Dalla Thyssen Krupp, a Luana D’Orazio a Brandizzo: le inaccettabili stragi sul lavoro in Italia

di Marco Marini

Brandizzo (Torino) 31 agosto 2023. Travolti cinque operai che effettuavano la manutenzione della rete ferroviaria da un treno che viaggiava alla velocità di 160 km/ora. Questa è l’ultima notizia tragica sulle morti sul lavoro.

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto INAIL nei primi cinque mesi del 2023 sono state 358, sei in meno rispetto alle 364 registrate nel periodo gennaio-maggio 2022, 76 in meno rispetto al 2021, 74 in meno rispetto al 2020 e 33 in meno rispetto al 2019. Sembrerebbero cifre confortanti, 6 morti in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Quindi siamo tutti più tranquilli?

Non direi. Abbiamo seguito qualche trasmissione sul fatto citato. Un giornalista di Libero ieri a LA7 se non sbaglio ha affermato che la dobbiamo smettere di incolpare  sempre il datore di lavoro per gli infortuni sul lavoro dei propri dipendenti. E’ un atteggiamento arrogante e colpevole quanto le mancanze di certi datori di lavoro. Esiste una legge, che ci piaccia o meno, Il Decreto Legislativo 81 del 2008, che regola la materia anche per ciò che riguarda la prevenzione non solo l’aspetto sanzionatorio. Il decreto è un recepimento nella nostra Legislazione di una norma europea.

Quindi non è una legge fatta dalla “sinistra” per danneggiare i datori di lavoro. E’ vero che la prevenzione contro gli infortuni sono un costo per l’imprenditore, ma lo è di più per tutta la comunità. Immaginate le indennità, le pensioni e quant’altro erogati da INPS e INAIL a favore di invalidi o peggio alle famiglie dei morti sul lavoro. Perché dobbiamo pagare noi per coloro che non hanno fatto rispettare la legge. E’ vero, anche i lavoratori sono spesso distratti, ma dobbiamo vedere se non abbiano dovuto sottostare a tempi lavorativi che rasentano il cottimo per poter rispettare i termini di un contratto. L’altro giorno un rappresentante del Governo si vantava di aver “scoperto” migliaia di false partite IVA, cioè lavoratori a fattura che erano tutto fuorché liberi professionisti, cioè lavoravano presso un imprenditore, con gli strumenti da esso forniti, con orari imposti dallo stesso ed in più con un costo per il lavoratore “autonomo” non indifferente.

E’ vero il costo del lavoro è alto in Italia, ma nel resto dell’Europa si vedono stipendi più alti dei nostri e Welfare (stato sociale) migliore dei nostri. Un’idea l’avrei: ridurre le tasse sul lavoro e trasferire una parte di queste al lavoratore. Poi volendo esagerare potremmo trasformare il sistema assistenziale e previdenziale da pubblico in privato con delle assicurazione che garantiscano la malattia, le assenze dal lavoro e una pensione decorosa. Questo Governo è da un anno che parla di non gravare sui datori di lavoro, di cuneo fiscale, di riduzione delle tasse etc. ma ancora stiamo aspettando. Vorrei far presente che l’idea illustrata prima è attuata dal sistema anglosassone (Svizzera, Germania, Gran Bretagna) ed in parte dagli Stati Uniti d’America, garantendo un minimo di assistenza pubblica a coloro che vengono esclusi dal mondo del lavoro. Ricordo che qualche tempo fa l’indennità di disoccupazione era più alta di uno stipendio medio. Ma non poteva durare più di sei mesi (negli USA). Il controllo sulle Assicurazioni viene effettuato dal Governo.

Il sistema previdenziale italiano è in affanno per varie ragioni, troppi pensionati, ma l’età media della nostra popolazione sta avanzando. Siamo il secondo paese più vecchio dopo il Giappone nel mondo industrializzato occidentale. Ricordo che il sistema previdenziale era in attivo qualche anno fa mentre quello assicurativo (Cassa Integrazione) era in deficit. Certo se la FIAT, per decenni, al rientro delle vacanze estive (agosto) metteva in cassa integrazione qualche centinaia di migliaia di lavoratori non solo delle proprie fabbriche ma soprattutto dell’indotto, cioè quelle ditte che fornivano i pezzi alla FIAT il conto è presto fatto. Io credo nella concorrenza dove se non ce la fai a restare nel mercato ne vieni escluso, non c’è niente di “comunista” o “capitalista” in questo. Sono le semplici regole del mercato. Che i nostri imprenditori, non tutti s’intende, non vogliono rispettare.

E’ per questo che hanno succhiato il latte a questa vacca che è lo Stato, ma ora come si diceva in uno slogan di una vecchia trasmissione “Bambole non c’è una lira”. Il mondo è cambiato Cina, Brasile, India sono dei competitori agguerriti e tecnologicamente in grado di giocare le proprie carte nello scacchiere economico mondiale. Secondo me, la loro ascesa è anche stata causata da una cattiva visione di certa imprenditoria mondiale che ha sottovalutato l’ascesa delle suddette nazioni. Che tra l’altro vantano una popolazione molto più giovane della nostra. Ho letto qualche giorno fa che l’età media a Cagliari è di 55 anni !!! Come disse il comandante dei vigili del fuoco di Cagliari “…. Come posso chiedere ad un collega sessantenne di correre sulla scala dell’autopompa ed intervenire in un incendio ?..”

Tornando al lavoro ed alla sicurezza, non dimentichiamo i morti della Thyssen-Krupp bruciati vivi perché gli estintori erano vuoti. O Luana D’Orazio uccisa dal macchinario orditorio per filati in provincia di Prato nel 2021. E tanti altri lavoratori. Stiamo aspettando ancora un lavoro per tutti come dice la nostra carta costituzionale, un lavoro dignitoso. Molti non chiedono il reddito di cittadinanza, ma semplicemente un lavoro. Stiamo ancora aspettando il famoso MILIONE di posti di lavoro di berlusconiana memoria (che poi si sono trasformati in migliaia di finte PARTITE IVA, ops torniamo al discorso di cui sopra). E soprattutto qualificare e riqualificare i lavoratori ed adattarli alle nuove esigenze dell’economia, alle nuove tecnologie.

Ma la vedo un po’ in salita vista la nostra scuola sempre più scollegata dal mondo del lavoro, vista l’età degli italiani. Oggi dicono facciamo entrare gli stranieri qualificati ne abbiamo bisogno….. dicono. Se ne sono accorti ora?

Conosco un’infermiera che proviene dall’est europeo, nella sua patria era un medico, ma il suo titolo non venne riconosciuto in Italia. Poi ci meravigliamo se le nostre giovani menti scappano all’estero.

I nostri ragazzi nell’estate: storie di eroismo e violenza

di Daniele Madau

L’estate 2023; l’estate che con un ultimo colpo di coda sta, imperterrita, per lasciarci, mentre noi avvertiamo ancora il desiderio di vacanze, ha avuto dei fili rossi, che possiamo ricondurre a un unico, ben visibile, filo conduttore: il futuro dei ragazzi. Con esso, il problema dell’esempio degli adulti e dell’educazione, e, prima ancora, della natalità e della presenza stessa, nel tempo a venire, della gioventù.

Tra meno di un mese, in occasione della riapertura delle scuole, parleremo di loro, dei ragazzi e delle ragazze, per un giorno e poi basta. Tutto verrà,poi, delegato proprio alla scuola. Conosco da vicino il mondo scolastico e posso dire che la scuola ha spalle larghe, reggerà ancora tutte le responsabilità che la società e il mondo politico le caricheranno sulle spalle, ma questo porterà con se il rischio, che è già una certezza, delle deresponsabilizzazione delle altre componenti del mosaico della società.

