Cala Finanza, il valore di quello che è successo

di Michele Zuddas

Condividiamo l‘ analisi dell’avvocato Michele Zuddas, pubblicata da Change.org, dopo il successo della petizione – che ‘La Riflessione ha appoggiato- contro il progetto di installazione di un «glamour camping» a Loiri, in Gallura, presentato dalla società Tavolara Bay, controllata dal gruppo immobiliare brasiliano Jsfh.

3 lug 2026

La bandiera dei Quattro Mori sventola su Cala Finanza. Non è soltanto un simbolo: è il segno di una vittoria della nostra comunità, della difesa del territorio e dell’identità della Sardegna.  Abbiamo impedito che scelte politiche, locali e nazionali, mettessero a rischio uno dei luoghi più preziosi della nostra terra, compromettendone il valore naturale, storico e identitario.

Quella di Cala Finanza non è stata una battaglia qualsiasi. È la dimostrazione che, quando una comunità si unisce con determinazione, competenza e amore per la propria terra, può cambiare il corso degli eventi.

Oggi possiamo essere orgogliosi del risultato raggiunto. Ma non possiamo abbassare la guardia. La tutela della Sardegna, del suo paesaggio, della sua storia e della sua identità richiederà ancora impegno, coraggio e partecipazione.

Cala Finanza ci ha insegnato una cosa: la nostra terra si difende. Sempre

OLTRE IL FATTO: CALA FINANZA E LA VITTORIA DI UN POPOLO CONTRO IL COLONIALISMO AMMINISTRATIVO
La vicenda di Cala Finanza, se raccontata soltanto attraverso la cronaca, finisce inevitabilmente per essere comprese a metà. Limitarsi a registrare il ritiro dell’autorizzazione unica da parte del Governo significherebbe fermarsi all’ultimo fotogramma di una storia assai più complessa, quasi che quel provvedimento fosse nato da un improvviso ripensamento istituzionale o da una tardiva presa di coscienza ambientale. Nulla di tutto questo. Le istituzioni, nella quasi totalità dei casi, non arretrano perché mutano convinzioni; arretrano quando il costo politico del perseverare diventa superiore al beneficio che speravano di ottenere. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Cala Finanza. Non è stato il potere a correggere spontaneamente se stesso; è stato un popolo organizzato, determinato e capace di leggere i meccanismi del potere a costringerlo a fare un passo indietro.
Questa precisazione non è una questione di orgoglio, ma di verità politica. Il rischio che oggi si corre è quello di assistere all’ennesima operazione di riscrittura della realtà, nella quale gli stessi soggetti istituzionali che avevano consentito al procedimento di svilupparsi tentano ora di accreditarsi come protagonisti della sua conclusione. È una dinamica quasi fisiologica: quando un progetto suscita consenso, molti ne rivendicano la paternità; quando invece incontra la resistenza di una comunità e diventa politicamente insostenibile, nessuno sembra ricordare di averne accompagnato il cammino. Eppure il diritto, a differenza della politica, conserva memoria. Gli atti amministrativi rimangono. Le deliberazioni rimangono. Le sequenze procedimentali rimangono. Ed è proprio leggendo quella sequenza che emerge il dato forse più importante dell’intera vicenda.
L’autorizzazione unica governativa non è stata un fulmine caduto su un territorio inerme. Essa si è inserita dentro un percorso amministrativo reso possibile da scelte precedenti, tra le quali assume un rilievo decisivo la deliberazione del Comune di Loiri Porto San Paolo. È inutile girare attorno a questo dato. Senza quel presupposto amministrativo il procedimento non avrebbe potuto svilupparsi nelle forme che abbiamo conosciuto. Il successivo ritiro della deliberazione comunale, che ha inevitabilmente inciso sulla tenuta complessiva dell’autorizzazione unica, dimostra proprio quanto quella scelta iniziale fosse centrale nell’economia dell’intero procedimento. Per questo motivo sarebbe una rappresentazione profondamente fuorviante sostenere che da una parte vi fosse un Comune impegnato a difendere il territorio e dall’altra uno Stato intenzionato a sacrificarlo. Gli atti raccontano qualcosa di diverso. Raccontano una convergenza funzionale, forse non necessariamente frutto di un disegno unitario, ma certamente capace di produrre un identico risultato.
Cala Finanza smette di essere una vicenda locale e diventa una straordinaria lezione sul funzionamento del potere contemporaneo. Per troppo tempo abbiamo immaginato il colonialismo come un fenomeno riconducibile esclusivamente all’imposizione esterna, al comando esercitato da un centro politico su una periferia privata della propria autonomia. Ma il colonialismo del XXI secolo è molto più sofisticato. Esso non ha più bisogno di imporre continuamente la propria volontà contro quella dei territori; preferisce costruire condizioni affinché siano gli stessi livelli istituzionali periferici a rendere praticabili decisioni che altrove sono state pensate.

 È un meccanismo infinitamente più efficace, perché dissolve le responsabilità, distribuisce il potere lungo una catena amministrativa apparentemente neutrale e consente a ciascun soggetto coinvolto di sostenere, al momento opportuno, di avere semplicemente svolto il proprio ruolo.

È in questa apparente neutralità che si consuma la forma più insidiosa della subordinazione politica. Le istituzioni locali finiscono progressivamente per interiorizzare una determinata idea di sviluppo, fino a considerarla naturale, inevitabile, persino desiderabile. Così il linguaggio dell’investitore diventa il linguaggio dell’amministratore, il lessico della rendita sostituisce quello della pianificazione, la valorizzazione economica prende lentamente il posto della tutela del territorio e la funzione politica dell’ente locale si trasforma, quasi senza che nessuno se ne accorga, in quella di facilitatore di interessi che trovano altrove il proprio centro decisionale. Non occorrono pressioni esplicite né imposizioni plateali. Basta che tutti condividano lo stesso paradigma culturale. È questo il tratto più moderno del colonialismo amministrativo: esso non conquista soltanto i territori, ma prima ancora conquista il modo in cui le classi dirigenti imparano a guardare quei territori.

