Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca
Se pensavamo che il 2025 avesse messo a dura prova le relazioni transatlantiche è solo perché non avevamo ancora visto l’inizio del 2026. La volontà di Donald Trump di «acquisire» il controllo della Groenlandia in un modo o nell’altro — con i soldi o con la forza — è un nuovo banco di prova per la tenuta dei nervi delle cancellerie europee, consapevoli di non avere i mezzi per contrastare concretamente gli Stati Uniti, che sono il loro principale alleato nella Nato, l’Alleanza atlantica che dovrebbe garantire la loro sicurezza. Inutile illudersi, se Washington si vuole prendere Nuuk, per gli europei sarà estremamente difficile opporsi.
Come ormai accade da quando Trump è entrato alla Casa Bianca, tutte le questioni agli occhi degli europei riportano all’Ucraina. L’Unione europea ha bisogno del sostegno americano per far sedere la Russia al tavolo della pace con un accordo che sia accettabile per Kiev e che garantisca una «pace giusta e duratura». Ogni partita, dai dazi al Venezuela, passando dalla Groenlandia, vede gli europei timorosi di irritare Trump impegnato nei negoziati di pace.
Nelle scorse settimane sono proseguite le trattative tra ucraini, americani, europei e la Coalizione dei Volenterosi per arrivare a un piano di pace e a definire le garanzie di sicurezza da fornire a Kiev. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un colloquio con il Corriere ed altri media europei, ha spiegato nel fine settimana che «a questo punto, le garanzie di sicurezza sul tavolo sono sostanziali, solide e ben definite».
Nel piano di pace in 20 punti limato da Washington e Kiev, come è emerso il 12 dicembre scorso, c’è anche l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue dal primo gennaio 2027. Una soluzione che ha suscitato grande scetticismo a Bruxelles, dove viene ripetuto che il processo di adesione è «basato sul merito» e che per accogliere Ucraina, Moldavia e i Balcani Occidentali, in attesa da anni, l’Ue deve prima riformare la propria governance per non paralizzarsi. Impresa non facile perché presuppone una modifica dei Trattati che è come aprire il vaso di Pandora. I Paesi Nordici sostengono con forza l’adesione di Kiev all’Ue e spingono per un processo accelerato. Ma l’allargamento prevede l’unanimità degli Stati membri e non è un mistero che l’Ungheria sia profondamente contraria ad aprire anche solo il primo capitolo negoziale con Kiev (figuriamoci il resto), e che tra i Ventisette ci siano numerosi dubbi per l’impatto che potrebbe avere l’ingresso di un Paese così popoloso sul bilancio Ue e su alcune politiche a cominciare dalla Politica agricola comune.
L’importanza geopolitica dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione cresce più ci si avvicina a un accordo di pace. E si sta facendo strada la consapevolezza che, una volta raggiunto il cessate il fuoco, lo slancio per far entrare l’Ucraina nell’Ue rischia di venire meno nelle opinioni pubbliche europee. Il ragionamento che comincia a circolare a Bruxelles è che, se Zelensky dovrà accettare e far accettare agli ucraini la rinuncia di alcuni territori nonostante le ingenti vite perdute per difenderli, dovrà essere compensato in un altro modo e questo potrebbe essere la promessa di entrare nell’Ue già dal prossimo anno. Come? Qui viene la parte difficile che richiederà creatività giuridica, perché Bruxelles dovrà riconsiderare l’intero processo di allargamento senza toccare i Trattati, dovendo decidere in fretta. Insomma, Bruxelles dovrà «modernizzare» il processo. Allo stesso tempo, però, Trump potrebbe “aiutare” l’Ue facendo pressing sui Paesi a lui vicini come l’Ungheria.
«La questione della futura adesione dell’Ucraina all’Ue dipende in larga parte dagli europei, e in realtà anche dagli americani», aveva detto Zelensky ai giornalisti a metà dicembre, aggiungendo che «se concordiamo un accordo che specifichi quando l’Ucraina diventerà membro dell’Ue, gli americani, in quanto parte di questo accordo, faranno tutto il possibile affinché il nostro percorso europeo non possa essere bloccato da altri in Europa su cui hanno influenza». A cominciare dal leader magiaro Viktor Orbán. Quando i leader europei hanno fatto visita alla Casa Bianca insieme a Zelensky lo scorso agosto (dopo il summit in Alaska tra Trump e Putin) hanno chiesto a Trump di chiamare il suo amico Viktor Orbán, secondo quanto scrisse allora l’agenzia Bloomberg – cosa che il presidente americano ha fatto immediatamente – spingendolo a convincere il premier ungherese ad abbandonare la sua opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Risultato: Orbán suggerì di ospitare i colloqui tra Putin e Zelensky a Budapest (un summit alla fine mai avvenuto). Il premier ungherese però ha continuato a dire che sull’ingresso di Kiev nella Ue non ha cambiato idea e suggerendo anzi che collegare le garanzie di sicurezza a Kiev con l’ingresso nell’Unione è pericoloso.
In un articolo dello scorso novembre, il direttore associato per l’Europa dell’Atlantic Council, James Batchik, suggeriva che Trump dovrebbe insistere nel pressing suOrbán. «Anche se ci vorrà molto tempo, l’ingresso dell’Ucraina nella Ue è nell’interesse Usa – e nell’interesse di Trump, poiché porterebbe avanti il suo obiettivo di pace duratura in Ucraina e contribuirebbe a facilitare gli accordi commerciali per gli Stati Uniti. L’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico dell’Unione europea espanderebbe notevolmente il potenziale economico di Kiev. Gli investimenti americani in Ucraina attraverso il Fondo di investimenti Usa-Ucraina, trarrebbero probabilmente beneficio se Kiev ricevesse i benefici dell’essere membro della Ue in futuro. Inoltre i progressi dell’Ucraina nell’adesione alla Ue porterebbero alle riforme necessarie per rendere stabile il Paese e darebbero un chiaro segnale che l’Europa sta sostenendo il peso del supporto a Kiev, frequente richiesta da parte di Washington».
Tra le ipotesi allo studio a Bruxelles c’è quella di un accesso immediato ma a tappe e sempre condizionato al merito: un Paese potrebbe godere fin da subito dei vantaggi in proporzione ai progressi raggiunti e solo alla fine del processo ci sarebbe l’adesione piena su cui i Ventisette continuerebbero a decidere all’unanimità come previsto dai Trattati. Questo consentirebbe anche far entrare subito non solo l’Ucraina, ma anche la Moldavia e i Balcani occidentali in proporzione alle riforme attuate. L’Albania e il Montenegro, ad esempio, che sono a uno stadio più avanzato di riforme, vedrebbero aperte la maggior parte delle porte, ovvero dei programmi e dei fondi europei. Il processo tuttavia sarebbe reversibile in caso di passi indietro.
Adesso, invece, durante i negoziati di adesione, il Paese candidato si prepara ad attuare le leggi e le norme dell’Ue. Nel corso dei negoziati, la Commissione monitora i progressi compiuti dal Paese candidato in merito alle riforme e informa il Consiglio e il Parlamento europeo attraverso relazioni e comunicazioni periodiche. Una volta conclusi i negoziati, la Commissione formula un parere sulla preparazione del Paese a diventare uno Stato membro e raccomanda o meno l’adesione che dovrà essere approvata all’unanimità dagli Stati membri. Si tratta di un processo che dura molti anni.
La soluzione allo studio a Bruxelles, e che non si è ancora concretizzata, darebbe anche più tempo all’Unione di riformarsi, perché comunque un’Ue con oltre 30 Stati membri dovrà cambiare il modo in cui funziona e ci vorrà tempo per mettere d’accordo i Ventisette. Per ora in una parte degli Stati membri sembra prevalere lo scetticismo di fronte a un altro allargamento, dopo l’esperienza del 2004 e quanto sta accadendo con Budapest. Ma le pressioni degli Stati Uniti insieme al nuovo scenario geopolitico potrebbero far cambiare atteggiamento a diverse capitali. Alla fine, come sosteneva Jean Monnet, «l’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni adottate per tali crisi»
Mentre Trump trattava di petrolio con il Venezuela, un agente dell’ Ice – una polizia federale che si occupa di lotta all’immigrazione irregolare- uccideva una donna a Minneapolis. E mentre tutto il mondo civile ancora si interroga sulla morte di Renee Good, Trump parla ancora di buisness con il Venezuela, lasciando al vicepresidente Vance il compito di difendere l’operato dell’agente.
Uccisa o giustiziata? O piuttosto freddata? Non stanchiamoci di porci domande, le domande evitano il sonno della ragione e della coscienza. Le immagini, intanto, sembrano dare una risposta precisa. Potremmo dire freddata, senza un motivo che sembri giustificare realmente la reazione dell’agente.
Dall’amministrazione Trump non e’ giunta nessuna reazione di consapevolezza della tragedia, nessun accenno a un’indagine che possa accertare realmente i fatti, nessun gesto che indichi una presa di coscienza della gravita’ del fatto: l’uccisione di una donna, in fin dei conti, quasi inerme. A bruciapelo.
Nessun senso del valore di una vita. Solo potere e senso degli affari. Questo emerge dai giorni successivi alla tragedia di Minneapolis.
Come sempre, nelle righe di questo giornale, si deve riflettere, con il necessario approccio razionale ed empatico allo stesso tempo. Con -nella mente e nel cuore- il diritto e il buon senso.
Abbiamo visto il video. Abbiamo visto le parole della donna che era con Renee, di Renee stessa, le risposte dell’agente, lei che mette in moto per andare via- non verso l’uomo dell’Ice- e quest’ultimo che, dopo averle urlato di scendere, spara ad altezza d’uomo, dentro l’abitacolo, per uccidere. Un agente di pubblica sicurezza dovrebbe sparare per uccidere solo in caso di pericolo di vita propria e altrui, e la proporzionalita’ della reazione rispetto all’azione e’ un principio che risponde al nostro buon senso,un principio di sacrosanta razionalita’.
Ma e’ la razionalita’ che sembra stia venendo meno, se, tre giorni dopo questo tragico evento, la premio Nobel per la pace Machado, dalla cui bocca stanno uscendo parole inaspettate e quasi azzardate, ha proposto di cedere il suo premio a Trump, mentre il presidente stesso- tra le altre cose- accenna a possibili azioni di forza per la Groenlandia.