Alcuni giorni fa, sul ‘Corriere della Sera’, ho letto due articoli che auspicavano come la scuola dovesse abituare i ragazzi ‘a sopportare il rifiuto’ all’interno di una relazione affettiva e, per aiutare le famiglie, essere aperte anche in estate.

Tralascio la prima indicazione che da sè mostra come anche da parte dei giornalisti, degli studiosi, di tutti coloro che dovrebbero riflettere sui modelli educativi , la famiglia non sia neanche contemplata, presa in considerazione: questo testimonia, da un lato, l’invisibilità che, ormai, avvolge le famiglie; dall’altro contribuisce, come in un corto circuito, a questa deresponsabilizzazione che ammanta d’invisibilità quella che, costituzionalmente e culturalmente, è il primo luogo degli affetti e del rapporto educativo.

La seconda indicazione, che con intervalli regolari ritorna spesso nella riflessione, testimonia poca conoscenza sull’argomento: la scuola, del resto, è uno di quegli argomenti sui quali parlano tutti, meno che i principali protagonisti: gli insegnanti e gli studenti.

La scuola è, in primis, il luogo della trasmissione del sapere anche se, certamente, in una comunità educante: non è il luogo in cui le famiglie possono lasciare i ragazzi in estate, e in generale tutto l’anno, affinché vengano controllati durante il loro orario di lavoro.

E’ una definizione che, all’inizio, può far storcere il naso, poiché si pensa subito ai tre mesi di vacanza degli insegnanti, e dei studenti. Riflettendo più a fondo, tuttavia, si capisce come questa urgenza di sostegno alle famiglie in estate dipenda dal fatto che lo Stato, attraverso i comuni, non metta a disposizione altri luoghi, come i centri estivi, questi sì prettamente deputati alle attività extrascolastiche. Certamente si possono usare anche le scuole ma non gli insegnanti, che hanno un’altra funzione, ormai sempre più sbiadita nella considerazione generale.

Nel caso si volessero adoperare gli edifici scolastici, tuttavia, bisogna considerare che sono privi -tranne che negli uffici -di impianti di condizionamento. L’impiego estivo, quindi, andrebbe preceduto anche da un ripensamento degli spazi e delle dotazioni.

Anche quando, poi, la scuola compie semplicemente il proprio compito e dovere secondo le proprie prerogative e competenze, viene messa in discussione e posta ‘sub iudice’ : è di questi giorni la riammissione alla seconda media da parte del Tar di una ragazza che non era stata ammessa a causa di sei insufficienze.

Anche questa decisione, come ogni aspetto, meriterebbe un approfondimento. La soluzione, quindi, è più complessa, deve essere più complessa: e tutti dobbiamo sentirci coinvolti, nessuno escluso. Inoltre, la soluzione è urgente, ineludibile, non rimandabile: ne va del futuro nostro e del nostro Paese, del futuro e del benessere dei ragazzi: a volte della loro stessa vita.

Immedesimiamoci in uno di loro: forse non l’abbiamo mai fatto. Immaginiamo di avere sedici anni, o meno.

La nostra musica potrebbe essere forse soltanto la rap o la trap, nel caso non ci fosse in casa o tra le amicizie qualcuno che ce ne facesse conoscere altre: di sicuro la scuola, in questo caso, non potrebbe fare molto. Pensiamo ai testi di alcune delle canzoni di questi generi o al messaggio che quel mondo vuole trasmettere in generale: si va dalla rivendicazione del successo – contenuto originario del genere rap – alla rivendicazione della ricchezza, alla rivendicazione del proprio potere sul genere femminile. Qualsiasi ricerca sui testi confermerebbe quanto scritto: la mia non è e, soprattutto, non vuole essere una posizione moralista.

Su questo, in un giorno in cui avevo necessità di confronto e condivisone, ho parlato con Ernesto Assante, critico musicale tra i più autorevoli, giornalista e studioso della storia della canzone. Secondo il suo parere, gli esponenti di questi generi musicali testimoniano il modello di persone che, pur non avendo qualità o talenti particolari, riescono ad avere successo, a diventare protagonisti. Di per sè questo messaggio non è del tutto negativo. Quando, però, si passa ai testi, a quelli violenti, volgari, superficiali, sessisti, il messaggio diventa di per sè un incitamento a queste devastanti pratiche. E non si hanno armi di difesa, non si sa come reagire e cosa proporre in alternativa.

Da soli, infatti, non si può realizzare nulla: da soli – come individui interessati, famiglie, scuola – si può solo assistere a crimini come lo stupro di Palermo, chiaramento ripreso col cellulare, in cui sette ragazzi di età media inferiore ai vent’anni hanno infierito a turno e a ripetizione su una giovane ragazza.

Se io avessi sedici anni cosa penserei? Credo – davanti a casi del genere – che vorrei prevenzione, repressione e pena. Poi, però, sono gli adulti che devono decidere e da adulto penso che, su un totale di 100, la prevenzione debba avere la parte preponderante, almeno 60.

Prevenzione. La prevenzione ha due attori principali: lo Stato e la famiglia. Mentre la famiglia può attingere anche a sostrati socio – culturali che possono causare forme educative sbagliate o devianti, lo Stato ha il dovere di garantire azioni e quadri normativi destinati alla prevenzione, tramite la cultura del rispetto e della legalità. Azioni dedicate a tale scopo potrebbero essere l’attivazione di sostegni alla famiglie tramite corsi, destinati ai ragazzi, di educazione all’affettività, alla sessualità, alla solidarietà. Come si può subito notare, azioni del tutto inesistenti in Italia: anche quando, poi, questi vengono ipotizzati, si pensa subito di delegarli alla scuola la quale, comunque, dovebbe sentire il parere dei genitori. Sembra non esista ambito educativo al di fuori della scuola. Sembra che i professori possano o debbano essere esperti o competenti in ogni materia o disciplina.

Questo aspetto di competenza, invece, dovrebbe essere peculiare della classe politica; tuttavia, purtroppo, riscontriamo frequentemente incompetenza che, a volte, si accompagna a prese di posizione pubbliche imbarazzanti.

Pensiamo ai politici che hanno difeso le idee del generale Vannacci invocando la libertà d’espressione, ben sapendo che queste idee ledevano gli articoli 2 e 3 della Costituzione: o, forse, non sapendolo, fatto che sarebbe più grave. Così, mentre da noi alcuni esponenti partitici difendevano l’indifendibile, mentre da noi venivano assolti dei ragazzi dall’accusa di stupro in quanto – pur avendo ricevuto un rifiuto- avevano frainteso questo rifiuto, in Spagna veniva approvata una legge seria sulla violenza sessuale, simile a quella dei paesi Scandinavi, in cui viene considerato reato ogni atto che non viene esplicitamente approvato dal partner.

Questa è la strada ma, come detto, sembra manchi la competenza.

Del resto, quanti politici hanno attaccato Michela Murgia quando invocava uguale dignità e diritti per tutti, a prescindere dai loro orientamenti o inclinazioni? Ecco, se avessi sedici anni leggerei gli scritti di Michela Murgia: magari non sarei d’accordo su tutto, soprattutto sui modi del suo proporre le idee. Sarei, però, a esempio, incuriosito anche dalla sua modalità di essere cattolica, così divergente, nuova, non tanto distante, come potrebbe sembrare a prima vista, dalla modalità di papa Francesco e dei giovani della GMG di Lisbona.

