene. Se una persona sa che, commettendo un reato, potrebbe finire ai domiciliari per poi tornare presto a piede libero, non si risolve nulla. Al contrario, se per certi reati si rischiano dai 15 ai 20 anni di carcere, probabilmente si penserà due volte prima di compiere certe azioni. Tuttavia, va riconosciuto che non sarà una pena più severa a cambiare il mondo, ma è probabile che molti di questi gesti possano essere ridotti.

È importante, inoltre, istituire sportelli di ascolto, poiché molte persone che arrivano a compiere gesti violenti, pur non giustificabili, hanno evidenti problemi psicologici. Spesso inviano segnali prima di commettere qualsiasi atto di violenza, e questi segnali devono essere colti e ascoltati. Queste persone devono poter ricevere l’aiuto necessario per evitare di fare del male agli altri.

A livello sociale, serve un intenso lavoro di informazione, un compito che spetta anche a noi. Ognuno di noi deve trovare il modo e il tempo per informare e sensibilizzare, partendo dalla famiglia, che educa il figlio maschio e la figlia femmina ai valori del rispetto, oggi sempre più carente. È essenziale insegnare ai figli a fermarsi e accettare un “no”.

Un’altra iniziativa che ritengo importante è quella che porta avanti la famosa criminologa Roberta Bruzzone, con campagne di sensibilizzazione mirate a far comprendere alle vittime di manipolazione psicologica come uscire da queste situazioni. La violenza, infatti, è anche psicologica, ed è la più subdola, poiché molte persone non si rendono conto di essere vittime. Pensano che ciò che vivono sia normale. Ma una cosa che dico sempre è che non siamo tutti forti: ci sono persone che, a 50 o 60 anni, sono vulnerabili come un adolescente di 16 anni. Bisogna fare un grande lavoro di informazione, collaborazione e sensibilizzazione.

Come viene affrontato, secondo te, nel mondo dei social media il tema della violenza e come si potrebbero utilizzare in maniera costruttiva?

Partiamo dal presupposto che io non sono un’influencer. Prima dell’avvento di Instagram, ero attiva su Facebook e lo utilizzavo come un vero e proprio diario: scrivevo le mie riflessioni per confrontarmi con le persone e discutere dei fatti avvenuti. Ho notato che questo approccio funzionava, contrariamente a quanto si crede comunemente, poiché molte persone vedono i social in modo negativo. Non è sempre così, e io sono la prima a difendere l’educazione all’uso dei social, perché è proprio da qui che nascono fenomeni come il cyberbullismo e comportamenti maleducati, come il body-shaming sotto le foto, gli insulti e il bullismo. Sono i cosiddetti “leoni da tastiera”.

Spesso, anche io sono stata oggetto di questi attacchi, soprattutto perché mi espongo sempre in prima persona per difendere le vittime e schierarmi dalla loro parte. Tuttavia, molte persone continuano a lasciare commenti sgradevoli sotto determinati post. Io sono a favore del dialogo, purché sia educato e civile, anche in presenza di opinioni divergenti. Ciò che non tollero e condanno fermamente è l’odio sul web.

Quando sono approdata su Instagram, l’ho utilizzato come facevo con Facebook, ossia come uno strumento informativo e di sensibilizzazione. Credo che quando i social vengono usati in modo positivo, i messaggi arrivano alle persone giuste, come le vittime di dinamiche negative, che spesso ti contattano perché hanno bisogno di te e del tuo aiuto. Dovremmo tutti essere più gentili sui social, perché non sappiamo chi si cela dietro un profilo. Potrebbe trattarsi di una persona che sta attraversando un momento di fragilità, e basta una parola di troppo per compromettere il suo equilibrio mentale.

Tempo fa, avevo trattato il caso di un giovanissimo ragazzo, Vincent Plicchi, che l’anno scorso si è suicidato a causa di attacchi di cyber odio. Di fronte a questi episodi, ci si chiede: quali problemi ha la nostra società? Questi sono fatti gravissimi.

Il cyberbullismo e l’odio online sono il cancro dei social. Dovremmo invece utilizzare queste piattaforme per diffondere messaggi positivi ed emozioni genuine, attraverso post che, come faccio io, possano aiutare le persone.

Se, in questo momento, avessi davanti una vittima di violenza di ogni tipo che ha paura, cosa le diresti? Quali sono i passi da seguire?