Per questa ragione sarebbe riduttivo limitare la critica al Governo. Certamente il Governo porta una responsabilità evidente nell’adozione dell’autorizzazione unica, ma sarebbe un grave errore politico fermarsi lì, perché significherebbe assolvere proprio quel livello istituzionale che ha reso concretamente possibile il procedimento. Le istituzioni locali non sono state semplici spettatrici di un potere esercitato dall’alto; hanno svolto una funzione essenziale nella costruzione della cornice amministrativa entro cui quel potere ha potuto manifestarsi. Dire questo non significa alimentare polemiche sterili, ma riaffermare un principio fondamentale di ogni democrazia matura: chi esercita funzioni pubbliche deve assumersi la responsabilità politica degli effetti prodotti dai propri atti. Diversamente, l’autonomia locale si ridurrebbe a un privilegio quando si tratta di rivendicare competenze e a un comodo rifugio quando invece occorre rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.

La straordinaria forza della mobilitazione popolare è consistita proprio nell’avere intuito questa duplice natura del problema. Se il conflitto fosse stato indirizzato esclusivamente contro Roma, probabilmente avrebbe prodotto una protesta simbolica destinata a esaurirsi nel tempo. Se, al contrario, si fosse limitato a contestare il Comune, avrebbe ignorato il livello decisionale nazionale che rendeva concretamente possibile il progetto.

La mobilitazione, invece, ha colpito simultaneamente entrambi i livelli istituzionali, comprendendo che il procedimento era il risultato di una concatenazione di atti e che interrompere quella concatenazione significava rendere instabile l’intera costruzione giuridica. È stata una scelta di straordinaria maturità politica, perché ha dimostrato come una comunità possa leggere le dinamiche del potere con maggiore lucidità di molte classi dirigenti.


Questa è forse la lezione più importante di Cala Finanza. La politica, troppo spesso, ha continuato a considerare i cittadini come destinatari di decisioni già prese, da informare a procedimento concluso o, nel migliore dei casi, da consultare quando ogni margine di reale incidenza era ormai svanito. A Cala Finanza è accaduto l’opposto. La comunità ha smesso di essere oggetto del procedimento ed è diventata soggetto della decisione politica.

È questa trasformazione ad avere modificato gli equilibri. Quando un popolo comprende che il diritto amministrativo non è una materia riservata agli specialisti ma uno degli strumenti attraverso i quali si decide il destino di un territorio, allora il procedimento cessa di essere un fascicolo custodito negli uffici e diventa terreno di partecipazione democratica.
Vi è poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato, perché racconta qualcosa di profondamente incoraggiante sulla maturazione civile della società sarda. Ogni grande movimento popolare attraversa inevitabilmente tensioni interne, differenze di impostazione, errori di valutazione. Anche la mobilitazione di Cala Finanza non ne è stata immune. Si è assistito al tentativo, politicamente poco lungimirante, di diffidare i partiti dal partecipare alla manifestazione, quasi che la presenza di soggetti politici potesse contaminare la purezza della protesta. Si è perfino evocato il rischio che la mobilitazione degenerasse in episodi di violenza, spostando il centro del discorso dalla violenza esercitata sul territorio alla presunta pericolosità di chi quel territorio intendeva difenderlo. Sono stati errori, gravi. 
Eppure la parte più bella di questa vicenda consiste proprio nel fatto che il popolo sardo ha saputo andare oltre quelle ingenuità. Ha dimostrato una maturità politica superiore alle divisioni che rischiavano di attraversarlo, comprendendo che una battaglia di tale portata non appartiene a una sigla, a un’associazione, a un comitato o a una particolare appartenenza ideologica. Appartiene alla comunità che decide di difendere il proprio territorio. Le lotte popolari non crescono restringendo il campo della partecipazione, ma ampliandolo. Non vincono selezionando chi può stare in piazza, ma costruendo una coscienza collettiva capace di unire culture politiche differenti attorno a un principio comune. Ed è precisamente questo che è accaduto. La Sardegna, ancora una volta, si è dimostrata politicamente più avanzata di una parte di coloro che pretendevano di interpretarne la volontà.

Forse è proprio questo il motivo per cui Cala Finanza lascia un’eredità che va ben oltre il destino di un singolo progetto. Essa ci ricorda che nessuna procedura amministrativa è davvero neutrale quando riguarda il rapporto fra una comunità e la propria terra; che nessuna autonomia speciale conserva significato se gli enti chiamati a esercitarla finiscono per assumere come inevitabili le logiche di sviluppo elaborate altrove; che nessun popolo può considerarsi realmente libero se delega integralmente ad altri il compito di vigilare sul proprio territorio.

La difesa della Sardegna non passa soltanto attraverso i tribunali, le norme urbanistiche o le autorizzazioni amministrative, passa anzitutto attraverso una coscienza politica collettiva capace di riconoscere che il paesaggio non è una merce, che il territorio non è una piattaforma finanziaria e che l’autonomia non consiste nell’amministrare decisioni prese da altri, ma nel possedere il coraggio di impedirle quando risultano incompatibili con l’interesse della comunità.


Per questo Cala Finanza non rappresenta semplicemente il ritiro di un’autorizzazione unica, rappresenta la dimostrazione che anche il più sofisticato meccanismo di potere, quando incontra una comunità consapevole, organizzata e culturalmente preparata, può essere incrinato. E forse è proprio questa la ragione per cui tale vittoria assume un valore che supera i confini di quella splendida insenatura gallurese.