La strada, dunque, è una sola: quella di ricreare una comunità educante, in cui ognuno si assuma le proprie responsabilità. Stato – con le sue propaggini della scuola, dei partiti, dei comuni, della magistratura – e famiglia- o famiglie – non più lasciata sola possono pensarsi solo insieme nella sfida educativa dei ragazzi. E a questi bisogna aggiungere lo sport e il volontariato. Serve uno sforzo improcrastinabile: lo dobbiamo a loro, al nostro futuro, i ragazzi che, nonostante tutto, sono capaci di gesti di eroismo, come quello di Anna Lorenzi che, a vent’anni, ha perso la vita per salvare il fratellino.

Dalla fortezza esclusiva del ‘Cala di Volpe’ a Orgosolo dipinta, da Mamoiada antica ad Arborea giovane, a Laconi ricca: reportage dalla Sardegna degli opposti, con guide e incontri mutevoli

di Daniele Madau

La tradizione del ‘viaggio in Sardegna’ , terra esotica e selvaggia a portata di mano, per un mito difficile da scalfire -addirittura ‘quasi un un continente’ – , è lunga e consolidata. Da Lawrence a Carlo Levi a Vittorini, in tanti hanno voluto vivere e descrivere, avventurarsi e raccontare questo mito che, come tutti i miti, vuole raccontare una verità. La verità è, per esempio, che al ‘Cala di Volpe’ di Porto Cervo, dopo pochi minuti in cui abbiamo studiato gli interni, io e Bachisio Bandinu – cantore critico della Costa Smeralda -siamo stati mandati via. La verità è, a esempio, la bellezza dell’incontro con persone che vogliono provare a recuperare una memoria che ha ancora moltissimo da svelare e insegnare, come Lena, la figlia di Peppino Marotto. La verità è…

Arborea, lo stagno S’ena arrubia
Laconi, il Museo dei Menhir
Laconi, il castello Aymerich, all’interno dell’omonimo parco
Mamoiada, il Museo delle maschere tradizionali
Scorcio di Orgosolo. Bachisio Bandinu ossserva il murale di Serafino Spiggia
Porto Cervo, la celebre piazzatta sulla spiaggia

La verità è che il viaggio, seppur minimo – come questo che racconterò – è lenitivo. Riscatta dal dolore, dalla quotidianità per forza asfittica, dalla solitudine che lasci nelle tue mura domestiche, augurandoti che al tuo ritorno non ci saranno più, o saranno più lievi o le affronterai meglio. La verità è che, quasi sempre, è così.

Viaggio minimo perché ristretto entro i confini della mia terra, la Sardegna: circa 1000 chilometri in auto; mezzo, forse, non pertinente per l’idea romantica dei viaggiatori, quelli che hanno teorizzato il ‘Viaggio in Italia’ ma che ha permesso di raggiungere in pochi giorni le tappe previste. Eppoi, la mia anima ecologista è sempre rassicurata dal fatto di avere un’autovettura a GPL , anche se si può fare di più: l’obiettivo, a medio termine, è l’elettrica. E, comunque, il pegno l’ho pagato: piccolo – oddio, non tanto piccolo, come ho scoperto dal perito assicurativo – incidente a Nuoro e due ore perse che sapevano tanti di inverno, città in cui vivi e che volevi momentaneamente dimenticare, burocrazia, ansia.

Viaggiare significa andare verso l’altro, farsi altro: di vacanza, di lavoro, di studio, per incontrare qualcuno, il viaggio, per essere tale, deve avere una caratteristica imprescindibile: modificare – come fa un sacramento che imprime, agisce sull’anima – la personalità che, nell’incontro con ciò che è altro, deve cambiare: cioè, arricchirsi.

Il viaggio è un sacramento: accompagna da sempre la vita dell’uomo. Dagli argonauti in poi. I grandi maestri hanno insegnato camminando, come Gesù e Socrate.

Se poi la meta è la tua terra, la finalità deve essere per forza diversa: come per la persona amata, il viaggio è conoscenza delle sfumature, delle bellezze, delle bruttezze e, alla fine, si conferma la scelta per la vita o si prendono in considerazione altre strade.

A questo punto, è chiaro un altro elemento essenziale: l’accompagnatore. Parte integrante del viaggio, del sacramento, dell’altro. Può essere anche te stesso.

Al chilometro 81 della 131 c’è il bivio per Arborea. Arborea è un nome di resistenza post-fascista – prima era Mussolinia di Sardegna – e, con la sua architettura veneta e padana, echeggia di sudori mischiati dal nord d’Italia alla nostra isola e coi suoi pini che lambiscono lo stagno ricco di sfumature di colori, ‘S’ena arrubia’, è un’immagine di rinascita pacificata, dagli acquitrini e dalla malaria. E’ un pezzo di un altro mondo che ora è un pezzo di Sardegna, silenzioso, quasi inosservato ma da osservare, che racconta di convivenza di cognomi veneti e di Campidano sardo, di una giovinezza d’esistenza, fondata nel 1928, che sembra conoscere la bellezza delle diversità.

Spostandosi longitudinalmente verso il centro della Sardegna, andiamo a Laconi, la perla del Sarcidano che è perla della Sardegna. Laconi significa ‘fossa d’acqua’ ma il paese è antitetico rispetto alla sua etimologia: si eleva verso il cielo come la montagna del Purgatorio, perché in cima ha il paradiso terrestre, di ombra, alberi rari, laghetti, cascate, silenzi, castelli medievali. Il parco Aymerich. Alle sue pendici, invece, il mistero della morte e degli inferi, inciso nei capovolti dei menhir del museo. Puntellato nei suoi lati panoramici e d’abissi da statue di Maria e S.Ignazio, Laconi è un mistero, perché la sua bellezza, la sua ricchezza di sfumature di cultura, non ha evitato lo spopolamento e l’invincibile desiderio di andar via, fuggire dalle sue meraviglie che non danno lavoro. Una dannazione che si irradia alla Sardegna tutta, bella di purezza da contemplare, morire di struggente nostalgia e di ricordi da lontano, da oltre il mare.

