Le leggi scritte e le leggi non scritte

di Daniele Madau

Mani alzate dell’equipaggio di un’imbarcazione della Flotilla

Giornata di sciopero generale, forse legittimo, forse illegittimo; forse -date le motivazioni- legittimo pur essendo -secondo il Garante – illegittimo.

Le scuole sono vuote, le piazze piene. In Israele, gli attivisti sono trattenuti, in attesa di espulsione. A Gaza la popolazione subisce ancora l’azione offensiva israeliana; a livello internazionale, si attende la risposta di Hamas al piano di pace Trump-Netanyahu.

Siamo come col fiato sospeso in attesa di poter finalmente respirare, mentre questo fiato sospeso- nelle piazze – viene liberato con urla e grida di protesta. Il silenzio e la protesta, le mani alzate della Flotilla e la marcia dei manifestanti, il richiamo del Garante e il pensare ai diritti fondamentali, che vanno oltre le leggi scritte. Si chiamano leggi non scritte.

Lo sciopero è legittimo? Le acque davanti a Gaza sono acque territoriali israeliane? La Sumud Flotilla ha aiutato – e aiuterà- o no la popolazione, e la pace, a Gaza?

Credo che la riflessione debba essere un’altra, quella che da 2500 anni interroga la profondità dei cuori dell’Occidente, da quando una ragazza-Antigone-seppellì il proprio fratello Polinice, andando contro le leggi dello Stato e seguendo le leggi non scritte, quelle degli dei, quelle della pietà.

Ha pagato con la vita, col corpo. Quel corpo bagnato e arresosi – con le mani alzate della pace e della pietà – dei membri della Sumud, durante l’irruzione dell’Idf.

Quel corpo va oltre le leggi scritte e ci riporta a 2500 anni fa, quando – per le leggi non scritte dell’amore- fu seppellito il corpo di Polinice e, mentre siamo riportati a quel momento, abbiamo in cuore lo struggente desiderio di non vedere più corpi da seppellire, morti in guerra.

Muro di droni, scudo orientale, difesa aerea e spazio: l’Ue si prepara al 2030 per far fronte al disimpegno Usa. Il summit di Copenaghen 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un tratto di confine tra Estonia e Russia, vicino a Vinski (Ap

Partiamo da un dato di fatto: gli Stati Uniti non sono più disposti a farsi carico della difesa dell’Europa, a cominciare dal sostegno all’Ucraina nei confronti della quale Washington resterà un fornitore di armamenti ma a pagamento, benché stia ora valutando di venderle anche missili a lungo raggio Tomahawk. Questo ormai i Paesi Ue lo hanno ben chiaro. Domani a Copenaghen i leader dei Ventisette si riuniscono per discutere di difesa e di Kiev (sul tavolo anche l’uso degli asset russi congelati) in un contesto di grande tensione, dopo gli sconfinamenti recenti di jet e droni russi. Non sono attese decisioni dal summit perché è una riunione «informale», ospitata dalla Danimarca che ha la presidenza di turno dell’Ue.

Ma il confronto serve a preparare il terreno per il vertice di fine ottobre nel quale i leader daranno il loro sostegno politico al piano della Commissione per rafforzare la difesa europea entro il 2030. In mezzo ci sarà la ministeriale Difesa della Nato – il 15 ottobre – che contribuirà ulteriormente al dibattito e alla messa a fuoco delle capacità militari necessarie per costruire il pilastro europeo dell’Alleanza.

Il clima non è dei più distesi. Svezia e Francia hanno approvato l’invio in Danimarca di forze speciali anti-drone che affiancheranno le autorità locali in vista del summit e da ieri fino al 3 ottobre c’è un divieto totale di utilizzare qualunque drone civile. Copenaghen ha anche deciso di richiamare i riservisti. Secondo un’alta fonte europea «non è escluso» che le interferenze causate dai droni non identificati nello spazio aereo danese di questi giorni siano collegate all’organizzazione del Consiglio europeo informale di domani e al vertice della Comunità politica europea di giovedì. Secondo questa fonte potrebbe trattarsi di un’operazione di «pressione mentale» della Russia, tenuto conto degli argomenti sul tavolo.

La presidente Ursula von der Leyen ieri ha condiviso con gli Stati membri un documento che sarà alla base della discussione di domani e che parte dall’assunto che «un nuovo ordine internazionale si sta attualmente formando in un periodo di intensa competizione interstatale». La Commissione ha indicato quattro progetti-faro che saranno dettagliati nella road-map di fine mese: il «muro di droni», cioè un sistema multi-strato di capacità anti-drone interoperabili; lo scudo orientale, ovvero il rafforzamento delle frontiere orientali (terra, aria, mare); lo scudo di difesa aerea (proposto per la prima volta da Polonia e Grecia) e la protezione degli asset spaziali. Questi progetti, secondo la Commissione, hanno «il potenziale per diventare Progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI)», quindi per poter essere finanziati con i soldi comuni.

Bruxelles vuole evitare la percezione di un beneficio solo per i Paesi dell’Est e dunque nel documento si spiega che «i progetti faro hanno natura trasversale e implicano progressi paralleli in diverse aree di capacità e in settori che vanno oltre la difesa fondamentale. La protezione delle infrastrutture critiche, la gestione delle frontiere e la sicurezza interna saranno di particolare importanza».

Per aumentare il coordinamento con la Nato sulla standardizzazione e sulla pianificazione delle capacità, oggi il segretario generale Mark Rutte parteciperà alla riunione sulla sicurezza del Collegio dei Commissari. La difesa è competenza nazionale. E i grandi Paesi come Francia, Germania e Italia, che hanno mezzi e capacità, difendono questo ruolo. I Paesi Ue più piccoli, invece, vedono un’opportunità nel coordinamento da parte della Commissione in materia di difesa. Anche se la maggioranza guarda con scetticismo l’ipotesi di introdurre un semestre europeo della difesa, simile a quello per il coordinamento delle politiche economiche: le capitali vi vedono un approccio troppo burocratico e un’eccessiva invadenza della Commissione. Per trovare un punto di equilibrio, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha proposto di discutere anche come garantire un controllo e un coordinamento politico efficienti e dunque come rafforzare in particolare il ruolo dei ministri della Difesa nel Consiglio. Tra le idee che stanno girando c’è anche quella di creare un Consiglio Difesa separato, ora rientra sotto il Consiglio Affari esteri, in modo che si riunisca ogni mese.

Con l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, sono 23 i Paesi Ue che ne fanno parte, pari a circa il 97% della popolazione europea. Pilastro europeo della Nato e difesa europea tendono quindi a sovrapporsi. Ma c’è una distinzione non banale da tenere a mente. La Nato con gli Stati membri ha la competenza militare, però la cassa per i progetti comuni resta in seno all’Unione. L’Alleanza è dotata di un bilancio limitato, sono gli Stati membri che investono in difesa e mettono a disposizione della Nato quanto serve. Dunque per dare una spinta all’industria della difesa europea servono i fondi Ue che sono in mano alla Commissione,  alla quale gli Stati membri hanno dato il compito di redigere una road map con le priorità operative.

L’inizio del documento è emblematico: «Ciò che l’Europa e i suoi Stati membri faranno per il resto di questo decennio — si legge — plasmerà la sicurezza del nostro continente per il resto di questo secolo. Entro il 2030, l’Europa necessita di una postura di difesa europea sufficientemente forte per dissuadere in modo credibile i suoi avversari, nonché per rispondere a qualsiasi aggressione». Il piano di von der Leyen individua nove aree critiche di capacità da colmare entro il 2030: difesa aerea e missilistica, artiglieria, mobilità militare, missili e munizioni, cyber e intelligenza artificiale, guerra elettronica, droni e anti-droni, combattimento terrestre, capacità marittime e abilitatori strategici. 

Gli Stati membri dovranno costituire coalizioni di capacità coordinate dall’Agenzia europea per la difesa, con il sostegno finanziario del nuovo strumento Safe, sottoscritto da 19 Paesi Ue: 150 miliardi di euro di prestiti congiunti, di cui 100 miliardi già destinati a Stati sul fronte orientale. Ma i Paesi dell’Est non vogliono solo prestiti, chiedono anche grants, ovvero finanziamenti a fondo perduto su cui per ora non sembra esserci molto margine di manovra.  Mentre nel prossimo bilancio pluriennale è previsto un fondo di 131 miliardi di euro per difesa e spazio.