Essa restituisce ai sardi una consapevolezza che troppo spesso è stata loro negata: quella di non essere semplici spettatori delle trasformazioni della propria terra, ma i legittimi protagonisti del suo destino. Quando questa consapevolezza si radica nella coscienza di un popolo, nessuna autorizzazione amministrativa, per quanto formalmente impeccabile, può considerarsi davvero al sicuro

Avvocato Michele Zuddas

Grazie ancora a tutte le sostenitrici e sostenitori. 

Duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Usa: il messaggio del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente degli Stati
Uniti d’America, Donald J. Trump, il seguente messaggio:
«Quest’anno la festa del 4 luglio acquisisce un significato eccezionale per gli Stati
Uniti d’America, ricorrendo il duecentocinquantesimo anniversario
dell’indipendenza. Desidero pertanto rivolgere all’amico popolo statunitense le più
vive felicitazioni della Repubblica Italiana e mie personali.
L’odierna celebrazione appartiene alla storia degli Stati Uniti ma è divenuta nel
tempo patrimonio condiviso di quanti si riconoscono nei princìpi di libertà,
rappresentanza democratica e tutela universale dei diritti di ogni uomo, anche nel
ricercare una vita dignitosa e felice. Muovendo da questi ideali fondativi la
Dichiarazione di Indipendenza del 1776 ha ispirato il percorso politico e civile degli
Stati Uniti, come di molti altri popoli in ogni continente. Tali nobili sollecitazioni
sono state e restano, inoltre, punto di riferimento di una visione delle relazioni tra gli
Stati modellata sul diritto, sulla cooperazione e sul sostegno alle istituzioni
internazionali sorte nella ripulsa delle tragedie del secolo scorso.
In un frangente storico segnato da sfide senza precedenti per l’umanità, è essenziale
che Washington e Roma, anche nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e attraverso la
partecipazione alle Nazioni Unite e agli altri consessi multilaterali, continuino a
lavorare insieme a favore di pace, sicurezza e prosperità per i rispettivi popoli e per il
mondo intero.
Con tali sentimenti, signor Presidente, rinnovo i miei migliori auguri a tutti i cittadini
degli Stati Uniti d’America per questo storico anniversario».

Roma, 4 luglio 2026

La Costa Smeralda, quel sogno di lusso che schiaccia la vita vera

di Daniele Madau

Gaia Costa, la ragazza investita sulle strisce pedonali a Porto Cervo
Un particolare di Villa Certosa
Bachisio Bandinu

La scorsa settimana, il cui inizio giungeva proprio dopo il solstizio d’estate-che segna l’avvio della stagione del riposo, della festa, dell’evasione e di ciò che li sublima, il turismo- ha visto la Costa Smeralda, sogno turistico per eccellenza, ritornare prepotentemente nella cronaca socioculturale, per motivi diversi. Innanzitutto è giunta la conferma della vendita di Villa Certosa, sita a Porto Rotondo, il santuario del berlusconismo più estremo, che il 25 giugno è stata venduta allo sceicco del Quatar Hamad bin Jassim Al Thani per 350 milioni di euro. Tra i tanti primati di questo unicuum edilizio vi è quello di superare in estensione la Città del Vaticano. Il 23 giugno la manager tedesca, moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr, ha patteggiato nel tribunale di Tempio Pausania un anno di reclusione- con sospensione della pena- e due anni di ritiro della patente di guida.
  La donna era accusata di omicidio stradale: la mattina dell’8 luglio del 2025 si trovava alla guida del suo suv Bmw, nel centro di Porto Cervo, quando ha investito e ucciso Gaia Costa, 24enne di Tempio Pausania che stava attraversando sulle strisce pedonali.
 Stando alle indagini, l’incidente sarebbe riconducibile ad una distrazione della manager che si trovava alla guida della potente auto. Gaia Costa stava andando a lavoro: faceva la babysitter.

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno, infine, è morto Bachisio Bandinu, lo svelatore della dinamica di violento potere- illuminato o perverso che lo si ritenga, è sempre potere- che si è celato dietro la favola della Costa Smeralda.

La società sarda ancora deve fare i conti fino in fondo con quel corpo estraneo di bellezza innaturale che è la Costa Smeralda, ma questi tre eventi, così eterogenei e distanti nel valore e nella profondità di significato di ognuno, o almeno tra il primo e gli altri due, si sono prepotentemente e contemporaneamente riproposti in maniera tale da diventare simbolici.