Il mare smeraldo, suggestione di lusso e ricchezze. La spiritualità di Laconi si trasfigura in cicatrici di vita mondana e l’immortalità serena della beatitudine celeste cede all’affannosa ricerca dell’immortalità del benessere terreno. Come il ritratto di Dorian Gray si carica delle bruttezze della vita del protagonista, così la Gallura si è caricata dell’illusione della perennità immobile del privilegio del turismo. Ricorrono i 60 anni dalla fondazione della Costa Smeralda, che è passata di padrone in padrone: Aga Khan, arabi, americani, russi. E spadroneggianti, come Marta Marzotto, Berlusconi, Lele Mora: più sardi dei sardi, secondo le loro standardizzate definizioni. Mi accompagna un Virgilio, Bachisio Bandinu, la cui opera di studio critico su questo angolo artificiale è stata letteralmente bandita. Si muove a suo agio, con la placidità e la leggerezza dell’esperienza e del pensiero acuto. La piazzetta è immobile sotto un qualuque sole di luglio, poco frequentata, circondata da archi e scale, negozi e colori pastello di un anonimo mediterraneo, che potrebbe avere casa dalla Grecia all’Andalusia. Si potrebbe pensare a una ‘Creuza de mä’ architettonica, ma la prospettiva di De André era di unire attraverso una lingua mediterranea, non di escludere attraverso l’esclusività. La spersonalizzazione è il danno e l’offesa più grande che si potrebbe arrecare a un popolo perennamente in cerca d’identità, come i sardi: e così stiamo ancora chiedendoci, mentre ci è stata rubata l’anima, se l’operazione Costa Smeralda sia stata positiva o negativa. Leggo cosa ha scritto sull’ ‘Unione Sarda’ Giorgio Fresu in questi giorni, consigliere comunale di Posada: ‘Ora l’Aga Khan non c’è più. E’ stato lasciato andar via nell’indifferenza generale, senza pensare che con lui la Sardegna avrebbe sicuramente goduto di altri territori di pregio, in totale ossequio alla tanto amata e declamata sostenibilità’. Mi fa riflettere, eppure avverto come qualcosa che non mi convince, come quel fascino da canto di sirene che avverto a fianco alla chiesa ‘Stella Maris’, davanti allo ‘Yatch Club’. E così mi turo le orecchie, che riapro al suono dei vecchi nomi galluresi: ‘Liscia di vacca’, il cui significato, ‘merda di vacca’, tradisce l’origine dai pascoli e risuona come un riso sardonico di sbeffeggio alla bella vita notturna, di Di Caprio e Mbappé.Il gallurese è solare, liquido, rotondo, poetico. Bellissimo.Al ‘Cala di volpe’ Bachisio mi intima di non dire o chiedere nulla, far finta di niente e di entrare e girare per la ‘hall’; ma io non riesco, l’educazione è più forte della curiosità e, all’accoglienza, chiedo il permesso di dare uno sguardo. Ci viene accordato ma, poco dopo aver ritrovato la stessa – a questo punto banale anche se cuelliana (gli interni sono stati pensati da Cuelle) – architettura e disposizione della piazzetta e aver varcato la soglia della terrezza a mare, prima uno dei tre vigilantes armati, poi una responsabile ci invitano ad andar via, parole sue, ‘per non inquietare i clienti’.

Un’altra porta, invece, si apre, a Orgosolo. Quella di Lena Marotto, figlia di Peppino, ucciso 15 anni fa, in pieno giorno, senza colpevoli. Poeta, sindacalista, saggio. Mito per Elio e Tonino Cau dei Tenores di Neoneli, con cui ne ho parlato.Con lei proviamo a recuperare la sua memoria, con fatica e delicatezza, perché nessuno vuole parlare troppo e tutti vogliamo lasciare un silenzio di rispetto e pudore che non è, però, d’omertà. Ci lasciamo con la promessa di recuperare alcune sue carte inedite e aiutare, così, Orgosolo a risollevarsi. In effetti, è già in piedi, piena di turisti come Porto Cervo era, invece, vuota. Turisti colorati tra le mura colorate che danno sulla valle. E se a Porto Cervo vinceva l’inazione e l’inanità, qui, all’opposto, c’è ancora il sentore della rivoluzione pacifica di Pratobello e, come davanti alle tombe dei grandi per un romantico, davanti alle scritte senti il coraggio crescere e farsi forte. Come davanti al murale di Serafino Spiggia, dal profilo di roccia, prima sconosciuto ora conosciuto, nuovo, aedo di questo paese d’arte e dolore. Grande è stata la sua amicizia con Bachisio Bandinu, che, inaspettatamente, se lo ritrova davanti, trasfigurato.

Mamoiada è a due passi e Bachisio insiste per entrare al ‘Museo delle maschere mediterranee’: mi lascio convincere, anche se l’avevo già visitato. Paga i biglietti e saliamo al primo piano, dove si vive il primo momento: la visione di un filmato sul significato e l’origine dei Mamuthones. Scopro che la voce narrante, e i testi, sono i suoi ed bello avere questo privilegio di ascoltarli insieme. Mentre esce, lo fermano e gli chiedono una foto alcune ragazze della cooperativa che gestisce il museo: e qui, forse, la dannazione della Sardegna sembra arretrare e Mamoiada antica, ancestrale, mascherata, divinizzata sembra avere un futuro, tra il patriarca Bachisio e le giovani studiose.Torniamo a Cagliari col il segno dell’incidente sulla portiera sinistra: un altro segno visibile – filo diretto del racconto, quello dei segni impressi -della precarietà dell’andare, dell’anima che si fa cammino, senza pace se non quella a cui aspirare. Sarebbe stato meglio una vacanza normale, seduto davanti al mare a leggere e a rinfrescarmi ogni tanto i piedi? Non so: arriverà anche quella, ma solo dopo aver concluso un altro cammino.

Paolo Borsellino (19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992)

di Marco Marini

Marco Marini, autore che spesso ci guida in riflessioni ricche di spunti e dati, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, ricorda la bellissima figura e alcune parole di Paolo Borselllino, vittima di uno dei tanti misteri d’Italia.

Il giornalismo di stile anglosassone ci spiega che per scrivere un articolo o esprimere un concetto, ci si affida alle 5 W (che tradotto in italiano rappresentano le domande Chi?, Dove?, Come?, Quando?, Perché?). Si tenta di “spiegare” o raccontare un fatto, un fenomeno, rispondendo a queste cinque domande. Spesso però qualcuna di queste rimane senza risposta. Perlomeno a gente comune come noi, a coloro che non sono addentro a certi meccanismi che solo gli addetti ai lavori conoscono. Questo a maggior ragione, si può affermare per quanto riguarda la storia del nostro Paese. Non è questo il momento e la sede per raccontare le “stranezze” di questa Italia, ricca di bellezze uniche al mondo, ma altrettanto avvolta in molti misteri. Dalle stragi politiche ai vari scandali che iniziarono già alla fine del 19° secolo, appena creato lo Stato Unitario, questa nazione è stata ed è tuttora alla ricerca di verità. Ripeto non tutte le domande che ci si pone ottengono risposta. Questo è un Paese che ricorda, celebra e, mi si permetta, riempie di parole retoriche tutte le celebrazioni. Si rischia quindi di mitizzare ogni aspetto della storia umana. Questo porta ad allontanarsi con un senso di fastidio o peggio noia, dai vari ragionamenti sui vari fatti della nostra Storia.

Domani, 19 luglio 2023, ricorre il 31° anniversario della Strage di Via Amelio a Palermo, in cui perse la vita Il Giudice Paolo Emanuele Borsellino e i cinque membri della scorta, tra i quali ricordiamo la nostra Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta e prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio. Rileggiamo le note e gli articoli che hanno riguardato quella ed altre stragi di quel periodo. La strage di Capaci con la morte del Giudice Falcone, l’attentato a Via dei Georgofili a Firenze con cinque vittime e tutte le violenze che la mafia pose in essere per costringere questo Stato a scendere a patti. Ricordiamo che nel 1998 la Procura di Firenze aprì l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Cosa possiamo dire di questi personaggi, queste vittime, questi servitori dello Stato, senza cadere nella stucchevole retorica ? Innanzitutto che furono abbandonati dalle Istituzioni in cui credevano, portando avanti il loro lavoro nonostante sapessero di essere degli obiettivi delle stragi mafiose:

«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.
Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.»

(Paolo Borsellino, intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992)

Ed

«Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.»

(Durante il Convegno de La Rete del 25 giugno 1992)

Ventiquattro giorni dopo, avrebbe seguito la stessa sorte del suo collega ed amico Giovanni Falcone.

Una considerazione personale, se questo Stato è sceso a patti con l’organizzazione mafiosa si può considerare uno Stato forte? Ho i miei dubbi. L’infiltrazione della criminalità organizzata sia nell’economica che nella politica è cosa risaputa ed è comune a tutte le latitudini di questo mondo. Nulla di stano quindi.

