Le notizie dai comunicati stampa: il messaggio di Mattarella per la giornata dell’Europa e l’incontro di Giorgia Meloni con il nuovo premier ungherese

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

«Il 9 maggio è giorno di festa per tutte le cittadine e i cittadini europei.
La memoria dei Padri fondatori ci richiama ai valori di libertà, democrazia, indipendenza, su cui vollero fondare un percorso virtuoso verso l’unificazione dell’Europa, sul piano economico e, in prospettiva, su quello politico.
Dal 1950 il processo di integrazione è costantemente progredito, affrontando i crinali della storia sino alla riunificazione del destino dei Paesi dell’Europa centro-orientale con quelli dell’Europa occidentale.
Un conseguito traguardo ambizioso, che guarda oggi al completamento di questo processo, con il dialogo in atto con Paesi dei Balcani, con la Moldova e l’Ucraina.
La forza attrattiva dell’Unione Europea, con il suo esempio di pace e benessere, è tornata più intensa che mai e si esercita sui molti aspiranti nuovi membri da accogliere sollecitamente nella famiglia europea.
I popoli europei costituiscono una comunità e, per queste ragioni, celebrare il 9 maggio significa riaffermare un impegno collettivo che chiama in causa ciascuno di noi.
L’Italia, che dalla sua partecipazione al progetto comunitario trae stabilità, crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro, ha contribuito con passione e determinazione al suo successo e continua a sostenerne lo sviluppo, consapevole di come una condizione di pace, la solidità delle istituzioni democratiche e l’avvenire delle nuove generazioni siano intimamente connessi al destino comune del popolo europeo.
In questa fase storica, i popoli si trovano dinanzi a prove temibili e di straordinaria importanza.
L’aggressione russa ai danni dell’Ucraina ha riportato il conflitto armato nel cuore del continente, chiamando a una risposta unitaria a tutela del diritto internazionale e dei principi di libertà e sovranità. La perdurante crisi in Medio Oriente richiama con altrettanta urgenza la necessità di un impegno sempre più incisivo a sostegno della pace, del dialogo e della stabilità internazionale.
A queste e molte altre sfide del nostro tempo è illusorio pensare di rispondere in assenza di strumenti e politiche condivise.
È nell’azione comune dell’Europa che i singoli Paesi possono trovare l’espressione della propria sovranità per esercitare al massimo grado la propria forza e la propria influenza.
Alle giovani generazioni degli europei è affidato il compito decisivo di proseguire questo cammino con rinnovato slancio, affinché l’Europa continui a essere uno spazio autentico ed esemplare di pace, libertà e opportunità, protagonista nella costruzione di un ordine internazionale equo e solidale. Gli ideali del progetto europeo avanzano nell’impegno dei giovani.
Nel rinnovare il più fervido augurio per questa festa comune dell’intera Europa, richiamo a farne momento di riflessione e responsabilità per la costruzione di un destino autenticamente condiviso».

Roma, 9 maggio 2026

NOTA DI PALAZZO CHIGI

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi a Palazzo Chigi il Primo Ministro eletto dell’Ungheria, Péter Magyar, per un primo scambio di vedute.

Il colloquio ha confermato la solidità delle relazioni tra Italia e Ungheria. Ciò con riferimento sia ai principali dossier bilaterali, a partire dalla cooperazione nel settore della difesa, sia alle tematiche prioritarie dell’agenda dell’Unione Europea, a partire dal rafforzamento della competitività europea e della gestione del fenomeno migratorio.

I due Leader hanno anche discusso degli attuali teatri di crisi a livello internazionale, concordando di mantenersi in stretto contatto.

Roma, 7 maggio 2026

Meloni e i deepfake: quando il corpo politico diventa bersaglio

Le immagini false generate con l’intelligenza artificiale non servono solo a ingannare: trasformano il corpo politico in corpo mediale, spostando il dibattito dal piano istituzionale a quello sessuale. È il tema del nuovo contenuto pubblicato da SemiotiGram, il laboratorio Instagram nato presso il CoRiS della Sapienza Università di Roma, diretto dalla semiologa Bianca Terracciano.