E’ la razionalita’ che sta venendo meno. Insieme al diritto internazionale, al senso dell’importanza di una vita, al rispetto degli ordinamenti democratici e delle istituzioni, all’educazione rispetto alla volgarita’.
Dagli Stati Uniti all’Iran, si spara in strada, sulle persone che cercano di esercitare i propri diritti o, semplicemente, di vivere.
Non sappiamo se l’agente che ha ucciso Renee sara’ processato o no, o se, nel caso, sara’ giudicato colpevole. Non sappiamo neanche se, davvero, si sia sentito in pericolo. E’ un uomo anche lui.
Personalmente, so solo che, nelle ore successive, nessuna parola di pieta’, empatia, consapevolezza e’ venuta dai vertici Ice e dall’amministrazione presidenziale, per una vita cosi’ brutalmente persa. Questo sarebbe stato importante, avrebbe segnalato una coscienza, un avvertimento della gravita’ dell’evento, presupposti per la ricerca della giustizia.
Abbiamo sentito parlare, invece, di buisness e minacce a vari Stati. E’ molto indicativo: affari contro una vita che si spegne, minacce contro senso di giustizia, desiderio di potere contro un cuore, un’anima, una sensibilita’ che si accasciava sul sedile dopo che, le sue ultime parole, sono state: ‘Non sono arrabbiata con te’. Paradossalmente, quasi un ultimo messaggio di perdono inconsapevole, come il testamento di una martire, di una poetessa. Perche’ anche questo era Renee:
Ridatemi le mie sedie a dondolo, tramonti solipsisti, e suoni di giungla costiera che vibrano come terzine di cicale e pentametri delle zampe irsute degliscarafaggi.
Come da tradizione di ‘La Riflessione’, e come servizio ai lettori, trasmettiamo la diretta della conferenza stampa della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
Ringraziamo il ‘Corriere della Sera’ per il riassunto delle domande e delle risposte- poste in precedenza sino alle 13.30- che proponiamo di seguito:
Durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno Giorgia Meloni risponde a 40 domande dei giornalisti
Il focus è sui grandi temi internazionali e sulle ripercussioni per l’Italia: il blitz Usa in Venezuela e l’attesa liberazione di Alberto Trentini, i negoziati per risolvere la crisi ucraina, la tregua a Gaza, le rivolte in Iran e il Mercosur
Fra i temi interni le spese per la Difesa, la legge elettorale, il referendum sulla giustizia e l’economia. «Sicurezza e crescita sono i due focus di questo anno» dice la premier Meloni
Il clima si scalda sull’Ilva, Putin e sulla casa dell’Eur (Simone Canettieri) «Grazie per l’ottimismo». La prima battuta arriva dopo un’ora e passa con sedici domande alle spalle. Meloni risponde agli appunti che le arrivano su crescita assente, crisi industriali non risolte a partire dall’Ilva, salari fermi nel potere d’acquisto. Sono appunti che le arrivano dal Manifesto. La premier, al di là della battuta iniziale, poi risponderà nel merito dando la sua versione, certo. Salvo ammettere, proprio a proposito del polo siderurgico, che è uno dei dossier più complicati sul suo tavolo, nonostante l’impegno profuso. In seconda fila c’è Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi che annuisce: sì l’Ilva è uno talloni di Achille dell’esecutivo e la premier alla fine lo fa quasi capire: soluzione complicata da trovare. Finora si possono segnalare due frasi che caratterizzano questa Meloni 2026: «Non farò mai un favore a Putin in vita mia». E poi uno ben scandito «saremo implacabili» a proposito della ricerca della verità per le famiglie italiane dei ragazzi che hanno perso la vita e sono rimasti feriti in Svizzera la notte di Capodanno. Ma se per il Manifesto c’era stato una battuta, per il Domani arriva uno sfogo abbastanza plateale con braccia aperte per la gioia dei fotografi alla ricerca di facce e pose. La premier si infiamma sull’inchiesta che il quotidiano ha svolto sull’accatastamento della sua casa, poi sulla notizia che ha dato a proposito di un’indagine dei nostri servizi su Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Meloni perde un po’ le staffe. Si difende sulla casa bollandola come una non notizia e su Caputi agita dubbi sulle fonti usate dal quotidiano. Ma andando oltre il merito, il dato è un altro: dopo due ore il clima si è scaldato.
13:22 | 09 Gennaio Meloni: io al Colle? Non voglio salire di livello, mi basta il mio «Non so perché non mi proponente mai di andare a lavorare con Fiorello a pagamento», cosa che «io vorrei fare». «Mi basta e mi appassiona quello che sto facendo – aggiunge la premier- Se lo farò ancora» nella prossima legislatura «dipenderà dal voto degli italiani». Meloni ha spiegato di non ambire a «salire di livello». «Mi faccio bastare il livello mio», ha concluso.
13:16 | 09 Gennaio Meloni: in arrivo il nuovo Piano Casa Il Piano Casa è «in dirittura d’arrivo» con l’obiettivo di «mettere in campo un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione 100mila nuovi appartamenti a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi 10 anni, al netto delle case popolari, altro tema del quale il piano casa intende occuparsi”» annuncia Meloni. «Il piano casa è un progetto molto ampio al quale stiamo lavorando insieme al ministro Salvini che voglio ringraziare, ci lavoriamo da diverso tempo con la collaborazione del ministro Foti, ma anche con la collaborazione di molti pezzi dei corpi intermedi e della società civile – ha sottolineato – penso a Confindustria, ma non solo. C’è anche, per dire, una disponibilità della Conferenza Episcopale Italiana su questo tema, quindi penso che si possa lavorare insieme al sistema Italia e presentare un pacchetto molto articolato». «E’ un progetto al quale io tengo moltissimo. Credo che ci arriveremo nelle prossime settimane» conclude Meloni.
13:10 | 09 Gennaio Lo scoop su casa Meloni Alla una domanda del Domani sul caso del suo capo di Gabinetto, Gaetano Caputi, la premier a sorpresa risponde così: «Mi sarei aspettata una domanda su un altro importante scoop, cioè sul fatto che avrei brigato con l’Agenzia delle Entrate per fare accatastare casa mia in una classe catastale diversa da quella che meriterebbe, avete presentato questa come una grande inchiesta e mi stupisce che non me ne chieda conto: probabilmente non lo fa perché non era una grande inchiesta». «Mi perdoni – dice rivolta alla cronista – ma ho approfittato per rispondere a una delle tante menzogne e alle accuse infamanti che ho sentito raccontare sul mio conto in questi anni». «Chiunque avesse voluto fare una velocissima, brevissima verifica si sarebbe reso conto che nel quartiere dove io abito fuori dal raccordo anulare non c’è nessuna casa accatastata a livello A8, dove ritenete che l’Agenzia delle Entrate avrebbe dovuto accatastare casa mia e io avrei brigato per evitarlo. Non ce n’è neanche una e ce ne sono di più grandi della mia, in tutto il municipio ci sono due case accatastate A8 e una è la villa di un famoso calciatore coi campi da tennis dentro».
13:03 | 09 Gennaio «Crans-Montana non è una disgrazia, le famiglie non saranno sole» Rispondendo a una domanda sulla tragedia di Crans Montana, la premier dice che «l’avvocatura dello Stato su mandato della presidenza del consiglio si è messa in contatto per seguire le indagini con la procura elvetica e con la procura di Roma che ha aperto a sua volta un fascicolo: siamo pronti a fornire alle famiglie tutta l’assistenza necessaria per fare si che possano avere giustizia, le famiglie hanno la mia parola non saranno lasciate sole». Su quanto accaduto la notte di Capodanno, Meloni ribadisce che «quello che è successo non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili, responsabilità che devono essere individuate e perseguite». «Quando accadono» tragedie come questa, «credo ci si debba sempre chiedere che cosa si può imparare e penso che, anche dialogando con l’opposizione, noi dovremmo ragionare della possibilità di vietare nei locali al chiuso l’uso degli scintillii che vengono messi nelle bottiglie per festeggiare perché è comunque un elemento che può essere di pericolosità» conclude Meloni.
12:48 | 09 Gennaio Meloni: sicurezza e crescita sono miei due focus per il 2026 «Sicurezza e crescita sono i miei due focus di questo anno» sintetizza Meloni, ricordando che comunque «ci sono questioni esogene» che è molto difficile da gestire, come il rallentamento della Germania. «Guardo sempre con prudenza ai giudizi della agenzie rating – prosegue – anche se raccontano di uno stato di solidità economia italiana che deve farci piacere, ma pervalutare lo stato dell’economia reale il dato significativo è l’occupazione che presenta dati incoraggianti cosi come il potere di acquisto». Gli obiettivi del Governo, ha aggiunto sono «continuare a sostenere l’occupazione e lavorare per sostenere sui prezzi dell’energia» sui quali ci sarà il provvedimento «in uno dei prossimi consigli dei ministri» e «lavorare per sosetnere gli investimenti».
12:45 | 09 Gennaio Un nuovo provvedimento sulle baby gang Meloni ha annunciato che il governo sta lavorando a un provvedimento per contrastare il fenomeno delle baby gang. La premier ricorda «il decreto Caivano» ( per cui «fummo accusati di arrestare i bimbi» dice) ma allo stesso tempo ammette che tale provvedimento «non basta perché il fenomeno dei maranza e delle gang giovanili continua a imperversare quindi stiamo lavorando a un altro provvedimento specifico su questo tema che verrà presentato nei prossimi Cdm». I contenuti? «Quasi sempre questi atti di violenza sono commessi con armi da taglio più che da fuoco. Quindi penso vada vietato il porto con una aggravante nel caso di persone travisate o gruppi di persone che si riuniscono in luoghi sensibili. Va vietata la vendita anche online di armi da taglio e simili. Ci saranno sanzioni nei confronti dei genitori responsabili di questi minori».