La prima cosa che le direi è: Non avere paura! Non sei sola/o. Da questo momento, ci sono io con te. È fondamentale mettere a proprio agio la vittima, farla sentire al sicuro e farle percepire la nostra vicinanza. Bisogna ascoltare e accogliere ciò che ha da dire, comprendere la sua storia e accompagnarla nella fase più delicata, che è quella della denuncia. La denuncia è infatti il primo passo verso una maggiore sicurezza, sia a livello personale che psicologico.

Un’altra cosa che tutti dovremmo imparare a fare è stare vicino alle persone che portano dentro di sé ferite profonde. Offrire un contatto umano è essenziale, soprattutto perché spesso queste persone sono sole, senza famiglia o amici. Creare un ambiente che le faccia sentire accolte è fondamentale. E, se necessario, aiutarle a trovare specialisti che possano curare le loro ferite interiori e accompagnarle in un percorso di ricostruzione della propria vita.

Capisco che possa sembrare difficile, e che qualcuno possa pensare che sia troppo da affrontare, ma le persone non si aiutano solo con una denuncia – per quanto sia un passo fondamentale – bensì anche con un supporto umano e concreto. Non è facile! È importante che, dall’altra parte, ci sia una persona disposta a tendere una mano. E se non si è in grado di aiutare da soli, bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto. Mai voltarsi dall’altra parte, ma cercare di offrire un aiuto concreto!

Il racconto del Cagliari: calcio di notti di mezza estate

di Daniele Madau

I Giornata di Serie A, Unipol Domus/ Cagliari-Roma 0-0

CAGLIARI (3-5-2): Scuffet; Zappa, Wieteska, Luperto; Azzi, Deiola, Prati (71′ Adopo), Marin, Augello; Piccoli (86′ Lapadula), Luvumbo (71′ Pavoletti). All. Nicola.

Roma (4-3-3): Svilar; Celik, Mancini, Ndicka, Angelino; Cristante, Le Fée (61′ Baldanzi), Pellegrini; Zalewski (69′ Dybala); Dovbyk (90′ Abraham), Soulé (90′ El Shaarawy). All. De Rossi.

Arbitro: Livio Marinelli

Ammoniti: Deiola, Azzi

La cronaca in 6 momenti di Eurosport

4′- PRIMA OCCASIONE CAGLIARI! Wieteska colpisce di testa tutto solo in area di rigore: palla alta di poco

41′- OCCASIONE CAGLIARI! Marin calcia potente con il mancino dal limite dell’area, Svilar risponde presente. Sulla ribattuta Piccoli viene murato da Ndicka

48′- OCCASIONE ROMA! Soule ci prova con il collo esterno di controbalzo: Scuffet devia in calcio d’angolo

55′- OCCASIONISSIMA PER LA ROMA! Pellegrini si ritrova un rigore in movimento dopo il cross di Zalewski e il velo di Dovbyk, ma il suo tiro è troppo centrale e Scuffet para senza patemi

80′- ROMA VICINISSIMA AL GOL CON DOVBYK! L’attaccante si smarca sul secondo palo e riceve il suggerimento di Dybala: colpo di testa imperioso ma traversa piena!

81′- UN ALTRO LEGNO A CAGLIARI! Marin conduce la palla al limite dell’area e libera il destro: Svilar ci mette la mano e allunga la sfera sulla traversa

32 mi di Coppa Italia, Unipol Domus / Cagliari- Carrarese: 3-1 (reti: Piccoli, Pavoletti, Panico, Prati)

CAGLIARI (3-4-2-1): Scuffet; Zappa, Wieteska, Luperto; Deiola, Marin, Azzi, Augello; Luvumbo, Piccoli; Pavoletti.

CARRARESE (3-5-2): Bleve; Coppolaro, Illanes, Imperiale; Zanon, Schiavi, Capezzi, Cicconi, Panico, Zuelli; Panico; Cerri.

Calcio, e caldo, di una notte di mezza estate, con gli ‘agostani’ di città che hanno dimostrato di essere ben contenti di trovare nell’Unipol Domus un rifugio da sera estiva, col Poetto a due passi, e il modo per mostrare l’amore ai rossoblu’. L’attesa si percepiva già dal traffico, particolarmente intenso, per raggiungere lo stadio. Stadio che, del resto, presenta un bel colpo d’occhio. È la prima uscita dell’anno del Cagliari, in una notte di mezza estate d’afa, abbondantemente preannunciata dai media.

