L’anno della verità tra Stati Uniti e Unione europea, la crisi di una relazione da sempre sbilanciata

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Accordo sui dazi: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen stringe la mano al presidente Usa Donald Trump durante il loro incontro al campo da golf del tycoon a Turnberry, in Scozia, domenica 27 luglio 2025 (Ap)

A guardare indietro, da quando è cominciata la nostra newsletter questo è stato l’anno più interessante perché le relazioni transatlantiche come le conoscevamo sono state spazzate via, ma il rapporto Ue-Usa rimane più centrale che mai in economia come nella sicurezza.

Visto da Bruxelles

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non si stanca di ripetere che «il mondo come lo conoscevamo non c’è più», che «la pace di ieri è finita e non abbiamo tempo per abbandonarci alla nostalgia». Ma ripete anche che «gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato». Da parte loro, gli Stati Uniti riconoscono nella Strategia per la sicurezza nazionale l’importanza economica e culturale dell’Europa, come pure il fatto che l’alleanza degli Usa con gran parte del Vecchio continente abbia aiutato l’America. L’enfasi è sul far sì che «l’Europa rimanga europea»: «Non possiamo permetterci di mettere da parte l’Europa… sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria». Inoltre secondo una versione lunga della Strategia Usa, riportata dal sito Defense One ma negata dalla Casa Bianca, Washington dovrebbe  «sostenere i partiti, i movimenti e le figure intellettuali e culturali che invocano la sovranità e la preservazione/restauro dei tradizionali stili di vita europei… pur rimanendo filoamericani». Insomma, le forze di destra ed estrema destra euroscettiche che vogliono far esplodere l’Ue dall’interno e che al Parlamento europeo ora sono il terzo gruppo più numeroso (i Patrioti in cui siedono Lega, Fidesz e Rassemblement National), il quarto (l’Ecr del polacco Pis ma anche di Fratelli d’Italia) e l’ottavo (l’Europa delle Nazioni sovrane con la tedesca Afd).

Il minore interesse verso l’Europa e un maggiore interesse per quanto accade nell’Indo-Pacifico non è però una novità dell’amministrazione Trump. Già i suoi predecessori lo avevano teorizzato e la richiesta ai Paesi europei di spendere di più per la propria difesa nell’ambito della Nato comincia con l’amministrazione Obama. Ma stavolta è cambiato il linguaggio: è diventato violento e misto a disprezzo, dunque inequivocabile dall’altra parte dell’Atlantico anche per quei Paesi che finita la Guerra Fredda hanno visto negli Stati Uniti il loro punto di riferimento, come la Polonia o i Baltici, ma anche la Germania. Questo è stato il vero choc, venire trattati apertamente come «scrocconi» e «parassiti», in una rilettura della storia del secondo dopoguerra, quando sostenere l’Europa faceva comodo anche agli Usa nella spartizione del mondo tra le grandi superpotenze. L’Ue non è nata per «fregare» l’America ma per garantire la pace in Europa. Ora la Russia non è più un rivale sistemico per Washington e questo cambia tutto, a cominciare dal disimpegno in Ucraina. Mentre Mosca è diventata una minaccia concreta per l’Unione europea e per i Paesi sul confine orientale, che temono le mire espansionistiche russe. Ed è per questo che per la prima volta in decadi l’Ue ha cominciato a spendere seriamente per la propria difesa e i Paesi Ue che fanno parte della Nato hanno accettato, nel summit dell’Aja del giugno scorso, di alzare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, come richiesto da Trump.

Tuttavia l’Unione non riesce ancora a elaborare una difesa comune, perché comporterebbe una cessione di sovranità da parte degli Stati membri, passaggio che i governi europei non sono ancora pronti a fare.

Il discorso pronunciato dal vicepresidente JD Vance nel febbraio scorso alla Conferenza di Monaco è stato lo spartiacque, il primo di una serie di choc per i leader del Vecchio Continente. Vance ha apertamente messo in discussione le premesse delle relazioni transatlantiche e  il ruolo degli Stati Uniti in Europa.La nuova strategia nazionale per la sicurezza degli Stati Uniti di poche settimane fa non ha fatto che confermare quello che ormai le capitali europee sapevano. I giorni in cui gli alleati potevano contare sugli Stati Uniti per il mantenimento dell’ordine mondiale sono finiti. E questo l’Europa lo ha capito ma non ha ancora le risorse per elaborare un piano B perché dipende dalla sicurezza fornita dagli Stati Uniti.

Il piano di riarmo al 2030 dell’Unione europea cerca di rispondere a questo, così come lo sforzo di sviluppare un’industria europea della difesa messo in campo con lo strumento di prestiti Safe. Piccoli tasselli importanti ma non sufficienti. Ci vorranno almeno una decina d’anni per essere pronti, purché l’Ue continui il riarmo senza battute d’arresto. E non tutti i Paesi sono a favore, i dubbi maggiori arrivano dal Sud lontano dal confine con la Russia.

Tutto però passa ormai dalla difesa. La guerra dei dazi di Donald Trump si è conclusa con un accordo sfavorevole nei confronti dell’Unione europea perché la trattativa non è mai stata solo commerciale, sul tavolo c’era anche il tema della sicurezza che gli Stati Uniti continuano a fornire all’interno della Nato.

Pur nelle difficoltà, è stato un anno in cui l’Ue ha fatto passi avanti perché ha saputo reagire unita: nella partita sui dazi gli Stati membri, anche quelli più vicini a Trump, hanno scelto l’Unione; sull’Ucraina l’Ue si è mantenuta compatta nonostante l’Ungheria e la Slovacchi; sulla difesa, cercando l’autonomia strategica più che in passato; nel confronto con le Big tech, difendendo le regole europee dagli assalti di Washington. Il margine di miglioramento è però amplissimo. Ma i processi decisionali dell’Ue restano lenti perché l’Unione europea non è una federazione e molte delle sue decisioni, specie in materia di politica estera e sicurezza, sono all’unanimità e i leader filorussi — l’ungherese Viktor Orbán, lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babiš — rappresentano un sasso che rischia sempre di bloccare l’ingranaggio.

Tuttavia l’Unione ha compiuto un primo passo importante quando il 12 dicembre il Consiglio dell’Ue, su proposta della Commissione europea, ha dichiarato l’emergenza economica, invocando l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per aggirare il requisito dell’unanimità e prorogare il congelamento dei beni della Banca centrale russa detenuti in Europa a tempo indeterminato, finché Mosca pagherà le riparazioni all’Ucraina. Una mossa politicamente delicata ma che gli Stati membri hanno preso. Anche la decisione di finanziare Kiev per i prossimi due anni con 90 miliardi di euro provenienti da eurobond garantiti dal bilancio Ue — escluse Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca — rappresenta una svolta perché per la prima volta nella sua storia l’Unione europea ha deciso di fare debito comune per esigenze di politica estera con un’unanimità che non è una vera unanimità.

L’anno che inizia è denso di incognite. La prima riguarda la capacità e la volontà dell’Unione di riformarsi in vista di un possibile allargamento. E poi ci sono le sfide legate alla competitività. I leader europei ne discuteranno in un vertice apposta il 12 febbraio. L’Unione bancaria, l’Unione dei risparmi e degli investimenti, l’Unione dell’energia sono i tasselli mancanti per il completamento del mercato unico, che resta la vera forza dell’Unione europea anche se è ormai evidente che ha perso il suo «effetto Bruxelles» nel nuovo ordine globale in cui il multilateralismo fatica a imporsi.

Visto da Washington

«I contenuti non sono nuovi. Nessuno choc. Il tono, certo, poteva essere meno aspro», così commentava di recente a Washington un diplomatico di un Paese europeo, dopo la pubblicazione della Strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Intanto, ha fatto meno notizia della Strategia della Casa Bianca, ma il Congresso controllato dai repubblicani ha appena approvato il National Defense Authorization Act (Ndaa), la legge di autorizzazione per la difesa nazionale, che finanzia il Pentagono per l’anno fiscale 2026 garantendo a Trump i fondi che aveva chiesto (e anche qualcosa di più: 901 miliardi di dollari in totale) ma allo stesso tempo riaffermando la strategia pro-Nato e anti-russa e includendo misure che impongono all’amministrazione Usa di consultare il Congresso prima di prendere una serie di decisioni militari.