Roma, 11 maggio 2026 — Non è soltanto disinformazione. È una trasformazione simbolica del corpo pubblico. La fotografia falsa di Giorgia Meloni in biancheria intima, generata con l’intelligenza artificiale e circolata sui social negli ultimi giorni, diventa per SemiotiGram il punto di partenza di una riflessione più ampia sui deepfake erotici e sulla sessualizzazione delle donne in politica.
Nel nuovo post pubblicato sul profilo Instagram del progetto, SemiotiGram analizza il fenomeno attraverso gli strumenti della semiotica, collegando il caso Meloni ad altri episodi internazionali che hanno coinvolto figure come Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Hillary Clinton.
Secondo la lettura proposta da SemiotiGram, laboratorio del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma, diretto dalla professoressa Bianca Terracciano, il deepfake non agisce soltanto sul piano tecnologico, ma soprattutto su quello narrativo e simbolico.
«L’immagine fake si trasforma in notizia, denuncia, discorso pubblico, oggetto mediale» spiegano gli autori del progetto. «La fotografia falsa non serve solo a “ingannare”. Serve soprattutto a riscrivere il corpo della leader, spostare l’attenzione dal piano politico al piano sessuale, destabilizzare il suo ethos istituzionale».
Il punto centrale, secondo SemiotiGram, è che nei social media il successo di un contenuto non dipende necessariamente dalla sua veridicità, ma dalla sua capacità di apparire plausibile, condivisibile ed emotivamente efficace.
Da qui il riferimento a uno dei concetti chiave della semiotica contemporanea: l’effetto di realtà. Il deepfake funziona perché utilizza i codici visivi della fotografia reale, simulando autenticità anche quando l’evento rappresentato non è mai esistito.
«Il deepfake è una copia senza originale» si legge nel contenuto pubblicato da SemiotiGram su Instagram. «Non rappresenta qualcosa che è accaduto: crea un evento che non è mai esistito, un simulacro».
Nel caso della premier italiana, il laboratorio del CoRiS sottolinea anche la risposta pubblica di Giorgia Meloni, che sui social ha commentato ironicamente l’immagine fake scrivendo: «Mi ha anche migliorata parecchio».
Una frase che, secondo SemiotiGram, produce un effetto semioticamente rilevante perché «riconosce la natura artificiale dell’immagine, ironizza sulla simulazione e sottrae potere allo scandalo».
Il post dedica spazio anche al caso della deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, bersaglio di deepfake pornografici diffusi online, e alle immagini manipolate che hanno coinvolto Kamala Harris e Hillary Clinton, spesso attraverso rappresentazioni sessualizzanti o campagne visuali di delegittimazione.
Per SemiotiGram il fenomeno rivela un meccanismo più profondo: il corpo femminile, anche quando appartiene a una figura politica, continua a essere uno spazio simbolico di conflitto e controllo.
«L’autorevolezza si costruisce attraverso l’immagine pubblica» conclude il progetto. «Il deepfake ne destabilizza l’equilibrio simbolico».












Il racconto del Cagliari: un urlo spezzato in gola

di Daniele Madau

XXXVI Serie A-Unipol Domus/ Cagliari- Udinese : 0-2 (56mo Buksa; Gueye)

CAGLIARI (3-5-2): Caprile; Ze Pedro (61mo Sulemana), Rodriguez, Dossena; Palestra (61mo Zappa); Adopo (90mo Adopo), Gaetano, Folorunsho (72mo Albarracin), Obert (90mo Trepy); Esposito, Mendy. A disposizione: Sherri, Ciocci, Kilicsoy, Deiola, Raternik, Belotti, Albarracin, Sulemana, Zappa, Trepy, Malfitano. All. Pisacane


UDINESE (3-5-2): Okoye; Mlacic (54mo Bertola), Kristensen, Solet; Ehizibue (77mo Gueye), Piotrowski (54mo Miller), Karlstrom (64mo Davis) , Atta, Kamara; Zaniolo (77mo Gueye), Buksa. A disposizione: Nunziante, Sava, Padelli, Zarraga, Gueye, Davis, Bertola, Bayo, Arizala, Camara, Zemura, Miller. All. Runjaic

Spettatori: 16.120

Esistono dei momenti, nella vita e nella sua sublimazione agonistica- lo sport-, in cui sei chiamato a raccogliere quanto seminato, o semplicemente a cogliere l’attimo giusto, il kairos, quell’attimo in cui appare la bestia rara e agognata, che non si puo’ lasciar fuggire.

Per il Cagliari quel momento e’ oggi, e ha la foma di un semplice punto, da raggiungere con un pareggio, magari anche con quello che per gli amanti del vecchio calcio all’italiana era il risultato perfetto, lo 0-0. Un punto per la salvezza matematica, per un’altra Serie A, magari nella stagione dell’inizio dei lavori per il nuovo stadio.

L’Udinese, alla viglia, non ha le caratteristiche della bestia rara e feroce, perche’ e’ scesa in Sardegna senza ambizioni, se non quella di confermare un ottimo campionato e raggiungere il decimo posto: per questo il duello sembra abbordabile.

Lo scenario, l’arena, il teatro della sfida offre gli spalti pieni, a testimonianza di una presenza dei tifosi che non e’ mai venuta meno; la prima mezz’ora, pero’, e’ segnata solo da tre attacchi- il primo e il terzo di fioretto, il secondo piu’ di spada- di Palestra, Esposito e Folorunsho: futuro di gioventu’ che, forse, a fine campionato lascera’ l’isola. La belva friulana risulta non pervenuta, se non per un tentato autogoal.

La prima vera magia arriva al 33mo, sotto forma di un assist al buio di Esposito che porta Gaetano solo davanti al portiere: Okoye, pero’, sfiora il tanto giusto per disinnescare il colpo. Al 35mo rigore annullato ai padroni di casa dopo revisione al Var: l’oggetto magico, o diabolico, croce e delizia dei moderni duelli calcistici. Il primo tempo si chiude con sprazzi di bel gioco a tinte rossoblu’ , presagio per la seconda parte del duello.

Al 1mo della ripresa, infatti, Esposito, dopo azione manovrata, coglie il palo. L’Udinese, tuttavia, inaspettatamente conquista campo,cogliendo un senso di sottovalutazione del rischio da parte del Cagliari: errore imperdonabile, che causa il vantaggio ospite, con tocco sotto porta di Buksa su assist da sinistra di Kamara.

Il Cagliari gira a vuoto, come un disco rotto a ripetere la stessa nota, cioe’ il  lancio sulla destra a cercare lo spunto di Esposito; ma la musica non cambia, in una monotonia che comincia a metter paura.

Dal 75mo, in serie, Dossena – di testa-, Mendy e Albarracin, sfiorano quel pareggio che ora sembra evanescente e misterioso come l’araba fenice.

Passano i minuti, e si ha come la sensazione di un urlo liberatorio che si spezza in gola, mentre scorre il kairos.