Si giocano i 32mi di Coppa Italia e mister Nicola ha confidato, alla vigilia, di essere emozionato e di non vedere l’ora di giocare.

Evidentemente anche i re si emozionano; perché se Ranieri era ‘mister and commander’, Nicola non può che essere ribattezzato, qui, re David, come da sovrano biblico, valoroso guerriero, musicista e poeta, accreditato dalla tradizione quale autore di molti salmi.

L’odore dell’erba arriva sino alla – oggi spaziosa- tribuna stampa e , con lui, si rinfocola il desiderio di sport che brucia dalle Olimpiadi. La serata si presta: il pubblico è in festa, girano attorno a noi bambine dipinte di rossoblu’ e la Carrarese sembra la invitata contro voglia a questo ‘party’ estivo. Il neo acquisto Piccoli si prende gran parte della scena: colpo di testa debole come primo elemento di un trittico che, poi, presenta il goal e la partecipazione al raddoppio di Pavoletti. L’azione del primo goal ricorda il Cagliari di Ranieri, con una verticalizzazione andata a buon fine grazie all’aiuto del portiere avversario, mentre la seconda nasce da calcio piazzato, con il capitano Pavoletti che ‘ruba’ involontariamente la paternità del goal all’ex atalantino.

Il Cagliari sembra giocare con autorevolezza anche a inizio ripresa, in cui le punte del diamante avanzato continuano a brillare particolarmente con Luvumbo, anche se la difesa assiste, forse divertita, a un clamoroso goal sbagliato dalla Carrarese. È il preavviso del goal toscano, che arriva poco dopo con Panico che, in un colpo solo, sulla fascia destra, brucia Augello e Scuffet. Sembra incredibile ma il pubblico pare spazientirsi: ne fa le spese Deiola, per il quale arriva qualche fischio al momento della sostituzione. In effetti il Cagliari sembra sfilacciarsi e perdere l’aggressività precedente, che sembrava il primo tratto del pennello nuovo di re David, ma la volubilita’ dei tifosi in tribuna è impressionante. In curva nord no, lì il tifo è sudore e fede.

Ben presto,però, il pubblico è di nuovo tutto unito: un’acrobazia di Marin e il 3-1 del neoentrato Prati riportano, infatti, il clima della serata a quello di festa di mezza estate. Intanto, risuona ancora il nome di Riva, tra un tripudio di applausi.

La gara si avvia alla fine pensando, più che alla Cremonese- prossima avversaria in Coppa Italia-, che, anche se l’afa ci ricorda che è piena stagione balneare, tra meno di una settimana ci si ritroverà per la prima di campionato, con la Roma. Per il primo esame, quello vero. Quello che un tempo, a scuola, sarebbe stato l’esame di settembre. Ma ora, a scuola come in campionato, gli esami iniziano ad agosto.

De Gregori a Cabras: un usignolo in laguna

di Daniele Madau

De Gregori a Cabras. Immagine ‘Unione Sarda’

“Gli usignoli non fanno altro che produrre musica piacevole di cui noi godiamo. Non mangiano i frutti nei giardini della gente, non fanno il nido nei lettini di mais, non fanno altro che cantare a squarciagola per noi. Per questo è un peccato uccidere un usignolo

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui Giuseppe Fiori narrava la lotta dei pescatori di Cabras, sulla costa occidentale sarda, per l’abbattimento della piramide feudale che li schiacciava in uno stato di arretratezza e miseria. L’inchiesta giornalistica era ‘Baroni in laguna’ – un caposaldo della letteratura di giornalismo – e a me piace pensare che, ai baroni, nella grande, e bella, piazza Stagno di Cabras si siano sostituiti gli usignoli.

Sì, gli usignoli di Harper Lee, quelli che simboleggiano gli uomini innocenti uccisi da altri uomini. Anche se, in realtà, ha più l’aria da satiro, ironico, pingue, quasi gaudente – con il bicchiere e la sigaretta sempre in mano -, e la voce sia più graffiata, bassa e -ormai- incerta, l’usignolo che si è adagiato in riva allo stagno ha, infatti, cantato di ‘Numeri da scaricare’, con riferirimento al ‘ragioniere di Auschwitz’ Oskar Gröning, dei ‘Matti’ e di un fuochista destinato a morire. E l’ha fatto insieme alla ‘Donna cannone’ , a ‘Gambadilegno a Parigi’, agli assassini dell’ Uccisione di Babbo Natale.