12:39 | 09 Gennaio Meloni: magistratura a volte rende vano il lavoro del Parlamento Tornando sul tema sicurezza, Meloni spiega: «Se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione. Lo deve fare il governo, le forze della polizia, e lo dovrebbe fare la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza» spiega la Presidente del Consiglio. «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino o della una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, più volte denunciata dalle forze dell’ordine. Oppure ancora della persona mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà. Posso fare decine di questi esempi. Quando questo accade, non è solamente vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine», conclude Meloni.
12:28 | 09 Gennaio Meloni punzecchia Vannacci sull’Ucraina (Simone Canettieri) Salvini su, Vannacci giù. Meloni sa che le domande si incuneano nei rapporti dentro la maggioranza quando c’è di mezzo la politica estera. Meglio: la guerra in Ucraina. Meglio ancora: i rapporti con la Russia di Putin. E allora difende dalla critiche di filoputinismo il segretario della Lega, mentre mazzola senza citarlo l’europarlamentare che, tra le altre cose, è anche vice di Salvini. «Mi colpiscono che certe critiche e certi auspici vengano da un ex generale». Roberto Vannacci da giorni si augura che il decreto Ucraina 2026 non passi in Parlamento, che venga bocciato, abbattuto. Ecco perché da settimane è alle prese con dei carotaggi dentro e fuori la Lega alla ricerca di disertori del decreto. E’ la prima volta che Meloni attacca, o meglio punzecchia, Vannacci. Una mezza medaglia per l’ex generale alla ricerca di costante visibilità. Dopo un’ora di conferenza stampa Meloni non solo ha difeso Salvini dalle malizie dei cronisti sulla guerra in Ucraina e i rapporti con Putin, lo ha anche ringraziato per il lavoro sul Piano casa che verrà.
12:27 | 09 Gennaio «Macron ha ragione, è momento che anche Ue parli con Russia» L’invio dei soldati italiani in Ucraina? «Ad oggi io non lo considero necessario» dice Meloni. «Anche perché quante sono le truppe che noi dovremmo mandare in Ucraina per essere efficaci sul piano della deterrenza, a fronte di un esercito che ha un circa un milione e mezzo di persone in Russia?» si chiede.
Per quello che riguarda la Russia nel G8 e il contatto con Putin, «Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Macron l’ha fatta, per esempio, sui rapporti con l’Europa. Penso che Macron abbia ragione su questo. Io credo che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, credo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato» afferma la premier.
12:24 | 09 Gennaio Il decreto Ucraina «otterrà i voti» «Ascolto tutte le valutazioni che arrivano dalla maggioranza, ho letto anch’io di qualcuno che diceva che auspicava che il decreto Ucraina non ottenesse i voti, non credo andrà così e come ho già detto lo considererei uno sbaglio» dice Meloni. E aggiunge: «Mi stupisce in particolar modo che arrivi da un generale il ragionamento: i soldati sono i primi che capiscono quanto le forze armate siano fondamentali per costruire pace e non diciamo semplicemente per fare la guerra», aggiunge la premier.
12:22 | 09 Gennaio «La riforma elettorale è un vantaggio in più per le opposizioni» «Credo che Elly Schlein, ma non sol lei, dovrebbe vedere favorevolmente una riforma della legge elettorale che consenta a chi prende più voti di governare per 5 anni, quindi è una vantaggio per tutti, forse ancora di più per l’opposizione perché così la partita sarebbe più che aperta e potrebbe dargli una maggioranza più ampia rispetto a quanto prevede l’attuale legge elettorale. L’obiettivo non è solo vincere ma riuscire a governare. Per me l’importante è che icittadini abbiano un potere reale» dice Meloni.
12:19 | 09 Gennaio Per il referendum la data del 22-23 marzo Per il referendum sulla giustizia «penso che quella del 22-23 marzo sia la data più ragionevole e probabile» annuncia la premier. «Il prossimo Consiglio dei ministri deciderà» ma comunque «la data del 22-23 marzo è quella più probabile. Mi sentirei di confermarla». E aggiunge: «Vedo anche io un intento dilatorio nelle polemiche che ci sono state nei giorni scorsi. Ma non c’è nessuna impasse, nel senso che da parte nostra non c’è nessun intento di forzare la legge, non abbiamo nessuna ragione per forzare. Quindi, quella del 22 marzo ci sembra una data ragionevole ed è quella, dal nostro punto di vista, che ci consente di portare a casa – nel caso in cui i cittadini fossero favorevoli alla riforma – le norme attuative in tempo prima della definizione del nuovo Csm» spiega.
12:14 | 09 Gennaio «Salvini filo-putiniano? Non condivido, fili li hanno i burattini» «Non condivido il riferimento al veto ‘filo putiniano’ di Salvini, questa è una lettura che io considero di parte» dice Meloni. «Ho già detto in varie occasioni che i dibattiti all’interno della maggioranza, particolarmente su questo tema della Russia e dell’Ucraina, non si fanno tra ‘filo russi’ e ‘filo ucraini’, tra ‘filo americani’ o filo non so bene cosa – aggiunge -. Io ho sempre pensato che i fili ce li abbiano i burattini e che i politici i fili non ce li hanno, quindi tendenzialmente se sono seri non devono essere filo niente».
12:07 | 09 Gennaio «Sulla sicurezza risultati non sufficienti, nel 2026 si cambia passo» Venendo poi sul fronte interno, la premier rivendica che il governo ha «lavorato moltissimo sulla sicurezza, chiaramente gli anni di lassismo non sono facili da cancellare». Detto ciò, spiega che «i risultati per me non sono sufficienti», dunque «questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». «Sono moltissime le iniziative che abbiamo varato – ricorda Meloni -. 30mila assunti tra le forze ordine», «lo sblocco di investimenti fermi da molto tempo» sul tema, «il decreto sicurezza molto contestato dalle opposizioni che ora rivendicano sicurezza», «la lotta alla mafia con 120 latitanti catturati», «il lavoro fatto su Caivano». Tra i provvedimenti «che stiamo studiando» c’è anche quello sulle «baby gang», ha aggiunto Meloni secondo cui «alcuni di questi provvedimenti cominciano a dare risultati: nei primi 10 mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5%».
12:04 | 09 Gennaio L’impatto sul futuro della Nato Tornando a parlare dell’ipotesi di un’azione militare Usa in Groenlandia, Meloni ha ribadito che «quando questa azione dovesse manifestarsi ne parleremo». L’Europa, ribadisce la premier, «è stata immediata nella risposta, quando si è alzata la tensione. Il dibattito deve coinvolgere non solo l’Europa ma la Nato. Credo che sia chiaro a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’alleanza atlantica» ed è «il motivo per cui io non la credo realistica»».
11:56 | 09 Gennaio «La protesta?Una scena mai accaduta in passato» (Simone Canettieri) Prima che inizi la sarabanda delle domande, Giorgia Meloni chiude l’introduzione con una punta più che polemica: «Quella che ho visto è una scena mai accaduta in passato. Non vorrei che ne venisse fuori l’immagine di una contestazione alla presidenza del Consiglio: non siamo responsabili per il rinnovo del contratto dei giornalisti». Appena la premier si è presentata nell’aula dei gruppi parlamentari per la consueta conferenza stampa di inizio anno (organizzata da Ordine e Asp) sono apparsi quattro striscioni a favore del contratto dei giornalisti, che da dieci anni aspetta il rinnovo. Un episodio che non è andato giù alla premier, attentissima con punte maniacali come si sa alla comunicazione.
La polemica fa ben sperare in una conferenza frizzante. E comunque rapido sguardo d’insieme. La presidente del Consiglio è accompagnata dallo staff di Palazzo Chigi al completo (a partire da Patrizia Scurti con la new entry Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico ascoltatissimo) e dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Per Fratelli d’Italia c’è una piccola curva composta da Carlo Fidanza, Salvatore Deidda e Paolo Trancassini. Si inizia con le domande, la tensione si sta per sciogliere, forse. Meloni alle spalle e davanti a sé ha quattro composizioni floreali. Hanno i colori dell’Italia: alloro, grano, bosso. Più ortensie stabilizzate, sempre tricolori. Si parte.
11:48 | 09 Gennaio Meloni: non condividerei l’annessione Usa della Groenlandia La possibile annessione degli Stati Uniti della Groenlandia? «Continuo a non credere nell’ipotesi che gli Stati Uniti attuino un’azione militare per assumere il controllo della Groenlandia, opzione che chiaramente non condividerei. E non converrebbe a nessuno, neanche agli Stati Uniti. Allo stato l’ipotesi di un intervento americano per assumere il controllo della Groenlandia» è stata esclusa direttamente da Washington, «i metodi assertivi Usa stanno ponendo l’importanza dell’area artica per questione di sicurezza, io credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze di altri attori stranieri in questa area. È un tema che coinvolge anche noi. Ci deve interessare per quello che quell’area può rappresentare. Anche la Nato ha stabilito che quell’area è una priorità. Deve essere la Nato ad avviare un dibattito serio» dice Meloni. «Il dibattito non deve coinvolgere solo l’Europa ma anche la Nato». «Non credo realistico» un intervento Usa in Groenlandia, «entro la fine di questo mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana, stiamo facendo la nostra parte: l’obiettivo è preservare l’area artica, aiutare le aziende italiane e favorire la ricerca. Mi occuperei più di prevenire i problemi, garantendo che ci sia una presenza dell’Alleanza atlantica nell’Artico».
11:42 | 09 Gennaio «Su Alberto Trentini il governo è mobilitato su tutti i canali» Rispondendo alla prima domanda sulla situazione in Venezuela, Meloni ribadisce che « governo italiano si occupa della vicenda di Alberto Trentini quotidianamente da diciamo 400 giorni» «ma non è l’unico italiano detenuto in Venezuela, lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, che sono canali politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo di occuparci di questa vicenda fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». «Io ho parlato varie volte con la mamma di Alberto e chiaramente capisco il suo dolore – spiega Meloni – è molto doloroso anche per me non riuscire a dare risposta nei tempi in cui vorrei darle, come immagino sappiate».
