L’Odissea di Nolan: un kolossal per la ricerca degli archetipi umani

di Daniele Madau

Matt Damon è Ulisse nell’ Odissea di Nolan

Non eravamo abituati, come italiani, ad andare al cinema a fine luglio, nel cuore delle vacanze estive, che da sempre ci hanno tenuto lontano dalle sale per privilegiare la vita all’aria aperta. Da qualche anno, invece, ma soprattutto ora grazie all’Odissea di Nolan, anche una proiezione delle 16.30 di fine luglio può registrare il tutto esaurito.

Non si può dire se questo sia miglioramento o no, di sicuro è un cambio di abitudini figlio della globalizzazione e del soft power americano. Sono loro, gli statunitensi, che, così, ci fanno riflettere sulle nostre origini, testimoniando un amore per l’antichità classica che hanno dimostrato per tutta la loro storia; mentre noi, ogni tanto, siamo presi da amnesia sul nostro brodo primordiale culturale. Da quanto tempo non dedichiamo risorse cinematografiche al nostro passato, di cui viviamo a molteplici livelli, culturale, sociale, turistico, legislativo? Solo negli ultimi vent’anni, negli Usa sono stati prodotti Il gladiatore, Troy, Alexandros, Odissea, Il galdiatore 2, Agorà.

E’ importante interrogarci su questo, perché- per forza di cose- quanto ci viene restituito sullo schermo delle nostre origini, ha lo sguardo americano. Che vuol dire kolossal, qualche banalità, qualche cedimento alle normali esigenze di scrittura cinematografica, qualche forzatura; tutto questo in un vestito che non presenta-chiaramente, data l’enormità della produzione- sbavature eccessive, ma non tocca le vette del capolavoro.

Al netto delle omissioni e delle libertà rispetto al testo omerico, sarebbe stato interessante, in questo periodo di intelligenza artificiale e di potere politico-economico da regime autoritario, soprattutto in America, interrogarsi non solo sull’uomo Ulisse e i suoi rimorsi per l’inganno del cavallo e per i suoi soldati persi, punto di vista originale scelto da Nolan, ma sull’uomo-umanità, sull’humanitas (andra, uomo, è la prima parola del poema) e sulla sua grandezza. L’Ulisse omerico è, semplicemente, l’uomo che scopre la sua mente, la sua intelligenza e il suo cuore, dopo aver scoperto la sua forza muscolare iliadica, diventando così l’uomo tutto intero, non scisso, e cioè individuo (non-diviso).

Si sarà bene notata l’ hybris, la superbia, nello scrivere ‘semplicemente’; perché l’Odissea, da enciclopedia tribale, raccoglie tutti i nostri archetipi, che sono in procinto di diventare istituzioni: la famiglia e i rapporti tra i familiari, l’esercizio del potere e delle leggi, la religione e i suoi tabù, il reinserimento sociale dei combattenti, il rapporti con gli altri popoli, il viaggio.

E, in realtà, su questo Nolan, inglese naturalizzato americano, non è mancato: l’insistenza, inaspettata, sull’arrivo dei popoli del mare che avrebbero fatto crollare il mondo conosciuto, dando origine all’età oscura, da cui si sarebbe usciti, miracolasamente, proprio con i poemi omerici, mostra quell’idea di momento di passaggio che è una delle chiavi di interpretazione del testo originale.

Testo che, però, non può essere posseduto per intero, non può essere circoscritto né esaurito, perché lo compongono l’umanità, il mondo e la poesia, come a dire, il tutto: perciò Nolan, come chiunque altro, partiva da una posizione svantaggiata.

Pur con questa attenuante, la resa sembra inferiore alle aspettative, soprattutto in alcune recitazioni: tra tutte quella di Tom Holland-Telemaco, che sembra presentare per tutto il film due sole espressioni, come disse Sergio Leone per Clint Eastwood. Del resto, tra le fonti di ispirazione per la scelta delle soluzioni di regia, a detta dello stesso Nolan, ci sono anche gli spaghetti-western, e questo si nota nelle ripetute pose da duello degli eroi, soprattutto il misterioso cowboy Achille (o Agamennone?).

Al di là di ogni battuta o critica, però, il veder la sala pienza di ragazzi, esperti e appassionati (ho avuto diretta testimonianza della competenza di uno di loro sull’Odissea), insieme al dibattito che si è creato, è quasi un miracolo. Di più, è ciò che la cultura dovrebbe fare: in questo senso, il soft power americano non ha rivali, e ciò dovrebbe bastare come eredità di questa estate cinematografica. Anzi, ne aggiungo un’altra: la scena di Atena, e della sua statua, che viene decapitata e che diventa l’emblema dell’empietà di tutte le guerre: tema che sarà ripreso dalle tragedie di Euripide, che aveva una sensibilità assai moderna. Quella che ha, comunque, mostrato Nolan, nel restituirci un’opera fondativa, che risale agli archetipi e che, perciò, è inafferrabile per chiunque.