Resta da vedere se gli Stati europei sapranno superare le rivalità. «Il complesso panorama delle minacce indica anche la necessità di agire insieme — scrive la Commissione — piuttosto che frammentare i nostri sforzi attraverso iniziative nazionali non coordinate. C’è quindi una chiara necessità di investire di più, investire insieme e investire europeo». Più facile a dirsi che a farsi, come dimostra il litigio di una settimana fa tra Francia e Germania sulnuovo aereo da combattimento di sesta generazione — Future Combat Air System (FCAS)— che Parigi e Berlino dovrebbero costruire insieme e ora messo in forse.

Il 29 settembre 1944: ripensare all’assurda violenza e ripensare il presente

di Daniele Madau

«La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga.»
(Lapide del cimitero di Casaglia)

Il 29 settembre 1944, all’alba, iniziò la strage di Marzabotto- Monte Sole, la più efferata strage nazifascista. Martiri civili, donne, bambini, sacerdoti sono caduti per la nostra libertà, in un territorio che aveva scelto quella libertà, la dignità, il coraggio di opporsi alle barbarie, l’eroismo di porsi al fianco dei partigiani. Fu la più grande strage dell’Europa occidentale. Oggi c’è solo il bosco, in quei luoghi, a custodire la memoria. In questi giorni di autoritarismi, nuove tirannie, violenze insensate, piu’ che mai la storia deve essere maestra e guida, per consentire alla mente e al cuore di orientarsi. Ripensare a quella violenza e ripensare al presente. Ma anche: ripensare all’assurda violenza è ripensare il presente, e far risuonare le parole di Calamandrei contro la viltà di ogni forza cieca che, ancora oggi, vuole sovvertire ogni legittimo diritto: ora e sempre, Resistenza!

Basti, per il ricordo, la secca cronaca. Riporto da Wikipedia. Dopo l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuta il 12 agosto 1944, inizia quella che viene ricordata come “la marcia della morte” che attraversando Versilia e Lunigiana giunse al Bolognese. Lo scopo era fare “terra bruciata” attorno alle formazioni partigiane nelle retrovie della linea gotica sterminando le popolazioni che le appoggiavano[8].

Nella zona circostante Monte Sole agiva con successo la brigata Stella Rossa che dalla posizione elevata ed impervia portava attacchi a strade e ferrovie che rifornivano il fronte. Già nel maggio del ’44 l’esercito tedesco aveva tentato un assalto ma era stato respinto come nei casi successivi durante l’estate. Così il feldmaresciallo Albert Kesselring decise di dare un duro colpo a questa organizzazione sterminando indiscriminatamente i civili e radendo al suolo i paesi circostanti. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.


Alcune vittime della strage
Capo dell’operazione fu nominato il maggiore[9] Walter Reder, comandante del 16º battaglione esplorante corazzato (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer-SS”, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste guidati da repubblichini, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Pànico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani, rei di aver eseguito troppo lentamente l’ordine di uscire. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 197 vittime, di 29 famiglie diverse tra le quali 52 bambini[10]. Fu l’inizio della strage: ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. Nella frazione di Caprara uccisero 107 persone, di cui 24 bambini. Poco lontano da Caprara i tedeschi individuarono diversi casolari da dove rastrellarono 282 persone, tra loro 58 bambini e due suore, uccise a colpi di mitra. Nella frazione di Cerpiano altre 49 persone, tra cui 24 donne e 19 bambini, subirono la stessa sorte[11][12]. Dal massacro si salvarono solo una maestra e due bambini. Altre 103 persone furono uccise dai tedeschi lungo la strada per la frazione di Creda. In quest’ultima furono uccise 81 persone, tra gli uomini (48) anche due sacerdoti. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alcuni bambini furono gettati vivi tra le fiamme, dei neonati in braccio alle loro mamme furono decapitati e alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il numero delle vittime civili era spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino)[13], indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

Europa e Stati Uniti nel nuovo mondo, saranno ancora alleati nel 2035? I tre scenari di Bruegel

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (Afp)

Da qualsiasi lato si guardi l’attuale situazione, la soluzione suggerita per uscirne contiene sempre gli stessi elementi: «Se l’Unione europea vuole essere un attore che crea scenari piuttosto che semplicemente un attore che subisce gli scenari, come è attualmente — scrive il think tank Bruegel nel suo ultimo rapporto  — l’Europa deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche». Sono i temi su cui insiste anche Mario Draghi nei sui interventi ed appelli all’Ue e agli Stati membri affinché agiscano.

Il rapporto di Bruegel sui «Cambiamenti geopolitici e il loro impatto economico sull’Europa: rischi a breve termine, scenari a medio termine e scelte politiche», a firma di André Sapir, Jacob Funk Kirkegaard e Jeromin Zettelmeyer, è stato presentato sabato scorso alla riunione dei ministri finanziari dei Ventisette a Copenaghen. Gli Ecofin informali di solito sono ospitati dal Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea e sono un’occasione per far discutere i ministri delle Finanze più liberamente non essendo previste decisioni trattandosi di riunioni appunto «informali». È tradizione che Bruegel, uno dei più autorevoli think tank brussellesi, presenti uno studio.

Ormai non c’è occasione che i politici e i legislatori non ribadiscano che il mondo che conoscevamo non esiste più. Ma come sarà il nuovo mondo facciamo ancora fatica a immaginarlo. Ci ha pensato Bruegel, che ha sviluppato tre scenari per il periodo 2030-2035 e li ha usati per delineare le implicazioni politiche per i prossimi cinque anni. 
A segnare un prima e un dopo è l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, che sta mettendo in discussione la relazione transatlantica come l’avevamo conosciuta finora. Gli Stati Uniti sembrano un po’ meno amici e meno alleati di un tempo. Ma anche la guerra scatenata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, così come il ruolo antagonista crescente della Cina stanno contribuendo a cambiare gli scenari in modo permanente.

Bruegel individua dei «pericoli plausibili a breve termine»: un crollo del mercato obbligazionario statunitense; un’escalation dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina o direttamente contro l’Unione europea; una crisi fiscale innescata da una vittoria elettorale populista in un membro dell’area euro ad alto debito (ovvero in Francia); o uno choc commerciale innescato dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina e/o dalle azioni ostili della Cina nell’Asia orientale. 

I tre scenari di riferimento per il mondo nel 2035 sono tutti caratterizzati — scrive Bruegel — da una rivalità persistente tra Stati Uniti e Cina e da una maggiore multipolarità rispetto al passato.

Il primo scenario prevede un ulteriore ritiro o smantellamento della cooperazione internazionale, con il persistere del protezionismo negli Stati Uniti e la riduzione al minimo dei beni pubblici globali. È considerato il meno «auspicabile» per l’Unione e per il mondo, con frequenti conflitti e crescita ridotta.

Il secondo scenario prevede un ritorno alle divisioni in blocchi, con uno guidato dagli Stati Uniti, uno dalla Cina e un terzo composto da Paesi non allineati. Contempla due «varianti»: una di «decoupling» e una di «derisking». Nel caso di «decoupling», la rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina è intensa e, dopo oltre un decennio di frammentazione economica (commercio, finanza, tecnologia) e politica, i due blocchi si ritroverebbero distaccati l’uno dall’altro non quanto durante la Guerra Fredda ma molto di più rispetto al 2025. Nella variante di «derisking», la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina sarebbe un po’ meno intensa e i due blocchi rimarrebbero piuttosto interdipendenti. In questo contesto, scrivono i ricercatori, il posizionamento dell’Europa non sarebbe scontato: «La decisione di allinearsi con gli Stati Uniti o di scegliere il non-allineamento dipenderebbe dal modo in cui gli Usa si comporteranno, se da egemone benevolo o coercitivo, come ha fatto imponendo dazi del 15%».

Il terzo scenario, il più «auspicabile» per l’Unione europea secondo Bruegel, prevede un nuovo ordine multilaterale, con cooperazione internazionale per la fornitura di beni pubblici globali.