Alla fine, come una beffa per la hybris di superbia, arrivera’ anche lo 0-2.  Servira’ un ennesimo duello, col Torino, o forse solo il passo falso della Cremonese. La Serie A e’ ancora li’, nonostante tutto, come quella bestia che non potra’ sfuggire ancora per molto.

E se il Canada aderisse all’Unione europea?

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il primo ministro canadese Mark Carney, il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la ministra degli Esteri canadese Anita Anand ieri all’ottavo vertice della Comunità politica europea a Yerevan (Foto Afp)


L’ipotesi è stata sollevata in marzo dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot per evidenziare l’attrattività dell’Unione europea in questa nuova era di profonde tensioni internazionali: un giorno il Canada potrebbe decidere di aderire all’Ue, questa era la suggestione. Un’adesione in chiave anti Usa, in risposta agli Stati Uniti di Donald Trump che stanno cannoneggiando il multilateralismo. Intervenendo alla conferenza Europa 2026 a Berlino insieme al ministro tedesco Johann Wadephul, Barrot aveva detto che «nove Paesi sono formalmente candidati all’adesione all’Ue al giorno d’oggi. Altri potrebbero unirsi a loro, l’Islanda tra qualche settimana o mese. E forse anche il Canada, prima o poi». 

Forse una provocazione, ma intanto il premier canadese Mark Carney è stato invitato a partecipare al vertice della Comunità politica europea che si è tenuto ieri a Erevan in Armenia. L’ottavo summit della Cpe dalla sua istituzione su iniziativa del premier francese Emmanuel Macron al vertice di Versailles nel 2022: da allora non era mai accaduto che un Paese non europeo partecipasse al vertice che viene organizzato due volte all’anno, una delle quali nel Paese che tiene la presidenza di turno dell’Unione europea. In autunno toccherà all’Irlanda. 

Era atteso Carney, che è diventato un punto di riferimento, una star in Europa, da quando ha pronunciato il suo famoso discorso a Davos in cui ha invitato le «potenze medie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica», a valutare coalizioni flessibili e strategiche con diversi partner internazionali, piuttosto che affidarsi unicamente al tradizionale alleato americano. «Ci consideriamo altamente complementari ai vostri obiettivi economici e di sicurezza», ha detto Carney.

Per il presidente del Consiglio europeo António Costa «l’Europa e il Canada sono più che semplici partner affini: insieme stiamo costruendo un’alleanza globale per difendere la pace, la prosperità condivisa e il multilateralismo». Eccola l’alternativa agli Stati Uniti. Ma è davvero una strada percorribile? Se si pensa alla difesa, è difficile crederci poiché almeno per i prossimi dieci anni l’Europa dipenderà ancora dagli Usa. Inoltre resta cruciale il tema della dipendenza energetica: i Paesi europei sono oggi molto più dipendenti dagli Stati Uniti per l’energia di quanto non lo fossero prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia il tema è stato lanciato perché, come ha detto Carney sottolineando il ruolo fondamentale di «superpotenza energetica» del Canada — «il più europeo dei Paesi non europei» —, è arrivato il momento di «affrontare attivamente il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse. Sappiamo che la nostalgia non è una strategia, ma non crediamo di essere destinati a sottometterci a un mondo più transazionale, isolazionista e brutale». Il mondo di Trump e Putin. Per Carney questo significa però rovesciare la posizione che aveva rispetto alla Cina un anno fa e riallacciare i legami.

Carney ha sottolineato «l’immenso potenziale delle nostre alleanze» per arrivare a un mondo «migliore, più prospero, sostenibile e giusto». «È mia ferma convinzione — ha concluso il leader canadese — che l’ordine  internazionale verrà ricostruito e verrà ricostruito a partire dall’Europa». 

Non è un caso che a Erevan ci fosse anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: ha bisogno di serrare i ranghi e tenere alta l’attenzione sul suo Paese martoriato dalla guerra per mano russa. Zelensky ha incontrato bilateralmente, oltre a Carney e Meloni, anche il segretario generale della Nato Mark Rutte: «È fondamentale approfondire la cooperazione in materia di difesa tra l’Ucraina e i membri della Nato, realizzare progetti comuni e lavorare sulla produzione congiunta», ha detto il leader di Kiev tirando un sospiro di sollievo dopo che l’ex premier olandese ha confermato che i missili antibalistici continueranno a essere forniti all’Ucraina.

I leader e i rappresentanti di oltre quaranta Paesi si sono incontrati e si sono confrontati su sicurezza, resilienza collettiva ed energia partendo dal presupposto, come ha spiegato Costa, che «c’è un modo europeo nel fare le cose: la via del multilateralismo con al centro la carta dell’Onu e il rispetto per il diritto internazionale. Il summit di oggi (ieri, ndr)  mostra che porta risultati», ha concluso Costa. Quanto resisterà il «modo europeo nel fare le cose» e se sarà vincente non è ancora dato di prevederlo.