Un anno dopo Turnberry: così Trump ha regalato consenso alla Cina

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al presidente cinese Xi Jinping nella Grande Sala del Popolo a Pechino il 14 maggio 2026 (Afp)

Il 27 luglio di un anno fa veniva siglato in Scozia con una stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Donald Trump l’accordo sui dazi tra Ue e Stati Uniti, a vantaggio di Washington e a scapito dell’Europa, entrato pienamente in vigore solo il 1° luglio scorso. L’accordo di Turnberry può essere letto come il prezzo geopolitico che l’Europa ha accettato di pagare pur di preservare il rapporto di sicurezza con Washington. Lo disse chiaramente Sabine Weyand, all’epoca direttrice generale per il commercio e la sicurezza economica della Commissione europea, passata alla cronaca per non essersi fatta fotografare con il pollice alzato nella foto di gruppo con Trump dopo l’intesa in Scozia.

«Se non mi avete sentito pronunciare la parola “negoziato”, è perché non si è trattato di una negoziazione», affermò lo scorso agosto durante una conferenza in Austria. Weyand descrisse così il prezzo geopolitico che l’Europa accettò per la propria sicurezza. «Non c’è stato alcuno scambio di richieste o offerte» proseguì Weyand, aggiungendo che «la parte europea era sottoposta a un’enorme pressione per trovare rapidamente una soluzione che stabilizzasse le relazioni transatlantiche, soprattutto per quanto riguarda le garanzie di sicurezza». Tanta franchezza non è stata premiata e da settembre Weyand insegnerà all’Istituto universitario europeo di Firenze.

L’accordo sui dazi ha dato la cifra stilistica delle nuove relazioni transatlantiche, con la minaccia usata come metodo per trattare con gli alleati. Le pretese sulla Groenlandia nel gennaio scorso, territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, uno dei 27 Stati Ue, sono solo una declinazione sul tema. Risultato: la maggior parte delle opinioni pubbliche europee preferisce ora la Cina agli Stati Uniti, come ha certificato a metà luglio il Pew Research Center con un sondaggio condotto su 36 Paesi. Ma non sono le uniche. Anche i Paesi confinanti con gli Stati Uniti – canadesi e messicani – vedono la Cina in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti. Washington raccoglie più fiducia rispetto a Pechino solo in sei Paesi, di cui quattro nella regione Asia-Pacifico: India, Giappone, Filippine e Corea del Sud. Gli altri due sono la Polonia (vicina al confine con la Russia) e Israele. 

In Italia il 51% ha un’opinione positiva della Cina e solo il 31% ce l’ha degli Stati Uniti, in Spagna il rapporto è 54% a 30%, in Francia 36% a 27%, in Germania 33% a 27%, in Olanda 34% a 25%, in Grecia 55% a 37%, nel Regno Unito 46% a 41%. Il fatto che la Cina stia minacciando di conquistare quote di mercato a livello globale a scapito dell’industria europea preoccupa meno l’opinione pubblica di quanto non impensieriscano le dichiarazioni di Trump. Eppure a giugno, il surplus commerciale della Cina con l’Ue ha raggiunto un livello record: è aumentato del 27% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Mentre l’Ue vanta ancora un surplus commerciale con gli Stati Uniti, anche se si sta riducendo in seguito all’accordo sui dazi.

Dal sondaggio emerge che se lo scorso anno, con l’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, la percezione globale degli Stati Uniti era peggiorata, sebbene la maggior parte delle persone continuasse ad avere un’opinione più positiva degli Usa rispetto alla Cina, quest’anno la situazione è cambiata: «Negli ultimi anni, l’opinione sulla Cina è migliorata — scrive il Pew Research Center — mentre quella sugli Stati Uniti è peggiorata, al punto che nella maggior parte dei 36 Paesi presi in esame la Cina è ora vista in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti». Inoltre, prosegue il centro studi statunitense, nella seconda metà della presidenza di Joe Biden, la fiducia nei suoi confronti era superiore a quella riposta nel presidente cinese Xi Jinping nella maggior parte dei Paesi oggetto dell’indagine, sebbene il gradimento di Biden sia diminuito in molti luoghi tra il 2023 e il 2024. «Durante i primi due anni del secondo mandato di Trump, l’indice di gradimento del presidente statunitense è peggiorato significativamente — sottolinea il report —. Sebbene molte persone nutrano ancora sfiducia in Xi, le opinioni positive nei suoi confronti si sono diffuse maggiormente e, in generale, un numero maggiore di persone dichiara di avere fiducia in Xi piuttosto che in Trump». E questo fa più effetto se si considera che è maggiore il numero degli intervistati che afferma che il governo statunitense rispetta le libertà personali dei propri cittadini rispetto a quanti affermano lo stesso del governo cinese.

La fiducia sia in Trump che in Xi è generalmente bassa. Tuttavia, in molti dei 36 Paesi intervistati, la popolazione ha un’opinione più favorevole di Xi. Nei Paesi europei, ad esempio, nessuno dei due leader ottiene un indice di gradimento maggioritario, ma le opinioni su Xi tendono ad essere più favorevoli di quelle su Trump. In Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito, Xi è in vantaggio su Trump di oltre dieci punti percentuali, sebbene il suo indice di gradimento più alto sia solo del 37% nel Regno Unito. Trump tiene in Ungheria con il 44% delle preferenze sul 36% di Xi e in Polonia con il 29% contro il 17%.