L’analisi di Bruegel arriva a «tre conclusioni principali».
La prima è che «l’impatto economico a breve termine in termini di crescita del Pil dell’attuale situazione geopolitica sembra relativamente modesto». Tuttavia non è un motivo sufficiente, spiega lo studio, per abbassare la guardia perché «pur non suggerendo che gli choc, tra cui la grande crisi finanziaria, la pandemia di Covid e la guerra in Ucraina, abbiano una causa comune, è necessario almeno riconoscere che questi choc hanno impatti economici e politici comuni sui Paesi europei (e su altre economie avanzate), di cui l’aumento della frammentazione politica e dei livelli di debito sono solo due indicatori».

La seconda conclusione è che vi sono «una serie di rischi al ribasso, derivanti dalla situazione negli Stati Uniti e altrove, che potrebbero aggravare la situazione nel prossimo anno o nei prossimi due anni e persino provocare una nuova crisi finanziaria». Inoltre i recenti sviluppi geopolitici comportano «importanti rischi a medio e lungo termine» per l’Europa. Dunque l’Unione europea deve prepararsi e per farlo «deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche».

Infine la terza conclusione è che «l’autonomia strategica non deve essere confusa con l’autosufficienza o il protezionismo. L’Europa è e deve rimanere un’economia e una società aperte. È anche e deve rimanere una società basata su regole e la paladina di un ordine internazionale basato su regole». E questa è la vera sfida per l’Unione europea e i suoi Stati membri perché «l’ordine passato, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è ora messo in discussione non solo dalla Cina e dalla Russia, ma anche dal suo fondatore, gli Stati Uniti». Ma soprattutto gli Usa «hanno rinunciato al loro ruolo di sostegno al sistema globale e l’altra superpotenza, la Cina, non è (ancora) in grado di assumere tale ruolo».  Per Bruegel spetta all’Europa collaborare con le coalizioni di paesi disponibili del Nord e del Sud del mondo per reinventare l’ordine multilaterale. Il punto di partenza di questo percorso sono il clima e il commercio. 

E se sul commercio i Paesi europei sono concordi sulla necessità di ampliare le alleanze, sulla battaglia per il clima invece ci sono divergenze. A parole tutti (o quasi) sono per obiettivi ambizioni e per la lotta al cambiamento climatico ma poi, quando si tratta di decidere, le cose di complicano. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, domani dovrà difendere le ambizioni climatiche dell’Europa a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con in mano una «dichiarazione d’intenti», quindi non vincolante, sulla riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2035, dopo che giovedì scorso i ministri dell’Ambiente dei Ventisette sono riusciti ad approvare con estenuanti trattative solo un compromesso minimo. 

Il nuovo Medioevo, il nuovo Umanesimo

di Daniele Madau

Coloro che hanno vissuto nel periodo che noi denominiamo ‘Medioevo’, non sapevano di farne parte: il termine Medioevo, infatti, fu coniato nel Rinascimento, a indicare un’effettiva rinascita e un ripristino dei valori dell’età classica, contro la decadenza di un’età di mezzo.

Non dovremmo mai disprezzare di guardare alla storia, come maestra di vita, per capire meglio noi stessi e i nostri tempi. Infatti , purtroppo, sembrano essere tornati modi di vivere, di pensare, di rapportarsi all’umanità tipici del Medioevo, con la speranza, però, di poter riflettere su di essi e averne cognizione, al contrario di coloro che, tradizionalmente, vissero dal 476 al 1492 d.C.

Pensiamo al sapere: il sapere medievale era di tipo enciclopedico chiuso, nel senso di un sistema, denominato tolemaico-aristotelico-tomistico (dagli studiosi Tolomeo, Aristotele e Tommaso d’Aquino), che doveva spiegare tutto e godeva di un’autorità indiscussa e indiscutibile (il cosiddetto ipse dixit, lui stesso l’ha detto, riferito ad Aristotele).

Ora, anche il nostro sapere è enciclopedico: abbiamo accesso a banche dati ed enciclopedie digitali che ci garantiscono milioni di informazioni, ma il nostro modo di esercitare questo sapere sembra chiuso, perché non accompagnato dall’esercizio del nostro pensiero.

Il nostro pensiero, la nostra elaborazione critica, la nostra capacità di giudizio, sono la parte più preziosa di noi, è cioè che ha permesso di cambiare considerazione nei confronti dell’uomo e di passare, così, dal Medioevo all’Umanesimo, dal trattato De contemptu mundi di Innocenzo III del 1195 (‘Sul disprezzo del mondo’) all’orazione De dignitate hominis del 1486 di Giovanni Pico della Mirandola (‘Sulla dignità dell’uomo’).

L’uomo dell’umanesimo era un uomo eretto, perfettamente proporzionato, con lo sguardo verso le verità del cielo, anche quelle nascoste, per scoprirle, indagarle e riprodurle grazie al pensiero e all’arte. L’uomo medievale era bidimensionale, senza le proporzioni, chiuso in una società che non prevedeva mobilità sociale.

L’uomo moderno ha lo sguardo in basso, conosce la profondità digitale per sfruttarla al massimo ed averne il profitto massimo – anche non lecito – ma non conosce la profondità del cuore, dell’animo, del cielo. Mitologicamente e simbolicamente, ha un corrispettivo nel serpente, l’animale del male, che striscia a terra, e non riesce a guardare il cielo. E’ insinuante, sibila verità false, menzogne, spacciandole per verità: per sconfiggerlo, è necessario un cuore puro, coraggioso, istruito, onesto.

Siamo circondati di verità false, in un ossimoro che ormai fa parte della nostra quotidianità, da cui dobbiamo difenderci. Se lo vogliamo, perché la decisione spetta a noi.

La classe politica, è un pessimo esempio. Si continuano a dare informazioni non corrette, come quelle sulla spesa sanitaria, minore degli anni precedenti. Ma, per restare all’attualità, riflettiamo sui giorni passati.

Roberto Vannacci scrisse: ‘rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute ‘. Ora, comportandosi in maniera tale da dare l’impressione di sfruttare un evento drammatico come l’uccisione di Kirk, tutta la sua parte politica accusa i partiti all’opposizione di odio, denunciando un clima da anni di pimbo. Dimentichi, volontariamente, di foto con le armi in mano, di busti di Mussolini in casa, della riluttanza nel celebrare il 25 aprile. E dimentichi del messaggio stesso di Kirk, certamente antievangelico, nonostante l’approprazione indebita del definirsi seguaci di Gesù. Ma su una persona uccisa, vorrei fare silenzio, e riflettere.

Il centro-destra dimentica anche gli attacchi alla magistratura, continui, gli appelli a ‘blindare i confini’, il lessico infarcito di aggettivi come ‘infami, indegni, ecc…’. E’ frustrante. Possiamo fare un discorso analogo per l’opposizione? Certamente possiamo citare gli scontri di Milano, senza dimenticare -però- il quadro generale, di una grande mobilitazione di massa per i palestinesi. Certamente possiamo pensare agli attacchi personali a Giorgia Meloni, da parte di singoli individui.

Siamo a un livello diverso, però. Tuttavia, in generale, l’esempio della classe politica è pessimo.

Dobbiamo agire da soli, purtroppo, liberarci dalle sovrastrutture, quasi medievali, delle ideologie, ripensare alla nostra dignità, alla nostra libertà, alla nostra innata tensione alla conoscenza e al bene, alla verità. Questo è l’Umanesimo. Anzi, ne è una minima parte: l’Umanesimo è molto di più, e di tutto il resto qui non possiamo parlarne.

E l’orizzonte non dovrebbe neanche fermarsi all’Umanesimo, ma correre poi verso l’Illuminismo: ‘L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo ‘ (I.Kant)

Kirk e la polarizzazione della politica

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti a ‘Europe Matters’ , un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La coda domenica scorsa per entrare al Kennedy Center, a Washington, alla veglia funebre per l’attivista conservatore Charlie Kirk assassinato (Epa)

Siamo andati alla veglia organizzata per Charlie Kirk al Kennedy Center, il più grande evento a Washington in memoria dell’attivista conservatore assassinato. Ecco lo spaccato che ne esce. Lo raccontiamo perché questa vicenda sta avendo grande eco anche in Europa.