Le notizie dai comunicati stampa: il messaggio di Mattarella all’Ispi e il ricordo di Alex Zanardi. Giorgia Meloni: “Ho raccolto l’impegno politico del Presidente svizzero Parmelin affinché alle famiglie dei ragazzi italiani colpiti dalla tragedia di Crans Montana non venga richiesto alcun onere relativo alle cure ospedaliere prestate in Svizzera”

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato alla Presidente dell’ Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI, Maria Angela Zappia, il seguente messaggio:
«La sesta edizione del forum NEXT di Milano appare di grande interesse. Il confronto tra i
partecipanti a questa iniziativa, ragazze e ragazzi provenienti da oltre sessanta Paesi,
permetterà di raccogliere sensibilità e ambizioni da parte di esponenti della nuova
generazione, dotati dell’ambizione di essere i leader di domani per una sana convivenza tra i popoli.
Attraversiamo un tornante insidioso della storia.
Le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale, posti a garanzia dell’ordine
contemporaneo, sono quotidianamente sfidati quando non sviliti da comportamenti di
protagonisti della vita internazionale. Una situazione di permanente conflittualità e
competizione pretenderebbe di sostituirsi alla logica della cooperazione. L’uso
indiscriminato della forza, resa ancor più letale dall’introduzione di tecnologie basate
sull’Intelligenza Artificiale, vorrebbe divenire lo strumento ordinario di risoluzione delle
controversie tra gli Stati.
In questo periodo, si contano nel mondo diverse decine di guerre, alcune delle quali in corso da anni, altre conflagrate di recente, con costi umani e materiali inaccettabili.
Il pensiero va a tutte le popolazioni in esse coinvolte, dall’Africa al Medio Oriente fino ai
confini orientali della nostra Europa.
Le generazioni devono far sentire la loro voce, esercitando un pensiero critico anche grazie al dialogo e alla partecipazione attiva al dibattito pubblico. Il confronto costituisce un argine anche contro i rischi di manipolazione nella cosiddetta “infosfera”, sempre più spesso inquinata da iniziative malevole.
Il mondo appare di fronte a sfide globali che dettano l’agenda a cui guardare.
Affrontarle richiede l’uso della chiave della cooperazione tra i popoli.
Temi come gli stravolgimenti climatici – al pari di conflitti, iniquità nello sviluppo e nel
raggiungimento di effettive condizioni di parità di genere – non possono essere accantonati.
Le loro conseguenze generano costi umani terribili, costringendo masse rilevanti di
popolazione all’emigrazione per disperazione e assenza di opportunità.

Le opportunità offerte dalla ricerca scientifica, con le sue crescenti applicazioni, offrono
soluzioni sino a ieri impensate. Vanno sviluppate in direzione della dignità di ogni persona e ogni popolo.
Vi confronterete in questi giorni con riflessioni complesse e avvincenti che, auspico,
possano essere valide per la vostra futura attività.
A tutti i giovani partecipanti rinnovo i migliori auguri per le rispettive carriere e per un
proficuo svolgimento dei lavori».

Roma, 4 maggio 2026

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente
dichiarazione:
«Come l’intera Italia avverto profondo dolore per la morte di Alex Zanardi. Sportivo
di eccelse qualità, ha dimostrato straordinaria personalità anche dopo il gravissimo
incidente che ha subito.
Divenuto campione paralimpico, è stato per tutti questi anni punto di riferimento di
tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di
trasmettere entusiasmo.
La sua figura ha rappresentato punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport e
lo rimarrà nel ricordo degli italiani.
Esprimo alla famiglia la vicinanza della Repubblica».

Roma, 2 maggio 2026

NOTA DI PALAZZO CHIGI

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto oggi un colloquio con il Presidente della Confederazione Elvetica, Guy Parmelin, a margine del Vertice della Comunità Politica Europea di Yerevan.

Nel corso del confronto, il Presidente Meloni ha raccolto l’impegno politico del Presidente Parmelin affinché alle famiglie dei ragazzi italiani colpiti dalla tragedia di Crans Montana non venga richiesto alcun onere relativo alle cure ospedaliere prestate in Svizzera.

Per quanto riguarda la questione della fatturazione delle spese ospedaliere tra gli Stati, il Presidente Parmelin ha fatto presente che sono in corso gli approfondimenti del Consiglio federale svizzero volti a individuare una soluzione accettabile. Nel manifestare apprezzamento per l’attenzione dimostrata, il Presidente Meloni ha ribadito la piena disponibilità a mantenere un’interlocuzione costante al fine di agevolare una rapida e definitiva risoluzione della vicenda.

Mon, May 4, 1:05 PM

‘La dignità di un popolo si misura soprattutto nella capacità di realizzare il proprio futuro, passo dopo passo, progetto dopo progetto’ Incontro con la presidente della regione Sardegna Alessandra Todde, in occasione di ‘Sa die de sa Sardigna’.

di Daniele Madau

La presidenta della giunta regionale della Sardegna Alessandra Todde

A poco più di due anni dalla sue elezione, in occasione di ‘Sa die de sa Sardigna’, l’incontro di oggi è dedicato ad Alessandra Todde, dal 20 marzo 2024 presidente della Regione Autonoma della Sardegna. È stata sottosegretaria di Stato al ministero dello sviluppo economico nel governo Conte II, viceministra dello sviluppo economico nel governo Draghi, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e deputata alla Camera. Prima presidente donna, la sua elezione -frutto del ‘campo largo’-, ha suscitato una nuova speranza, tanto da essere paragonata a Eleonora d’Arborea. La data di oggi, così significativa per i sardi, cade subito dopo un periodo di tensioni con la maggioranza e di riflessioni sullo statuto dell’autonomia, così da assumere un significato di estrema attualità

Il 28 aprile 1794, data che viene ricordata ogni anno per ‘Sa die de sa Sardigna’, nel suo evento principale, il popolo sardo insorse cacciando da Cagliari il viceré e i funzionari piemontesi sabaudi, rivendicando autonomia e dignità. A poco piu’ di due anni dalla Sua elezione, sia nei rapporti con il governo italiano sia in generale, quanta autonomia e dignità ha il popolo sardo? E quanto di Lei e’ presente nel conseguimento di questo risultato?