11:34 | 09 Gennaio Meloni: la protesta sul contratto? Il governo non ha responsabilità Nel suo intervento iniziale, Meloni ha replicato anche alla protesta dell’Fnsi on gli striscioni per il rinnovo del contratto di lavoro. «Non mi risulta ci siano mai state contestazioni alla Presidenza del Consiglio, su questioni sulle quali non ha responsabilità» afferma Meloni. «Capisco che questa è un’occasione di visibilità ma non vorrei che ne uscisse l’immagine di una contestazione al presidente del Consiglio, cosa mai accaduta in un’occasione come questa» sottolinea ancora. Sempre in tema di lavoro, Meloni ribadisce: «L’equo compenso mi sta a cuore, diversi ministero ci stanno lavorando. Ci sono state delle lungaggini», ora «cerchiamo di semplificare. Penso che entro febbraio potremo avere le tabelle per portare avanti finalmente questo provvedimento». La premier ribadisce poi che «su Gedi il governo si è mosso tempestivamente»: «Abbiamo ribadito a tutti l’importanza della difesa dei livelli occupazionali, allo stato non c’è nulla di deciso ma chiaramente continuiamo a seguire la vicenda». Su Radio Radicale, poi, annuncia «un emendamento al decreto milleproroghe per garantire un contributo straordinario per la digitalizzazione dell’archivio» che si aggiunge «al contributo ordinario».
11:30 | 09 Gennaio Spyware: Meloni, escluso uso Paragon su giornalisti Sulla vicenda legata alle denunce presentate da Francesco Cancellato da altri soggetti sul tema dell’intrusione nei rispettivi dispositivi informatici, Meloni ricorda che «è una questione che come voi sapete è stata oggetto di un lungo lavoro del Copasir, cioè del comitato che chiaramente è competente per queste materie e che con la relazione del giugno 2025 ha escluso che grafite cioè il sistema che viene fornito da Paragon, sia stato adoperato nei confronti dei giornalisti. È una relazione che è stata votata all’unanimità, dopodiché però ci sono anche due procure che stanno lavorando su questo tema e confidiamo che anche qui insomma si possa arrivare ad avere delle risposte. Il governo per il tramite ovviamente delle agenzie di intelligence sta fornendo tutto il supporto che è necessario» dice.
11:28 | 09 Gennaio Meloni: libertà di stampa imprescindibile per la democrazia «Sono contenta che si apprezzi l’impegno del governo per la sicurezza dei giornalisti in zone sensibili di rischio bellico. Sono numeri che colpiscono ognuno di noi e colgo l’occasione per rinnovare la solidarietà e il ringraziamento per chi con coraggio ci consente di arrivare dove non potremmo». Giorgia Meloni risponde così all’intervento di Bartoli sui giornalisti in zone sensibili e di guerra. «La libertà di stampa è il presupposto fondamentale di qualsiasi nazione democratica» continua Meloni.
11:18 | 09 Gennaio Gli striscioni: «Giornalisti da dieci anni senza contratto» La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni è iniziata con l’esposizione di alcuni striscioni della Fnsi nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera. «Giornalisti da 10 anni senza contratto ma alla Fieg finanziamenti milionari», si leggeva sugli striscioni, mostrati da alcuni giornalisti all’arrivo della premier
11:16 | 09 Gennaio Le aggressioni ai giornalisti Il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, apre la conferenza stampa con un intervento che va al centro dei temi più importanti che riguardano la professione: le aggressioni verbali e fisiche ai giornalisti in aumento,le querele temerarie e l’equo consenso. «Il 2025 è stato un anno molto difficile per i giornalisti. Abbiamo assistito alla più grande strage di colleghi. In Ucraina sono stati uccisi 28 operatori dei media, spesso colpiti in modo consapevole e diretto» dice. «Sullasicurezza degli inviati in zona di guerra abbiamo apprezzato l’impegno del governo, per la formazione, e per i fondi destinatati a garantire una copertura assicurativa per i freelance. La sicurezza dei giornalisti, tuttavia, è in pericolo anche in Italia» spiega ricordando «la bomba sotto l’auto di Sigfrido Ranucci, la testa mozzata di Capretto davanti alla casa di Giorgia Venturini, le sassate durante una manifestazione che hanno ferito Elisa Dossi e Davide Bevilacqua, e l’elenco sarebbe molto più lungo. Altrettanto lungo è l’elenco di capitani d’industria e della finanza, di presidenti e allenatori di calcio, di sindaci e assessori, e purtroppo anche di esponenti delle istituzioni che denigrano, discreditano, e diffamano indiscriminatamente chi fa informazione. Lo voglio dire senza mezzi termini: sono atteggiamenti che contribuiscono a alimentare un clima di aggressione verbale e fisica nei confronti dei giornalisti, legittimando di fatto comportamenti da codice penale».
11:11 | 09 Gennaio Il ricordo di Crans Montana La conferenza stampa è aperta con il ricordo della tragedia di Crans Montana nell’intervento del presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli.
11:04 | 09 Gennaio Venezuela, Meloni: grata per liberazione italiani, spero ulteriori passi «Esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione». Lo afferma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota rivolta alla neo presidente del Venezuela Delcy Rodriguez con cui auspica «si apra una nuova fase costruttiva di relazioni fra Roma e Caracas».
10:08 | 09 Gennaio La conferenza stampa di inizio anno di Meloni Al via alle 11, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera, la conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La premier risponderà a 40 domande dei giornalisti (l’anno scorso proseguì per due ore e mezza). I temi caldi di cui si parlerà: l’attesa liberazione di Alberto Trentini e la transizione in Venezuela, i negoziati in Ucraina, il Mercosur, gli interessi americani sulla Groenlandia. Fra i temi interni, il referendum sulla giustizia, la riforma elettorale e l’economia.
Quel locale, dal bel nome- Le constellation– , si affacciava sul meraviglioso panorama delle Alpi di Crans Montana, come loro si affacciavano sul loro futuro. E l’inizio di un nuovo anno doveva essere una primizia di quel futuro, col carico di speranze e attese che portava con se’.
Pero’, erano soli: nessun adulto con loro, ad accompagnarli nella festa. Sembra l’immagine di questa gioventu’, dei giovani dei nostri tempi: senza adulti degni di questo nome ad accompagnarli, capaci di tenerli al riparo dai pericoli, abbandonati ai cellulari e ai luoghi in cui si deve consumare e che non tiene in nessun conto la loro sicurezza.
Cosi’ si e’ aperto il nuovo anno: paradossalmente, antiteticamente, incomprensibilmente, con una speranza recisa, quella delle loro vite. Perche’?
Non ci sono risposte, almeno di quelle semplici. Forse, sembra essere stata una catena di errori, di leggerezze, superficialita’, destino avverso.
Forse, e’ un drammatica, insensata e tragica reazione al fatto che tutti siamo responsabili gli uni degli altri, ma quando si tratta di ragazzi, la responsabilita’ deve aumentare a dismisura: sono il nostro futuro, e hanno il diritto di essere guidati.
Forse, e’ meglio il silenzio e la compassione, perche’ la comprensione e’ difficile.
Una scintilla, una candela a cascata, segno di festa in mano a una ragazza, diventa l’esca di un incendio di devastazione, di una tragedia: la giustizia fara’ il suo corso, le cicatrici segneranno la pelle, i ricordi di giovani vite resteranno nell’aria, mentre altre albe di nuovi anni sorgeranno.
Se c’e’ un significato e’ solo quello che tutto questo non accada piu’: che dei ragazzi restino soli, senza adulti, in un luogo insicuro, senza sapere cosa fare davanti a un incendio, davanti al male.
Il mondo ha assistito sgomento all’operazione americana in Venezuela che, proprio a inizio anno, ha sconvolto la geopolitica internazionale. ‘La Riflessione’, come sempre, a servizio dei lettori, riporta il discorso integrale dell’annuncio da parte di Trump
Trump in conferenza stampa a Mar-a- Lago
Sotto il mio comando, le forze armate statunitensi hanno condotto un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela.
La schiacciante potenza militare degli Stati Uniti — aerea, terrestre e marittima — è stata sfruttata per sferrare un attacco spettacolare.
Un attacco come non se ne vedevano dalla Seconda guerra mondiale.
Una forza militare è stata dispiegata contro una fortezza militare pesantemente armata nel cuore di Caracas, al fine di consegnare alla giustizia il dittatore fuorilegge Nicolas Maduro.
Nella storia degli Stati Uniti, questa operazione è stata una delle dimostrazioni più impressionanti, efficaci e potenti della potenza e della competenza militare americana.
Pensateci: ci sono stati altri attacchi riusciti, come quello contro Soleimani, contro al-Baghdadi, nonché la distruzione dei siti nucleari iraniani proprio di recente nell’ambito dell’operazione “Martello di mezzanotte”.
Il presidente americano fa riferimento alle operazioni statunitensi condotte sotto il suo comando. Nel 2020, esattamente sei anni fa, l’esecuzione del generale iraniano Qassem Soleimani era avvenuta anch’essa il 3 gennaio: dopo gli attacchi in Siria nel 2017, era la prima volta che Trump faceva uso della potenza dell’esercito americano per colpire un regime sul territorio di un Paese sovrano.
L’esecuzione del capo dello Stato Islamico al-Baghdadi era stata condotta dalla stessa unità che oggi ha colpito Caracas: la forza Delta.
Tutte erano state eseguite alla perfezione e portate a termine con successo.
Ma nessuna nazione al mondo avrebbe potuto realizzare ciò che gli Stati Uniti hanno realizzato ieri sera.
Nessuna avrebbe potuto farlo in così poco tempo.
Tutte le capacità militari venezuelane sono state neutralizzate quando gli uomini e le donne del nostro esercito, in stretta collaborazione con le forze di polizia statunitensi, sono riusciti a catturare Maduro nel cuore della notte.
Nel passaggio seguente, Trump mette in scena ciò che lo scrittore ed ex ufficiale della Marina Phil Klay ha definito uno spettacolo di crudeltà: una narrazione della potenza militare americana che dovrebbe parlare al pubblico americano.
Era buio.
Le luci di Caracas erano state in gran parte spente grazie a una certa competenza di cui disponiamo.
Era buio e la morte era ovunque.
Ma li abbiamo catturati.
Maduro e sua moglie Cilia Flores saranno ora giudicati dalla giustizia americana.