Domenica sera alla veglia hanno parlato membri dell’amministrazione Trump come il Ministro della Sanità Robert Kennedy jr, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Leavitt ha detto che non si troverebbe oggi nel suo ruolo se non fosse stato per i voti raccolti da Kirk tra i giovani e ha ricordato che quando corse per la Camera a 23 anni (con l’establishment repubblicano contro) fu lui a supportarla. Sono saliti sul palco deputati come lo speaker della Camera Mike Johnson e Ana Paulina Luna, repubblicana della Florida, che ha iniziato a occuparsi di politica facendo attivismo tra i giovani elettori ispanici al fianco di Kirk, ma tra il pubblico c’erano oltre 80 membri del Congresso.

Una folla di duemila persone si è messa in fila per entrare all’evento a pregare e cantare in memoria di Kirk. Molti partecipanti erano venuti con i bambini piccoli, altri da soli dalla Virginia e dal Maryland in una capitale deserta come sempre nel fine settimana. «Siamo tutti Charlie Kirk ora», ha detto un deputato dell’Arizona, lo Stato dove viveva l’attivista. Alcuni indossavano magliette bianche con la scritta Freedom, come quella che indossava Kirk quando è stato ucciso. Una donna di mezza età ci ha detto che non conosceva Kirk prima dell’omicidio ma la sua morte «da martire» l’ha spinta a guardare tutti i suoi video e ora vuole diventare parte della sua organizzazione Turning Point.

Kennedy ha raccontato che la sua nipote diciassettenne, Zoe, stava partendo per l’Europa per frequentare l’università, e la madre ha notato «che aveva messo la Bibbia nella borsa… E Zoe ha replicato: voglio vivere come Charlie Kirk». Kennedy ha spiegato che Kirk fu l’architetto principale della sua riunificazione con Trump, dopo che abbandonò la sua corsa da indipendente per la Casa Bianca nel 2024 e gli diede l’endorsement. «Fu lui a mettere i fuochi d’artificio sul palco a Scottsdale in Arizona», dove Kennedy e Trump tennero il famoso comizio. «Mi chiese una volta se avessi paura di morire — ha raccontato Kennedy accennando alle minacce ricevute —. Io gli dissi che ci sono cose peggiori di morire, come vedere i nostri figli perdere i diritti costituzionali e vivere nella schiavitù».

L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze serie per il mondo dell’istruzione in America: la dinamica della sua morte ha accentuato l’ostilità di una parte degli americani conservatori per i college, considerati «luogo di indottrinamento» dei loro figli. Kari Lake, ex candidata repubblicana a governatrice dell’Arizona poi messa alla guida di Voice of America per smantellarla, ha lanciato dal palco del Kennedy Center «un appello alle madri a non mandare i figli in questi campi di indottrinamento». E in fila abbiamo incontrato donne che raccontano di averli istruiti a casa fino all’università per evitare l’influenza liberal. «Mio figlio insegna all’American University», ha detto una donna tra l’orrore delle interlocutrici. «Non parla con nessuno delle sue idee, insegna il programma e basta. Cerca di sopravvivere». Kirk non aveva frequentato il college, come ha ricordato la deputata Luna. «Non aveva bisogno dell’università, l’università aveva bisogno di lui».

L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze molto serie anche per alcune istituzioni di sinistra che il vicepresidente J.D. Vance (conducendo ieri per due ore il podcast di Charlie Kirk) ha accusato di promuovere  la violenza e il terrorismo. Vance ha denunciato due delle organizzazioni progressiste più importanti del Paese: ha criticato il «generoso trattamento fiscale» ricevuto dalla Open Society Foundation di George Soros e dalla Ford Foundation che ha accusato di finanziare un articolo usato per giustificare la morte di Kirk.  Gli ha fatto eco Stephen Miller, vicecapo dello staff della Casa Bianca. Anche il presidente Trump ha promesso misure contro le organizzazioni di sinistra, nominando in particolare Soros.

Il racconto del Cagliari: la meglio gioventù.

di Daniele Madau

Unipol Domus, 13 settembre 2025 ore 15.00, Serie A III giornata/ Cagliari- Parma: 2-0 (33′ Mina; 77 Felici)

CAGLIARI (4-3-1-2): Caprile; Zappa (54′ Palestra), Mina, Luperto, Obert; Adopo, Prati, Folorunsho (87′ Ze Pedro); Gaetano (54′ Deiola); Belotti (72′ Borrelli), S. Esposito (72′ Felici). All. Pisacane

PARMA (3-5-2): Suzuki; Delprato, Circati, Ndiaye; Lovik (62′ Almquist), Ordonez (46′ Oristanio), Bernabé (79′ Estevez), Sorensen (84′ Keita), Valeri; Cutrone (84′ Djuric), Pellegrino. All. Cuesta

Arbitro: F. Fourneau

Spettatori: 16078

L’Italia forse non è un Paese per giovani ma oggi, in questo splendido pomeriggio di sole, si sfidano due allenatori alla prima esperienza di A, giovanissimi, meno di 70 anni in due: ci aspettiamo arroganza, sfacciataggine, un po’ di fantasia e divertimento.

I tifosi rossoblù farebbero a meno, invece, dei patemi d’animo, come quello sentito al 9′: Mina si fa anticipare al limite dell’area e lascia passare Pellegrino, ma Caprile ferma prima lui, poi Cutrone.

Mister Pisacane deve votare la squadra all’eroismo: lo condanna il nome, che rimanda a Carlo Pisacane- eroe risorgimentale- e il pensiero di un campionato di lotta, fino all’ultimo secondo.

E così, dopo lo spavento iniziale, il Cagliari è corto e aggressivo, con un 4 3 1 2 che spesso diventa 4 3 3 o 4 2 3 1.

Il Parma- però- esercita una forza uguale e contraria, così che i primi 25 minuti sono equilibrati e a tratti contratti, come da vecchia scuola italiana: altro che giovane fantasia…

Al 29′, dopo la pausa rinfrescante, Cutrone affonda di nuovo e, con Caprile, concede il bis dell’azione del 9′.

Il primo tentativo del Cagliari è al 32′, con Gaetano, ma meriterebbe solo l’annotazione, se non fosse il preludio a un doppio cross di Obert dalla sinistra, sul secondo del quale Belotti costringe Suzuki alla respinta: questa diventa un assist per la testa di Mina che prima segna, poi si lascia andare a uno sfrenato, e inaspettato, ballo: eccola, quella gioia giovane, che coinvolge anche i leaders più maturi…

Finisce il primo tempo, sempre in equilibrio, come un mare calmo e un cielo sereno, con il fulmine – di Mina- su quel cielo sereno.

Il secondo tempo inizia come il primo, con un grande intervento di Caprile e con un tentativo di Gaetano.  Entrambi, tra i migliori.

Entra Deiola -alla 200ma gara- e, nonostante la prova positiva di Gaetano, forse i rossoblù guadagnano in equilibrio: Belotti, lanciato sulla destra, impegna Suzuki.

Si entra nella fase finale, piena di nomi di speranza e futuro, di giovani: Bernabé prova il tiro a rientrare ( o ‘tiro a giro’), Caprile – con due grandi interventi- si guadagna il titolo di migliore in campo, Oristanio coglie la traversa.

La meglio gioventù,  però, arriva ora: Palestra, subentrato, parte in fuga e supera ogni ostacolo, Adopo riceve sulla fascia e Felici spinge in rete dopo la carambola sul palo.Esplode,poi, tutta la gioia, bella e contagiosa.

E così,  dopo i fratelli Coen e dopo Pasolini, il Cagliari festeggia la sua ‘meglio gioventù ‘

Da Genova un nuovo movimento di resistenza civile. Le piccole barche fanno rotta su Gaza e riaccendono la speranza: qualcosa può ancora cambiare

da Genova, Alfredo Franchini

In questi giorni così cupi, in cui il canto della pace è sovrastato da assordanti grida alla guerra, riceviamo e pubblichiamo volentieri questo racconto da Genova, dove è di casa, di Alfredo Franchini, una lunga carriera nella ‘Nuova Sardegna’, amico intimo e biografo di Fabrizio De André, saggista ora in libreria per Arcana con ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il vangelo di De André e Pasolini’

C’è qualcosa di nuovo nella politica e arriva da Genova. La mobilitazione della città e in particolare il peso dei lavoratori portuali hanno segnato la separazione o forse il divorzio della società civile dai governi. Donne e uomini mobilitati come non si vedeva da una ventina d’anni. C’è un clima nuovo perché il messaggio di Genova ci rivela che qualcosa può ancora cambiare.