Premetto che ho scelto di tornare in Sardegna, di spendermi per la mia terra, di dare il mio contributo personale al benessere della mia gente. È questo lo spirito che, con umiltà e determinazione, metto in ogni azione e scelta che faccio. Entrando nel merito della sua domanda, in questi due anni abbiamo assistito a un rapporto spesso
teso, che ieri come oggi ha al suo cuore proprio il tema dell’autogoverno dei sardi sulla propria terra. Penso, solo per fare qualche esempio, all’impugnazione di molte importanti leggi regionali a tutela della Sardegna, a partire dalla legge n. 20 sulla regolamentazione degli impianti FER; all’intenzione di concentrare in Sardegna detenuti sottoposti al regime del 41-bis, con il rischio di trasformare di fatto l’isola in un luogo di destinazione carceraria privilegiata; da ultimo, al tentativo di esautorare completamente la Regione da ogni decisione relativa al destino e all’utilizzo delle basi militari ospitate nel nostro territorio, che, lo ricordo, rappresentano oltre il 60% di quelle italiane. Altre volte, invece, abbiamo avuto un rapporto di intesa e collaborazione: penso a ciò che stiamo facendo con la ministra Bernini per portare avanti la candidatura italiana dell’Einstein Telescope.

Quali sono le linee guida che intende seguire, nei prossimi tre anni, per rafforzare questa autonomia e questa dignità?

Più che di linee guida, parlerei di attitudine. Ciò che dobbiamo cambiare è il nostro approccio: non più andare a chiedere, ma pretendere ciò che è un nostro diritto. Più che limitarci a lamentarci, dobbiamo iniziare a costruire e proporre, senza attendere sempre l’intervento di altri.
In questi anni abbiamo seminato: stiamo costruendo le basi per un nuovo ruolo della Regione nella gestione e nell’amministrazione dell’energia. Come dimostrano gli eventi internazionali, si tratta di un ambito strategico fondamentale. Vogliamo essere artefici e gestori di ciò che produciamo, ed è per questo che stiamo lavorando
alla costituzione della Società Energetica Sarda.
Parallelamente, abbiamo dato nuovo slancio alla governance dell’acqua, evitando la gara per la privatizzazione, razionalizzando il sistema e ponendo le basi per un utilizzo più strategico di una risorsa essenziale. Abbiamo inoltre investito in ambiti innovativi come l’aerospazio e la nautica.
Infine, stiamo lavorando con determinazione per portare in Sardegna l’Einstein Telescope, un progetto trasformazionale che potrà incidere profondamente sul tessuto economico e sociale dell’isola.
La dignità di un popolo si misura soprattutto nella capacità di realizzare il proprio futuro, passo dopo passo, progetto dopo progetto.

Qual e’, in generale, la Sua idea su quale debba essere il rapporto tra la Sardegna e lo Stato italiano, in virtu’ del suo statuto speciale?

Deve essere un rapporto tra pari, non di subalternità, esattamente come avviene per altre regioni e province a statuto autonomo che hanno saputo far valere nel tempo la loro diversità.

Presidente, la Sua elezione, prima donna presidente della Giunta, ha suscitato- in chi l’ha appoggiata al momento della candidatura- entusiasmo e fiducia : cosa si sente di promettere ai sardi per il futuro, in riferimento alla Sua giunta e alla Sua coalizione?

Esattamente ciò che facciamo ogni giorno: lavorare con determinazione, senza risparmiarci, per dare una prospettiva alla nostra isola e alla nostra gente.
Dalla sanità, di cui ho assunto direttamente la delega per imprimere un deciso cambio di rotta, alla cultura, passando per lo sviluppo dell’industria, dell’agricoltura e dell’economia del mare, i giovani, senza dimenticare i lavoratori e le lavoratrici e chi ha bisogno di un sostegno per ripartire: sono tutti ambiti che affrontiamo
quotidianamente insieme agli assessori, con l’obiettivo di rispondere in modo concreto alle esigenze dei cittadini.

Presidente, la dignità dei sardi si preserva e si valorizza dando loro risposte su tematiche imprescindibili. Nel 1794, la mancata risposta a cinque domande- che avevano come tema aspetti fondamentali per la vita dei sardi- da parte del governo sabaudo, causo’ la nostra insurrezione. Ogni anno il ‘ Comitato per Sa die de sa Sardigna’ pensa cinque nuove domande da presentare alle istituzioni. Quelle di quest’anno, racchiuse nella ulteriore questione fondamentale su chi decide per i sardi, riguardano la posizione della Sardegna in uno scenario, che interessa anche il Mediterraneo, di conflitti; l’inverno demografico; le servitu’ e il modello di sviluppo da contrapporre a queste; la lingua e la cultura come strumento per uno sviluppo identitario e i poteri da attribuire a noi sardi tramite le norme statutarie o, addirittura, un nuovo statuto. Rendendomi pienamente conto della complessità della domanda, le chiedo: che risposte darebbe a queste nuove cinque domande?