Sono stati incriminati nel distretto meridionale di New York dal procuratore Jay Clayton per la loro campagna contro il narcoterrorismo omicida, diretto contro gli Stati Uniti e i loro cittadini.
Desidero ringraziare gli uomini e le donne delle nostre forze armate che hanno ottenuto uno straordinario successo in una sola notte, con rapidità, potenza, precisione e competenza senza precedenti.
Raramente si vedono cose del genere.
Tuttavia, ci sono stati raid che sono andati male, episodi vergognosi.
L’Afghanistan o l’era di Jimmy Carter sono ormai un ricordo del passato.
Siamo tornati ad essere un Paese rispettato.
Forse come mai prima d’ora.
Questi guerrieri altamente addestrati, operando in collaborazione con la polizia americana, hanno colto i colpevoli in flagrante.
L’unica base “legale” a cui Trump cerca di agganciare quella che è oggettivamente un’operazione esterna contro un Paese sovrano riguarda l’atto di accusa e l’incriminazione di Maduro nello Stato di New York, da cui deriva un uso estensivo nel suo discorso del lessico giudiziario.
L’espressione «law enforcement» utilizzata nel testo suggerisce che gli Stati Uniti avrebbero effettivamente condotto un’operazione di polizia amministrativa allo scopo di istruire un caso.
Ci stavano aspettando.
Sapevano che avevamo molte navi in mare, pronte ad agire.
Sapevano che saremmo venuti.
Erano quindi preparati.
Ma sono stati completamente sopraffatti e neutralizzati molto rapidamente.
Se aveste visto quello che ho visto ieri sera, sareste rimasti senza fiato.
Non sono sicuro che potremo mai più assistere a qualcosa del genere, ma è stato incredibile da vedere.
Anche in questo caso, è proprio la dimensione spettacolare ad essere messa in primo piano.
Nessun militare americano è stato ucciso e nessuna attrezzatura americana è andata perduta.
Numerosi elicotteri, numerosi aerei e numerose persone hanno partecipato a questa battaglia.
Eppure, non è stata persa nemmeno un’unica attrezzatura militare.
Ma soprattutto: nessun soldato è stato ucciso.
L’esercito americano è di gran lunga il più potente e temibile del pianeta.
Abbiamo capacità e competenze che i nostri nemici possono a malapena immaginare.
Abbiamo il miglior materiale al mondo: niente può eguagliarlo.
Prendete le navi: abbiamo eliminato il 97% della droga che entra via mare.
Ogni nave uccide in media 25.000 persone: ne abbiamo eliminate il 97%.
Da diverse settimane nei Caraibi e al largo delle coste venezuelane si assiste a un notevole rafforzamento della presenza militare statunitense. Oltre il 10% delle forze navali attualmente dispiegate da Washington nel mondo si trova nelle vicinanze di Cuba, Porto Rico, Trinidad e Tobago e Venezuela.
Venerdì 24 ottobre, l’amministrazione Trump aveva annunciato il dispiegamento nella regione della portaerei Gerald R. Ford, la più grande al mondo, e del suo gruppo aeronavale. A dicembre, gli aerei cargo C-17, utilizzati principalmente per il trasporto di truppe e materiale militare, hanno effettuato almeno 16 voli verso Porto Rico dalle basi militari statunitensi.
Il portavoce del Pentagono aveva giustificato questo insolito dispiegamento con l’obiettivo di «smantellare le organizzazioni criminali transnazionali (OCT) e combattere il narcoterrorismo a difesa del territorio nazionale».
La marina americana ha distrutto almeno 15 imbarcazioni nei Caraibi sospettate di essere coinvolte nel traffico di droga dal Sud America agli Stati Uniti, causando più di 60 vittime.
Queste droghe provengono principalmente da un unico luogo: il Venezuela.
Guideremo il Paese fino a quando non potremo garantire una transizione sicura, adeguata e oculata.
La tregua di Natale, dal fotogramma del film Joyeux Noël
Miterrand e Kohl mano nella mano
Faccio di parte di quella generazione fortunata, che non ha subito sulla propria pelle la guerra. Di quella generazione che ha conosciuto, invece, la caduta del muro di Berlino e il rafforzarsi dell’Unione Europea, la liberazione di Nelson Mandela, le strette di mano tra Regan e Gorbaciov, Arafat e Rabin; e che ha sentito la notizia della deposizione delle armi dell’Eta e dell’Ira.
Di una generazione, però, che ha assistito in diretta all’invasione del Kuwait e al massacro di Srebrenica, così come ha visto, in un pomeriggio di sole, degli aerei schiantarsi a New York sulle Torri Gemelle.
E’ così allora, come sempre: anche se in un determinato periodo storico sembra che la pace sia una compagna di vita che mai verrà a mancare, la guerra alligna tra i cuori come una mala pianta, come un’ombra che nessuna notte serena coprirà definitivamente con la sua quiete, e la sua pace.
Sembra, quindi, necessario armarsi, come ha ricordato Mattarella, ci si immagina con un grave peso sul cuore, ma con lucida consapevolezza:
Sappiamo bene che l’Unione ha alcuni problemi e molti avversari.
Soltanto l’Europa può preservare, e dare un futuro, a quelle conquiste che gli Stati hanno garantito per decenni con i loro ordinamenti. Sempre più numerosi sono i grandi problemi di questo nostro tempo che non possono essere governati, risolti dalla dimensione del singolo stato.
Neppure il più ricco, il più grande, il più forte militarmente tra i Paesi europei può avere la capacità, o la presunzione – di fare da solo in questo mondo che cambia.
Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale, in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.
La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politicarispettosa del diritto internazionale.
E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere.
Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società (dal discorso del 19 dicembre).
Anche papa Leone ha parlato di pace, affermando che ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato’.
Non sappiamo se sia così. Sappiamo che coloro che devono trovare la luce nei propri cuori e nella propria mente per credere alla pace sono gli aggressori, non gli aggrediti e i mediatori che, verosimilmente, non desiderano altro.
Sappiamo che la pace è difficile, come le cose più preziose. Ma la pace è la cosa preziosa per eccellenza, e quindi è una fatica immane il poterla realizzare. Eppure, dopo le guerre mondiali, gli Stati si sono ritrovati in un consesso comune, l’Onu, dove ancora siedono Russia e Ucraina, Thalandia e Cambogia, Israele e Palestina. Eppure, presidenti di Stati un tempo nemici, come Francia e Germania, si sono stretti la mani e hanno contribuito a fondare l’Unione Europea: esiste la fotografia di Miterrand e Kolh mano nella mano, una delle immagini più forti del secondo dopoguerra
Quelle che allora, in questi giorni, è necessario coltivare, sono le speranze, le speranze di pace. Sono i giorni dedicati a questo, a quel sospiro del cuore che dà forza alla vita, che si chiama speranza e che si rianima a ogni nuovo inizio, che di una giornata, di un ennesimo tentativo di dialogo, di un nuovo anno. E’ forse solo un sogno, un desiderio irrealizzabile? Il nostro compito, umile e alto, è solo sperare, tendere verso il meglio, come da etimologia –spe, di origine indoeuropea. Oppure, potremmo guardare all’etimologia individuata da Isidoro di Siviglia, che indicava la radice nel termine pes-piede. La speranza – diceva – è così chiamata perché somiglia al piede che ti aiuta a camminare, a progredire, ad andare avanti. Allora avanti, in questo nuovo anno, con l’arma della speranza, ma senza dimenticare il passato, nelle sue cose belle. Come quella storia che tutti conosciamo, che, per com’è bella, sembra una favola, ma è stata realtà.
E allora, per raccontarla, chiudo come in una favola, con un c’era una volta o si dice che un tempo, durante la prima guerra mondiale, ci fu una tragua di Natale… buon anno!