Il Ndaa cerca anche di limitare l’abilità dell’amministrazione Trumpdi ridurre in modo significativo i soldati Usa in Europa (sotto le 76 mila unità; oggi 85 mila) senza prima certificare al Congresso di aver consultato gli alleati della Nato e fatto valutazioni indipendenti sull’impatto per la sicurezza nazionale Usa e la deterrenza della Russia. La legge chiede che il capo del Comando europeo Usa resti anche Comandante supremo alleato in Europa (ruolo chiave nella Nato). E dopo che il Pentagono ha espresso il desiderio di tagliare il supporto per i Paesi Baltici, il Ndaa richiede che venga stabilita un’iniziativa di cooperazione per la sicurezza di quei Paesi (che però devono contribuire in egual misura con gli Usa) e altre iniziative tra Balcani e Polonia. Trump l’ha firmata prima di partire per la Florida dove resterà fino al 4 gennaio.

Un simile documento certo non può cambiare le priorità strategiche della Casa Bianca e non garantisce che l’amministrazione Trump non possa ritirarsi dall’Europa in futuro, ma crea condizioni politiche e legali in base alle quali i leader europei non sarebbero colti di sorpresa se il governo Usa si muovesse in quella direzione. Ma la legge approvata dal Congresso americano illustra come non tutti a Washington siano d’accordo con il disimpegno dall’Europa. Come ci diceva in una recente intervista Alexander Gray, ex capo dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump nel suo primo mandato, «l’ala di politica estera dei repubblicani al Congresso non ha mai accettato la visione realista della politica estera di Trump. Probabilmente la maggioranza dei senatori repubblicani preferirebbero che il presidente avesse un approccio più simile a Bush». Lui sosteneva comunque che «di anno in anno eleggiamo più senatori repubblicani con idee simili a Trump, a J.D. Vance e meno a Mitch McConnell e Lindsey Graham: penso che sia questa la direzione del partito in politica estera».

Il racconto del Cagliari e la vendetta mancata

di Daniele Madau

Palestra e Toure’

XVI giornata serie A/ Unipol Domus- Cagliari-Pisa:2-2 (45mo Tramoni, R; 59mo Folorunsho; 70mo Kilicsoy; 90mo Moreo)

Cagliari (4-3-3): Caprile; Palestra, Mina, Juan Rodríguez, Obert (46mo Idrissi); Adopo (55mo Zappa), Deiola, Gaetano (80mo Cavuoti), S. Esposito, Kılıçsoy (80mo Borrelli), Folorunsho (62mo Mazzitelli).
In panchina: Ciocci, Radunović, Idrissi, Mazzitelli, Luperto, Prati, Di Pardo, Rog, Cavuoti, Pintus, Zappa, Borrelli, Pavoletti, Trepy.
Allenatore: Fabio Pisacane.

Pisa (3-5-2): Šemper; Bonfanti (67mo Calabresi), Caracciolo, Canestrelli; Toure’ (80mo Lorran), Aebischer, Piccinini (67mo Moreo), Højholt (67mo Vural), Angori; Meister, Tramoni (80mo Lerris).
In panchina: Nicolas, Scuffet, Marin, Léris, Buffon, Esteves, Vural, Coppola, Moreo, Calabresi, Albiol, Denoon, Lusuardi, Mbambi, Lorran.
Allenatore: Alberto Gilardino.

I cori della Curva Nord, con la coreografia di sciarpe rossoblu’, ci indicano subito che non siamo in Arabia, e neanche in Australia. Siamo tornati in Italia, col cuore e le passioni italiane, in una giornata prenatalizia tipicamente cagliaritana, tiepida e umida.

Cagliari-Pisa manca da trent’anni, ma la rivalita’ e’ quasi millenaria, da quando i pisani scaraventavano giu’ dalle mura di Castel di Castro- l’attuale Castello, Casteddu– i cagliaritani a son’ e corru.

Gli allenatori, con un po’ di retorica, hanno parlato di ‘finale’, e, in effetti, ci si gioca tanto- soprattutto il Pisa-, ma lo si fa a viso aperto. Gaetano da una parte, e Tramoni e Piccinini dall’altra, con le loro azioni, rendono la gara viva e combattuta, interessante. L’atteggiamento e’ propositivo, volitivo, favorito dagli  schemi delle due squadre (Cagliari col 4-3-3), con una leggera prevalenza pisana: i toscani, infatti, occupano di piu’ il campo, favoriti da un Palestra insolitamente basso e timido, come il centrocampo. La fine imminente del primo tempo, e’ come se mettesse alle squadre l’ansia di osare: al 41mo Kilicsoy, dopo una bella girata in area, tira di poco al lato. Al 45mo il Pisa e’ di nuovo in area cagliaritana e, questa volta, ottiene un regalo francamente esagerato, anche per il periodo di Natale, con la concessione di un rigore, poi realizzato da Tramoni. Si parla, nell’ intervallo, di fallo di mano: francamente, pero’, veniale. E, in piu’, di un ex, dal braccio troppo largo…

Al 48mo Esposito pecca di gioventu’ ed egoismo, quando, in un contropiede 3 contro 1, tira da poco fuori area senza considerare i compagni: o forse andrebbe sottolineata l’intraprendenza. Entra Zappa, esperienza e grinta subito a servizio: riceve palla sulla destra e cuce un cross da sarto su misura per Folurunsho. Il numero 90 attraversa come una lama lo spazio tra i due centrali pisani e, in un bel tuffo, pareggia. Si fa anche male, ed esce. Avra’ da pensare, mentre va via: oltre al suo primo gol col Cagliari, alle frasi oscene impunite di due settimane fa.

La partita continua a essere palpitante, anzi, ormai si lotta alla morte. Deiola, per poco, non imita Folorunsho, ma in fuorigioco. Il Pisa replica colpo su colpo, ma a fatica. E’ il Cagliari, ora, a occupare il campo, con autorita’ e convinzione, e a conquistare, soprattutto, il centrocampo. E’ da li’ che la palla arriva a Kilicsoy che, dal limite dell’aria, vede il suo ‘tiro a giro’ sfiorare leggermente il palo all’interno e gonfiare dolcemente la rete. Esplode lo stadio, e sicuramente il suo cuore di ragazzo. Ricordate Coman l’anno scorso? Visse la stessa cosa, poi scomparve. Quest’anno speriamo sia diverso, sia l’inizio di una favola. Il Pisa non vorrebbe mollare, ma non ha le forze. Il Cagliari lo sta ribaltando, a son’e corru.

Mi appresto a chudere l’articolo perche’, la frase precedente, mi sembrava una buona chiusura. Mai farlo, pero’, mi avvisano i giornalisti a fianco. E, infatti, Moreo pareggia, incredibilmente: il minuto e l’azione ricordano il gol di Baggio alla Nigeria nel 1994. Fu la salvezza di Sacchi. Che questo sia la salvezza di Gilardino? Puo’ essere. Intanto, la vendetta dei cagliaritani, dopo quasi mille anni, deve ancora aspettare…

Un sabato sera al Gala dei Giovani Repubblicani di New York

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Markus Frohnmaier, membro del Bundestag del partito AfD (foto di Viviana Mazza)

Alla festa annuale del Club dei Giovani Repubblicani di New York, sabato sera a Manhattan, mentre sul palco l’orchestra suonava la colonna sonora del Padrino e gli ospiti infilzavano i tagliolini con funghi e le costolette con patate, Markus Frohnmaier, politico dell’AfD (Alternative für Deutschland) si è soffermato per almeno un’ora a parlare con una folla di giornalisti, tra  cui moltissimi tedeschi, bloccati dietro i cordoni in un angolo. L’arrivo di Frohnmaier, che è stato anche premiato al gala, e di una delegazione di 19 deputati e eurodeputati dell’AfD era stata anticipata dai giornali americani. Ad un certo punto un membro del club con la kippah ha affiancato Frohnmaier davanti ai giornalisti, fissando le telecamere: «Spero che non le stiano dando troppo fastidio», ha detto. « No, è meraviglioso», ha replicato il politico tedesco, contento dell’attenzione. «Credo in lei e nel suo partito», ha continuato il membro ebreo americano del New York Young Republicans Club. Per l’AfD è  gran festa: è come «festeggiare il compleanno e il Natale insieme», ci ha detto uno degli europarlamentari del partito, Petr Bystron, all’inizio della festa quando ai giornalisti era stato permesso di unirsi al cocktail dei Vip per alcuni minuti prima di essere bruscamente ricacciati dietro i cordoni.