Troppo ampia è la discussione sui benefici e sui costi che l’avventura di Karim Aga Khan ha procurato alla Sardegna e, come sempre, forse la verità sta nel mezzo, che ripudia ogni estremismo; il quale, in questo caso, da un punto di vista, può significare ogni nazionalismo o indipendentismo sardo o assolutismo naturalistico estremi mentre, dall’altro, una ingenua e subalterna fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del turismo d’elite. La simbolicità di Villa Certosa, però, credo vada oltre questa legittima e sana discussione: in realtà, in quanto simbolo, va oltre la percezione del reale di tutti noi, della gente comune. E’ il simbolo del potere distante e inacessibile- mentre racconta di essere tutore del popolo- che sia quello di Musk, di Putin, di Bezos, di Nicola II Romanov, Gheddafi o Trump. Occultato dalle bellezze violate della Gallura, per una privacy spacciata per segreto di Stato, raccoglie al suo interno bellezze tanto estreme da essere kitsch, così da ripudiare tutto ciò che è vita vera, quella che si sporca, che si contamina, che cammina instabile nella nostra esistenza. In un gesto di rimozione del padre-patriarca, è stata una delle prime cose di cui la famiglia berlusconi si è liberata. All’opposto ci sono i sandali di Mujca, le porte aperte del Quirinale per le visite guidate di ogni cittadino, la lotta di Angelo Vassallo, Monti di Mola e l’Agnata indifesa dai sequestratori di De André. Soprattutto, all’opposto, ci sono i colori scuri della pelle e degli occhi, sugli abiti blu della tradizione, di Gaia Costa: una meraviglia. Un fiore reciso, come da storia simbolica, da destino quasi ineluttabile, della sua terra: la Gallura e la Sardegna tutta. Stava andando a lavoro, da baby sitter: il lavoro della cura, il lavoro giovanile per eccellenza, forse, quasi sicuramente, in una famiglia d’elite di Porto Cervo. Un moderno essere a servizio, come sino a metà del secolo scorso era destino di ogni ragazza della classe sociale più bassa. E’ stata travolta, per disattenzione, il gesto opposto alla cura, quello della superficialità che svilisce chi incontra, dal suv della moglie dell’amministratore delegato di Lufthansa, Vivian Spohr. Non si vuole imputare all’autrice di questo drammatico evento la colpa di essere benestante o ricca, non si possono mettere in atto questo tipo di discriminazioni, sarebbe un errore grave e non perdonabile. Però quanto è successo è drammaticamente, in maniera struggente, simbolico: nella sproporzione tra il suv e il corpo di una giovane ragazza, tra la distrazione e la cura, tra il lavoro umile a cui hanno abituato i nostri ragazzi e il colosso Lufthansa che abita la Costa Smeralda, tra la vita reale e il sogno del lusso. Mi fermo alla simbolicità tragica, sforzandomi di non giudicare la persona, che avrà sofferto nel realizzare quanto compiuto. Aspetto solo di conoscere meglio il perché di una pena così leggere da essere sospesa, a fronte di una giovane vita persa, senza, anche qui, lasciarmi andare a troppo facili invettive contro il sistema giudiziario.

In questa vita schiacciata c’è come quel trionfo della morte che soggiace a ogni potere, economico o politico, che non serve la vita, soprattutto la giovane vita, ricca di colori e di sentimenti non ancora disillusi, di una ragazza, e che arriva a erigere una fortezza inacessibile di lusso, lasciando quella vita fuori.

Questo meccanismo lo aveva studiato Bachisio Bandinu, l’autore, oltre che di ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’, di ‘Lettera a un giovane sardo’, indirizzato alla nuove generazioni, per coltivarne i colori e i sentimenti.

I 250 anni degli Stati Uniti visti dall’Europa. Prevale il pragmatismo

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

La festa per il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti organizzata dall’Ambasciata Usa al Parco del Cinquantenario a Bruxelles domenica 28 giugno (Epa)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto mercoledì scorso a Washington le celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che raggiungeranno il culmine il 4 luglio. A Bruxelles al Parco del Cinquantenario, a pochi passi dalla Commissione e dal Parlamento europeo, si è tenuta una festa che l’Ambasciata degli Stati Uniti in Belgio ha descritto come la più grande celebrazione dell’Indipendenza americana fuori dagli Usa con oltre 5 mila ospiti.

Mai come in questo momento le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono in crisi. Certo, non siamo all’alta tensione che si è registrata a gennaio quando il presidente Donald Trump manifestò l’intenzione di prendersi in un modo o nell’altro la Groenlandia, territorio autonomo che fa parte della Danimarca. Ma non ha aiutato l’«amicizia» tra le due sponde dell’Atlantico nemmeno la recente minaccia di imporre dazi del 100% su tutte le merci importate da qualsiasi Paese europeo che introduca una tassa sui servizi digitali applicata alle aziende Usa, il giorno dopo che l’Ue aveva approvato in via definitiva l’accordo scozzese del luglio scorso con il quale Washington impone tariffe del 15% alle merci «made in Ue» esportate negli Stati Uniti (un accordo totalmente squilibrato a vantaggio degli americani). Senza contare gli scontri personali del presidente Trump, l’ultimo in ordine di tempo con la premier Giorgia Meloni.

Le celebrazioni negli Stati Uniti come all’estero avrebbero potuto rappresentare un momento di riconciliazione attorno ai valori condivisi dei Padri Fondatori e invece Trump ha scelto di politicizzare questa serie di eventi, continuando sulla strada della polarizzazione. Gli europei non si fanno illusioni e partecipano alle celebrazioni più per opportunità e pragmatismo che per convinzione. L’immagine di Trump in Europa si è deteriorata e tra i leader conservatori e populisti che gli sono idealmente più vicini è cominciata una presa di distanze in vista della tornata elettorale del 2027 in Francia, Italia, Polonia e Spagna, oltre che in regioni importanti della Germania.

Secondo un sondaggio di Politico condotto da Public First a giugno, solo il 31% degli elettori dell’AfD e il 36% degli elettori del Rassemblement National concordavano sul fatto che gli Stati Uniti siano «un alleato affidabile». Non è un caso se nei mesi scorsi l’AfD abbia invitato i propri funzionari a ridurre i viaggi negli Stati Uniti mentre il leader dell’estrema destra francese Jordan Bardella ha respinto con fermezza l’appoggio di Trump e ha definito il comportamento del presidente americano «irrazionale». Per ora gli è rimasto fedele il partito populista di estrema destra polacco Diritto e Giustizia (Pis).