La contraddizione è stata messa bene in evidenza da Edward Luce sul Financial Times: «Anche nell’America di Trump, il mondo sa che le persone sono molto più libere che in Cina di esprimere le proprie opinioni e praticare la propria fede. Ma gli americani sono governati in modo più competente? L’America è più stabile della Cina? È difficile rispondere affermativamente a entrambe le domande. Prendiamo ad esempio l’operazione Epic Fury di Trump contro l’Iran, un’operazione che si è protratta a fasi alterne. Oltre ad essere la guerra più impopolare degli Stati Uniti in patria da quando esistono i sondaggi — più di quella in Iraq e in Vietnam, nonostante le perdite americane siano state di gran lunga inferiori — ha alienato tutti gli amici e gli alleati dell’America, compresi altri populisti occidentali». 

Nei Paesi in via di sviluppo la Cina sta vincendo sugli Stati Uniti grazie alla sua industria. «Con l’espansione delle aziende cinesi, il Paese viene sempre più associato a prodotti e servizi che semplificano la vita quotidiana — osservano Lizzi C. Lee ed Eric Olander in “How China Is Winning Friends and Influencing People. Private Companies Are Making Beijing Look Good in the Developing World”, pubblicato su Foreign Affairs —. Quando i prodotti, i servizi e le infrastrutture di un Paese diventano onnipresenti, iniziano a plasmare la percezione che le persone hanno di competenza, modernità e possibilità. Questo è stato vero per oltre mezzo secolo, durante il quale i prodotti americani hanno dominato il mercato. Oggi, questa tendenza è ancora più marcata, dato che i marchi cinesi stanno diventando la scelta predefinita per miliardi di consumatori». Nel 2025, la Cina ha esportato beni per un valore di circa 1.600 miliardi di dollari verso le economie in via di sviluppo, circa il 50% in più rispetto alle esportazioni verso Stati Uniti ed Europa occidentale messe insieme.

L’Ue, invasa da prodotti cinesi a basso costo, sta cercando di difendersi con dazi, indagini antisovvenzioni, controlli sulla sicurezza dei dati e restrizioni agli investimenti. Ma la reputazione di Pechino non sembra risentirne. C’è un altro fattore che gioca contro gli Stati Uniti a favore della Cina: l’intelligenza artificiale. «I modelli cinesi sono per lo più economici e open source, anche se le loro capacità sono spesso inferiori. Quelli americani sono costosi e chiusi. Per la prima volta da generazioni, la tecnologia statunitense non ha la certezza del dominio. Non può nemmeno contare sull’ammirazione», conclude Edward Luce. E questo pone l’Europa di fronte a una scelta esistenziale perché Bruxelles è «dipendente da Paesi terzi per queste tecnologie cruciali», ha spiegato la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue per la Sovranità tecnologica Henna Virkkunen al Financial Times in un’intervista: le capacità legate all’intelligenza artificiale «sono oggi risorse davvero strategiche ed è per questo che è così importante per noi costruire la nostra sovranità tecnologica». Le restrizioni all’esportazione sui modelli di punta di Anthropic per motivi di sicurezza imposte in giugno da Washington  sono lì a ricordarlo.

Un anno dopo quella stretta di mano di Turnberry, il vero successo americano non è stato dunque consolidare la leadership occidentale ma incrinare parte del capitale di fiducia costruito dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni. E quel vuoto, sempre più spesso, viene riempito dalla Cina.

NICOSIANA, IL FESTIVAL CHE PORTA LA PREVENZIONE ONCOLOGICA FEMMINILE NELLE AREE INTERNE

A cura della redazioneComunicato stampa

Un comune di poco più di dodicimila abitanti, nel cuore dell’entroterra siciliano, chiama a raccolta medici, ricercatori, artisti, istituzioni e cittadini attorno alla prevenzione oncologica femminile. Dal 27 al 29 agosto Nicosia, comune ultraperiferico dell’entroterra ennese, ospita Nicosiana, il festival dedicato alla salute delle donne, nato per avvicinare le donne alla prevenzione, richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze che pesano sul Mezzogiorno e sulle aree interne e contribuire a rafforzare i servizi sanitari del territorio.

Nicosia è uno dei comuni italiani in cui si incontrano due disuguaglianze: quella che continua a separare il Mezzogiorno dal resto del Paese nell’accesso agli screening oncologici e quella che le aree interne sperimentano ogni giorno nell’accesso ai servizi sanitari. Per due giornate il festival offrirà screening gratuiti dedicati alla prevenzione dei tumori femminili, con visite ginecologiche ed ecografie al seno, per avvicinare i controlli a chi, per ragioni geografiche, economiche o organizzative, incontra maggiori difficoltà ad accedervi.