Ma sembra che da noi sia più evidente che da altre parti. Qualche anno fa incontrai a Elmas il fratello minore del Giudice Borsellino, Salvatore, ingegnere. Ci raccontò quanto il Giudice fosse contrariato dal fatto che Salvatore avesse lasciato la Sicilia.  Affermava che la battaglia contro la criminalità andava affrontata in loco, se non per altro almeno per l’amore verso la propria terra. Salvatore è stato il promotore del cosiddetto “Movimento delle Agende Rosse”: Il nome fa riferimento all’agenda di Paolo Borsellino, sparita dopo la strage di via D’Amelio. In quell’agenda Borsellino scriveva appunti personali, supposizioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo. L’agenda sparì dalla borsa di cuoio del magistrato che era sul sedile posteriore dell’auto su cui viaggiava il giudice Borsellino. Esistono prove fotografiche e video di un carabiniere, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa. Nei confronti del carabiniere fu istruito un processo per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra e per la sottrazione dell’agenda, ma non si è arrivati alla fase dibattimentale. Il capitano ha fornito versioni diverse in diversi interrogatori: in un primo momento disse di aver dato quella borsa all’ex Magistrato Giuseppe Ayala, poi di aver dato la borsa a un ufficiale di servizio e infine di averla riportata all’interno della vettura ancora in fiamme, dove fu poi ritrovata la borsa. I collaboratori e i familiari di Paolo Borsellino confermano che il Magistrato non si separava mai dall’agenda, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone. La moglie del Magistrato ha confermato che il 19 luglio 1992 nella borsa era stata messa anche l’agenda rossa.

Flussi e riflussi della Storia: ricordiamo la sparizione dei documenti sottratti a Mussolini dopo la cattura a Dongo, dove si parlava del carteggio epistolare tenuto con Churchill e dei soldi rubati alla Banca d’Italia. Come dei documenti di Aldo Moro spariti dopo il rapimento in Via Fani a Roma. In tutte queste vicende compaiono quasi sempre gli stessi personaggi che l’Italia ha sempre incontrato. Potenze straniere (Gran Bretagna, per esempio, così come Stati Uniti e Israele), la mafia, i servizi segreti, più o meno deviati, che invece di essere fedeli allo Stato hanno favorito progetti di questa o quella parte non solo politica. E non dimentichiamo quella parte della massoneria deviata (?) denominata Propaganda 2 (P2) che grazie al fascista Licio Gelli, suo vanto, legò gli interessi politici e mafiosi fino al coinvolgimento dello I.O.R (Istituto Opere Religiose) gestito dall’Arcivescovo Paul Marcinkus, e le morti di Sindona e Calvi ed altre a loro legati.

Ci domandiamo se in un paese del genere non sia più facile girare la faccia dall’altra parte e arrendersi di fronte a queste manifestazioni di potere. In una canzone, Fumetto, Lucio Dalla diceva “… che mondo sarà se ha bisogno di chiamare superman….” Ma Paolo Borsellino ha “risposto”:

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. […] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”»

(Paolo Borsellino, intervento a Casa Professa, 25 giugno 1992)

La vergogna delle parole sul corpo delle ragazze

di Daniele Madau

La vergogna delle parole della seconda carica dello Stato, della Ministra della Famiglia, del giornalista Facci

Sappiamo bene la crisi che vive il mondo degli adulti, che va oltre ogni normale e generica incomprensione generazionale: gli adulti di oggi non sembrano aver più l’autorevolezza e la capacità di porsi come tali davanti ai ragazzi, che ne subiscono le conseguenze, con smarrimenti, sbandamenti, disorientamenti, dovuti alla mancanza di punti di riferimento. Tutta la società ne è interessata e l’effetto più evidente e conseguente è quello del crollo delle nascite, come a risolvere alla radice il problema, nella maniera più semplice.

Quanto scritto del mondo adulto si scontra con una delle tematiche più a cuore ai ragazzi, quelle di genere, che richiedono uno degli atteggiamenti più naturali, propri del mondo adulto stesso e, perciò, più che mai necessari: la delicatezza nel trattare aspetti che riguardano la violenza di genere, nel pesare le parole, nel mostrare nella proposizione delle proprie opinioni e dei propri comportamenti il rispetto, la necessaria profondità di riflessione, l’idea di accoglienza di chi sembra aver subito la violenza. Violenza: parliamo di qualcosa che può devastare una vita, segnarla per sempre nella percezione di sè e nella propria apertura al mondo, nella fiducia verso le persone.

Ebbene, davanti a queste situazioni abbiamo reazioni dal mondo politico pericolosamente superficiali, spiazzanti, fuori luogo e tempo, rivelatrici di pregiudizi annidati nel proprio modo di pensare – e quindi di vivere l’attività politica -, semi di futura altra violenza, magari più strisciante ma non meno pericolosa. Reazioni vergognose, indegne, talmente imbarazzanti da lasciare senza parole, afoni.

E allora le parole, una nostra facoltà da curare, pesare, educare, dobbiamo farle sentire per avere, noi, un po’ di dignità e ribellarci: per quanto ci è possibile, per i ragazzi. In questo caso, per le ragazze.

E’ facile usarle, quelle parole, quando tutto è generico, impalpabile, distante: la ministra Rocella le ha sempre riferite a un mondo ideale di famiglia perfetta, in cui tutto scorre su binari dritti e immutabili di ruoli tradizionali, precostituiti – e perciò non umani se non disumani – in cui la ragazza e la donna erano considerate, di fatto, inferiori, rispetto al maschio. Al figlio maschio. ‘Non commento le parole di un padre’, ha commentato, riferendosi a Ignazio La Russa e alla presunta violenza perpetrata da suo figlio nei confronti di una 22enne. Non commenta quando dovrebbe commentare, andare oltre l’appartenenza politica e respirare l’aria pura del pensiero ben orientato, elevandosi oltre la puzza delle parole di parte.

‘Ha denunciato dopo 40 giorni e aveva assunto cocaina’, ha commentato lui, il padre, Ignazio Benito La Russa, lasciando intendere, oltre alla palese ignoranza su aspetti giuridici, la colpa e la colpevolezza della ragazza. Ecco il più solare disimpegno, la più squalificante rinuncia all’educazione verso il suo stesso figlio e la più perfetta manifestazione del proprio animo e del proprio pensiero. Tutto questo in un silenzio della Presidente del Consiglio volontariamente connivente.

Questa è la politica di oggi, nella sua immaturità, ignoranza e, di più, sottile violenza nell’omertà e nel perpetrare i più pericolosi pregiudizi.

Concludo con Facci, in un climax di – mi scuso per l’espressione – sgomento disgusto. Mi scuso anche perché riporterò le sue parole ma lo devo alla ragazza, presunta vittima, e a tutte le altre, affinché leggerle faccia emergere la voglia di ribellione: “Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa”, ha scritto in quel giornale di stile, di giornalismo esemplare ed equità che conosciamo, Libero.

Lasciamo risuonare queste parole nel silenzio dell’assenza di commento che, contemporaneamente, le amplifica e le lascia cadere nell’oblio che merita la sensibilità di chi le ha scritte, nell’abisso della cosidetta cultura di destra che, mentre si vuole legittimare, tradisce i valori a cui si vorrebbe ancorare. Eppure aspettiamo ancora, e vogliamo, una destra moderna, sociale, attenta ai diritti, capace di valorizzare il patrimonio italiano, come vorrebbe.

‘Non ripeterei più quelle parole’ ha commentato, poi, Facci. Il solito stile vigliacco di chi fa finta di aver agito contro se stesso. Non basta. Non basta più. Vergogna.