Le cinque questioni individuano priorità strategiche per il futuro della Sardegna e richiedono risposte integrate e coerenti.
Sul piano geopolitico, la Sardegna deve evolvere da territorio che subisce decisioni a soggetto che partecipa attivamente ai processi decisionali, soprattutto in relazione alle servitù militari e al ruolo nel Mediterraneo. Questo implica un coinvolgimento pieno della Regione nelle scelte strategiche nazionali.
Per contrastare l’inverno demografico è necessario agire su più fronti: lavoro qualificato, servizi efficienti, politiche a sostegno delle famiglie e maggiore attrattività dei territori. Non andrei solo a ragionare sul “mantenimento” della popolazione attuale nell’Isola, quanto di come rendere attrattiva la nostra isola. Le nostre peculiarità, il nostro stile
di vita possono, accanto alla possibilità di investimento, di studio, attrarre tante persone potrebbero scegliere la Sardegna come luogo in cui trasferirsi e creare una famiglia.
Sul modello di sviluppo, la Sardegna deve puntare su filiere sostenibili e ad alto valore aggiunto, l’economia del mare e l’innovazione, superando una posizione passiva rispetto alle decisioni esterne. Lingua e cultura rappresentano un elemento strategico: non solo identità, ma anche leva di sviluppo economico e coesione sociale. Devono essere integrate in modo strutturale nelle politiche pubbliche e nei percorsi formativi dei
giovani sardi.
Infine, sul piano istituzionale, è necessario rafforzare l’autonomia attraverso la piena attuazione dello Statuto speciale e, se necessario, una sua revisione, per chiarire le competenze e ampliare i poteri dei sardi e della Sardegna.
In definitiva, alla domanda “chi decide per i sardi” la risposta deve essere chiara: i sardi, attraverso istituzioni autonome, forti e pienamente legittimate dalla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, capaci di dar voce e sostanza alle istanze di giustizia e benessere del popolo sardo.

Le notizie dai comunicati stampa: i messaggi di Mattarella sulla grazia a Nicole Minetti e di Giorgia Meloni su Beatrice Venezi

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la Presidenza della Repubblica ha
inviato, in data odierna, la seguente lettera al Ministero della Giustizia:
«In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato
dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia,
lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla
supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su
indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese
urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto
rappresentato da un organo di stampa.»

Roma, 27 aprile 2026

NOTA DI PALAZZO CHIGI

È privo di ogni fondamento quanto riportato oggi in un articolo del Corriere della Sera sulla decisione del Teatro La Fenice di Venezia di annullare tutte le future collaborazioni con il Maestro Venezi: il Presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo sul tema e quindi non avrebbe potuto dare alcun “via libera”, come invece sostenuto.

Roma, 27 aprile 2026

L’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca è già materiale per la campagna elettorale di midterm 

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un fermo immagine dal video di Viviana Mazza alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca sabato scorso: i giornalisti carponi sotto i tavoli continuano a riprendere gli eventi


Due giorni dopo la cena dei corrispondenti della Casa Bianca – un’esperienza che abbiamo vissuto dal nostro tavolo numero 76 – qui a Washington il discorso si è spostato sulle accuse reciproche.  I repubblicani hanno iniziato a usare l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in campagna elettorale, accusando il partito democratico di aver aperto la porta alla violenza politica con la loro “retorica pericolosa e infiammatoria” contro il presidente. Per esempio il capo del Comitato nazionale repubblicano, Joe Gruters ha definito l’attentato di sabato “il risultato inevitabile di una sinistra radicalizzata che ha normalizzato la violenza politica”. Profili ufficiali del partito repubblicano sui social hanno accusato diversi candidati democratici alle elezioni di midterm in Stati in bilico come Michigan e North Carolina di alimentare le tensioni politiche. Era successo già dopo i primi due attentati contro Trump e dopo l’omicidio dell’attivista di destra Charlie Kirk. E il partito sta puntando sul tema dei rischi per la sicurezza per cercare di spezzare lo stallo che c’è da 73 giorni al Congresso sui fondi per il dipartimento della Sicurezza interna: uno scontro iniziato dal partito democratico in risposta alle violenze a Minneapolis degli agenti anti-immigrazione (che dipendono da quel dipartimento). 

Dopo aver elogiato i giornalisti e la libertà di espressione sabato sera, Trump si è infuriato domenica con la presentatrice del programma 60 minutes di Cbs News, che aveva letto un passaggio del “manifesto” dell’attentatore in cui il presidente viene accusato di essere uno stupratore e un pedofilo. “Mi aspettavo che lo avresti letto, siete persone orribili… Hai letto quella spazzatura scritta da un individuo malato? Dovresti vergognarti… io non sono nessuna di quelle cose”. Nell’intervista il presidente ha ribadito che sabato sera all’hotel Washington Hilton, “c’era un cameratismo eccezionale, un intero Paese unito, e questo mi ha molto colpito”. Ha però dichiarato che “i discorsi pieni di odio dei democratici.. sono molto pericolosi per il Paese”. 

Melania Trump intanto si è scagliata ieri contro Jimmy Kimmel, che nel suo show satirico girato due giorni prima dell’attentato aveva definito la first lady una “vedova in attesa”. “Le parole piene di odio e di violenza di Kimmel puntano a dividere il nostro paese – ha scritto Melania su X -. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comico, le sue parole sono corrosive e intensificano la malattia politica in America. Gente come Kimmel non dovrebbe avere l’opportunità di entrare nelle nostre case ogni sera per diffondere odio. E’ un codardo che si nasconde dietro Abc perché sa che il network lo proteggerà. Basta. E tempo che Abc prenda posizione”. Anche Trump, pur impegnato in incontri sull’Iran al mattino e con Re Carlo al pomeriggio, ha trovato il tempo per scrivere su Truth: “Disney e Abc licenzino Kimmel”. E la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che aveva già annunciato il congedo di maternità, è tornata eccezionalmente nella briefing room ieri, per denunciare quello che ha definito “un culto di sinistra dell’odio”. Ha menzionato Kimmel (“Chi con la testa a posto direbbe che una moglie possa essere raggiante per la morte del suo amato marito?”) e “l’intero partito democratico il cui appello agli elettori consiste nel dire che Donald Trump pone una minaccia esistenziale alla democrazia, che è un fascista ed è Hitler”. Ha affermato: “Nessun presidente in anni recenti si è trovato di fronte a più proiettili e più violenza di Trump e questo viene da una demonizzazione sistematica del presidente e dei suoi sostenitori da parte di commentatori, politici eletti del partito democratico e alcuni media…Queste bugie diffamanti spingono gente folle a fare cose folli, ispirano a commettere violenza”.