Agli screening si affiancano incontri con medici e professionisti della salute dedicati alla prevenzione, alla diagnosi precoce e ai percorsi di cura, così come spettacoli e appuntamenti culturali. A sostenere la manifestazione come testimonial saranno le attrici Ludovica Bizzaglia e Valeria Solarino, e gli attori Alberto Paradossi e Giacomo Ferrara, presenti a Nicosia con gli appuntamenti culturali e di spettacolo in programma.

Sul palco allestito nella piazza principale di Nicosia saliranno inoltre diverse donne che hanno vissuto una diagnosi oncologica e racconteranno pubblicamente la propria esperienza: la scoperta della malattia, le cure, il rapporto con il corpo, la paura, le relazioni, il ritorno alla quotidianità. Vicende che raramente trovano uno spazio pubblico diventano così occasione di confronto e possono aiutare altre donne ad avvicinarsi alla prevenzione con maggiore consapevolezza.

Nicosiana nasce da un’urgenza che sentiamo prima di tutto come donne e come persone cresciute in questa comunità: portare la prevenzione al centro del discorso pubblico e trasformarla in un impegno collettivo“, dichiara Debora Leonardi, responsabile dell’associazione culturale Divina Mania, giovane nicosiana ideatrice della manifestazione. “Per tre giorni Nicosia parlerà apertamente di salute femminile, diagnosi precoce e delle difficoltà che ancora tengono troppe donne lontane dai controlli. Gli screening gratuiti saranno un’occasione immediata per prendersi cura di sé e un modo per affermare che la salute delle donne riguarda l’intero territorio. Vogliamo che da queste giornate restino una consapevolezza più forte e una richiesta condivisa di maggiore attenzione e servizi“.

Accanto al programma culturale e sanitario, Nicosiana promuove una raccolta fondi destinata a potenziare le attività di prevenzione oncologica femminile nel territorio. L’obiettivo è trasformare la partecipazione al festival in un sostegno duraturo alla salute delle donne, contribuendo ad avvicinare i controlli, l’informazione e la diagnosi precoce a chi vive nelle aree interne. La manifestazione richiama inoltre l’attenzione sulla possibilità di rendere operativo in tempi brevi un mammografo già presente a Nicosia. La disponibilità dello strumento sul territorio permetterebbe di ampliare l’offerta di prevenzione, ridurre gli spostamenti verso altri centri e rendere più accessibili i controlli alle donne di Nicosia e dei comuni vicini.

“Ci auguriamo che Nicosiana incoraggi la cittadinanza, e soprattutto le donne più giovani, a maturare per tempo una maggiore consapevolezza e ad affidarsi con regolarità alla prevenzione e ai controlli”, dichiara Maria Di Costa, presidente del Consiglio comunale di Nicosia e delegata alla Salute. “In un territorio come il nostro, la necessità di spostarsi verso altri centri può scoraggiare o rinviare gli esami. La possibilità di rendere operativo in tempi brevi un mammografo già presente a Nicosia rappresenterebbe un passo importante per avvicinare la diagnosi precoce alle donne. Allo stesso tempo, occorre continuare a rafforzare la struttura sanitaria locale, che in passato ha risentito anche della carenza di personale e che oggi non può garantire l’intero percorso di cura successivo a una diagnosi oncologica. Questa iniziativa può contribuire a richiamare l’attenzione sui servizi di cui il territorio ha bisogno”.

L’iniziativa, ideata dall’associazione culturale Divina Mania e promossa con il Comune di Nicosia in collaborazione con l’ASP di Enna, nasce dall’idea che la prevenzione debba attraversare anche i linguaggi della cultura e della partecipazione civile, oltre agli ambulatori e alle campagne informative, per coinvolgere un’intera comunità.

“Non vogliamo soltanto animare le sere d’agosto, ma costruire occasioni di informazione, ascolto e confronto, capaci di lasciare un segno concreto anche dopo la conclusione della manifestazione”, commenta Antonio Monsellato, direttore artistico di Nicosiana. “Torniamo a Nicosia dopo due anni con l’emozione di chi mantiene una promessa. Anche questa edizione affida ai linguaggi della cultura e dello spettacolo il compito di avvicinare le persone alla prevenzione, accrescere la consapevolezza e richiamare l’attenzione sui bisogni del territorio. I temi che affronteremo quest’anno, dalla salute delle donne alle difficoltà di accesso ai servizi nelle aree interne, ci chiedono una responsabilità ancora maggiore, che vogliamo assumere insieme alla comunità nicosiana, forza viva del festival, con la sua capacità di accogliere, partecipare e mettere il volontariato al servizio di un obiettivo condiviso”.

LA PREVENZIONE NELLE AREE INTERNE

Nel 2024 sono state stimate in Italia 390.100 nuove diagnosi di tumore, 175.600 tra le donne. Il tumore della mammella resta la neoplasia più frequente nella popolazione femminile, con 53.065 nuovi casi, pari a circa il 30% delle diagnosi oncologiche tra le donne. La possibilità di intercettare la malattia precocemente, tuttavia, cambia anche in base al luogo in cui si vive e alla distanza dai servizi sanitari. Per chi vive nelle aree interne, a queste differenze si aggiunge la distanza dai servizi. Una visita specialistica, uno screening o gli eventuali approfondimenti diagnostici possono richiedere tempi di percorrenza più lunghi, spostamenti ripetuti e una gestione più complessa del lavoro e delle responsabilità familiari, rendendo più difficile la continuità dei controlli.