La sinistra davanti alle nuove sfide: la necessità di un nuovo umanesimo. Incontro con la deputata Paola De Micheli

di Daniele Madau

Paola De Micheli è eletta per la prima volta alla Camera nel 2008. Nel 2014 viene nominata Sottosegretaria all’Economia. Nel 2019 diventa vicesegretaria del Partito Democratico. Lascia l’incarico quando viene eletta – la prima volta per una donna -Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Conte II. Nel 2023 partecipa alle primarie come candidata segretaria del PD. Con lei abbiamo spaziato dalle nuove sfide a livello globale, a cui la sinistra deve andare incontro, alla più stretta attualità italiana.

Onorevole De Micheli, lei è una delle esponenti più importanti, con maggior storia politica e istituzionale, all’interno del Partito Democratico. Su cosa si sta concentrando la sua attività politica in questo periodo?

Sto seguendo dei dossier riguardanti i principali settori d’intervento politico, cercando di dare un contributo di analisi e approfondimento: sanità, politiche migratorie, attività produttive e politiche industriali. In riferimento a quest’ultimo settore, sto lavorando a dossier sulla transizione ecologica e sul rapporto tra gli aspetti produttivi e l’ecologia. Tutti noi sappiamo bene quanto sia rilevante la questione ambientale e necessaria la transizione ecologica ma, questo inevitabile processo, non dovrà danneggiare, sia in termini ecologici sia in termini di posti di lavoro, i lavoratori e le imprese: noi dobbiamo essere al loro fianco. La mia ispirazione è sempre il concetto di umanesimo, che vede l’uomo e le donne, e loro necessità, al centro di tutto.

E l’attività politica della sua segretaria, Elly Schlein, come la giudica?

Io noto una progressiva scomparsa dell’ ‘effetto speranza’, che si era creato con la sua elezione. Ciò credo che sia dovuto a questioni sia oggettive che soggetive. Quelle oggettive riguardano un affaticamento generalizzzato delle sinistre europee, causato anche da politiche, oggettivamente – appunto – errate, come la gestione non solidale dei flussi migratori. Al livello nazionale, poi, si respira un po’ di sfiducia legata anche alla poca chiarezza e alla volubilità delle alleanze, cosicchè si notano ritardi nell’azione di opposizione. Opposizione che, tuttavia, si sta unendo di fronte alla lotta sul salario minimo. Quelle soggettive riguardano l’isolamento della segretaria, che non ha valorizzato il pluralismo e non si è ancora impegnata in un lavoro di profilazione di una sinistra sociale. Ci sarebbe necessità, infatti, di un nuovo profilo culturale della sinistra, in grado di parlare a nuovi elettori, che vadano oltre il nostro bacino usuale, quello dei centri storici delle città.

Ripartiamo da qui, dalla nuova profilazione della sinistra: salario minimo e che altro? Possiamo anche spaziare a livello europeo e mondiale, date le importanti scadenze elettorali del 2024 del rinnovo del parlamento europeo e delle elezioni americane.

La sinistra deve assumere nuovamente posizioni di responsabilità rispetto ai ceti e alle categorie svantaggiate: una sinistra del lavoro, sociale, cattolica, riformista, in Italia e in Europa: come, a esempio, quella tedesca. Questa sinistra, ripartendo dai bisogni delle persone, deve ribaltare l’attuale gerarchia, che la vede subalterna alla finanziarizzazione dell’Occidente. Tutto questo senza aver paura di essere considerati dei conservatori. La sinistra, infatti, davanti alle impegnative sfide dell’Intelligenza Artificiale e della transizione ambientale, deve essere in grado di governare il necessario processo di trasformazione e convertirlo in momento di crescita che tuteli, e sappia tramutare, il lavoro delle persone. Queste stesse persone che ora hanno paura di perderlo, il lavoro. Questo vuol dire per me ‘nuovo umanesimo’. Nuovo umanesimo che, per continuare ad avere uno sguardo globale riferito all’aspetto più urgente nel panorama internazionale, non può abbandonare e non può non sostenere a tutti i livelli un popolo aggredito ma che, contemporaneamente, deve necessariamente trovare strade che portino alla pace. Questa sinistra deve avere maggiore chiarezza nell’attività di pace: attività che, forse, è stata trascurata.

Restringendo nuovamente il campo e tornando alla, forse, angusta realtà italiana, vorrei una sua considerazione sulle ultime due puntate di ‘Report’ . Due settimane fa è stato mandato in onda il servizio sulle attività imprenditoriali di Daniela Santanchè, di cui la ministra dovrà riferire in aula: anche come imprenditrice, qual è la sua posizione? L’ultima puntata, invece, è tornata sul crollo del ponte Morandi e sulle decisioni dei governi che si sono succeduti nei confronti di ‘Aspi – Autostrade per l’Italia’. Dalla ricostruzione che ha fatto la trasmissione di Ranucci, sembra che Toninelli volesse revocare la concessione alla famiglia Benetton e che, invece, Draghi e il suo governo, dove lei era Ministra delle Infrastrutture, non abbiano avuto la stessa volontà; permettendo, così, una soluzione negoziata in fin dei conti favorevole a coloro che sono stati responsabili del disastro.

La ministra Santanchè deve assolutamente riferire in Parlamento e non rimandare i chiarimenti. Se le accuse venissero confermate, sarebbero di notevole gravità. Questa gravità è legata ai rapporti con i lavoratori e con i fornitori. Io cerco, comunque, di restare garantista e aspetto prove documentali. Preciso che questa mia posizione garantista è maturata anche in seguito ad attacchi che, di fronte ad accuse poi rivelatesi infondate sulla mia attività imprenditoriale, ho ricevuto dalla stampa riconducibile a posizioni di destra.

Per quanto riguarda la vicenda della concessione ad Aspi, bisogna risalire alla tipologia della concessione stessa, promossa da Romano Prodi e confermata da Silvio Berlusconi. In caso di revoca, anche per grave inadempienza, era previsto un risarcimento di 25 miliardi, che sarebbero ricaduti su tutti gli italiani. Noi, comunque, avendo ereditato una decisione, scrivemmo comunque il decreto di revoca. Continuavamo, però, chiaramente, a monitare la situazione riguardante la situazione delle infrastrutture. Sul mio tavolo arrivavano relazioni allarmanti riguardanti lo stato dei ponti, delle strade e delle gallerie: soprattutto, a causa della sua conformazione, della Liguria. Abbiamo, così, deciso di intervenire immediatamente con una soluzione negoziata che, facendo risparmiare 25 miliardi, avrebbe riportato Aspi, in parte, sotto il controllo pubblico, permettendo quei lavori non più rimandabili. La società che, ora, ha la maggioranza delle quote di Aspi è Cassa Depositi e Prestiti che, ricordo, non ha un bilancio pubblico ma gestisce i fondi privatistici del risparmio postale.Ho preso questa decisione e ne sono fiera, soprattutto pensando alle vittime di quelle mancate manutezioni. In ultimo voglio ricordare come io, al contrario dell’ex ministro Toninelli, non abbia mai incontrato Giovanni Castelluci.

Lettera agli italiani su Silvio Berlusconi. E non solo

di Daniele Madau

Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica… e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore” (Veronica Lario, aprile 2009)

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare” (Paolo Borsellino)

Cagliari, 20/06/2023

Vi scrivo, italiani, perché quello a cui ho assistito nei giorni scorsi – i giorni successivi alla morte di Silvio Berlusconi – dice molto di noi italiani. Ho aspettato a farlo, perché, fortunatamente, la morte è ancora un tabù – forse l’unico ancora rispettato – che pretende silenzio, rispetto, riflessione su chiunque. E, mentre aspettavo, cercavo la modalità migliore per scrivere su Berlusconi, una persona che ho molto avversato; ho scelto la lettera, col suo bagaglio di tradizione millenaria: forse la tipologia di testo che più può lasciar trasparire l’accoratezza nello scrivervi queste righe.