L’accoglienza del club dei Giovani repubblicani di New York per l’AfD non è una sorpresa, ci dice Bystron: vengono a questo gala, giunto alla 113esima edizione, da tre-quattro anni (insieme a rappresentanti della Lega, del Front National e di Fidesz che il presidente del club Stefano Forte ha ringraziato dal palco) e alcuni membri del club sono andati più volte a far visita all’AfD presso il Bundestag. La novità vera è la Strategia per la sicurezza nazionale appena pubblicata dalla Casa Bianca, che è stata una notevole spinta per il partito di estrema destra. Molti leader europei iniziano a temere che l’appoggio dell’amministrazione Trump per i partiti di estrema destra in Europa possa aiutarli a ottenere maggiore legittimità e a portarli al potere. L’AfD è già primo secondo i sondaggi in cinque elezioni statali nel 2026.  Bystron afferma che «la nuova strategia di sicurezza  ripete quello che noi diciamo da dieci anni come AfD. Quando lo dicevi pubblicamente perdevi il lavoro e venivi cancellato e definito estremista. Adesso viene dalla superpotenza mondiale statunitense in un documento ufficiale: noi avevamo ragione e gli altri avevano torto».

L’europarlamentare menziona anche «la parte segreta», del documento che «cita i cinque grandi poteri» (Usa, Russia, Cina, Giappone, India): «Non solo lo scrivono, lo stanno già implementando. Per porre fine alla guerra in Ucraina, chi parla? Le superpotenze: Usa e Russia e forse la Cina, sono loro che decidono e non attori a caso come l’Ue o l’Ucraina». Quando gli chiediamo cosa ne pensi della presunta parte segreta del documento che sembra puntare sull’Italia, insieme all’Ungheria, alla Polonia e all’Austria per spingere ad una direzione diversa l’Europa, Bystron ride e dice: «Ma il modo più facile sarebbe portare al potere l’AfD in Germania e fermare tutti pagamenti della Germania all’Unione europea. Una volta che lo fai, l’Ue è finita in una settimana, perché tutti se ne andranno».

«L’alleanza tra patrioti americani e tedeschi è l’incubo delle élite liberali e la speranza del mondo libero» ha detto Frohnmaier, che è il portavoce di politica estera del gruppo dell’AfD nel parlamento federale. Quando gli chiediamo di Giorgia Meloni, la definisce «una ispirazione». «Reclamiamo la nostra cultura, le nostre nazioni e rendiamo l’Occidente ancora una volta integro», ha dichiarato dal palco il politico tedesco. 

Prima del gala, Frohnmaier ha incontrato la sottosegretaria di Stato Usa per la diplomazia pubblica, Sarah Rogers, che la scorsa settimana ha pubblicato un video che criticava presunti incidenti di censura in Europa. L’AfD è stata classificata dall’agenzia di intelligence tedesca come organizzazione estremista di destra, ma Frohnmaier insisteva con i giornalisti tedeschi che è solo perché è il governo a controllare l’intelligence e che quando l’AfD vincerà le elezioni le cose cambieranno.   

Gli ospiti europei si sono trovati comunque nel mezzo di divisioni su Israele nel movimento Make America Great Again. Voci critiche di Israele sono emerse sia nella sinistra (vedi il futuro sindaco di New York Zohran Mamdani) che nella destra. A fine ottobre il popolare presentatore Tucker Carlson ha invitato nel suo programma il nazionalista bianco Nick Fuentes, aprendo un dibattito infuocato all’interno del movimento conservatore tra chi crede che si debba dar voce anche alle loro idee e chi crede di no.

Due mesi fa c’è stato anche uno scandalo nel club dei Giovani repubblicani dello Stato di New York per una chat in cui erano stati condivisi messaggi razzisti e antisemiti. Quel club è da tempo rivale del club dei Giovani repubblicani della città di New York — quello che ha organizzato il gala di sabato. Alcuni hanno accusato proprio il club cittadino di essere all’origine delle rivelazioni dei messaggi razzisti del club statale.

Il club dei Giovani Repubblicani  di New York ha rifiutato sabato di far entrare al suo gala il nazionalista bianco Nick Fuentes, avvistato all’uscita. Fuentes ha dichiarato sui social di essere stato inizialmente invitato ma poi respinto perché «ci sarebbe stata una rivolta interna» se fosse stato ammesso, perché è «critico di Israele». Un giornalista del sito Politico ha notato invece la presenza in sala di Jared Taylor, definito dai media americani  «nazionalista bianco», che però nelle interviste rifiuta quell’etichetta e si definisce «realista della razza» o «difensore dei bianchi». C’era anche Vish Burra, ex segretario esecutivo del club che ha perso un mese fa il lavoro di produttore per il programma tv di un altro presentatore della destra Maga, l’ex deputato repubblicano Matt Gaetz. Burra aveva pubblicato su X un cartone antisemita in cui rappresentava gli ebrei come scarafaggi, per poi scusarsi: «Facciamo errori, la vita va avanti, così anche la mia, non vado da nessuna parte».

Un piccolo gruppo di una ventina di politici locali del partito democratico ha protestato davanti all’entrata del gala sabato sera, ma solo per breve tempo: aveva iniziato a nevicare e faceva un freddo micidiale. Ma un manifestante si è intrufolato all’evento con al braccio una fascia con la svastica, gridando «Credo che siamo tutti nazisti!». Il deputato del Tennessee Andy Ogles, che era tra gli speaker della serata, ha accusato l’intruso di essere «un comunista sostenitore di Mamdani» che cerca di creare «ostilità anti-Maga» (il manifestante ha più tardi affermato di essere ebreo e orgoglioso di esserlo). L’intruso è stato buttato fuori, ma è rimasto sul marciapiedi davanti a Cipriani a protestare. In un video si vede un giovane con il frac, Hayden McDougall, autore di un blog antifemminista, che accetta la fascia con la svastica che gli porge il manifestante e dice che gli «piacerebbe» essere nazista, ma aggiunge che Trump non è razzista e che i confini sono necessari. A quel punto esce fuori dal gala un Giovane Repubblicano del club, Kevin Smith, che schiaffeggia McDougall, lo insulta e lo costringe alla fuga. Poi, a giudicare dal profilo su X di McDougall hanno fatto la pace: «E’ stato un fraintendimento» (McDougall ha detto che stava solo «trollando» il manifestante).

Assenti dall’evento cinque politici repubblicani, incluso un membro del Congresso, dei quali era stata inizialmente annunciata la partecipazione. Tra loro un membro del consiglio comunale di New York, Inna Vernikov, che nel gala del 2023 fu fatta salire su palcoscenico da Trump indossando una gonna con la bandiera di Israele. Il giorno dopo il gala Vernikov, in seguito alla strage in Australia durante le celebrazioni per Hannukah, ha lanciato sui social un messaggio ai repubblicani: «Per anni la retorica antisemita ha dominato la Sinistra e ha infiltrato il partito democratico. Sfortunatamente oggi lo stesso veleno ha penetrato parti del movimento conservatore e l’ala di estrema destra del partito repubblicano. Lunatici come Nick Fuentes, Candace Owens e Tucker Carlson, che sputano retorica intollerante, razzista e antisemita dovrebbero essere condannati e scomunicati dal partito repubblicano e non essere mai più accolti. Mi dissocio da ogni evento, individuo o organizzazione democratica o repubblicana che dà il benvenuto a questi intolleranti tra di noi, che li difende o amplifica le loro voci». Anche il club aveva un suo messaggio il giorno dopo la strage: «L’orrendo attacco in Australia l’altra notte è una ulteriore prova che la Ri-migrazione è l’unica via per andare avanti nei Paesi occidentali. America, Germania, Australia e il resto dell’Europa devono applicare le Ri-migrazioni oppure altri attentati come questo saranno inevitabili». 

