di Daniele Madau

Non eravamo abituati, come italiani, ad andare al cinema a fine luglio, nel cuore delle vacanze estive, che da sempre ci hanno tenuto lontano dalle sale per privilegiare la vita all’aria aperta. Da qualche anno, invece, ma soprattutto ora grazie all’Odissea di Nolan, anche una proiezione delle 16.30 di fine luglio può registrare il tutto esaurito.
Non si può dire se questo sia miglioramento o no, di sicuro è un cambio di abitudini figlio della globalizzazione e del soft power americano. Sono loro, gli statunitensi, che, così, ci fanno riflettere sulle nostre origini, testimoniando un amore per l’antichità classica che hanno dimostrato per tutta la loro storia; mentre noi, ogni tanto, siamo presi da amnesia sul nostro brodo primordiale culturale. Da quanto tempo non dedichiamo risorse cinematografiche al nostro passato, di cui viviamo a molteplici livelli, culturale, sociale, turistico, legislativo? Solo negli ultimi vent’anni, negli Usa sono stati prodotti Il gladiatore, Troy, Alexandros, Odissea, Il galdiatore 2, Agorà.
E’ importante interrogarci su questo, perché- per forza di cose- quanto ci viene restituito sullo schermo delle nostre origini, ha lo sguardo americano. Che vuol dire kolossal, qualche banalità, qualche cedimento alle normali esigenze di scrittura cinematografica, qualche forzatura; tutto questo in un vestito che non presenta-chiaramente, data l’enormità della produzione- sbavature eccessive, ma non tocca le vette del capolavoro.
Al netto delle omissioni e delle libertà rispetto al testo omerico, sarebbe stato interessante, in questo periodo di intelligenza artificiale e di potere politico-economico da regime autoritario, soprattutto in America, interrogarsi non solo sull’uomo Ulisse e i suoi rimorsi per l’inganno del cavallo e per i suoi soldati persi, punto di vista originale scelto da Nolan, ma sull’uomo-umanità, sull’humanitas (andra, uomo, è la prima parola del poema) e sulla sua grandezza. L’Ulisse omerico è, semplicemente, l’uomo che scopre la sua mente, la sua intelligenza e il suo cuore, dopo aver scoperto la sua forza muscolare iliadica, diventando così l’uomo tutto intero, non scisso, e cioè individuo (non-diviso).
Si sarà bene notata l’ hybris, la superbia, nello scrivere ‘semplicemente’; perché l’Odissea, da enciclopedia tribale, raccoglie tutti i nostri archetipi, che sono in procinto di diventare istituzioni: la famiglia e i rapporti tra i familiari, l’esercizio del potere e delle leggi, la religione e i suoi tabù, il reinserimento sociale dei combattenti, il rapporti con gli altri popoli, il viaggio.
E, in realtà, su questo Nolan, inglese naturalizzato americano, non è mancato: l’insistenza, inaspettata, sull’arrivo dei popoli del mare che avrebbero fatto crollare il mondo conosciuto, dando origine all’età oscura, da cui si sarebbe usciti, miracolasamente, proprio con i poemi omerici, mostra quell’idea di momento di passaggio che è una delle chiavi di interpretazione del testo originale.
Testo che, però, non può essere posseduto per intero, non può essere circoscritto né esaurito, perché lo compongono l’umanità, il mondo e la poesia, come a dire, il tutto: perciò Nolan, come chiunque altro, partiva da una posizione svantaggiata.
Pur con questa attenuante, la resa sembra inferiore alle aspettative, soprattutto in alcune recitazioni: tra tutte quella di Tom Holland-Telemaco, che sembra presentare per tutto il film due sole espressioni, come disse Sergio Leone per Clint Eastwood. Del resto, tra le fonti di ispirazione per la scelta delle soluzioni di regia, a detta dello stesso Nolan, ci sono anche gli spaghetti-western, e questo si nota nelle ripetute pose da duello degli eroi, soprattutto il misterioso cowboy Achille (o Agamennone?).
Al di là di ogni battuta o critica, però, il veder la sala pienza di ragazzi, esperti e appassionati (ho avuto diretta testimonianza della competenza di uno di loro sull’Odissea), insieme al dibattito che si è creato, è quasi un miracolo. Di più, è ciò che la cultura dovrebbe fare: in questo senso, il soft power americano non ha rivali, e ciò dovrebbe bastare come eredità di questa estate cinematografica. Anzi, ne aggiungo un’altra: la scena di Atena, e della sua statua, che viene decapitata e che diventa l’emblema dell’empietà di tutte le guerre: tema che sarà ripreso dalle tragedie di Euripide, che aveva una sensibilità assai moderna. Quella che ha, comunque, mostrato Nolan, nel restituirci un’opera fondativa, che risale agli archetipi e che, perciò, è inafferrabile per chiunque.