In Sicilia la questione riguarda quasi metà della popolazione. Nella mappatura più recente, 310 dei 391 comuni dell’Isola sono classificati come aree interne e vi risiedono oltre 2,3 milioni di persone, circa il 48% dei siciliani. Sono territori distanti dai principali servizi, tra cui quelli sanitari. Nicosia appartiene alla fascia dei comuni ultraperiferici, con un tempo medio di percorrenza stimato in oltre 72 minuti per raggiungere il polo di riferimento, più del doppio della soglia minima che segna l’ingresso nelle aree interne.

I NUMERI DEL DIVARIO

Questa geografia si innesta su un divario già profondo nell’accesso alla prevenzione oncologica. Il report pubblicato dalla Fondazione GIMBE a luglio 2026, mostra che allo screening mammografico organizzato aderisce in Italia una donna invitata su due. In Sicilia la quota scende al 28,9%, il secondo valore più basso del Paese, davanti soltanto alla Calabria. Lo stesso divario si ritrova nello screening della cervice uterina: a livello nazionale aderisce il 51% delle donne invitate, mentre in Sicilia la quota si ferma al 27,8%.

Il quadro resta critico anche considerando le mammografie preventive effettuate al di fuori dei programmi organizzati. Secondo la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, in Sicilia il 61% delle donne tra i 50 e i 69 anni dichiara di avere eseguito l’esame negli ultimi due anni, contro il 75% della media nazionale, e quasi quattro donne su dieci restano fuori dai tempi raccomandati: il 19% non ha mai effettuato una mammografia e il 20% l’ha eseguita da più di due anni.

Le parole di Yossra e ‘la primavera che, intanto, tarda ad arrivare’

di Daniele Madau

Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir

Bologna, 20 lug. Durante la manifestazione promossa dal sindaco Lepore per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir, la nipote, Yossra, così si è espressa, in lacrime: “Non siamo qui per chiedere odio, non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità. Le forze del’ordine hanno una grande responsabilità, quella di proteggere i più fragili”.

Alle parole, sono seguiti i fatti, di pace, quando i familiari di Abderrahim hanno cercato di impedire le violenze che, purtroppo, si sono accese.

Ecco, questa testimonianza di parole e fatti, azione e lacrime, è l’insegnamento più grande che si possa ottenere e su cui si possa riflettere. Quando, subito dopo un grande dolore, si ha la lucidità, e il cuore, di chiedere verità ma di testimoniare il desiderio di pace e riconciliazione, si semina qualcosa che, prima o poi, dovrà fiorire.

In questa estate calda, non sembra ancora il tempo della fioritura, tanto che ci sembra di vivere quanto cantato, nei versi conclusivi, da Battiato in ‘Povera Patria’: La primavera, intanto, tarda ad arrivare. Ma da queste parole, di una immigrata di seconda generazione, credo, può nascere qualcosa di nuovo, perché sono rimbalzate su tutti i social, mentre ancora girava il video di Vannacci, a mostrare che l’umanità e il buon senso esistono, e sono talmente forti da non scomparire nenche di fronte al dolore. Che continuino a essere seminate, a dormire nelle nostre terre, e che sboccino presto.

Il racconto del Cagliari: per la prossima stagione ognuno dovrà essere pronto a dare tutto di sé

di Daniele Madau

Pisacane in conferenza stampa

Dopo il calcio americano, di hydration break, spettacoli nell’intervallo, interventi politici a gamba tesa, respirare l’aria di Asseminello, afosa e familiare, è quasi un sollievo. Sa di calcio vero, di piccola provinciale rispetto alla grande America, ma genuino, e pronto a regalare imprese.

Di questo parla Pisacane, il cui cognome già fu di un eroe risorgimentale, nella prima conferenza stampa della stagione: dimostrarsi degni di raggiungere- si può dire eroicamente-gli obiettivi. Che sono la salvezza e tutto ciò che verrà in più.

Gli schemi non saranno fondamentali, perché, ormai, non lo sono nel calcio moderno, fluido come tanti altri aspetti della realtà. Servirà invece-parole del mister- ciò che ognuno avrà nel profondo di sé, e cioè, soprattutto, la voglia di migliorarsi, di non sentirsi arrivati, e di mettere il Cagliari davanti a tutto.

Oltre a ciò, chiaramente, Pisacane si aspetta anche un ‘regalo’ dal mercato (che già lo soddisfa), sotto forma di un attaccante di esperienza.

Dopo l’elogio dei suoi, e dei nostri, ragazzi, per il lavoro svolto in questi giorni di caldo feroce, la conferenza stampa si conclude, e si prepara, invece, il ritiro a Ponte di Legno.