Già nella settimana precedente il Natale, membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato; nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio (da Wikipedia)
Mio figlio di 40 anni mi ha invitato l’altra sera a vedere il nuovo film di James Vanderbilt “NORIMBERGA”, interpretato da Russel Crowe, Rami Malek e Michael Shannon, ed entrando nella sala di proiezione sono rimasto sorpreso per la presenza numerosa di giovani. Io, classe 1947, mio figlio nato nel 1984, e un folto gruppo di Millennials si sono incontrati al cinema per assistere ad un avvenimento storico epocale , il processo militare di Norimberga intentato contro 21 imputati che avevano ricoperto importanti ruoli politici e militari ai vertici del Terzo Reich nazista anche dopo la morte per suicido di Adolf Hitler. Tre generazioni si sono sentite convocate dall’arte cinematografica per riflettere sulle mostruose responsabilità degli autori dei crimini commessi in Europa prima e durante la Seconda Guerra Mondiale che i libri di storia hanno definito avvenimento umano catastrofico per i 70 milioni di morti militari e civili e i 6 milioni di ebrei assassinati. Perchè dunque rievocare oggi la pagina dolorosa del processo più importante del XX secolo che si aprì il 20 novembre del 1945 e si chiuse il 30 settembre 1946 a Norimberga, oggi Nùmberg, nel cuore della Baviera? La vera ragione della location tedesca risiedeva nel desiderio dei vincitori della guerra di processare il Partito Nazista che era nato proprio in Baviera nel 1920. Il nuovo film Norimberga inizia proprio con una serrata discussione tra il giudice della Corte Suprema americana Robert Jackson e la sua assistente su una domanda cruciale: su quale fondamento giuridico si può istituire un tribunale internazionale? Il rebus sembrava irrisolvibile anche perché i capi militari e politici degli Stati Uniti e dell’Inghilterra optavano apertamente per la fucilazione dei gerarchi nazisti sopravvissuti a Hitler. Ma il giudice Robert Jackson non si diede per vinto e volle incontrare addirittua il Papa Pio XII per ottenere il consenso della Chiesa Cattolica al processo : il confronto non fu facile e il giudice americano ebbe anche l’ardire di ricordare al Papa il discusso Concordato tra la Santa Sede e il Reich germanico firmato nel 1933 dal Cardinale Eugenio Pacelli e da Franz von Papen. Superate le resistenze del Vaticano, si poteva aprire finalmente il processo militare internazionale proprio nella città che aveva visto la nascita del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, il 24 febbraio del 1920. Ma sarà nelle elezioni politiche del 1932 che questo nuovo partito otterrà 230 seggi nel parlamento di una Germania smarrita, impoverita e umiliata dalle clausole vessatorie della Pace di Versailles, che erano ricadute interamente sul popolo tedesco alla fine della Prima Guerra Mondiale. Hitler fu protagonista indiscusso di questo nuovo spirito revanscista che lo consacrò il 30 gennaio 1933 Cancelliere della Germania con il benestare di Paul von Hindenburg, ultimo Presidente del Parlamento della Repubblica di Weimar. Infatti il 27 febbraio 1933 fu dato alle fiamme l’edificio del Reichstag e furono abolite tutte le libertà dello Stato democratico. Iniziò allora la storia del Terzo Reich,che durò dal 1933 al 1945 sconvolgendo l’intera Europa, di fatto progressivamente occupata dall’armata tedesca fino all’ invasione americana del 1944. Questo scenario di 12 anni di follia nazional socialista fa da sfondo all’ultimo film di Vanderbilt che utilizza abilmente la trama del romanzo di Jack El-Hai “Il nazista e lo psichiatra” apparso nel 2014, per centrare l’attenzione del processo di Norimberga sulla figura di Hermann Gòring, braccio destro di Hitler e suo successore dopo il suicidio del Fùhrer. Per tentare di capire cosa si cela nella mente di Gòring entra in scena lo psichiatra Douglas Kelley a cui gli americani affidarono la missione di stabilire se i gerarchi nazisti fossero mentalmente idonei a essere giudicati in un regolare processo militare in cui per la prima volta nella storia del diritto internazionale venivano contestati i reati di crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità oggi riassunti nella parola “genocidio”. Ma il processo di Norimberga si trasformò in una formidabile tribuna di scontro tra il giudice americano Robert Jackson e il Feldmaresciallo Hermann Gòring che mise a frutto la sua esperienza oratoria unita all’astuzia di voler dimostrare la legittimità della rivoluzione del Terzo Reich, nata, a suo dire, per difendere l’onore del popolo tedesco. La sorte del processo rischiò di procurare un vantaggio di immagine a Gòring verso l’opinone pubblica tedesca, che seguiva il dibattimento dall’esterno, fino alla svolta della proiezione richiesta da Jackson dei filmati sui campi di concentramento, le camere a gas e lo sterminio degli ebrei dopo la promulgazione delle terribili leggi razziali. In parallelo continuava il lavoro dello psichiatra Kelley che entrava in una relazione quasi amichevole con Gòring, presupposto forse necessario per giungere alla definizione del profilo psicologico di un uomo narcisista e crudele che emanava un suo fascino ai limiti dell’abisso del male. Lo psichiatra fu rimosso dal suo incarico ma riuscì a consegnare al giudice Jackson un dossier documentale che poteva inchiodare Gòring alle sue responsabilità nonostante i ripetuti “non sapevo” , “erano ordini solo di Hitler e non miei”, “la soluzione finale della tragedia ebraica non era una mia invenzione”, ma la sua firma appariva in numerosi documenti ufficiali del regime anche dopo la morte di Hitler. L’epilogo dello scontro processuale avvenne con la domanda finale di Jackson: “ma lei rifarebbe tutto oggi in ossequio alla volontà di Hitler?”. La risposta di Gòring fu” Ja “, Sì in tedesco, e in questo modo firmò la sua condanna a morte per impiccagione! Ma il camaleonte Feldmaresciallo Hermann Gòring non ebbe il coraggio di affrontare il
patibolo e si suicidò in cella con una capsula di cianuro forse per la sua “banale” umanità oppure per l’ultimo desiderio di non darla vinta agli alleati suoi accusatori. Hannah Arendt, studiosa profonda della nascita del Nazismo, aveva coniato la famosa locuzione “la banalità del male” in un suo libro che descriveva il processo di Gerusalemme del 1961 intentato da Israele contro Adolf Eichmann, fuggito in Argentina e catturato dal Mossad con l’accusa di aver ricoperto uno dei principali ruoli durante l’Olocausto ebraico in Europa. La tesi della Arendt nella sua semplicità fece molto discutere: “L’obbedienza cieca e senza pensiero critico alle strutture di potere può aprire le porte a inimmaginabili atrocità”. Dunque anche Gòring non era stato “un mostro” ma un burocrate ordinario preoccupato principalmente di eseguire ordini dei superiori? Può essere questo il vero cuore del recentissimo film Norimberga? Chi scrive questa recensione è uscito dalla fiction cinematografica molto commosso come fosse stata una provocazione a riflettere sulla responsabilità individuale e sull’illusione che il male sia sempre qualcosa di lontano da noi. Allora la tragedia di Norimberga può essere vista come una vera e propria indagine drammatica sull’origine del male utilizzando i dieci anni del nazismo come avvertimento storico e morale alla nostra generazione e in particolare ai giovani di come una persona possa arrivare a essere malvagia e spregevole e di come quella cattiveria sia una condizione umana che potrebbe ripetersi ciclicamente anche ai giorni nostri. Risuonano le straordinarie intuizioni di Papa Francesco che la nostra epoca stia già vivendo “una terza guerra mondiale a pezzi” unitamente al ritorno anche in Europa di ideologie sovraniste e autoritarie che minano al cuore la stessa democrazia. Ecco la risposta conclusiva alla domanda iniziale del perché rievocare Norimberga: certamente perché quel processo voleva dire “mai più crimini contro l’umanità e contro la pace” e invece al documento storico sulla Fratellanza Umana per la Pace mondiale e la Convivenza comune, firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib, nel 2019 ad Abu Dhabi, ha fatto da doloroso controcanto la guerra nel cuore dell’Europa nella martoriata Ucraina e il Genocidio del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania. Chi ci salverà? Nel grande dramma apocalittico tra il Bene e il Male si erge la mite voce di Papa Leone che ha iniziato il suo pontificato con il saluto universale”la pace sia con voi”, una pace disarmata e disarmante. E’ il mistero della fede cristiana in un Dio che si fa uomo per esaltarne la rilevanza nell’ordine della creazione e il valore sacro della sua vita. L’uomo del nuovo millennio, che vive una nuova rivoluzione tecnologica che si ammanta di transumanesimo, ricorderà la pretesa di Gesù di Nazareth che disse ai suoi discepoli: Io sono la Via, la Verità e la Vita?
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Accordo sui dazi: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen stringe la mano al presidente Usa Donald Trump durante il loro incontro al campo da golf del tycoon a Turnberry, in Scozia, domenica 27 luglio 2025 (Ap)
A guardare indietro, da quando è cominciata la nostra newsletter questo è stato l’anno più interessante perché le relazioni transatlantiche come le conoscevamo sono state spazzate via, ma il rapporto Ue-Usa rimane più centrale che mai in economia come nella sicurezza.
Visto da Bruxelles
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non si stanca di ripetere che «il mondo come lo conoscevamo non c’è più», che «la pace di ieri è finita e non abbiamo tempo per abbandonarci alla nostalgia». Ma ripete anche che «gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato». Da parte loro, gli Stati Uniti riconoscono nella Strategia per la sicurezza nazionale l’importanza economica e culturale dell’Europa, come pure il fatto che l’alleanza degli Usa con gran parte del Vecchio continente abbia aiutato l’America. L’enfasi è sul far sì che «l’Europa rimanga europea»: «Non possiamo permetterci di mettere da parte l’Europa… sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria». Inoltre secondo una versione lunga della Strategia Usa, riportata dal sito Defense One ma negata dalla Casa Bianca, Washington dovrebbe «sostenere i partiti, i movimenti e le figure intellettuali e culturali che invocano la sovranità e la preservazione/restauro dei tradizionali stili di vita europei… pur rimanendo filoamericani». Insomma, le forze di destra ed estrema destra euroscettiche che vogliono far esplodere l’Ue dall’interno e che al Parlamento europeo ora sono il terzo gruppo più numeroso (i Patrioti in cui siedono Lega, Fidesz e Rassemblement National), il quarto (l’Ecr del polacco Pis ma anche di Fratelli d’Italia) e l’ottavo (l’Europa delle Nazioni sovrane con la tedesca Afd).
Il minore interesse verso l’Europa e un maggiore interesse per quanto accade nell’Indo-Pacifico non è però una novità dell’amministrazione Trump. Già i suoi predecessori lo avevano teorizzato e la richiesta ai Paesi europei di spendere di più per la propria difesa nell’ambito della Nato comincia con l’amministrazione Obama. Ma stavolta è cambiato il linguaggio: è diventato violento e misto a disprezzo, dunque inequivocabile dall’altra parte dell’Atlantico anche per quei Paesi che finita la Guerra Fredda hanno visto negli Stati Uniti il loro punto di riferimento, come la Polonia o i Baltici, ma anche la Germania. Questo è stato il vero choc, venire trattati apertamente come «scrocconi» e «parassiti», in una rilettura della storia del secondo dopoguerra, quando sostenere l’Europa faceva comodo anche agli Usa nella spartizione del mondo tra le grandi superpotenze. L’Ue non è nata per «fregare» l’America ma per garantire la pace in Europa. Ora la Russia non è più un rivale sistemico per Washington e questo cambia tutto, a cominciare dal disimpegno in Ucraina. Mentre Mosca è diventata una minaccia concreta per l’Unione europea e per i Paesi sul confine orientale, che temono le mire espansionistiche russe. Ed è per questo che per la prima volta in decadi l’Ue ha cominciato a spendere seriamente per la propria difesa e i Paesi Ue che fanno parte della Nato hanno accettato, nel summit dell’Aja del giugno scorso, di alzare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, come richiesto da Trump.
Tuttavia l’Unione non riesce ancora a elaborare una difesa comune, perché comporterebbe una cessione di sovranità da parte degli Stati membri, passaggio che i governi europei non sono ancora pronti a fare.