Parliamo della Global Sumud Flotilla. Decine di piccole barche a vela o a motore fanno rotta su Gaza per portare gli aiuti a un popolo che vive il dramma dell’evacuazione.

A Genova – non a caso città medaglia d’oro per la resistenza – la raccolta di beni di prima necessità è stata copiosa ma è comunque l’aspetto meno importante della storia: le imbarcazioni dopo aver navigato in acque internazionali arriveranno a contatto con l’esercito di Israele deciso – secondo le dichiarazioni di un incauto ministro del governo Netanyahu, – a scambiare i soccorritori per terroristi. Se questo si avverasse la conseguenza sarebbe l’arresto degli attivisti e il sequestro delle barche. I piani di Israele sono chiari: fare pulizia etnica a Gaza e annettere alcune parti della Cisgiordania. Le domande sono tante: se ci fosse l’annessione di parti della Cisgiordania cosa farebbero gli Stati che sono intervenuti per l’invasione dell’Ucraina? E se si verificasse l’arrembaggio israeliano sulle piccole barche dei soccorritori, l’atto di pirateria non dovrebbe essere sanzionato? Ma c’è un’altra domanda che ci riguarda da vicino: cosa farà il nostro governo, sarà dalla parte di chi porta aiuto o di chi uccide donne e bambini?

Se la Global Sumud Flotilla che – ricordiamo – naviga nella totale legalità riesce ad arrivare in porto partirebbe un segnale forte di cambiamento. Le derrate alimentari sono tante ma la distribuzione sempre esigua servirebbe a raggiungere altri scopi come l’istituzione di corridoi umanitari.

Si è messo in moto un movimento di resistenza civile che porta una ventata di aria fresca; si era persa l’idea di poter cambiare le cose ma i portuali di Genova hanno riacceso la speranza: “Se Israele ferma le nostre barche noi bloccheremo tutta l’Europa”, hanno dichiarato i lavoratori portuali di Genova, “da qui partono 13-14 mila container all’anno per Israele e non uscirebbe più un chiodo”.

Alla fine, la Global Sumud Flotilla, derisa da quei fogli di carta della destra, peraltro letti da poche migliaia di persone ma lautamente sovvenzionati, potrebbe beffarsi delle potenze del mondo grazie al coraggio di uomini e donne incuranti di essere dipinti come profanatori delle leggi umane e divine. Del resto, si sa che persino le leggi del capitalismo sono state messe in crisi dai pirati pronti a sostituire la tesi della “mano invisibile” di Adam Smith con quella dell’uncino invisibile dei grandi bucanieri. Samuel Bellamy, ovvero Sam Black, il capitano pirata citato da Fabrizio De André nel disco “Nuvole”, affermava di avere “altrettanta autorità di fare la guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. In questo caso le barche della Flotilla non porteranno la guerra, sono volutamente fragili e disarmate, ma hanno l’autorità di chiedere la pace.

‘Europe matters’. Il ministero della Guerra americano e il Nobel per la Pace che l’Unione europea ha già ottenuto

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Una vista aerea del Pentagono. Trump ha firmato un ordine esecutivo per cambiare il nome del dipartimento della Difesa in «dipartimento della Guerra»

Le parole contano in politica. La scelta delle parole ancora di più. La distanza tra Unione europea e Stati Uniti sulla sicurezza passa anche dal linguaggio. Venerdì scorso Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per trasformare il nome del dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra. In primavera Ursula von der Leyen ha cambiato nome al piano per la difesa europea da ReArm Europe in Readiness 2030 (Prontezza 2030) su richiesta di Italia e Spagna, le cui opinioni pubbliche faticano ad accettare l’idea che i Paesi si debbano riarmare.

In realtà dipartimento della Guerra è il vecchio nome, che ha avuto dall’indipendenza degli Stati Uniti fino al 1947, ed è parte di un tentativo (che probabilmente richiederà l’approvazione del Congresso, anche se la Casa Bianca sta valutando anche strade alternative) di sottolineare che le forze armate americane sono le più forti e vittoriose del mondo. Ai giornalisti che fanno notare che potrebbe costare miliardi cambiare i nomi delle agenzie legate al Pentagono mentre l’amministrazione Trump ha promesso di ridurre i costi, il presidente replica di sapere — da immobiliarista — come fare un rebranding senza grandi spese. «Come dipartimento della Guerra, vincevamo tutto», ha detto Trump, affiancato dal capo del Pentagono Pete Hegseth, entusiasta di chiamarsi segretario della Guerra (il nuovo titolo è già stato affisso sulla sua porta), e dal Capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine.

«Abbiamo vinto la Prima e la Seconda guerra mondiale e tutte le guerre prima e tutte le guerre nel mezzo. Poi abbiamo deciso di diventare woke e trasformarlo nel dipartimento della Difesa… Non abbiamo perso, ma non abbiamo più vinto davvero», ha detto Trump. «Non vogliamo agire solo in Difesa ma anche in attacco», gli ha fatto eco Hegseth, «Siamo guerrieri». A chi gli chiede se una mossa così aggressiva si addica a un presidente che vuole il Nobel per la Pace, Trump replica: «Ho trovato la soluzione a sette guerre grazie alla forza». E aggiunge che il nome del dipartimento è «adatto alla direzione in cui sta andando il mondo». 

Invece l’Unione europea il Nobel per la Pace lo ha già preso nel 2012 «per il suo contributo al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», come si legge nella motivazione del comitato norvegese per il premio, che ha sottolineato la funzione di stabilizzazione svolta dall’Ue nel trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace. Quanto alla modifica del nome del piano di riarmo, il tono della spiegazione data da von der Leyen è completamente diverso da quello usato dal presidente Usa: «L’Europa è sempre stata un progetto di pace e sarà sempre un progetto di pace — ha spiegato in un’intervista al Corriere il 29 marzo scorso —.  Ma bisogna essere forti per mantenere la pace. Il piano Readiness 2030 copre un ambito più ampio, che guarda le diverse dimensioni della sicurezza e gli strumenti per mantenere la pace. Questo è l’approccio principale». Il tema della difesa resta controverso nei Paesi del Sud Europa, che sono lontani dalla frontiera con la Russia, ma anche quelli vicini al confine orientale, che temono per la loro sicurezza, non abbracciano un linguaggio bellicoso. La scelta della Nato di aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil è stata difficile per molti alleati nonostante la consapevolezza della necessità di sviluppare una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.

Il rebranding americano — sottolinea il presidente  Trump — non è legato alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma all’«atteggiamento vincente» che vuole vedere nuovamente diffuso in America. Trump propone un ritorno simbolico all’America pre-Truman, ed è interessato a investire in nuove armi come il Golden Dome, percepite dai nemici come non solo difensive ma potenzialmente offensive. Il soft power (l’era di Usaid e di Voice of America) è finito, l’hard power viene celebrato. «Mandiamo un messaggio di forza», ha detto Trump, anche se i suoi critici sostengono che il cambio di nome fa il gioco della narrazione propagata dalla Russia e dalla Cina che affermano che dietro la facciata di un’America che rispetta il diritto internazionale e ama la pace c’è una nazione dal grilletto facile. L’Unione europea, invece, sta imparando a proprie spese che la propria dimensione economica non le garantisce più un potere geopolitico adeguato, la deterrenza passa dagli armamenti come durante la Guerra Fredda e si trova impreparata e frammentata. La forza dell’Ue deriva dall’unità dei suoi ventisette Stati membri, per questo il mercato unico è stato un successo. Ma ora è evidente che non basta più. Quanto l’Unione più riuscirà ad accelerare sulla difesa comune tanto più riacquisterà peso a livello globale, tuttavia è un cambio di mentalità che presuppone che gli Stati cedano sovranità in un ambito di competenza nazionale. Certo ora l’Ue ha un commissario alla Difesa che non ha mai avuto in passato, ma la sua competenza si estende solo all’industria della difesa e ormai non è più abbastanza

Gli approfondimenti di ‘La Riflessione’: il summit di Tianjin e la nuova geopolitica di Cina, Russia e Corea del Nord. Incontro con Alice Porcu, studiosa di Relazioni Internazionali alla London School of Economics

di Daniele Madau

‘La Riflessione’ dedica il suo nuovo approfondimento al summit Sco di Tianjin (l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai fondata nel 2001, che include Cina, India, Russia, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Bielorussia, con altri 16 Paesi affiliati come osservatori o partner di dialogo), conclusosi il primo settembre e considerato un evento talmente rivalente da poter segnare l’inizio di un nuovo ordine mondiale. Seguendo la nostra tradizione e la nostra finalità, affrontiamo questa riflessione con una giovane esperta di relazioni internazionali, Alice Porcu, brillante laureanda alla London School of Economics: nata in provincia di Cagliari, diplomatasi al Liceo Classico, ha già alle spalle studi ed esperienze lavorative di alto livello – riguardanti in particolar modo la Cina – tali da poterci offrire una riflessione autorevole , esaustiva e stimolante

Alice, lei può essere considerata una delle giovani eccellenze italiane all’estero: si può presentare?