Presente al gala, oltre a Ogles, un altro deputato repubblicano, Michael Collins della Georgia, e gli influencer Benny Johnson e Jack Posobiec, che hanno fatto discorsi profondamente critici di Mamdani. Il capo della comunicazione del club, Lucian Wintrich, ha cercato ripetutamente di lasciare che noi giornalisti ci potessimo avvinare ai tavoli degli ospiti com’era stato l’anno scorso, ma siamo stati reclusi dalla sicurezza all’interno di una zona separata, mentre invece un paio di manifestanti riuscivano a infiltrarsi da fuori.

Alla fine dell’evento, finalmente liberi di muoverci tra i tavoli, abbiamo incontrato l’imprenditore italiano Mirko Ruto. Prima di uscire gli ospiti potevano prendere come ricordo dell’evento uno dei suoi cofanetti con il logo del club dei Giovani Repubblicani di New York e quello della sua azienda, Tfs Food Process, con la scritta «Made in Italy», «Gala, 13 dicembre 2025», «a Gift of Italian excellence» (un dono di eccellenza italiana). Contenevano crema di arachidi senza glutine e altre creme al pistacchio e alle noci di macadamia. Ruto ci ha detto che per la Lega c’erano Isabella Tovaglieri, Davide Quadri e Luca Toccalini, che però non siamo riusciti a incontrare.

‘Eravamo in 2000, non potete fermarci tutte’. Le donne senza velo dell’Iran

Ragazze che hanno sfidato il regime iraniano

di Daniele Madau

Le potenti immagini di migliaia di donne che sfidano il regime, a capo scoperto, come milioni di coetanee nel mondo. Ci sono giunte dall’isola di Kish, nel Golfo Persico: oltre cinquemila persone -il 9 dicembre- hanno preso parte a una maratona (‘Kish Marathon’), divisa in uomini e donne con prove separate (la gara femminile alle cinque del mattino). I capelli sciolti di molte donne che hanno corso senza hijab, in aperta violazione della legge sulla “castità e il velo” irrigidita nel 2024, sono delle immagini potenti e bellissime in periodo di guerra e tensione continua, che ci permettono di pensare nuovamente, e ritrovare il coraggio, ai grandi momenti della storia. I capelli lunghi dei ragazzi che sfilano contro la guerra in Vietnam – raccontati in ‘Hair’-, quelli cortissimi dei ragazzi che camminavano e si abbracciavano sopra ciò che restava del muro di Berlino, quelli a caschetto dei ‘Beatles’, che hanno fatto sapere al mondo che i giovani esistevano. Tutto questa meravigliosa voglia di ribellione giovanile l’abbiamo ritrovata a sfidare il regime degli ayatollah iraniano, dai capelli grigi e dalle barbe lunghe, mettendo a rischio -per questa idea di futuro e libertà- anche la propria vita.

La risposta è stata immediata: la magistratura ha annunciato l’arresto di due organizzatori, un funzionario dell’ente che gestisce la free zone di Kish e un rappresentante della società privata che cura l’evento, accusati di aver permesso una “violazione della pubblica decenza”. I media ultraconservatori hanno parlato di “spettacolo indecente”, mentre è ancora vivo il ricordo della morte di Mahsa Amini.

Ma, è proprio vero, non possono arrestarne 2000. E se anche lo faranno, non potranno arrestarne 20000, e poi sempre di più. “Donna, Vita, Libertà”, ancora, fino a che non si possa gridare, davvero, in libertà, senza rischiare la vita.

Il silenzio dell’Ue dopo la Strategia di sicurezza nazionale Usa? Calcolo strategico per l’Ucraina. Ma non può cancellare le divergenze di visioni

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Ad agosto i leader europei volarono a Washington insieme a Zelensky (Getty)

Sono passati cinque giorni dalla pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Spesso questi documenti sono di significato limitato e li si può più o meno ignorare. Non in questo caso. 

Visto da Bruxelles
Più passano le ore dalla pubblicazione della Strategia Usa sulla sicurezza nazionale che attacca l’Unione europea alle fondamenta, più le reazioni del Vecchio Continente mettono in luce l’assenza di sorpresa, come se quei contenuti siano ormai concetti acquisiti. Lo choc ci fu, e molto, nel febbraio scorso dopo le parole del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Poi gli europei hanno avuto modo di sperimentare nei fatti il cambio di atteggiamento di Washington verso Bruxelles, dai dazi al non coinvolgimento nel processo di pace in Ucraina. Quindi, ci hanno spiegato fonti diplomatiche europee, non c’è stata alcuno stupore. Le reazioni tiepide che sono seguite non sono però da attribuire ad assuefazione, bensì a un calcolo politico o a «saggezza»: per condizionare la pace in Ucraina, l’Unione europea non può permettersi in questo momento di irritare gli Stati Uniti. E risulta chiaro dalla prima dichiarazione ufficiale attribuibile a un esponente di rango della Commissione europea. Sabato l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, intervenendo al Doha Forum, ha detto che«gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato. Ed è nell’interesse degli Stati Uniti che noi collaboriamo».

A proposito del documento Usa, la politica estone ha riconosciuto che «naturalmente ci sono molte critiche» e ha aggiunto di ritenere che «alcune di esse siano anche fondate». Certo, lo stesso giorno un portavoce della Commissione ha replicato quasi d’ufficio che «quando si parla delle decisioni che riguardano l’Unione europea queste vengono prese dall’Unione europea, per l’Unione europea, comprese quelle relative alla nostra autonomia normativa, alla tutela della libertà di parola e all’ordine internazionale basato sulle regole». Ma non c’è stato alcun post della presidente Ursula von der Leyen. Viene fatto osservare che l’unico leader intervenuto è Donald Tusk, che ha usato i toni di Kallas: il premier polacco si è rivolto direttamente ai «cari amici americani» in un post su X per dire che «l’Europa è il vostro alleato più stretto, non il vostro problema. E abbiamo nemici comuni. Almeno così è stato negli ultimi 80 anni» e «questa è l’unica ragionevole strategia per la nostra sicurezza comune. A meno che qualcosa non sia cambiato».

Il primo intervento ufficiale a livello di vertici delle istituzioni Ue è quello di ieri del presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha parlato alla conferenza annuale dell’Istituto Jacques Delors a Parigi, tre giorni dopo la pubblicazione della strategia statunitense. Tuttavia, secondo una fonte Ue, quella del presidente del Consiglio europeo non può essere considerata una reazione vera e propria: «Costa ha fatto un discorso più ampio e sarebbe stato strano se non avesse menzionato la strategia Usa. Diciamo che ha avuto l’occasione per intervenire». Costa ha detto che «il discorso del vicepresidente J.D. Vance a Monaco e i numerosi tweet del presidente Trump sono ora ufficialmente la dottrina degli Stati Uniti. Dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza». Il politico portoghese ha usato toni concilianti ma fermi: «Questa strategia continua a parlare dell’Europa come alleato. Questo è positivo ma, se siamo alleati, dobbiamo agire come alleati. E gli alleati non devono interferire nelle scelte politiche interne dei loro alleati». Gli alleati, ha proseguito, «rispettano la sovranità reciproca» e «quello che non possiamo accettare è la minaccia di interferenza nella vita politica dell’Europa. Gli Stati Uniti non possono sostituirsi ai cittadini europei nella scelta di quali partiti sono buoni e quali cattivi». Inoltre per Costa «non c’è la libertà d’espressione se la libertà di informazione è sacrificata per difendere i tecno-oligarchi degli Usa».

Sempre ieri la capo-portavoce della Commissione, Paula Pinho, sollecitata sulle parole di Elon Musk che ha paragonato la Ue a «un quarto Reich» auspicandone l’abolizione, ha risposto che «fa parte della libertà di parola anche esprimere affermazioni completamente folli»: «Immagino che il fatto di multare le aziende del signor Musk non sembri avergli guadagnato la simpatia per l’Ue». Insomma, acqua sul fuoco. Questo non vuol dire però che l’Unione europea sia inerte. Come ci spiegava ieri un diplomatico Ue, il 2025 è stato un anno straordinario per gli standard europei: «Ci siamo svegliati sulla difesa, prima si discuteva di autonomia strategica ora prendiamo decisioni per attuarla, il Buy European ora è un concetto accettato e perseguito. Forse si sta dando troppa importanza alla nuova strategia Usa perché il mondo come lo conoscevamo dal 20 gennaio che non c’è più».