Per decenni il rapporto tra Ue e Usa è sembrato quasi naturale. Gli Stati Uniti erano insieme potenza militare, riferimento politico e orizzonte culturale, in alcuni Paesi europei con più forza che in altri. Ma sostanzialmente l’Europa occidentale si costruiva sotto l’ombrello americano e la narrativa indicava Washington come liberatrice, garante e partner. Ora il tono è cambiato.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, pur cercando in tutti i modi di non dispiacere gli Stati Uniti, non si stanca di ripetere che il mondo come lo conoscevamo non c’è più e che non si deve indulgere nella nostalgia. L’Unione europea deve diventare adulta ovvero autonoma. Ma le sensibilità tra gli Stati membri sono diverse a causa della storia e della geografia. Per i governi dell’Est europeo — soprattutto quelli che vedono nella Russia una minaccia esistenziale — gli Stati Uniti restano il pilastro insostituibile della sicurezza continentale. In questa lettura, il legame transatlantico non è nostalgia: è realismo.

Più sfumata è la posizione della Francia e, in parte, della Germania che sta ancora elaborando il lutto della perdita degli Stati Uniti. Da un lato vi è il riconoscimento di un’esperienza politica — gli Stati Uniti sono la più longeva democrazia costituzionale moderna — che ha plasmato il mondo occidentale, dall’altro vi è la consapevolezza che l’Europa debba ridurre la propria dipendenza strategica dagli Usa, soprattutto in difesa, tecnologia ed energia.

È il linguaggio — ormai familiare a Bruxelles — dell’«autonomia strategica» teorizzata per la prima volta da Emmanuel Macron durante il vertice Ue a Versailles nel 2022, quando alla Casa Bianca non c’era ancora Trump: non antiamericanismo, ma tentativo di prepararsi a un futuro in cui Washington potrebbe essere meno prevedibile, meno presente o semplicemente più concentrata su Asia e politica interna.
Anche sul piano simbolico il rapporto si è fatto più complesso. Per generazioni di europei gli Stati Uniti hanno incarnato l’idea di modernità: innovazione, mobilità sociale, fiducia nel futuro. Oggi molti osservatori europei guardano invece con sorpresa alla polarizzazione politica americana, alle tensioni istituzionali, alle guerre culturali e al ritorno di un linguaggio identitario che un tempo si associava soprattutto all’Europa.

Nonostante tutte le contraddizioni, il giudizio europeo sugli Stati Uniti resta sorprendentemente stabile: c’è meno entusiasmo rispetto al passato, meno deferenza, ma resta la consapevolezza che al momento non ci sia alcuna alternativa credibile all’alleanza transatlantica. 

Parlare con Dio nella propria lingua: ricordo di Bachisio Bandinu

di Daniele Madau

Scorcio di Orgosolo. Bachisio Bandinu ossserva il murale di Serafino Spiggia. Foto dell’autore

Ora, finalmente, a fianco a Dio, potrà parlargli nella sua lingua amata e madre, il sardo barbaricino, per cui aveva lottato per tanti anni, con forza, intelligenza, sapienza, umiltà e sottile ironia: come era lui.

Ormai da più di un giorno Bachisio Bandinu ci ha lasciato ma, come un buon padre, si è premunito di affidarci una grande, insestimabile, eredità: il suo pensiero, i suoi passi, la sua fatica, spesi per la Sardegna, affinché potesse finalmente essere autocosciente e libera, capace del proprio futuro.

Ho aspettato un giorno prima di scrivere, perché volevo che il ricordo di lui si chiarisse dentro di me, perché sarebbe stato uno spreco scrivere di getto, perché volevo far risuonare, prima, le sue parole.

E, dopo aver fatto questo, non si sa da dove partire, tanta è quell’eredità e tanta è stata la sua persona.

E’ giusto iniziare dalle caratteristiche più belle del suo essere, quelle che brillano di più in chi le possiede: l’umilità e l’accoglienza. Propria dei grandi, dei credenti con una fede matura, dei maestri. L’ho toccata con mano quando mi ha accolto due giorni in casa sua, per parlare e viaggiare – come in una vita utopistica e sognata- di Sardegna e attraverso la Sardegna. E’ stato un privilegio, e non lo dimenticherò.

E proprio standogli vicino, ho capito qual è il titolo con cui vuole essere ricordato, mentre tutti, in questi giorni, lo chiamano antropologo, intellettuale, giornalista, scrittore. Lui voleva essere chiamato professore, a ricordo del suo essere maestro e guida, istancabile mediatore tra tradizione, ma sempre viva, e future generazioni, interlocutori privilegiati. Incarnava tutto ciò che è tramite, passaggio, ponte. Ma anche prisma che riceve la luce e la propaga in ogni direzione, foce che accoglie l’acqua e la dirama. Questo voleva essere ed è stato, accogliere l’immenso patrimonio e mondo della sardità tutta-quella bella e degna- nel suo animo e trasmetterla, perché rivivesse. Ecco perché è stato padre, perché aveva innato il senso della generazione e della propagazione intellettuale, degno delle anime grandi.

Nell’ultimo periodo aveva grosse difficoltà alla vista, come capitato a Keplero, Galilei e Omero. E di Omero aveva il tratto sapienziale e la bellezza delle parole: ogni suo saggio-o anche romanzo- era di una levigatezza e di una sonorità uniche; credo che negli studi che, per forza, si apriranno ora sul suo pensiero, questa sia una delle strade più ricche di sorprese: l’analisi del suo lessico e della sua prosa.

Vorrei proseguire con la sua simpatia, tratto raro e meraviglioso: credo sia giusto metterla in luce, insieme all’affilatezza del suo pensiero. Bachisio Bandinu sapeva e amava ridere e sdrammatizzare, come di chi è amante della vita, e ne ha scoperto la bellezza.