Grazie per avermi dato questo spazio oggi. Una breve presentazione: mi chiamo Alice, ho (quasi) 22 anni, e sto concludendo adesso il mio ultimo anno di studi in International Relations and Chinese presso la London School of Economics. In breve, il mio corso intreccia due discipline: le relazioni internazionali da un lato e la parte linguistica – il cinese mandarino – dall’altra. Si può dire che specialmente il mio corso mi ha preparato a capire la Cina nel contesto globale politico: infatti studio relazioni internazionali sia in inglese che in cinese. Tra le esperienze che mi hanno preparato, le più rilevanti sono due: il mio anno all’estero a Shanghai, dove ho studiato all’Università di Fudan sia Mandarino come lingua che Relazioni Internazionali della Cina e Storia Contemporanea della Cina (entrambi i corsi in mandarino); secondo, ho svolto una internship presso Enodo Economics, una azienda che si occupa di spiegare la politica e l’economia cinese, tramite consulenze, ai chi è interessato a investire in Cina; il mio ruolo in particolare era quello di Research Assistant, per cui ricercavo in Cinese negli archivi dello stato gli ultimi sviluppi politici e poi scrivevo per la pubblicazione settimanale del giornale per i clienti iscritti a Enodo.


Quale messaggio, secondo lei, hanno voluto dare gli invitati al vertice di Tianjin e soprattutto i tre grandi protagonisti, Xi Jinping, Kim- che ha raggiunto gli altri leaders per festeggiare gli 80 anni dalla vittoria della Cina sul Giappone- e Putin, al resto del mondo?

Dunque, cercherò di essere il più esaustiva possibile nonostante la domanda sia abbastanza complessa. Innanzitutto per rispondere dobbiamo prendere in considerazione tre punti di vista diversi, e cioè quelli di questi tre leader differenti.

Partendo dal più importante nonché l’organizzatore dell’evento, cioè Xi Jinping, questo evento è estremamente importante sia per la politica domestica che per la politica estera cinese. Da un punto di vista domestico, la Cina ha sofferto tantissimo e soffre ancora per questa ferita giapponese: infatti, gli anni che vanno dal 1839 (la prima guerra dell’oppio) fino al 1945 vengono comunemente chiamati il secolo dell’umiliazione, e cioè il secolo che ha segnato un cambiamento tremendo nella cultura cinese, quasi una regressione. La ferita è stata talmente grande che la Cina post 1949, con la nascita della Repubblica Popolare Cinese, non può considerarsi la stessa Cina di cento anni prima, prima delle occupazioni dei popoli circostanti, e dello “stupro” vero e proprio dei giapponesi, culturale e anche fisico. I fatti di Nanchino nel 1937 non sono ancora narrati abbastanza, e considerando che il Giappone non si è mai scusato ufficialmente – a differenza della Germania nel contesto post-vittoria dei poteri Alleati – nei confronti della Cina, ma addirittura anzi cerca di infangare in qualche modo la storia, non insegnando ai giovani studenti giapponesi questo arco temporale, ma continuando a commemorare i generali che combatterono aspramente per la gloria imperiale giapponese, presenta ancora oggi una grandissima offesa per la Cina.

Sono parole aspre ma necessarie le mie, perché dal nostro punto di vista occidentale non ci siamo mai posti particolarmente il problema di indagare la storia orientale nello stesso periodo della seconda guerra mondiale. Impariamo tanto, giustamente, delle sofferenze subite nel mondo occidentale, ma quando menziono Nanchino molto spesso non si sa ciò che è accaduto, perciò invito i lettori di questo articolo, se ancora non l’avete fatto, a cercare cosa è accaduto.

Ebbene, tutto questo per dire che non è affatto casuale la scelta di questo giorno per una immensa parata militare. Dimostra nei confronti dei cinesi una Cina rinata dalle proprie ceneri, sfoggiando un grandioso potere militare (anche se alcuni critici dibattono se la Cina sia davvero preparata a un contesto di guerra o meno). Dimostra un controllo incredibile della sicurezza: a Pechino, per diversi giorni prima della dimostrazione, gli uffici circostanti la piazza di Tiananmen sono stati perquisiti, le scuole sono state chiuse per tre giorni, e insomma si può dire che la sfilata di missili balistici e laser di ultima generazione abbiano confermato quanto sia sotto controllo la situazione. Quindi, in parole povere questa è stata una dimostrazione di potere. Non solo per i cittadini cinesi, ma specialmente per gli amici e avversari della Cina. Questo è il messaggio con cui Xi Jinping vuole rafforzare che la Cina non solo non perdona il comportamento del Giappone ma inoltre è, come dire, “superiore” in questo momento storico rispetto ai poteri militari giapponesi. Qui vedo infatti una componente importantissima dell’orgoglio patriottico cinese.

Dando uno sguardo più ampio, dicevo che questa è anche una dimostrazione di potere per i nemici della Cina. Penso infatti che Xi Jinping stia silenziosamente comunicando, con la scelta anche di invitare Putin e Kim Jong Un, che il fronte orientale non si lascerà intimidire dal “bullismo” degli Stati Uniti. Ora, è molto importante sottolineare che chi pensa che la Cina voglia partecipare in una guerra non ha capito nulla della Cina. Infatti per analizzare la Cina oggi bisogna comprenderla in tutto il quadro storico dello scorso secolo. Penso semplicemente che la Cina voglia essere rispettata e voglia essere ammirata, e per questo lo grande show di forza militare. Penso che tutte queste risposte da parte di Xi Jinping vengano da un periodo che ormai va avanti dal 2016 direi (con la prima presidenza di Trump) in cui gli Stati Uniti non si sono sforzati minimamente né di comprendere la Cina né di rispettarla. In un contesto in cui la diplomazia è fatta di frecciatine e battute o affermazioni decisamente ignoranti è molto difficile che la Cina possa porgere la propria guancia all’Occidente. Inoltre, anche con l’Unione Europea sta attraversando un periodo un po’ complicato, in cui i nostri leader Europei non sono per niente contenti perché la sovrapproduzione cinese sta causando un commercio poco bilanciato: importiamo tantissimi prodotti dalla Cina e ne esportiamo in confronto davvero pochi (si parla di un deficit di circa 300 miliardi di euro). Tuttavia per Xi Jinping, con tutti i problemi domestici a cui ha da badare – la bolla del mercato immobiliare, la deflazione, una popolazione estremamente anziana e quindi un’economia che in realtà sta fallendo – è molto difficile stravolgere tutte le politiche che sta facendo che incoraggiano una nazione super consumista e accontentare i leader europei.

Perciò in un contesto storico dove in questo momento l’Occidente non è tanto amico, Xi dimostra di avere assicurato una leadership in tutto l’Oriente non da poco.