Todd Blanche, il ministro della Giustizia, dopo l’incriminazione di Cole Allen per tentato omicidio del presidente, ha detto ieri che “le forze dell’ordine non hanno fallito” perché c’erano “centinaia di agenti dei servizi segreti” tra l’attentatore e il presidente; invece ha affermato anche lui che “la retorica deve cambiare” e che tra gli stessi giornalisti nella sua conferenza stampa c’erano individui “colpevoli quanto le persone su X”, d’essere stati “eccessivamente critici e aver detto cose orribili senza prove” su Trump.  

Diversi politici democratici nei giorni scorsi hanno condannato la violenza politica: hanno espresso gratitudine ai servizi segreti e respinto i tentativi dei repubblicani di dare loro la colpa, dicendosi pronti ad approvare una legge che darebbe il via libera alla maggior parte dei fondi per il dipartimento della Sicurezza interna eccetto quelli per gli agenti anti-immigrazione. 

Dalla lotta armata alla resistenza civile: cosa ci lascia il 25 aprile

di Giada Piras, appassionata e studiosa della Resistenza

Il 25 aprile non è una data come tante altre nel calendario. Ricorda il momento in cui la Resistenza italiana ha raggiunto il suo obiettivo, contribuendo in modo decisivo alla fine della guerra e alla nascita di un nuovo Paese. Questa data dovrebbe spingerci a riflettere: ridurre questa ricorrenza a una semplice celebrazione del passato significa perderne il vero significato?
La data del 25 aprile è come una lente attraverso cui guardare come il concetto stesso di “resistenza” sia rimasto nel tempo, anch’esso trasformandosi e adeguandosi allo scenario. Tra il 1943 e il 1945, la Resistenza fu una lotta concreta, spesso armata, contro il nazifascismo. Non la consideriamo come un movimento associabile ad un determinato credo politico, al suo interno convivevano diverse sfaccettature: dai comunisti ai cattolici e liberali, tutte unite da un unico obiettivo: la liberazione del Paese dall’oppressore nazifascista.
Prendiamo come esempio figure come quelle di Sandro Pertini o Tina Anselmi, che ricordano come la Resistenza non sia stata soltanto un episodio circoscritto e fine a sé stesso, ma anche una scelta personale, etica, a volte con risvolti drammatici. Resistere a vent’anni, chiedersi da che parte stare in un’epoca in cui si è conosciuto solo il fascismo, significava solo una parola: rischiare. Chi ad oggi riuscirebbe a scegliere? Chi riuscirebbe a imbracciare un’arma per assumersi una simile responsabilità davanti alla storia? Questo era l’obiettivo di quei ventenni: combattere per far sì che i loro figli, i loro nipoti, non si fossero dovuti davanti alla stessa domanda. Con la fine della guerra, quella esperienza non si esaurì, ma si trasformò. I valori della Resistenza confluirono nella nascita della Repubblica e sfociarono nella Costituzione italiana. Libertà, uguaglianza, rifiuto dell’autoritarismo, rifiuto verso la guerra ed ogni tipo di ostilità: principi che non nacquero senza fondamenta solide, bensì da una guerra, da un conflitto accompagnato dal sacrificio. In questo passaggio, la Resistenza cessò di essere azione per diventare fondamento. Non più solo un insieme di pratiche, ma un patrimonio condiviso, un riferimento etico e politico per il nuovo Stato democratico.
Negli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, il termine “resistenza” iniziò a essere reinterpretato. I movimenti studenteschi e operai, le battaglie per i diritti civili, si richiamarono spesso a quell’eredità per legittimare nuove forme di opposizione. Quando la protesta si radicalizzò e, in alcuni casi, degenerò nella violenza politica, emerse una domanda cruciale: dove finisce la resistenza e dove inizia l’abuso di questa parola? A che punto la parola stessa diventa capro espiatorio per una qualsivoglia forma di violenza? Con il passare dei decenni e la scomparsa dei protagonisti diretti, il 25 aprile ha conosciuto una nuova fase: la distanza storica. Ciò che ha trasformato la Resistenza in memoria, ha rischiato di farla diventare come un rituale: celebrazioni, discorsi istituzionali, simboli ripetuti ogni anno… Il pericolo infatti, in questo caso, non è dimenticare, ma ricordare in modo automatico, senza interrogarsi davvero su ciò che si celebra. È proprio in questa distanza che si apre uno spazio nuovo. Oggi “resistere” non significa più imbracciare le armi, ma difendere e praticare i valori che sono nati da quegli anni, da quelle vite distrutte dall’orrore della guerra.
Resistenza significa vigilare sulla democrazia, affinché nessuno distrugga ciò per cui è stato versato il sangue degli innocenti che si sono ritrovati a combattere, talvolta non per loro volere, ma per poter sopravvivere.
Resistenza significa opporsi alla disinformazione, difendere i diritti quando vengono messi in discussione. Significa, soprattutto, partecipare e non voltarsi dall’altra parte, educare le nuove generazioni, sensibilizzarle e renderle quanto più consce di ciò che accade loro intorno.
Allo stesso modo, è importante evitare un uso inflazionato del termine. Non ogni forma di dissenso è “resistenza”, così come non ogni conflitto può essere paragonato a quello vissuto tra il 1943 e il 1945.