E ora arriviamo al pensiero: abbiamo già detto del tratto scientifico e divulgativo insieme-di un’alta divulgazione- delle sue analisi sui nodi socioeconomici e culturali che negano alla Sardegna un presente e un futuro degno. Ma sarebbe impossibile riassumerlo qui.

Mi soffermo, allora, sulla sua attenzione al pastoralismo e, soprattutto, sulla sua indagine storica, socioeconomica e antropologica sulla nascita della Costa Smeralda: un unicuum imprescindibile e inspiegabile, dato l’impatto che il fenomeno ha avuto sulla nostra realtà, e che non ha avuto seguaci tra gli studiosi. Lungimiranza, profondità e acutezza- unite a una splendida prosa- si trovano nei saggi ‘Costa Smeralda: come nasce una favola turistica’ e ‘Narciso in vacanza’.

In ultimo, la sua lotta per il sardo nella liturgia. Il suo assioma, e il suo fine, era tanto bello quanto semplice: pregare nella propria lingua madre- oltre che scientificamente lecito e ragionevole- era anche umano, nel senso più alto del termine, proprio dell’humanitas, perché permetteva di pregare Dio con tutta la propria interiorità, e la ricchezza dei propri sentimenti e delle proprie parole madri.

Non è riuscito a vedere i frutti della sua instacabile azione, ma è solo questione di tempo: mentre ora Dio ascolta il suo sardo, noi cammineremo su suoi passi.

Giornata Mondiale del Rifugiato: il messaggio del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata
Mondiale del Rifugiato, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Ogni anno milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie terre,
fuggendo da conflitti armati, crisi umanitarie, persecuzioni e violazioni dei più
basilari diritti dell’uomo.
Si tratta di una realtà allarmante, tendenza che si presenta ciclicamente, quasi sia un
destino inevitabile, frutto di tragici sviluppi nei rapporti tra gli Stati e tra i popoli.
La storia, la storia dell’Europa e degli ordinamenti internazionali nati nel secondo
dopoguerra, testimoniano che non si tratta di derive irreversibili ma che, ad esse, è
possibile opporre la logica del raziocinio, la forza della pace.
Il nostro ordinamento repubblicano, la nostra Costituzione, riconoscono il carattere
universale dei diritti umani ed esplicitamente, per le persone perseguitate in ragione
delle loro opinioni, il diritto di asilo, assumendo poi il tema delle attività di soccorso,
dell’accoglienza responsabile e della tutela di rifugiati e profughi, tra le proprie
pratiche.
In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato desidero manifestare solidarietà
e vicinanza alle donne e agli uomini – molti di loro minori – che vivono questa
angosciosa condizione di fragilità e vulnerabilità, talvolta sfruttata da organizzazioni
criminali senza scrupoli né rispetto alcuno per la dignità della persona.
La volontà degli Stati, al pari della loro capacità di collaborare vicendevolmente e
con le istituzioni internazionali preposte, è presupposto ineludibile per affrontare le
cause strutturali di questi fenomeni e attuare soluzioni efficaci.
La Repubblica Italiana, richiamando l’alto significato dell’odierna ricorrenza, si
unisce ancora una volta all’appello di quanti chiedono a ciascun membro della
Comunità internazionale di astenersi da condotte irresponsabili, di promuovere la
salvaguardia di ogni essere umano e contribuire alla realizzazione dell’ideale
universale di solidarietà tra i popoli».

Roma, 20 giugno 2026

Le tracce della prima prova della Maturità: luci e ombre sul mondo interiore dell’adolescenza

di Daniele Madau

Mentre i ragazzi e le ragazze si apprestano a concludere la seconda prova della Maturità (Quintiliano per la versione di Latino al Liceo Classico), è tempo di commentare le tracce della prima prova, la cui proposta si trova, interamente, alla fine di questa riflessione. Luci e ombre, pregi e difetti per i testi della prova di Italiano, uguale per tutti gli indirizzi di studi.

Come capitato spesso in passato- e ancora non si capisce bene il motivo- per la tipologia A (analisi e interpretazione di un testo lettarario) sono stati proposti due autori che difficilmente vengono studiati durante l’anno: Pavese e Brancati. Nel caso di quest’ultimo, anzi, si può affermare che molto difficilmente, se non mai, viene affrontato durante le lezioni. Il testo di Brancati, tratto da ‘I piaceri’, afferma come lo spessore del mondo sia formato dai ricordi e dalle memorie, preziosi beni comuni.

E sembra proprio essere l’interiorità, sia come memoria, sia come, per le altre tracce, sentimento, meraviglia, costanza, pazienza e tenacia, la protagonista e il comune denominatore che le unisce.

E, nonostante la discutibile scelta degli autori per il testo letterario, questo voler indagare le meraviglie o le fragilità del mondo interiore, è una scelta opportuna e felice: mai il mondo interiore sarà così grande e inesplorato come quando si ha diciotto anni.

E scrivere, sul foglio di carta e non al computer, è un modo per esplorare quel mondo, e crescere, diventare maturi.

Sembra, infatti, che il ministero abbia voluto sostenere, con la scelta delle tracce, il nuovo passaggio dalla denominazione di Esame di Stato a Esame di Maturità. Maturità da ottenere con l’attenzione ai sentimenti per costruire il proprio rapporto col mondo (proposta A1), coltivando socialmente la memoria nell’incontro con chi la custodisce (A2), andando alla radice dei nostri diritti e delle nostre libertà democratiche (l’ampiamente attesa proposta B1 del testo argomentativo), come fonte di creatività (B2), come capacità di crescere e diventare adulti (B3), come sensibilità alle meraviglie della natura (C1) e, infine, come risorsa e miniera da cui attingere la dedizione, la costanza, la pazienza e la tenacia per affrontare una meravigliosa strada, quella che porta a superare l’adolescenza e a costruire il mondo di domani (C2).