Per quanto riguarda Putin, il messaggio è più o meno simile; non sono esperta sulla Russia tanto quanto la Cina, ma posso dire il mio parere personale, cioè che al momento gli interessi della Russia sono allineati con quelli della Cina e perciò questa circostanza è stata molto vantaggiosa. Non penso che a Putin interessi tantissimo costruire forti relazioni geopolitiche tanto quanto il fatto che queste relazioni portano lui più vicino al suo obbiettivo, e cioè quello di una Russia che ha la supremazia e ha controllo di se stessa, e non subisce passivamente le sanzioni dell’Unione Europea/Stati Uniti. Se Xi Jinping non servisse ai suoi interessi dubito che avrebbe partecipato. Infatti, lo scorso 1° settembre, Putin e Xi hanno firmato un accordo provvisorio secondo il quale costruiranno una nuova rete di gas che passerà attraverso la Mongolia, dando il modo di garantire alla Cina di comprare più energia dalla Russia e così aiutando questa a riprendersi dai colpi subiti con le sanzioni della guerra Russo-Ucraina.

Infine, direi che quello che ha guadagnato di più da questo incontro è stato nientedimeno che Kim Jong Un. Questo è il primo incontro dei due leader dal 2019: le relazioni tra Corea del Nord e Cina sono state un po’ instabili nel passato più recente, e questo incontro oltre che riconfermare che i leader dell’Oriente sono uniti, è un grandissimo successo per Kim che ha più credibilità negli occhi del suo popolo, gode delle connessioni con alcuni degli uomini potenti più al mondo, che possono continuare a finanziare i suoi progetti nucleari, e può usufruire dell’oro dei Russi, secondo quanto riporta Andrei Lankov nel Financial Times, un esperto della Corea del Nord alla Kookmin University di Seoul. Questo momento storico è benefico per il leader della Corea del Nord, in passato sottovalutato; infatti, per anni la Corea del Nord non è stata in buoni rapporti sia con la Russia che con la Cina, visto che queste nel 2017 sanzionarono severamente con una mozione delle Nazioni Unite quest’ultima per l’ennesima prova nucleare. Tuttavia ora, di fronte a un nemico comune – gli Stati Uniti – la Corea del Nord è un territorio estremamente strategico per la Cina come barriera geografica rispetto all’America. Inoltre è anche una barriera politica, visto che Trump di recente ha espresso desiderio di incontrare nuovamente Kim, che potrebbe fare da mediatore tra i due. D’altronde, Trump magari non ama questa idea, ma in realtà l’America necessita di una relazione piacevole con la Cina per tutta una serie di motivi economici che non mi dilungherò a descrivere.

Per concludere, credo che il messaggio sia forte e chiaro: Xi Jinping non ha ancora preso una posizione definitiva, ma sta dicendo che nel caso si sentisse minacciato, sarebbe pronto a schierarsi con Putin e Kim contro l’Unione Europea e contro gli Stati Uniti.


Qual è, secondo lei, la vera posizione della Cina nel conflitto russo-ucraino? Penso alle parole di Xi Jinping con le quali ha affermato di essere pronto a inviare truppe, ma solo su mandato Onu, per garantire la sicurezza ucraina


Partiamo da un presupposto: la Cina non è indipendente e non è ancora in condizione di esserlo (come tutte le nazioni del mondo, anche se Trump ancora non è arrivato a questa conclusione). Credo che in questo momento la Cina non voglia andare apertamente contro un’Unione Europea già abbastanza scocciata, visto che ha troppi interessi economici e commerciali con quest’ultima. Se l’UE decidesse di chiudere completamente i ponti con la Cina, questa avrebbe perso praticamente la fonte più consistente di introiti commerciali dall’Occidente. Tuttavia, penso anche che la Cina si stia già preparando a un’occasione del genere. Un fatto interessante da osservare è per esempio il commercio di prodotti agroalimentari. La Cina non è ancora autosufficiente: geograficamente, possiede solo il 10% della terra arabile nel mondo e solo il 6% delle risorse acquatiche del mondo. Tuttavia deve sfamare circa il 20% della popolazione mondiale. Tutte queste sono sfide non da poco per il governo, che naturalmente per garantire la soddisfazione del popolo – salvo rischiare instabilità al governo – deve rifarsi a importare tantissimi prodotti dall’estero. Infatti tra i prodotti che noi esportiamo alla Cina, molti di questi – anche se non la maggior parte – sono agroalimentari. Tuttavia, gli importi di cibo per la Cina stanno declinando: è interessante osservare che se nel 2015 l’America era la prima esportatrice per la Cina di prodotti agroalimentari, questo posto spetta ora al Brasile. Ho detto questo esempio per spiegare che negli ultimi tempi la Cina sta cercando di diventare sempre più indipendente, o con nuovi legami commerciali con nazioni meno ostili (per esempio, ha ripiegato tantissimo sull’America latina e sul continente africano), o con nuove scoperte tecnologiche che garantiscano un’indipendenza. Ciononostante, la sfida della sovrapproduzione è molto più grande e complessa da risolvere. D’altronde, produrre è un modo semplice di dare lavoro e creare un giro di soldi, ma questa tattica sta giungendo al termine: ormai c’è una sovrapproduzione e un declino nel consumo, perché molti di questi prodotti sono destinati a durare di più di quello che sarebbe un normale ciclo commerciale necessario a un’economia florida.

Perciò Xi non vuole prendere apertamente posizioni ostili a due pedine del gioco che gli sono entrambe utili: ecco perché non prende apertamente posizione contro la decisione dell’Unione Europea, mantenendo allo stesso tempo il legame con la Russia (tornando all’accordo firmato sul gas che ho menzionato prima). Lo Stato cinese ufficialmente non ha aiutato la Russia, ma ci sono prove che dimostrano che alcune compagnie cinesi hanno inviato droni alla Russia per il conflitto. Inoltre, la Cina si è astenuta durante il voto per condannare l’invasione della Russia, nonostante abbia ufficialmente affermato di supportare la sovranità dell’Ucraina. Insomma, sembra che Xi voglia tenere il piede in due scarpe.


Quale futuro si sta costruendo la Cina nello scacchiere geopolitico mondiale? E’ destinata a sostituire gli Usa come potenza economica? E questo rappresenterebbe un pericolo?


Ecco, a questa domanda è davvero difficile rispondere. Tutt’oggi gli esperti sono estremamente in disaccordo sul futuro dell’equilibrio geopolitico mondiale. Alcune teorie di relazioni internazionali, come quella di Mearsheimer, credono che la Cina abbia una posizione più “offensiva”, e che aspiri a una posizione di dominio sull’occidente, eventualmente anche giungendo a un conflitto armato per esempio in una circostanza come quella di Taiwan. Altri invece pensano l’opposto, e che l’America continuerà a predominare sul mondo. Personalmente credo che negli ultimi mesi dalla seconda presidenza di Trump lo scenario sia cambiato talmente rapidamente che anche le teorie di relazioni internazionali fanno fatica a tenere il passo. Credo che le scelte che quest’ultimo ha preso siano state fortemente deleterie per la credibilità degli Stati Uniti, e che questa predominanza dell’America non crollerà nei prossimi 5 anni ma si stia lentamente sgretolando, e che chiunque sarà il prossimo presidente avrà un bel da fare per ripristinare e aggiustare questo danno. Tuttavia c’è da dire che è davvero difficile distruggere in così poco tempo un ordine che si è costruito in circa 80 anni. Gli Stati Uniti continueranno a sopravvivere nel loro potere grazie alle tantissime alleanze con piccoli paesi che vengono sottovalutati ma in realtà gli danno tantissimo potere. Avendo in passato assunto questo ruolo di responsabilità di “salvare il mondo”, hanno anche guadagnato tanto supporto da quegli stati piccoli e fragili che però sono voti nell’assemblea delle Nazioni Unite. Però sopravvivere non vuol dire vivere bene: infatti questa guerra dei dazi ha causato tantissimi danni economici a tutta l’economia mondiale, ma soprattutto quella americana. Quelle migliorie di cui parla Trump sono solo risultati visibili nel breve tempo, ma guardando in una prospettiva più lontana, gli Stati Uniti non possono continuare in questo modo. Importante considerare che gran parte del debito nazionale americano è nelle mani di – indovina chi – Xi Jinping. La Cina infatti ha “solo” il 2.6% del debito americano ma è la nazione che possiede, dopo il Giappone, la porzione più grande del debito, considerando che il resto di questo è in mano a altre istituzioni o privati americani.