Il discorso pronunciato dal vicepresidente JD Vance nel febbraio scorso alla Conferenza di Monaco è stato lo spartiacque, il primo di una serie di choc per i leader del Vecchio Continente. Vance ha apertamente messo in discussione le premesse delle relazioni transatlantiche e il ruolo degli Stati Uniti in Europa.La nuova strategia nazionale per la sicurezza degli Stati Uniti di poche settimane fa non ha fatto che confermare quello che ormai le capitali europee sapevano. I giorni in cui gli alleati potevano contare sugli Stati Uniti per il mantenimento dell’ordine mondiale sono finiti. E questo l’Europa lo ha capito ma non ha ancora le risorse per elaborare un piano B perché dipende dalla sicurezza fornita dagli Stati Uniti.
Il piano di riarmo al 2030 dell’Unione europea cerca di rispondere a questo, così come lo sforzo di sviluppare un’industria europea della difesa messo in campo con lo strumento di prestiti Safe. Piccoli tasselli importanti ma non sufficienti. Ci vorranno almeno una decina d’anni per essere pronti, purché l’Ue continui il riarmo senza battute d’arresto. E non tutti i Paesi sono a favore, i dubbi maggiori arrivano dal Sud lontano dal confine con la Russia.
Tutto però passa ormai dalla difesa. La guerra dei dazi di Donald Trump si è conclusa con un accordo sfavorevole nei confronti dell’Unione europea perché la trattativa non è mai stata solo commerciale, sul tavolo c’era anche il tema della sicurezza che gli Stati Uniti continuano a fornire all’interno della Nato.
Pur nelle difficoltà, è stato un anno in cui l’Ue ha fatto passi avanti perché ha saputo reagire unita: nella partita sui dazi gli Stati membri, anche quelli più vicini a Trump, hanno scelto l’Unione; sull’Ucraina l’Ue si è mantenuta compatta nonostante l’Ungheria e la Slovacchi; sulla difesa, cercando l’autonomia strategica più che in passato; nel confronto con le Big tech, difendendo le regole europee dagli assalti di Washington. Il margine di miglioramento è però amplissimo. Ma i processi decisionali dell’Ue restano lenti perché l’Unione europea non è una federazione e molte delle sue decisioni, specie in materia di politica estera e sicurezza, sono all’unanimità e i leader filorussi — l’ungherese Viktor Orbán, lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babiš — rappresentano un sasso che rischia sempre di bloccare l’ingranaggio.
Tuttavia l’Unione ha compiuto un primo passo importante quando il 12 dicembre il Consiglio dell’Ue, su proposta della Commissione europea, ha dichiarato l’emergenza economica, invocando l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per aggirare il requisito dell’unanimità e prorogare il congelamento dei beni della Banca centrale russa detenuti in Europa a tempo indeterminato, finché Mosca pagherà le riparazioni all’Ucraina. Una mossa politicamente delicata ma che gli Stati membri hanno preso. Anche la decisione di finanziare Kiev per i prossimi due anni con 90 miliardi di euro provenienti da eurobond garantiti dal bilancio Ue — escluse Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca — rappresenta una svolta perché per la prima volta nella sua storia l’Unione europea ha deciso di fare debito comune per esigenze di politica estera con un’unanimità che non è una vera unanimità.
L’anno che inizia è denso di incognite. La prima riguarda la capacità e la volontà dell’Unione di riformarsi in vista di un possibile allargamento. E poi ci sono le sfide legate alla competitività. I leader europei ne discuteranno in un vertice apposta il 12 febbraio. L’Unione bancaria, l’Unione dei risparmi e degli investimenti, l’Unione dell’energia sono i tasselli mancanti per il completamento del mercato unico, che resta la vera forza dell’Unione europea anche se è ormai evidente che ha perso il suo «effetto Bruxelles» nel nuovo ordine globale in cui il multilateralismo fatica a imporsi.
Visto da Washington
«I contenuti non sono nuovi. Nessuno choc. Il tono, certo, poteva essere meno aspro», così commentava di recente a Washington un diplomatico di un Paese europeo, dopo la pubblicazione della Strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Intanto, ha fatto meno notizia della Strategia della Casa Bianca, ma il Congresso controllato dai repubblicani ha appena approvato il National Defense Authorization Act (Ndaa), la legge di autorizzazione per la difesa nazionale, che finanzia il Pentagono per l’anno fiscale 2026 garantendo a Trump i fondi che aveva chiesto (e anche qualcosa di più: 901 miliardi di dollari in totale) ma allo stesso tempo riaffermando la strategia pro-Nato e anti-russa e includendo misure che impongono all’amministrazione Usa di consultare il Congresso prima di prendere una serie di decisioni militari.
Il Ndaa cerca anche di limitare l’abilità dell’amministrazione Trumpdi ridurre in modo significativo i soldati Usa in Europa (sotto le 76 mila unità; oggi 85 mila) senza prima certificare al Congresso di aver consultato gli alleati della Nato e fatto valutazioni indipendenti sull’impatto per la sicurezza nazionale Usa e la deterrenza della Russia. La legge chiede che il capo del Comando europeo Usa resti anche Comandante supremo alleato in Europa (ruolo chiave nella Nato). E dopo che il Pentagono ha espresso il desiderio di tagliare il supporto per i Paesi Baltici, il Ndaa richiede che venga stabilita un’iniziativa di cooperazione per la sicurezza di quei Paesi (che però devono contribuire in egual misura con gli Usa) e altre iniziative tra Balcani e Polonia. Trump l’ha firmata prima di partire per la Florida dove resterà fino al 4 gennaio.
Un simile documento certo non può cambiare le priorità strategiche della Casa Bianca e non garantisce che l’amministrazione Trump non possa ritirarsi dall’Europa in futuro, ma crea condizioni politiche e legali in base alle quali i leader europei non sarebbero colti di sorpresa se il governo Usa si muovesse in quella direzione. Ma la legge approvata dal Congresso americano illustra come non tutti a Washington siano d’accordo con il disimpegno dall’Europa. Come ci diceva in una recente intervista Alexander Gray, ex capo dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump nel suo primo mandato, «l’ala di politica estera dei repubblicani al Congresso non ha mai accettato la visione realista della politica estera di Trump. Probabilmente la maggioranza dei senatori repubblicani preferirebbero che il presidente avesse un approccio più simile a Bush». Lui sosteneva comunque che «di anno in anno eleggiamo più senatori repubblicani con idee simili a Trump, a J.D. Vance e meno a Mitch McConnell e Lindsey Graham: penso che sia questa la direzione del partito in politica estera».
I cori della Curva Nord, con la coreografia di sciarpe rossoblu’, ci indicano subito che non siamo in Arabia, e neanche in Australia. Siamo tornati in Italia, col cuore e le passioni italiane, in una giornata prenatalizia tipicamente cagliaritana, tiepida e umida.
Cagliari-Pisa manca da trent’anni, ma la rivalita’ e’ quasi millenaria, da quando i pisani scaraventavano giu’ dalle mura di Castel di Castro- l’attuale Castello, Casteddu– i cagliaritani ason’ e corru.
Gli allenatori, con un po’ di retorica, hanno parlato di ‘finale’, e, in effetti, ci si gioca tanto- soprattutto il Pisa-, ma lo si fa a viso aperto. Gaetano da una parte, e Tramoni e Piccinini dall’altra, con le loro azioni, rendono la gara viva e combattuta, interessante. L’atteggiamento e’ propositivo, volitivo, favorito dagli schemi delle due squadre (Cagliari col 4-3-3), con una leggera prevalenza pisana: i toscani, infatti, occupano di piu’ il campo, favoriti da un Palestra insolitamente basso e timido, come il centrocampo. La fine imminente del primo tempo, e’ come se mettesse alle squadre l’ansia di osare: al 41mo Kilicsoy, dopo una bella girata in area, tira di poco al lato. Al 45mo il Pisa e’ di nuovo in area cagliaritana e, questa volta, ottiene un regalo francamente esagerato, anche per il periodo di Natale, con la concessione di un rigore, poi realizzato da Tramoni. Si parla, nell’ intervallo, di fallo di mano: francamente, pero’, veniale. E, in piu’, di un ex, dal braccio troppo largo…
Al 48mo Esposito pecca di gioventu’ ed egoismo, quando, in un contropiede 3 contro 1, tira da poco fuori area senza considerare i compagni: o forse andrebbe sottolineata l’intraprendenza. Entra Zappa, esperienza e grinta subito a servizio: riceve palla sulla destra e cuce un cross da sarto su misura per Folurunsho. Il numero 90 attraversa come una lama lo spazio tra i due centrali pisani e, in un bel tuffo, pareggia. Si fa anche male, ed esce. Avra’ da pensare, mentre va via: oltre al suo primo gol col Cagliari, alle frasi oscene impunite di due settimane fa.
La partita continua a essere palpitante, anzi, ormai si lotta alla morte. Deiola, per poco, non imita Folorunsho, ma in fuorigioco. Il Pisa replica colpo su colpo, ma a fatica. E’ il Cagliari, ora, a occupare il campo, con autorita’ e convinzione, e a conquistare, soprattutto, il centrocampo. E’ da li’ che la palla arriva a Kilicsoy che, dal limite dell’aria, vede il suo ‘tiro a giro’ sfiorare leggermente il palo all’interno e gonfiare dolcemente la rete. Esplode lo stadio, e sicuramente il suo cuore di ragazzo. Ricordate Coman l’anno scorso? Visse la stessa cosa, poi scomparve. Quest’anno speriamo sia diverso, sia l’inizio di una favola. Il Pisa non vorrebbe mollare, ma non ha le forze. Il Cagliari lo sta ribaltando, a son’e corru.