Le notizie dai comunicati stampa. Il messaggio di Mattarella alla presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni del lavoro in Italia

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato alla Presidente della
Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara
Gribaudo, il seguente messaggio:
«La Relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro
in Italia offre una disamina dei fatti e delle cause alla base della tragedia avvenuta a
Casteldaccia il 6 maggio del 2024, fornendo proposte per il miglioramento delle
condizioni di sicurezza sul lavoro negli spazi confinati.
Si tratta di un bene, quello della vita, che deve essere tutelato in via assoluta e non
può rappresentare il prezzo per poter svolgere un mestiere.
Le vite spezzate a Casteldaccia nel maggio di due anni fa, come tutti i tragici
incidenti sul luogo di lavoro, costituiscono una ferita per l’intera collettività e
suonano monito costante, come di nuovo e di recente, per istituzioni e parti sociali
sulla necessità di adottare misure sempre più efficaci e innovative a garanzia
dell’incolumità di ciascun lavoratore, ponendo particolare attenzione all’importanza
della prevenzione dei rischi.
Nel rinnovare la vicinanza della Repubblica ai familiari dei cinque lavoratori
deceduti e a quelli di tutti gli altri lavoratori colpiti quotidianamente da questo
flagello, esorto, ancora una volta, istituzioni e parti sociali al massimo impegno nel
contrasto agli incidenti sul lavoro».

Roma, 18 giugno 2026

Podcast Episode: Diritti, Tecnologia E Polemiche

Pip: Benvenuti a La Riflessione Politica, dove le leggi esistono, i diritti si aspettano, e qualcuno sta ancora aspettando di capire chi tiene il volante.

Mara: Oggi esploriamo tre territori: i diritti di fine vita e il divario tra norma e applicazione, il futuro del lavoro nell'era dell'intelligenza artificiale, e la nascita di un nuovo partito politico italiano. I pezzi sono tutti di danielemadau. Cominciamo dal caso che racconta meglio cosa succede quando una legge esiste ma non funziona.

Quando la legge esiste ma non si applica

Pip: Il tema qui è il divario tra una norma scritta e la sua attuazione concreta: una persona chiede di esercitare un diritto garantito per legge, e l'istituzione semplicemente non risponde.

Mara: Laura Di Napoli, coordinatrice dell'Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale, lo dice senza giri di parole: "Dopo 55 giorni dalla nomina della Commissione, auspichiamo nel rispetto della sofferenza di Vittoria e di chi si rivolge alle istituzioni, dei tempi più brevi di risposta."

Pip: Cinquantacinque giorni dopo la nomina, zero valutazioni formali. Vittoria Gammone ha presentato la richiesta il 10 febbraio 2026, affetta da sclerosi multipla progressiva da oltre vent'anni. Siamo a 127 giorni senza risposta nel merito.

Mara: La Commissione Multidisciplinare Permanente era obbligatoria per legge, ma alla ASL di Nuoro non era stata nominata. È stata costituita il 22 aprile, lo stesso giorno in cui la richiesta di accesso agli atti è stata accolta. La legge prevede accertamenti entro dieci giorni dalla convocazione.

Pip: La pressione civile ha sbloccato ciò che la norma da sola non aveva mosso. Il caso dimostra che la trasparenza istituzionale resta uno strumento determinante quanto la legge stessa.

Mara: E da qui si apre una domanda più grande: chi governa le trasformazioni che riguardano milioni di persone, quando le istituzioni faticano anche solo ad applicare ciò che hanno già scritto?

Chi tiene il volante dell'intelligenza artificiale

Pip: La questione centrale è questa: l'intelligenza artificiale sta ridisegnando lavoro, potere e conoscenza, ma chi decide in quale direzione va, e con quali regole?

Mara: Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, lo formula con precisione: "La domanda vera è un'altra: chi tiene il volante. La sfida non è capire verso dove la tecnologia è diretta, ma chi decide quella direzione, e con quali regole."

Pip: Il punto non è tecnico, è politico. Chi controlla capacità di calcolo, dati e modelli controlla anche narrazioni, mercati e condizioni di lavoro di milioni di persone.

Mara: Parisi cita il rapporto Sanders, che stima quasi cento milioni di posti di lavoro americani a rischio nel prossimo decennio. Il dato che Parisi trova più solido è un altro: dal 1973 la produttività è cresciuta del 150 percento, i profitti del 370, e il salario reale medio è diminuito.

Pip: La torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono andate quasi tutte verso l'alto. E l'intelligenza artificiale, lasciata alle sole logiche di mercato, rischia di rendere questa tendenza ancora più estrema.

Mara: Parisi sostiene la proposta di una settimana lavorativa di trentadue ore senza riduzione di salario, e un centro pubblico europeo di ricerca sull'intelligenza artificiale, sul modello del CERN. La tesi è che i guadagni dell'IA siano costruiti su un patrimonio collettivo, e debbano tornare alla collettività.

Pip: Elly Schlein sintetizza l'altra faccia dello stesso problema: quando la tecnologia diventa strumento nelle mani di pochi, smette di essere una questione tecnologica.

Mara: E questa concentrazione di potere non riguarda solo l'economia. Parisi insiste sul controllo delle narrazioni: chi sceglie le fonti attendibili, chi decide cosa vedere, esercita un potere quasi invisibile. La risposta che propone è democratica prima che tecnica.

Pip: Dal chi governa la tecnologia, al chi governa la politica. E qualcuno ha appena lanciato un nuovo partito con idee molto precise su entrambe le cose.

Il mondo al contrario di Vannacci

Pip: Il tema è la nascita di Futuro Nazionale e cosa ci dice sul tipo di futuro che propone: un programma politico misurato sui dati, o contro di essi?