Ho deciso di farlo perché credo che lui ci debba molto. Non noi, italiani, a lui ma lui a noi. Ricordiamo alcune espressioni del celebre discorso della ‘discesa in campo’? ‘L’Italia è il Paese che amo: qui ho le mie radici, qui il mio futuro’ . Non posso sapere quanto fosse sincero ma, di sicuro, l’Italia gli ha permesso di realizzare tutti i suoi desideri, e non è poco: è ciò che tutti noi desideriamo per la nostra vita.

Innanzitutto, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza nel secondo dopoguerra, gli anni in cui l’Italia era, forse, il Paese più dinamico d’Europa: una vera terra di speranza e di futuro che, nel 1960, ha avuto il suo anno d’oro, rimasto nell’immaginario collettivo come un paradiso raggiunto e poi perduto, quasi teatralmente messo in scena nelle Olimpiadi di Roma dello stesso anno. Tutta la sua generazione ha potuto beneficiare di quel momento di resurrezione in cui si poteva, non dico sognare, ma avere un’aspirazione legittima sulla propria vita: aspirazione semplice, di felicità, di benessere, di realizzazione.

L’onda lunga di quel periodo, in cui è nata anche la moderna imprenditoria edile, gli ha permesso di creare il suo primo impero, quello edilizio appunto, e il primo nucleo della sua fortuna economica. In Lombardia, col suo attivismo a volte un po’ cieco e irrazionale, tutto volto alla produttività e al benessere economico, che ha prestato il fianco alla speculazione ediliza e alla cementificazione, come magistralmente cantato da Adriano Celentano. Lui ha dovuto tanto alla Lombardia, quindi, non la Lombardia a lui.

E Milano, che si avviava a diventare il luogo in cui elaborare e sperimentare il concetto di lavoro come autorealizzazione per il divertimento d’elite, a discapito di tutto e tutti, gli ha permesso incontrare una classe politica pronta a usare quella sua nuova ricchezza: la classe politica di Craxi e Pillitteri, in un’idea di socialismo che si sposava pienamente col concetto di aspirazione a godere dei frutti del proprio lavoro, a discapito di tutto e di tutti. Quella classe politica gli ha permesso, spudoratamente e già ad personam, di accrescere la sua originaria, piccola e regionale, impresa televisiva che, poi, è diventata un impero transnazionale. Da lì la ricchezza smisurata che ha gli ha permesso di continuare a relizzare i suoi desideri, come l’arrivare in elicottero per incontrare la sua nuova squadra di calcio, il Milan che, con lui, vincerà tutto. Quindi Berlusconi ha dovuto a Milano almento quanto Milano ha dovuto a lui, niente di meno.

Il sistema politico e governativo italiano, poi, col suo garantismo, con la sua moderna democrazia e con, purtroppo, la sua mancanza di alcune leggi che lo autotutelino, gli ha permesso di formare un partito, vincere tre volte le elezioni e, con la maggioranza conquistata, guidare il Parlamento fino a farlo esprimere nella vicenda Karima: per il Parlamento stesso lei era la nipote di Mubarak. Sinceramente, credo che in un Paese con altre caratteristiche, tutto questo non sarebbe potuto accadere. Tecnicamente, poi, durante i suoi trent’anni di attività politica, Berlusconi non era più in carica al timone delle sue imprese. Gli stipendi mensili alle sue prescelte, i soldi con cui ha pagato i senatori Scilipoti e De Gregorio («Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi mi pagò quasi 3 milioni di euro per passare con Forza Italia», disse quest’ultimo) e con cui pagò tutti suoi processi, compreso quello, ancora in essere prima della sua morte, come mandante occulto per le stragi di mafia – della quale si è avvalso, invece di farsi difendere dallo Stato, per la sua protezione personale sin dai primi anni imprenditoriali – sono quindi derivati, almeno in parte, dalle nostre tasse. Berlusconi ha dovuto tanto all’Italia e non l’Italia a lui.

La mia terra, poi, la Sardegna, gli ha permesso di acquistare e ampliare (i lavori di ampliamento erano tecnicamente ‘segreto di Stato’) un’abitazione meravigliosa, in uno dei luoghi più belli del mondo, in cui accogliere i grandi della terra e passare le sue estati. Non ho visto segni tangibili di riconoscimento alla Sardegna. Lui ha dovuto tanto alla Sardegna non la Sardegna a lui.

Sapete, sono un’insegnante. Ho vissuto l’inizio della mia carriera, il precariato, durante il suo ultimo governo: ho vissuto fino in fondi gli enormi danni dei suoi ministri, Tremonti e Gelmini, alla scuola. Ho sentito i suoi insulti verso di noi che insegnavamo il rispetto verso tutti, in nome del diritto a vivere serenamente il proprio orientamento sessuale. Ho sentito il suo governo parlare di merito- come oggi- e poi favorire le igieniste dentali, mentre i nostri ragazzi, il nostro futuro, emigravano, andando a contribuire al futuro di altre nazioni che, incredule, ringraziavano. Il deserto demografico di oggi ha origine anche da lì.

Questo è ciò che gli imputo maggiormente: essersi arricchito e aver conservato il potere a discapito del futuro, dei nostri ragazzi. Vecchioni parlava di ‘bastardo sempre al sole’ e faceva intendere che non sbagliava chi lo identificava con Berlusconi. Anche per lui, a vantaggio suo, potevamo chiamarci tutti noi, tutti noi italiani, ‘ancora amore’. Riascoltatela ‘Chiamami ancora amore’.

Perché l’Italia lo ha riempito d’amore, in maniera irrazionale, ingenua, pietosa, da poveri, a loro volta mendicanti d’amore. Basta rivedere i suoi funerali, con la folla acclamante fuori dal Duomo di Milano. La folla che, nel 2011, lo ha anche insultato, quando è caduto. Perché così sa fare. E noi dobbiamo essere popolo, non folla, e non lasciarci guidare né verso gli elogi spudorati né verso gli oltraggi, da connazionali di Manzoni (Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sonito mista la sua non ha: vergin di servo encomio e di codardo oltraggio)

Alla fine la Costituzione ha retto, il nostro sistema creato dopo il referendum del 1946 ha retto, arrivando sino a una condanna di Berlusconi e anche, come è giusto, alla sua successiva riabilitazione.

Ed è proprio questo che dobbiamo sempre ricordare, tenere nel cuore e nella mente: noi, italiani, non dobbiamo adorare nessuno. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo cedere al culto della persona e alle scorciatoie che ci presenta ma solo credere nel rispetto e nel servizio alla Costituzione, anch’essa nata dalle nostre forze italiane, e quelle migliori.

Noi dobbiamo solo conoscerci, amare la cultura che rende liberi e che respiriamo dovunque, se decidiamo di uscire dalle bassezze che dobbiamo imputare a noi stessi. Ciò che noi possiamo vivere nelle nostre città è l’esito millenario di quanto Roma, nana sulle spalle del gigante della cultura greca, ha creato fondendosi con le realtà locali. Roma, disgregandosi, ha creato poi quel terrendo fertile su cui sono nati i regni romano-barbarici, e i comuni, e l’Umanesimo e il Rinascimento, e il ‘600 del Barocco e di Galileo, e il Neoclassicismo e il Romanticismo, che ha reso possibile il Risorgimento, l’Unità d’Italia. Sino alla Resistenza e al miracolo economico da cui siamo partiti.