Insomma: se tutto è resistenza, nulla lo è davvero.

Il 25 aprile, allora, non è soltanto una celebrazione del passato, ma una domanda rivolta al presente. Che cosa significa oggi essere fedeli a quell’eredità? Non si tratta di replicare il passato, ma di tradurne i principi in pratiche nuove. Resistere, oggi, non è un atto straordinario riservato a pochi, ma una responsabilità diffusa. È nella partecipazione quotidiana, nella difesa dei diritti, nella cura della vita democratica che l’eredità del 25 aprile continua a vivere. Non come memoria immobile, ma come processo in evoluzione.
Contro ogni forma di oppressione, ricordiamoci di quei ragazzi che tanto hanno combattuto e di come ogni conquista, anche se piccola, vada protetta e portata avanti.

A noi spetta questo grande compito: diffidiamo da chi usa la democrazia quando gli comoda, diffidiamo da chi non crede nel 25 aprile e vuole sminuire il sacrificio di chi, in un modo o nell’altro, continua a portare avanti il credo della Resistenza, contro ogni benda, contro ogni barriera e contro ogni oppressione: Buona festa della liberazione.

Donald Trump, quando il falso diventa plausibile

Dalla figura messianica al supereroe passando per il Papa, il nuovo post di SemiotiGram su Instagram indaga il potere delle immagini generate con l’Intelligenza Artificiale (AI) e il loro impatto sulla percezione del reale

Roma, 20 aprile 2026 —  Con l’Intelligenza Artificiale, la rappresentazione non è più soltanto un modo di raccontare la realtà. Diventa uno strumento per costruirla. È questo il punto di partenza del nuovo contenuto pubblicato da SemiotiGram, che analizza il caso Donald Trump come esempio emblematico di una trasformazione più ampia nel sistema dei media. Non si tratta di semplici immagini virali o provocazioni visive. Secondo l’analisi proposta, siamo di fronte a una strategia narrativa precisa: utilizzare immagini generate con l’AI per condensare significati complessi in forme immediate, emotive e condivisibili.   DALLA REALTÀ ALLA SIMULAZIONE: IL POTERE DELLE IMMAGINI Nel flusso visivo contemporaneo, chiunque può diventare qualsiasi cosa. Trump viene rappresentato come figura salvifica, guerriero, leader religioso o icona simbolica. Non importa che queste immagini siano false. Importa che funzionino. L’immagine non dimostra: mostra. E nel mostrare, produce senso. È qui che si verifica uno slittamento decisivo: dalla verifica alla percezione, dal fatto alla sua rappresentazione. La credibilità non deriva più dalla corrispondenza con la realtà, ma dalla coerenza visiva del racconto.  

FAKE NEWS VISIVE: QUANDO IL FALSO DIVENTA PLAUSIBILE

Il post analizza non solo le immagini palesemente costruite ma anche altri casi emblematici come quello delle foto in cui Trump “salva” animali, rafforzando una narrazione —già smentita— secondo cui gli immigrati mangerebbero cani e gatti e del video (falso) che mostra Barack Obama arrestato e condotto in carcere. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: contenuti visivi che simulano la realtà con tale efficacia da renderla plausibile, anche quando i fatti non sono mai avvenuti. La loro forza risiede nella capacità di imitare perfettamente l’estetica del reale.   L’IMMAGINE SOSTITUISCE IL FATTO Il risultato è un cambiamento strutturale nel modo in cui si costruisce il senso. Non è più necessario dimostrare qualcosa: basta mostrarlo. Arresti che non esistono, scenari mai accaduti, narrazioni costruite visivamente: l’effetto è credibilità. Ma è una credibilità senza verifica. Il caso analizzato apre una questione che va oltre il dibattito politico o tecnologico. È una questione semiotica. Se tutto può essere rappresentato, se ogni scenario può essere visualizzato con coerenza e realismo, allora il problema non è più distinguere tra vero e falso. Il problema è comprendere come il senso viene costruito. «Non siamo più davanti a una distorsione dell’informazione, ma a una sua riconfigurazione» emerge dall’analisi. L’immagine non interpreta la realtà: la sostituisce» commentano i realizzatori del nuovo post sul profilo Instagram di SemiotiGram, diretto dalla semiologa Bianca Terracciano, che propone contenuti divulgativi che applicano gli strumenti della semiotica all’analisi di arte, moda, musica, meme, cibo, crime, viaggi e cultura digitale, offrendo una lettura critica dei linguaggi mediali e delle narrazioni contemporanee. Il contenuto fa parte del progetto “SemiotiGram”, laboratorio digitale nato nell’ambito del corso di Semiotica dei media presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma. Attraverso un linguaggio visivo e accessibile, il progetto traduce i concetti teorici della semiotica in strumenti di lettura critica dei fenomeni contemporanei: dalla politica ai social media, dalle fake news alle culture digitali. Perché oggi, più che chiedersi se qualcosa sia vero, diventa necessario chiedersi perché appare vero.  
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