Mara: Il pezzo parte da una premessa diretta: "Già questa assemblea costituente nasceva avendo alla fonte una sorgente di bugia: fino all'ultimo, infatti, il generale aveva giurato e spergiurato che la sua sarebbe stata soltanto un'associazione, e che non avrebbe tradito la Lega."

Pip: Il problema non è solo Vannacci. È che l'opinione pubblica ormai si aspetta la bugia, e questa assuefazione è grave quanto la bugia stessa.

Mara: L'analisi confronta le proposte di Futuro Nazionale con i dati sul benessere europeo: le nazioni più ricche e felici sono quelle con maggiore istruzione, parità lavorativa, diritti garantiti alle minoranze, immigrazione governata con lungimiranza. L'Italia è agli ultimi posti in ciascuno di questi parametri.

Pip: Remigrazione, eliminazione del reato di femminicidio, lavoro a quattordici anni: proposte che il pezzo definisce da "mondo al contrario", titolo del libro che ha reso famoso Vannacci e, a quanto pare, anche il suo metodo di governo.

Mara: La conclusione è un appello che va oltre le appartenenze di parte: cultura e verità come beni comuni, indipendentemente da dove ci si collochi politicamente. L'ignoranza, scrive l'autore, fa male a tutti indistintamente.


Pip: Tre storie, una domanda sola: chi decide, e chi rimane ad aspettare che qualcuno lo faccia.

Mara: Diritti che esistono sulla carta, tecnologie che appartengono a chi le possiede, politiche costruite contro i dati. Il filo è lo stesso.

Pip: La prossima volta vedremo se qualcosa si è mosso. Di solito no. Ma ci si tiene aggiornati.

Mara: Alla prossima.

La legge sul sucidio assistito in Sardegna che non viene applicata: dopo 130 giorni ancora nessuna risposta per Vittoria Gammone

Comunicato stampa di ‘Sardegna Radicale’

Il 10 febbraio 2026, Vittoria Gammone — ottantaquattrenne di Sindia, provincia di Nuoro, affetta da sclerosi multipla progressiva da oltre vent’anni, semi-paralizzata, con dolori cronici resistenti persino alla morfina — ha presentato alla ASL di Nuoro la propria richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito, procedura prevista e disciplinata dalla Legge Regionale della Sardegna n. 26 del 18 settembre 2025. Per 71 giorni, nessuna risposta.

La stessa legge regionale — che rende la Sardegna la seconda regione italiana ad aver legiferato specificamente sul fine vita dopo l’Emilia-Romagna — obbliga ogni Azienda Sanitaria Locale a istituire una Commissione Multidisciplinare Permanente, incaricata di verificare la sussistenza dei requisiti per l’accesso alla procedura. La norma esiste. La Commissione, alla ASL di Nuoro, non era ancora stata nominata a oltre due mesi dalla richiesta.

Il 20 aprile 2026, l’Associazione Tonino Pascali–Sardegna Radicale ha depositato una formale richiesta di accesso agli atti alla Regione Sardegna e alla ASL di Nuoro, chiedendo di conoscere lo stato della Commissione Multidisciplinare Permanente e le ragioni del mancato riscontro alla richiesta di Vittoria Gammone. La richiesta è stata accolta il 22 aprile 2026.

Quello stesso giorno, il Direttore Generale della ASL Barbaricina, Francesco Trotta, ha firmato la delibera n. 484, con la quale ha nominato ufficialmente la Commissione. La Commissione è composta interamente da figure interne alla ASL: il Direttore di Anestesia e Rianimazione con funzioni di coordinatore, il Direttore dell’Hospice e cure palliative, la Direttrice della Neurologia stroke unit, il Direttore del Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura, il Direttore della Psicologia aziendale, il Direttore delle Professioni sanitarie, il Direttore della Qualità e governo clinico e il Direttore del Distretto territorialmente competente.

Al 17 giugno 2026, sono trascorsi 127 giorni dalla presentazione della richiesta di Vittoria Gammone. La Commissione nominata il 22 aprile non ha ancora prodotto alcuna valutazione formale nel merito. L’iter, secondo quanto riportato, si è spostato verso una fase clinica preliminare: un ricovero per la gestione del dolore, prima ancora di procedere con l’esame dei requisiti previsti dalla legge.

La procedura, secondo la Legge Regionale n. 26/2025, dovrebbe essere completamente gratuita per la persona richiedente e prevedere gli accertamenti della Commissione entro 10 giorni dalla convocazione. I tempi del caso Gammone raccontano una distanza considerevole tra il testo della norma e la sua attuazione concreta.

Il caso di Vittoria Gammone è diventato emblematico non soltanto per le condizioni della richiedente, ma per la dinamica che ha determinato la risposta dell’istituzione: 71 giorni di silenzio, cui ha fatto seguito una nomina avvenuta il medesimo giorno in cui la richiesta di accesso agli atti — depositata il 20 aprile — è stata accolta.

La Legge Regionale n. 26/2025 è stata impugnata davanti alla Corte Costituzionale nel dicembre 2025, ma è rimasta in vigore. Il caso di Sindia dimostra come la sola esistenza di una norma non garantisca l’effettività dei diritti che quella norma intende tutelare — e come la pressione civile e la trasparenza istituzionale restino strumenti determinanti per colmare il divario tra la legge scritta e la sua applicazione.

«Dopo 55 giorni dalla nomina della Commissione» – aggiunge Laura Di Napoli, coordinatrice dell’Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale – «auspichiamo nel rispetto della sofferenza di Vittoria e di chi si rivolge alle istituzioni, dei tempi più brevi di risposta»

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