Non va però sottovalutato un aspetto che ha messo bene in evidenza l’ex premier Mario Monti ieri sul Corriere: «Le istituzioni europee sono rimaste forse l’unico luogo al mondo dove il presidente Trump non può negoziare mischiando l’interesse pubblico e quello personale: suo, dei suoi familiari, dei suoi soci immobiliari, degli oligarchi di Big Tech o della finanza, come invece è orgoglioso di riuscire a fare, soprattutto nelle oligarchie. L’Europa si è costruita sullo stato di diritto, sulla distinzione tra interesse privato e pubblico, sulla lotta alla corruzione, sul capitalismo democratico, sull’apertura degli scambi, sul sistema multilaterale». Principi sui quali al momento la maggior parte degli Stati membri non sembra disposta a rinunciare ma su cui le opinioni pubbliche di alcuni Paesi sembrano meno sensibili rispetto a un tempo, complice una narrativa di estrema destra fuorviante.

Visto da Washington 

L’ex capo dello staff del Consiglio per la sicurezza nazionale di Trump nel primo mandato, Alexander B. Gray, nella sua intervista sul Corriere di oggi, spiega che gli Stati Uniti «stanno arrivando alla conclusione che l’Europa è molto meno centrale per i nostri interessi geopolitici cruciali. Ci stiamo allontanando dalla visione  che avevamo sin dal 1917 se non dal XIX secolo che quello che accade in Europa è centrale per il nostro destino».

«In questa strategia di sicurezza nazionale si legge che lo Stato-nazione  è visto come la principale unità di governo globale – ci ha detto Gray -. E penso che questo sia probabilmente inteso in contrasto diretto con le strutture sovranazionali dell’Ue, non  semplicemente perché all’amministrazione Trump e  ai conservatori Usa non piacciono gli enti sovranazionali, ma soprattutto perché negli ultimi anni l’Ue ha iniziato ad adottare  misure, sia interne sia in relazione agli Usa, su cose come le politiche tecnologiche e la censura di coloro che criticano il multiculturalismo, che ha portato molti conservatori americani a pensare che l’Unione europea non rifletta  i valori liberali che siamo fieri di avere ereditato dall’Europa. Quando lo dico agli europei  c’è un forte choc». Lo choc forse non c’è stato, secondo quanto scrive Francesca da Bruxelles qui sopra, ma probabilmente è vero che «c’è una disconnessione tra come noi negli Usa diamo per scontato che vengano percepite le politiche europee  e come  sono percepite in Europa», come aggiunge Gray.

Gli abbiamo chiesto come mai questa forte enfasi su temi culturali e valoriali dell’Europa in un documento sulla sicurezza nazionale. «La situazione ideale sarebbe essere allineati in termini di valori e visioni del mondo e collaborare su varie questioni: l’Europa gestisce la sicurezza europea col nostro aiuto, ma questo non è il nostro focus principale. Penso che sia per questo che ci si concentra tanto sulle questioni culturali. Penso che ci sia il desiderio di arrivare ad una situazione in cui l’Europa è allineata con noi sui valori, per avere maggiore abilità di rivolgersi ad essa e delegarle alcune responsabilità di sicurezza del continente. E  oggi  siccome i valori divergono significativamente non c’è quel livello di partnership che permette di lavorare in modo collaborativo se ci concentriamo su altro». 

Dall’Europa, Costa parla di interferenze da parte degli Stati Uniti. Ma dagli Stati Uniti Trump, Musk e altri lamentano le interferenze delle norme europee sulle libertà delle imprese americane (inclusi gli agricoltori Usa, come dichiarava ieri dalla Casa Bianca il presidente, affermando che le norme sulla deforestazione vorrebbero «dettare come devono usare le loro terre se vogliono vendere legname in Europa»). 

Ovviamente le discrepanze di visioni riguardano anche l’Ucraina. «A livello strategico per noi ha grande valore evitare che la Russia conquisti l’Ucraina – ci dice Gray -. La divergenza sta nell’attenzione e nelle risorse che riteniamo debbano essere dedicate a realizzare gli obiettivi di guerra di Zelensky. Oggi la prospettiva Usa è che i suoi obiettivi di guerra massimalisti — che penso molti dei nostri amici in Europa condividano — non sono i nostri. I nostri obiettivi sono: raggiungere un accordo ottenibile, che mantenga l’Ucraina indipendente e sovrana ma non necessariamente realizzi tutte le cose che Kiev vorrebbe e che francamente  avrebbero senso da un punto di vista etico. Ma è nell’interesse Usa spendere le nostre limitate risorse per tentare di raggiungerle? La posizione Usa è sempre di più: no». Gli abbiamo chiesto se   parlando di «obiettivi massimalisti» ucraini si riferisca ai territori e se l’America, come sempre più temono gli europei,  voglia che Kiev rinunci a tutto il Donbass. «Non so se tutto il Donbass.  Non conosco i dettagli dei negoziati – replica Gray -. Ma il punto è: se non possiamo sostenere il conflitto in eterno e nemmeno gli europei possono,  e se non è nel nostro interesse lasciare che continui col rischio che esca fuori controllo e si estenda ad  alleati Nato con cui avremmo l’obbligo dell’Articolo 5,  devono esserci concessioni da ambo le parti. Non è giusto, l’Ucraina è la vittima, ma da una prospettiva geopolitica realista è la realtà».

Queste idee non sono ovviamente condivise da tutti i conservatori. I conservatori tradizionali respingono l’idea che il movimento Maga abbia conquistato l’etichetta del conservatorismo. Molti repubblicani al Congresso  sono contrari al disimpegno dall’Europa e questa settimana voteranno per una proposta di legge sulla difesa che include restrizioni e condizioni prima che il Pentagono possa ridurre i soldati Usa schierati in Europa o che rinunci al ruolo (che tocca ad un generale americano) di Comandante supremo alleato della Nato.

Secondo Gray comunque questo non è uno scisma interno all’amministrazione Trump. «L’ala di politica estera dei repubblicani al Congresso non ha mai accettato la visione realista in politica estera di Trump: c’è un grosso gruppo, probabilmente la maggioranza dei senatori repubblicani, che preferirebbe che Trump avesse un approccio più simile a Bush.  Ma di anno in anno, con ogni nuova elezione, eleggiamo più senatori repubblicani con idee più simili a Trump e a J.D. Vance e meno simili a quelle di Mitch McConnell e Lindsey Graham. È questa la direzione del partito repubblicano in politica estera». 

Lo scandalo dello sfruttamento di molti che genera il lusso di pochi, a cui contribuiamo

di Daniele Madau

Una sfilata di moda

La capitale della moda, Milano, sta indagando su sé stessa. Il pm di Milano Paolo Storari, infatti- a capo dell’indagine sul fenomeno del caporalato in quel mondo – ha chiesto, con un’attività dei carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro, a nuovi 13 grandi gruppi del settore di “consegnare” tutta “la documentazione”, in particolare quella sui “sistemi di controllo” sulla catena di appalti e subappalti nella produzione. 

E’ necessario presentarne i nomi, oltre a quelli noti di marchi del lusso già finiti nel mirino, tra cui il più recente caso è quello di Tod’s: si tratta di Dolce&Gabbana, Versace, Prada, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating.

In particolare, nelle richieste di consegna della documentazione, che servirà per gli accertamenti necessari, il pm Storari informa che dai filoni di inchiesta su altri colossi della moda “sono emersi episodi di utilizzo” di lavoratori cinesi sfruttati in laboratori o opifici-dormitorio, dove sono stati trovati anche prodotti dei marchi ora finiti nel mirino. 

Per tutte le 13 società, dunque, la Procura evidenzia questi sospetti casi di caporalato nella filiera produttiva e, come tali, da approfondire.

Pur premettendo necessariamente che si è ancora alla fase delle indagini, la notizia ci dovrebbe portare a una riflessione profonda sul mondo della moda e dei marchi non solo di lusso, ma anche, semplicemente, di moda.