Questo, e molto altro, siamo noi italiani. Di cosa abbiamo paura? Perché abbiamo dovuto sperare in un uomo solo al comando? O, meglio, sperare va bene ma perché continuare a credergli e osannarlo?

Certo, Silvio Berlusconi merita il rispetto che si deve a ogni uomo, come ci ha ricordato il cardinal Delpini, e come imprenditore ha, a sua volta, reso possibile il benessere di tante persone. Ma non, credo, più di altri imprenditori, che il contesto italiano che abbiamo descritto ha fatto sorgere e che, magari, hanno rispettato di più l’Italia.

Noi, infatti, abbiamo bisogno solo del nostro patrimonio umano, culturale, paesaggistico, giuridico. Ci crediamo? E ora di farlo, perché non capiti più di riconsegnare trent’anni della nostra storia, e il nostro futuro, a una sola persona. Dagli errori si impara, solo così tutto può avere un senso: anche da quelli, molto gravi, di non credere in noi, tanto da permettere tutto a chi non ci ha cambiato in meglio. Questo – cambiare in meglio qualcosa, come d citazione d’apertura – è possibile solo a chi ha un amore più grande, come quello di Paolo Borsellino, che ha dato la vita, senza neanche avere funerali di Stato.

Il miracolo di Ranieri è vera poesia

di Daniele Madau

A volte ci chiediamo che utilità abbia – se non quale sia il senso – del calcio o dello sport in generale. Si potrebbe azzardare ‘ l’utilità dell’inutile’, come il saggio di Nuccio Ordine, scomparso due giorni fa.

Soprattutto coloro che non seguono lo sport, che non sono tifosi di calcio, lo chiedono, con un po’ di arrogante curiosità, ai tifosi; e loro – che, comunque, sanno molto bene che si tratta di qualcosa di molto utile – quasi sempre, non sanno come rispondere.

Perché è difficile rispondere quando si tratta di emozioni, agonismo, complicità, spogliatoio, orgoglio, rispetto, poesia, fango, gioia, fatica, attesa, lacrime.

Tutto questo, e molto di più, è lo sport.

Lo sport, il calcio, come quotidianità dell’arte, come eroismo dei semplici e degli umili: di tutti noi. Come il sogno che si fa realtà in un campo. Come la vita che insegna ma, a volte, è incomprensibile. Come un goal al 93esimo che manda in serie A una squadra e in B un’altra. Un’altra che aveva appena colpito una traversa, che giocava davanti a 60000 tifosi, sotto la pioggia, e che aveva concluso il campionato piazzandosi meglio.

Ma sotto la pioggia c’erano anche 1200 sardi che hanno attraversato il mare, in un’epica del viaggio che, per forza, è da sempre la narrazione della Sardegna: così come quella dello straniero che arriva nell’isola e ne coglie meglio l’essenza e le potenzialità.

Questo straniero, questo romano, è un altro protagonista d’umiltà con la statura dell’eroe romantico. Dopo 30 anni è voluto tornare – dopo tanto pensare – nel luogo che l’aveva convinto sulla possibilità di realizzare grandi imprese: Cagliari. E’ voluto tornare per riconoscenza, mettendo in conto il fallimento. Questa è la base per compiere cose grandi: mettere in conto il fallimento ma credere, ciecamente, in quello che senti. Possono essere sentimenti di un ragazzo, lui l’ha fatto a 70 anni.

Ci può essere un insegnamento più grande, più plastico, più chiaro di questo, realizzatosi nei 110 metri di un campo da calcio? E quale esempio più efficace per un bambino, a cui spesso non sappiamo come raccontare come si cresce, perché la vita, la quotidianità, non ci fornisce le parole giuste? Per un bambino, e per tutti noi, adulti, che abbiamo visto entrare la bandiera, Pavoletti, al 90esimo ma, in fondo, non credevamo potesse segnare e riportarci in A, realizzare questo sogno di un’isola che sogna poco, abituata a soffrire e a non chiedere nulla.

Che sia un insegnamento: il Cagliari in serie A, in questo modo così bello e inatteso da togliere il fiato, è la bellezza della vita. Di qualsiasi vita, basta che abbia uno spazio per i sogni.

Maturità e immaturità

di Daniele Madau

Giugno è il mese della Maturità, intesa in vari modi che, con voli azzardati, presenterò per avere l’opportunità di affrontare molteplici tematiche. Il fine, in questo caso, giustifica il mezzo dei voli pindarici.

Innanzitutto è il mese della Maturità per eccellenza, l’esame di Stato che affronteranno i nostri ragazzi. Un esame di Stato riproposto – tranne che per poche e non essenziali varianti – con le caratteristiche pre-pandemia, a testimoniare una certa ritrovata normalità.

Ma la nostra situazione non è normale: il 2022 è stato l’anno con meno nascite dall’unità d’Italia, la scuola è minata dalle fondamenta, come il futuro stesso della nostra nazione.

Con una certa immaturità, il governo cerca di porre rimedio a questo dramma, di proporzioni enormi e di enorme complessità, non del tutto avvertite dalla società.

Forse è utile ricordare ciò che è stato proposto a riguardo: tassazione maggiore per le persone non sposate, pensione anticipata per le sole donne con figli, contributo statale per i matrimoni. Insieme a queste – dalla varia e decrescente estemporaneità se non incostituzionalità -sono state presentate altre ipotesi e proposte, più comprensibili e mature, che non raddrizzano, però, un’idea di fondo punitiva che si intravede – neanche troppo in controluce – verso coloro che, per scelta o no, non hanno e non avranno figli.

Con una certà immaturità, continuo a vedere una politica basata sull’apparenza e sulla retorica, quella del ‘made in Italy’ e dell’italianità dura e pura; della fiscalità con l’idea che le tasse siano solo una punizione e non un modo per contribuire, in maniera progressiva, al bene comune; della vista breve e miope sull’immediato e non sul futuro; del voler cambiare la narrazione della cultura e dell’informazione con una senso di vendetta rispetto a quanto narrato fin ora.

La maturità che è, ora, indispensabile è quella dell’elettorato, e della popolazione in generale, che dovrebbe riprendere in mano il proprio senso di dignità, di responsabilità sul proprio futuro e sulla vita della società, tornando a votare e, prima, a informarsi. Per poter, poi, richiedere la stessa maturità anche, e soprattutto, a chi ci governa.

I pensieri di Michela

di Daniele Madau

Ho esitato molto prima di scrivere queste poche righe, questo occhiolino, sulle parole di Michela Murgia nell’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’.

La reazione più giusta, in tutto, sarebbe il silenzio, anche perché il tema centrale è quello della sua malattia e delle conseguenze di questa. Però, dato che lei ne ha parlato ho pensato che, con tutto il rispetto, si possa commentare.

E’ stata un’intervista molto particolare: sincera, tagliente, commovente, spiazzante, a volte quasi letteraria, come doveva essere. Senza tristezza. Forse disarmante.

Ammiro il fatto che l’abbia conclusa affermando che morirà antifascista: forse è uno dei sentimenti più grandi coi quali si può pensare ai nostri ultimi momenti.

E lo scrivo non potendo, in nulla, condividere gli stati d’animo che può avere ora Michela Murgia.

Ho condiviso meno il pensiero su Giorgia Meloni, pur essendo assai distante da lei politicamente.

Perché c’è qualcosa di più grande, in assoluto, anche dell’antifascismo: l’amore.

Io, come pensiero nei miei ultimi momenti, vorrei avere l’amore.

Io, però, e non ho nessun giudizio su quelli di Michela.

L’ammiro e rifletto sulle sue parole, sperando che quelle sui mesi di vita che le restano, risultino false.

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