Mi appresto a chudere l’articolo perche’, la frase precedente, mi sembrava una buona chiusura. Mai farlo, pero’, mi avvisano i giornalisti a fianco. E, infatti, Moreo pareggia, incredibilmente: il minuto e l’azione ricordano il gol di Baggio alla Nigeria nel 1994. Fu la salvezza di Sacchi. Che questo sia la salvezza di Gilardino? Puo’ essere. Intanto, la vendetta dei cagliaritani, dopo quasi mille anni, deve ancora aspettare…
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington
Markus Frohnmaier, membro del Bundestag del partito AfD (foto di Viviana Mazza)
Alla festa annuale del Club dei Giovani Repubblicani di New York, sabato sera a Manhattan, mentre sul palco l’orchestra suonava la colonna sonora del Padrino e gli ospiti infilzavano i tagliolini con funghi e le costolette con patate, Markus Frohnmaier, politico dell’AfD (Alternative für Deutschland) si è soffermato per almeno un’ora a parlare con una folla di giornalisti, tra cui moltissimi tedeschi, bloccati dietro i cordoni in un angolo. L’arrivo di Frohnmaier, che è stato anche premiato al gala, e di una delegazione di 19 deputati e eurodeputati dell’AfD era stata anticipata dai giornali americani. Ad un certo punto un membro del club con la kippah ha affiancato Frohnmaier davanti ai giornalisti, fissando le telecamere: «Spero che non le stiano dando troppo fastidio», ha detto. « No, è meraviglioso», ha replicato il politico tedesco, contento dell’attenzione. «Credo in lei e nel suo partito», ha continuato il membro ebreo americano del New York Young Republicans Club. Per l’AfD è gran festa: è come «festeggiare il compleanno e il Natale insieme», ci ha detto uno degli europarlamentari del partito, Petr Bystron, all’inizio della festa quando ai giornalisti era stato permesso di unirsi al cocktail dei Vip per alcuni minuti prima di essere bruscamente ricacciati dietro i cordoni.
L’accoglienza del club dei Giovani repubblicani di New York per l’AfD non è una sorpresa, ci dice Bystron: vengono a questo gala, giunto alla 113esima edizione, da tre-quattro anni (insieme a rappresentanti della Lega, del Front National e di Fidesz che il presidente del club Stefano Forte ha ringraziato dal palco) e alcuni membri del club sono andati più volte a far visita all’AfD presso il Bundestag. La novità vera è la Strategia per la sicurezza nazionale appena pubblicata dalla Casa Bianca, che è stata una notevole spinta per il partito di estrema destra. Molti leader europei iniziano a temere che l’appoggio dell’amministrazione Trump per i partiti di estrema destra in Europa possa aiutarli a ottenere maggiore legittimità e a portarli al potere. L’AfD è già primo secondo i sondaggi in cinque elezioni statali nel 2026. Bystron afferma che «la nuova strategia di sicurezza ripete quello che noi diciamo da dieci anni come AfD. Quando lo dicevi pubblicamente perdevi il lavoro e venivi cancellato e definito estremista. Adesso viene dalla superpotenza mondiale statunitense in un documento ufficiale: noi avevamo ragione e gli altri avevano torto».
L’europarlamentare menziona anche «la parte segreta», del documento che «cita i cinque grandi poteri» (Usa, Russia, Cina, Giappone, India): «Non solo lo scrivono, lo stanno già implementando. Per porre fine alla guerra in Ucraina, chi parla? Le superpotenze: Usa e Russia e forse la Cina, sono loro che decidono e non attori a caso come l’Ue o l’Ucraina». Quando gli chiediamo cosa ne pensi della presunta parte segreta del documento che sembra puntare sull’Italia, insieme all’Ungheria, alla Polonia e all’Austria per spingere ad una direzione diversa l’Europa, Bystron ride e dice: «Ma il modo più facile sarebbe portare al potere l’AfD in Germania e fermare tutti pagamenti della Germania all’Unione europea. Una volta che lo fai, l’Ue è finita in una settimana, perché tutti se ne andranno».
«L’alleanza tra patrioti americani e tedeschi è l’incubo delle élite liberali e la speranza del mondo libero» ha detto Frohnmaier, che è il portavoce di politica estera del gruppo dell’AfD nel parlamento federale. Quando gli chiediamo di Giorgia Meloni, la definisce «una ispirazione». «Reclamiamo la nostra cultura, le nostre nazioni e rendiamo l’Occidente ancora una volta integro», ha dichiarato dal palco il politico tedesco.
Prima del gala, Frohnmaier ha incontrato la sottosegretaria di Stato Usa per la diplomazia pubblica, Sarah Rogers, che la scorsa settimana ha pubblicato un video che criticava presunti incidenti di censura in Europa. L’AfD è stata classificata dall’agenzia di intelligence tedesca come organizzazione estremista di destra, ma Frohnmaier insisteva con i giornalisti tedeschi che è solo perché è il governo a controllare l’intelligence e che quando l’AfD vincerà le elezioni le cose cambieranno.
Gli ospiti europei si sono trovati comunque nel mezzo di divisioni su Israele nel movimento Make America Great Again. Voci critiche di Israele sono emerse sia nella sinistra (vedi il futuro sindaco di New York Zohran Mamdani) che nella destra. A fine ottobre il popolare presentatore Tucker Carlson ha invitato nel suo programma il nazionalista bianco Nick Fuentes, aprendo un dibattito infuocato all’interno del movimento conservatore tra chi crede che si debba dar voce anche alle loro idee e chi crede di no.
Due mesi fa c’è stato anche uno scandalo nel club dei Giovani repubblicani dello Stato di New York per una chat in cui erano stati condivisi messaggi razzisti e antisemiti. Quel club è da tempo rivale del club dei Giovani repubblicani della città di New York — quello che ha organizzato il gala di sabato. Alcuni hanno accusato proprio il club cittadino di essere all’origine delle rivelazioni dei messaggi razzisti del club statale.
Il club dei Giovani Repubblicani di New York ha rifiutato sabato di far entrare al suo gala il nazionalista bianco Nick Fuentes, avvistato all’uscita. Fuentes ha dichiarato sui social di essere stato inizialmente invitato ma poi respinto perché «ci sarebbe stata una rivolta interna» se fosse stato ammesso, perché è «critico di Israele». Un giornalista del sito Politico ha notato invece la presenza in sala di Jared Taylor, definito dai media americani «nazionalista bianco», che però nelle interviste rifiuta quell’etichetta e si definisce «realista della razza» o «difensore dei bianchi». C’era anche Vish Burra, ex segretario esecutivo del club che ha perso un mese fa il lavoro di produttore per il programma tv di un altro presentatore della destra Maga, l’ex deputato repubblicano Matt Gaetz. Burra aveva pubblicato su X un cartone antisemita in cui rappresentava gli ebrei come scarafaggi, per poi scusarsi: «Facciamo errori, la vita va avanti, così anche la mia, non vado da nessuna parte».
Un piccolo gruppo di una ventina di politici locali del partito democratico ha protestato davanti all’entrata del gala sabato sera, ma solo per breve tempo: aveva iniziato a nevicare e faceva un freddo micidiale. Ma un manifestante si è intrufolato all’evento con al braccio una fascia con la svastica, gridando «Credo che siamo tutti nazisti!». Il deputato del Tennessee Andy Ogles, che era tra gli speaker della serata, ha accusato l’intruso di essere «un comunista sostenitore di Mamdani» che cerca di creare «ostilità anti-Maga» (il manifestante ha più tardi affermato di essere ebreo e orgoglioso di esserlo). L’intruso è stato buttato fuori, ma è rimasto sul marciapiedi davanti a Cipriani a protestare. In un video si vede un giovane con il frac, Hayden McDougall, autore di un blog antifemminista, che accetta la fascia con la svastica che gli porge il manifestante e dice che gli «piacerebbe» essere nazista, ma aggiunge che Trump non è razzista e che i confini sono necessari. A quel punto esce fuori dal gala un Giovane Repubblicano del club, Kevin Smith, che schiaffeggia McDougall, lo insulta e lo costringe alla fuga. Poi, a giudicare dal profilo su X di McDougall hanno fatto la pace: «E’ stato un fraintendimento» (McDougall ha detto che stava solo «trollando» il manifestante).
Assenti dall’evento cinque politici repubblicani, incluso un membro del Congresso, dei quali era stata inizialmente annunciata la partecipazione. Tra loro un membro del consiglio comunale di New York, Inna Vernikov, che nel gala del 2023 fu fatta salire su palcoscenico da Trump indossando una gonna con la bandiera di Israele. Il giorno dopo il gala Vernikov, in seguito alla strage in Australia durante le celebrazioni per Hannukah, ha lanciato sui social un messaggio ai repubblicani: «Per anni la retorica antisemita ha dominato la Sinistra e ha infiltrato il partito democratico. Sfortunatamente oggi lo stesso veleno ha penetrato parti del movimento conservatore e l’ala di estrema destra del partito repubblicano. Lunatici come Nick Fuentes, Candace Owens e Tucker Carlson, che sputano retorica intollerante, razzista e antisemita dovrebbero essere condannati e scomunicati dal partito repubblicano e non essere mai più accolti. Mi dissocio da ogni evento, individuo o organizzazione democratica o repubblicana che dà il benvenuto a questi intolleranti tra di noi, che li difende o amplifica le loro voci». Anche il club aveva un suo messaggio il giorno dopo la strage: «L’orrendo attacco in Australia l’altra notte è una ulteriore prova che la Ri-migrazione è l’unica via per andare avanti nei Paesi occidentali. America, Germania, Australia e il resto dell’Europa devono applicare le Ri-migrazioni oppure altri attentati come questo saranno inevitabili».
Presente al gala, oltre a Ogles, un altro deputato repubblicano, Michael Collins della Georgia, e gli influencer Benny Johnson e Jack Posobiec, che hanno fatto discorsi profondamente critici di Mamdani. Il capo della comunicazione del club, Lucian Wintrich, ha cercato ripetutamente di lasciare che noi giornalisti ci potessimo avvinare ai tavoli degli ospiti com’era stato l’anno scorso, ma siamo stati reclusi dalla sicurezza all’interno di una zona separata, mentre invece un paio di manifestanti riuscivano a infiltrarsi da fuori.
Alla fine dell’evento, finalmente liberi di muoverci tra i tavoli, abbiamo incontrato l’imprenditore italiano Mirko Ruto. Prima di uscire gli ospiti potevano prendere come ricordo dell’evento uno dei suoi cofanetti con il logo del club dei Giovani Repubblicani di New York e quello della sua azienda, Tfs Food Process, con la scritta «Made in Italy», «Gala, 13 dicembre 2025», «a Gift of Italian excellence» (un dono di eccellenza italiana). Contenevano crema di arachidi senza glutine e altre creme al pistacchio e alle noci di macadamia. Ruto ci ha detto che per la Lega c’erano Isabella Tovaglieri, Davide Quadri e Luca Toccalini, che però non siamo riusciti a incontrare.