I reati ipotizzati sono gravissimi, ma non percepiti come tali. Vi è un’indulgenza diffusa verso questo mondo, i cui motivi si possono capire. In realtà, non si dovrebbe parlare di indulgenza, ma di sottomissione, che spiegherebbe l’indulgenza. Dove andrebbe a finire tutta la retorica del made in Italy se non ci fosse questa indulgenza? E sugli imperi creati da Missoni e Armani? Dove andrebbe a finire la corsa ai regali-siamo in periodo di Natale- se riflettessimo su queste accuse? E il Pil italiano? Eppure, proprio a proposito di Pil, non dovremmo mai dimenticare il discorso di Robert Kennedy: ‘Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base a esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini […]Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.’ In nome delle nostra gratificazioni, della nostra retorica, del nostro shopping, del nostro consumismo, contribuiamo allo sfruttamento di migliaia di persone (nessuno ricorda l’eccidio in Bangladesh di una decina di anni fa, quando crollò uno di questi laboratori). Lo facciamo per poi essere a nostra volta sfruttati da questi marchi, che applicano il loro logo su questo sfruttamento per poi sfruttare, tramite i prezzi esorbitanti, noi. E poi vivere nel lusso. Non possiamo definirci inconsapevoli, ne siamo coscienti. Per esempio, Roberto Saviano lo scrisse benissimo in ‘Gomorra’. Così come vediamo la magrezza delle modelle, o le etichette degli abiti con la loro provenienza, o le condizioni in cui operano i laboratori cinesi che son presenti nelle nostre città. Nessuno è inconsapevole. Eppure Tod’s ha affermato di esserlo, e di esserne parte lesa. Neanche uno, ovviamente, con un po’ di buon senso e di riflessione, ci crederebbe. E se anche fosse così, sarebbe ugualmente grave perché, se tieni al tuo prodotto e al suo nome, dovresti curare e curarti della filiera. Anche gli altri marchi risponderanno così, perché la legge lo permette. E questo perché il referendum sulla responsabilità dell’azienda appaltante sulla successiva filiera- presente nell’ultima tornata di quesiti referendari- non è passato. Perché siamo stati a casa, perché non ci siamo informati, perché stavamo cercando, magari, in internet un capo di questi marchi. Per comprarlo, per far parte di questo circolo di sfruttamento, in cui la dignità, nostra e degli sfruttati fisicamente, si perde nel guadagno di pochi.

Mega & Maga, la «battaglia per l’anima dell’Europa» passa da Washington

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

A sinistra Patrick Deneen, al centro il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance

I conservatori europei ci riprovano domani e giovedì con la conferenza dal titolo «Battaglia per l’anima dell’Europa» ospitata da MCC Brussels, il think tank fondato nel 2022 dal Mathias Corvinus Collegium, college privato ungherese per studi avanzati molto vicino al premier Viktor Orbán: il suo direttore politico Balázs Orbán (nessuna parentela) è presidente del consiglio di amministrazione del MCC. I temi dibattuti sono quelli cari ai populisti euroscettici del Vecchio Continente, rappresentati da partiti che siedono nei gruppi Ecr, Patrioti e Sovranisti al Parlamento europeo. Sono i partiti che sostengono la filosofia Mega: Make Europe Great Again, presa in prestino dal Maga trumpiano. «Portiamo la lotta a Bruxelles!», si legge sul sito dell’evento. E tra gli speaker c’è anche Patrick Deneen, professore di Scienze politiche all’università cattolica di Notre Dame, filosofo della nuova destra Usa molto vicino al vicepresidente J.D. Vance.

Nella due giorni c’è solo un relatore italiano: Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e Nazione Futura. Per ora non è previsto alcun rappresentante della Lega né di Fratelli d’Italia. Ma il programma è in aggiornamento.

«Questo nuovo importante evento — si legge sul sito della conferenza — rappresenta un’opportunità per i veri conservatori di diverse etnie politiche di sviluppare una nuova narrativa, imparare dai successi reciproci e stringere legami comuni, preparandosi alla lotta che verrà». Il manifesto è chiaro e c’è abbastanza per creare polemica. Non sarebbe la prima volta. Il 16 aprile 2024 era scoppiato un caso a Bruxelles per un altro evento simile. Stava parlando sul palco il leader della Brexit Nigel Farage quando la polizia belga chiese l’immediata chiusura, per ragioni di sicurezza pubblica, della conferenza «National Conservatism», la riunione dei nazionalisti europei organizzata dal think tank di destra Edmund Burke Foundation. Un pasticcio che costrinse l’allora premier belga Alexander De Croo a intervenire, definendo «inaccettabile» quanto successo ma soprattutto «anticostituzionale» perché andava contro la libertà di espressione. 

Il primo panel di domani si appropria di un tema degli europeisti: le interferenze straniere nelle campagne elettorali. Ma viene capovolto. Gli organizzatori si chiedono: «Come possiamo difendere la democrazia dalle ingerenze elettorali dell’Ue?». E vanno all’attacco perché «l’Ue sostiene i media e le Ong che promuovono le sue narrazioni federaliste ed è ben lieta di vedere banditi dalla partecipazione partiti e candidati che propongono una visione alternativa». Il keynote speech è affidato a Ryszard Legutko, filosofo e politico appartenente al Partito diritto e giustizia polacco (Pis), per quindici anni parlamentare europeo — dal 2009 al 2024 — nel gruppo Ecr di cui fu co-presidente per un periodo. Della stessa famiglia politica fa parte Fratelli d’Italia.

Due sono i protagonisti domani: Deneen, che terrà un discorso su «Europa vs America: la fine dell’Occidente», e l’ex presidente ceco Václav Klaus che disserterà su «Economia patriottica: riformare un continente malato». Il rapporto dell’estrema destra europea con gli Stati Uniti non è lineare perché c’è la consapevolezza che «l’America è ancora spietata nel promuovere i propri interessi economici ed energetici nel continente europeo» e allo stesso tempo che «l’Europa è debole e sempre più dipendente dagli Stati Uniti». Ma secondo gli organizzatori «i patrioti su entrambe le sponde dell’Atlantico potrebbero concordare su questioni come l’ideologia transgender, la guerra in Ucraina e il controllo dell’immigrazione». Deneen sarà chiamato a rispondere se «la storica alleanza tra Europa e America può sopravvivere a un’era di assertivi interessi nazionali».

L’invito a Deneen non è banale, perché rappresenta uno dei più influenti intellettuali conservatori del momento. L’ultima volta che abbiamo chiacchierato con lui è stato a settembre, alla conferenza “National Conservatism” di Washington, che alcuni anni fa forse era uno spazio di attivismo considerato controverso, ma adesso è espressione della linea del governo. Lo speaker della cena di gala era Sebastian Gorka, attuale direttore dell’antiterrorismo di Trump. Dopo il suo discorso, Deneen si è soffermato molto a parlare con i giovani conservatori. Quando lo intervistammo nell’aprile scorso per le pagine degli Esteri del Corriere gli chiedemmo, tra le altre cose, di parlarci del rapporto America ed Europa. «Posso dire che è per me e per altri molto interessante il modo in cui le forme di populismo nazionalista sono diventate un movimento globale – rispose Deneen -. Anche se questo movimento cerca di ripristinare la vitalità delle nazioni, come movimento non è limitato ad una nazione, ma sta dimostrando la sua influenza nelle più avanzate democrazie liberali. Perciò stiamo assistendo ad un rifiuto globale del globalismo nel nome di un impegno transnazionale nei confronti della nazione. Molte nazioni in Europa oggi stanno sperimentando l’ascesa di partiti populisti che hanno avuto successo elettorale. Paradossalmente è una forma di nazionalismo internazionale. In realtà io penso che questo dovrebbe confortare coloro che a Sinistra temono un ritorno ad un nazionalismo simile a quello degli anni Trenta, perché le crescenti interconnessioni tra varie versioni di populismo nazionale sono in realtà piuttosto cosmopolite a proprio modo. Così come i liberali progressisti hanno trovato punti in comune con i progressisti che hanno idee simili in altri Paesi, la stessa cosa è accaduta all’interno dei circoli conservatori internazionali. Questo “nazionalismo cosmopolita” è piuttosto affascinante, penso rifletta il fatto che è un fenomeno post-liberale, possibile non solo “dopo il liberalismo” ma in parte proprio a causa del liberalismo. Il Liberalism è stato un progetto globale, un progetto cosmopolita, e la risposta ad esso è stata allo stesso modo globale e cosmopolita”.