E’ in questi giorni che si prepara il prossimo anno e , davvero, è giusto ciò che l’allenatore ha sottolineato: conterà ciò che ognuno ha nel profondo di sè. E’ ciò che può segnare la differenza con gli altri. Come nella vita.

Sánchez-Trump, la vittoria del Mondiale ha un forte sapore politico per l’Europa

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez accanto al presidente della Fifa Gianni Infantino (secondo da sinistra), il re Felipe VI di Spagna (al centro) e la regina Letizia di Spagna (seconda da destra) prima della finale della Coppa del Mondo Spagna-Argentina (Afp)

Si dice che per assistere alla finale il premier spagnolo Pedro Sánchez abbia cambiato all’ultimo l’agenda: era atteso in Algeria e invece si è ritrovato in tribuna d’onore allo stadio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Non poteva esserci nemesi migliore per la disputa tra Washington e Madrid: ha vinto il Mondiale il Paese più criticato dal presidente Usa per la mancanza di aiuto in Iran e per l’insufficiente spesa per la difesa, al punto da minacciare di tagliare i commerci con la Spagna (salvo poi fare marcia indietro).

A Bruxelles è stato un ripetersi di «congratulations» all’indirizzo di funzionari, diplomatici e giornalisti spagnoli, con il sorriso implicito a significare che la vittoria è stato qualcosa di più di una semplice partita di calcio per quanto finale di un Mondiale. Una rivincita morale da parte di quell’Europa che all’appeasement preferisce una reazione ferma di fronte agli Stati Uniti.

Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata con un post su X: «Campioni! Tanti auguri, Spagna! Oggi l’Europa festeggia con voi», ha scritto in spagnolo. Se non lo avesse fatto si sarebbe notato perché nell’ultimo anno in più occasioni la Commissione è stata criticata per l’atteggiamento troppo accondiscendente verso gli Usa. Un anno fa in questi giorni veniva siglato l’accordo sui dazi in Scozia tra Ue e Stati Uniti a svantaggio dell’Unione. Il presidente del Consiglio europeo António Costa, portoghese, socialista, non ha postato niente. È certo però che abbia esultato. Invece le congratulazioni della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola non stupiscono per la sua empatia e per la natura dell’istituzione: «Felicitazioni, Spagna! Campioni del Mondo! Un momento di orgoglio per tutta Europa». 

È in un certo senso la rivincita della Vecchia Europa criticata da Trump, quella «invasa» dagli immigrati: ha vinto proprio il Paese che di recente ha approvato un importante piano di regolarizzazione dei migranti. 
C’era attesa per la stretta di mano di Trump con il premier spagnolo Sánchez nella tribuna d’onore: si è rivelata calorosa quanto quella con re Felipe e la regina Letizia. Il premier spagnolo, interrogato dai giornalisti sul fatto che Trump avrebbe consegnato la coppa, aveva risposto: «Più che chi la consegna, quel che conta è chi la riceve»

Il presidente Usa si era dichiarato neutrale, salvo poi aggiungere che è «difficile scommettere contro Messi» e che l’Argentina è un Paese «amico» e «ha fatto un lavoro fantastico». Trump era arrivato a dire che gli piacerebbe fare la vita di Messi e di Ronaldo. «Ho incontrato Messi di recente e conosco Cristiano – ha detto il presidente a Fox News -: fanno una bella vita. In realtà hanno una vita più facile della mia. Davvero, farei a cambio. Mi piacerebbe fare a cambio per un mese». Ma Messi è stato neutralizzato dagli spagnoli. E non sono serviti i rituali superstiziosi dell’argentino Javier Milei, il più trumpiano dei leader dell’emisfero occidentale (e forse del mondo), definito da Donald «il mio presidente preferito».

In Europa lo hanno già sperimentato in diversi: non porta bene il tifo di Trump e del suo mondo. Lo ha provato a proprie spese l’ex premier ungherese Viktor Orbán. La cautela ormai è tale che il francese Rassemblement National ha cercato di prendere le distanze dal sostegno da parte di Elon Musk in vista delle elezioni del 2027. «È l’ultima speranza della Francia», aveva scritto Musk di Marine Le Pen. Il portavoce del partito di estrema destra ha messo le mani avanti: «Dopotutto, sapete, non cerchiamo sostegno da altre parti; leggiamo, capiamo, ognuno ha il diritto di esprimersi. Non siamo responsabili di chi ci sostiene».

Il presidente Usa si è trovato a guardare la finale, dietro una vetrata anti-proiettili, affiancato da Melania e da Gianni Infantino, ma circondato da leader con cui ha avuto rapporti complessi, come la messicana Claudia Sheinbaum e il canadese Mark Carney (tra minacce commerciali e legate al traffico di fentanyl) e ovviamente Sánchez .