Credo comunque che le rotelle dell’ingranaggio si stiano pian piano muovendo: la Cina sta impiegando tantissime risorse per procedere verso la “dedollarizzazione”, e il cosiddetto processo del “great decoupling”, cioè il grande distacco. Infatti per questo la Cina sta cercando di sponsorizzare la moneta cinese, lo yuan, sia come valuta digitale (il criptoyuan) sia come valuta per comprare petrolio, il cosiddetto “petroyuan”, incoraggiando nazioni come gli Emirati Arabi, la Russia, l’Iran e altre a utilizzarlo, in questo modo evitando di dipendere da sistemi di pagamento occidentali come quello SWIFT. Inoltre, sono tanti gli sforzi, come anticipavo prima, per diversificare il commercio e non essere dipendente solo da una nazione. Una delle ragioni per cui il trade deficit è aumentato tanto con l’Unione Europea è proprio la scomparsa degli Stati Uniti da questa catena di scambi.

In ogni caso, è difficile dire cosa accadrà, ma posso dire che non credo che la Cina aspiri a “conquistare il mondo”. Penso che le mire più ambiziose di Xi siano riaffermarsi come potenza estrema dell’Oriente, e in questa maniera di essere più presa seriamente e rispettata e non presa in considerazione solo per gli stereotipi che conosciamo in occidente (la produzione di dispositivi tecnologici all’avanguardia per esempio). C’è un forte senso e una necessità quasi di rivalsa secondo me rispetto alla storia più recente che ha vissuto la Cina nel scorso secolo.

Non so quanto sia realistica l’idea di ribaltare l’intero ordine geopolitico globale, considerando che ancora ci sono tanti ostacoli solo nella politica domestica cinese. Inoltre, tra i due nemici, c’è ancora una grande potenza, cioè l’Unione Europea. Finché l’Unione Europea si ergerà salda tra i due, non credo sia realistico che l’intero ordine geopolitico si ribalti completamente, ma forse vedremo un futuro dove l’ago nella bilancia sarà puntato più a oriente che a occidente. Chissà. Sarà molto interessante assistere a questo processo e credo che le scelte di Trump nei prossimi 3 anni saranno fondamentali a definire questo processo. Infatti, più che le scelte della Cina, che comunque si muove lentamente perché ha tanto a cui badare, credo siano più rilevanti le scelte dell’America, che hanno stravolto l’ordine che è esistito fino a ieri.

Per terminare, vorrei sfatare il mito della Cina come una grande nazione “cattiva” con mire di “supremazia assoluta” rispetto all’Occidente. Penso che in questo senso Xi sia molto più diplomatico e più mite di Putin. E se ci fosse un ordine nuovo, con la Cina al centro, non credo dovremmo spaventarci. Sarebbe semplicemente un nuovo ordine, differente ma non tanto quanto quello di ora. Quello che penso sempre e che mi fa sorridere è che molto spesso la Cina e gli Stati Uniti si puntano il dito a vicenda, ma in certe cose non sono poi così diverse. Semplicemente la Cina è più trasparente riguardo a certe cose, e gli Stati Uniti sono più trasparenti riguardo altre cose, tutto questo a seconda dei propri interessi personali. Tuttavia, non credo ci sia nulla da temere in quanto è talmente poco probabile che possiamo tutti dormire sogni tranquilli, e la maggior parte di noi può ancora vivere senza dover imparare a usare le bacchette!


Si sta delineando un nuovo ordine mondiale tra i protagonisti del summit di Tianjin e il resto del mondo?

Per questa domanda sarò molto diretta: no, non credo, e credo solamente che questi leader siano uniti perché in questo momento storico è vantaggioso ricoprire il ruolo dell’Oriente unito contro un nemico comune. Ahimè se c’è qualcosa che ho imparato in questi tre anni è che la politica è un gioco estremamente complesso, dove molto spesso si è costretti a ricoprire ruoli scomodi per ottenere i propri interessi. Se ci fosse un nuovo ordine mondiale, non è detto che questi tre leader saranno necessariamente insieme. Penso sopratutto che Putin è troppo imprevedibile per credere a un ordine del genere. Se domani avesse le risorse per conquistare il mondo per conto proprio, non si farebbe problemi a scaricare sia la Cina che la Corea del Nord. In questo senso invece penso che persino Kim Jong Un, che è stato molto sottovalutato, sia più diplomatico e strategico di lui, e naturalmente anche Xi Jinping. Una cosa che ho notato dal mio anno in Cina, che è importante per il popolo cinese, è che hanno uno spiccato senso di ciò che è utile o efficiente: per esempio, nel business, un cliente che compra poco, è sempre meglio di avere un cliente in meno; perciò, spesso i commercianti amano negoziare i prezzi purché si compri qualcosa, mentre noi in occidente spesso snobbiamo i clienti che presentano un profitto minore e aspettiamo finché non si presenta un cliente con le tasche più piene. Ecco, in quest’ottica dell’efficienza, per Xi Jinping chiunque può essere una pedina utile per migliorare lo stato della Cina, perciò cerca di mantenere rapporti più o meno amichevoli con chi gli è utile, a meno che non abbiano avuto grosse mancanze di rispetto verso la cultura cinese (come ha fatto l’America con Trump). Tuttavia, queste sono solo le opinioni di una studentessa universitaria, e potrei sbagliarmi…

Lei sta lavorando anche a uno studio linguistico sui populismi di alcuni leaders: può presentarcelo brevemente?


Certamente! In questo periodo sto lavorando a una ricerca universitaria. Si tratta di un’analisi linguistica del populismo; in particolare la teoria originale viene presa dal professore di sociologia americano Brubaker, che analizzando Viktor Orban e KarlNehammer ha costruito un “framework” (cioè una serie di regole) con cui definisce quattro tipi di populismo. La teoria, da confermare o confutare, è che il populismo si può intendere come un repertorio linguistico di alcuni leader politici, costituito principalmente da quattro elementi. In questa ricerca, io e un altro mio collega stiamo analizzando i discorsi di Giorgia Meloni, e altri due colleghi stanno analizzando Boris Johnson. Per ora abbiamo raccolto dati che vanno dal 2019 al 2025 per Meloni, includendo post su Twitter, conferenze stampa, interviste, discorsi ufficiali etc. L’obiettivo è quello di fare un paragone innanzitutto con il framework di Brubaker, facendo un’analisi tematica – cioè associando gli elementi del discorso linguistico di Meloni a i quattro elementi individuati da Brubaker – e poi fare un paragone tra Meloni prima di essere eletta, e Meloni durante la sua carica da Presidente del Consiglio, quindi osservando il cambiamento dal punto di vista temporale, e se questo set di regole di Brubaker sia ancora applicabile; successivamente proseguiremo l’analisi osservando come il suo repertorio linguistico cambia a seconda del pubblico che ha di fronte e a seconda del contesto. Alla fine, compareremo questi risultati con quelli ottenuti nell’analisi di Boris Johnson (eseguita in maniera parallela), e faremo un paragone finale tra questi due e Orban e Nehammer per vedere se ci sono delle similitudini, e soprattutto per stabilire quanto il framework di Brubaker sia affidabile per definire il populismo. Ci sono insomma un sacco di variabili da prendere in considerazione, e come ogni ricerca, la direzione cambia costantemente in base ai dati che si hanno, e in questo momento è ancora presto per dire quali saranno i risultati finali anche se abbiamo già notato delle differenze interessanti. Infatti finora sembra che il discorso populista sia strettamente legato a un senso (o in questo caso mancanza) di responsabilità, e cioè prima di essere eletti entrambi i leader erano molto più estremi, per quanto continuino a mantenere identiche alcune parti del discorso. Se tutto procede come previsto, questo lavoro sarà poi pubblicato ufficialmente come ricerca universitaria.

Spero d’essere stata chiara perché è un po’ complesso da spiegare, ma è estremamente interessante per capire come funziona la politica. Ho letto talmente tanti discorsi di Giorgia Meloni che adesso penso di poterli ripetere a memoria a occhi chiusi!

Grazie, e tanti auguri per il prosieguo degli studi e della carriera

Grazie per questa intervista, è stato davvero interessante e stimolante per me rispondere a queste domande: spero di non essermi dilungata troppo!

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