Gli chiedemmo anche se pensava che ci sarebbe stato presto un populismo di sinistra sugli stessi temi che avevano portato alla rielezione di Trump. E dopo l’elezione di Zohran Mamdani come sindaco di New York, le sue parole suonano ancora più significative: «Mi aspetto che molti a sinistra adotteranno un messaggio più populista nei prossimi mesi e anni, vedendone la popolarità tra coloro che la sinistra ha trattato con sdegno negli ultimi decenni (coloro che Hillary Clinton definì i deplorevoli). Resta aperta la domanda se lo spostamento della classe operaia a destra possa essere rovesciato da un cambiamento di direzione verso il populismo di sinistra — e anche quale appoggio avrà questa posizione nel loro stesso partito che si è allontanato dalla fedeltà di un tempo alla classe operaia».


Le tensioni che si potranno creare questa volta attorno all’evento in Europa saranno gestite con ogni probabilità in modo più attento da parte delle autorità belghe per evitare l’accusa di censura come nel 2024. Ma è certo che i contenuti discussi al convegno saranno visti come controversi. Su sito spiegano che «gli europei comuni stanno reagendo. Elezione dopo elezione, Paese dopo Paese, orgogliosi patrioti e conservatori nazionali stanno guadagnando terreno. Sta emergendo un nuovo consenso, radicato nella sovranità, nei confini solidi e nel buon senso. Frontiere aperte, estremismo ambientale, censura senza fine e ideologie di genere radicali: tutto questo viene respinto alle urne. È il momento di sferrare un colpo decisivo ai dogmi dell’establishment che ci hanno deluso per troppo tempo». Gli organizzatori prendono di mira le élite europee contro cui tante volte si è scagliato Orbán — ma anche Salvini, Le Pen e Morawiecki.

Il programma non lascia spazio all’immaginazione: l’obiettivo è usare i temi che gli europeisti usano contro i populisti, capovolgendoli. E il loro ispiratore è il presidente Donald Trump, che sembra disinteressato all’Europa ma di fatto non lo è, benché non nella maniera tradizionale. Come ha evidenziato in un’interessante analisi Ivan Krastev su Foreign Affairs — intitolata Il paradosso della destra trumpiana in Europa. Come l’armamento dell’ideologia da parte dell’America potrebbe ritorcersi contro — «in un momento in cui Trump mette in discussione gli accordi di sicurezza degli Stati Uniti con l’Europa, minacciando di ridurre la presenza militare americana in Europa e chiedendo che l’Europa paghi per la propria difesa, il suo sostegno all’estrema destra europea appare a prima vista un colpo da maestro strategico. Permette agli Stati Uniti di mantenere parti significative dell’Europa nella propria sfera di influenza, riducendo al contempo i propri impegni nella regione. È un modo a basso costo per rafforzare l’influenza del Maga e impedire l’ascesa di un’Europa sovrana meno allineata a Washington». Tuttavia Krastev, che è presidente del Center for Liberal Strategies di Sofia, avverte: «Anche se il Maga riuscisse a minare le istituzioni centriste costruite da Francia, Germania e altre democrazie europee fondamentali, i partiti populisti di destra che contribuisce a far crescere potrebbero non sostenere un nuovo tipo di influenza americana sull’Europa». 

I temi principali della seconda giornata del convegno sono la difesa della libertà di parola, «immigrazione e rimigrazione» (termine che insieme a “deportazione” sembra non scandalizzare più in Europa) e le sfide che i partiti conservatori e populisti nazionali devono superare per esercitare il potere. L’intervento finale è affidato a Balázs Orbán: «Perché dobbiamo vincere la guerra culturale». L’assunto è che «combattere la guerra culturale non è un lusso. È diventato essenziale per le speranze di qualsiasi rinascita patriottica». E quello che portano avanti Donald Trump e specie J.D. Vance (amico di Deneen, il vicepresidente cita il filosofo come una importante influenza culturale) è soprattutto una battaglia culturale. Ma potrebbe essere controproducente, insiste Krastev: «Se la strategia europea dell’amministrazione Trump è quella di imporre un più stretto allineamento ideologico riducendo al contempo il sostegno economico e militare degli Stati Uniti, fallirà. I partiti di destra, non meno delle loro controparti centriste e liberali, sono consapevoli che in un panorama geopolitico sempre più instabile, i loro Paesi potrebbero dover cavarsela da soli. Di fronte a un mondo ostile, la destra europea potrebbe riscoprire – forse con riluttanza – la praticità di un distacco dell’Europa da un’America inaffidabile. In definitiva, l’effetto di Trump sull’Europa assomiglia per molti versi all’effetto di Mikhail Gorbaciov sul blocco orientale negli anni ’80. La Gorby-mania ha radicalmente rimodellato i regimi comunisti dell’Europa orientale e, nel processo, ha contribuito a far perdere a Mosca la sua sfera d’influenza».

Al momento, però, non sembra che questa sia la situazione in Europa. L’Unione europea dipende profondamente dagli Stati Uniti dal punto di vista economico e della difesa e non riuscirà a rendersi strategicamente autonoma nel breve termine.

Non solo poliziotti, carabinieri o preti: arriva ‘L’altro ispettore’, la fiction per la sicurezza sul lavoro

di Marco Marini

La rubrica ‘Occhiolino’ presenta articoli brevi e ammicanti come un occhiolino, per portarci sempre a riflettere, a volte con un sorriso, a volte con un pensiero profondo

Nei palinsesti televisivi di questi giorni si pubblicizza una nuova fiction Rai, “L’Altro Ispettore”. Come evidenziato nella presentazione, dopo poliziotti e carabinieri o preti investigatori siamo arrivati agli ispettori del lavoro. Sarà dedicata ad un tema delicato e di drammatica realtà: la sicurezza sul lavoro. Secondo le intenzione degli autori e del protagonista, si spera che la figura dell’ispettore del lavoro diventi amica dei lavoratori e degli imprenditori. Si vuole rivolgere a ciascuno di noi, perché siamo anche il lavoro che svolgiamo. E ognuno di noi ha il diritto di tornare a casa dopo le ore lavorative. Sembra scontato ma non è così visto che quello dei morti sul lavoro sembra un bollettino di guerra. Tra i vari aspetti dell’attività dell’Ispettorato del Lavoro, oltre a sottolineare la tutela della salute dei lavoratori attraverso l’attività di indagine vera e propria, con attività di controllo preventivo sopratutto nei cantieri edili- o successivo dopo l’infortunio vero e proprio (gli Ispettori del Lavoro sono Ufficiali di Polizia Giudiziaria, anche se molti illeciti sono stati depenalizzati e trasformati in sanzioni amministrative pecuniarie)-, si vuole sottolineare la collaborazione con le imprese ed i rappresentanti dei lavoratori,attraverso la presenza sul territorio e l’iniziativa di corsi svolti anche da altri enti quali per esempio l’INAIL. Ma forse l’aspetto più interessante, ma meno evidenziato, è quello della lotta alla concorrenza sleale che contrappone le aziende regolari , a quelle irregolari che si offrono sul mercato a prezzi concorrenziali ma senza rispettare le regole sulla sicurezza o sulla regolarità contributiva, con la mancanza dei versamenti ai fini previdenziali ed assistenziali. Siamo curiosi di vedere come si evolveranno le storie .

‘L’amore mio non muore’ di Roberto Saviano: l’amore che fa paura alle mafie

di Daniele Madau

Roberto Saviano in scena in ‘L’amore mio non muore’

Nei giorni, culminati il 25 novembre, di lotta per l’eliminazione di ogni tipo di violenza di genere, il Teatro Massimo di Cagliari, grazie al benemerito circuito Cedac, ha scelto il modo più efficace per riflettere su questo dramma. Infatti ‘L’amore mio non muore’, portato in scena da Roberto Saviano, è un vero pugno nello stomaco, un ceffone di quelli che si danno con forza alle persone che hanno perso i sensi, per il loro bene, per farli rinsavire.