Del resto, un satiro si sente a casa sua a Cabras – il cui nome deriva dal sardo arborense “capras” (capre) -e non è neppure un satiro qualunque, è il ‘principe’ dei satiri. Uno che può squadernare ‘Generale’, ‘Rimmel’, ‘La storia’ , ‘La leva calcistica del ’68’ , ‘Sempre e per sempre’, ‘Diamante’ in una sera quasi di famiglia, in cui la poesia si spande nelle case basse dei vicinati del paese lagunare insieme all’odore dello stagno. In cui la serata finisce – proprio come in una sagra – con un valzer in piazza, sulle note, però, di un classico come ‘Buonanotte fiorellino’. Alto e basso, classico e popolare si mischiano e si incarnano sotto il cappellino e gli occhiali di Francesco De Gregori, di colui che ha definito e canonizzato i tratti antonomastici del ‘cantautore’ italiano, di lontana derivazione dylaniana ma di consacrazione tutta legata all’uso ardito del lessico italiano.

Ed è un piacere vederlo passare dallo Stadio Olimpico di Roma al Sinis, con la passione, l’impegno e il piacere di sempre, da professionista vero, che si sa reinventare dopo cinquant’anni di carriera, dopo aver dato, ricevuto, visto tutto. Ammette – mentre, finalmente, spiega le canzoni che tutti i critici hanno provato ad analizzare – che alcuni testi un senso vero e proprio non ce l’hanno. Chiede scusa per certe sue esegesi professorali, ringrazia per gli applausi, omaggia Lucio Dalla e Zucchero, lascia la scena ad Angela Baraldi.

La piazza piena, a volte si lascia coinvolgere a volte trascina, e assiste all’apparizione dell’attore-cantautore nella autoreferenziale ‘Valigia dell’attore’ : Eccomi qua
sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi
e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila oltre al buio che c’è e al silenzio che lentamente si fa e alla luce che taglia il mio viso
.

Quant’è bello il Sinis, questa piazza di Cabras – che non conoscevo -, questa penisola nell’isola sotto le stelle e le note di De Gregori: grazie agli organizzatori, che con coraggio, promuovono il territorio di Michela Murgia, raccontato da Enrico Costa, con quanto di meglio sia esistito ed esiste nella canzone italiana.

Grazie a Francesco che, anche se non ha concesso interviste, mi ha permesso di ballare il valzer, in una notte d’estate, sulle note di una delle canzoni più belle, e con cui sono cresciuto, e con una persona speciale.

Portatrice di vero spirito olimpico

di Oleandro Iannone*

Come anticipato, ‘La Riflessione’ ritorna, in maniera più puntuale e approfondita, sulle discussioni sorte intorno a Imane Khelif, vincitrice della medagli d’oro a Parigi 2024 nel pugilato donne 66kg. Il punto di vista non può che essere quello del rispetto, dell’inclusione, dello sforzo di comprensione, come da tradizione del nostro giornale

“Lo scopo del Movimento Olimpico è contribuire alla costruzione di un mondo pacifico e migliore, tramite l’educazione dei giovani attraverso lo sport, praticato senza discriminazione di qualsiasi tipo e nello spirito Olimpico, che richiede comprensione reciproca, amicizia, solidarietà e fair play” 

Questo proposito, che rappresenta l’essenza dei giochi, e che è riportato sul sito ufficiale delle olimpiadi, purtroppo non viene sempre rispettato.

C’è stato infatti un episodio diventato particolarmente noto, che ha visto protagoniste due pugili: Imane Khelif, algerina, e Angela Carini, italiana. Nell’incontro con l’algerina la pugile italiana si è ritirata dopo 46 secondi, assicurando la vittoria all’avversaria. Angela Carini ha poi affermato di aver ricevuto un pugno al naso che l’ha costretta al ritiro. 

Prima ancora dell’incontro si era diffusa la notizia, rivelatasi falsa e transfobica, che Imane Khelif fosse una donna trans, e che quindi avendo caratteristiche biologiche maschili era ingiusto farla competere con le donne. Questa notizia è stata giustificata ricorrendo a delle analisi non specificate che l’IBA (International Boxing Association) avrebbe condotto sull’atleta algerina e su un’altra atleta, la taiwanese Lin Yu Ting, impedendo loro di continuare a partecipare ai mondiali del 2023. Per l’IOC ( International Olympic Committee) invece le due atlete rispettano perfettamente il regolamento, e infatti entrambe erano presenti anche durante le olimpiadi del 2021. 