Qualcuno dice che ci siano stati dei fischi quando Trump è apparso per un secondo sul maxischermo, ma molti non se ne sono neanche accorti (i più critici dicono che non l’hanno mostrato troppo proprio per evitare i fischi). Quando poi il presidente Usa è sceso in campo per la premiazione, ci sono stati altri fischi, ma lui non se n’è curato: Trump ha salutato la folla e poi ha stretto la mano e scambiato grandi sorrisi con ciascuno dei vincitori, mentre le tv inquadravano le lacrime di Messi. Alla fine, Infantino e Trump, camminando insieme e stringendo il trofeo con quattro mani, lo hanno consegnato al capitano della nazionale spagnola Rodri. Ma il presidente americano non sembrava voler lasciare la festa: è rimasto in piedi accanto ai giocatori spagnoli pronti per la foto di gruppo, continuando a complimentarsi con loro, finché Infantino non è corso da lui e lo ha accompagnato fuori scena.

Per Trump, alla fine, è tutto uno show e tira dritto incurante delle critiche o delle tensioni. Per l’Europa è diverso. Da quando c’è il nuovo inquilino alla Casa Bianca, gli Stati membri hanno dovuto imparare a riconsiderare il proprio rapporto con gli Stati Uniti, anche i governi per tradizione più vicini a Washington. Dunque la vittoria della Spagna in finale e prima del Belgio che ha eliminato gli Stati Uniti nonostante il tentativo di Trump di alterare il corretto svolgimento della partita, hanno il gusto di una rivincita che non è solo sportiva ma è anche e soprattutto politica. L’effetto durerà poco ma meglio di niente.

25 anni fa il G8 di Genova: il sonno della ragione ha generato mostri

di Daniele Madau

I leader politici del G8 di Genova del 2001
I drammatici scontri durante il G8

Il calendario civile italiano e’ segnato da date che hanno formato la nostra coscienza, in ogni mese; a luglio, il 19 via D’Amelio, quelle dal 18 al 20, il G8 di Genova del 2001.

25 anni fa, non piu’ cronaca, non ancora storia. Non ancora storia perche’ la ferita brucia ancora, ha la carne viva della convalescenza, non della pelle risanata.

Era, pero’, un altro mondo. Un mondo che la parte sana della protesta aveva visto arrivare. Stava giungendo, infatti, la globalizzazione, di cui ora godiamo i frutti: quelli marci, quelli acerbi e quelli maturi. La politica complice della menzogna, del potere economico e della violenza: tra i partecipanti, infatti, Blair, che mentira’ sull’Iraq per fare guerra, Putin e Berlusconi, gia’ legati da affari e interessi, e Bush, non ancora travolto dall’undici settembre.

Si chiamavano no global , e la storia gli ha sconfitti. I loro eredi, o epigoni,  sono stati i giovani pro-Palestina e pro-clima, gia’ vittime della globalizzazione e degli assi strategici politico- finanziari che i loro predecessori, anche in frange armate violente, volevano contrastare.

Il ‘Genova social forum’, pero’, che chiese il rinvio del G8 e che coordinava tutti i gruppi autorizzati di protesta, non era violento. Alla Diaz, pero’, non c’erano violenti, come non lo erano i fermati alla caserma Bolzaneto.

La violenza e’ scoppiata come un incendio da micce e inneschi incredibilmente trascurati, alimentata, poi, da gesti folli, irrazionali, coscienti e non coscienti. Vittime e carnefici insieme: vittime carnefici.

Nel dibattito infinito sulla sicurezza, bisognerebbe guardare al G8 per capire cosa NON FARE. Non scegliere Genova come citta’ ospitante, non mandare sul campo forze dell’ordine non formate sulla topografia del luogo e non addestrate per eventi del genere, come il carabiniere di leva Placanica, colui che sparo’ contro Carlo Giuliani- vittima e simbolo della follia- e che oggi vive solo, abbandonato, senza lavoro, in grave disabilita’ . E, soprattutto, non permettere che le stesse forze dell’ordine, dai comandi piu’ alti agli ausiliari, abdicassero allo stato di diritto, alla democrazia e alla giustizia, tra violenze palesi e imbarazzanti, e falsita’. Non poteva essere questo il modo di arginare la degenerazione delle proteste, irrazionale e impreparato: il sonno della ragione, di molti, ha generato mostri.

Come spesso accade, poi, pochi hanno pagato: il governo, col ministro degli interni, e’ rimasto in carica, altri hanno fatto addirittura carriera.

Perche’, poi, tra i conti non pagati, ci sono quelli di entita’ incalcolabile: una vita persa, la fiducia nelle forze dell’ordine che crolla e genera tensione, lo Stato che appare fragile, immaturo, incapace, la sensazione di insicurezza laddove si voleva dimostrare il contrario.

Conti che ancora paghiamo, perche’ la sicurezza e’ figlia di organizzazione, maturita’, legalita’, cultura, giustizia, educazione. Inutile inseguirla col corto circuito della repressione perche’ i mostri, senza la luce della ragione, come nel peggiore degli incubi, possono ripresentarsi. Ripensare a 25 anni fa, allora, per imparare cosa non fare.

In ricordo di Borsellino: la sicurezza come movimento culturale di legalità

di Daniele Madau

Paolo Borsellino

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità

E’ giustamente celebre, oltre che bella, questa frase di Borsellino, modello più volte indicato da Giorgia Meloni come decisivo per la sua scelta di fare politica.