Roberto Saviano, la cui storia non è il caso di ricordare, che porta su di sè la fatica, il peso e la solitudine di decenni di lotta, ha portato in scena- in una scenografia essenziale- la storia di Rossella Casini, la giovane donna fiorentina vittima della ‘ndrangheta, protagonista di “L’amore mio non muore”, il romanzo da cui è tratta l’omonima pièce per la regia di Enrico Zaccheo e la produzione Savà Produzioni Creative, proposta in cartellone mercoledì 26 e giovedì 27 novembre alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari per la rassegna “Pezzi Unici”.

Una tragedia è caratterizzata dal fatto che, partendo da una situazione con possibili esiti positivi, la storia precipita verso il finale tragico. Qui la storia parte da un incontro d’amore, che avrebbe tutte la possibilità di far sbocciare una delle migliaia di possibilitià dell’amore. Ma il contraltare della passione è la ferocia nera e insensata – l’opposto della fertilità dell’amore – della criminalità organizzata, che arriverà a distruggera ogni traccia non solo dell’amore potenziale, ma anche del corpo stesso di Rossella. La protagonista, infatti, che si è innamorata di Francesco Frisina, uno studente cresciuto nella Piana di Gioia Tauro, i cui genitori sono però legati al clan dei Gallico, sparirà, uscirà da questa vita come un sussurro, agnello sacrificale di logiche di morte.

In “L’amore mio non muore” , lo scrittore intreccia fantasia e cronaca, arrivando a delegare a poesie scelte -quelle a lui più care- i tratti di narrazione che non possono essere raccontati, perché la vicenda è frammentaria, ricostruita con fatica dall’autore.

«Ho deciso di scrivere questo romanzo per raccontare la storia d’amore più drammatica e potente in cui mi sia imbattuto» – afferma Roberto Saviano –. «Raccoglie tutti i colori dell’umano sentire: l’ingenuità e lo slancio, la devozione e l’ossessione, l’amicizia, il desiderio, il coraggio, la delusione, il fraintendimento, il tradimento, lo schifo e la tragedia. Eppure la certezza che proprio nell’amare risieda l’unica possibilità di verità e di senso non viene mai meno. L’amore non muore».

Roberto Saviano, con la capacità che gli è propria, svuota il suo animo con questa storia, parla anche di sè stesso, ci inonda di descrizioni sull’amore e gli innamorati. Ci tiene incollati alla sedia e fa sì che l’ora e mezzo di spettacolo passi in un attimo. Si prende gli applausi non appena appare in scena, che sembra gli siano davvero graditi, perché testimoniano l’essere del pubblico dalla sua parte, in tutte le lotte che combatte.

Cita due volte Michela Murgia e non rinuncia a incursioni sull’attualità delle mafie, di cui dimostra di essere davvero uno dei massimi esperti.

“L’amore mio non muore” si muove nel solco del teatro civile e dell’arte come ricerca della bellezza, come riparazione dell’atrocità subita da Rossella Casini in una vicenda emblematica, quella dell’eroina forte del suo amore puro e totalizzante contro il mostro del Male. In“L’amore mio non muore”, infatti, «ogni pagina ricompone l’amore, / ogni pagina ripercorre l’orrore, / questa è la mia vendetta / per te». Una vendetta di consapevolezza, bellezza, amore, arte. L’unica vendetta lecita.

Discorso di LEONE XIV in Turchia alle autorità in occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea

Come sempre, ‘La Riflessione’, come servizio ai lettori, presenta i discorsi integrali dei grandi del mondo, in occasioni di particolare rilevanza storica e per riflettere sulle grandi tematiche per il nostro presente e il nostro futuro

Palazzo Presidenziale (Ankara)
Giovedì, 27 novembre 2025

Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!

Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze.

La bellezza naturale del vostro Paese ci sollecita a custodire la creazione di Dio. Più ancora, la ricchezza culturale, artistica e spirituale dei luoghi che abitate ci ricorda che nell’incontro fra generazioni, tradizioni e idee diverse prendono forma le grandi civiltà, nelle quali sviluppo e sapienza si compongono in unità. È vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità.

L’immagine del ponte sullo Stretto dei Dardanelli, scelta come emblema di questo mio viaggio, esprime con efficacia il ruolo speciale del vostro Paese. Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano.

Desidero assicurare che all’unità del vostro Paese intendono contribuire positivamente anche i cristiani, che sono e si sentono parte dell’identità turca, tanto apprezzata da San Giovanni XXIII, da voi ricordato come il “Papa turco” per la profonda amicizia che lo legò sempre al vostro popolo. Egli, che fu Amministratore del Vicariato Latino di Istanbul e Delegato Apostolico in Türkiye e Grecia dal 1935 al 1945, si adoperò intensamente affinché i cattolici non si estraniassero dalla costruzione della vostra nuova Repubblica. «Ecco – scriveva in quegli anni –, noi cattolici latini di Istanbul, e cattolici di altro rito: armeno, greco, caldeo, siriano, ecc. siamo qui una modesta minoranza che vive alla superficie di un vasto mondo con cui abbiamo solo contatti di carattere esteriore. Noi amiamo distinguerci da chi non professa la nostra fede: fratelli ortodossi, protestanti, israeliti, musulmani, credenti o non credenti di altre religioni […]. Pare logico che ciascuno si occupi di sé, della sua tradizione familiare o nazionale, tenendosi serrato entro il cerchio limitato della propria consorteria […]. Miei cari fratelli e figliuoli: io debbo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico, questa è una logica falsa». [1] Da allora, indubbiamente, grandi passi avanti sono stati fatti in seno alla Chiesa e nella vostra società, ma quelle parole sprigionano ancora molta luce e continuano a ispirare una logica evangelica e più vera, che Papa Francesco ha definito “cultura dell’incontro”.

Dal cuore del Mediterraneo, infatti, il mio venerato Predecessore oppose alla “globalizzazione dell’indifferenza” l’invito a sentire il dolore altrui, ad ascoltare il grido dei poveri e della terra, ispirando così un agire compassionevole, riflesso dell’unico Dio, che è clemente e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8). L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. È un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica.

Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti. Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana.

Signore e Signori, ho parlato di “famiglia umana”. Si tratta di una metafora che ci invita a stabilire un collegamento – ancora una volta un ponte – fra i destini di tutti e l’esperienza di ciascuno. Per ognuno di noi, infatti, la famiglia è stata il primo nucleo della vita sociale, in cui sperimentare che senza l’altro non c’è “io”. Più che in altri Paesi, la famiglia conserva nella cultura turca una grande importanza e non mancano iniziative per sostenerne la centralità. Al suo interno, infatti, maturano atteggiamenti essenziali per la convivenza civile e una prima, fondamentale sensibilità verso il bene comune. Certo, ogni famiglia può anche chiudersi in sé stessa, coltivare inimicizie, o impedire a qualcuno dei suoi membri di esprimersi, fino a ostacolare lo sviluppo dei suoi talenti. Tuttavia, non è da una cultura individualistica, né dal disprezzo del matrimonio e della fecondità, che le persone possono ottenere maggiori opportunità di vita e di felicità.

A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso. Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale.

Signor Presidente, possa la Türkiye essere un fattore di stabilità e di avvicinamento fra i popoli, a servizio di una pace giusta e duratura. La visita in Türkiye di quattro Papi – Paolo VI nel 1967, Giovanni Paolo II nel 1979, Benedetto XVI nel 2006 e Francesco nel 2014 – attesta che la Santa Sede non solo mantiene buone relazioni con la Repubblica di Türkiye, ma desidera cooperare a costruire un mondo migliore con l’apporto di questo Paese, che costituisce un ponte tra Est e Ovest, tra Asia ed Europa, e un crocevia di culture e religioni. L’occasione stessa di questo viaggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ci parla di incontro e di dialogo, come pure il fatto che i primi otto Concili ecumenici si tennero nelle terre dell’attuale Türkiye.

Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che Papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva! Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.

La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio. Grazie.

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