La diffusione di notizie false,si sa, è un fenomeno dannoso, in particolare quando a diffondere tali notizie sono persone influenti o addirittura membri delle istituzioni o dei governi. La ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, ha condiviso un post sul suo profilo Facebook dove ha affermato, riferendosi ad Angela Carini, che l’atleta italiana sia stata “vittima di un ideologia che colpisce lei e con lei tutte le donne”, escludendo, in questo modo,

Imane Khelif dall’essere donna anch’essa. Questa presunta “ideologia”, come a molti piace definirla, non colpisce le donne, ma al contrario, mira a colpire una visione patriarcale del mondo: è giusto considerare chi è  favorevole a condurre test invasivi sui corpi delle donne, quando hanno successo, quando sono forti, come qualcuno che vuole difendere i diritti delle donne? Perché una donna non deve essere più considerata tale, anche in assenza di prove, quando raggiunge risultati che invece sarebbero celebrati se al suo posto ci fosse un uomo?  Ciò che invece ha effettivamente impatto sulla parità di genere negli sport è la stigmatizzazione di atlete che praticano sport definiti maschili, gli abusi sessuali a cui le atlete sono esposte, le pressioni sociali su come i corpi delle donne dovrebbero essere e la disparità di guadagno.

La diffusione di questo tipo di notizie hanno alimentato la transfobia, fenomeno che si basa sull’odio per coloro che non si conformano alle aspettative sociali di genere.

Questo fenomeno non colpisce solo le persone trans (ovvero le persone il cui genere non corrisponde a quello assegnato alla nascita) ma anche le persone cis  (ovvero le persone il cui genere corrisponde a quello assegnato alla nascita), proprio perché pone sotto esame chiunque, ma in particolar modo le donne, che non rientri nella visione esclusivamente binaria e sessista di uomo “forte” e di  donna “debole”. Questa visione oltre ad essere misogina è anche scorretta, sia biologicamente che socialmente, dato che né il sesso né il genere sono esclusivamente binari. Però ancora oggi le identità che non rientrano nel binarismo, sia di genere che sessuali, vengono considerate devianze da correggere. Per questo molte persone intersex (ovvero le persone nate con caratteristiche biologiche che non rientrano nella rappresentazione binaria di maschile e femminile) hanno subito alla nascita, soprattutto in passato, interventi chirurgici invasivi, che non sono esenti da conseguenze fisiche e psicologiche, per farle rientrare nella visione binaria del corpo maschile o femminile. Detto ciò, la definizione di persona “intersex”, nonostante l’atleta algerina sia stata definita tale da molti, non è per lei appropriata , dato che non ci sono prove attendibili  a riguardo e dato che  la stessa atleta non si è mai definita “intersex”: ha detto di essere donna, senza aggiungere altro.

Nel caso di Imane Khelif, persona razzializzata, la transfobia è stata sostenuta dal razzismo: le persone l’hanno giudicata perché la sua apparenza e la sua forza non sono in linea con quella della donna bianca ideale. Può darsi che abbia caratteristiche fisiche, oltre che un’ottima preparazione, che la rendono una pugile particolarmente brava. Ma i vantaggi biologici fanno parte degli sport e, negli uomini, vengono celebrati. Come nel caso di Michael Phelps, dotato di proporzioni corporee e capacità polmonari che lo hanno fatto eccellere nel nuoto.

Nonostante l’ondata d’odio nei suoi confronti, Imane Khelif ha continuato a combattere e ha vinto la medaglia d’oro. Ha poi  annunciato che denuncerà per cyber bullismo “chi ha avviato questa campagna misogina, razzista e sessista” e “chi ha alimentato questo linciaggio digitale”.  Il suo coraggio e la sua perseveranza ci dimostrano che è necessario agire contro l’odio e che niente ci deve impedire di costruire un mondo pacifico e migliore. La sua partecipazione alle Olimpiadi è stata criticata, ma proprio lei è stata portatrice del vero spirito olimpico.

*Neodiplomato al Liceo Classico ‘Siotto Pintor’ di Cagliari

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