In questo giorno di ricordo, silenzio, commemorazione-allora- è giusto, rispettando toni di riflessione che vadano contro quelli sempre estremi della politica quotidiana, riprendere questi concetti cari al magistrato ucciso barbaramente il 19 luglio di trentaquattro anni fa e confrontarli con l’idea di sicurezza che la maggioranza, che dichiaratamente a lui si ispira, sta mostrando.

E’ appena uscito il nuovo decreto sicurezza, che rende legale il fermo preventivo anche dei minorenni. Giorgia Meloni, a Palermo, ha esplicitamente parlato di militarizzazione della Sicilia. Pochi secondi dopo la condanna a Mario Roggero, che aveva inseguito e ucciso alle spalle due suoi rapinatori ‘come vendetta’, si è subito invocata la grazia, senza un attimo di riflessione, senza attendere neanche le motivazioni della sentenza.

Tutto questo è estraneo a Paolo Borsellino: il grande errore di chi vuole commemorarlo oggi, e sempre, è quello di parlarne senza conoscerlo. Nella frase d’apertura, così densa e profonda, limpida, c’è già tutto il suo pensiero di umanità, nel senso dei valori più alti dell’humanitas. Questi non parlano mai di repressione o vendetta, ma solo di educazione, cultura, bellezza, giustizia- nel senso di atteggiamento giusto e rispettoso dei cittadini e dello Stato- legalità, nel senso di libertà sotto le regole. I suoi interlocutori privilegiati erano i giovani, a cui dedicava ogni momento del suo poco tempo libero, per passar loro un messaggio di brezza che scacciasse via la cupa oppressione mafiosa.

In questi trantaquattro anni, il suo ricordo ci ha accompagnato sempre. Sembra, però, purtroppo, che presi dai toni estremi e ormai insopportabili della politica e della comunicazione, le sue parole siano scivolate in superficie, senza trovare terreno fertile, rendendo così ancora più drammatico il suo sacrificio.

Sarebbe inaccettabile, sarebbe assurdo che, dopo ciò che è successo trentaquattro anni fa, non si sappia nemmeno raccogliere un’eredità così luminosa.

Morte dei cavalli per la fatica: abolire le botticelle a Roma e in tutta Italia?

da Chenge.org

Il cavallo crollato a Roma per la fatica

Condividiamo la petizione promossa da Change.org rivolta al Comune di Roma, a cui chiede di avviare un percorso per sostituire le botticelle trainate da cavalli con soluzioni sostenibili garantendo una transizione equa per i lavoratori coinvolti.  A Roma, ancora un cavallo è crollato sull’asfalto mentre trainava una carrozza turistica. 

In pochi giorni la petizione che chiede di abolire le botticelle a Roma, e non solo, lanciata da una cittadina romana ha già raccolto oltre 2.600 firme. 

Il problema

Al Sindaco di Roma Capitale e all’Amministrazione Capitolina,

Oggi, a Roma, un altro cavallo è crollato sull’asfalto.

Non è solo la scena in sé. È il fatto che continuiamo a considerarla normale. Continuiamo ad accettare che degli animali vengano costretti a trainare carrozze tra traffico, caldo, rumore, come se la loro sofferenza fosse il prezzo inevitabile di una tradizione.

Un cavallo non sceglie. Non può dire che è esausto, che ha sete, che il suo corpo non ce la fa più. Quando crolla, quello è l’unico linguaggio che gli resta.

I cavalli non sono attrazioni turistiche. Sono esseri senzienti, capaci di provare dolore, paura e stress.

Non si tratta di essere contro una categoria di lavoratori. Si tratta di essere a favore di esseri viventi che provano dolore, paura e fatica. Una città come Roma può e deve trovare alternative che rispettino sia le persone sia gli animali.

Ogni volta che un cavallo cade, ci indigniamo per qualche ora. Poi tutto torna come prima. Fino al prossimo crollo.

Non vogliamo aspettare il prossimo.

Per questo chiediamo al Comune di Roma di avviare un percorso con tempi e obiettivi chiari per il superamento delle botticelle trainate da cavalli, sostituendole con soluzioni etiche e sostenibili e garantendo, allo stesso tempo, una transizione equa e una riconversione per i lavoratori coinvolti.

Non possiamo continuare a parlare di amore per gli animali solo quando ci commuovono. Dobbiamo dimostrarlo quando significa cambiare qualcosa.

Firmare questa petizione significa dire che nessun cavallo dovrebbe arrivare a svenire sull’asfalto per intrattenere o trasportare qualcuno. Significa scegliere una Roma più giusta, più moderna e più compassionevole.

Perché il rispetto per gli animali non può fermarsi alle parole.

Richiesta di grazia a Mario Roggero: la puntualizzazione del Presidente Mattarella.

Una nuova rubrica con le informazioni tratte direttamente dai comunicati stampa

C o m u n i c a t o della Presidenza della Repubblica

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al
Quirinale il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per puntualizzare i limiti delle
attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la
Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato
dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006.

Roma, 16 luglio 2026

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